La Grande Adria

Un tempo era la Grande Adria. Un tempo era anche Atlantide, forse. No, chiariamo subito che le due cose (o forse dovrei dire i due continenti, anche se sono più confidente che il termine calzi ad Adria più che ad Atlantide) non coincidono.

Ok, ok, un preambolo un po’ contorto ed involuto (tanto da obbligarmi a rileggerlo) tanto per raccontarvi di questa notizia di qualche giorno fa in cui sostanzialmente ci siamo accorti che in quello che è oggi il Mediterraneo un tempo albergava un intero continente. Una “zolla” di terra a se stante che apparteneva ad una placca tettonica diversa da quella europea e quella africana.

Tutto ebbe inizio qualche milione di anni fa (come fosse ieri…) quando le terre emerse erano fuse in un unico super continente, la Pangea. Ora, senza farla troppo lunga (sia per non banalizzare qualche milione di anni di tettonica a zolle sia per non impelagarmi in discussioni più tecniche di quelle che sarei in grado di sostenere) la Pangea si è suddivisa in due componenti più piccoli: la Laurasia a nord e il Gondwana a sud. Dalla Laurasia nacque l’Europa, il Nord America e l’Asia; dalla Gondwana nasceranno poi Australia, Africa, Antartide, Sud America e … la Grande Adria. Quest’ultima finora rimasta sottotraccia/sconosciuta.

La Grande Adria era un continente grande grossomodo come la Groenlandia (ve la immaginate la Groenlandia in mezzo al mar Mediterraneo?) in origine attaccata all’Africa ed alla penisola Iberica.

GrandeAdria.png

Il suo destino venne segnato fra i 100 ed i 120 milioni di anni fa quando il continente iniziò a sprofondare, Cenerentola fra le due placche ben più grandi che lo spingevano, letteralmente, da tutti i lati. Lo sprofondare della Grande Adria diede vita a tutta una serie di catene montuose, sulla terre emerse (incluse le principali catene montuose in Italia) e nel Mediterraneo (che diventarono poi splendidi isolotti nel Mediterraneo).

Lo studio ha identificato la nascita, la vita e la morte di questo continente identificando la parte sommersa oggi più profonda che giace a 1500 chilometri sotto la Grecia ed identificando pezzi del ex-continente un po’ ovunque ai margini del Mediterraneo inclusa l’Italia su Alpi, Appennini, Puglia ed isole.

Affascinante saper di passeggiare su un continente diverso spostandoci a qualche metro da casa, no? Chissà come lo vivranno i nostri discendenti dei discendenti dei discendenti e così via quando passeggeranno sulla terra del domani.

WU

PS. Questa è la parte bella della storia, il lavoro che c’è dietro sono giorni e giorni di esplorazioni, analisi mineralogiche, campioni e notti in laboratorio, scrittura report ed articoli ed ovviamente reperimento fondi per fare tutto questo. Il team di ricerca era un crogiolo di università internazionali: Utrecht (Olanda), Oslo (Norvegia), Witwatersrand (Sudafrica), ETH (Zurigo, Svizzera) etc… mi immagino il solo lavoro di coordinamento…

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Goldschmidtite

Sudafrica, la patria dell’estrazione mineraria. Una terra dell’evidente passato geologico travagliato che è oggi uno dei luoghi in cui si estraggono fra i più preziosi minerali al mondo. Diamanti, in particolare. Minerali che si sono formati nelle viscere della terra in condizioni di temperatura e pressione estreme ancora oggi presenti nelle profondità del nostro pianeta.

E già di per se per fare un diamante bisogna spingere parecchio. Se poi in questo diamante troviamo consistenti tracce di niobio, potassio, lantanio, cerio ed amenità del genere vuol dire che effettivamente vi sono processi geologici (o extra qualcosa?) di cui non siamo completamente a conoscenza.

E’ esattamente quello che ha osservato una studentessa dell’università dell’Alberta che in Sudafrica per analizzare diamanti, all’interno di uno di essi ha identificato un nuovo, sconosciuto minerale. Nel mantello terrestre abbiamo abbondanza di minerali tipo fetto e magnesio per cui un minerale formatosi (e quindi risalito “di poco”) a profondità di qualche decina di chilometri dovrebbe presentare abbondanza di questi elementi.

Goldschmidtite

Nel caso della Goldschmidtite (dalla poetica composizione (K,REE,Sr)(Nb,Cr)O3 e dal nome quasi impronunciabile), invece, dobbiamo pensare a profondità di almeno 170 km (e temperature di 1200°C, ma a questo punto cosa volete che sia…) per trovare concentrazioni sufficienti degli elementi rinvenuti all’interno del nuovo minerale.

Con le attuali tecnologie è certamente più facile andare nello spazio che esplorare le profondità marine e men che meno scendere a 1700 km nella crosta terrestre. Pertanto la “fortuna” di trovare minerali del genere all’interno di diamanti che li hanno in qualche modo “isolati” da contaminazioni esterne ed hanno fatto da “vettori” per farli risalire fino a profondità alla nostra portata è l’unico modo per scoprire minerali così esotici e capire su cosa, in fondo in fondo, stiamo appoggiando i nostri piedi.

Una scoperta più unica che rara; mi resta solo il dubbio di cosa abbia fatto vincere “l’amore per la ricerca” sul “Dio denaro” sacrificando un diamante per vedere cosa c’era dentro…

WU

Fordlândia

Henry Ford “faceva” macchine… ed a tempo perso fondava città. Riusciva più nelle macchine che come fondatore. Ma evidentemente era uno che non si tirava indietro, ragionava alla grande ed aveva i suoi buoni agganci.

Leggermente (ma non troppo) più in maniera antologica. 1928, piena foresta amazzonica, nel bel mezzo del nulla, ove popolazioni di indigeni vivevano senza problemi, terreno roccioso e collinare… il posto migliore per fondare una “città americana”, no? Ed infatti no…

Ford aveva un cruccio: le “mie” macchine, hanno ed avranno sempre le gomme. Le gomme sono e saranno, ca vas san dire, fatte di gomma. La gomma, gli Stati Uniti, la importavano dall’odiata Inghilterra (che a sua volta la prendeva dalla Malesia, ma questo era il male minore…).

Dato che, appunto, Henry pensava veramente in grande ed aveva i giusti canali, ottenne dal governo brasiliano la concessione per sfruttare 10 000 km2 di foresta, sulle rive del Tapajos. La merce di scambio era (nell’epoca in cui i soldi la facevano da padrona, un epoca ormai lontana… no?!) la cessione del 9% dei profitti generati dallo sfruttamento del terreno.

Ford decise che quello era il posto giusto per metter su una bella città. Stile America, cibo americano, usanze americane, ma abitata da indigeni. Che dovevano lavorare per rendere la Ford indipendente dalla gomma inglese.

Furono infatti impiantati filari e filari di alberi della gomma. Nell’Amazzonia. A Fordlandia.

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I filari furono impiantati molto serrati dato che il fabbisogno di gomma era ingente ed il terreno non era mai abbastanza. La poca distanza fra gli alberi ed il clima tropicale aiutò il proliferare della peronospora e degli insetti. In breve tutta la piantagione fu compromessa.

Già si delineava un fallimento, ma Ford era evidentemente uno che non si arrendeva (e che aveva i mezzi economici per non farlo…). Si spostò più a valle, verso Belterra pronto a rimettere su la sua Fordlandia ed i suoi alberi di gomma. Fordlandia venne abbandonata dal 90% dei suoi abitanti nel 1934 e fino ai primi anni del 2000 contava la bellezza di 90 residenti.

Era testardo, era visionario, non era stupido. Nel 1945 venne sviluppata la gomma sintetica facendo definitivamente naufragare il progetto di Henry Ford e la sua Fordlandia senza mai esser stato capace di esportare una sola goccia di lattice verso gli Stati Uniti.

Cosa ci insegna questa storia non lo (e non lo voglio forse neanche sapere), ma passeggiare oggi nella giungla e vedere resti del sogno americano deve essere certamente suggestivo. Scempi, sfruttamenti, disastri ecologici a parte (come se fosse poco), ho una certa venerazione per chi ragiona in grande, ma veramente in grande (e non è una morale!).

Fordlandia, the place (not) to be.

WU

The Ocean Dam

Correva l’anno 1956, si pensava in grande. In tutto il mondo. E l’Unione Sovietica pensava veramente in grande (non che ora non lo faccia, sia chiaro), tanto lo spazio sembrava lontano…

Il piano super segreto del URSS di quell’anno era qualcosa che oggi stiamo vedendo. E non per mano loro (questa volta mi sento di placare subito gli spiriti complottisti).

Sciogliamo i ghiacciai. Riscaldiamo i mari.

Il progetto originario era appunto quello di… accelerare il riscaldamento globale per sciogliere il ghiaccio dell’artico fino a liberare gran parte dell’acqua contenuta nelle calotte polari. Come? Beh, semplicissimo, costruendo una diga nell’oceano, ovvio no?!

Il mega-progetto, infatti, prevedeva la costruzione di una iper-diga sullo stretto di Bering. 88 km di diga (alla faccia! come dire una diga che va da Bologna a Parma!). I flussi di ghiaccio e tutte le correnti fredde dell’artico sarebbero state intrappolate a nord della diga consentendo alle correnti calde di portare l’acqua calda più a nord.

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Praticamente un muro fra Siberia ed Alaska avrebbe permesso ai russi di avere le loro coste ben più miti (mi immagino il pullulare di stabilimenti balneari sulle coste della Siberia…). Come se non bastasse una mega centrale nucleare da due milioni di kilowatt sarebbe stata installata per pompare acqua calda oltre la diga creando una sorta di corrente del golfo artificiale riscaldando un po’ tutto l’artico. Praticamente si trattava del primo progetto di cambiamento climatico globale che doveva modificare definitivamente il clima di nord America, nord Asia e nord-est Europa… rendendo il tutto un immenso prato verde.

Il mare del Giappone si sarebbe dovuto riscaldare attorno ai 35 gradi fino alle coste della Korea. La diga sarebbe stata profonda massimo 30 piedi ed ovviamente progettata per resistere sia all’acqua che agli iceberg.

Il piano era pazzesco (e, secondo me e con un po’ di senno di poi, fatto più che altro per propaganda che perché vi si credesse davvero), ok. Ma c’è di peggio. Gli Americani lo giudicarono fattibile. Il governo degli Stati Uniti, infatti, considerò seriamente la proposta investendo risorse e tempo nel capire i rischi ed i costi. Alla fine si convinsero (loro e prima di loro i Russi) che il costo del progetto sarebbe stato smisurato ed il tutto fu accantonato (…e meno male, una volta tanto, che esiste il Dio Denaro!).

Ringrazio, in questo caso, la storica mancanza di collaborazione fra Russi ed Americani.

WU

Il Trou de Bozouls

Il Buco di Bozouls, e già il nome ha un alone di magia (e forse anche un che di sinistro). E’ uno di quei posti che mi piacerebbe visitare (non direi almeno una volta nella vita, non direi che è il mio sogno nel cassetto, non direi che organizzerei un viaggio apposito, ma mi piacerebbe vederlo, chissà magari trovandomi in zona oppure andando a far vista a qualcuno da quelle parti… boh, per questo lasciamo fare alla vita).

Francia, Francia meridionale, Occitania (che bel suono questa parola), regione dei Midi-Pirenei, dipartimento di Aveyron, paesino di Bozouls. Il paese in questione ha una particolarità che lo rende paesaggisticamente unico e lo avvolge in un’aurea di mistero. Sfida la forza di gravità avvolto da un incantesimo che lo tiene stabile sulla cima di un precipizio.

Va bene, forse così è un po’ troppo romanzato, ma il punto è che Bozouls è un borgo di circa 3000 anime che nasce in cima ad un suggestivo canyon a forma di cavallo con un diametro di circa 400 metri e 100 metri di profondità.

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Un bucone naturale che la leggenda (ovviamente) attribuisce a Lucifero in persona. Il bordo di Bozouls ha l’ardire di sfidare tale formazione naturale standosene li, arroccato in cima allo strapiombo come se niente fosse. Il canyon ospita sul suo fondo il torrente Dourdou che ne è anche l’artefice (beh, certo, ci avrà messo qualche millennio) che aumenta l’aurea di mistero del bordo. Poi ci metti che le case sono praticamente a picco su questo buco e che paiono anche messe li in modo alquanto disordinato e per forza che devi pensare che un qualche incantesimo le tiene su ed evita che la voragine le possa inghiottire (beh, magari un giorno finirà così, ma per il momento il paese tiene duro).

Da vedere sicuramente, ma una domanda mi viene spontanea: che vantaggio ci hanno visto i nostri avi a scegliere tale posizione per stabilire un centro abitato? Davvero la vista (sicuramente spettacolare) li abbia suggestionati così tanto?

WU

L’incendio nel pozzo

Darvaza, Turkmenistan. Un posto che non avete mai sentito, giustamente. Pieno deserto, un posto nel bel mezzo del nulla. Nel posto c’è un pozzo, ed fin qui nulla di troppo particolare. Nel pozzo c’è un incendio, beh, magari non comunissimo, ma anche fino a questo punto più o meno nulla di eclatante. Beh, l’incendio va avanti da quattro decenni, anzi, quasi cinque. Ora si che la cosa richiama la mia attenzione.

Siamo nel 1971, a Darvaza, appunto. Un gruppo di geologi russi decise di perforare la zona in cerca di petrolio. I rischi legati all’abbondanza di gas naturale furono allegramente trascurati. La perforazione causò un cedimento nel terreno sabbioso liberando una grossa sacca di gas naturale di circa 60 metri di diametro e 30 di profondità. Il cedimento del terreno si portò dietro tutta l’attrezzatura, nessun uomo (pura fortuna). I gas tossici ovviamente iniziarono a sprigionarsi appena ebbero la via spianata rendendo il proseguo delle operazioni fra il difficile e l’impossibile.

E qui la grande idea: diamo fuoco a questi gas che ce li togliamo davanti. Nella speranza che l’incendio si sarebbe estinto in breve tempo. Supposizione (calcoli?) quanto mai errati. L’incendio è ancora in corso tanto che il pozzo è oggi diventato “la porta dell’inferno“, attrazione turistica. Per i per i più impavidi, ovvio.

Darvaza.png

Ad oggi il cratere ha un diametro di circa 70 metri ed è profondo 20. E l’incendio che arde al suo interno lo rende visibile da diversi km di distanza (oltre che distinguibile per il suo odore di zolfo/metano/bruciato). Non è chiaro quanto gas sia stato bruciato finora nella porta dell’inferno ne quanto ne può ancora bruciare. Nonostante tutto le autorità del Terkmennistan hanno deciso di procedere con lo sfruttamento della riserva di gas (come se la lezione di lasciare in pace la natura, almeno in quel luogo, non fosse servita a nulla). E’ stato infatti ordinato di chiudere (ma davvero si può fare?)il cratere o comunque di adottare misure che possano limitare la perdita di gas in maniera da favorire lo sviluppo (e lo sfruttamento) degli altri giacimenti di gas naturale nell’area.

Un incidente che è diventato una fortuna per la zona. Ho qualche dubbio che anche madre natura abbia la stessa interpretazione.

WU

PS. Ah, Darvaza (che è poi il nome del paese più prossimo alla voragine) è una parola di origine turkmena, con radici persiane che significa niente meno che… porta. Quando si dice che il destino è nel nome…

PPSS. Mi ricorda, quest’altro delirio umano ed incandescente.

Il vagito dei grandi terremoti

Non significa esattamente prevedere i terremoti, ma avere una specie di indizio sull’entità degli stessi nei primissimi momenti è comunque un passo avanti… poi, considerando che è a costo quasi zero tanto meglio, no?

Quando comincia la rottura di una faglia quelli che sono detti “i grandi terremoti”, da magnitudo da 7 in su, hanno una specie di suono distintivo. E la cosa ancora più affascinante è che tracce di questa nascita sono “facilmente” (ora che lo abbiamo scoperto, ovviamente) desumibili dai dati del Gps. In particolare da quei dati che misurano il movimento del terreno a soli 10-15 secondi dall’inizio del fenomeno.

La ricerca, portata avanti dall’università’ dell’Oregon (dove sono ben allertati su un grande terremoto distruttivo…), analizza oltre 3000 terremoti accaduti a partire dai primi anni Novanta in Cina e negli Stati Uniti ed identifica una accelerazione nello spostamento del terreno entro i primi secondi di 12 grandi terremoti avvenuti tra il 2003 e il 2016. In pratica, se l’accelerazione del terreno, che manifesta precocemente le proprietà meccaniche del sisma, assume certe frequenze caratteristiche (rilevabili, appunto, dal segnale Gps), vi sono ottime probabilità che il terremoto sia particolarmente distruttivo.

We show through analysis of a database of source time functions and near-source displacement records that, after an initiation phase, ruptures of M7 to M9 earthquakes organize into a slip pulse, the kinematic properties of which scale with magnitude. Hence, early in the rupture process—after about 10 s—large and very large earthquakes can be distinguished.

I risultati della ricerca indicano che nei primi secondi dell’evento vi sono differenze identificabili nella frequenza delle oscillazioni delle onde sismiche, il che permette di fare una previsione su come evolverà l’evento. Lo scopo è, ovviamente, quello di migliorare l’accuratezza dei sistemi di allerta precoce (…tutti in attesa del temutissimo “Big One”…), anche se non vi sono applicazioni immediate della tecnologia a sistemi di allerta dato che da informazioni rilevabili solo ad evento già iniziato, ma la scoperta fornisce comunque una risposta fondamentale circa la differenza nell’origine di terremoti piccoli e grandi. Non è nell’evoluzione del processo di rottura la differenza, ma i mega terremoti sono proprio radicalmente diversi, dalla nascita, rispetto a quelli più piccoli.

EarthquakesCharacterization.png

Anche in questo caso, il suono che accompagna la nascita di questi eventi racchiude più informazioni di quante finora ne cogliessimo. Basta restare in ascolto della natura per capire cosa ci accade attorno. Se solo ci fermassimo ad ascoltare…

WU

PS. Ovviamente un cauto ottimismo è d’obbligo:

The challenge is that we’ve found average patterns. Individual earthquakes have their own personality. There can be variability. A magnitude 9 can accelerate at different rates. We have to wait longer to be super sure about what we are seeing.

Proiezione azimutale equa e planare

Avete presente il logo delle Nazioni Unite (che oltre ad essere una associazione dovrebbe essere un binomio che ci suoni da monito)? Beh, è la mappa della Terra, ma se ci prestate venti secondi di attenzione vi rendete conto che non è la classica “cartina geografica” a cui siamo abituati.

BandieraNazioniUnite.png

Il motivo (non del perché sia stata scelta a bandiera delle Nazioni Unite, che posso immaginarlo in base alla spiegazione che segue, ma del quale non ho effettiva evidenza) è abbastanza semplice: si tratta di una proiezione azimutale equidistante.

Come il nome suggerisce, tale proiezione lascia inalterate le distanze dal punto scelto come origine della proiezione. Praticamente sia l’azimut che la distanza di ciascun punto sulla mappa è proporzionatamente ricollocabile dalla sua posizione relativa rispetto al centro scelto come origine della mappa. Ça va sans dire che per fare le cose il più imparziali (sia eticamente che geograficamente, oserei) uno dei punti naturali è il polo, nord per convenzione.

In base a questa proiezione tutti i meridiani (linee di longitudine) risultano delle rette, cosa molto comoda per misurare e presentare le distanze in linea d’aria dal punto centrale di proiezione (e.g. rotte aeree, carte nautiche, comunicazioni radio intercontinentali, etc.). Per la navigazione, ad esempio, sia via aria che via mare, abbiamo in questa proiezione la possibilità di vedere l’intera rotta su una mappa.

Inoltre, dato che la proiezione azimutale equidistante si ottiene proiettando tutti i punti della terra su un piano ad essa tangente, con tale mappa il calcolo delle rotte fra due qualsivoglia punti si riduce ad un problema planare decisamente più semplice da maneggiare. Tuttavia le distanze sono esatte solo se misurate dal centro della proiezione o fra punti lungo linee rette partenti dal centro (anche se esistono, ovviamente, regole di conversione…).

Il contro (che non fa evidentemente molto piacere agli evolutissimi popoli occidentali) è che essendo la proiezione non conforme la distorsione delle superfici aumenta all’aumentare della distanza dal centro della proiezione (esattamente come una foto con un fisheye). Il limite è il polo sud che in una proiezione azimutale equidistante centrata nel polo nord risulta essere niente meno che… una circonferenza.

Non è un tipo di mappa che vediamo tutti i giorni ed in fondo, un po’ come ogni tipo di proiezione di qualcosa di non-planare su un piano, ha i suoi pro ed i suoi contro. Mi pare, tuttavia, un sistema di proiezione decisamente imparziale, ammesso che esistano proiezioni “di parte” e non sia la lettura che vogliamo dargli noi a renderle tali.

WU

PS. L’unica cosa che mi scoccia un pochino (ma forse neanche più di tanto) è che questo è il tipo di proiezione scelto dai “famosi” terrapiattisti… beh, effettivamente se la mettiamo così potremmo anche convenire che la Terra è piatta (… proprio per definizione di proiezione, direi).

PPSS. Questa e questa ve le ricordate? Si, mi intrippano le mappe…

Il giorno del sovra-sfruttamento

Per fortuna non accade, ma l’assunto per il verificarsi di questa condizione fa venire i brividi: tutti gli esseri umani sul globo dovrebbero avere le stesse abitudini di vita di noi europei.

Ovviamente la cosa non accade, ma mi fa decisamente specie pensare che noi siamo una specie di “termine di paragone”… in negativo, ovviamente. Mi fa specie pensare che possiamo vivere la nostra quotidianità “scialacquando” risorse naturale come tanti altri popoli (beh, ovviamente con le dovute eccezioni…) non possono fare.

Comunque, se ci immaginiamo che il mondo sia una specie di casetta, in meno di cinque mesi (ovvero, da gennaio a maggio) i sui abitanti, consumando come noi europei, avrebbero abilmente svuotato completamente la dispensa… e no, non c’è un negozietto in zona dove andare a fare la spesa…

Il 10 Maggio di quest’anno (beh, diciamo pure che negli ultimi anni questo giorno si avvicina sempre più al primo Gennaio…) è Overshoot Day: il giorno del sovrasfruttamento. Dal 10 Maggio fino a fine anno (quindi, già tecnicamente oggi…) viviamo (vivremmo) dilapidando le risorse del pianeta quindi, di fatto, impoverendolo. Ah, “basterebbero” 2.8 pianeti come il nostro per risolvere il problema (… si, certo, oppure rivedere pesantemente le nostre abitudini di vita, ma questo oltre ad essere più difficilmente quantificabile è anche più difficile da mettere in pratica…).

L’Overshoot day della sola Europa è il 10 Maggio, quello della Terra intera attorno al primo di Agosto; magra consolazione. La data anticipa sempre di più e rimangono comunque diversi mesi prima di arrivare a fine anno ed “idealmente” riempire la dispensa.

OvershhotDay2019.png

Il bilancio si basa sulla quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, lo sfruttamento di risorse naturali, il cibo consumato e cose simili. Se vivessimo in un mondo che fosse 2.8 volte il nostro potremmo permettercelo, viceversa siamo in debito (un altro modo per vedere la cosa…). Magra consolazione il fatto che a livello globale “servirebbero” 1.7 terre.

Per i prossimi mesi, dato che non cambieremo -ahimè- il nostro modo di vivere, emetteremo più emissioni di CO2 di quelle che l’intero ecosistema può assorbire, consumeremo più biomassa di quella che possano rigenerare, impoveriremo i mari a ritmi insostenibili, consumeremo più biodiversità di quella che riusciremmo a preservare e via dicendo.

Spostare questa data il più avanti possibile nell’anno dovrebbe essere il vero obiettivo se vogliamo ancora salvarci. Sono certo che eventualmente si trattasse veramente di casa nostra staremmo più attenti; la cosa (cambiamento climatico è solo un aspetto della medaglia) ci tocca ancora troppo indirettamente per farci percepire il pericolo. Ed aggiungo anche tutti i vari slogan ed iniziative, benché assolutamente puri nelle intenzioni, corrono il forte rischio di farci percepire il problema ancora più edulcorato di quel che ci vogliamo illudere esso sia.

Un raro caso in cui “prima è, meglio è” non si applica affatto.

WU

PS. Mi viene in mente “la cicala e la fornica”… ed indovinate in quale dei due mi ritrovo? Aggiungo anche che giocando un po’ qui con la mia impronta ecologica sono messo anche peggio della media… il mio personale overshoot day è il 04 Marzo, con la bellezza di 5.9 Terre necessarie. Compito per il prossimo anon (Assumendo che ci sia tempo): spostare tale data in avanti di almeno un mese

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

FloatingForest.png

Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU