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Stupide critiche

Rieccoci (… caso mai ce ne fossimo dimenticati possiamo sempre ringraziare questo Dilbert qui) all’annoso problema di come far fronte ad una critica.

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Che poi, vediamo di capire bene cosa vuol dire critica. Realizzare di star sbagliando passa certamente dalla voce di altre, più o meno autorevoli, persone, ma è sostanzialmente una cosa che se non si auto-realizza è impossibile da consapevolizzare. Ecco allora che tutte le voci “dissonanti” che sentiamo sono etichettate come critiche.

Di cose stupide ne facciamo a bizzeffe, cambiare è fra il difficile e l’impossibile. Oltre al fatto che probabilmente una vita senza stupidaggini sarebbe alquanto monotona… ok, da qui a “everything we are doing is stupid” ce ne passa.

La naturale, normale, purtroppo umana reazione è: “non è vero!”. Non accettiamo (quasi?) mai le critiche di buon grado. Fossero anche le più costruttive l’approccio “diffidente” (tanto per essere polite) è intessuto nella natura umana.

E da qui la reazione del demonizzare chi ci sta criticando (che a sua volta ne avrà fatte di stupidaggini…) piuttosto che cambiare marchio alle nostre stupidaggini.

Si instaura così una lose-lose situation in cui i criticoni (ripeto, spesso a nessun titolo) non sono altro che persone delle quali non fidarsi, le cose che dicono non vanno ascoltate e si continua con i soliti vecchi errori.

Chiudere occhi ed orecchie sul prossimo ammettiamo pure sia umanamente sbagliato; da cui la virtù di coloro che sanno farsi ascoltare… anche criticando (e non sempre accondiscendendo).

WU

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Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU

Bunch of morons

Gli imbecilli abbondano. Quelli che si arrogano il diritto di definirli tali anche. E questa seconda categoria mi da molto più fastidio.

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La cosa che mi attira di più l’attenzione di queste due strisce Dilbertiane è il fatto che secondo molti (ahimè, sono d’accordo) basta aggiungere una negazione per dare l’impressione che non si stia tacciando qualcuno di imbecillità.

La cosa mi ricorda tanto diversi slogan elettorali che girano in questi (politicamente tristi) giorni. “non fare come loro…”, “sii diverso…”, e via dicendo mi danno l’impressione che quel “non” celi palesi accuse. Di certo non la definirei una strategia di marketing vincente… e quindi sicuramente erro (si vede che devo ancora andare in fondo alla vera natura umana).

Un’ulteriore inutile riflessione che gironzola per il mio disorientato neurone riguarda questo genere di “accuse” nei rapporti uno ad uno invece che in quelli uno a tanti. Ovvero, se invece di una “astuta” operazione di marketing si parla con qualcuno (un “boss”, tanto per fare un esempio a caso), che speranze ci sono che si accorga di malcelati malumori dietro negazioni e frasi fatte e quanta speranze ci sono invece che creda che siano solo facili slogan? Propendo, per un innato scetticismo nei conftronti della nostra natura, per la seconda ipotesi.

WU

Ad ognuno il suo

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Ci scontriamo ancora una volta qui con Dilbert ed l’inutilità (se non quella di creare poltrone e sciupare fondi) del middle management.

Facciamo una distinzione: obiettivi ambiziosi di tanto in tanto e goal ricorrenti ed irrealistici. Non illudiamoci (e non c’è bisogno di essere “manager” per capirlo) di avere di fronte una persona costantemente produttiva in grado di traguardare qualunque “fesseria” gli viene detta. Il numero di errori/distrazioni/ripensamenti crescerà inevitabilmente esponenzialmente dopo un periodo più o meno prolungato di pressione.

La morale, quella che conta non solo per “l’impiegato” ma anche per il “fatturato aziendale” è sicuramente aiutata da un lavoro di gruppo ed obiettivi raggiungibili anche se sfidanti che si alternano a periodi di “normal work”; il caso di una costante pressione per goal irraggiungibili ha come unico (e sottolineo unico) risultato un decremento della produttività aziendale (oppure una fuga dei dipendenti…).

Mantenere la propria forza lavoro produttiva è/dovrebbe essere il motivo per cui questi generaletti sono pagati (e non per “rovinare” la vita di noi Dilbert). Anzi, se misurassimo la retribuzione di queste figure di coordinamento in base alla produttività ed al morale della forza lavoro (e non li considerassimo come bonus sul fatturato che si aggiungono a già ghiotti stipendi) sono certo che rivedremmo molte delle nostre convinzioni (e delle aspirazioni di carriera di tanti).

Ed aggiungo: fallire un obiettivo non significa che la risorsa (… ed il suo “coordinatore”, purtroppo) abbiano irrimediabilmente compromesso il fatturato aziendale. Non dovrebbe esser così, almeno con una buona pianificazione; non dovrebbe esser così, senza una propria catalogazione e gestione di questo rischio; non dovrebbe esser così, se ci fosse affezione al lavoro da parte della risorsa e del responsabile.

Dirlo è sicuramente più facile che capire il giusto bilanciamento fra chiedere ed esigere e capirlo più facile che farlo; forse ho trovato una cosa che dovrebbero fare “i manager”…

WU

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

Lying vs Misleading

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Come spesso accade il confine è labile. In italiano è qualcosa come la differenza fra mentire e non dire la verità. Letteralmente essere bugiardi vs ingannare/sviare (ma detto alla Dilbert, qui, suona decisamente meglio…).

Il fatto cruciale (come sempre IMHO) è che non avendo solide basi uno si aggrappa a quello che può. Ciò vale per il prodotto da vendere, per le proprie doti, per la marachella e via dicendo. Mi disturba (… a dir la verità solo leggermente) che il concetto di marketing sia oggi praticamente un modo di nascondere.

Prima si vendeva la propria merce cercando di sottolineare i punti di forza. Oggi si vende la propria merce cercando di nascondere le debolezze. Ed il fondo si tocca (e si raschia) nei magistrali paragoni con “i competitors”; paragoni che potrebbero anche essere legittimi ed aiutare un interessato compratore (da intendersi in senso molto lato) in buona fede, ma che vengono facilmente strumentalizzati dalle “strategie di marketing”.

Auspicarsi un cambiamento sarebbe tanto utopico quando falso (dato che siamo noi i primi a “venderci selettivamente”), metterci in guardia (anche qui… qualora fosse necessario) nei confronti di ciò e di chi si propone è l’unica arma che abbiamo.

Leggere “il prodotto” fra le righe del marketing è la nuova dote dell’acquirente.

WU