All’indomani della Fase 2

Oggi sono un po’ in modalità “e se non ce la facessi”. Nel senso che si parla tanto di “Fase 2” come una specie di traguardo per riacquistare quella libertà (negataci finora?) e tornare vicini ad una sorta di normalità.

Il punto è che in fondo l’uomo è quella bestia che si abitua ed ogni cambiamento, nel bene e nel male, è un po’ un piccolo terremoto alle sue abitudini, alle sue certezze. Dando per scontato che non torneremo a fare “il concertone del Primo Maggio” a breve (ed almeno non come lo abbiamo dipinto nel nostro immaginario finora) mi chiedo se sono veramente pronto al prossimo “cambio di restrizioni” (o direi dire “cambio di libertà”?). Si, si parla di un “allentamento”, qualunque cosa questo significhi, ma lo scenario che si dipinge è un ibrido fra cose che non potevamo fare prima e che ora in forma edulcorata ci sarà concesso rifare (no, io a correre con la mascherina non ci vado!) e fra quel mondo “tutto aperto” a cui eravamo abituati prima che tutta la pandemia iniziasse.

Sono (siamo?) veramente pronti? Accetterò (di buon grado lo escludo) di fare qualcosa “un po’ meglio”, o diversamente, di come ero abituato a farlo sono per darmi una parvenza di “libertà” riacquistata? E poi, anche se lo accettassi, sarò veramente in grado di intendere/tollerare i limiti che “la Fase “” impone (a parte i meme sul “congiunto” il vero limite di cosa ci si sta chiedendo di fare mi pare abbastanza fumoso con il concreto rischio di lasciarlo all’interpretazione personale che sappiamo bene cosa significa).

Mi rendo conto che sono un po’ di deliri e molte infondate “paure” dovute al cambiamento alle porte. E sono cosciente che molte delle risposte a questi quesiti (che aleggiano nella mia mente in maniera solo leggermente più chiara di come le ho scritte) verranno più o meno naturali vivendo il periodo che ci aspetta (beh, vivendo ed interpretando), ma ad oggi mi dipingo scenari in cui faccio cose in maniera più o meno goffa in uno stato d’animo in bilico fra colui che sta facendo la marachella e colui che le fa solo per una ventata di “libertà”.

Facciamo un passo oltre (tanto per usare le attuali idee ben confuse come trampolino di lancio): non è che fra qualche anno avremmo reso “il social distancing” parte integrante del nostro modo di vivere? Non so se mi piacerebbe o meno, di certo la reputo una sconfitta, non per il gesto in se quanto per il motivo (antropico) che lo scatenò e per il fatto che vi ci siamo poi abituati.

WU

PS. Un paio di Dilbert (qui e qui) sul tema mi hanno tirato su il morale e probabilmente senza spostare neanche più di tanto il tema delle mie elucubrazioni. Credo possa a buon titolo essere definito un effetto curativo dell’arte.

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PPSS. Non chiedetemi perché, ma ci metterei questa colonna sonora qua.

Reportistica di alto livello

Siamo, un po’ tutti (o almeno quelli più fortunati, checchè se ne dica) nell’epoca dello smartworking. Credo voglia dire lavorare in maniera snella, intelligente, efficace. Ed in parte forse è vero, ma in parte il periodo impone estenuanti sessioni di telefonate/videocall per fare le stesse cose che “in tempi non sospetti” si sarebbero fatte alla macchinetta del caffè o con un passaggio alla scrivania giusta.

Non mi manca il lavoro da ufficio (anzi…), intendiamoci, ma credo che per essere effettivamente “smart” in questo periodo sia necessario abbandonare un po’ di vecchie abitudini. La prima fra tutte, IMHO, quella di divagare: se ti chiamo per una cosa dobbiamo parlare solo di quella altrimenti il discorso diverge. Poi ci metti che i sistemi informatici non sono sempre di supporto. E poi ci aggiungi che non siamo coadiuvati dalla comunicazione non verbale (aspetto troppo spesso sottovalutato). E poi ci metti che siamo tutti iperconessi e mentre faccio la videocall con te chatto con altre quatto persone e gioco con il cellulare. E poi ci aggiungi che la concentrazione calava fisiologicamente in ufficio, figuriamoci a casa di venerdì santo… ed ecco che non ce la farò mai a farti “un report” (minuta? sunto? chiamatelo come vi pare) degno di questo nome.

Ammesso che questo “report” serva veramente poi. Se andiamo al cuore dei problemi, delle questioni, se (mai con in questo periodo) chi deve prendere le decisioni le prendesse effettivamente “il report” sarebbe una decina di righe, la durata delle “call” sarebbe drasticamente ridotta ed effettivamente il lavoro sarebbe catalogabile come “smart”.

Io lo dico così. Dilbert, qui, lo dice in maniera leggermente diversa, più generale, non legata allo “smartworking” (credo), ma con una dose di realismo agghiacciante.

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WU (auguri)

PS. Certo, a meno che la durata di una riunione non voglia essere per qualcuno un indice di efficienza (anche in questo periodo) e quindi reputare “smart” semplicemente le cose “boring” e “confusing”. Impastando inglesismi come nella “call” a cui ho appena finito di partecipare.

Platinum Level Promotions – warning!

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma evidentemente non grandi paghe (e d’altra parte ad un supereroe a che servono…).

Il datore di lavoro che non trova dipendenti (spesso per motivi economici, ma questo le notizione spesso lo omettono), head hunter che offre mansioni “di rilevo” (spesso con paghe minori dell’impiego attuale), il responsabile che cerca un malcapitato a cui assegnare una “promozione” (salvo poi verificare nei dettagli che si tratta solo di extra lavoro) sono esempi che ogni dipendente ha vissuto sulla pua pelle di come toccare il discorso dell’inquadramento economico in una azienda è ancora (ahimè) un taboo.

Non lavoriamo (in teoria) solo per soldi, ma sono questi di certo una parte del lavoro. Non continuiamo ad illuderci (ed eventualmente illudere chi di competenza) che siamo degli stacanovisti dediti all’azienda in cambio di nulla. Un progresso di carriera, di mansioni, di responsabilità (o anche semplicemente uno straordinario o un extra-lavoro) sono si fattibili, ma non sistematicamente in maniera gratuita.

Mi ricordano un po’ quelle offerte da supermercato: “prendi due mansioni al prezzo di una”, “nove ore al prezzo di otto” oppure (tanto la direzione è quella…) facciamo direttamente “due dipendenti al prezzo di uno”?

Sentire una cosa propria da certamente una dedizione diversa alla mansione specifica ed anche una “percezione alterata” degli aspetti economici; non è un caso se, almeno agli inizi, i “CEO delle start-up” abbiano remunerazioni miserrime. Ma sono ovviamente sacrifici limitati nel tempo che sono un po’ il seminare per raccogliere risultati in prospettiva. La stessa cosa è, sempre teoricamente (almeno in Italia…), fattibile anche per i dipendenti delle aziende… ma gli incentivi, per far sentire in questo caso il dipendente parte della macchina aziendale, passano anche (inutile e deleterio da nascondere) dagli aspetti economici.

Quante insidie si nascondo oggi sotto la parola “promozione”. Facciamo attenzione, tutti, quando la sentiamo e quando la diciamo.

WU

PS. Il tutto, ovviamente, scatenato da questo notevole Dilbert di qualche giorno fa. Anzi, in relazione alla striscia mi viene da chiedermi se i “platinum level engineers” esistano veramente o siano della categoria degli invisibili unicorni rosa

Orgoglio di genere

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Non sottovaluto le questioni di genere, non le sopravvaluto. Mi pare la classica situazione in cui si sposa una bandiera più per posizione e per ostentazione che per vera sostanza. Magari mi sbaglio (certamente, facendo un discorso di massa), ma il dubbio mi rimane sempre.

Affrontando la spinosa questione da un punto di vista più ironico: lui, lei, la cosa sono un misto fra retaggi sociali/culturali/linguistici, necessità di identificare meglio qualcuno/qualcuna/qualcosa e la necessità innata dell’uomo di distinguersi in qualche modo dalla massa.

Pare che alle origini della storia delle lingue indo-europee non esistesse maschile/femminile/neutro bensì due generi: uno per le cose animate ed uno per quelle inanimate (… e già così non saprei bene che genere assegnare al robot di questo Dilbert a meno di non aprire una mega-parentesi sulla questione di “anima”). Ovviamente con l’affinarsi della lingua e il complicarsi della società abbiamo visto nascere il maschile ed il femminile… ed ora lo stiamo vedendo vacillare o estendersi (gender neutral? genitore 1 e genitore 2? Genere:altri, preferisco non dichiarare. Etc.).

Poi c’è l’aspetto più biologico di questa divisione: maschile e femminile servono (o meglio, hanno una certa rilevanza) solo nelle specie che hanno “inventato” la riproduzione sessuata. In tantissime specie di batteri (se poi da questo si evince che i batteri sono una razza superiore… approvo.), o piante, esistono si maschi e femmine, ma la riproduzione asessuata semplifica la vita sui pronomi e li mette al sicuro da sofismi, correnti, bandiere, ostentazioni, e tutte quelle storture della “questione genere” proprie della razza umana, maschile e femminile (… beh in questa vignetta anche l’orgoglio del robot di sentirsi definire “it” mi pare abbassarlo alla stregua di noi mortali).

WU (con il pronome che preferite… il mio avatar è spesso femminile, ho problemi di genere?)

PS. Da notare l’assoluta inespressività “del boss” per tutta la striscia. Che pensi agli affari suoi? Che non sappia di che si parli? Che tratti la cosa con la consueta superficialità? O semplicemente, una volta tanto (ma magari è una pura mia illusione) che sappia dare alla questione genere, anche riferita ad un robot, il giusto peso?

Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

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Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

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La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU