Tag: Dick

La palta

[…]

Isidore disse, «Io ci ho provato. Una volta sola. Dopo di allora quando torno a casa entro dritto filato nel mio appartamento e me ne frego del resto… degli appartamenti dove non abita nessuno. Sono centinaia, pieni di cose, gli oggetti personali di chi ci abitava, come le foto di famiglia o i vestiti. Quelli che sono morti non si sono potuti portar via nulla e quelli che sono emigrati non hanno voluto. L’intero palazzo, escluso il mio appartamento, è completamente andato in palta.»

«In palta?» La ragazza non capiva.

«Sì. La palta è fatta di oggetti inutili, inservibili, come la pubblicità che arriva per posta, o le scatole di fiammiferi dopo che hai usato l’ultimo, o gli involucri delle caramelle o l’omeogiornale del giorno prima. Quando non c’è più nessuno a
controllarla, la palta si riproduce. Ad esempio, se quando si va a letto si lascia un po’ di palta in giro per l’appartamento, quando ci si alza il mattino dopo se ne ritrova il doppio. Cresce, continua a crescere, non smette mai.»

«Ho capito.» La ragazza l’osservava incerta: non sapeva se credergli o meno. Non era sicura che stesse parlando sul serio.

«C’è la Prima Legge della Palta», disse Isidore.

««La palta scaccia la nonpalta.» Come la legge di Gresham sul denaro falso, ha presente? E in questi appartamenti non c’è nessuno a contrastare la palta.»

[…]

«Nessuno può battere la palta», disse, «tranne che per un po’ di tempo e forse in un posto solo, come nel mio appartamento ad esempio, dove ho creato una specie di equilibrio tra la pressione della palta e della nonpalta, finché dura. Ma poi morirò o me ne andrò, e allora la palta riprenderà il sopravvento. È un principio universale valido in tutto l’universo; l’intero universo è diretto verso una stato finale di paltizzazione totale e assoluta.»

[…]

Da (ovviamente) P. K. Dick. Lascio un po’ di palta a riprodursi per quest’agosto italiano. Ne lascio un po’ ovunque, compreso su questo blog. Così vediamo cosa sono capace di fare al rientro. Infondo una delle migliori occupazioni dell’essere umano e costruire, distruggere e ricostruire.

WU

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Nebbie d’autore

La nebbia può penetrare dall’esterno e giungere fino a te; può invaderti. Così pensava Joseph Adams mentre fissava la nebbia, quella del Pacifico, dalla finestra alta e lunga della sua biblioteca: una struttura faraonica ricavata da frammenti di cemento che un tempo, in un’altra epoca, formavano una rampa di entrata della Bayshore Freeway. E poiché era sera e sul mondo stava calando l’oscurità questa nebbia lo spaventava così come l’altra nebbia, quella interna che non invadeva, ma si allungava, si muoveva e riempiva le parti vuote del suo corpo. Di solito la seconda nebbia veniva chiamata solitudine. [P. K. Dick, La Penultima Verità]

Probabilmente uno dei più begli incipit mai scritti (IMHO), anche se il libro non è poi considerato tra le perle che Dick ci ha lasciato (anche se personalmente non posso dirlo a ragion veduta dato che devo ancora leggerlo tutto… Ah, caso mai non fosse chiaro: questa non vuol essere una recensione), ovvero non è tra i suoi scritti più conosciuti.

La penultima verità è comunque uno di quei libri che sono inconsciamente entrati nel patrimonio culturale collettivo senza saperlo. Ora non è mia intenzione presentarvi la trama, ma tenete presente che la maggior parte dei  film/racconti/libri post-apocalittici che vi sarà capitato di leggere avrà un qualche spunto trattato in questo libro. Manipolazione mediatica, classismo sociale, presidenti fantoccio, ambiguità del reale, scenari post-nucleari, viaggi nel tempo, indagini, omicidi, ambientazione noir. Che altro vi serve per rendere plausibile l’assurdo (ovvero per ascoltare un tg)?

E poi questa descrizione della solitudine rende veramente bene il concetto! Immaginarsela come una nebbia che permea tutti i vuoti del nostro io mi mette quasi paura (anzi, mi mette proprio paura).

Mi fa sentire un contenitore troppo grande per quei pochi pensieri che ho. A volte quando mi abbandono alle mie nebbie mi viene voglia di rileggere questo passo con il solo risultato di sentirmi ulteriormente a disagio con me stesso; anche in una giornata di sole.

WU

Un 481 per me!

P. K. Dick, dovremmo leggere tutti di più (in generale) ed alcuni visionari del passato, guru odierni, molto di più…

«Un  481.  Consapevolezza  delle molteplici  possibilità  che  mi  si  aprono  davanti  nel futuro; nuova speranza che…»

Come mi sarebbe piaciuto leggere la fine di questa frase, ma “Ma gli androidi sognano pecore elettriche” (ovvero Il cacciatore di androidi o Do Androids Dream of Electric Sheep? e cioè Blade Runner) la interrompe con:

“«Lo  conosco  il  481»,  la  interruppe.  Aveva  composto  molte  volte  quella combinazione, ci faceva molto affidamento.”.

Fantasticando su come il mio estemporaneo alter ego Dick avrebbe completato la frase forse oserei con un “[…] nuova speranza che l’umanità torni ad uno stato morale lontano dall’auto disperazione e si lanci nelle sfide che si trova comunque a dover affrontare con nuovo vigore”.

Che di certo non sono poche, ne nella realtà ne nel testo. Senza voler recensire il testo (sarebbe assolutamente inutile, in rete è pieno, ma una sana lettura eviterebbe di fa aprire la bocca a molti…) si parla di un cacciatore di taglie che si muove in una San Francisco post-atomica incaricato di trovare e sterminare sei androidi scappati da Marte che lui accetta solo per poter sostituire la sua pecora elettrica con un animale vero, il culmine dello stato sociale.

Il numero si riferisce ad un fantomatico (per ora) “modulatore di umore”, un programmatore di stati d’animo che fa un po da surrogato a stati allucinogeni da droghe (tema caro al cyberpunkettaro Dick) e che nel contesto è presentato come una sorta di palliativo, nei rapporti sociali in genere ed in particolare in quelli con le donne (altra cosa nella quale Dick “eccelleva”). E lo stesso strumento consente anche il codice dei codici:

“«Allora fai il 3», le disse. «Non posso digitare un numero che stimola nella corteccia cerebrale il desiderio di comporre un codice! Se non voglio fare un numero, quello è il numero che voglio fare meno di tutti, perché poi mi verrebbe voglia di comporre un altro numero, e aver voglia di comporre un numero è al momento la voglia che sento meno; me ne voglio solo star qui seduta sul letto a fissare il pavimento.» “.

Non so se accetterei di usare un affare del genere, ma di certo se lo facessi il 3 sarebbe il primo numero che proverei. Beh, se lo sto usando non mi spaventerò di certo per un’altra, piccola (!?) limitazione del mio libero arbitrio (o almeno di quello che mi pare tale).

WU

PS. Sempre nella sua vena misogina Dick ci propone anche il  594: compiaciuto riconoscimento della superiore saggezza del marito in ogni campo. Il sogno di parecchi mariti che avrebbero un ego appagato e quindi sperabilmente rapporti sociali più tranquilli, anche senza veri animali domestici. Come siamo piccoli.

PPSS. @ 04.09.15. E dilungandomi con un po di insana ed inutile numerologia:

  • 481 è divisibile per 1, 13 e 37 (a parte 1, la somma delle cifre del secondo divisore è uguale alla differenza delle cifre del terzo), oltre che per 481
  • 481 è difettivo, ovvero maggiore della somma dei suoi divisori propri (481 > 1+13+37)
  • 481 è semi-primo, ovvero è il prodotto di due numeri primi (13 e 37)
  • 481 è un numero quadrato centrato, ovvero può essere visualizzato al centro di un quadrato come n^2+(n-1)^2 che nel caso in questione: 15^2+16^2 = 481
  • 481 è un numero di Harshad in quanto la somma delle sue cifre è 13 che è anche uno dei suoi divisori
  • 481 è 111100001 in binario
  • 481 è CDLXXXI in numeri romani