L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Astro-macelleria

Un tempo si allevava quello che si mangiava, ora i miei figli sono convinti che le bistecche nascano direttamente dentro la COOP ed i totani siano animali che nascano già a cerchietti. Domani io sarò il vecchio che credeva che la carne venisse dagli animali e gli animali fossero allevati a terra.

La preparazione per quel giorno è stata ovviamente motivata da questa notizia qua.

Siamo sulla stazione spaziale internazionale ed in particolare nella sezione dedicata agli esperimenti di esobiologia. Un team industriale (!) istraeliano-russo-americano (alla faccia dei dazi e dei bombardamenti) ha prodotto in orbita le prime cellule bovine. Nessun animale è stato addestrato per un volo spaziale per andare incontro alla sua triste fine in orbita, bensì è stato usato un fantasmagorico ed innovativo sistema di stampa 3D.

Partendo da cellule bovine aggregate in sfeoridi si è utilizzato un sistema di stampa 3D basato su fattori di crescita e “bio-inchiostri” che hanno consentito di assemblare un pezzo di tessuto bovino. Dato che nello spazio la gravità non spinge naturalmente verso il basso i tessuti, la “bistecca” non ha la classica forma a strati che vediamo sulla terra, bensì sembra una specie di palla di neve dalla struttura tondeggiante che si accresce per sfoglie. Beh… abbastanza diversa dalla nostra comune idea di bistecca.

BisteccaSpaziale.png

L’astro-bistecca è formalmente adatta per essere consumata dall’uomo (anche se non è stata assaggiata) ed è ovviamente motivata dall’idea di produrre cibo “fresco” per gli astronauti che saranno impegnati nei lunghi viaggi che ci attendono (Marte in primis). Ovviamente le “ricadute terrestri” di questo genere di esperimento sono immense (tipo quest’altro esperimento qua oppure questo)… etiche e di sostenibilità in prima battuta.

WU

E Borisov passa e se ne va

Arriva da chissà dove ed è diretto a chissà dove, esattamente come 1I/Oumuamua (qui, ve lo ricordate?). 2I/Borisov, come il nome tradisce è, infatti, il secondo (2) visitatore interstellare (I) che ci viene a trovare.

Anche in questo caso, infatti, la “cometa interstellare” ha un’orbita aperta rispetto al nostro sole (iperbolica con una eccentricità record pari a tre, per i puristi) e proseguirà la sua traiettoria allontanandosi da noi nello spazio interstellare da cui è arrivato.

Borisov

Durante questo “passaggio ravvicinato” ovviamente avremo la possibilità di osservarlo. Il 7 dicembre 2I/Borisov sarà nel punto più vicino alla nostra stella, circa 2 unità astronomiche da noi e dal Sole (2 volte la distanza terra sole, circa 300 milioni di chilometri…). La massima luminosità sarà raggiunta tra dicembre 2019 e gennaio 2020 (visibile soprattutto dall’emisfero australe).

Inusuale di certo, ma dopo il sigaro-Oumuamua non particolarmente sorprendente se non fosse per il fatto che l’oggetto che si sta avvicinando a noi è molto più grande del precedente visitatore. A giudicare dalla sua luminosità attuale e dalla sua distanza, infatti, pare che Borisov misuri qualcosa come 10 chilometri (!) contro i 250 metri dell’eso-asteroide che ci aveva già visitato. Dimensioni che ci hanno consentito di avvistare l’oggetto molto prima del suo predecessore quanto era ancora molto lontano dal nostro sole.

Ah, non trascurabile il fatto che Borisov esibisce già una certa chioma, allungata in direzione contraria al sole; il che lo rende la prima eso-cometa mai osservata (e forse mai passata dalle nostre parti). Gli osservatori di mezzo mondo si sono già sintonizzati sulla eso-coda e dalle prime analisi pare sia stato rilevato lo stesso gas che compone gran parte delle “nostre comete”: il cianogeno.

Verosimilmente, la cometa è rimasta inattiva e silente per qualche miliardo di anni ed è stata attivata dal (flebile, per ora) calore del nostro sole iniziando ad emettere gas e polveri tanto da renderla sufficientemente luminosa (attualmente magnitudine 18) da essere scoperta.

Tutti, ancora una volta, con il naso all’insù; veloci che se ne va.

WU

Sirio e l’enigma dei Dogon

Mali, Africa orientale. Da qualche parte nel bel mezzo del nulla, fra polvere e capanne vive il popolo dei Dogon.

Cane Maggiore, sopra le nostre teste nell’immensità cosmica. La costellazione ospita la stella più brillante del cielo notturno: Sirio, ovvero Alfa Canis Majoris.

Fra i due scenari c’è un legame quantomeno insolito, e che ci piace considerare misterioso. Enigmatico.

Partiamo da Sirio. La stella non è una stella, nel senso che non è una sola. Sirio è infatti un sistema stellare multiplo. Di certo è binario e potrebbe esserci in giro anche una terza compagniuccia… anche se la cosa non è mai stata confermata.

Sirio

Sirio è stata dalla notte dei tempi un riferimento nel cielo notturno (…cosa che evidentemente anche i Dogon dovevano apprezzare), ma del fatto che fosse un sistema stellare doppio si è avuto contezza solo nel 1862 quando i telescopi diventarono abbastanza potenti per confermare le supposizioni fatte non più di vent’anni prima circa il moto proprio della stella.

La stella più luminosa del sistema è Sirio A (Senza troppa fantasia) ed attorno ad essa orbita (questa è la parte “nota”, sia chiaro) una nana bianca. Chiamata, indovinate un po’, Sirio B (una stella grossa più o meno come la terra, ma estremamente più densa, pesa infatti circa il 98% del nostro Sole!). La rivoluzione di Sirio B attorno alla primaria ha un periodo di circa 50 anni e la porta ad una distanza fra compresa fra 8,1 e 31,5 UA. Ulteriori osservazioni con telescopi terrestri e spaziali hanno notato ulteriori anomalie nel moto delle due stelle, ma una terza stella a completare il sistema non è stata mai effettivamente osservata.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’osservazione di Sirio e del suo sistema stellare non può prescindere dall’utilizzo del telescopio e dagli sviluppi tecnologici, cosa che evidentemente non rientra fra le priorità nazionali del Mali e men che meno fra quelle dei Dogon.

Eppure i Dogon hanno la paternità di un graffito che rappresenta esattamente Sirio A e la sua compagna Sirio B con tanto di orbita. Ah, ed è vecchio di almeno 400 anni. Tanto per non farci mancare nulla, “pare” che anche loro sostengano la presenza di una terza stella a completare il sistema.

SirioDogon.png

Il tutto è trattato in articoli e libri che hanno poi attribuito ai Dogon (e quanto ci piace…) anche ulteriori, impossibili conoscenze astronomiche. Cose (onestamente ben più vicine e potenzialmente più semplici di osservare anche anzi tempo) tipo i satelliti galileiani o gli anelli di Saturno non sarebbero stati per loro un mistero…

Ci piace credere, mi piace credere (quando la cosa non sfocia in bufale o complottismo). Nel caso specifico, tuttavia, credo che vogliamo vedere quello che cerchiamo (un bias cognitivo, si dice così?) notando qualcosa di “magico” in quello che probabilmente è un graffito qualunque dei Dogon. Al secondo livello di probabilità sono portato a pensare che si tratti di un caso di contaminazione culturale (ci sarà pure un Dogon, su una popolazione di 240.000 anime, che è venuto a contatto con qualche forma di bibliografia scientifica…). E come ultima spiegazione che i Dogon abbiano un fantastico telescopio nascosto nel Mali, chissà, magari fatto di vibranio… No, i contatti passati con civiltà aliene non li prendo neanche in considerazione, sorry.

WU

PS. Visto che ci siamo. Sapete da dove trae origine la parola canicola? Il cane maggiore, e Sirio in particolare, sorgevano ai tempi dei Greci poco prima del sorgere del sole (sorgere eliaco) nella parte più calda dell’estate. I giorni del cane, di un caldo da cani, della canicola.

PPSS. Non so bene il perché, dato che c’entra solo in parte e soprattutto fa riferimento all’emisfero sbagliato, ma ho canticchiato questa canzone per tutto il tempo della stesura del post…

Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

TeieraRussell.png

E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

La donna che parla(va) al cellulare

Mettiamoci in modalità “I want to believe”… e poco importa se i dati dicono il contrario… in fondo “I want!”.

L’immagine sotto è una (delle tante) icone usate per “dimostrare” la possibilità di viaggiare nel tempo. A prescindere dal fatto che sia possibile, che non lo sia, che vi siano problemi fisici, implicazioni etiche, tanta fantascienza, materiale per storie e trasposizioni cinematografiche ed abbondanti bufale, direi che prima di ululare alla scoperta sensazionale due domande vale la pena farcele.

ViaggiatriceTemporale.png

L’immagine è un estratto da un (ripeto, solo uno dei tanti) video in giro in rete in cui si vede chiaramente una donna che parla a cellulare… solo che siamo nel 1938 e di cellulari non si sentirà parlare prima di molte lune.

La conclusione più ovvia (?!?!) è per forza che si tratti di una viaggiatrice nel tempo.

In quegli anni iniziavano si i primi esperimenti su telefoni portatili, ma di certo non a livello di “cellulare” e di certo non alla portata di un’operaia. La cosa che forse colpisce di più di tutta la scena (almeno a me) è la totale naturalezza della telefonista e l’indifferenza della gente che la circonda. Ve lo immaginate se oggi vediamo per strada qualcuno con una spada laser se facciamo finta di nulla?

Inoltre di li a poco sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale e le truppe sul campo sarebbero state ben liete di non dover girare con i pesanti zainoni (servivano almeno due persone, una che trasportava l’apparecchiatura sulle spalle e l’altra che usava il telefono… con filo, rigorosamente) da radiotrasmittente se avessero avuto la possibilità di usare sistemi “wireless”. Anche mettendo da parte il senso logico dello sviluppo tecnologico (non siamo ancora nell’epoca dei dispositivi wireless che funzionano senza fili e che utilizzano onde radio a bassa potenza, radiazioni infrarosse o laser) almeno qualche domanda sul contesto sociale dobbiamo (ovviamente se vogliamo trovare una qualche spiegazione razionale e non… “I want to believe”) pur farcela.

Ma torniamo alla foto. Nel 1930 e dispari esistevano si i “wireless phone” (attenzione, attenzione), ma non con l’accezione che hanno oggi, ahimè. Si trattava infatti di piccole (enormi per gli standard attuali) radioline portatili che venivano avvicinate all’orecchio per ascoltare te trasmissioni radio.

Con questo pezzo del puzzle le deduzioni sono piuttosto semplici, e forse un po’ tristi. In ogni caso, anche se non abbiamo davanti una viaggiatrice pentadimensionale siamo comunque al cospetto di un utente all’avanguardia che utilizza l’ultima tecnologia disponibile all’epoca. Forse non bello come un viaggio nel tempo, ma di certo uno scorcio inusuale di un tempo che non c’è più.

WU

PS. In realtà anche quando ero piccolo io (e di certo non nel 1938) esistevano le radioline in questione, ma non posso dire che se ne facesse largo uso. Si usava si, ma tutto sommato la scena di vedere qualcuno per strada che le ascoltava accanitamente avrebbe destato più scalpore della scena del 1938… a meno di non essere un vecchietto di mezza età con le partite a tutto volume, ovviamente.

PPSS. Mi astengo saggiamente dal mettere qualunque link per non alimentare la diffusione di  credenze di ogni sorta.

Farout

C’è la pantera rosa ed il pianeta rosa 🙂

… ma sono anche certo vi siano pianeti di un’infinità di altri colori e non per questo fanno notizia. Il fatto che Farout sia rosa è comunque un di più, quasi un vezzo, rispetto ad altre due sue fondamentali caratteristiche: non lo conoscevamo fino a poco tempo fa, ma orbita assieme a noi e tutti gli altri pianeti del nostro sistema solare attorno al nostro Sole; ed è lento, estremamente lento.

Farout, nome in codice 2018 VG18, si trova a quasi 18 miliardi di km dal Sole. Una distanza decisamente ragguardevole, tanto per darvi un’idea è 120 volte più distante dal sole della nostra Terra e Plutone (pianeta, oggi pianeta nano, per lungo tempo considerato l’ultimo abitante del nostro sistema solare si trova a “sole” 40 volte la distanza Terra-Sole ed Eris, il pianeta nano che deteneva il precedente record di distanza dal Sole si trova a 96 volte Terra-Sole… Questo rende Farout (almeno fino a prova contraria) l’oggetto più distante mai osservato del nostro sistema solare.

Nenche a dirlo, la sua scoperta è frutto di una sorta di serendipity quando i telescopi scandagliavano gli angoli più remoti del cielo alla ricerca dell’ormai famigerato pianeta nove. Del pianeta oggetto della ricerca nessuna traccia, ancora, ma sulle lenti del telescopio giapponese Subaru si è materializzato un puntino luminoso… e rosa (beh, non è proprio così, ma romanziamo un po’ la scoperta…).

Il diametro di Farout è approssimativamente 500 km (circa un settimo della nostra luna, per darvi un’idea), la sua enorme distanza dal sole lo rende così lento che impiega circa 1000 anni a compiere un’intera rivoluzione ed è… rosa. Appunto. Il colorino rosa è abbastanza tipico di mondi freddi, scuri e ghiacciati, ma non sappiamo ancora molto sulla motivazione di tale colore. E’ molto probabilmente causato dall’effetto dei raggi cosmici sul metano ghiacciato, che abbonda sulla superficie di questi mondi

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2015 TG387 and 2012 VP113 never get close enough to the Solar System’s giant planets, like Neptune and Jupiter, to have significant gravitational interactions with them. This means that these extremely distant objects can be probes of what is happening in the Solar System’s outer reaches. The team doesn’t know 2018 VG18’s orbit very well yet, so they have not been able to determine if it shows signs of being shaped by Planet X.

… che vuol dire, più o meno, che Farout NON è il pianeta nove (Planet X), ma la sola idea che questo oggetto possa esistere ci sta portando ad esplorare angoli remoti del nostro sistema solare che non avevamo mai osservato e le scoperte, Farout in primis, vengon da se.

WU

PS. Farout in inglese significa qualcosa tipo “molto lontano”, ma anche “non convenzionale”. Trovo il nome decisamente calzante dato l’oggetto.

PPSS. E’ lo stesso gruppo di ricerca che aveva, sempre cercando tracce del pianeta nove anche identificato il Goblin …