Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

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Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

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La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

The management track

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Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

Maschiegazione

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Ammetto la mia ignoranza (…ed anche il fatto che vivevo benissimo in essa), ma il termine mansplain non lo conoscevo.

Pare possa essere brutalmente tradotto in italiano con un goffo maschiegazione che dovrebbe significare l’atto di spiegare con condiscendenza, fare una “lezioncina”, da parte di un uomo-maschio ad una donna-femmina 🙂 .

In primo luogo, la parola non mi piace ne come suono, ne come significato. Poi mi chiedo, se proprio vogliamo definire questo scenario possiamo benissimo attingere a diversi termini che abbiamo già (…che, guarda caso, mi pare non abbiano in femminile)tipo gradasso o smargiasso. Non è proprio la stessa cosa? Ok, può essere, ma il fatto è che non mi è ben chiaro cosa intendiamo per “lezioncina maschile”.

In rete (ed ometto link quasi per pudore) pare che l’esempio classico sia quando un maschio spiega il fuorigioco calcistico ad una donna. Quindi per maschiegazione intendiamo una spiegazione su cui un uomo-maschio è molto ferrato (… io credo di aver imparato il significato del fuorigioco da Topolino…) ad una donna-femmina a cui probabilmente non gliene può fregare di meno?

Oppure vogliamo sottolineare la superficialità con cui la spiegazione viene fatta a qualcuno che si da per scontato “non potrà mai capire”? Forse è questo il caso, ma l’inutilità e l’aberrazione del termine per me rimane. Anzi, assegnare una parola ad-hoc a situazioni tipo queste le elevano, IMHO, ad un grado di dignità che altrimenti non avrebbero. Possiamo anche pensare in maniera ancora più perversa: etichettare mansplaining una certa frase/situazione potrebbe essere il metodo migliore per tagliare, dalla parte femminile, un discorso quando si è a corto di argomentazioni per sostenerlo…

Altro spunto interessante di questo Dilbert è che mi pare che il metodo migliore per affrontare un discorso con qualcuno “immune alla logica” (che calza benissimo a tanti militanti fissati su questa o quella posizione, femministe incluse… ed in buona compagnia maschile) sia semplicemente non provare. Una sorta di resa in partenza dando per scontato che chi si ha di fronte non recepirebbe in ogni caso l’informazione. In questo caso si che una “lezioncina superficiale” potrebbe anche essere calzante, ma dividerei a questo punto la situazione dal sesso dei partecipanti.

In attesa di una femmigazione?

WU

“Save the planet” non è un paravento!

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Predire e prevedere tendono spesso a confondersi, soprattutto se si tratta dell’interpretazione di qualche luminare circa il futuro del suo campo.

La produzione di energia è uno di questi campi in cui il “sogno” dell’umanità di avere energia-gratis-tutto-e-subito si scontra spesso con atroci realtà fisiche o, ancor peggio, limiti tecnologici (che sono tali solo finché non proviamo almeno a superarli).

Promesse di reattori a fusione o (…attenzione attenzione) fusione fredda hanno proliferato negli anni e dubito che siamo giunti alla fine. Nulla di vagamente funzionante a riguardo si è ancora visto (non me ne vogliano i sostenitori del E-cat o simili, ma per me ci sono diverse cose che puzzano di bufala…), ma in fondo (proprio come l’Edison citato nella Dilbertiana vignetta) il solo fatto di continuare a provarci ha portato e sta portando avanti lo sviluppo di tecnologie che in un modo o nell’altro ci stanno aiutando nell’impresa di soddisfare il nostro sconfinato bisogno di energia.

Ora (in un periodo che gli aspetti ecologici sono evidentemente di moda e spero che non sia l’ennesimo fuoco di paglia), produrre energia spesso significa farlo a scapito dell’ambiente, ma ritengo fondamentalmente errato sventolare la bandiera di “fa bene all’ambiente” o “fa male all’ambiente” come giustificativo sempiterno pro o contro il progresso.

In altre parole, il problema ecologico e quello energetico esistono e sono semplicemente disconnessi. Ogni soluzione a vantaggio dell’uno o dell’altro settore può avere (ok, ok, le ha sempre) ripercussioni indirette e trasversali sull’altro che vanno valutate e considerate nel caso di prendere decisioni per il nostro futuro (… sono proprio ansioso di vedere queste decisioni e qualcuno che si rimbocchi le maniche più che sciolga la lingua). La cosa non equivale a dire che a causa (o considerando) gli aspetti ecologici allora alcune strade di produzione di energia non vanno perseguite. Parafrasando: le lampadine ad incandescenza non saranno certo salutari per l’ambiente, ma non per questo l’invenzione degli stessi da parte di Edison non è stato un giustissimo passaggio nel nostro progresso tecnologico. In fondo la prima rivoluzione industriale usava carbone a tonnellate e non per questo ora continuiamo ad avere lo stesso tipo di fabbriche ancora in giro per le città.

Non nascondiamoci o sbandieriamo un “save the planet” a caso solo per avere una scusa in più per fare o non fare qualcosa. Cerchiamo, per quanto lo trovi personalmente molto difficile, di procedere in maniera obiettiva nella salvaguardia del pianeta e nella valutazione delle cause del suo attuale stato. Evitiamo “irrational responses” sul genere “questo no perché is bad for the environment”. Valutiamo una data tecnologia e valutiamo le possibili alternative (che tanto non saranno mai ad impatto zero) prima di vestirci dei colori del pianeta che celano interessi diversi (economici lo devo proprio scrivere?).

L’evoluzione ed il progresso richiedono inevitabilmente un consumo di energia. Produrla è un passaggio cruciale per la nostra evoluzione (che siamo coscienti o meno di questo poco incide). Difficilmente la cosa sarà ad impatto zero per l’ambiente, ma non illudiamoci di poter tornare all’età della pietra per salvaguardarlo (voglio vedere quanti di noi/voi accetterebbero un razionamento dell’energia elettrica, ad esempio, ad un tot di ore al giorno con giustificazioni di salvaguardia del pianeta)! Una posizione più moderata (ed operativa!) di salvaguardia ambientale con meno slogan e più compromessi potrebbe portarci ad avere mari un po’ più puliti ed energia un po’ più eco-friendly .

Personalissime condizioni circa il penoso stato del nostro pianeta ed ancor più di strane convinzioni che mi capita di sentire.

WU

La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU