Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

Annunci

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

TeieraRussell.png

E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

La donna che parla(va) al cellulare

Mettiamoci in modalità “I want to believe”… e poco importa se i dati dicono il contrario… in fondo “I want!”.

L’immagine sotto è una (delle tante) icone usate per “dimostrare” la possibilità di viaggiare nel tempo. A prescindere dal fatto che sia possibile, che non lo sia, che vi siano problemi fisici, implicazioni etiche, tanta fantascienza, materiale per storie e trasposizioni cinematografiche ed abbondanti bufale, direi che prima di ululare alla scoperta sensazionale due domande vale la pena farcele.

ViaggiatriceTemporale.png

L’immagine è un estratto da un (ripeto, solo uno dei tanti) video in giro in rete in cui si vede chiaramente una donna che parla a cellulare… solo che siamo nel 1938 e di cellulari non si sentirà parlare prima di molte lune.

La conclusione più ovvia (?!?!) è per forza che si tratti di una viaggiatrice nel tempo.

In quegli anni iniziavano si i primi esperimenti su telefoni portatili, ma di certo non a livello di “cellulare” e di certo non alla portata di un’operaia. La cosa che forse colpisce di più di tutta la scena (almeno a me) è la totale naturalezza della telefonista e l’indifferenza della gente che la circonda. Ve lo immaginate se oggi vediamo per strada qualcuno con una spada laser se facciamo finta di nulla?

Inoltre di li a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale e le truppe sul campo sarebbero state ben liete di non dover girare con i pesanti zainoni (servivano almeno due persone, una che trasportava l’apparecchiatura sulle spalle e l’altra che usava il telefono… con filo, rigorosamente) da radiotrasmittente se avessero avuto la possibilità di usare sistemi “wireless”. Anche mettendo da parte il senso logico dello sviluppo tecnologico (non siamo ancora nell’epoca dei dispositivi wireless che funzionano senza fili e che utilizzano onde radio a bassa potenza, radiazioni infrarosse o laser) almeno qualche domanda sul contesto sociale dobbiamo (ovviamente se vogliamo trovare una qualche spiegazione razionale e non… “I want to believe”) pur farcela.

Ma torniamo alla foto. Nel 1930 e dispari esistevano si i “wireless phone” (attenzione, attenzione), ma non con l’accezione che hanno oggi, ahimè. Si trattava infatti di piccole (enormi per gli standard attuali) radioline portatili che venivano avvicinate all’orecchio per ascoltare te trasmissioni radio.

Con questo pezzo del puzzle le deduzioni sono piuttosto semplici, e forse un po’ tristi. In ogni caso, anche se non abbiamo davanti una viaggiatrice pentadimensionale siamo comunque al cospetto di un utente all’avanguardia che utilizza l’ultima tecnologia disponibile all’epoca. Forse non bello come un viaggio nel tempo, ma di certo uno scorcio inusuale di un tempo che non c’è più.

WU

PS. In realtà anche quando ero piccolo io (e di certo non nel 1938) esistevano le radioline in questione, ma non posso dire che se ne facesse largo uso. Si usava si, ma tutto sommato la scena di vedere qualcuno per strada che le ascoltava accanitamente avrebbe destato più scalpore della scena del 1938… a meno di non essere un vecchietto di mezza età con le partite a tutto volume, ovviamente.

PPSS. Mi astengo saggiamente dal mettere qualunque link per non alimentare la diffusione di  credenze di ogni sorta.

Farout

C’è la pantera rosa ed il pianeta rosa 🙂

… ma sono anche certo vi siano pianeti di un’infinità di altri colori e non per questo fanno notizia. Il fatto che Farout sia rosa è comunque un di più, quasi un vezzo, rispetto ad altre due sue fondamentali caratteristiche: non lo conoscevamo fino a poco tempo fa, ma orbita assieme a noi e tutti gli altri pianeti del nostro sistema solare attorno al nostro Sole; ed è lento, estremamente lento.

Farout, nome in codice 2018 VG18, si trova a quasi 18 miliardi di km dal Sole. Una distanza decisamente ragguardevole, tanto per darvi un’idea è 120 volte più distante dal sole della nostra Terra e Plutone (pianeta, oggi pianeta nano, per lungo tempo considerato l’ultimo abitante del nostro sistema solare si trova a “sole” 40 volte la distanza Terra-Sole ed Eris, il pianeta nano che deteneva il precedente record di distanza dal Sole si trova a 96 volte Terra-Sole… Questo rende Farout (almeno fino a prova contraria) l’oggetto più distante mai osservato del nostro sistema solare.

Nenche a dirlo, la sua scoperta è frutto di una sorta di serendipity quando i telescopi scandagliavano gli angoli più remoti del cielo alla ricerca dell’ormai famigerato pianeta nove. Del pianeta oggetto della ricerca nessuna traccia, ancora, ma sulle lenti del telescopio giapponese Subaru si è materializzato un puntino luminoso… e rosa (beh, non è proprio così, ma romanziamo un po’ la scoperta…).

Il diametro di Farout è approssimativamente 500 km (circa un settimo della nostra luna, per darvi un’idea), la sua enorme distanza dal sole lo rende così lento che impiega circa 1000 anni a compiere un’intera rivoluzione ed è… rosa. Appunto. Il colorino rosa è abbastanza tipico di mondi freddi, scuri e ghiacciati, ma non sappiamo ancora molto sulla motivazione di tale colore. E’ molto probabilmente causato dall’effetto dei raggi cosmici sul metano ghiacciato, che abbonda sulla superficie di questi mondi

Farout.png

2015 TG387 and 2012 VP113 never get close enough to the Solar System’s giant planets, like Neptune and Jupiter, to have significant gravitational interactions with them. This means that these extremely distant objects can be probes of what is happening in the Solar System’s outer reaches. The team doesn’t know 2018 VG18’s orbit very well yet, so they have not been able to determine if it shows signs of being shaped by Planet X.

… che vuol dire, più o meno, che Farout NON è il pianeta nove (Planet X), ma la sola idea che questo oggetto possa esistere ci sta portando ad esplorare angoli remoti del nostro sistema solare che non avevamo mai osservato e le scoperte, Farout in primis, vengon da se.

WU

PS. Farout in inglese significa qualcosa tipo “molto lontano”, ma anche “non convenzionale”. Trovo il nome decisamente calzante dato l’oggetto.

PPSS. E’ lo stesso gruppo di ricerca che aveva, sempre cercando tracce del pianeta nove anche identificato il Goblin …

Sky Canvas

C’era un tempo (a dir la verità neanche troppo lontano) in cui si stava per ore con il naso all’insù nelle tiepide notti primaverili aspettando di vedere qualche stella cadente. E la magia era data dall’attesa e dalla sorpresa di vedere qualche scia luminosa più che dalla visione in se. C’era un tempo in cui le stelle cadenti si aspettavano e non era affatto detto che l’attesa sarebbe stata ripagata, tanto è vero che un desiderio da esprimere ci stava tutto.

Ma oggi viviamo nel mondo che non ha tempo, oggi siamo quelli che non possono perdere un minuto, che non possono aspettare senza neanche la certezza che l’attesa valga il risultato (beh… neanche ci fosse da fare la fila per il nuovo iPhone…). Oggi siamo quelli che le cose le vogliono, non le sperano. E le stelle cadenti non possono fare eccezione.

Sto blaterando del progetto Sky Canvas che nasce dall’azienda giapponese Astro Live Experience: il primo satellite in grado di lanciare stelle cadenti artificiali. Il satellite è già in orbita, lanciato lo scorso 17 gennaio, ed i primi test “di rilascio” sono in corso, ma il vero spettacolo è riservato per il 2020 sopra i cieli di Hiroshima per celebrare i 75 anni dall’esplosione della bomba atomica (… e poi da li tutta discesa…).

We aim to produce artificial shooting stars by projecting particles, made out of special materials, from orbiting micro-satellites. When the particles re-enter the earth’s atmosphere, they burn through a process known as plasma emission, creating the appearance of shooting stars on the ground. The particles burn with a sufficient brightness to be visible by people in an area up to 200km in diameter.

L’idea alla base di Sky Canvas è proprio quella di rendere le stelle “cadenti su richiesta”. Praticamente il satellite contiene un centinaio di oggetti che creano uno sciame meteorico su richiesta. Non è ancora chiaro di cosa siano fatti i bolidi che rientrano (… proprio nel senso che l’azienda non lo ha ancora dichiarato), ma di certo hanno la caratteristica di rendere più lento e più luminoso il rientro con conseguenti scie… il più mozzafiato possibile.

Da un punto di vista tecnico i calcoli necessari a prevedere un rientro in una data zona ed in un dato momento non sono semplicissimi e l’azienda dovrà comandare al satellite il rilascio sufficientemente in anticipo anche in base al momento della richiesta (attività solare, rotazione della terra, velocità orbitale etc sono alcune delle variabile sicuramente da considerare).

Ora la domanda nasce quasi spontanea: ma ne sentivamo davvero il bisogno? A parte i problemi tecnici che avere altri satelliti e stelle cadenti on-demand pone (tipo la possibilità di colpire altri satelliti attivi durante il rientro dei bolidi e quindi andare ad alimentare la pletora di detriti spaziali che già abbiamo sopra la testa), l’idea è puro diletto nel senso che non da alcun valore scientifico/commerciale (… forse per Astro Live Experience) al lancio di questi satelliti. Anzi, mi correggo, forse è proprio questo il plus del progetto: smetterla di vedere lo spazio come una nicchia di pochi e portare le bellezze di ciò che sappiamo fare sotto gli occhi di tutti.

Confesso di non avere una chiara posizione a riguardo; qualche dubbio sull’utilità (e sul business che ne può derivare) mi rimane, ma d’altra parte il fatto di iniziare a farsi “pubblicità spaziale” è forse l’unica cosa (ricordo che il turismo spaziale lo diamo ormai come dato di fatto…) che ci mancava.

L’ultima frontiera dell’intrattenimento.

Sky Canvas, the world’s first artificial shooting star project, aims to bring people all over the world together to witness an unprecedented, collective experience

WU

PS. … a proposito del business model (e di quanto io mi sbagli in queste cose):

The company is already being contacted by event operators and city promoters interested in buying meteor showers, which brings up the question of pricing. ALE has so far raised ¥700 million from angel investors and counts Japan Airlines and convenience store chain FamilyMart as official sponsors. Still, the project is reportedly costing something in the neighborhood of ¥2 billion to realize.

Trovata base aliena!

Ecco dove si nascondeva! Quasi in bella vista! Meno male che all’attento occhio di Google Earth nulla sfugge, neanche fosse Mordor!

Fermo restando che ognuno fa quello che vuole, almeno finché non da fastidio agli altri, ci sono cose che capisco, altre che vorrei capire, alcune di cui non mi interessa un granché e cose che apprezzo solo per dedizione ed inventiva.

I complottisti, come una sorta di tribù (assolutamente non in via di estinzione), sono tra noi. Dobbiamo credere in qualcosa, che sia un alieno o la religione. Alcuni credono negli UFO ed un sottoinsieme di loro crede che gli alieni vivano nascosti fra noi (ovviamente con l’ausilio di organizzazione governative, e come senno?).

Internet (e youtube in particolare) hanno poi fornito lo strumento necessario alla proliferazione degli adepti della tribù e c’è gente che si è addirittura specializzata nel pubblicare video di UFO. Questo discorso ci porterebbe lontano, ma (tagliando un bel po’ di parentesi che mi verrebbero in mente) ho notato questa sensazione scoperta.

A due passi dall’area 51 (è già il posto…) abbiamo trovato (!!!) un hangar super-segreto utilizzato dagli extraterrestri. Complice Google Earth, ed evidentemente un sacco di tempo libero (sia da parte dello “scopritore” che da parte degli “interessati” alla questione dato che il video della scoperta ha totalizzato più di 600.000 visualizzazioni…) e tanta immaginazione, qualcuno ha notato nel deserto del Nevada delle curiose insenature. Ed ovviamente come non pensare agli alieni!?

HangarAlieni.png

Il fatto che dell’hangar non vi siano molte indicazioni, che sia per lo più interrato e che, soprattutto, richiami da vicino le illustrazioni che abbiamo in mente di come dovrebbe essere una base aliena hanno subito fatto gridare alla sensazionale scoperta. Ovviamente una mega-struttura del genere non potrebbe esistere senza il beneplacito del governo e quindi è inevitabile arrivare alla conclusione che gli alieni esistono, sono fra noi e che i poteri forti vogliono tenere all’oscuro le masse!

Un’altra ipotesi, molto meno misteriosa, più terrena, meno sensazionalistica sarebbe quella che è stata “scoperta”… una miniera. Una delle tante del deserto del Nevada. Purtroppo detto così la cosa non fa notizia, gli ufologi non sarebbero alle ribalte della cronaca e di certo il video non avrebbe tutte quelle visualizzazioni (i.e. pubblicità). Ah, dimenticavo, ovviamente tali notizie vanno diffuse ben prima di andare a verificare di persona. La sorpresa potrebbe essere troppa… in un caso e nell’altro.

WU (un rettiliano qualunque)

The Metalaw

The practical and philosophical significance of a successful contact with an extraterrestrial civilization would be so enormous as to justify the expenditure of substantial efforts… The technological and scientific resources of our planet are already large enough to permit us to begin investigations directed towards the search for extraterrestrial intelligence… For the first time in human history, it has become possible to make serious and detailed experimental investigations of this fundamental and important problem

Facciamo un passo oltre la ricerca della vita extraterrestre: se ci fosse come ci comporteremmo? Praticamente l’idea è quella di evitare di trovarsi sguarniti tipo Colombo quando non solo scoprì nuove terre, ma si vide davanti degli “alieni” ed ovviamente non era pronto a comportarsi di conseguenza (e quindi furto-baratti, traffici di donne, malattie trasferite, colture impiantate e via dicendo). Se oggi ci trovassimo veramente davanti gli alieni che dovremmo fare?

Ovviamente la cosa è trattata ad al livello semi-serio (e decisamente più serio di codesto blog). Il CETI (Communication with Extraterrestrial Intelligence) è l’organo che si occupa di Xenologia, ovvero degli studi scientifici di vita, intelligenza e civiltà extraterrestre. Il CETI copre aree tipo abiogenesi, zone abitabili di altri sistemi planetari, exobiologia, & co (tipo il Viking lander biology instrument packages o il messaggio di Arecibo). Oltre alla metalaw, ovviamente.

La metalaw è praticamente lo studio di un sistema di leggi che possa essere applicato ad ogni possibile interazione con intelligenze aliene. La fuffologia è dietro l’angolo, ma proviamo ad immedesimarci nell’universo di Star Trek.

But to suggest that first contact will necessarily terminate a culture, that dominance or submission are the only alternatives, is to deny the immense complexity of the problem. Trade, war, quarantine or blockade, abject indifference, negotiation and treaty, evangelism, integration and homogenization are just a few of the myriad possibilities. The destinies of the two races will merge, for better or worse. And the interests of both partners will best be served if a metalegal order can be established to help regulate this interaction.

Ora, solo perché il problema in questa forma finora non si è mai posto non è detto che non possiamo preoccuparcene (fantasticare?) per tempo. Se fossimo noi, nel contatto alieno, la specie “superiore” che obblighi avremmo nei confronti dell’altra razza? Dovremmo interferire nella loro evoluzione o no? Colonizzare? Se invece fossimo noi ad esser contattati? Dovremmo metterci sulle difensive? Iniziare contatti diplomatici o amichevoli? Dovremmo farli “entrare” nel nostro pianeta/sistema solare?

Ad ogni modo il CETI ha stilato un insieme di leggi auto-consistenti per la metalaw che dovrebbero essere abbastanza basilari e di “portata cosmica” (leggi pure: si basano sul nostro buon senso e speriamo che gli alieni possano condividerlo):

  1. No partner of Metalaw may demand an impossibility.
  2. No rule of Metalaw must be complied with when compliance would result in the practical suicide of the obligated race.
  3. All intelligence races of the universe have in principle equal rights and values.
  4. Every partner of Metalaw has the right of self-determination.
  5. Any act which causes harm to another race must be avoided.
  6. Every race is entitled to its own living space.
  7. Every race has the right to defend itself against any harmful act performed by another race.
  8. The principle of preserving one race has priority over the development of another race.
  9. In case of damage, the damager must restore the integrity of the damaged party.
  10. Metalegal agreements and treaties must be kept.
  11. To help the other race by one’s own activities is not a legal but a basic ethical principle.

Mi piace l’idea di muoverci per tempo (anche se è una cosa che potenzialmente non si verificherà mai, vige una specie di principio generale di “legislazione generale”: una cosa non va fatta a meno che non si conosca il perimetro, seppur vago, in cui muoversi) ma il mio principale dubbio rimane quello di chi applica queste leggi. Se siamo solo noi a “crederci” ed il nostro “visitatore” non è così affabile o democratico a poco sarà valso l’esercizio. Come dire che se anche i popoli dell’Amazzonia centrale (un esempio a caso) avessero avuto un sistema di regole tipo questo non credo che nessun conquistadores avrebbe avuto voglia di ascoltarlo e men che meno applicarlo.

Aspetto “the first contact” per vedere se tali leggi abbiano una speranza di essere applicate o meno, e continuo a pensare che l’idea di base dovrebbe essere (per noi e per gli alieni) sempre quella di trattare l’altro come si vorrebbe esser trattati. Abbastanza semplice. Ce lo dimentichiamo fra noi, ma forse un incontro alieno ci rinfrescherebbe la memoria.

WU

PS. In questo caso credo che la definizione di “razza intelligente” equivalga a “razza in grado di viaggiare nello spazio interstellare” il che ci evita di interrogarci su che forma di vita potremmo trovarci davanti e ci colloca automaticamente nella categoria delle razze NON intelligenti.

Il sigaro sfuggente

Allora, visto lo abbiamo visto. Ci abbiamo elucubrato un po’ su (soprattutto perché non possiamo avere davanti la prima roccia aliena al nostro sistema solare e non pensare che non sia una qualche sonda aliena), ma soprattutto abbiamo notato che c’è qualcosa che… ci sfugge.

Stiamo parlando di Oumuamua, il sigaro-asteroide del quale abbiamo sentito parlare (si, si lo so, anche da queste parti) qualche tempo fa.

Il primo avvistamento dell’oggetto ad Ottobre 2017 ci ha però sconfortato perché l’asteroide era troppo distante. Abbiamo allora aspettato Novembre 2017 per puntare i nostri telescopi (terresti e spaziali, e.g. Spitzer ed Hubble) in direzione del sigarone, pronti a “vederlo con i nostri occhi”. Ed invece… il nulla. L’unica immagine ottica che abbiamo dell’oggetto la dobbiamo al Wiyn Telescope… ammesso che si possa dire che in quei due pixel colorati possiamo dire di vedere Oumuamua…

OumuamuaWyinTelescope.png

A questo punto ci siamo chiesti se avessimo sbagliato il punto in cui guardare, se non sapessimo cosa cercare o se il sigaro stava in qualche modo accelerare (e dunque come non pensare nuovamente agli alieni?!). In realtà un propellente naturale che potrebbe far si che il sigaro non si muova di moto uniforme, soprattutto ora che è nel nostro sistema solare, e dei campi gravitazionali dei pianeti, e della sua stella ci sarebbe: l’acqua. Proprio come accade per le comete, passando “vicino” al sole la superficie di Oumuamua potrebbe sublimare ed i gas che si sviluppano potrebbero far accelerare l’asteroide.

Praticamente la forma allungata dell’oggetto, la probabile accelerazione del masso, le mancate osservazioni di Spitzer ed Hubble (che potrebbero voler dire svariate cosette fra cui: è piccolo, molto riflettente, non emette CO2, etc.) continuano a corroborare l’ipotesi che ci sia qualcosa che ci sfugge. Sia nel capire la genesi e l’evoluzione dell’oggetto che proprio nella nostra capacità di osservarlo!

L’asteroide potrebbe contenere molte più informazioni di quelle che ci aspettiamo non solo su se stesso e sulla sua origine, ma anche su tutta la famiglia (è abbastanza inusuale che un asteroide sia “cenerentolo”) di provenienza. Potremmo addirittura aver già visto altri oggetti simili transitare nel nostro sistema solare ed accorgerci solo adesso che erano parenti di Oumuamua.

Diciamo che più che stare con gli occhi (letteralmente) puntati al cielo per il momento c’è poco che possiamo fare per cercare di capire e catalogare (il nostro sogno recondito) il visitatore sfuggente.

WU