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La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

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Il silenzio degli intelligenti

Tacere è spesso una dote, a volte una necessità. Tacere è spesso difficile, ma “invecchiando” (almeno per me) sempre più spesso impossibile. Eppure è in molte più situazioni di quelle in cui lo mettiamo in pratica, la scelta migliore. Quando poi il tema del silenzio si intreccia con quello della convinzione che la gente ha di se (effettivamente indipendentemente dall’essere stupidi o intelligenti).

La mia personale premessa (che sono certo aver già blaterato in qualche altro post) è che non credo più nell’esistenza degli stupidi. Certamente credo che esistano persone che si chiedono molto poco, che dubitano molto poco, che non sanno fare autocritica, che non sono ironici; insomma che hanno una concezione di se che con l’umiltà non ha nulla a che vedere.

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Tanto per prendere spunto da questo Dilbert, di certo la descrizione sopra calza benissimo ai cari capi/responsabili/superiori che siamo obbligati a digerire. Questi trovano spesso l’affermazione di se nella vanagloria della propria intelligenza (chiedendo effettivamente uno sforzo di silenzio che non tutti siamo in grado di garantire); soprattutto nella convinzione di aver a che fare con “intelligenze minori” (tanto per non dire stupidi). Applicato all’ambito aziendale è (l’ennesima… vi ricordate questo post?) conferma dell’effetto Dunning Kruger. A tal proposito suggerisco caldamente la visione del TED qui sotto (… a proposito del TED di Dilbert 🙂 ). Fantastico.

Ah, ovviamente la percezione della propria intelligenza è inversamente proporzionale alle nostre reali capacità (… almeno in quell’ambito). Persone molto incompetenti difficilmente riescono a vedere le proprie lacune; come dire che la propria convinzione di se ottenebra l’oggettività della valutazione. Avere l’umiltà di confrontarsi, chiedere pare/conferme è chiaro barlume di intelligenza, ovviamente troppo spesso associato a debolezza e/o mancanza di leadership.

A parte aver ormai deciso che c’è un limite oltre il quale la mia limitata intelligenza non mi supporta nel garantire i silenzi a cui forse dovrei attenermi, la ripercussione che vedo più dannosa di questa consuetudine è quella di creare delle barriere a giovani volenterosi e preparati che si devono arrendere dinanzi alla boria dei superiori (indipendentemente se preparati o meno). Praticamente l’esternazione del pieno compiacimento della propria intelligenza (in ambito lavorativo, ma non solo) delle “prime linee” (quante risate!… e faccio notare il punto esclamativo e non quello interrogativo) taglia un po’ le gambe alle nuove leve (che scelgono, intelligentemente, la via del silenzio). Un po’ di ammissione delle proprie “arie di incompetenza” sarebbe per tutti un valido sprone.

Aggiungo (e chiudo) che il silenzio resta, per me, comunque una dote che trascende dalle capacità intellettive (e non intellettuali) di chicchessia. Tant’è vero che non perdo occasione di stare zitto scrivendo questi post 🙂 .

WU

PS. Mi viene in mente la seguente citazione (me la ripeto spesso, ma credo ormai quasi come mantra di speranza…):

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. [B. Russell]

Time Management

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Non posso dire, ed un po’ me ne vergogno, di non essermene mai occupato. Il modo di gestire il proprio tempo in fondo non è tema trascurabile.

Tralasciando i pigri, i cinici ed i codardi (parole non casuali) per tutti noi mortali vi sono giorni/periodi/fasi della vita in cui le 24 ore sembrano non bastare. Ci stanchiamo, certo, e questo in un certo senso ci porta alla resa.

Questo è il dato di fatto. L’interpretazione, tutta umana, è che qualcuno ci deve dire come gestire il nostro tempo. E qui si spreca più tempo di quanto se ne possa mai pensare di risparmiare e/o guadagnare e/o non vanificare ulteriormente.

Ad ogni modo, fuori dalla mia giurisdizione e dalla mia comprensione (ma, purtroppo, non dal mio passato) c’è qualcuno che ha deciso che sa dirci come gestire il nostro tempo. Fai prima questo e poi quello. Lascia spazio per una crescita a lungo termine. Il primo impegno che arriva è il primo da processare o l’ultimo che arriva è il primo da evadere (sono personalmente un fan dell’approccio LIFO)? Ritaglia tempo per riflettere? Non trascurare di parlare con le persone?

Ovviamente servirebbe tempo per tutto. Ovviamente servirebbe saper gestire il proprio tempo. Ovviamente è la classica cosa che si può imparare solo con l’esperienza e gli errori.

Si, concordo, con questo Dilbert: il libro più utile sul time management può essere solo quello bianco; almeno non ti fa perdere altro tempo.

WU

Stupide critiche

Rieccoci (… caso mai ce ne fossimo dimenticati possiamo sempre ringraziare questo Dilbert qui) all’annoso problema di come far fronte ad una critica.

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Che poi, vediamo di capire bene cosa vuol dire critica. Realizzare di star sbagliando passa certamente dalla voce di altre, più o meno autorevoli, persone, ma è sostanzialmente una cosa che se non si auto-realizza è impossibile da consapevolizzare. Ecco allora che tutte le voci “dissonanti” che sentiamo sono etichettate come critiche.

Di cose stupide ne facciamo a bizzeffe, cambiare è fra il difficile e l’impossibile. Oltre al fatto che probabilmente una vita senza stupidaggini sarebbe alquanto monotona… ok, da qui a “everything we are doing is stupid” ce ne passa.

La naturale, normale, purtroppo umana reazione è: “non è vero!”. Non accettiamo (quasi?) mai le critiche di buon grado. Fossero anche le più costruttive l’approccio “diffidente” (tanto per essere polite) è intessuto nella natura umana.

E da qui la reazione del demonizzare chi ci sta criticando (che a sua volta ne avrà fatte di stupidaggini…) piuttosto che cambiare marchio alle nostre stupidaggini.

Si instaura così una lose-lose situation in cui i criticoni (ripeto, spesso a nessun titolo) non sono altro che persone delle quali non fidarsi, le cose che dicono non vanno ascoltate e si continua con i soliti vecchi errori.

Chiudere occhi ed orecchie sul prossimo ammettiamo pure sia umanamente sbagliato; da cui la virtù di coloro che sanno farsi ascoltare… anche criticando (e non sempre accondiscendendo).

WU

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU

Bunch of morons

Gli imbecilli abbondano. Quelli che si arrogano il diritto di definirli tali anche. E questa seconda categoria mi da molto più fastidio.

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La cosa che mi attira di più l’attenzione di queste due strisce Dilbertiane è il fatto che secondo molti (ahimè, sono d’accordo) basta aggiungere una negazione per dare l’impressione che non si stia tacciando qualcuno di imbecillità.

La cosa mi ricorda tanto diversi slogan elettorali che girano in questi (politicamente tristi) giorni. “non fare come loro…”, “sii diverso…”, e via dicendo mi danno l’impressione che quel “non” celi palesi accuse. Di certo non la definirei una strategia di marketing vincente… e quindi sicuramente erro (si vede che devo ancora andare in fondo alla vera natura umana).

Un’ulteriore inutile riflessione che gironzola per il mio disorientato neurone riguarda questo genere di “accuse” nei rapporti uno ad uno invece che in quelli uno a tanti. Ovvero, se invece di una “astuta” operazione di marketing si parla con qualcuno (un “boss”, tanto per fare un esempio a caso), che speranze ci sono che si accorga di malcelati malumori dietro negazioni e frasi fatte e quanta speranze ci sono invece che creda che siano solo facili slogan? Propendo, per un innato scetticismo nei conftronti della nostra natura, per la seconda ipotesi.

WU