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Strandbeesten

A dir la verità ero partito con l’idea di sproloquiare un po’ a vanvera sull’arte cinetica. In realtà abbastanza presto mi sono imbattuto in Theo Jansen ed ho cancellato in blocco la bozza di post.

Trattasi di un artista olandese (un binomio effettivamente non comune dai pittori fiamminghi in poi) che si cimenta soprattutto nell’arte cinetica. Appunto. Ma con punte che mi affascinano decisamente. In particolare quando iniziamo a parlare di Strandbeesten.

Per coloro che non lo sapessero l’olandese è quella lingue che prende il peggio dell’inglese e del tedesco per creare un crogiolo inascoltabile ed illeggibile (non me ne vogliano gli olandesi), quindi, senza troppa fantasia il Strandbeesten sta per “animali della spiaggia”.

L’artista è praticamente una specie di ponte fra il mondo dell’ingegneria e quello dell’arte: “i confini tra arte e ingegneria esistono solo nelle nostre menti”.

In pratica è da più di 30 anni che l’Artista si diletta nel mettere assieme tubi di PVC, nastro adesivo, fascette, sensori, pezzi di legno e pallet per dar vita ad enormi scheletri animali e/o insettoni semoventi.

La fonte di energia è il vento (decisamente abbondante sulle coste olandesi dove l’Artista ha il suo laboratorio) e negli anni le creature si sono (ovviamente, ma non naturalmente in questo caso) evolute fino ad avere anche la capacità di immagazzinare energia eolica in bottiglie di aria compressa che poi possono essere usate nei momenti di vento mancante o insufficiente.

Le arto-macchine sono completate da una serie di sensori ed algoritmi di memorizzazione che le rendono anche in grado di imparare dall’ambiente circostante ed indirizzare di conseguenza i propri movimenti.

In origine “le bestie” erano concepite per essere statue statiche da esporre sulla spiaggia, ma poi con gli anni l’Artista (che ha alle sue spalle studi ingegneristici ed esperienze universitarie) le ha egregiamente dotate di capacità deambulatorie.

Il principio base del meccanismo di deambulazione si basa su un insieme di 11 “numeri magici” che determinano la lunghezza di altrettanti segmenti si una “articolazione base” delle macchine. I “muscoli” sono tubi di PVC di diametro diverso che funzionano a mo’ di pistone. Lo “stomaco” è un insieme di bottiglie di plastica che immagazzinano aria compressa per poterla usare in caso di emergenza. Ed il cervello è un piccolo sistema pneumatico che memorizza il numero dei passi da ripetere in una configurazione binaria.

Fantastico, artistico, ignegneristico, mobile e low-cost.

WU

Propulsion principles

During Eighties the modern aerospace principles were set. Before they were still the same defined by the ancient Chinese, since the black powder discovery. All of these principle rely on a single, consolidated, sacrosanct dynamic law: the reactive force..

Based on these principle we arrived, somehow to atmospheric supersonic propulsion and satellites send here and there in our solar system (and beyond).

Still during Eighties, the Russian engineer Tsiolkowsky (which, by the way was the same to define the propulsion principles actually allowing us to fly still today) defined the 15 steps required for the “cosmonaut development program”:

  • Arranged rocket for flight training on it.
  • Subsequent aircraft wings are reduced, speed increase.
  • Penetrate very close atmosphere.
  • Flights above the atmosphere and low-gravity planning.
  • Create satellites that return to Earth after the flight.
  • Satellites are settled around the Earth, but can come back to Earth.
  • Provide breathing and feeding cosmonauts by plants.
  • Landing modules, satellites for broadcasting and connection.
  • Widely used greenhouses to ensure the independence of man from the Earth.
  • Arranging of extensive settlements around the Earth.
  • Use solar energy, not only for a comfortable life, but also to move through the solar system (Solar sails).
  • Founded the colony in the asteroid belt and other places of the solar system.
  • Develop and expand the number of space colonies.
  • The population of the Solar system is multiplied. Settling around the Milky Way starts.
  • Sun is cooling down. Mankind is removed to other Suns.

As usual below my humble, free and lovely useless comments:

  • Done. The concept of flight training is now a sort of video gaming…
  • Done. Two or more wings planes are not common any more and supersonic planes have relatively reduced wings
  • Done. Almost at any altitude and also with or without planes…
  • Done. Should I mention any manned low Earth orbit mission?
  • Done. Should I mention the space shuttle?
  • Done. Should I mention the MIR, Space Station or the Tiangong?
  • Almost done. We are working on it. Astronauts do not yet eat plants, but they cultivated them in space.
  • Done. Done. Done. Extensively.
  • Not done. Actually from now our achievements did’t reach yet the Tsiolkowsky’s targets. We are still far from reaching any of the following points and even working on them, with our current propulsion principles knowledge, it seems unrealistic to target all of them.

Let’s say that we have rather good chances of setting up space colonies and use solar sails, but I’m rather skeptical that we have any other option (at the moment?) than staying around our Sun. The last two points, in particular, do not seem to me (only?) actually feasible within a human being lifetime (… unless we reach such evolution stages).

I can not avoid, however, to note how accurate the Tsiolkowsky predictions were until today (I’m talking about someone which was able to tell these stuffs in a century when noting man-made wasn’t moving above our heads), thus I should at least assume that he can not be completely wrong regarding what will happen in future.

This is the only reason motivating me to leave a glimmer in believing in propulsion systems other than action-reaction (here I should list a rather long list of potential/Iwanttobelieve/flyingsaucer/bullshit/semi-bullshit ideas and technologies).

WU

Less is more

Ovviamente (… voglio solo continuare a sperarlo) Dilbert (qui) non mi spia. Ma ci prende benissimo. Sia per esperienze indirette sia, ahimè, per quelle più dirette.

Dilbert190617.png

Mi trovo nella incresciosa situazione di dover giustificare delle situazioni che io stesso trovo assolutamente ingiustificabili. E (ahimè, l’ho già detto?) l’unica azione che vedo attorno a me è … facciamo una riunione. Chiama una riunione. Manda un invito. E simili.

Come se il mondo (ed il lavoro) funzionassero in base alle ore ed ore ed ore di riunione. Un esempio a caso (del rapporto inutilità/tempo speso): un’ora di riunione alla quale partecipano quattro persone è mezza giornata lavorativa (e mi sono mantenuto veramente basso). Si arrivasse almeno a qualcosa…

Ok, questo è comunque lo stato delle cose. Spesso alle riunioni non si partecipa in maniera assolutamente proattiva. Non dico di arrivare già con qualche proposta, idea, ma almeno aver letto i documenti… Ci sono, poi, dei riunionisti professionali, che sono in gradi di partecipare a riunioni a raffica dicendo tre sillabe ciascuna che danno agli altri l’idea di aver capito almeno di cosa si parla e che servono, invece, solo a creare un poi’ di rumore sufficiente a far proseguire la riunione di qualche ora…

Ok, comunque, riunioni a parte, il metodo lavorativo spesso ha tante, troppe pecche e ci si trova in quelle incresciose situazioni che sono assolutamente incomprensibili ed ingiustificabili (appunto…). Per primo a chi le vive da vicino, figuriamoci a terzi (clienti, men che meno). Praticamente siamo al paradosso dei paradossi: statevi fermi, che è meglio.

Ma no, dai… recovery actions (tipo panacea di tutti i mali) che è poi un modo per dire: sei in ritardo (un esempio a caso di una tipica situazione incresciosa da dover giustificare)? Penalizziamo il prodotto da un punto di di vista di costi e qualità e si risolve tutto. Ovvero, straordinari, doppi turni, e simili (ci sono anche soluzione decisamente meno professionali che forse conosciamo bene tutti, ma che voglio evitare di scrivere esplicitamente…).

La soluzione sarebbe, invece, una sola: statevi fermi! Non siamo capaci. Mandiamo l’oggetto fuori. Ci rimettiamo, ma almeno sappiamo di che morte morire. Less in more. Appunto.

WU

Synlight per tutti

Alla follia umana non c’è mai fine, e la definizione di follia è tanto aleatoria quando la nostra voglia di farla finire. In altre parole: sognare, anche follemente, ci spinge oltre; magari non dove volevamo arrivare, ma un po’ più in la di dove ci eravamo piantati.

A parte questa (dovuta) divagazione, una delle cose che ci spinge, almeno come ricerca (poi all’atto pratico… decisamente meno) a pensare e provare soluzioni incredibili/folli/innovative è l’ecologia. Ci accorgiamo sempre che stiamo facendo casino e spesso per cercare di limitare i danni… fantastichiamo (non sia mai a mettere la parola basta a certe pratiche, anzi, paventiamo anche il ritorno al carbone…).

Ad ogni modo (e se la smettessi di divagare sarebbe tutto più semplice, breve e lineare), vicino Colonia, nelle verde Germania, un gruppo di ricercatori (alle cui spalle si scorge chiara la sagoma, ed i fondi del DLR) si è messa in testa una cosa decisamente originale/folle.

Facciamoci un sole tutto nostro così produciamo Idrogeno… green. Eh?!
Praticamente stanno mettendo su un mega riflettore (la più potente fonte luminosa al mondo) con lo scopo (beh, se è il solo quasi mi deludono) di produrre carburanti eco-friendly.

Il sole naturale (come se ne esistesse già uno artificiale) emette ad una lunghezza d’onda ben specifica. Di solito nei laboratori tale lunghezza d’onda viene riprodotta con simulatori solari basati su lampade allo Xenon. Ed anche in questo caso i ricercatori stanno creando un gigantesco padellone composto da 149 fari allo Xenon da 7kW ciascuno in grado di emettere la stessa radiazione di 10.000 soli quando tutti i fari sono ruotati (e qui un’altro degli aspetti interessanti dell’accrocchio) in modo da convogliare tutta la loro energia in un’unico punto. Ogni faro ha il wattaggio di circa 4.000 lampadine tradizionali… mica poco.

Synlight.png

Così facendo, a parte abbronzarsi/abbrustolirsi/incenerirsi si riescono a raggiungere temperature localmente anche dell’ordine degli 3500 °C; ed inoltre tale radiazione è anche stabile e costante, qualità non da poco. Abbastanza per provare ad estrarre idrogeno dall’acqua. Ma evidentemente con tutta questa energia si può pensare a tanto altro (e.g. turbine, vapore, forni, etc.).

Il dubbio che mi viene (e non è poi così difficile pensandoci) è: ma da qualche parte dobbiamo prendere tutta l’energia che serve per accendere il lampione (in quattro ore di attività Sylight consuma la stessa quantità di energia elettrica che una famiglia media utilizza in un anno intero), no? Ovviamente la ricerca è al momento volta nell’incremento dell’efficienza delle lampade e di tutta la struttura e di certo si può far affidamento su fonti energetiche che siano green a loro volta, ma … il Sole (quello vero) rimane una centrale nucleare che noi non siamo ancora in grado di replicare.

WU (incuriosito)

PS. Altri punti di domanda che mi sorgono, forse leggermente (ma pochissimo, dai) più tecnici:
– le lampade in questione devono scaldare parecchio; il sistema va sicuramente raffreddato… e molto bene. Altra energia/inquinamento?

– L’idrogeno è molto volatile, abbiamo già un’idea di come immagazzinarlo “al volo” dopo averlo scisso dall’ossigeno (a sua volta riutilizzabile) dell’acqua?

Finito?

Ecco qui un’altra chicca imperdibile firmata S. Adams.

Dilbert130317.png

Praticamente il sunto di molte mie (e di certo non solo) giornate lavorative. Se chiedi le cose (perché farle da se presuppone capacità di cui non siamo sempre dotati che spesso mal celiamo con la parola “tempo”) troppo poco significa che non ci tieni. Se sei troppo assillante distrai “la risorsa” (tipo “la pedina”) dal suo compito.

La via di mezzo non esiste, ma esistono ore ed ore di riunioni inutili e “passerelle” di mail (in cui ovviamente il boss è in CC) per dimostrare che hai fatto il tuo (e come mi piacerebbe imbracciare l’arma quando leggo quegli incipit “come appena discusso a voce con pinco pallo” oppure “URGENTE” nell’oggetto della mail). Tanto basta fissare una deadline (mica la volevate chiamare scadenza, vero?) per essere sicuri di non rispettarla. L’urgenza (di rado la priorità) si misura con la pressione (di rado con l’interessamento, a tutti i livello).

La verità (sempre e comunque secondo questo fesso) è che non si lavora più (ok, ok, se volete essere ottimisti, si lavora molto meno) con entusiasmo e piacere, ma quasi esclusivamente per dovere. L’esito, triste, può essere uno solo: ne parliamo tra una settimana.

WU

PS. Ora inizio seriamente a pensare che Dilbert mi spii…

Juno: valvole ed orbite

Nel Luglio dello scorso anno (2016) è stato annunciato in pompa magna l’arrivo di Juno (la missione, non il film) in orbita attorno a Giove. Ed effettivamente era un momento storico per la missione (si, si, anche per la razza umana…).

Il passo successivo doveva essere quello di avvicinarsi al pianeta per fare foto che più belle non si può (ci fate il poster o le usate per fare studi scientifici a seconda della vostra inclinazione personale).

Ovvero si trattava di spostarsi dall’orbita di arrivo (che compie un giro attorno al pianeta in circa due mesi) su un’orbita di lavoro (che compie un giro in due settimane). Su tale orbita la missione avrebbe dovuto osservare Giove per circa 20 mesi fino al Febbraio 2018 per poi bruciarsi nell’atmosfera del pianeta.

Condizionale.

In realtà è stato diagnosticato (cosa già di per sé un po’ più complessa dello scoprire che i topi vi hanno rosicchiato il cavo dell’antenna) un malfunzionamento di un paio di valvole di elio che servono durante lo sparo dei motori principali della sonda. Malfunzionamento, non rottura.

Infatti per molti mesi il dubbio è stato: rischiare di accendere i motori per portarci sull’orbita obiettivo oppure accontentarsi di un periodo di circa 53 giorni invece che 14? Beh, se avesse fatto anche voi un viaggio di 5 anni per arrivare VICINO alla vostra destinazione ci pensereste bene prima di rischiare di mandare tutto all’aria, spostandovi, magari, su un’orbita ancora peggiore.

Diciamo che è un po’ una scelta di vita, ma io avrei fatto lo stesso.

Juno.png

Qualche giorno fa, infatti, la NASA ha annunciato che Juno rimarrà semplicemente nella sua attuale orbita. Ad ogni modo, la missione promette bene. Già le prime foto, scattate 8 volte più vicino alla superficie del pianeta rispetto alle precedenti missioni, hanno fatto il giro del mondo ed in più con un “reindirizzamento scientifico della missione” è possibile anche trarre qualche beneficio da questa situazione. La nuova orbita offre (anche se non si può dire che sia stata una cosa cercata…) condizioni migliori per lo studio della magnetosfera del pianeta ed inoltre essendo ad una quota maggiore riceve anche minori radiazioni il che può (se tutto va bene 😀 ) anche consentire un’estensione della missione oltre i 20 mesi previsti.

Non tutto è perduto. Anzi…

WU

PS. Mi affascina particolarmente pensare a come una missione come questa (non proprio una cosa amatoriale per intenderci) sia sostanzialmente legata a due valvoline di pochi cm che non ci incastrano nulla con la meccanica orbitale. E come milioni e milioni di dollaroni siano CIRCA dove avremmo voluto e noi da qui non possiamo fare assolutamente nulla per far fare alla sonda gli ultimi km del suo viaggio.

Accontentiamoci di guardare ed accettiamo il risultato raggiunto.

Energia a pavimento

Questa è un’idea che mi piace.

Perché affronta un problema ben noto (non credo che la vera innovazione sia nella ricerca di necessità esotiche) dalla prospettiva giusta. Certo, “giusta” ha molti significati.
Ma se stiamo parlando di energie più-che-alternative e di sostenibilità, dal mio punto di vista “giusta” significa solo una cosa: economica.

Si, siamo subissati da valanghe di idee, metodi, strumenti, materiali e via dicendo che possono (non parlo di fanta-fisica, ma di tutta roba verificata e provata in laboratorio) produrre energia praticamente da ogni cosa: dalle vibrazioni al limone, per intenderci. Ma quando andiamo a provare di pensare di estendere (si, ci volevano tutti e tre i verbi) l’idea su larga scala, quando pensiamo di industrializzarla, allora ci accorgiamo che i benefici non sono poi tutti quelli attesi, che i costi sono non trascurabili, che lo smaltimento è pressoché impossibile e via dicendo. Morale della favola: bellissime idee per la sostenibilità da laboratorio.

Ma con la pasta di legno (già peraltro candidata ad essere fonte di biocarburanti) la cosa è diversa. Scarto della lavorazione del legno è abbondante, già disponibile, economica e con una proprietà interessante.

Secondo gli studi dell’Università di Wisconsin-Madison, infatti, trattando chimicamente le nanofibre di cellulosa che la compongono si ottiene un materiale che quando a contatto con nanofibre non trattate è in grado di produrre elettricità. Non tanta, certo, ma significa avere a casa un bel parquet e camminarci sopra per caricare il cellulare o accendere l’abat-jour.

Decisamente bello, così ora il pavimento può essere complemento di arredo, mezzo di riscaldamento e produttore di energia. Non male. Solo quel “trattate chimicamente” va capito un po’ meglio…

WU