Gigapixel Panorama

With 360 gigapixel photography, you get exactly what you ask for and more. 360 gigapixel photography takes hundreds or even thousands of high resolution photos to create one huge gigapixel panorama in 360 degrees. Each 360 panorama contains billions of pixels so viewers can view dozens of cityscapes in ultra high resolution.

Stiamo parlando di foto ad ultra-altissima risoluzione. Qualcosa come un singolo omino ed un’intera città che si possono vedere, nella stessa foto, con la stessa risoluzione. Ovviamente non è qualcosa che possiamo ottenere con una normale macchina fotografica… e neanche con una speciale.

Possiamo però mettere insieme centinaia o migliaia di immagini in un sapente collage digitale per ottenere il risultato desiderato. Il punto è che così facendo si generano immagini da miliardi di pixel (più di quanti il vostro schermo può tollerarne, infatti possiamo “navigare” in queste immagini con “panning & zooming”) e centinaia di gigabite per vedere con incredibili dettagli panorami a 360 gradi.

Qui trovate il gigapixel di Singapore.

Consider your average smartphone camera, which is around 12 megapixels, give or take a few depending on what flagship model you own. It takes some pretty sharp photos, right? Well this image of Shanghai is 195 gigapixels. One megapixel equals one million pixels, while a gigapixel equals one billion pixels […]

Effettivamente affascinante; oggi lo sto usando in ogni momento idle per cercare gli “angoli bui” che devono esistere per forza anche in una città che a prima vista appare (almeno da questa immagine) quasi perfetta.

SingaporeGigapixel

The photo, taken from high on the Oriental Pearl Tower in Shanghai, shows the surrounding landscape in stunning detail. From your virtual perch many stories above the ground, you can zoom in so far that you can read the license plates on cars and spot smiling faces greeting each other on the sidewalk.

La domanda per me non si pone (stranamente, in questo caso), ma effettivamente ci potremmo chiedere il perché di tali “opere d’arte”. La risposta può essere una a caso fra turismo (invitiamo i turisti a visitare un luogo presentando dal panorama ai dettagli in una singola immagine), per mostre, per eventi, operazioni di marketing, per memoria storica (dell’evoluzione di un certo luogo globale e locale) o per un misto di queste motivazioni. Beh, si anche qualcosa tipo “mass surveillance” va annoverato, ma ora non ditemi che abbiamo “paura” di immagini così perché ci sentiamo controllati!

WU

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Scoperta vintage informatico-spaziale

Correva l’anno 1995 quando qualcuno di nome William Shepherd e Sergei Krikalev “abitava” la stazione spaziale. Erano praticamente gli albori dell’informatica moderna ed i supporti digitali erano sostanzialmente diversi da quelli odierni.

La ISS era comunque all’avanguardia tecnologica (come oggi, d’altra parte) e le tecnologie in uso lassù erano il top del momento. I due astronauti (in realtà, per amor di precisione, uno dei due andrebbe definito cosmonauta, ma chiudo qui la parentesi) misero un po’ di ordine fra le loro cose archiviando in un armadietto poco utilizzato i floppy disk di istallazione di Windows 95.

Esatto, floppy disk (dai, ripetiamolo di nuovo). Da noi, intendo sulla superficie della Terra, si dice “la casa non ruba, nasconde”. Lo stesso vale evidentemente anche per la casetta spaziale che ha custodito i floppy in questione indisturbati per la bellezza di 23 anni.

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Finché, un bel giorno dell’anno del Signore 2018 qualcuno di nome Alexander Gerst, un erede spaziale dei due signori in questione ha deciso che quell’armadietto andava ripulito e… ed i floppy riportati alla luce. Ah, il signore Gerst ha un vago ricordo dei floppy (lo assumo senza troppa paura di essere sconfessato) e borse non saprebbe bene neanche come usarli, ma è prontamente in grado di immortalarli con uno scatto hi-quality fatto con la fotocamera di un cellulare che è oggi il nostro cutting edge tecnologico.

Oltre al fatto che sono un pezzo di storia (sarei curioso di sapere che destino avranno), mi piacerebbe anche scoprire se in qualche modo decenni di permanenza nello spazio hanno deteriorato i supporti magnetici o meno. E’ un fortunato caso per avere dati (potenzialmente inutili, ok) a costo zero… basta un lettore floppy (… almeno con USB 3.0 per collegarlo ai nostri pc). Chissà se sono considerati detriti spaziali 🙂 .

Io stesso ne ritrovo di tanto in tanto aprendo questo o quel cassetto. Penso sempre di doverli buttare, non trovo mai il coraggio. Come d’altra parte non trovo il coraggio di cimentarmi a “leggerli” (ed intanto dovrei trovare il sistema per farlo…).

Un po’ di nostalgia, spaziale e terrena. Soprattutto ricordandoci che i floppy sono ufficialmente non più in produzione da qualche anno.

WU

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

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Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…

Come scegliere un film

E’ un po’ che mancavo da Truth Facts, ed è stato effettivamente difficile scegliere su cosa concentrare la mia (poca) attenzione. Gli spunti di riflessione, e di profondi sorrisi (dell’anima, mi raccomando) sono tanti. Questo mi è piaciuto particolarmente.

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Prima (… e come mi sento vecchio…) si entrava in un Blockbuster, si faceva un giro fra gli scaffali, e si sceglieva il film con la copertina che più ci attraeva. Banale ed efficiente e poi dava anche un senso a ciò che ci portavamo a casa. Un po’ come tenere in mano un libro ed un e-book.

Oggi si spippola su questo o quel sito, si paragona, si controllano opinioni di gente sconosciuta, si scarica per il piacere di scaricare ancora prima che di guardare (welcome, millenals). Abbiamo tera e tera di film (tanto per rimanere generico) che forse non guarderemo mai fino in fondo… 10 min, tanto per avere un idea, assolutamente in linea con l’approccio mordi e fuggi che contraddistingue i nostri tempi.

Non sono contro il progresso, certo un po’ mi spiace per “le sofferenza del mondo reale”, ma soprattutto in questo caso credo che l’esito fosse abbastanza inevitabile ed in fondo è uno dei rami in cui questa “digitalizzazione” ha più senso. Sono onestamente più preoccupato di quando dovrò scegliere con questo criterio la melanzana da mangiare…

Solo una domanda: ma oggi le “copertine” servono ancora?

WU

PS. E che tristezza entrare oggi in un negozio di noleggio film. Sembrano usciti da un’altra epoca. Sembrano dei dinosauri che sopravvivono cibandosi dei propri resti. Diciamo che la cosa si percepisce a partire dalle facce dietro al bancone.

Decidere

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Una eccelsa interpretazione (qui) del vuoto decisionale che si crea grazie alla tecnologia. L’epoca delle decisioni pancia o dell’istinto è ormai prossima alla fine (almeno per noi mortali e per le decisioni che interessano solo il nostro piccolo giardino).

Googlare (a proposito di alienismi) è uno dei passaggi fondamentali in ormai qualunque processo decisionale. Ed il numero di recensioni/like, se disponibili, si colloca al secondo posto fra i criteri di scelta. Il tempo per la scelta passa in secondo piano dinanzi all’accuratezza della stessa.

Che sia giusto o sbagliato non lo so, è di sicuro meno romantico ed in casi estremi (ma in fondo neanche tanto estremi) da benzina a sufficienza per non decidere. Ma su solide basi!
Il concetto di pro e contro è decisamente valido, ma a meno di non trovarsi di fronte “il bene ed il male” o “il bianco ed il nero” difficilmente sufficiente per dire “ok, facciamo così!”.

E, giustamente, assumendo che anche la non-scelta sia di per se una scelta, allora dobbiamo ringraziare l’era digitale per aver creato una soluzione in più ai nostri problemi.

WU

Deliri da digital divide

Sulla scia dei recenti avvenimenti sociali e personali (proprio un paio di giorni fa sono stato nuovamente fermato dai carabinieri), sono andato interrogandomi su come la tecnologia venga ancora usata in maniera inefficace (o come frutto di eteroimposti doveri) anche a livello istituzionale.

Il chiedere ancora “patente e carta di circolazione” (“patente e libretto” suonava meglio), ad esempio, è ancora sensato? Vuoi che non si possa fare un app per accedere al database della motorizzazione, dell’ ACI o chi per esso? E poi che senso ha portare ancora la tessera elettorale da esibire per esercitare il diritto-dovere del voto? Diciamo che anche in questo caso non è difficile immaginare scenari digitali dell’iter.

Effettivamente mi sono spinto anche oltre a pensare che una sorta di voto elettronico risolverebbe molti problemi e forse aiuterebbe anche a colmare questo ormai dilagante astensionismo (che un italiano su due non voti pare essere parte del nostro DNA e non fare neanche più di tanto scalpore…). Ovviamente mi sono subito morso la lingua pensando, da buon italiano, a come tale sistema offra il fianco molle a frodi e truffe varie (sono anche andato fantasticando di aziende private per inserire online i dati… per poi fermarmi quando gli scenari borderline mi parevano fin troppo ovvi).

In ogni caso credo che il nostro always-connected possa essere efficacemente sfruttato per alleggerire gli anacronistici pachidermi burocratici che continuiamo a portarci dietro. Che il digital divide sia effettivamente non tanto il divario nell’accesso alle tecnologie telematiche quando il divario tra applicazioni effettivamente utili ed altre solo di facciata?

WU

PS. @ 05.10.14. Mi ritrovo ad aggiornare questo vecchio post alla luce della notizia ormai ufficiale della digitalizzazione del certificato di proprietà.

Non sono certo un veggente, se ne era parlato a lungo, ma a quanto leggo qui ora mi pare che ci siamo davvero. Tra qualche giorno la famosa richiesta “patente e libretto” (e sue varianti) sarà ufficialmente desueta. Dal 19.10 il certificato di proprietà sarà solo digitale.

E pare vi sia anche un ulteriore passo; la verifica dell’assicurazione non richiederà più l’esposizione del talloncino, ma passerà attraverso videocamere ztl, varchi tutor ed autovelox.

A volte mi devo ricredere. Capita. Bella sensazione in effetti.