Tag: Dilbert

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU

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Bunch of morons

Gli imbecilli abbondano. Quelli che si arrogano il diritto di definirli tali anche. E questa seconda categoria mi da molto più fastidio.

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La cosa che mi attira di più l’attenzione di queste due strisce Dilbertiane è il fatto che secondo molti (ahimè, sono d’accordo) basta aggiungere una negazione per dare l’impressione che non si stia tacciando qualcuno di imbecillità.

La cosa mi ricorda tanto diversi slogan elettorali che girano in questi (politicamente tristi) giorni. “non fare come loro…”, “sii diverso…”, e via dicendo mi danno l’impressione che quel “non” celi palesi accuse. Di certo non la definirei una strategia di marketing vincente… e quindi sicuramente erro (si vede che devo ancora andare in fondo alla vera natura umana).

Un’ulteriore inutile riflessione che gironzola per il mio disorientato neurone riguarda questo genere di “accuse” nei rapporti uno ad uno invece che in quelli uno a tanti. Ovvero, se invece di una “astuta” operazione di marketing si parla con qualcuno (un “boss”, tanto per fare un esempio a caso), che speranze ci sono che si accorga di malcelati malumori dietro negazioni e frasi fatte e quanta speranze ci sono invece che creda che siano solo facili slogan? Propendo, per un innato scetticismo nei conftronti della nostra natura, per la seconda ipotesi.

WU

Ad ognuno il suo

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Ci scontriamo ancora una volta qui con Dilbert ed l’inutilità (se non quella di creare poltrone e sciupare fondi) del middle management.

Facciamo una distinzione: obiettivi ambiziosi di tanto in tanto e goal ricorrenti ed irrealistici. Non illudiamoci (e non c’è bisogno di essere “manager” per capirlo) di avere di fronte una persona costantemente produttiva in grado di traguardare qualunque “fesseria” gli viene detta. Il numero di errori/distrazioni/ripensamenti crescerà inevitabilmente esponenzialmente dopo un periodo più o meno prolungato di pressione.

La morale, quella che conta non solo per “l’impiegato” ma anche per il “fatturato aziendale” è sicuramente aiutata da un lavoro di gruppo ed obiettivi raggiungibili anche se sfidanti che si alternano a periodi di “normal work”; il caso di una costante pressione per goal irraggiungibili ha come unico (e sottolineo unico) risultato un decremento della produttività aziendale (oppure una fuga dei dipendenti…).

Mantenere la propria forza lavoro produttiva è/dovrebbe essere il motivo per cui questi generaletti sono pagati (e non per “rovinare” la vita di noi Dilbert). Anzi, se misurassimo la retribuzione di queste figure di coordinamento in base alla produttività ed al morale della forza lavoro (e non li considerassimo come bonus sul fatturato che si aggiungono a già ghiotti stipendi) sono certo che rivedremmo molte delle nostre convinzioni (e delle aspirazioni di carriera di tanti).

Ed aggiungo: fallire un obiettivo non significa che la risorsa (… ed il suo “coordinatore”, purtroppo) abbiano irrimediabilmente compromesso il fatturato aziendale. Non dovrebbe esser così, almeno con una buona pianificazione; non dovrebbe esser così, senza una propria catalogazione e gestione di questo rischio; non dovrebbe esser così, se ci fosse affezione al lavoro da parte della risorsa e del responsabile.

Dirlo è sicuramente più facile che capire il giusto bilanciamento fra chiedere ed esigere e capirlo più facile che farlo; forse ho trovato una cosa che dovrebbero fare “i manager”…

WU

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

Lying vs Misleading

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Come spesso accade il confine è labile. In italiano è qualcosa come la differenza fra mentire e non dire la verità. Letteralmente essere bugiardi vs ingannare/sviare (ma detto alla Dilbert, qui, suona decisamente meglio…).

Il fatto cruciale (come sempre IMHO) è che non avendo solide basi uno si aggrappa a quello che può. Ciò vale per il prodotto da vendere, per le proprie doti, per la marachella e via dicendo. Mi disturba (… a dir la verità solo leggermente) che il concetto di marketing sia oggi praticamente un modo di nascondere.

Prima si vendeva la propria merce cercando di sottolineare i punti di forza. Oggi si vende la propria merce cercando di nascondere le debolezze. Ed il fondo si tocca (e si raschia) nei magistrali paragoni con “i competitors”; paragoni che potrebbero anche essere legittimi ed aiutare un interessato compratore (da intendersi in senso molto lato) in buona fede, ma che vengono facilmente strumentalizzati dalle “strategie di marketing”.

Auspicarsi un cambiamento sarebbe tanto utopico quando falso (dato che siamo noi i primi a “venderci selettivamente”), metterci in guardia (anche qui… qualora fosse necessario) nei confronti di ciò e di chi si propone è l’unica arma che abbiamo.

Leggere “il prodotto” fra le righe del marketing è la nuova dote dell’acquirente.

WU

Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

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Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

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E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”