Tag: Dilbert

Ad ognuno il suo

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Ci scontriamo ancora una volta qui con Dilbert ed l’inutilità (se non quella di creare poltrone e sciupare fondi) del middle management.

Facciamo una distinzione: obiettivi ambiziosi di tanto in tanto e goal ricorrenti ed irrealistici. Non illudiamoci (e non c’è bisogno di essere “manager” per capirlo) di avere di fronte una persona costantemente produttiva in grado di traguardare qualunque “fesseria” gli viene detta. Il numero di errori/distrazioni/ripensamenti crescerà inevitabilmente esponenzialmente dopo un periodo più o meno prolungato di pressione.

La morale, quella che conta non solo per “l’impiegato” ma anche per il “fatturato aziendale” è sicuramente aiutata da un lavoro di gruppo ed obiettivi raggiungibili anche se sfidanti che si alternano a periodi di “normal work”; il caso di una costante pressione per goal irraggiungibili ha come unico (e sottolineo unico) risultato un decremento della produttività aziendale (oppure una fuga dei dipendenti…).

Mantenere la propria forza lavoro produttiva è/dovrebbe essere il motivo per cui questi generaletti sono pagati (e non per “rovinare” la vita di noi Dilbert). Anzi, se misurassimo la retribuzione di queste figure di coordinamento in base alla produttività ed al morale della forza lavoro (e non li considerassimo come bonus sul fatturato che si aggiungono a già ghiotti stipendi) sono certo che rivedremmo molte delle nostre convinzioni (e delle aspirazioni di carriera di tanti).

Ed aggiungo: fallire un obiettivo non significa che la risorsa (… ed il suo “coordinatore”, purtroppo) abbiano irrimediabilmente compromesso il fatturato aziendale. Non dovrebbe esser così, almeno con una buona pianificazione; non dovrebbe esser così, senza una propria catalogazione e gestione di questo rischio; non dovrebbe esser così, se ci fosse affezione al lavoro da parte della risorsa e del responsabile.

Dirlo è sicuramente più facile che capire il giusto bilanciamento fra chiedere ed esigere e capirlo più facile che farlo; forse ho trovato una cosa che dovrebbero fare “i manager”…

WU

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(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

Lying vs Misleading

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Come spesso accade il confine è labile. In italiano è qualcosa come la differenza fra mentire e non dire la verità. Letteralmente essere bugiardi vs ingannare/sviare (ma detto alla Dilbert, qui, suona decisamente meglio…).

Il fatto cruciale (come sempre IMHO) è che non avendo solide basi uno si aggrappa a quello che può. Ciò vale per il prodotto da vendere, per le proprie doti, per la marachella e via dicendo. Mi disturba (… a dir la verità solo leggermente) che il concetto di marketing sia oggi praticamente un modo di nascondere.

Prima si vendeva la propria merce cercando di sottolineare i punti di forza. Oggi si vende la propria merce cercando di nascondere le debolezze. Ed il fondo si tocca (e si raschia) nei magistrali paragoni con “i competitors”; paragoni che potrebbero anche essere legittimi ed aiutare un interessato compratore (da intendersi in senso molto lato) in buona fede, ma che vengono facilmente strumentalizzati dalle “strategie di marketing”.

Auspicarsi un cambiamento sarebbe tanto utopico quando falso (dato che siamo noi i primi a “venderci selettivamente”), metterci in guardia (anche qui… qualora fosse necessario) nei confronti di ciò e di chi si propone è l’unica arma che abbiamo.

Leggere “il prodotto” fra le righe del marketing è la nuova dote dell’acquirente.

WU

Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

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Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

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E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”

Random guess

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Io mi ritrovo spesso, neanche a dirlo, in una posizione intermedia ai due Adamsiani personaggi (qui).

Non ho “motivazioni” sufficienti ad indurre chicchessia a farmi una stima (ovviamente alla cieca) di tempi/costi ed ho qualcuno a cui doverla riportare.
Estorcere un numero “alla Dilbert” non è opera da poco e fornirlo ancora di più. E’ forse uno di quei momenti in cui il vero gap fra chi fa e chi deve gestire/organizzare/vendere è più evidente.

Ovviamente se mi trovassi (… e quando mi ci trovo è proprio così) dalla parte tecnica prima di dare un numero vorrei anche io capire di cosa sto parlando. Dato che la cosa è spesso (understatemnet) impossibile, mi ritrovo a lanciare il mio dado mentale, diciamo da una ventina di facce, per tirar fuori un numero a caso che poi “abilmente” raddoppio per prendermi cautele che forse non mi servono. E così che non si va avanti… d’altronde lo stato delle attività è sotto gli occhi di tutti.

L’approccio giusto (e per questo impossibile… by definition direi) sarebbe quello di anticipare la richiesta di una stima di tempi/costi; lasciare qualche (numero da riempire solo da un bravo coordinatore) ore/giorni per poterla fare e poi considerarne la risposta come un punto fisso. Come una stima tutt’altro che random. A questo punto, non tollererei, neanche da me stesso, sforamenti importanti rispetto ad una stima data con il lume della ragione e non con il lume spento.

WU

A good leader

Di certo lo avrò già detto (e qui Dilbert lo fa a mestiere, molto meglio di me). Per quanto mi riguarda esistono due tipi di leadership: quella etero-imposta e quella naturale. Sono cosciente (anzi… credo) che il vero leader sia quello che ha naturalmente il dono della motivazione, mentre è il “boss”, o qualunque equivalente vogliate usare, è quello che la pretende (anzi, che pretenderebbe devozione).

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Ovviamente imbattersi in leader nati è cosa rara ed alquanto piacevole, mentre nella maggior parte dei casi quello che possiamo fare è provare a digerire ciò che la sorte ci ha messo di fronte.

Una strada è fargli la guerra senza troppi giri di parole (… carriera assicurata…), un’altra è una accettazione passiva del suo ruolo e dei suoi ordini(… carriera assicurata… e questa volta non in senso ironico). La maggior parte dei casi è un grigiolino che sta nel mezzo di questi due estremi che condisce di ulcere e sparlottate al caffè le nostre giornate. Nulla di nuovo.

L’unica cosa che sconsiglio vivamente (per esperienza personale, qualora ve lo stesse chiedendo) di fare è quella di far notare i limiti e le inefficienze direttamente a chi si arroga (quindi non ai leader naturali, anche se con questi confesso di non averci mai provato) il diritto di “comandare”. Non guadagnerete nulla dicendo “… ed allora perché tu non fai questo o quello?” oppure “… ma perché non lo fai tu?!”. Anche il boss non avrà molti altri strumenti per non sentirsi attaccato frontalmente ed uscire dall’impasse se non che dire “I’ll fire you” (o equivalenti più o meno polite).

WU