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Montaña Vinicunca

Qualcosa come “montagna dai sette colori”… e non è l’ambientazione del prossimo Kung Fu Panda. Anzi, esiste veramente! … ed ovviamente è una di quelle bellezze naturali messe a rischio dall’uomo.

Siamo in Perù, al cospetto della montagna arcobaleno, una sorta di incidente geologico. Solo una quarantina di anni fa, con il progressivo sciogliersi delle nevi (… ora mi volete dire che è uno dei potenziali lati positivi del riscaldamento globale?) la montagna ha iniziato a mostrare il suo vero aspetto.

Un effettivo spettacolo della natura: 5100 metri sul livello del mare, al confine tra Pitumarca e Cusipata abbiamo uno scorcio che sembra finto. A causa dei vari depositi minerali del terreno, la montagna esibisce un profilo arcobaleno.

montagnaArcobaleno.png

Ovviamente l’aspetto più che unico della montagna attrae milioni di turisti ogni anno. La comunità di Pitumarca gestisce autonomamente tutta l’attività turistica nel posto.

Basta pagare 3 dollari per avere accesso al cospetto del monte. Qui si trovano aree ristoro (… e quindi immondizia), pascoli (… e quindi feci) ed attrazioni turistiche varie (e.g. passeggiate a cavallo, percorsi per escursioni, etc.).

E fin qui, a parte un po’ di rischio legato ad una potenziale cattiva gestione di queste attività, siamo più o meno nella norma. Se non fosse che nel 2010 è stata data una concessione per l’estrazione mineraria nella montagna alla compagnia mineraria canadese Minquest Perú.

Non mi metto qui a sproloquiare su tutti gli accordi più o meno puliti che ci devono esser stati sotto, ma a seguito di fervide proteste da parte della popolazione la compagnia mineraria ha scritto una lettera di rinuncia alla licenza.

Ma la storia, ovviamente, non è finita. La concessione riguardava un’aria già parco naturale (vi ricorda nulla, seppur lontanamente, della storia del petrolio in Basilicata o dei vari siti “candidati” ad ospitare le nostre scorie nucleari?) e la stessa minaccia potrebbe ripresentarsi in futuro.

Praticamente la compagnia potrebbe tornare alla carica per rivendicare la sua licenza oppure altre licenze (tanto si sa come si concedono certe cose…) potrebbero esser date a compagnie “meno virtuose” della Minquest Perú.

I politici locali di vari livelli si sperticano (almeno nel loro lato pubblico) in dichiarazioni di salvaguardia e rispetto per il sito (… e vorrei vedere… almeno una sicura entrata economica la costituisce…), ma la tranquillità della montagna (… che forse meriterebbe una sorta di ZTL tipo quella che stiamo in questi giorni proponendo sulle nostre Alpi…) è ancora ben lontana.

WU

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The Pac Man Theory

E’ fantastica! Assolutamente fantastica.

Per quanto assurda (e poi chi lo dice?) è un’ulteriore prova (se ce ne fosse davvero bisogno) della genialità della mente umana. Una conferma della nostra capacità di dare un senso tutto personale alla realtà “oggettiva” che ci circonda e piegare i fatti alla nostra interpretazione.

La terra è piatta. E di questo i terrapiattisti ci hanno ormai convinto (…), ma ora le teorie si sono evolute. Si è appena conclusa, infatti, la Flat Earth Convention 2018 (tranquilli… è solo la prima), a Birmingham e qui la convinzione sulla forma della nostra Terra si è fusa con il lascito storico di noi giovani degli anni ’80: i videogames 2D. Principe fra questi il mai-dimenticato Pac Man.

Uno degli annosi problemi dei terrapiattisti è il fatto che arrivati ad un bordo della mappa non vi sono modo ovvi per passare all’altro. Ovvero se arrivi in Giappone per tornare agli USA devi riattraversare tutto il globo, anche se sappiamo (e lo sanno anche loro) che non è così. Ed ecco quindi la nuova teoria che viene in soccorso a questo annoso problema, confermando (…) la forma del nostro globo (o lo dovrei forse chiamare quadro di gioco?).

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Esattamente come in Pac Man, arrivati ad un bordo del quadro vi sono delle “porte” che ti riportano direttamente all’estremità opposta senza dover fare nessuna fatica. Beh, per i terrapiattisti queste “porte” sono il nostro oceano pacifico che ci consente appunto di passare dal Giappone agli USA senza dover riattraversare tutto il mondo. Ecco risolto il (loro) rebus.

One logical possibility for those who are truly free thinkers is that space-time wraps around and we get a Pac-Man effect,” he told the convention, suggesting that planets in the sky teleport from one side of the Earth to the other once they reach the horizon, like Pac-Man characters do when they move off the left side of the screen and then appear instantly on the right.

Praticamente la teoria consente di giustificare la realtà “oggettiva” (mi vengono i brividi ad usare questa parola) secondi cui viaggiando sempre nella stessa direzione riusciamo a tornare al punto di partenza. Cosa assolutamente impossibile senza la Pac Man Theory… e senza una terra piatta.

Ovviamente i terrapiattisti “sanno” che la Terra è piatta perché nessuno vive a testa in giù, perché non vedono curvature (dall’altezza dei loro occhi), perché non bisogna credere alle notizie preconfezionate dei media.

E’ chiaramente più facile (anche se sicuramente è più affascinate) credere all’esistenza di queste porte piuttosto che ad una forma sferoidale della nostra Terra. Giustissimo! Inoltre volete mettere il significato allegorico di questa teoria? Viviamo come Pac Man fuggendo fantasmi ed evitando ostacoli nel labirinto (rigorosamente 2D) della vita, e solo i più bravi riescono a procrastinare il solito, immancabile, angosciante game over (ed in fondo immaginarsi queste teorie è il senso del gioco).

WU

PS.

That seems true. The average number of online searches for ‘flat Earth’ has increased by a factor of 10 since 2014, according to Google Trends. Those searches yield a variety of theories about the true shape of the Earth. Some say the flat Earth is surrounded by a giant ice wall. Some argue Earth is a disc that’s protected by an invisible dome called the firmament.

Anomalia magnetica del Sud Atlantico

Due parole che non possono non catturare l’attenzione: anomalia e magnetica…

La South Atlantic Anomaly (SAA) è un punto, ormai ben noto, della superficie terrestre in cui l’intensità del campo magnetico è particolarmente debole.

In questa regione le così dette Fasce di Van Allen (ciambelle che avvolgono la Terra composte di particelle cariche intrappolate nel campo magnetico del nostro pianeta) sono particolarmente vicine alla superficie terrestre (fino a circa 200 km!) e ciò interferisce con il campo magnetico generato dl nostro pianeta. Tale vicinanza è una combinazione dell’inclinazione dell’asse di rotazione della terra e dell’asse magnetico terrestre, ma il risultato è che in questa regione le cose sono un po’ più strane che ne l resto del globo.

Le dimensioni della SAA aumentano anche con la quota e la sua estensione varia nel tempo; la parte più intensa della regione si sta infatti spostando lentamente verso Ovest ad una velocità di circa 0,3° di longitudine per anno.

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Ma non è tutto.

Al confine tra Zimbabwe, Sudafrica e Botswana, ovvero nel cuore della SAA (che ad oggi si estende fra circa 0° e -50° in latitudine e da 90° Ovest a 40° Est in longitudine) viveva nell’età del Ferro una popolazione di agricoltori ed allevatori con una strana tradizione.
Per propiziare i loro dei nei periodi di siccità, infatti, bruciavano recipienti di grano. Recipienti di argilla. E meno male…

L’argilla, bruciata ad alta temperatura, infatti, stabilizza i sui minerali magnetici che praticamente si dispongono in accordo al campo magnetico del momento. Scattando di fatto una foto magnetica del pianeta in quell’epoca.

Qualcosa di insolito nel confine tra nucleo e mantello al di sotto dell’Africa è evidente che ci sia (e ci fa piacere il fatto che ci sia) ed, assieme alla vicinanza delle fasce di Van Allen, determina tale anomalia. La African large low velocity province è praticamente questa regione (e stiamo parlando di qualcosa come 3000 km2!) in cui il materiale fra nucleo e mantello è un po’ rallentato, scorre più piano, rallenta anche la propagazione delle onde sismiche e genera “meno campo magnetico” (non me ne vogliano i puristi).

E le scoperte (di un gruppo di scienziati dell’Università di Rochester, New York) sono state anche più interessanti; il campo magnetico della regione ha subito significative fluttuazioni fra il 400 e il 450 d.C., dal 700 al 750 e dal 1225 al 1550. Questo vuol dire che la SAA è in effetti solo la manifestazione attuale di un fenomeno ricorrente del campo magnetico del pianeta.

E’ pertanto un fenomeno ciclico, molto probabilmente indice della famigerata inversione magnetica (che NON ci ucciderà), che ha in questa regione la sua spia ed il suo “punto debole”; il suo punto di innesco.

WU

Moon’s fossil bulge

Come trattare brevemente (e sommariamente come mi si confà) un tema che merita lunghi trattati, che sono poi solo il frutto (giustamente dettagliato) di lunghi studi e tentativi.

Ad ogni modo, quando abbiamo la forza (ed i coraggio) di staccare il mento dal petto, il fatto che abbiamo un bel satellitone naturale che ci protegge non passa certamente inosservato.

Ma la luna, e questa non è certo una novità, nasconde ancora tanti segreti. Molti (praticamente tutti) oggetti nel nostro sistema solare hanno una specie di rigonfiamento all’equatore. Ovvero lungo le loro sezioni centrali si tende ad accumulare più massa a causa della rotazione (se lo fate con una trottola ve ne convincete velocemente) attorno al proprio asse.

La luna, anche in questo, è però speciale. Ha si il suo bel rigonfiamento equatoriale, che dovrebbe essere dell’ordine dei 200 metri, ma molto più pronunciato di quanto ci saremmo aspettati. Il rigonfiamento, infatti, è circa 20 volte maggiore! I molteplici crateri da impatto ed i vari bacini lunari hanno comunque “smussato” questo rigonfiamento, che rimane comunque sostanzialmente maggiore di quanto ci saremmo aspettati considerando la sua velocità di rotazione: un giro completo in circa 28 giorni.

Ovviamente la cosa è sufficiente per stuzzicare la mente umana e dedicarsi quindi a chiedersi il perché di tale anomalia (se non altro per dimostrare che i calcoli su tutti gli altri satelliti naturali li sappiamo fare e che la “teoria” è salva…). Bene, da simulazioni numeriche, riportati qui in Geophysical Research Letters, pare che gli strati esterni della luna si debbano esser congelati nella loro attuale configurazione circa 4 miliardi di anni fa (no, noi non eravamo ancora a spasso per il globo) per cristallizzare il notevole rigonfiamento equatoriale. E prima di quell’epoca, evidentemente, la luna ruotava su se stessa ad una velocità molto maggiore di oggi, il che quindi generava un rigonfiamento equatoriale notevolmente maggiore.

Questo scenario ha inevitabilmente un impatto anche su tutta l’evoluzione del sistema Terra-Luna. Oggi, infatti la luna ruota attorno a se stessa alla stessa velocità con cui ruota attorno alla Terra.

The Moon currently recedes from the Earth at a rate of about 4 centimeters per year according to lunar laser ranging observations from the Apollo missions. The recession is believed to result from gravitational or tidal interaction between the Earth and Moon. The same process also causes Earth’s rotation to slow down and the length of day to increase.

Ma per soddisfare tale scenario in passato la luna deve aver orbitato attorno a noi ad una velocità molto più alta ed anche la velocità con cui la Terra ruotava attorno al proprio asse (che in ultima analisi contribuisce al momento angolare di tutto il sistema Terra-Luna) deve esser diminuita più lentamente del previsto. Ciò ha infatti determinato una più lenta diminuzione della velocità di rotazione della luna attorno a se stessa che ha dato il tempo al rigonfiamento equatoriale di fissarsi al suo stato dell’epoca.

The timing and necessary conditions of this fossil bulge formation have remained largely unknown given that no physical models have ever been formulated for this process. Using a first-of-its-kind dynamic model, Zhong and his colleagues determined that the process was not sudden but rather quite slow, lasting several hundred million years as the Moon moved away from the Earth during the Hadean era, or about 4 billion years ago. But for that to have been the case, Earth’s energy dissipation in response to tidal forces-which is largely controlled by the oceans for the present-day Earth-would have to have been greatly reduced at the time.

E non è tutto; la cosa ci porta “facilmente” ad un’altra considerazione. Il fatto che la velocità di rotazione della Terra non stesse rallentando così rapidamente suggerisce che il nostro pianeta fosse praticamente un corpo semi-solido (altrimenti il movimento di masse liquide avrebbe introdotto una forza d’attrito frenante). Ovvero non vi era traccia di alcun oceano che rallentasse la velocità di rotazione del nostro pianeta, almeno per primi 500 milioni di anni… O, in alternativa, gli oceani esistevano ad uno stato ghiacciato, almeno in gran parte (probabilmente a causa del minore livello di emissione di calore/radiazioni da parte del nostro Sole).

Earth’s hydrosphere, if it even existed at the Hadean time, may have been frozen all the way down, which would have all but eliminated tidal dissipation or friction

Tema che merita maggiori approfondimenti, o almeno maggiori riflessioni, magari durante una notte di luna piena.

WU

Day Zero: 12.04.2018

… e non parliamo di qualche apocalittica previsione di numeroligisti improvvisati circa la fine del mondo. Il tema è leggermente (anzi, parecchio) più serio.

3.7 milioni di persone sulla costa ovest del Sud Africa stanno per rimanere senza acqua. E non parlo, come se la necessità d’acqua dipendesse dal dove uno si trova, di tribù sperse nel deserto; parlo di Cape Town.

Una megalopoli che sta vedendo il suo bacino di acqua ridursi giorno dopo giorno: giorno “dell’apocalisse” stimato il 12.04.18. Secondo il corrente rateo di consumo di acqua potabile, infatti, per quella data i cittadini di Cape Town avranno completamente esaurito le loro risorse idriche e dovranno far appello a dei punti di distribuzione (diciamo “il triste piano B”) distribuiti per la città.

Detta così la cosa dispiace, ma tutto sommato è una di quelle notizie sufficientemente lontane da noi tanto da finire nel dimenticatoio ben prima del giorno del giudizio. Se invece vi facessi vedere “un’animazione” (in realtà una sequenza di immagini) costruita mediante le osservazioni di un qualche satellite che monitora lo stato del nostro pianeta forse la cosa colpisce leggermente (anche se finché non ci tocca direttamente non ci colpirà mai abbastanza) di più.

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Ad oggi le più grandi scorte d’acqua della città mantengono cumulativamente solo il 26% delle risorse idriche (la più grande diga è al 13% del suo livello nominale); e stiamo parlando di un bacino che ospita “nominalmente” 898,000 megalitri di acqua potabile! E ‘è di più: l’ultimo 10% di acqua delle riserve è difficilmente utilizzabile (è praticamente come pescare dal fondo di un barile…).

Day Zero will happen when the system’s stored water drops to 13.5 percent of capacity. At that point, the water that remains will go to hospitals and certain settlements that rely on communal taps. Most people in the city will be left without tap water for drinking, bathing, or other uses.

Ed ovviamente la cosa ha messo parecchio sull’allerta le autorità cittadine che sono arrivate a stilare a riguardo un “Disaster Plan“.

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Theewaterskloof was near full capacity in 2014. During the preceding year, the weather station at Cape Town airport tallied 682 millimeters (27 inches) of rain (515 mm is normal), making it one of the wettest years in decades. However, rains faltered in 2015, with just 325 mm falling. The next year, with 221 mm, was even worse. In 2017, the station recorded just 157 mm of rain.

In queste situazioni una delle poche cose che conforta l’uomo è andare a ritroso per vedere se è proprio colpa sua o se nella storia eventi del genere si sono già verificati (dividendo così la sua parte di responsabilità con i suoi avi). Ebbene, a Cape Town così poca acqua nelle riserve idriche si verifica circa una volta ogni 1000 anni come conseguenza di una serie di anni poco piovosi (ed un consumo insensibile alla disponibilità di acqua, ma questo non è registrato negli annali).

Ma i CapeTowniani sono effettivamente lungimiranti ed hanno già varato un piano di ampliamento di uno dei maggiori bacini che era inizialmente previsto entro il 2024 e che è stato anticipato al 2019 (tra il dire ed il fare… ma almeno la lungimiranza mi pare ci sia). Ovviamente tale piano va di pari-passo con decreti ed atti per sensibilizzare la popolazione sull’uso dell’acqua potabile (forse dovrebbe essere un monito costante mondiale…), vietata per usi non strettamente necessari. Target: usare meno di 50 litri di acqua per persona al giorno (scommetto che c’è gente che non ha questa disponibilità in una settimana).

WU

Brucia, brucia, brucia

Giacimento di Jharia, in un distretto impronunciabile, India. 260 km2 di carbone che stiamo estraendo dal 1800. Praticamente un’immensa distesa di carbone. E cosa fa il carbone? Beh, brucia.

Il giacimento in questione è infatti lo scenario del più duraturo incendio della storia. Il primo incendio di cui si ha notizia (se ce ne fossero stati altri prima o se quello in questione fosse iniziato anni prima non è dato saperlo) data 1916.

Da allora il focolaio non si è mai spento, anzi, negli anni ’80 si sono documentati più di 70 focolai in tutta la distesa e nessuno poteva essere contenuto ne tanto meno spento. Ed allora l’idea geniale: lasciamolo bruciare, prima o poi si esauriranno da soli. Se non fosse che in presenza di tutto quel carbone questo “prima o poi” è più vicino al poi…

Altra ideona (effettivamente un po’ migliore): vediamo se riusciamo a soffocarli. Togliendo infatti la disponibilità di aria, anche in presenza di carbone, gli incendi sono destinati ad estinguersi. Ma per far ciò l’unica cosa che NON bisogna fare è trasformare la miniera in una miniera a cielo aperto… Ovviamente l’unica cosa che è stata fatta, nel 1973, ad opera della Bharat Coking Coal Ltd, è stata quella di aprire larga parte della miniera per facilitare ed economizzare l’estrazione del carbone. Con grande gioia dei condannati incendi.

Anzi, le cose sono andate ancora meglio (per gli incendi, ovviamente). Dato che la miniera era già un labirinto di gallerie scavate per l’estrazione che consentivano la circolazione dell’aria, una volta aperta anche la superficie si sono create delle belle correnti di aria che hanno dato nuova vita ai focolai creando un mega incendio. Praticamente da braci di carbone siamo arrivati a fiamme fino a 20 metri! Ottimo…

La mente va subito alle due più importanti ricadute di tutta questa mal gestione delle risorse naturali: quella economica e quella ambientale. E siam messi ovviamente malissimo su entrambi gli aspetti.

37 milioni di tonnellate di carbone, miliardi di dollari di valore, andate perse a causa di questi incendi incontrollati ed ormai incontrollabili. Ulteriori 1,4 miliardi di tonnellate di carbone ormai inaccessibili a causa degli stessi incendi. I miliardi di dollari già in fumo o in procinto di diventare tali ormai sono fuori scala.

E l’ambiente certo non ne giova. Tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera e villaggi limitrofi ridotti a spettrali set di film post-nucleari. Aria irrespirabile e terreno a temperature inaccettabili (considerando che la maggior parte degli abitanti commina a piedi nudi…). Il livello di salute della popolazione è bassissimo, ma molti tendono a rimanere per evitare di perdere ciò che gli da da mangiare: lo stesso carbone che li sta uccidendo.

Come uscirne, beh, secondo la Bharat Coking Coal Ltd ed il governo indiano (che partecipa la società mineraria) basta continuare a sfruttare la miniera… per aumentare il profitto, ovviamente.

Angosciante. Un inarrestabile delitto alla luce del sole.

WU

Hunga Tonga-Hunga Ha’apa

Un tempo doveva essere una cosa abbastanza usuale. Un tempo intendo quando noi essere umani non eravamo ancora a zonzo. Un tempo quando il nostro pianeta stava decidendo come disegnarsi e che livrea presentarci.

Oggi di nuove isole che si formano a seguito di qualche guizzo della Terra ne esistono, ma che perdurano per più di qualche anno, a quanto ne sappiamo, no.

Ovviamente (altrimenti non stari qui a sbrodolare) Hunga Tonga-Hunga Ha’apa fa eccezione. Incastonata nell’arcipelago di Tonga, la nuova isola si è formata in seguito all’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Ha’apai nel 2014 e dalle prime analisi (o forse impressioni) doveva rimanere li per solo qualche mese. Ovviamente così non è stato.

L’eruzione ha riempito il cielo ed il mare di polvere e detriti che quando si sono finalmente depositati e stabilizzati hanno schiuso agli occhi del mondo (beh… più che altro dei satelliti) un bel isolotto con una sommità di ben 120 m. Ora, di solito le isole vulcaniche non sono particolarmente resistenti, dato che sono una catasta di detriti facilmente erosi da vento ed acqua. In questo caso, però, sembra che le acque tiepide dell’oceano, interagendo con la calda polvere vulcanica, abbiano formato uno strato roccioso decisamente resistente.

Siamo, invece, davanti alla prima isola “nuova” che possiamo vedere nell’era dei satelliti e nell’osservazione della Terra dallo spazio. La possiamo vedere dalla sua formazione e durante la sua evoluzione. Oggi stimiamo che dovrebbe sopravvivere almeno per una trentina d’anni, ma direi che le variabili in gioco sono troppe per credere a queste stime…

Il team della Nasa ha calcolato due potenziali scenari che ne potrebbero influenzare la durata. Il primo è un caso di erosione accelerata da abrasione delle onde che, in 6 o 7 anni, piano piano distruggerebbe il cono di tufo lasciando solo un ponte di terra tra le due isole più grandi adiacenti. Il secondo scenario presume un tasso di erosione più lento che lascerebbe intatto il cono di tufo per circa 25-30 anni.

E con l’isola si è creata una sua flora ed una sua fauna, insomma, un ecosistema completo. Completamente nuovo ed intonso; “lasciamolo stare” lo devo dire?

WU