Tieni le mani a posto! Grazie al ciondolo

Questa la metterei sul podio delle idee inutili-interessanti-affascinanti-chenon comprereimai-machemifannoinvidiaperlalorosemplicegenialità.

Siamo nell’epoca del Codid-19, in particolare nella fase in cui ci siamo rassegnati a convivere con un virus invisibile ed onnipresente con la fobia (spesso fondata in effetti) che qualunque cosa facciamo, o chiunque vediamo possa essere un tramite di diffusione del contagio.

Siamo diventati (e, ripeto, in questo momento è in fondo un bene) lavatori di mani seriati, consumatori compulsivi di gel disinfettanti e fashion-face-mask-addicted (su quest’ultimo aspetto magari lo fossimo di più…).

Ciononostante abbiamo una serie di automatismi, abitudini, gesti inconsapevoli, che ci espongono comunque al rischio di contagio anche se riepttiamo alla lettera tutti i dettami “anti Covid-19” (soprattutto partendo dal presupposto che qualcun altro non li ha rispettati). Uno di questi, anzi, forse il principale è che siamo portati a toccarci il viso, gli occhi, la bocca, il naso in maniera convulsiva.

Nel tempo che state leggendo ed io scrivendo probabilmente vi/ci siete/siamo toccati una parte del viso almeno una volta. Dal mangiarci le unghie, grattarci il nasco, strofinarci gli occhi, aggiustarci gli occhiali, rovistare nella barba, o quello che vi pare ci stiamo scoprendo calamitati dalle parti del nostro viso in maniera incontrollabile, quasi maniacale.

Non è una novità (questo studio del 2015, ad esempio, parla di circa 23 volte all’ora come media in cui portiamo le mani al nostro volto!), ma in epoca Covid-19 è un problema. Ed ogni “pensiero trasversale” dato un problema (e consapevolizzato) propone una soluzione. Che ne caso specifico è di una semplicità disarmante… anzi è tutto un progetto aperto per cui con pochi euro ciascuno di noi può realizzare il suo personalissimo “collare anti compulsione del volto”.

L’idea –PULSE– è stata partorita dai ricercatori del Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena e si condensa in un (discutibilmente estetico) ciondolino da appendere al collo. Il tecnologico amuleto contiene un sensore di prossimità a infrarossi che avverte l’avvicinarsi delle mani al volto (indipendentemente dalla destinazione finale). Il sensore attiva un mico-motore che fa vibrare il ciondolo (lo stesso della vibrazione del nostro cellulare) che ci ricorda di stare fermi. Un led di avviso ed una batteria a bottone da 3V completano il tutto.

Il ciondolo è pertanto non in vendita, ma il progetto di PULSE, gli schemi di montaggio ed istruzioni dettagliate sono stati pubblicati su Github; il costo dei componenti reperibili in rete è di pochi euro. Per i più stilosi anche il case è personalizzabile, quello “base” è un semplicissimo file step da far produrre a chi vi pare.

In pratica, dato che da soli vanifichiamo inconsciamente tante delle accortezze che invece consciamente -e faticosamente- prendiamo per combattere il “nostro nuovo amico”, questo genere di semplici ideuzze ci aiutano ad abbandonare vecchie, vecchissime abitudine dure a morire. Chissà quando poi ci abitueremo anche ad avere il “ciondolo che vibra” cos’altro dovremo inventarci per ricordarci di stare fermi e composti (praticamente quello che ci dicevano gli anziani da bambini… o ancor oggi).

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altra idea qua… certamente pensata per altri scopi, ma di simile implementazione.

Il lavoro che viviamo

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Mi sa mi ci ero già impuntato qui, ma la verità che questo Dilbert colpisce, IMHO, ancora una volta nel segno della condizione in cui siamo… almeno rispetto al concetto di Smart Working (anzi, non per fare il sofista, ma meglio definito come Home Working). I tempi che viviamo.

Molti, moltissimi, dei “boss” ancora non si capacitano che il cambiamento epocale che stiamo vivendo li costringe a non “valutarci” (la parola è impropria, potrebbe essere “giudicarci” potrebbe essere “legare i propri incentivi di produzione” o quello che vi pare…) sulla base di un cartellino, ma in base ai risultati.

Potremmo disquisire per ore (se di interesse) circa i vantaggi e gli svantaggi, i pro ed i contro del “remote working”. Ci sono ovviamente i sostenitori ed i delatori, ma il punto è che mentre finora era una remota possibilità da accordare in rari casi (se pure…) oggi è uno strumento con il quale siamo (sia il lavoratore che il datore di lavoro) obbligati a confrontarci. Ed il tempo datoci per farci un’opinione è poco.

Attenzione che non sto dicendo “concediamolo a tutti” e neanche “smart working e basta”, sto piuttosto focalizzando l’attenzione sul fatto che mentre finora eravamo tutti “ad orario” ora dobbiamo essere tutti “a risultato”. E sono anche dell’idea che la libertà si può anche arrischiare di concederla in anticipo, ma di certo non si concede una seconda volta.

Io dissentirei già dai “frequent status reports” (o lavoro a faccio il report del lavoro), figuriamoci da app per tracciamento o per monitoraggio delle attività. Forse la body camera sarebbe il male minore.

WU

PS. Non che l’abbia vissuto in maniera così diretta, ma mi viene in mente che quando internet iniziò a diffondersi in maniera massiccia nel mondo del lavoro le strutture abbiano dovuto adeguarsi abbastanza velocemente… e vediamo oggi dove siamo arrivati.

Eco-City 2020: bella si, ma no (ancora) grazie

La Siberia non è certo nota per due cose: clima mite ed alta densità abitativa. Mentre è ben più famosa per le sue risorse naturale, a cominciare da quelle minerarie. Si trova qui, infatti, la miniera a cielo aperto di Mir.

Tale luogo è una specie di spettro del nostro presente. La miniera non è più in uso (dal 2001) ed è la seconda miniera a cielo aperto più grande del mondo (il primato pare essere di una cava di rame nello Utah). Il tutto circondato da centinaia km quadrati di puro nulla e con temperature che scendono fino a 25 gradi sotto zero.

La miniera, tuttavia, dava un tempo lavoro a centinaia di minatori i quali avevano fondato piccoli villaggi nei dintorni del “grande buco”. Villaggi poi pian piano abbandonati dopo la dismissione dell’impianto. Oggi i villaggi sono non più piccoli, ma piccolissimi… anche se non completamente abbandonati. E la miniera è praticamente proprietà del governo russo (in realtà della società Alrosa che operava l’estrazione dei diamanti, controllata dal governo ed oggi in fase di privatizzazione -con tutti i suoi bei debiti, immagino-).

Ora, cosa ci fareste voi con un posto del genere? Beh, certamente una città. Una città sottoterra, che si spinge fino alle viscere della terra, per qualcosa come 100.000 abitanti, al centro del nulla nella Siberia sterminata. Ecco a voi il progetto Eco-City 2020. Diciamo subito che siamo ancora a livello di concept e non è chiaro se l’idea vedrà mai la luce (anche se in questo caso suona un po’ strana come parola).

La città è pensata per svilupparsi in verticale, seguendo il profilo “a cono rovesciato” della cava: circa 525 metri di profondità ed un diametro di 1200 m!. Il progetto prevede tre “macro-livelli” seguendo appunto l’attuale morfologia della cava con una serie di terrazzamenti intermedi. Per risolvere il problema della luce e del freddo la città sarà (ovviamente) ricoperta da una immensa cupola di vetro. Questa farà filtrare la luce, manterrà una temperatura vivibile al suo interno e, ricoperta da pannelli fotovoltaici, provvederà anche a fornire energia a tutta la città.

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Diciamo che in linea di principio sarebbe anche un’idea che mi potrebbe stuzzicare… magari su un qualche altro pianeta o distopico futuro. Investirei, finché siamo in tempo, nel rendere vivibili le città che già abbiamo (e magari sanare queste profonde “cicatrici” che lasciamo sulla terra) piuttosto che “portarci avanti con il lavoro” per vedere come possiamo organizzare i nostri futuri formicai.

WU

PS. L’idea non è nuova (in rete ho trovato i primi cenni risalenti al 2010), ma credo che nel nome vi sia la data che avevano in mente per il varo… o per la decisione se procedere o meno. Chissà che futuro si aspettavano, tipo con una pandemia in corso?

Nonsense random decisions

Con la solita arguzia ed ironia questo Dilbert è veramente un capolavoro. Avrei tonnellate di facce da sovrapporre a quelle dei tre personaggi (beh, si, in base alle situazioni compresa la mia, ovviamente).

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Intanto la triade (che mi ricorda quelle barzellette del genere “c’è un italiano, un tedesco ed un francese…”) dell’ingegnere, il markettaro ed il boss random-decisionale. Poi la cinica franchezza di Dilbert nel presentare candidamente che per dirimere la questione sono andati da chi “non ci acchiappa ne di ingegneria ne di marketing” (e che quindi a buon diritto è il responsabile di entrambi) ed infine la ciliegina “I don’t see how that helps” riferito alla richiesta di spiegare meglio la situazione… cosa che in effetti sottoscrivo essere l’apoteosi del tempo perso.

Se due (o più) risorse si sono interfacciate, hanno approfondito (credo si dica lavorato), si sono spese su una questione, prima di portarla “dinanzi ai superiori” è ovvio che la decisione di questi ultimi non può essere presa su due piedi. Spesso (molto spesso!) bisogna scendere nei dettagli, bisogna sporcarsi le mani e non solo far valere “un ruolo”. Ovviamente spesso (molto spesso!) ciò non viene fatto e si pretende di dire A o B solo in base “all’esperienza” al “ruolo” o “al tempo”… praticamente come lanciare una monetina.

Ah, uno dei motivi per cui si arriva a queste situazioni di stallo, “indecidibili” è proprio che spesso NON esiste una decisione giusta ed una sbagliata, ma una strada da percorrere che va (beh, andrebbe) decisa assieme e non gerarchicamente.

Passando in rassegna mentale le varie “risposte a caso” (per essere educati) che sono riuscito a ripescare nella mia mente mi sono abbandonato a “ricerche a caso” in rete, ma proprio nel senso di “random”… e sono inciampato in questo fantastico sito che ho prontamente messo fra i preferiti dato che sostituirà decine di risposte “del boss” semplicemente premendo un tasto (e puoi anche scegliere la monetina da “flippare”!). Ok, ok, se proprio vogliamo dare una ulteriore parvenza di legittimare il ruolo di alcuni, lo posso sempre usare per conferma, no?!

WU

Reportistica di alto livello

Siamo, un po’ tutti (o almeno quelli più fortunati, checchè se ne dica) nell’epoca dello smartworking. Credo voglia dire lavorare in maniera snella, intelligente, efficace. Ed in parte forse è vero, ma in parte il periodo impone estenuanti sessioni di telefonate/videocall per fare le stesse cose che “in tempi non sospetti” si sarebbero fatte alla macchinetta del caffè o con un passaggio alla scrivania giusta.

Non mi manca il lavoro da ufficio (anzi…), intendiamoci, ma credo che per essere effettivamente “smart” in questo periodo sia necessario abbandonare un po’ di vecchie abitudini. La prima fra tutte, IMHO, quella di divagare: se ti chiamo per una cosa dobbiamo parlare solo di quella altrimenti il discorso diverge. Poi ci metti che i sistemi informatici non sono sempre di supporto. E poi ci aggiungi che non siamo coadiuvati dalla comunicazione non verbale (aspetto troppo spesso sottovalutato). E poi ci metti che siamo tutti iperconessi e mentre faccio la videocall con te chatto con altre quatto persone e gioco con il cellulare. E poi ci aggiungi che la concentrazione calava fisiologicamente in ufficio, figuriamoci a casa di venerdì santo… ed ecco che non ce la farò mai a farti “un report” (minuta? sunto? chiamatelo come vi pare) degno di questo nome.

Ammesso che questo “report” serva veramente poi. Se andiamo al cuore dei problemi, delle questioni, se (mai con in questo periodo) chi deve prendere le decisioni le prendesse effettivamente “il report” sarebbe una decina di righe, la durata delle “call” sarebbe drasticamente ridotta ed effettivamente il lavoro sarebbe catalogabile come “smart”.

Io lo dico così. Dilbert, qui, lo dice in maniera leggermente diversa, più generale, non legata allo “smartworking” (credo), ma con una dose di realismo agghiacciante.

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WU (auguri)

PS. Certo, a meno che la durata di una riunione non voglia essere per qualcuno un indice di efficienza (anche in questo periodo) e quindi reputare “smart” semplicemente le cose “boring” e “confusing”. Impastando inglesismi come nella “call” a cui ho appena finito di partecipare.

Platinum Level Promotions – warning!

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma evidentemente non grandi paghe (e d’altra parte ad un supereroe a che servono…).

Il datore di lavoro che non trova dipendenti (spesso per motivi economici, ma questo le notizione spesso lo omettono), head hunter che offre mansioni “di rilevo” (spesso con paghe minori dell’impiego attuale), il responsabile che cerca un malcapitato a cui assegnare una “promozione” (salvo poi verificare nei dettagli che si tratta solo di extra lavoro) sono esempi che ogni dipendente ha vissuto sulla pua pelle di come toccare il discorso dell’inquadramento economico in una azienda è ancora (ahimè) un taboo.

Non lavoriamo (in teoria) solo per soldi, ma sono questi di certo una parte del lavoro. Non continuiamo ad illuderci (ed eventualmente illudere chi di competenza) che siamo degli stacanovisti dediti all’azienda in cambio di nulla. Un progresso di carriera, di mansioni, di responsabilità (o anche semplicemente uno straordinario o un extra-lavoro) sono si fattibili, ma non sistematicamente in maniera gratuita.

Mi ricordano un po’ quelle offerte da supermercato: “prendi due mansioni al prezzo di una”, “nove ore al prezzo di otto” oppure (tanto la direzione è quella…) facciamo direttamente “due dipendenti al prezzo di uno”?

Sentire una cosa propria da certamente una dedizione diversa alla mansione specifica ed anche una “percezione alterata” degli aspetti economici; non è un caso se, almeno agli inizi, i “CEO delle start-up” abbiano remunerazioni miserrime. Ma sono ovviamente sacrifici limitati nel tempo che sono un po’ il seminare per raccogliere risultati in prospettiva. La stessa cosa è, sempre teoricamente (almeno in Italia…), fattibile anche per i dipendenti delle aziende… ma gli incentivi, per far sentire in questo caso il dipendente parte della macchina aziendale, passano anche (inutile e deleterio da nascondere) dagli aspetti economici.

Quante insidie si nascondo oggi sotto la parola “promozione”. Facciamo attenzione, tutti, quando la sentiamo e quando la diciamo.

WU

PS. Il tutto, ovviamente, scatenato da questo notevole Dilbert di qualche giorno fa. Anzi, in relazione alla striscia mi viene da chiedermi se i “platinum level engineers” esistano veramente o siano della categoria degli invisibili unicorni rosa

Il Noviplano Caproni

Già a dirlo suona difficile (spesso sinonimo, più in ambito ingegneristico che matematico, di fallimentare).

Erano gli anni 20 e l’italianissimo Caproni costruiva già aerei. Ne aveva fatti di svariati modelli, grandi bombardieri plurimotori tutti più o meno riusciti, prima di innamorarsi di un’idea (è questa la parte che preferisco). C’è anche da dire che essendosi appena conclusa la Prima Guerra gli introiti derivanti dalla vendita dei bombardieri erano certamente in flessione e Caproni doveva reinventarsi nuovi business…

Lo scopo di Caproni era costruire il primo “areo passeggeri di massa“: 100 persone da trasportare da un lato all’altro dell’oceano Atlantico. Impresa non da poco per quei tempi.

Il primo problema era che l’aereo doveva essere in grado di sostenere un carico importante (sia in termini di massa che di vite umane che vuol dire sicurezza…) e due sole ali erano evidentemente insufficienti. Era l’epoca dei biplani ed al limite dei quadriplani, ma Caproni si sentiva abbastanza confidente da spingersi oltre: il noviplano.

Il Caproni Ca.60 aveva tre gruppi di tre ali distribuite lungo la lunghezza della fusoliera ed otto motori (Liberty L-12 da 400 cavalli ciascuno) a propellere un bestione grande, grosso ed ingombrante. Il Ca.60 era un idrovolante che poteva solo atterrare e decollare dall’acqua (e dove altrimenti si sarebbe trovata una pista in grado di ospitarlo…). La fusoliera stessa, appesa sotto le cellule di ali, era galleggiante ed era stabilizzata da due ulteriori galleggianti posti sotto le ali centrali. L’apertura alare di ciascuna delle nove ali era di 30,00 metri, la fusoliera era lunga 23,45 metri ed il CA.60 era alto la bellezza di 9,15 metri (un palazzo di tre piani!).

NovipalnoCaproni

La storia dei voli del noviplani Caproni non è esattamente una storia di successo. L’aereo volò solamente due volte (12 febbraio e il 4 marzo del 1921) e non riuscì mai a lasciare il paese. Durante il suo secondo volo decollò dal Lago Maggiore dopo solo 18 metri in volo precipitò in acqua. Ah, per aggiungere il danno alla beffa, mentre i resti del noviplano venivano portati a riva un bel incendio li distrusse definitivamente (i pochi frammenti sopravvissuti sono conservati presso il museo Caproni a Trento).

Brutto era brutto, non c’è che dire; ma lo definirei assolutamente originale. Non per forza funzionale. Un esperimento che valeva la pena fare.

WU

K-329 Belgorod Progetto 09852

Sembra uscito direttamente da un film di spionaggio futuristico. Invece è stato varato solo qualche mese fa (Aprile 2019, per l’esattezza) a testimoniare che il futuro è adesso. Ah, stiamo parlando di uno degli equipaggiamenti in dotazione alla marina Russa, ovviamente.

Stiamo parlando di un sottomarino della classe Oscar II, Progetto 949 A. Praticamente uno di quei sottomarini, che girano nei nostri oceani da metà degli anni ottanta, a propulsione nucleare. Si tratta di sottomarini “estremi” concepiti con lo specifico scopo di… abbattere portaerei.

Il Belgorod misura 178 metri per 18 (misure che gli assegnano il palmare del più grande sottomarino mai costruito), si spinge fino a 600 metri di profondità e raggiunge la bellezza di trentasette miglia l’ora. Il Belgorod ha però una caratteristica che lo rende effettivamente un pioniere: è equipaggiato con sei/otto testate termonucleari… oltre tutta la dotazione standard” per questo genere di oggetti (tipo droni, siluri antinave e piccoli sommergibili).

Lo scafo interno dei sottomarini classe Oscar II Progetto 949A è diviso in dieci scomparti, sono armati con 24 missili antinave lunghi dieci metri e pesanti otto tonnellate che si abbattono sull’obiettivo a circa Mach 2.5 (!). Sono alimentai da due reattori nucleari da circa 190 MW ciascuno collegati, tramite due turbine a vapore, a due eliche enormi e silenziose.

Belgorod.png

A Severodvinsk, dove è stato varato il Belgorod, i sottomarini Oscar II hanno visto la loro evoluzione. Ovviamente le specifiche tecniche del sottomarino sono super segrete e la sua missione ufficiale è quella di svolgere attività di attacco e ricerca scientifica di profondità senza equipaggio a bordo (per quel che ne so potevano dire la qualunque). Attività scientifica di profondità: come ad esempio trasportare e ad installare sul fondo del mare dei micro reattori nucleari per alimentare il sistema di sensori sottomarini HARMONY; una rete sonar che i russi intendono dispiegare nelle acque artiche. Tranquillizzante.

Il Belgorod potrebbe servire da nave madre subacquea per sottomarini con e senza equipaggio, anche di notevoli dimensioni; una specie di porto sicuro nelle profondità dell’oceano. Il Belgorod ha infatti una sezione centrale modificata con una baia di aggancio in cui questi sottomarini “parassiti” si agganciano.

Il Belgorod è equipaggiato con siluri della classe Poseidon, a propulsione nucleare, capace di trasportare una testata atomica (se volete dettagli “per la distruzione e la contaminazione di aree portuali”).

Mi fa un po’ specie pensare che un bestione del genere (si, per i più catastrofisti potrebbe essere sufficiente a scatenare una guerra nucleare) se ne sta acquattato nelle profondità buie e silenziose quando mi incanto a guardare il mare; non vado oltre la superficie o poco più e si sa che i pericoli sono nascosti in fondo in fondo alle cose.

WU

L’aereo letale del medico sognatore

E’ uno di quei giudizi tipicamente difficili da dare e quando vengono appioppati mi lasciano sempre la sensazione che siano frutto di una qualche posizione dello scrivente, ma il Christmas Bullet è probabilmente il peggior aereo mai realizzato (anche se, come ci è ben noto, al peggio non c’è mai fine…).

Era il 1918 quando William W. Christmas diede alla luce il suo “Bullet”. Prima di addentrarci un po’ di più sull’architettura dell’aereo facciamo un piccolo excursus sul suo inventore. Innanzitutto va detto che William era un… medico e non aveva alcuna competenza ne diretta ne indiretta nella progettazione di aeroplani. Era evidentemente un personaggio abbastanza visionario e carismatico da inseguire e realizzare (beh, diciamo almeno in parte) il suo sogno e già questo fa, IMHO, di lui una persona degna di nota.

William iniziò a dedicarsi alla progettazione di aeroplani agli inizi del 1900 e dichiarò di averne progettati già due modelli prima del bullet. Entrambi pare andarono persi in un qualche incidente (non meglio definito… inquietante) e di entrambi non vi sono tracce scritte o testimonianze storiche a parte le dichiarazioni del loro inventore.

Nonostante questa aurea (come dire… “di non completa affidabilità del soggetto”), William riuscì a convincere i fratelli McCorey a finanziarlo e la compagnia Continental Aircraft Company a supportare il suo progetto del Bullet (il capo ingegnere della compagnia, Vincent Brunelli -nome che tradisce inquietanti origini italiane- aiutò Christmas nel suo progetto limitandosi, però, al disegno della fusoliera).

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Il Christmas Bullet era un monoposto completamente in legno, sia nella struttura che nel rivestimento (in un’epoca in cui i rivestimenti erano in tela) per “migliorare le prestazioni aerodinamiche”… tesi ovviamente mai dimostrata dal dottore e mai confermata a posteriori…

Il monoposto montava un motore Liberty L-6 (sei cilindri) che il dottore aveva ricevuto in prestito dalla US Army per… eseguire test a terra…

Il palmare del peggior aereo mai costruito, tuttavia, spetta al Bullet sostanzialmente per la completa assenza di cavi e tiranti che rinforzassero le due ali (la controventatura delle ali, in gergo). Le due ali erano praticamente attaccate solo alla base alla fusoliera (in alto, pergiunta). La caratteristica non era un “errore progettuale” ma una vera e propria “scelta tecnica” del medico che voleva che le ali del Bullet potessero flettersi in volo… proprio come quelle degli uccelli… (le ali di spostavano verso l’alto di circa mezzo metro durante il volo !).

Oltre il discutibile progetto, il Bullet fu anche costruito dalla Continental con materiali di risulta che erano oggettivamente inadatti a sopportare le sollecitazioni durante il volo. Il Bullet vide la luce in due esemplari.

Il primo volò fra il dicembre 1918 ed il gennaio 1919, le ali si staccarono dalla fusoliera ed il pilota collaudatore morì nello schianto (… sotto gli occhi della madre invitata al volo inaugurale… se proprio vogliamo essere macabri e precisi). Il secondo prototipo volò nel maggio 1919 ed anche in questo caso, immancabili, le ali si distaccarono dalla fusoliera causando ancora una volta la distruzione dell’aereo e la morte del pilota (ah, dovette anche cambiare motore quando la US Army si accorse dell’utilizzo improprio del Liberty L-6 ed ebbe notizia che il motore era andato distrutto…).

Il progetto venne quindi, finalmente, abbandonato. Ma la cosa non scalfì più di tanto la “visionarità” (e l’ego) di Christmas. Millantò una serie di richieste ed ordini del Bullet e di brevetti (che non possedeva) nella speranza di trovare altri finanziatori. Pare arrivò ad affermare di esser stato chiamato per ricostruire la decimata flotta tedesca… Christmas continuò nei suoi personalissimi progetti di aeromobili fino alla fine dei suoi anni, ma nessuna altro suo aereo vide mai la luce.

Insomma, aereo e morti a parte (ah, beh…) un millantatore professionista (certamente più che ingegnere professionista) mosso da un suo sogno: costruire aerei. Sogno che purtroppo non fu, credo, curato e seguito nel modo giusto saltando a piè pari tutta la arte noiosa e stancante della coronazione del sogno: duro lavoro e solide basi tecniche… prima di venderlo il sogno, rigorosamente.

WU

Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU