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Less is more

Ovviamente (… voglio solo continuare a sperarlo) Dilbert (qui) non mi spia. Ma ci prende benissimo. Sia per esperienze indirette sia, ahimè, per quelle più dirette.

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Mi trovo nella incresciosa situazione di dover giustificare delle situazioni che io stesso trovo assolutamente ingiustificabili. E (ahimè, l’ho già detto?) l’unica azione che vedo attorno a me è … facciamo una riunione. Chiama una riunione. Manda un invito. E simili.

Come se il mondo (ed il lavoro) funzionassero in base alle ore ed ore ed ore di riunione. Un esempio a caso (del rapporto inutilità/tempo speso): un’ora di riunione alla quale partecipano quattro persone è mezza giornata lavorativa (e mi sono mantenuto veramente basso). Si arrivasse almeno a qualcosa…

Ok, questo è comunque lo stato delle cose. Spesso alle riunioni non si partecipa in maniera assolutamente proattiva. Non dico di arrivare già con qualche proposta, idea, ma almeno aver letto i documenti… Ci sono, poi, dei riunionisti professionali, che sono in gradi di partecipare a riunioni a raffica dicendo tre sillabe ciascuna che danno agli altri l’idea di aver capito almeno di cosa si parla e che servono, invece, solo a creare un poi’ di rumore sufficiente a far proseguire la riunione di qualche ora…

Ok, comunque, riunioni a parte, il metodo lavorativo spesso ha tante, troppe pecche e ci si trova in quelle incresciose situazioni che sono assolutamente incomprensibili ed ingiustificabili (appunto…). Per primo a chi le vive da vicino, figuriamoci a terzi (clienti, men che meno). Praticamente siamo al paradosso dei paradossi: statevi fermi, che è meglio.

Ma no, dai… recovery actions (tipo panacea di tutti i mali) che è poi un modo per dire: sei in ritardo (un esempio a caso di una tipica situazione incresciosa da dover giustificare)? Penalizziamo il prodotto da un punto di di vista di costi e qualità e si risolve tutto. Ovvero, straordinari, doppi turni, e simili (ci sono anche soluzione decisamente meno professionali che forse conosciamo bene tutti, ma che voglio evitare di scrivere esplicitamente…).

La soluzione sarebbe, invece, una sola: statevi fermi! Non siamo capaci. Mandiamo l’oggetto fuori. Ci rimettiamo, ma almeno sappiamo di che morte morire. Less in more. Appunto.

WU

Il pazzo nella stanza

Un omino alla guida della sua brava utilitaria in una autostrada sente alla radio: “Attenzione, attenzione, c’è un pazzo che sta guidando contromano in autostrada!” e lui, mentre scansa macchina in continuazione, pensa fra se e se “Uno solo? A me paiono tutti!”

Ovviamente la barzelletta non è farina del mio sacco…

A parte convincerci ed ammettere che quell’omino, almeno (e sono buono) una volta nella vita, lo siamo stati tutti è lo spunto per riflettere su come ci vedo gli altri.

Ed il tutto, calato come sempre in un contesto ingegneristico-aziendale-demotivato-rassegnato-cinico-attuale, è qui ribadito in questo fantastico Dilbert.

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Un idiota per team, once evitare che facciano gruppo. Il che assume che vi siano almeno tanti idioti quanti team. E spesso la proporzione è almeno di 5 ad 1 (numeri a caso, ma voglio vedere chi riesce a fare una stima più precisa).

Aggiungiamo un ulteriore nota di pessi-realismo. Capita spesso (e lo dico da idiota del team) che sia proprio l’idiota a pensare che tutti gli altri membri del team siano idioti (e spesso, ahimè, lo sono almeno quanto lui).

If I had an idiot on my team I would know it. Unless…

Il che ci riporta, in una deliziosa ad idiotica circolarità , alla barzelletta iniziale.

WU

Modelli futuri

Una delle cose che più piacerebbe saper fare all’essere umano è quella di prevedere il futuro. Ci metterebbe al riparo dall’incognita e degli scherzi del destino, ci permetterebbe di scegliere oculatamente invece di tirare a caso, ci consentirebbe di prepararci a ciò che ci attende.

Esistono molti modi per darci questa impressione che vanno dai maghi ed indovini ai sogni premonitori. Uno dei metodi che personalmente preferisco è quello di affidarmi a modelli simil-scientifici difficili da contestare (tipo questo Dilbert aziendal-catastrofico-climatico-previsionale).

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Un po’ come quando si gioca in borsa in fondo serve una linea guida per rizzare il pelo sullo stomaco, poi il resto è una questione di pancia. Basta una direttiva che non sia il lancio di un dato ma che abbia una parvenza di basi scientifiche.

Curve statistiche, modelli matematici, proiezioni di dati storici, etc etc.
In fondo per quanto accurati questi modelli a lungo termine hanno un grandissimo (s)vantaggio il verdetto sulla loro efficacia può essere solo posteriore, e di molto, al loro utilizzo.

Esattamente come tirare i dadi, ma con l’impressione di basarsi molto meno sul caso. Dal mio punto di vista il futuro mantiene una certa imprevedibilità, il che lo rende pauroso abbastanza da spingermi a scendere dal letto ogni mattina.

WU

How’s work?

Altro Dilbert di amara quotidianità (questo) di inascoltati impiegati (particolarmente calzante in un lunedì primaverile).

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Mi ricorda molto quella prassi anglosassone del “How are you?” (che poi sarebbe il nostro “Allora?”). Mi faccio sempre fregare rispondendo alla “provocazione” anche se sono certo (e so per certo) che la risposta è assolutamente inutile. Ed inascoltata. Proprio come quando “il boss” ti chiede “How’s work?”.

E’ semplicemente una questione di etichetta; si chiede tanto per chiedere, tanto per rompere il ghiaccio (e non sono affatto sicuro funzioni), tanto per far vedere di sembrare interessati.

Ragioniamo un momento: se ho qualcosa che non va o lo sai già o non te lo dico di certo come prima risposta dopo 20 secondi che ci siamo visti; se invece non ho punti particolari da sollevare… tanto vale parlare del meteo.

Dovrei impegnarmi a non rispondere a nessuna di queste domande formali (e che faccio… rispondo con imbarazzanti e presumibilmente sprezzanti silenzi?) oppure, forse meglio, ribattere subito con inutili punti generici: (tipo “hai visto che ha fatto ieri la Ferrari?”). Vorrei vedere che faccia fa l’interlocutore, ancora meglio se il “capo”.

WU

Finito?

Ecco qui un’altra chicca imperdibile firmata S. Adams.

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Praticamente il sunto di molte mie (e di certo non solo) giornate lavorative. Se chiedi le cose (perché farle da se presuppone capacità di cui non siamo sempre dotati che spesso mal celiamo con la parola “tempo”) troppo poco significa che non ci tieni. Se sei troppo assillante distrai “la risorsa” (tipo “la pedina”) dal suo compito.

La via di mezzo non esiste, ma esistono ore ed ore di riunioni inutili e “passerelle” di mail (in cui ovviamente il boss è in CC) per dimostrare che hai fatto il tuo (e come mi piacerebbe imbracciare l’arma quando leggo quegli incipit “come appena discusso a voce con pinco pallo” oppure “URGENTE” nell’oggetto della mail). Tanto basta fissare una deadline (mica la volevate chiamare scadenza, vero?) per essere sicuri di non rispettarla. L’urgenza (di rado la priorità) si misura con la pressione (di rado con l’interessamento, a tutti i livello).

La verità (sempre e comunque secondo questo fesso) è che non si lavora più (ok, ok, se volete essere ottimisti, si lavora molto meno) con entusiasmo e piacere, ma quasi esclusivamente per dovere. L’esito, triste, può essere uno solo: ne parliamo tra una settimana.

WU

PS. Ora inizio seriamente a pensare che Dilbert mi spii…

Looks Good

Questo e questo Dilbert vanno a coppia.

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E’ esattamente la paura di ogni buon (ah ah ah) amministratore/capo/CEO/entitàsuprema: che i suoi sottoposti si sveglino dal torpore della perizia tecnica/morale per mettere un po’ il naso nelle doti del “management”.

Cioè, finché fate il vostro, vi sperticate, fallite rispetto a “piani” ovviamente impensabili è tutto ok, perché comunque date di più di quello che sarebbero in grado di dare loro e di più di ciò che serva. Serva per cosa? Beh, basta che “Looks Good”, no?!

E’ esattamente questo il mondo in cui tocca combattere: apparenze, malcelate ed ostentate solo da chi deve comandare. Attenzione a non dare l’impressione di aver capito il gioco… terranno un occhio su di voi. Non per farvi crescere.

WU (molto polemico)

PS. Ah, buon San Valentino. L’amore ci salverà.

Auguri, veloci

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Questo Dilbert di ieri è semplicemente spettacolare. E riassume perfettamente tutte le “season greetings mail” e “greetings web call” che si susseguono frenetiche in questi giorni. Abbiamo praticamente soppiantato le cartoline di auguri natalizi, che già non erano il massimo di un rapporto (ma almeno avevano spesso firme di pugno ed accompagnavano un qualche cadeau).

In questo caso, con il fatto che la tecnologia ha agevolato le comunicazioni, abbiamo riesumato una pratica già barbara di per se (ok, ok, diciamo pure riservata ad un registro molto formale)  allargando a macchia d’olio i destinatari.

Ovviamente, nell’epoca del “tutto veloce”, gli “auguri” (impersonali) sono scribacchiati/vociferati con sufficienza e recepiti anche peggio. Ho l’impressione che sortiscano un effetto opposto a quello sperato. Senza mettere in dubbio la buona fede (o le strategie per l’anno che verrà…) del mittente!

Beh, non mi resta che accodarmi a futili (dire che sono sentiti, benché vero, non potrebbe giustamente far presa) Auguri.

WU