The dirty bomb: a base di cobalto

In periodo di pandemia mi sono un po’ allungato nelle varie “invenzioni” per estinguerci in maniera autonoma (probabilmente facendo un grosso piacere a Madre Natura). Ovviamente su un tema del genere ci si perde e (solo dopo aver bazzicato siti che cercavano di installarmi la qualunque sul pc -e non escludo ci siano riusciti-) sono riapprodato su Wiki sulla voce della Bomba G.

La “macchina del giudizio universale” (che paroloni… sono certo che qualche Dottor Stranamore potrebbe sentirsi offeso…) è sostanzialmente una bomba H con un bella aggiuntina di… Cobalto. L’idea data il 1950 -periodo particolarmente florido per gli armamenti nucleari sulla scia della WWII…- e fu teorizzata dal fisico Leo Szilard più che altro per evidenziare il rischio che già all’epoca l’umanità stava correndo.

L’arma sarebbe dunque costruita come una “normale bomba H” in cui la fissione dell’uranio innesca la fusione nucleare di nuclei leggeri con massiccia emissione di neutroni (una reazione a catena di fusione nucleare). Tali neutroni veloci, prodotti dalla fusione termonucleare, sono poi utilizzati per modificare il cobalto metallico (cobalto-59) di cui è fatto il guscio esterno della bomba viene eccitato al suo isotopo radioattivo (cobalto-60). L’idea è evidentemente quella di massimizzare la ricaduta radioattiva dell’ordigno che disperde -nel cosiddetto “fallout” dell’esplosione- sia isotopi radioattivi di uranio che di cobalto. Questi ultimi, con un tempo di dimezzamento di 5.27 anni, decadono in nichel attraverso l’emissione di raggi gamma.

Quindi oltre l’impatto “immediato” identico a quello di una bomba H vi sono anche effetti di lungo periodo tipici di armi atomiche includendo quindi ricadute radioattive nel fall’out che la rendono una “bomba sporca”, contaminante. Come dire: dalla Bomba H alla Bomba G… 🙂 .

Tranquilli, pare che ad oggi non vi siano tracce -certe, ma di rumors e rumors…- di ordigni del genere nell’armamento nucleare di nessun paese. Certo, magra consolazione: delle giuste dimensioni basterebbe un singolo ordigno del genere per fare piazza pulita “della Vita sulla terra”. Oltre al fatto che “classiche testate termonucleari”, forse meno macchinose ma ugualmente catastrofiche, abbondano sulla faccia della Terra.

WU

PS. @05.05.20 (bella data, numerologicamente parlando!): mi rendo conto ora che questa canzone qua ci sta benissimo.

La sostenibilità della sabbia

Nell’epoca del sovra-sfruttamento delle risorse del pianeta niente e nessuno resta impunito. Pensate ad una delle cose che vi paiono più abbondanti, inutili (beh, questo termine va usato sempre con molta cautela…) e quindi “al sicuro dalla razzia degli esseri umani”.

Forse non lo avrete detto, ma se ve lo dico io esclamerete “beh, si, certo, ok”: la sabbia, gli inerti. Ci servono per il cemento e quindi per costruire strade ed edifici, per corroborare il nostro progresso. Non si può certo costruire la nostra società sulla plastica!

Abbiamo milioni di milioni di tonnellate di sabbia un po’ in ogni continente ed ogni nazione… eppure… eppure la sfruttiamo ad un ritmo maggiore di quello con cui madre natura la può produrre (e sono milioni di anni che lo fa!). La sabbia, la ghiaia viene tipicamente estratta da argini, letti di fiumi, zone costiere indebolendo così ulteriormente la resistenza della terra ferma nei confronti dell’erosione delle acque.

SandExploitation

Negli ultimi cinque anni il rateo di estrazione e sfruttamento della sabbia ha raggiunto soglie mai viste prima (ed, inutile dirlo, assolutamente insostenibili); tanto per fare un esempio negli ultimi cinque anni la Cina ha utilizzato più sabbia di quanto non abbiano fatto gli Stati Uniti (… mica l’Italia!) negli ultimi cento anni! L’India, nel 2018, ha importato circa 520.000.000 tonnellate di sabbia, mentre negli otto anni precedenti si fermava a 50.000… tanto per dare qualche numero del mercato potenziale di questo inerte.

Ah, caso mai vi fossero dubbi, la più grande miniera di sabbia del mondo è in Cina, sulle sponde del lago Poyang dalla quale vengono estratti ogni anno circa 236.000.000 di metri cubi di materiale, parte consistente dei circa 28.000.000.000 di tonnellate che estraiamo ogni anno!

Per produrre calcestruzzo, una tonnellata di cemento, in base all’utilizzo, può dover essere mescolata addirittura con 10 tonnellate di sabbia. E dato che si producono ed utilizzano circa 4.100.000.000 di tonnellate di cemento l’anno vuol dire che utilizziamo fino a 40.000.000.000 di tonnellate di sabbia, a fronte dell’estrazione (stimata, a questo punto) di “soli” 28 miliardi. In parole povere c’è una catena di approvvigionamento che “nasconde” circa 12 miliardi di sabbia l’anno!?

Gli interessi economici sono ovviamente mastodontici (il post delle ovvietà) e benché vi sia stato qualche blando tentativo economico (e.g. dazi) di arginare estrazione ed esportazione di sabbia siamo assolutamente agli albori. Esiste, inoltre, anche un vero e proprio commercio parallelo di sabbia, con tanto di “spacciatori”. Tutto ciò di cui hanno bisogno è qualche escavatore e qualche camion… e non è che andiamo a controllare il carico di ogni camion che circola. Le normative che volevano contingentare il commercio di sabbia si sono rivelate di difficilissima applicazione. Non si può fermare l’economia, non si può fermare il mercato (lecito ed illecito).

Ah, tanto per sottolineare il fatto che la questione non è affatto secondaria: per le Nazioni Unite la sostenibilità della sabbia è una delle vere sfide di questo 21mo secolo. Secondo l’OCSE, l’uso di sabbia, ghiaia, roccia, inerti, etc. da parte dell’industria delle costruzioni, supera la somma di tutti combustibili fossili e di tutti i metalli estratti nel mondo! E nei prossimi quattro decenni la richiesta di questa risorsa raddoppierà… teniamocela cara la nostra terra, che ce la stanno (stiamo) letteralmente togliendo da sotto i piedi.

WU

PS. La sabbia dei deserti, secondo uno strano meccanismo intrinseco ed incosciente di auto-protezione di madre natura, non può essere usati dalle costruzioni. Aspettiamo qualche “inerte artificiale” (che porterà inevitabilmente al sovrasfruttamento di qualche altra materia prima) per salvare la nostra sabbia.

… ed è il turno del rodio…

Ve la ricordate la storia del palladio? Oggi vediamo quella di suo fratello, il rodio…

La storia è pressoché simile… Si tratta, anche in questo caso, di un metallo raro si, ma che fino a quando non è stato considerato come essenziale per una cerata applicazione (e quindi per un certo settore industriale) è stato più che altro un vezzo da chimici/fisici.

Il rodio, invece, è oggi diventato il metallo più prezioso al mondo (non è che vi trovate una collanina di rodio per caso?). La valutazione del rodio è in crescita da anni (da 500 €/oncia del 2016 siamo arrivati a 6700 €/oncia!), ha superato di ben cinque volte l’oro ed ha infine sfidato e vinto il palladio. Nel solo ultimo mese la sua crescita è stata di ben il 32%! Ah, ad aver acquistato qualche derivato del rodio a tempo debito…

RodioQuot

Anche in questo caso a muovere le fila è l’industria automobilistica ed in particolare la possibilità di utilizzare il rodio nei catalizzatori. Il mercato più promettente (ed anche quello che ha messo in moto la bolla economica del metallo) è quello asiatico che continua, nonostante i rallentamenti, a crescere a ritmi che il “il vecchio continente” non immagina neanche.

Ancora una volta, proprio come per il palladio, non esistono (finora?) giacimenti dedicati di rodio, ma il metallo è estratto come un sotto prodotto del nichel e le sue concentrazioni sono miserrime (qualcosa tipo 0.0001 g ogni tonnellata di roccia o giù di li…). La richiesta del mercato non sembra poter essere soddisfatta dall’attuale rateo di produzione (non più di 28 tonnellate annue) ed ovviamente ora siamo tutti alla ricerca di un valido sostituto (magari artificiale, magari a basso costo).

A parte gli aspetti economici, a parte gli aspetti ambientali (ma le auto elettriche che se ne faranno del rodio?), ed a parte gli aspetti speculativi, ogni volta che leggo una notizia del genere mi soffermo affascinato sul fatto che la nostra mente e la nostra inventiva riescono a rendere “prezioso” quasi qualunque cosa madre natura ci ha dato. Basta squilibrare domanda-offerta di qualcosa che abbiamo fra le mani da secoli con un qualche utilizzo ingegnoso et voilà, ecco creata la ricchezza, ecco creato il valore.

WU

Carbonio ovunque e diamanti vettori

Intanto esiste un Deep Carbon Observatory. Non che mi sia chiarissimo cosa fa, ma è sostanzialmente una sorta di collaborazione fra diversi istituti di ricerca per promuovere una migliore comprensione del carbonio.

Il carbonio è un po’ la base del tutto, della materia organica ed ovviamente della vita. Ma è anche uno di quegli elementi (forse L’elemento…) che più di tutti ha guidato l’evoluzione di diversi processi energetici terresti. Il carbonio è praticamente ovunque… evito la lista e vi dico subito che i diamanti sono sostanzialmente fatti di carbonio (il che non vuol dire che il valore di una mina da matita è uguale a quello di un diamante… dipende dalla forma di aggregazione del carbonio).

A parte il loro valore estetico ed economico i diamanti hanno una dote unica, sono ottimi per “fare da custodia”, ovvero per incapsulare al loro interno i cambiamenti e le reazioni che magari avvengono nelle viscere della Terra e farle arrivare tipo capsule dello spazio e del tempo fino a noi (ve lo ricordate questo?).

Una delle cose che queste capsule-diamanti ci hanno detto è che sotto di noi, dove non riusciamo ad arrivare trivellando (e questo?) vi è abbondanza di idrogeno, ossigeno ed il loro composto più noto, acqua. I diamanti ci hanno infatti nei secoli raccontato che esistono masse d’acqua profonda forse più abbondanti degli oceani che vediamo. E ci stanno dicendo ancora di più. Forse questa enorme quantità di acqua è stata portata nelle profondità terrestri dal movimento delle placche tettoniche.

La subduzione delle lastre porta un po’ tutto, ed ovviamente anche il carbonio, in profondità. Dove le condizioni di temperatura e pressione sono nettamente diverse da quelle che viviamo tutti i giorni. Il processo è fondamentale per bilanciare gli elementi presenti sul nostro pianeta e va avanti da eoni… i diamanti sono l’indicatore che potrebbe dirci da quanto. E quindi indirettamente da quanto la nostra terra ha iniziato “a respirare” ovvero ad avere una attiva vita geologica.

L’analisi dei diamanti ci sta anche raccontando che assieme a queste enorme mole d’acqua vi sarebbero fino a 23 milioni di tonnellate di carbonio. Circa il doppio di tutti gli oceani del mondo, per intenderci! Inoltre, un quantitativo altrettanto importante di carbonio parrebbe essere inglobato proprio nel nucleo del nostro pianeta, sotto forma di carburo di ferro. La quantità di questo carbonio “nascosto” è paragonabile a quella che stimiamo esserci nel nostro Sole e ci aiuta, quindi, ad “immaginarci” il ruolo del carbonio non solo per l’evoluzione terrestre, ma anche per quella degli altri corpi celesti.

Ancora? I diamanti ci raccontano anche il ciclo del carbonio, ovvero di come questo si evolva, muti, nel corso delle ere geologiche e di come i cambiamenti sul nostro pianeta lo modifichino. Fra questi cambiamenti spiccano certamente quelli climatici. I diamanti-emissari ci dicono che il clima del nostro pianeta, una volta raffreddatosi, si è stabilizzato per qualche centinaia di milioni di anni (beh, certo, a parte cose occasionati tipo vulcani o asteroidi, che sono andati a modificare “localmente” il ciclo del carbonio) e che le attività umane dei giorni nostri si vedono.

La combustione di combustibili fossili, della nostra era sta emettendo quantità di CO2 circa cento volte maggiori rispetto a tutte le eruzioni vulcaniche passate e le emissioni derivanti dalla tettonica a zolle. Il ciclo del carbonio se ne accorge in maniera evidente.

La storia profonda della terra orchestrata dal carbonio e raccontata dai diamanti.

WU

Goldschmidtite

Sudafrica, la patria dell’estrazione mineraria. Una terra dell’evidente passato geologico travagliato che è oggi uno dei luoghi in cui si estraggono fra i più preziosi minerali al mondo. Diamanti, in particolare. Minerali che si sono formati nelle viscere della terra in condizioni di temperatura e pressione estreme ancora oggi presenti nelle profondità del nostro pianeta.

E già di per se per fare un diamante bisogna spingere parecchio. Se poi in questo diamante troviamo consistenti tracce di niobio, potassio, lantanio, cerio ed amenità del genere vuol dire che effettivamente vi sono processi geologici (o extra qualcosa?) di cui non siamo completamente a conoscenza.

E’ esattamente quello che ha osservato una studentessa dell’università dell’Alberta che in Sudafrica per analizzare diamanti, all’interno di uno di essi ha identificato un nuovo, sconosciuto minerale. Nel mantello terrestre abbiamo abbondanza di minerali tipo fetto e magnesio per cui un minerale formatosi (e quindi risalito “di poco”) a profondità di qualche decina di chilometri dovrebbe presentare abbondanza di questi elementi.

Goldschmidtite

Nel caso della Goldschmidtite (dalla poetica composizione (K,REE,Sr)(Nb,Cr)O3 e dal nome quasi impronunciabile), invece, dobbiamo pensare a profondità di almeno 170 km (e temperature di 1200°C, ma a questo punto cosa volete che sia…) per trovare concentrazioni sufficienti degli elementi rinvenuti all’interno del nuovo minerale.

Con le attuali tecnologie è certamente più facile andare nello spazio che esplorare le profondità marine e men che meno scendere a 1700 km nella crosta terrestre. Pertanto la “fortuna” di trovare minerali del genere all’interno di diamanti che li hanno in qualche modo “isolati” da contaminazioni esterne ed hanno fatto da “vettori” per farli risalire fino a profondità alla nostra portata è l’unico modo per scoprire minerali così esotici e capire su cosa, in fondo in fondo, stiamo appoggiando i nostri piedi.

Una scoperta più unica che rara; mi resta solo il dubbio di cosa abbia fatto vincere “l’amore per la ricerca” sul “Dio denaro” sacrificando un diamante per vedere cosa c’era dentro…

WU

Sangue blu

… io non ce l’ho, sia ben chiaro. Ma devo confessare che l’espressione mi ha fatto sempre sorridere prima di arrivare (oggi, per puro caso) a chiedermi l’origine di questa espressione.

Sono certo che tutti sappiamo a cosa si riferisce il modo di dire, ma “spulciare” riguardo alla motivazione è certamente meno ovvio. Gooogle propone almeno tre possibili origini dell’espressione, tutte, IMHO abbastanza dubbie; ma infondo lo scopo qui e sentire più campane, non trovare quella “giusta” (ammesso che ci sia).

I nobili erano (sono) ovviamente sollevati dall’obbligo del lavoro (farlo poi per passione o per diletto lo rende intrinsecamente più simile ad un hobby), specialmente quello manuale all’aria aperta. Motivo per cui la colorazione della loro pelle era spesso e volentieri molto chiaro, quasi diafano. In tale situazione le vene, specialmente quelle più superficiali tipo quelle della gola o dei polsi, assumono una colorazione bluastra, da cui, pare, il modo di dire. Mi fa ridere come oggi (beh, da anni in vero) siamo alla ricerca della “tintarella” o dell’abbronzatura che un tempo denotava le classi meno abbienti, costrette, appunto, a lavorare nei campi non potendo esibire delle belle vene blu…

Altra possibile etimologia dell’espressione è da ricercarsi nella argiria, malattia della pelle che induce colorazione (indovina un po…) bluastra. Un’alterazione cutanea causata (come il nome stesso) suggerisce da contatto prolungato, ingestione o comunque ingestione di argento e suoi composti. Il metallo tende a depositarsi sotto pelle e se esposto alla luce solare forma un insolubile e perenne… solfuro di argento. I noBBili dovevano mangiare abbondantemente e per lo più con posate/piatti/calici di argento. Sarebbe da ricercarsi quindi proprio nella loro argenteria la causa del loro epiteto di … sangue blu (evidentemente pelle blu suonava troppo di puffo…). In questo caso sarebbe stata, in qualche modo, proprio la ricchezza di queste persone a diventare un indelebile marchio sulla loro pelle. Letteralmente.

E come non pensare all’emofilia? Malattia molto diffusa fra la nobiltà europea degli scorsi secoli. L’emofilia è una patologia che consiste sostanzialmente in un difetto di coagulazione sanguigna favorendo emorragie e lividi. La colorazione bluastra di queste persone vien da se. I noBBili, ovviamente, tendono ad incrociarsi fra loro (come fosse una strana razza) e ciò favorisce il tramandarsi dell’emofilia, malattia ereditaria recessiva. Gli incroci fra consanguinei favorivano quindi una prole debole, malaticcia e blu… sia nel senso di nobile che di emofiliaca.

Qual che sia l’origine, più o meno certa, ormai celata dalla polvere del tempo, l’espressione “sangue blu” mi continua far sorridere e mi rimanda inconsciamente ad un lignaggio elitario, educato nei modi più che ricco nelle tasche.

WU

PS. Ovviamente:

Banana Equivalent Dose

La banana equivalente, e radioattiva. Non facciamo troppo allarmismo (… anche se un po’ ci fa sempre piacere 🙂 ).

Quasi tutti, praticamente tutti, i materiali organici contengono certe quantità di isotopi radioattivi, soprattutto potassio 40, anche in assenza di qualsiasi contaminazione antropica o comunque artificiale.

Le banane sono materiali organici… e contengono, come tutti sappiamo, molto potassio. Mangiando questi frutti ingurgitiamo un decimo di sievert (0.078 Sv, per la precisione). Lo sievert è l’unità di misura standard per misurare l’effetto biologico delle radiazioni su un individuo. La cosa “simpatica” è che la radioattività del potassio nelle banane espone a radiazioni anche non ingerendole! Ovviamente tenere in mano una singola banana non fa nulla, ma un grosso carico di banane… fa scattare gli scanner anti radiazione.

Ovviamente non tutte le banane contengono esattamente lo stesso quantitativo di isotopi radioattivi, ma (e qui sta il bello) qualcuno ha scritto in un vecchio documento una frase che in qualche modo “ci è piaciuta”. In uno studio del 1995, infatti, del Lawrence Livermore National Laboratory (laboratorio di ricerca del Dipartimento dell’Energia degli Usa), un qualche responsabile ha sottolineato l’importanza delle “banane radioattive” per spiegare gli effetti dell’esposizione di dosi infinitesime di materiale radioattivo ai profani.

Da allora, e per i casi della vita, la BED (banana equivalent dose) è diventata una stana unità di misura che quantifica (a tutti gli effetti) l’esposizione di un individuo agli effetti di radiazioni.

E’ mi immagino già frasi tipo “oggi, con il mio pasto, ho praticamente ingurgitato sette ettoBED! Incredibile!” 🙂 . Tanto per fare qualche paragone: la dose di radiazione naturale giornaliera media è circa 100 BED; la dose assorbita semplicemente dormendo accanto ad un’altra persona è di 0.5 BED; in Italia nei 10 anni successivi all’incidente di Cernobyl vi fu un livello di radiazione pari a circa 11.5 BED al giorno; la dose assorbita in una radiografia al torace è pari a 70,000 BED ed infine assorbendo 80,000,000 di BED… siamo morti.

Attenzione, attenzione: il potassio NON si accumula nei tessuti. Pertanto la dose di materiale radioattivo che ingurgitiamo non si somma con il tempo (a meno di casi patologici). Il nostro corpo contiene circa 2.5 g di potassio per ogni kilo; il che vuol dire che un adulto di 70 kg (tipo me) si porta a spasso circa 175 g di potassio, ovvero 5400 Bq di radioattività, costante durante la vita adulta. Il nostro corpo impiega circa 30 giorni a riportare il corpo a valori nominali di potassio dopo l’assunzione di potassio 40 puro.

Ah, tanto per concludere, tenete presente che le banane, benché detentrici della loro unità di misura, non sono gli unici alimenti ricchi di potassio (e radioattivi); spiccano anche patate, fagioli, semi di girasole e frutta secca.

L’ingestione di tre banane al giorno per un anno equivale ad una esposizione di 100 micro sievert che incrementa il rischio di morte di circa un milionesimo… sono certo non guarderete più le banane con gli stessi occhi.

WU

Palladio, cercasi

… un po’ palliduccio, ma decisamente prezioso.

Facciamo una graduatoria di valore economico (sommaria ed ovviamente senza basi economiche/scientifiche): argento, oro, platino e… palladio. Esatto, la vetta del metallo più prezioso (a parte cose rare ed esotiche) è saldamente in mano al Palladio.

Palladium.png

A vederlo non che sia un graché. Del gruppo del Platino, numero atomico 46, bianchiccio che sembra un po’ l’argento. Non si ossida, è duttile dopo ricottura, ma estremamente duro se incrudito, molto permeabile all’idrogeno e bla bla bla.

Ma la cosa decisamente “strana” per questo metallo è che già nel 2017 aveva avuto un balzo nelle sue quotazioni tanto da veder raddoppiato il suo valore ed aver scavalcato il platino. All’epoca il sorpasso era ritenuto temporaneo e già si parlava di una bolla speculativa che poco aveva a che fare con il vero valore e la vera disponibiità del palladio.

Gli anni, invece, sono passati e la vetta dei metalli prezioso è stata saldamente detenuta dal palladio. Anzi, la sua crescita non si è arrestata. Dopo una fase di flessione nel 2018 e dopo aver toccato il minimo verso la fine dello scorso anno il suo prezzo è addirittura raddoppiato e dallo scorso dicembre è diventato definitivamente più caro dell’oro. Nel 2019 ha già guadagnato quasi il 30% (più del petrolio!).

Si, ok, secondo gli esperti di finanza (un po’ rabbrividisco) si tratta solo di una bolla speculativa, ma c’è (forse) anche altro. Da circa otto anni ci sono segnali di scarsità del metallo e le scorte (principalmente quelle segretissime della Russia) dalle quali si attingeva pare siano ai loro minimi. Stime dicono che in tutto il mondo sarebbero rimaste tra 10 e 18 milioni di once di palladio. Il che vorrebbe dire fra 1 e 2 anni di consumi!

Ma a che serve il Palladio? E’ molto usato in gioielleria, in odontoiatria, sistemi di telecomunicazione, candele dei motori a scoppio, ma soprattutto come catalizzatore. Ed il campo principale in cui lo si usa per le sue doti di catalizzatore sono le marmitte delle auto. In questo settore c’è una vera e propria fame di Palladio, tanto che chi ne ha scorte preferisce addirittura venderlo alle aziende automobilistiche piuttosto che farne derivati. E’ uno degli effetti collaterali del “dieselgate”; infatti specifiche e controlli sempre più stringenti sulle emissioni costringono ad usare quantità sempre maggiori di Palladio nei catalizzatori. Almeno finché le auto elettriche non guideranno il mercato…

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’aspetto non trascurabile che non c’è mai stata una “corsa al Palladio”. Esistono pochissime miniere di Palladio (e per di più l’80% di tutte le forniture arriva da soli due paesi: Russia e Sudafrica -con ben noti problemi all’industria mineraria-) e più che altro il metallo si estrae assieme a platino o nickel che però guidano le estrazioni. In pratica è stato finora considerato come una sorta di “side benefit” anche se ci stiamo pian piano accorgendo che è forse la cosa più di valore che dovremmo tenere sott’occhio.

Le previsioni dicono che il palladio raggiungerà i 1.600 $/oz, che la domanda aumenterà ancora del 5% nel 2019 arrivando a circa 11,2 milioni di once e che il deficit di scorte toccherà le 800.000 once. In pratica un bene più che di lusso… che tutti abbiamo nelle nostre marmitte.

Lungi da me suggerire investimenti finanziari, ma se avete per puro caso qualche grammo di Palladio in giro mettetelo in cassaforte (come la password dei vostri Bitcoin, ovviamente).

WU

PS. Vuoi vedere che Ironman aveva veramente ragione?

PPSS @ 29.03.2019 Ribadisco che lungi da me fare qualunque previsione dei mercati azionari. E’ comunque notizia di questi giorni che il Palladio ha perso ben il 15% in due soli giorni. Che sia lo scoppio della tanto acclamata bolla oppure un “normale” andamento al ribasso di un bene che aveva sfiorato il record di metallo più prezioso lo lascio ad altri. Fatto sta che il palladio aveva toccato il record storico di 1.620,52 $/oncia la scorsa settimana.

Se avete derivati basati sul Palladio, personalmente, non li venderei, anzi… ora che il prezzo è sceso sotto “soglie tecniche” lo acquisterei… E’ vero che il mercato automotive elettrico è in forte crescita, ma i segnali di scarsità del metallo e l’attuale richiesta per applicazioni catalitiche non mi paiono in diminuzione. Oscillazioni del genere, IMVHO, sono più o meno intrinseche in beni su cui una componente di rally finanziario esiste certamente e portare-tanti-soldi-a-casa-subito, si sa, fa gola a tutti. Chi non risica non rosica, no?!

Pregiate feci

Mi sono imbattuto in questo studio. Che sarebbe dovuto essere, nel lontano 2015, in odore (è veramente il caso di dirlo) di IgNobel.

Characterization, Recovery Opportunities, and Valuation of Metals in Municipal Sludges from U.S. Wastewater Treatment Plants Nationwide è un titolo lungo e farraginoso che personalmente riassumerei con “cacca a peso d’oro”.

Lo studio, condotto presso l’Arizona State University (… US, e dove sennò), ha individuato oltre 50 metalli in campioni biologici prelevati da 94 impianti di trattamento delle acque reflue. Fin qui potrebbe essere nulla di strano, ma…

Rare-earth elements and minor metals (Y, La, Ce, Pr, Nd, Sm, Eu, Gd, Tb, Dy, Ho, Er, Tm, Yb, Lu) detected in sludges showed enrichment factors (EFs) near unity, suggesting dust or soils as likely dominant sources. In contrast, most platinum group elements (i.e., Ru, Rh, Pd, Pt) showed high EF and KD values, indicating anthropogenic sources. Numerous metallic and metal oxide colloids (<100–500 nm diameter) were detected; the morphology of abundant aggregates of primary particles measuring <100 nm provided clues to their origin.

MetalsMunicipalSludges.png

Che vuol dire più o meno che i campioni di cacca analizzati risultavano arricchiti da metalli preziosi. Roba tipo argento, oro e platino; che più o meno vuol dire soldi nella cacca. E più ce ne è e meglio è! Lo studio ha infatti estrapolato i dati raccolti arrivando a prevedere che una comunità da un milione di persone può arrivare a produrre fino a 13 milioni di dollari di metalli; tutti contenuti nelle deiezioni. Anzi, i metalli più preziosi nelle feci umane potrebbero avere un impatto di ben 280 dollaroni al kilo!

For a community of 1 million people, metals in biosolids were valued at up to US$13 million annually. A model incorporating a parameter (KD × EF × $Value) to capture the relative potential for economic value from biosolids revealed the identity of the 13 most lucrative elements (Ag, Cu, Au, P, Fe, Pd, Mn, Zn, Ir, Al, Cd, Ti, Ga, and Cr) with a combined value of US $280/ton of sludge.

A parte il fascino che personalmente esercita su di me pensare che buttiamo nel cesso (letteralmente) elementi per i quali ci scanniamo, mi vengono subito alla mente le difficoltà tecniche e logistiche nel filtrare tutte le acque reflue per setacciare i metalli… anche se forse per 13 M$ l’anno si potrebbero pensare sistemi automatici per cui ne vale la pena.

Ancora non è del tutto chiaro come questi metalli preziosi finiscano nelle nostre feci. Probabilmente è quello che il nostro corpo espelle dopo trattamenti con prodotti per capelli, cosmetici, detergenti; oltre, ovviamente, agli “inquinanti” in ciò che mangiamo.

Cacca che vale oro potrebbe essere una delle sfide del nuovo millennio e chissà, potremmo “reinventare” il lavoro dei cercatori d’oro, anche se in chiave decisamente meno romantica.

WU

HD 101065 – lemme lemme

Intanto stiamo parlando di stelle. Di “stelle peculiari“, e qualche peculiarità devono pur avercela…

Correva l’anno 1818, tutta una serie di eventi sconvolgeva il nostro mondo e molta acqua è passata sotto i nostri ponti da allora, ma in questi due secoli la stella HD 101065 ha compiuto una (!!) singola rotazione attorno al suo asse.

Certo che così le cose devono assumere tutte un’altra prospettiva… anche per una stella.
Paragoni, in ambito cosmico, si fanno difficilmente… abbiamo stelle che ruotano nel giro di qualche secondo, il nostro sole che ci impiega circa 25 giorni e stelle peculiari che arrivano a due secoli. C’è ne è per tutti i gusti, insomma.

Ad ogni modo il motivo “reale” (ok ok, diciamo quello fisico) per cui questo genere di stelle ruota così piano non ci è chiarissimo.

HD 101065, la stella di Przybylski (dal cognome impronunciabile del suo scopritore) è uno di queste stelle peculiari (no, non è l’unica…). A circa 370 anni luce da noi, nella costellazione del centauro guarda le nostre vicende con una calma che si addice ad un vecchio saggio.

La lentissima stella fu scoperta nel 1961 e fin da subito le analisi spettrali rivelarono qualcosa di strano. Al suo interno vi sono pochissime tracce di ferro e nichel (elementi tipicamente abbastanza abbondanti nelle stelle), ma elevate quantità di stronzio, olmio, niobio, scandio, ittrio, cesio e altri elementi alquanto esotici.

La strana composizione chimica, tuttavia, ha solo portato gli astronomi a meglio osservare l’astro fino a scoprirne la peculiare velocità di rotazione che però è mal giustificata dall’abbondanza di questi elementi chimici.

Mettendo insieme l’osservazione del campo magnetico della stella dalla sua scoperta (dati, diciamocelo, non troppo precisi), con quelli più recenti raccolti con i telescopi dell’ESO è stato possibile stimare una rotazione stellare dell’ordine dei 190-200 anni. Il campo magnetico è anche risultato particolarmente intenso; motivo per cui una delle ipotesi più accreditate per la flemmatica velocità di rotazione di queste stelle è proprio quella che esse sono rallentate dal loro stesso, intensissimo campo magnetico (dell’ordine delle decine dei kilo-Gauss).

Ovviamente a mistero aggiungiamo mistero, dato che il classico effetto dinamo che prevede la formazione di un campo magnetico per effetto del moto (che non deve essere lentissimo) dei materiali ferrosi all’interno della stella in questo caso non ci da risposte soddisfacenti.

Facciamocene una ragione: lassù ci sono ancora molte cose che le nostre evolutissime teorie non riescono a giustificare; madre natura non si è certo risparmiata con la fantasia.

WU

PS. non centra una cippa ma mi ha ricordato quest’altro mio delirio…