Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

DilbertSalaryTheorem.png

Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Annunci

Almeno tre quotazioni

Dilbert180619.png

Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Collaboratori indispensabili

Dilbert140519.png

Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

The management track

Dilbert230419.png

 

Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

Due mesi allettati e retribuiti

Sono certo che per molti sarebbe il lavoro dei sogni. Ed in parte la dicitura è decisamente calzante… nel senso che essere pagati per stare due mesi a letto qualche pisolino lo si potrà pur schiacciare, no!?

La NASA ed il DLR (agenzia spaziale tedesca) stanno collaborando ad un esperimento che ha come scopo quello di capire cosa succede quando il nostro corpo è esposto a prolungata assenza di gravità ed immobilismo. Praticamente come ci dovremmo equipaggiare per i prossimi (?) voli verso Marte ed oltre…

Lo studio “long-term bed-rest study” cerca 24 candidati per … stare a letto due mesi. Letteralmente. Mai scendere da un lettino progettato ad hoc sul quale i volontari dovranno… vivere: mangiare, vestirsi, allenarsi, lavarsi, etc. sempre stando stesi su un lettino singolo.

Inoltre, per facilitare l’afflusso di sangue al cervello i lettini non sono perfettamente orizzontali, ma con la testa leggermente inclinata verso il basso (scomodissimo!) per facilitare l’afflusso di sangue al cervello.

BedExperiment.png

I volontari saranno inoltre divisi in due gruppi: il primo “fermo” ed il secondo collocato in una speciale centrifuga (la Short-Arm Human Centrifuge -forse la parte più innovativa dell’esperimento-) che ruoterà per simulare una gravità artificiale che dovrebbe aiutare a far scorrere il sangue per tutto il corpo.

Età richiesta fra i 24 ed i 55 anni, inizio previsto per il “riposo” Dicembre 2019 a Colonia (DLR Institute of Aerospace Medicine) e lingua tedesca obbligatoria. Ah, la retribuzione è di 19.000$!

In realtà un esperimento del genere è stato già fatto nel 2017 (… oltre tutti i test “ridotti” condotti dagli astronauti sulla ISS) solamente dalla NASA (11 volontari sdraiati per 60 giorni) e pare che l’esito sia stato che è molto più facile del previsto per il corpo adattarsi a questo prolungato immobilismo di quanto possiamo aspettarci.

Chissà se la cosa varrà anche quando saremo richiusi in pochi metri quadrati a milioni di chilometri dalla terra con fuori solo il vuoto cosmico. Rimango dell’idea che le implicazioni psicologiche su questo genere di studi sia fondamentale (come d’altra parte lo è, IMHO, per “guarire” o “ammalarsi” a terra, in condizioni normali) e queste simulazioni colgono solo parzialmente i processi mente-corpo che determinano il successo o meno dell’esperimento (e della nostra capacità di colonizzare lo spazio, ma questo va da se, è un problema di la da venire…).

WU

Ecco a voi… lo Scrum Master

Nel proliferare di quelle che personalmente ritengo figure semi-inutili del mondo del lavoro, non tanto per i principi che IN TEORIA dovrebbero incarnare ma piuttosto per i risvolti pratici (ed odiosamente di micro-managing) che assumono, mi sono imbattuto nella nuova (almeno in Italia), mitica, attesissima, ne-sentivamo-il-bisogno figura dello… Scrum Master.

Non è una parolaccia ne tanto meno (purtroppo) un personaggio di un gioco di ruolo, bensì una figura per me (si si, non è così, bla bla bla…) abbastanza parente del vcchio, noto, Project Manager. Probabilmente nell’epoca in cui l’approccio Agile (in cui, sempre in teoria, cambiamenti/imprevisti possono emergere quotidianamente e sono comunque i benvenuti) è decisamente di moda non possiamo certo accettare di rimanere ancorati alla vecchia figura del PM, no?

Allora, cercando di procedere con ordine e con sforzo di obiettività: lo Scrum Master è quella figura del team (in un approccio Agile, appunto, quindi non come il PM classico che agisce a cascata dall’alto) che aiutagli altri membri a raggiungere l’obiettivo del gruppo.

SM.png

Saltando per il momento la teoria SCRUM (si, una vera e propria teoria basata su cicli di controllo empirico e costanti feedback, derivante, credo, dal mondo informatico), lo SM aiuta il team a restare concentrato sugli impegni di lavoro assunti e rimuovere eventuali ostacoli. Lo SM è (dovrebbe) essere il vero leader dando l’esempio al team, ma a differenza del Project Manager NON è anche a capo del progetto e quindi non prende decisioni al riguardo. Lo SM, inoltre, NON (dovrebbe) rispondere risponde ai “grandi capi” del rispetto delle tempistiche di progetto e del suo successo complessivo.

The Scrum Master serves the Product Owner in several ways, including:

  • Ensuring that goals, scope, and product domain are understood by everyone on the Scrum Team as well as possible.
  • Finding techniques for effective Product Backlog management.
  • Helping the Scrum Team understand the need for clear and concise Product Backlog items.
  • Understanding product planning in an empirical environment.
  • Ensuring the Product Owner knows how to arrange the Product Backlog to maximize value.
  • Understanding and practicing agility.
  • Facilitating Scrum events as requested or needed.

Praticamente una sorta di PM con mezzi poteri, ma a contatto con la gente (servant-leader, mi fa ridere, ma rende l’idea). In principio la cosa mi pare migliore di un altro generaletto che dice agli altri che fare senza farlo di prima persona. Immagino vi sia comunque una certa confusione dei due ruoli (… e non voglio immaginare le difficoltà nel convincere un PM “vecchio stampo” a passare la ruolo di SM) ed una (in)naturale tendenza alla segregazione del ruolo “decisionale” da quello “operativo”.

IMHO “gli operativi” (razza in continua estinzione) tendono spesso a sedersi sul fatto che c’è qualcuno (che si arroga spesso l’epiteto di “capo”) che prende le decisioni. In questo modo è facile sentirsi smarriti se le direttive sono contrastanti, mancanti, stupide, se le responsabilità sono aumentate o se in generale si sentono soli. Avere nel team qualcuno che non sia “il capo autoritario”, ma con cui si può avere un contatto giornaliero “alla pari” mi pare decisamente proficuo, se poi oggi si chiama SM ok, l’importante è che faccia effettivamente questo e non si cucia altre due letterine sul taschino (o sul biglietto da visita).

Un tempo bastava un Responsabile Tecnico con-i-contro-ca##i per gestire un progetto ed un team, poi arrivò il PM, ed infine lo SM… Sono certo della teorica utilità di tutte queste figure, temo a dover dar retta anche ad uno SM o, molto peggio, ad esser considerato a mia volta uno di loro.

WU

Offerta di lavoro… executive

Il lavoro è un problema dei nostri tempi. Eppure offerte di lavoro ce ne sono (attenzione, attenzione), solo che non si trovano i candidati disposti a duro sacrificio in cambio di onesti salari (attenzione, attenzione). La verità (ammesso che ci sia) è che spesso si offrono mansioni impegnative, difficili, che richiedono qualifiche specialistiche in cambio di salari da minimo sindacale e/o in posti in cui il costo della vita per chi non è autoctono difficilmente giustifica l’impresa.

Ad ogni modo non voglio certo mettermi a fare il critico del mondo del lavoro (me ne guardo bene ne tanto meno mi illudo di poter affrontare un tema così complesso in qualche riga di un post), ma voglio concentrarmi un attimo su questa offerta di lavoro.

Caratteristiche richieste: eccellente carattere morale e grande forza mentale. Non so voi, ma non leggendo altro potrei anche dire che ce le ho (… soprattutto perché il significato che do io al termine eccellente e grande di certo non è uguale al vostro). La mansione specifica richiesta alle figure oggetto della ricerca è (notiamo la terminologia tipica da annuncio di lavoro)… niente po’ po’ di meno che … boia.

Esatto. Avete presente quelli incappucciati che operavano la ghigliottina (si, ce ne sono di certo equivalenti più moderni che fanno iniezioni o attivano sedie elettriche, ma non rimpiazzeranno mai nel mio immaginario la figura del tipo lercio e muscoloso che giustiziava il malcapitato a suon di corde e lame)? Proprio loro.

A cercarli è il governo dello Sri Lanka mediante (addirittura!) un annuncio ufficiale sul Daily News, il giornale nazionale… di certo una scelta abbastanza “particolare”. Il governo sta valutando la possibilità di reistituire la pena di morte per i trafficanti di droga ed essendosi l’ultimo boia di stato dimessosi nel 2014 (a quanto pare senza mai aver eseguito neanche un’esecuzione) il governo si sta attrezzando.

A parte i requisiti morali di cui sopra non è chiaro se si cerchi esperienza con la forca, ascia, o altro mezzo di esecuzione :). Ad ogni modo per chiunque fosse interessato i colloqui (ovviamente! con ogni “bel lavoro che si rispetti”, si coglie il sarcasmo, vero?) il prossimo mese e lo stipendio promesso è circa 200 euro al mese.

Certamente il costo della vita nello Sri Lanka (a patto di volersi trasferire laggiù) non è alto, ma evidentemente anche la morte ha un suo prezzo ed in questo caso di certo non è alto. Di positivo, va detto, c’è che potreste non dover lavorare mai.

Vi candidate? Di certo non si può dire che non sia un ruolo “executive”…

WU

PS. Potrebbe essere un’idea quella di esternalizzare a paesi (e boia) tipo lo Sri Lanka anche le esecuzioni “del civile mondo occidentale”… in un’epoca di spending review sono certo sarebbe un’idea molto apprezzata.

AAA, Cartomante cercasi

Quando stacco il cervello mi metto a vedere le offerte di lavoro. Quando vedo le offerte di lavoro utilizzo due criteri basilari: il minor numero (spesso zero) di filtri possibili, il maggior numero (spesso fino al crash del browser) di schede pagine web aperte in parallelo per paragone… salvo il fatto che poi mi perdo e faccio confusione, ma tanto lo faccio comunque a cervello spento per cui non è un gran problema.

In uno di questi (memorabili) momenti e seguendo queste due regolette mi sono imbattuto in una vera e propria chicca. L’annuncio è pubblico per cui credo che riportarlo qui possa fare solo piacere al suo “ideatore” dato che contribuisco alla sua diffusione; l’unica cosa che non riporto è il cellulare da contattare, ma sono certo che voi, interessatissimi a questa opportunità, non faticherete troppo a trovarlo in rete.

Accorrete numerosi!

Serio studio di cartomanzia ricerca operatori telefonici nel settore della cartomanzia, con esperienza, con possibilità di lavorare anche dal proprio domicilio.
Si richiede:
spiccate doti comunicative e flessibilità a lavorare su turni.
Si offre:
CONTRATTO NAZIONALE DI LAVORO o P.IVA. Ottime opportunità di guadagno.

Le “ottime opportunità di guadagno” sono quantificate in un compenso promesso che va dai 1000 ai 2000 euro (mica male!). La “posizione” (ahimè) è a tempo determinato e si richiede la disponibilità su turni… ma non si può avere mica tutto nella vita!

Mi affascinano parecchie cose della posizione, a parte evidentemente l’oggetto stesso dell’offerta.

Si richiede esperienza, ma non si fa cenno a che tipo di esperienza. Non so se si aspettano che rispondano “cartomanti professionisti” che evidentemente se sono diventati “professionisti” (e sarei anche curiosi di vederei i CV che perverranno…) non hanno bisogno di “arrotondare”.

Non si offrono corsi di formazione, ma d’altra parte non si richiede (oltre “spiccate doti comunicative”) nulla di inerente alla cartomanzia. Almeno una blanda conoscenza dei tarocchi? Saper giocare a carte? Tirare i dadi? Evidentemente non serve.

Non mi è chiaro a qual “contratto nazionale di lavoro” di faccia riferimento… ma è di certo una mia ignoranza dato che non so come sono inquadrati i cartomanti.

Non mi candiderò, ma solo perché mi vergognerei a sostenere il colloquio (anche se evidentemente devo far cadere qualche altro paletto se voglio muovermi propriamente nell’attuale mondo del lavoro…).

WU

Il tizio che legge il telegiornale

Con l’evoluzione della tecnologia ci sono molti lavori che praticamente non esistono più. Non mi metterò a fare la lista, ma è abbastanza ovvio che progredendo con lo sviluppo tecnologico ci possiamo sollevare sempre più di mansioni routinarie, poco appaganti o che comunque afferiscono ad un mercato/società che non è più attuale.

Di per se questo potrebbe essere un bene… a parte l’evidente perdita di alcune professionalità (cosa che, temo, si verificherebbe comunque data la pulsione delle nostre e delle nuove generazioni a riprendere vecchie maestranze) e la perdita di posti di lavoro in uno specifico settore (che, sperabilmente, dovrebbero essere recuperati altrove, soprattutto considerando l’espansione del benessere e del mercato che consegue l’introduzione di nuove tecnologie nella filiera produttiva).

Ok, ok, sto parlando stile “libro stampato” o “formazione aziendale” rimanendo di proposito vago. Date pure libero sfogo alla vostra fantasia pensando a ciò che sapevamo fare (beh… magari non noi come singoli individui) e non sappiamo più fare oppure a tutti i lavori “uccisi” dalla tecnologia.

Immagino/credo/sfido che nella vostra lista non abbiate annoverato il “tizio che legge il telegiornale”.

Attenzione attenzione, consentitemi una precisazione. Tali figure, benché anche oggi con formazione (spesso, spero) giornalistica li identifico di proposito con un termine diverso da giornalista. Sono dell’idea che la diffusione di internet e dei social abbia già condannato la professione del giornalista, ma non immaginavo quella del “tizio che legge il telegiornale”. Che bisogno abbiamo di un giornalista/inviato che ci faccia da filtro alla notizia del giorno se basta un tweet oppure un video amatoriale a testimoniare l’episodio? Perché dovremmo aver la necessità di un layer intermedio fra l’evento e la popolazione per informare tutti? Un po’ come il ruolo delle banche nella gestione delle cryptovalute, IMHO il giornalista è una di quelle figure che potrebbe non aver grande futuro… almeno per come la intendiamo ancor oggi (magari, anzi certamente, servirebbe qualcuno che verifica le fonti oppure colleziona punti di vista diversi, ma lasciatemelo dire, oggi mi paiono più attività da “cronista d’assalto” “approfondimento” “tribune di qualche forma” piuttosto che da giornale).

Ad ogni modo, polemica e divagazioni a parte, il “tizio che legge il telegiornale” credevo volessimo tenercelo… ma evidentemente non la pensa così Xinhua… e la cosa ha anche molta più rilevanza delle opinioni del sottoscritto.

Move over, humans. Other humans need to hear the news, and they’ll be damned if they let that information be relayed by like-minded mortal beings. Chinese State media network Xinhua is ready to tackle that problem, with their very first English-speaking “AI news anchor”, a glorified computer program who looks forward to “bringing you the brand new news experiences.”

L’agenzia televisiva, infatti, preferirebbe dei “tizi che leggono il telegiornale” che non sbaglino mai, che lavorino 24 ore al giorno, che non diano segni di stanchezza e, perché no, più economici (oltre che magari non vogliono un sindacato, non si ammalino, non facciano trapelare informazioni personali, etc. etc.).

Xinhua.png

I colleghi virtuali sono disegnati seguendo le sembianze di colleghi reali (anche per minimizzare “i turbamenti” del pubblico, immagino) e sfruttando tutti i recenti sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’idea non è quella di creare un robot, ma un collega virtuale (rabbrividisco).

Anzi, la Xinhua è già oltre; i “tizi virtuali che leggono il telegiornale” sono di fatto diventati parte del corpo redazionale dato che stendono autonomamente (immagino/spero che poi vengano riviste da carne e cervello) notizie semplici, come ad esempio l’andamento dei mercati azionari.

Il progresso deve andare avanti (e vabbè), scenari distopici ne possiamo immaginare a iosa, ma mi chiedo: con tutte le cose che potevamo evitare di fare noi proprio da qui vogliamo partire? Le altre le abbiamo già fatte? Non mi risulta che esista un robottino ad AI che sia in gradi di raccogliere i pomodori magari riconoscendo quelli maturi da quelli non.

WU

PS. Se volete deliziarvi con la prima apparizione pubblica del “news anchor”…

Fanta-curriculum

Sono incappato nel CV sotto. Ovviamente (quasi mi vergogno a dirlo) NON scritto dal diretto interessato che evidentemente NON è alla ricerca di alcun lavoro. Lo scopo è quello di dimostrare che non serve mai più di una pagina anche peril CV più figo del mondo.

CV_Musk.png

Ok, su questo sono anche d’accordo; anzi, la concepisco come applicazione principe di “less is more”. Non sempre è facile riassumersi in una pagina, indipendentemente se si sta cercando lavoro o meno. Siamo sempre portati a dire di noi più di quanto interessi oppure a sottacere elementi rilevanti per l’interlocutore. C’è anche da dire che spesso facciamo questo sforzo di riassumerci su un foglio di carta una sola (o comunque poche) volta e spendiamo (il sottoscritto in primis) pochissimo tempo per adeguare il curriculum in base alla situazione.

Ad ogni modo la cosa che mi fa più “sorridere” (leggi anche “girare le balle”) dell’esempio qui proposto è che il soggetto in questione, oltre a non aver evidentemente bisogno di presentazioni, può certamente fare un CV minimale in cui però scrive parole come CEO, Co-founder, Chairman, e ruoli del genere. E’ logico che basterebbero a questo punto lettere più che frasi anche al più inetto responsabile risorse umane per capire chi ha dinanzi.

Se sostituiamo tali titoli con stagista, trainee e cose simili, rimuoviamo (come succede molto spesso a noi mortali) tutta la lista di “Achievements and Certificates” e fra gli “Skill” siamo costretti ad elencare (data l’assenza di qualcosa di meglio) la nostra capacità di team building… allora la faccenda è diversa, sostanzialmente diversa.

In altri termini; meno uno ha da elencare come esperienze ed abilità lavorative (ed ovviamente la cosa non incide in alcun modo sul valore della persona, che sia chiaro!) e più pagine ha bisogno per farlo.

Per E. Mask potevano fare un CV esemplificativo di 2 righe; una sorta di short-bio sarebbe stata più che sufficiente per il caso specifico. Per me servirebbe un’enciclopedia (che ovviamente nessuno leggerebbe) per elencare quelle tre o quattro capacità e convincere qualcuno darmi una possibilità.

Less in more, certo, soprattutto nella pubblicità (cosa è poi un CV se non che una forma di auto-pubblicità?)… ma in misura inversamente proporzionale al valore della merce che stiamo vendendo. Uno spot di un prodotto nuovo, mai sentito, magari semi-inutile deve durare di più dello spot del Super Attack, altrimenti non ci convincerà mai ad acquistare un bel nulla.

Diffido, personalmente, dei CV (… della pubblicità in generale) particolarmente lunghi e curati e mi sento ignorante (… naturalmente prevenuto) dinanzi quelli eccessivamente stringati. Certo quello di E. Musk non ho mai dovuto leggerlo/valutarlo.

Rimango, inoltre, dell’opinione che la miglior forma di pubblicità, anche ma non solo in ambito lavorativo, è quella che ti può fare un tuo superiore/collega o comunque il passaparola (…e ritorna l’esempio del Super Attack). Tuttavia credo che non siamo ancora in un mondo del lavoro sufficientemente maturo da consentirci spesso di cambiare azienda/lavoro/mansione sotto il benestare di qualcuno che magari si spenda anche per farci una buona pubblicità. Sarebbe più efficiente di qualunque CV, breve a piacere.

WU