Il calciatore e La rovesciata

Probabilmente lo sappiamo già tutti, ma vale la pena ricordarcelo un attimo.

Calciatori o calciofili, piccoli o grandi, millenials o quel che vi pare, almeno una volta nella vita ciascuno di noi un album di figurine di calciatori Panini lo avremo visto. Non dico aver completato la collezione (io mai, personalmente), non dico aver acquistato album e figurine, ma almeno il simbolo di questo album lo conosciamo; è in qualche modo parte della nostra memoria collettiva.

Si tratta di un calciatore colto nell’attimo di una spettacolare rovesciata acrobatica. Ne il nome del calciatore, ne tanto meno la sua squadra, sono riportati sulle figurine in questione.

Basta googlare pochissimo (o chiederlo ai più esperti, meglio) per scoprire che il calciatore.simbolo è Carlo Parola, giocatore della Juventus e della Nazionale negli anni ’50. La rovesciata in questione è colta dal fotografo Corrado Bianchi nel corso di un match Fiorentina-Juventus datato 15 gennaio 1950 (all’ottantesimo minuto, per la precisione).

La foto compare come simbolo della raccolta dei calciatori Panini nel 1955-1956 leggermente rielaborata rimuovendo, in particolare, i colori della squadra di Parola. Da allora l’atleta-simbolo veste una neutrale (credo, ma non ci giurerei) maglietta rossa, calzoncini bianchi e calzettoni giallo-neri. 200 milioni di copie vendute con didascalie in quasi tutte le lingue…

Parola

Come piccola curiosità: Parola non era un attaccante, bensì un difensore e la rovesciata non è colta nell’attimo di segnare un goal, bensì di “spazzare” la palla dalla propria area di rigore. Ah, fu lui uno dei primi (se non il primo) ad utilizzare la rovesciata come gesto tecnico abbastanza ricorrente nelle sue giocate.

Si, ok, oggi avremo i mitici attaccanti strapagati (principalmente non-Italiani) che troneggiano nelle news/rotocalchi/copertine/premiazioni/FIFA/PES/equant’altro, ma il fatto che l’immagine iconica del nostro calcio (quella che per intenderci ispira ancora le nuove leve) sia un italianissimo difensore mi fa in fondo piacere.

WU

Dove va il polo nord?

… e lui cammina cammina. Indifferente a modelli, previsioni, serie storiche e speranze umane.

Premettiamo che non è una novità, questo anche i più catastrofisti dovrebbero averlo realizzato. Fin da quando ne teniamo tracce i poli magnetici continuano a muoversi. Il polo nord, in particolare, ha passeggiato per secoli nei territori canadesi spostandosi regolarmente verso Ovest con velocità sempre abbastanza modeste.

Ultimamente, stranamente, inaspettatamente il polo si è messo a correre. E nella direzione sbagliata.

Il polo nord si è infatti spostato nell’ultimo anno di ben 50 km (alla faccia!) ed in direzione della Siberia; quindi verso Est. Che facciamo, lo consideriamo in migrante?

MigrazionePoloNord.png

Ovviamente una spiegazione rigorosa e scientifica a questo fenomeno non siamo ancora in grado di darla (per la cronaca, la posizione die poli magnetici del nostro pianeta è determinata dal flusso di metallo fuso che ci scorre qualche migliaia di km sotto i piedi… tutt’altro che facile da modellare). Il processo di spostamento dei poli magnetici è comunque quel processo che causa l’inversione dei poli magnetici.

Tale inversione (ancora una volta, attenzione attenzione, cari allarmisti) è già successa più di una volta nella storia del nostro pianeta e NON è un evento istantaneo; bensì un processo lento anche su scale geologiche. Lo spostamento del polo nord magnetico è parte di tale processo.

Sicuramente un po’ di scombussolamento lo spostamento dei poli lo darà, ma non direi che vederemo estinzioni di massa e maga-terremoti. Il campo magnetico, che è quello scudo che ci protegge da tutte le radiazioni del nostro Sole, continuerà ad esistere. Magari un po’ scombussolato, magari con più di un solo polo nord ed un solo polo sud per un po’ (affascinante, ma è solo un’ipotesi), ma non scomparirà del tutto (di nuovo: è legato al movimento dei metalli fluidi nel mantello che non prevede certo di fermarsi…).

I disagi maggiori saranno probabilmente avvertiti dalle nostre tecnologie, che, oltre a basarsi in maniera importante sul campo magnetico terrestre, potrebbero trovarsi anche più esposte alle radiazioni solari in caso di modifiche sostanziali alla forma attuale della magnetosfera terrestre. Le tempeste solari potrebbero danneggiare i satelliti e quindi causare interruzione di comunicazioni e di altri servizi basati su “asset spaziali”.

Si, poi ci vorrebbe qualche decennio affinché specie tipo api, salmoni, tartarughe, balene, piccioni, etc. riacquistino il senso dell’orientamento evitando di andare a sud convinte di andare a nord, ma madre natura sa il fatto suo.

WU

PS. Ancora più inquietante è il fatto che il polo sud magnetico, almeno per il momento, se ne sta bello fermo… suggerendo maggiori chances per uno scenario “a più poli”.

Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

UominiDonne_aggettivi.png

Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU

Il vagito dei grandi terremoti

Non significa esattamente prevedere i terremoti, ma avere una specie di indizio sull’entità degli stessi nei primissimi momenti è comunque un passo avanti… poi, considerando che è a costo quasi zero tanto meglio, no?

Quando comincia la rottura di una faglia quelli che sono detti “i grandi terremoti”, da magnitudo da 7 in su, hanno una specie di suono distintivo. E la cosa ancora più affascinante è che tracce di questa nascita sono “facilmente” (ora che lo abbiamo scoperto, ovviamente) desumibili dai dati del Gps. In particolare da quei dati che misurano il movimento del terreno a soli 10-15 secondi dall’inizio del fenomeno.

La ricerca, portata avanti dall’università’ dell’Oregon (dove sono ben allertati su un grande terremoto distruttivo…), analizza oltre 3000 terremoti accaduti a partire dai primi anni Novanta in Cina e negli Stati Uniti ed identifica una accelerazione nello spostamento del terreno entro i primi secondi di 12 grandi terremoti avvenuti tra il 2003 e il 2016. In pratica, se l’accelerazione del terreno, che manifesta precocemente le proprietà meccaniche del sisma, assume certe frequenze caratteristiche (rilevabili, appunto, dal segnale Gps), vi sono ottime probabilità che il terremoto sia particolarmente distruttivo.

We show through analysis of a database of source time functions and near-source displacement records that, after an initiation phase, ruptures of M7 to M9 earthquakes organize into a slip pulse, the kinematic properties of which scale with magnitude. Hence, early in the rupture process—after about 10 s—large and very large earthquakes can be distinguished.

I risultati della ricerca indicano che nei primi secondi dell’evento vi sono differenze identificabili nella frequenza delle oscillazioni delle onde sismiche, il che permette di fare una previsione su come evolverà l’evento. Lo scopo è, ovviamente, quello di migliorare l’accuratezza dei sistemi di allerta precoce (…tutti in attesa del temutissimo “Big One”…), anche se non vi sono applicazioni immediate della tecnologia a sistemi di allerta dato che da informazioni rilevabili solo ad evento già iniziato, ma la scoperta fornisce comunque una risposta fondamentale circa la differenza nell’origine di terremoti piccoli e grandi. Non è nell’evoluzione del processo di rottura la differenza, ma i mega terremoti sono proprio radicalmente diversi, dalla nascita, rispetto a quelli più piccoli.

EarthquakesCharacterization.png

Anche in questo caso, il suono che accompagna la nascita di questi eventi racchiude più informazioni di quante finora ne cogliessimo. Basta restare in ascolto della natura per capire cosa ci accade attorno. Se solo ci fermassimo ad ascoltare…

WU

PS. Ovviamente un cauto ottimismo è d’obbligo:

The challenge is that we’ve found average patterns. Individual earthquakes have their own personality. There can be variability. A magnitude 9 can accelerate at different rates. We have to wait longer to be super sure about what we are seeing.

In memoria di Clippy

Ma voi ve lo ricordate Clippy? Secondo me chiunque abbia usato a maneggiare un sistema Windows negli anni ’90 ne deve avere un pur vago ricordo (e non per forza positivo)… prima dell’arrivo di XP, ovviamente.

Sto parlando di quella (e qui potete metterci un “antipatica” o un “simpatica” a piacere) graffetta con gli occhioni che voleva essere il nostro primo assistente virtuale dandoci consigli e suggerimenti su come usare Office 97.

Ci diceva scorciatoie, ci chiedeva se volevamo cercare qualcosa, e ci seguiva (o inseguiva) un po’ ovunque… palesandosi spesso con un pessimo tempismo.

Clippy.png

Clippy fa ormai parte di qualche nostalgico ricordo, ma non è stato che una sorta di antesignano “help” o, meglio ancora un assistente virtuale ante litteram. Personalmente lo trovavo abbastanza fastidioso (e bruttino). Non mi ha mai dato un consiglio degno di nota e quasi quasi mi dispiaceva scrivergli di andarsene (… neanche fosse HAL…).

Dopo Office ’97, Clippy fu comunque riprogrammato in XP, anche se non abilitato di default. Per i più nostalgici vi erano alcuni escamotage da utilizzare per vedere la graffettina in giro per lo schermo. Con Office 2007, invece, alla veneranda età di 10 anni, Clippy fu assassinato. Il codice sorgente fu completamente rimosso dal programma Windows. R.I.P.

A decretare la sua morte, ad ogni modo, non fu l’opinione positiva o negativa che di essa avevano gli utenti (cosa che non mi pare Windows abbia mai tenuto troppo in considerazione), bensì: “Office XP is so easy to use that Clippy is no longer necessary, or useful. With new features like smart tags and Task Panes, Office XP enables people to get more out of the product than ever before. These new simplicity and ease-of-use improvements really make Clippy obsolete.”

Non escludo una possibile resurrezione, ma probabilmente una sorta di reincarnazione in Cortana vi è stata (se non altro per il nervosismo che mi provocano i due “assistenti”).

… ora non è che la scomparsa di Clippy sia storia recente e non è che me ne addolori neanche particolarmente, semplicemente stamane ho trovato una graffetta sulla mia scrivania e mi è “popuppato” in mente, stile la buon anima di Clippy…

WU

PS. E Microsoft Bob ve lo ricordate?

PPSS. Mi viene in mente questo

Gigapixel Panorama

With 360 gigapixel photography, you get exactly what you ask for and more. 360 gigapixel photography takes hundreds or even thousands of high resolution photos to create one huge gigapixel panorama in 360 degrees. Each 360 panorama contains billions of pixels so viewers can view dozens of cityscapes in ultra high resolution.

Stiamo parlando di foto ad ultra-altissima risoluzione. Qualcosa come un singolo omino ed un’intera città che si possono vedere, nella stessa foto, con la stessa risoluzione. Ovviamente non è qualcosa che possiamo ottenere con una normale macchina fotografica… e neanche con una speciale.

Possiamo però mettere insieme centinaia o migliaia di immagini in un sapente collage digitale per ottenere il risultato desiderato. Il punto è che così facendo si generano immagini da miliardi di pixel (più di quanti il vostro schermo può tollerarne, infatti possiamo “navigare” in queste immagini con “panning & zooming”) e centinaia di gigabite per vedere con incredibili dettagli panorami a 360 gradi.

Qui trovate il gigapixel di Singapore.

Consider your average smartphone camera, which is around 12 megapixels, give or take a few depending on what flagship model you own. It takes some pretty sharp photos, right? Well this image of Shanghai is 195 gigapixels. One megapixel equals one million pixels, while a gigapixel equals one billion pixels […]

Effettivamente affascinante; oggi lo sto usando in ogni momento idle per cercare gli “angoli bui” che devono esistere per forza anche in una città che a prima vista appare (almeno da questa immagine) quasi perfetta.

SingaporeGigapixel

The photo, taken from high on the Oriental Pearl Tower in Shanghai, shows the surrounding landscape in stunning detail. From your virtual perch many stories above the ground, you can zoom in so far that you can read the license plates on cars and spot smiling faces greeting each other on the sidewalk.

La domanda per me non si pone (stranamente, in questo caso), ma effettivamente ci potremmo chiedere il perché di tali “opere d’arte”. La risposta può essere una a caso fra turismo (invitiamo i turisti a visitare un luogo presentando dal panorama ai dettagli in una singola immagine), per mostre, per eventi, operazioni di marketing, per memoria storica (dell’evoluzione di un certo luogo globale e locale) o per un misto di queste motivazioni. Beh, si anche qualcosa tipo “mass surveillance” va annoverato, ma ora non ditemi che abbiamo “paura” di immagini così perché ci sentiamo controllati!

WU

Catopuma badia

Il catopuma mi ricorda tanto il catoblepa. E la differenza fra i due non la fa il fatto di esistere o meno dato che si potrebbe contestare la dote ad entrambi i fanta(?)-besti.

Foresta del Borneo, un bel gattone. Ovvero uno dei luoghi più inaccessibili e selvaggi del pianeta ed una delle specie animali più schive per natura (si, anche il vostro gatto lo sarebbe se non vi associasse ai croccantini).

Parliamo di un felino della taglia di un grosso gatto, dal colore rossastro, manto uniforme e molto più che schivo. In effetti una specie di fantasma. Praticamente una delle specie conosciute più sconosciute. Sappiamo che esiste (per lo più come conseguenza di eventi fortuiti), ma non abbiamo idea di nulla che lo riguardi: dalle abitudini alimentari, riproduzione, stili di caccia, aspettativa di vita, e via dicendo.

Addirittura semi-sconosciuto anche alla popolazioni locali, abbiamo per anni saputo che li c’era qualcosa solo attraverso crani e pelli mal conservate. Nulla di più. Se potesse leggere lui stesso sui libri di zoologia “status: unknow” sono certo gli darebbe un certo piacere (ed un deciso sollievo).

Più in dettaglio ci siamo imbattuti in un unico (beh, dal punto di vista del felino direi più che sfortunato) esemplare solo nel 1992 e da questo abbiamo desunto praticamente tutto (considerando che poteva essere la “pecora nera” non mi pare un grande passo avanti…). Alla cattura fortuita ha fatto seguito, sei anni dopo, nel 1998 una foto e due anni più tardi una trentina di fotogrammi grazie a delle trappole fotografiche (praticamente abbiamo sparpagliato una serie di macchine fotografiche con rilevatore di movimento per la giungla… un progetto tipo questo).

CatopumaBaio.png

Si dice (che in questo contesto suona tipo i bardi che tramandano leggende di draghi) sia solitario, dalle abitudini mattutine, cacciatore di qualunque cosa gli capiti a tiro (viva o morta). Testa piccola, orecchie basse, coda lunga, manto uniforme (rosso o grigiastro… pare), sugli 85 cm di lunghezza ed una 30 cm in altezza al garrese, insomma un micione abbastanza anonimo e neanche particolarmente bello. Uno di quegli animali che allo zoo gli degneremmo poco più di uno sguardo, e loro ce ne sarebbero grati.

Il gattone non è mai stato allevato in cattività (se non quelli cresciuti direttamente in cattività). Ne sono stati fortuitamente, negli ultimi 15 anni alcuni esemplari, soprattutto sottratti ai bracconieri (e non mi metto a fare paternali) che però non sono mai sopravvissute in cattività. Mi verrebbe da dire che sembra quasi preferisca farsi morire piuttosto che stare dietro le sbarre.

Praticamente un fantasma che cammina. Qualcosa ci ha concesso, ma tutto il suo fascino è nel suo mistero, suggerirei di lasciarlo li e goderci il pensiero (e chi vive sperando…).

WU

Problemi formato excel

XKCD261017.png

L’unico punto fermo è che inizio la giornata “with lots of problems”. Frase che si applica benissimo praticamente a tutte le mie mattine, fine settimana inclusi. Possiamo dire che io mi fascio la testa inutilmente (potenzialmente vero), possiamo dire che è una fase della vita (potenzialmente vero), ma dobbiamo dire che un modo per risolversi, a maggior ragione “in blocco”, non l’ho ancora trovato.

Non mi sto lamentando, sto constatando, grazie a questo XKCD, che non sono un patologico caso isolato.

Che siano problemi logistici, familiari, lavorativi, organizzarli e catalogarli è una cosa che aiuta. Lo capisco, non lo faccio (… men che meno con uno spreadsheet con cui già devo combattere quotidianamente). Diciamo che non so farlo. Non sono in grado di fare una scaletta “di priorità dei problemi”, diciamo che mi limito a (cercare di) risolvere o i più facili o i più urgenti.

Praticamente quando sono di spalle al muro (uno spreadsheet mi aiuterebbe a rendermene conto?) mi rimbocco le maniche; tanto quotidianamente uno scoglio da superare lo trovo (tutto sommato credo mi potrebbe mancare se non lo trovassi), che poi ci riesca o che ci riesca bene è tutto da vedere. Direi che qui è più una questione statistica: dati n problemi, provate n soluzioni, una decente potrebbe anche venir fuori.

Uno spreadsheet te lo farebbe vedere sicuramente meglio…

WU

PS. E notevolissimo anche l’alt-text: “I started off with countless problems. But now I know, thanks to COUNT(), that I have “#REF!ERROR: Circular dependency detected” problem“.

Praticamente l’apoteosi dello strumento sul contenuto.