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Allora, funziona più o meno così: il Sole è una palla di gas caldissimo e ionizzato che funziona come una centrale a fusione nucleare. Ovviamente, anche se ci piace immaginarcela perfetta e splendente, ha anche lei i suoi nei. Questi sono, nel caso specifico, delle regioni con temperature leggermente più basse (in realtà parliamo comunque di qualcosa come 4000 K) del resto della superficie e con campi magnetici molto intensi (che, pare, creino dei vortici di materia direttamente verso il centro della stella).

La dimensione ed il numero di tali “macchie solari“dipende, ovviamente, da un numero esorbitante di fattori, molti dei quali ancora non completamente chiari.

Ora, nel 2017, e più precisamente proprio nei primi giorni di Luglio è apparsa una giga-macchia che possiamo addirittura vedere con qualche piccolo telescopio amatoriale (attenzione, quelli dotati di filtri solari…).

La macchia è apparsa nella zona equatoriale del sole e si è (e molto probabilmente non ha ancora finito) espansa inglobando altre macchioline più piccole fino a raggiungere la ragguardevole dimensione di 125000 km di diametro. Se il numero non vi dice nulla, stiamo parlando di un “buco” (no, non è un vero pozzo nel sole) grande circa come Giove nella quale la nostra Terra entrerebbe diciamo… una ventina di volte!

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Il Sola ha a sua volta un ciclo di attività della durata di circa 11 anni e proprio in questo 2017 siamo vicini al minimo di tale ciclo, per cui questa macchia sembra una specie di colpo di coda della nostra stella.

In questi giorni la macchia ha anche dato, come nella sua natura, anche qualche segno di instabilità producendo un brillamento solare di intensità media (M, classe 1.3). La nube di plasma emessa ha colpito il campo magnetico della Terra (il nostro scudo spaziale), alterando soprattutto le trasmissioni radio nella zona Asia-Australia.

Effettivamente da macchie così estese ci si può aspettare qualcosa di più… Dato che anche il Sole ruota su se stesso, nei prossimi giorni la macchia raggiungerà il centro del disco solare, pronta per puntare direttamente verso la Terra.

Aspettiamoci quindi nei prossimi giorni un bel brillamento fatto a mestiere con tanto di potenziali ricadute sui nostri satelliti, sistemi di comunicazione, impianti elettrici e pilastri simili nel nostro secolo.

WU

Colorare le nuvole

Dai, dai, dai che qui ci si sguazza alla grande fra bufale, complottismo, e fanta-verità.

The early morning skies along the mid-Atlantic coast will light up with luminescent clouds as NASA tests a new system that supports science studies of the ionosphere and aurora with a sounding rocket launch May 31 from the Wallops Flight Facility on the eastern shore of Virginia. Backup launch days are June 1 through 6.

Al via in questi giorni l’ultimo esperimento (pubblico) NASA: coloriamo le nuvole. Che potrebbe sembrare anche la frase di una qualche maestra di asilo. Mentre nasconde invece uno scomodo segreto di manipolazione climatica mondiale (… ah ah ah ah ah …).

Allora, dicevamo. E’ in previsione per oggi (e questo mio tempismo quasi mi infastidisce) un test NASA per un sistema di eiezione di vapori nella ionosfera. I vapori saranno immessi nei cieli sopra le coste atlantiche per studiare i movimenti delle nuvole ed il fenomeno delle aurore boreali (certo non visto poeticamente come qui…).
Praticamente verrà lanciato un razzo (dalla Wallops Facility) che colorerà le nubi di blu e verde. Le strane formazioni saranno visibili in gran parte degli USA ed, ovviamente sono state dichiarate come “innocue per l’uomo”.

Si, è molto probabile (anzi ne sono abbastanza sicuro) che sia così, ma vuoi mettere la bellezza di pensare che stiano modificando artificialmente il clima sopra l’Atlantico grazie a chissà quale sostanza e con chissà quale scopo recondito per il quale la perdita di vite umane è solo un problema collaterale? Qui ci sta bene la trama di un Mission Impossible.

10 lattine di birra contenenti vapori di bario, stronzio e ossido di rame (che così, ad occhio, proprio innocui non mi paiono) saranno rilasciati a circa 150-200 chilometri da Terra. I contenitori rilasceranno nel giro di una decina di minuti i “preziosi” vapori che coloreranno le varie formazioni nuvolose permettendo di seguire visivamente il movimento delle particelle negli strati alti dell’atmosfera. “rocket launch that will create artificial glowing clouds” … appunto.

Affascinante, colorato e sufficientemente border line per alimentare sogni complottistici.

WU

PS. Direttamente dalla NASA, stamane:

UPDATE 11 a.m., Tuesday, June 27: The launch is on schedule for Thursday, June 29, of the NASA Terrier-Improved Malemute suborbital sounding rocket for the vapor release mission. However, the launch time has been refined to 4:25 – 4:48 a.m. The backup launch day is June 30. The launch window is determined by sun angles and also moon down conditions. Thus, this launch window is early morning compared to the previous evening launch window for this mission.
The rocket is to test a new multi-canister ejection system for deploying vapors in ionosphere or aurora sounding rocket missions. The vapors will form artificial clouds that may be seen from New York to North Carolina.

Madreperla stratosferica

Ci sono tanti modi per combattere il caldo. Il mio, uno dei più inutili, è quello di pensare alle nuvole. Quando si dice “testa fra le nuvole”, ma, ahimè, non nel vero senso della parola.

Ora fra i vari tipi di nuvole più o meno note e più o meno comuni che possiamo vedere alzando gli occhi al cielo (cosa che dovremmo comunque più spesso di quanto facciamo e non solo per imprecare) vi sono le nubi madreperlacee.

E lo confesso, mi ci sono imbattuto sostanzialmente guardando qualche foto in rete e facendomi guidare dal gusto di qualche bella foto.

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Sono nubi che si formano nientemeno che nella stratosfera (non a caso note anche come Polar Stratosferic Clouds). Per intenderci più in alto di dove volano normalmente gli aerei e così in alto che tipicamente l’aria è sufficientemente secca da non consentire lo sviluppo di alcuna nube. Tra i 15 ed i 25 km sopra le nostre test, dalla forma lenticoidale, allungate, colore pallido (guarda un po’… quasi madreperlaceo).

Beh, queste formazioni nuvolose sono così alte che, anche a causa della curvatura della terra, ricevono la luce quasi dal basso ed appaino ancora più variopinte e suggestive, soprattutto al tramonto e/o nelle regioni polari (nelle quali è più facile che si formino a sia a causa della maggiore umidità degli strati alti dell’atmosfera sia a causa delle basse temperature richieste per la loro formazione: almeno -78 gradi!).

Possono essere composta da tutta una serie di elementi (non sempre è solo acqua quel che sembra) fra cui acido nitrico ed acido solforico,

Io stesso giurerei di averle viste, almeno una volta (anche se non sono un esperto meteorologo, almeno non abbastanza da leggere il meteo in tv…). Ebbene, scopro che non solo sono abbastanza rare, ma sono anche potenzialmente “pericolose”:

These high altitude clouds form only at very low temperatures help destroy ozone in two ways: They provide a surface which converts benign forms of chlorine into reactive, ozone-destroying forms, and they remove nitrogen compounds that moderate the destructive impact of chlorine.

Un raro (rarissimo) caso in cui mi sentirei di parlare dei rischi del “raffreddamento globale” (contrariamente, ad esempio, a quello che dicevamo qui). Non mi sento rinfrescato, ma guardo in su con più curiosità.

WU

Century Camp

Facciamo un po’ di complottismo. Ma poi neanche più di tanto; dato il periodo storico in cui viviamo le notizie che seguono non mi sorprendono più di tanto… almeno finché non si inizia a parlare di alieni.

Correva l’anno 1959, piana Guerra Fredda, e mentre gli URSS avevano Cuba per poter lanciare missili balistici nucleari sul territorio americano, gli Americani non avevano nulla. E come sappiamo la cosa non va assolutamente a genio ai nostri compari d’oltreoceano.

Allora c’era la Groenlandia, sufficientemente vicina al territorio russo e sufficientemente deserta da non destare troppe domande. Il fatto che non era territorio americano poteva essere un problema secondario.

2000 m sul livello del mare, nel nord ovest dell’isola, gli USA si decisero ad istallare la loro nuovissima e segretissima base militare con lo scopo ufficiale di

to test various construction techniques under Arctic conditions, explore practical problems with a semi-mobile nuclear reactor, as well as supporting scientific experiments on the icecap.

Il risultato? 3 km di tunnel sotto il ghiaccio, 200 “abitanti” (in realtà il termine è molot appropriato dato che nella base c’erano anche ospedali, negozi, teatri, etc. etc.). Ed ovviamente un reattore nucleare.

Testate nucleari, pare, mai. Il motivo fu che dopo un paio d’anni di ricerche gli americani si accorsero che il movimento del ghiaccio era molto più veloce di quanto si aspettassero ed i tunnel della base erano a rischi crollo. Il progetto terminò nel 1966 con l’evacuazione degli abitanti e la rimozione del generatore nucleare.

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E questa è la storia. Ma la storia continua anche senza l’uomo ad abitare quei tunnel. Nel 1966 la base era coperta da 35 m di ghiaccio e tutti (gli Americani) erano confidenti (o si fecero convincere in virtù di motivazioni economiche che posso facilmente immaginare) che il ghiaccio avrebbe sepolto e nascosto tutto ciò che rimaneva della base. E ciò include, a parte il segreto militare, anche le scorie radioattive, gasolio, acque di scarico ed amenità varie. Beh, c’è da dire che “riscaldamento globale” non era neanche un termine sensato alla fine degli anni ’60.

Bene, oggi i metri di ghiaccio che celano il tutto si sono ridotti da 35 ad 8 e se il trend del riscaldamento climatico globale resta quello attuale, entro il 2090 avremo tutto alla luce del sole. Soprattutto considerando che oggi le abbondanti nevicate riescono a ricomporre un po’ dello strato di ghiaccio, ma la cosa è destinata a non continuare oltre questo secolo.

Retroscena militari a parte la questione sicurezza dell’impianto dismesso è tutt’altro che chiusa. Seppellire il passato, invece che risolverlo, è difficilmente una buona idea. Ed il fatto che i cambiamenti climatici/ambientali generati da una generazione possano essere il problema di un’altra è la cosa che mi inquieta di più.

WU

PS. Ed a completare l’alea di mistero della base e tutti gli occultamenti che sono stati fatti (a scapito dell’ambiente):

Details of the missile base project were secret for decades, but first came to light in January 1995 during an enquiry by the Danish Foreign Policy Institute (DUPI) into the history of the use and storage of nuclear weapons in Greenland.

Araucaria columnaris

Sapete quando di dice “E’ nato storto!”? Come per dire che è irrecuperabile, che è condannato, che è meglio ripartire. Come se le uniche cose giuste fossero quelle dritte (e qui si apre un altro capitolo che mi porterebbe decisamente lontano…).

Ad ogni modo di alberi non propriamente verticali se ne vedono a bizzeffe. Che sia il terreno, il vento, il sole, altri alberi, la fantasia di qualche giardiniere o simili, la cosa non ha mai destato (a me, mente mediocre) particolare interesse. Gli alberi, tutti, hanno dei geni appositi per correggere l’inclinazione del tronco crescendo.

Tutti, a parte il pino di Cook. O meglio, in questo albero i geni sono in qualche modo corrotti (e la domanda “ma come mai si è evoluta una specie con questi geni difettosi invece di estinguersi?” mi pare, da profano, assolutamente calzante).

Come se ne avessi visti decine e decine. Come se sapessi, prima di oggi, che hanno una particolarità: crescere storti. Ma non solo. La domanda, legittima, che si è posto un ricercatore della California Polytechnic State University è: “ma crescono storti in una direzione a caso?”.

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Ovvero, mentre io avrei semplicemente detto… capita. Lui, oltre a sapere che è una costante per questo genere di alberi si è anche chiesto se la direzione di crescita fosse casuale. E da qui poi parte la ricerca (in fondo abbastanza semplice): telefonate in giro per il mondo chiedendo indicazioni sulla direzione, e l’angolazione, di crescita dei pini di Cook locali.

256 pini “misurati” nei 5 continenti con un risultato assolutamente inaspettato: indipendentemente dal vento, dal terreno e da fattori esogeni a piacere i pini di Cook crescono puntando verso l’equatore. Inclinati verso nord quelli dell’emisfero australe, verso sud quelli di quello boreale.

Questo il dato di fatto, per la motivazione (che sarebbe la vera scoperta) dobbiamo aspettare.

WU

PS. Dettagli ulteriori: inclinazione media 8.55 gradi (due volte quella della torre di Pisa); massimam, nell’Australia del sud, 40 gradi (!!). Ah, e parliamo di bestioni alti fino a 60 metri…

PPSS. Al secolo Araucaria Columnaris; il nome di Pino di Cook deriva dal nome dell’impavido esploratore che per primo (pare) li abbia fatti classificare.

Cacciatori di elefanti

We’ve got hidden cameras in the African Rainforest and we need your help to count the elephants in the photos. There’s often a gorilla or leopard hiding in the photos too so keep your eyes peeled!

E’ questo il disclaimer dell’ultima (in ordine cronologico, per quel che ne so) novità in fatto di crowdsearching. E’ l’ennesimo progetto del team di zooinverse (ne avevamo parlato, almeno, qui, ricordate?).

Ad ogni modo ora lo scopo è quello di identificare elefanti (ma anche scimpanzé, leopardi, gorilla ed ogni cosa vivente (uomo compreso) si aggiri per le foreste del Gabon (se non sapete esattamente dove è è normale, se vorreste sapere in quale specifica foresta, invece, non è possibile per preservare i nostri “amici animali” dagli uomini cattivi cattivi che li vogliono cacciare).

elephantexpedition.png

Praticamente nelle suddette foreste sono state sparse un po’ di videocamere che hanno raccolto un bel po’ di immagini ed ora si tratta di processarle tutte per capire che hanno visto. E qui l’approccio “crowd” funziona sempre.

We need help to go through all the photos and decide which photos have elephants in them (or gorillas or leopards!) and how many elephants you can see. This helps us work out where the elephants are living and how big their family groups are.

Il giochino è, come sempre, semplice e ciò lo rende carino: quardo le foto (che è quasi meglio di sfogliare la Repubblica), se ci vedo un elefante clicco sulla relativa icona, ed idem dicasi per leopardi, uomini, gorilla, bufali etc… se non ci vedo nulla… clicco su vegetation.

Mi sembra il miglior contributo che molti di noi possano dare per

conserving the endangered African Forest Elephants living in the rainforests of Central Africa.

WU

PS. Lo stato delle cose ad oggi: 10% completato, 2907 volontari (io sarò il 2908), 478429 classificazioni fatte, 252008 soggetti totali, 27806 soggetti individuati.

Synlight per tutti

Alla follia umana non c’è mai fine, e la definizione di follia è tanto aleatoria quando la nostra voglia di farla finire. In altre parole: sognare, anche follemente, ci spinge oltre; magari non dove volevamo arrivare, ma un po’ più in la di dove ci eravamo piantati.

A parte questa (dovuta) divagazione, una delle cose che ci spinge, almeno come ricerca (poi all’atto pratico… decisamente meno) a pensare e provare soluzioni incredibili/folli/innovative è l’ecologia. Ci accorgiamo sempre che stiamo facendo casino e spesso per cercare di limitare i danni… fantastichiamo (non sia mai a mettere la parola basta a certe pratiche, anzi, paventiamo anche il ritorno al carbone…).

Ad ogni modo (e se la smettessi di divagare sarebbe tutto più semplice, breve e lineare), vicino Colonia, nelle verde Germania, un gruppo di ricercatori (alle cui spalle si scorge chiara la sagoma, ed i fondi del DLR) si è messa in testa una cosa decisamente originale/folle.

Facciamoci un sole tutto nostro così produciamo Idrogeno… green. Eh?!
Praticamente stanno mettendo su un mega riflettore (la più potente fonte luminosa al mondo) con lo scopo (beh, se è il solo quasi mi deludono) di produrre carburanti eco-friendly.

Il sole naturale (come se ne esistesse già uno artificiale) emette ad una lunghezza d’onda ben specifica. Di solito nei laboratori tale lunghezza d’onda viene riprodotta con simulatori solari basati su lampade allo Xenon. Ed anche in questo caso i ricercatori stanno creando un gigantesco padellone composto da 149 fari allo Xenon da 7kW ciascuno in grado di emettere la stessa radiazione di 10.000 soli quando tutti i fari sono ruotati (e qui un’altro degli aspetti interessanti dell’accrocchio) in modo da convogliare tutta la loro energia in un’unico punto. Ogni faro ha il wattaggio di circa 4.000 lampadine tradizionali… mica poco.

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Così facendo, a parte abbronzarsi/abbrustolirsi/incenerirsi si riescono a raggiungere temperature localmente anche dell’ordine degli 3500 °C; ed inoltre tale radiazione è anche stabile e costante, qualità non da poco. Abbastanza per provare ad estrarre idrogeno dall’acqua. Ma evidentemente con tutta questa energia si può pensare a tanto altro (e.g. turbine, vapore, forni, etc.).

Il dubbio che mi viene (e non è poi così difficile pensandoci) è: ma da qualche parte dobbiamo prendere tutta l’energia che serve per accendere il lampione (in quattro ore di attività Sylight consuma la stessa quantità di energia elettrica che una famiglia media utilizza in un anno intero), no? Ovviamente la ricerca è al momento volta nell’incremento dell’efficienza delle lampade e di tutta la struttura e di certo si può far affidamento su fonti energetiche che siano green a loro volta, ma … il Sole (quello vero) rimane una centrale nucleare che noi non siamo ancora in grado di replicare.

WU (incuriosito)

PS. Altri punti di domanda che mi sorgono, forse leggermente (ma pochissimo, dai) più tecnici:
– le lampade in questione devono scaldare parecchio; il sistema va sicuramente raffreddato… e molto bene. Altra energia/inquinamento?

– L’idrogeno è molto volatile, abbiamo già un’idea di come immagazzinarlo “al volo” dopo averlo scisso dall’ossigeno (a sua volta riutilizzabile) dell’acqua?