Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

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Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU

Il vagito dei grandi terremoti

Non significa esattamente prevedere i terremoti, ma avere una specie di indizio sull’entità degli stessi nei primissimi momenti è comunque un passo avanti… poi, considerando che è a costo quasi zero tanto meglio, no?

Quando comincia la rottura di una faglia quelli che sono detti “i grandi terremoti”, da magnitudo da 7 in su, hanno una specie di suono distintivo. E la cosa ancora più affascinante è che tracce di questa nascita sono “facilmente” (ora che lo abbiamo scoperto, ovviamente) desumibili dai dati del Gps. In particolare da quei dati che misurano il movimento del terreno a soli 10-15 secondi dall’inizio del fenomeno.

La ricerca, portata avanti dall’università’ dell’Oregon (dove sono ben allertati su un grande terremoto distruttivo…), analizza oltre 3000 terremoti accaduti a partire dai primi anni Novanta in Cina e negli Stati Uniti ed identifica una accelerazione nello spostamento del terreno entro i primi secondi di 12 grandi terremoti avvenuti tra il 2003 e il 2016. In pratica, se l’accelerazione del terreno, che manifesta precocemente le proprietà meccaniche del sisma, assume certe frequenze caratteristiche (rilevabili, appunto, dal segnale Gps), vi sono ottime probabilità che il terremoto sia particolarmente distruttivo.

We show through analysis of a database of source time functions and near-source displacement records that, after an initiation phase, ruptures of M7 to M9 earthquakes organize into a slip pulse, the kinematic properties of which scale with magnitude. Hence, early in the rupture process—after about 10 s—large and very large earthquakes can be distinguished.

I risultati della ricerca indicano che nei primi secondi dell’evento vi sono differenze identificabili nella frequenza delle oscillazioni delle onde sismiche, il che permette di fare una previsione su come evolverà l’evento. Lo scopo è, ovviamente, quello di migliorare l’accuratezza dei sistemi di allerta precoce (…tutti in attesa del temutissimo “Big One”…), anche se non vi sono applicazioni immediate della tecnologia a sistemi di allerta dato che da informazioni rilevabili solo ad evento già iniziato, ma la scoperta fornisce comunque una risposta fondamentale circa la differenza nell’origine di terremoti piccoli e grandi. Non è nell’evoluzione del processo di rottura la differenza, ma i mega terremoti sono proprio radicalmente diversi, dalla nascita, rispetto a quelli più piccoli.

EarthquakesCharacterization.png

Anche in questo caso, il suono che accompagna la nascita di questi eventi racchiude più informazioni di quante finora ne cogliessimo. Basta restare in ascolto della natura per capire cosa ci accade attorno. Se solo ci fermassimo ad ascoltare…

WU

PS. Ovviamente un cauto ottimismo è d’obbligo:

The challenge is that we’ve found average patterns. Individual earthquakes have their own personality. There can be variability. A magnitude 9 can accelerate at different rates. We have to wait longer to be super sure about what we are seeing.

In memoria di Clippy

Ma voi ve lo ricordate Clippy? Secondo me chiunque abbia usato a maneggiare un sistema Windows negli anni ’90 ne deve avere un pur vago ricordo (e non per forza positivo)… prima dell’arrivo di XP, ovviamente.

Sto parlando di quella (e qui potete metterci un “antipatica” o un “simpatica” a piacere) graffetta con gli occhioni che voleva essere il nostro primo assistente virtuale dandoci consigli e suggerimenti su come usare Office 97.

Ci diceva scorciatoie, ci chiedeva se volevamo cercare qualcosa, e ci seguiva (o inseguiva) un po’ ovunque… palesandosi spesso con un pessimo tempismo.

Clippy.png

Clippy fa ormai parte di qualche nostalgico ricordo, ma non è stato che una sorta di antesignano “help” o, meglio ancora un assistente virtuale ante litteram. Personalmente lo trovavo abbastanza fastidioso (e bruttino). Non mi ha mai dato un consiglio degno di nota e quasi quasi mi dispiaceva scrivergli di andarsene (… neanche fosse HAL…).

Dopo Office ’97, Clippy fu comunque riprogrammato in XP, anche se non abilitato di default. Per i più nostalgici vi erano alcuni escamotage da utilizzare per vedere la graffettina in giro per lo schermo. Con Office 2007, invece, alla veneranda età di 10 anni, Clippy fu assassinato. Il codice sorgente fu completamente rimosso dal programma Windows. R.I.P.

A decretare la sua morte, ad ogni modo, non fu l’opinione positiva o negativa che di essa avevano gli utenti (cosa che non mi pare Windows abbia mai tenuto troppo in considerazione), bensì: “Office XP is so easy to use that Clippy is no longer necessary, or useful. With new features like smart tags and Task Panes, Office XP enables people to get more out of the product than ever before. These new simplicity and ease-of-use improvements really make Clippy obsolete.”

Non escludo una possibile resurrezione, ma probabilmente una sorta di reincarnazione in Cortana vi è stata (se non altro per il nervosismo che mi provocano i due “assistenti”).

… ora non è che la scomparsa di Clippy sia storia recente e non è che me ne addolori neanche particolarmente, semplicemente stamane ho trovato una graffetta sulla mia scrivania e mi è “popuppato” in mente, stile la buon anima di Clippy…

WU

PS. E Microsoft Bob ve lo ricordate?

PPSS. Mi viene in mente questo

Gigapixel Panorama

With 360 gigapixel photography, you get exactly what you ask for and more. 360 gigapixel photography takes hundreds or even thousands of high resolution photos to create one huge gigapixel panorama in 360 degrees. Each 360 panorama contains billions of pixels so viewers can view dozens of cityscapes in ultra high resolution.

Stiamo parlando di foto ad ultra-altissima risoluzione. Qualcosa come un singolo omino ed un’intera città che si possono vedere, nella stessa foto, con la stessa risoluzione. Ovviamente non è qualcosa che possiamo ottenere con una normale macchina fotografica… e neanche con una speciale.

Possiamo però mettere insieme centinaia o migliaia di immagini in un sapente collage digitale per ottenere il risultato desiderato. Il punto è che così facendo si generano immagini da miliardi di pixel (più di quanti il vostro schermo può tollerarne, infatti possiamo “navigare” in queste immagini con “panning & zooming”) e centinaia di gigabite per vedere con incredibili dettagli panorami a 360 gradi.

Qui trovate il gigapixel di Singapore.

Consider your average smartphone camera, which is around 12 megapixels, give or take a few depending on what flagship model you own. It takes some pretty sharp photos, right? Well this image of Shanghai is 195 gigapixels. One megapixel equals one million pixels, while a gigapixel equals one billion pixels […]

Effettivamente affascinante; oggi lo sto usando in ogni momento idle per cercare gli “angoli bui” che devono esistere per forza anche in una città che a prima vista appare (almeno da questa immagine) quasi perfetta.

SingaporeGigapixel

The photo, taken from high on the Oriental Pearl Tower in Shanghai, shows the surrounding landscape in stunning detail. From your virtual perch many stories above the ground, you can zoom in so far that you can read the license plates on cars and spot smiling faces greeting each other on the sidewalk.

La domanda per me non si pone (stranamente, in questo caso), ma effettivamente ci potremmo chiedere il perché di tali “opere d’arte”. La risposta può essere una a caso fra turismo (invitiamo i turisti a visitare un luogo presentando dal panorama ai dettagli in una singola immagine), per mostre, per eventi, operazioni di marketing, per memoria storica (dell’evoluzione di un certo luogo globale e locale) o per un misto di queste motivazioni. Beh, si anche qualcosa tipo “mass surveillance” va annoverato, ma ora non ditemi che abbiamo “paura” di immagini così perché ci sentiamo controllati!

WU

Catopuma badia

Il catopuma mi ricorda tanto il catoblepa. E la differenza fra i due non la fa il fatto di esistere o meno dato che si potrebbe contestare la dote ad entrambi i fanta(?)-besti.

Foresta del Borneo, un bel gattone. Ovvero uno dei luoghi più inaccessibili e selvaggi del pianeta ed una delle specie animali più schive per natura (si, anche il vostro gatto lo sarebbe se non vi associasse ai croccantini).

Parliamo di un felino della taglia di un grosso gatto, dal colore rossastro, manto uniforme e molto più che schivo. In effetti una specie di fantasma. Praticamente una delle specie conosciute più sconosciute. Sappiamo che esiste (per lo più come conseguenza di eventi fortuiti), ma non abbiamo idea di nulla che lo riguardi: dalle abitudini alimentari, riproduzione, stili di caccia, aspettativa di vita, e via dicendo.

Addirittura semi-sconosciuto anche alla popolazioni locali, abbiamo per anni saputo che li c’era qualcosa solo attraverso crani e pelli mal conservate. Nulla di più. Se potesse leggere lui stesso sui libri di zoologia “status: unknow” sono certo gli darebbe un certo piacere (ed un deciso sollievo).

Più in dettaglio ci siamo imbattuti in un unico (beh, dal punto di vista del felino direi più che sfortunato) esemplare solo nel 1992 e da questo abbiamo desunto praticamente tutto (considerando che poteva essere la “pecora nera” non mi pare un grande passo avanti…). Alla cattura fortuita ha fatto seguito, sei anni dopo, nel 1998 una foto e due anni più tardi una trentina di fotogrammi grazie a delle trappole fotografiche (praticamente abbiamo sparpagliato una serie di macchine fotografiche con rilevatore di movimento per la giungla… un progetto tipo questo).

CatopumaBaio.png

Si dice (che in questo contesto suona tipo i bardi che tramandano leggende di draghi) sia solitario, dalle abitudini mattutine, cacciatore di qualunque cosa gli capiti a tiro (viva o morta). Testa piccola, orecchie basse, coda lunga, manto uniforme (rosso o grigiastro… pare), sugli 85 cm di lunghezza ed una 30 cm in altezza al garrese, insomma un micione abbastanza anonimo e neanche particolarmente bello. Uno di quegli animali che allo zoo gli degneremmo poco più di uno sguardo, e loro ce ne sarebbero grati.

Il gattone non è mai stato allevato in cattività (se non quelli cresciuti direttamente in cattività). Ne sono stati fortuitamente, negli ultimi 15 anni alcuni esemplari, soprattutto sottratti ai bracconieri (e non mi metto a fare paternali) che però non sono mai sopravvissute in cattività. Mi verrebbe da dire che sembra quasi preferisca farsi morire piuttosto che stare dietro le sbarre.

Praticamente un fantasma che cammina. Qualcosa ci ha concesso, ma tutto il suo fascino è nel suo mistero, suggerirei di lasciarlo li e goderci il pensiero (e chi vive sperando…).

WU

Problemi formato excel

XKCD261017.png

L’unico punto fermo è che inizio la giornata “with lots of problems”. Frase che si applica benissimo praticamente a tutte le mie mattine, fine settimana inclusi. Possiamo dire che io mi fascio la testa inutilmente (potenzialmente vero), possiamo dire che è una fase della vita (potenzialmente vero), ma dobbiamo dire che un modo per risolversi, a maggior ragione “in blocco”, non l’ho ancora trovato.

Non mi sto lamentando, sto constatando, grazie a questo XKCD, che non sono un patologico caso isolato.

Che siano problemi logistici, familiari, lavorativi, organizzarli e catalogarli è una cosa che aiuta. Lo capisco, non lo faccio (… men che meno con uno spreadsheet con cui già devo combattere quotidianamente). Diciamo che non so farlo. Non sono in grado di fare una scaletta “di priorità dei problemi”, diciamo che mi limito a (cercare di) risolvere o i più facili o i più urgenti.

Praticamente quando sono di spalle al muro (uno spreadsheet mi aiuterebbe a rendermene conto?) mi rimbocco le maniche; tanto quotidianamente uno scoglio da superare lo trovo (tutto sommato credo mi potrebbe mancare se non lo trovassi), che poi ci riesca o che ci riesca bene è tutto da vedere. Direi che qui è più una questione statistica: dati n problemi, provate n soluzioni, una decente potrebbe anche venir fuori.

Uno spreadsheet te lo farebbe vedere sicuramente meglio…

WU

PS. E notevolissimo anche l’alt-text: “I started off with countless problems. But now I know, thanks to COUNT(), that I have “#REF!ERROR: Circular dependency detected” problem“.

Praticamente l’apoteosi dello strumento sul contenuto.

Generi numerici

… e non numeri generici.

Sono un fermo sostenitore che abbiamo bisogno delle nostre piccole certezze per sentirci tranquilli. Per trovare il nostro posto nel mondo abbiamo bisogno che il mondo, come lo conosciamo noi, sia quello. Abbiamo bisogno di dei punti di riferimento, di sapere che sole sorgerà di nuovo, che dopo il 1238764781 viene il 1238764782.

Ed abbiamo bisogno di sapere di che sesso siano le figure e le cose che ci circondano. Indipendentemente da tutto, abbiamo bisogno di sapere se stiamo parlando di/con un uomo o una donna. O meglio maschio o femmina.

Gendered information plays a prominent role in how people interpret both the physical and social environments in which they live. Research has shown that individuals begin to acquire information about gender as early as 6 months of age, when infants start to distinguish males and females

Ed a questo diktat nulla fa eccezione (si, ci sarebbe il neutro in qualche lingua, ma è una generalizzazione dei due casi di cui sopra), compresi i numeri. Ma di che sesso sono i numeri?

Diciamo che la risposta a questa domanda rientra nel campo del genere percepito delle cose; ovvero quella parte del nostro inconscio che ha, come dicevamo prima, bisogno di sapere se parliamo di maschi/femmine indipendentemente dalla nostra lingua/età/cultura/religione/istruzione/etc.

Beh, si da il caso che questo studio (in realtà un insieme di due campagne “sperimentali” su 315 soggetti) ha proprio cercato di dettagliare questo fenomeno arrivando alla conclusione (se di conclusione si può parlare) che:

odd numbers seemed masculine while even numbers seemed feminine

“Sicuramente” per i numeri ad una cifra. Per quelli a due cifre è tendenzialmente ancora vero anche se:

men viewed 2-digit numbers as relatively masculine, regardless of whether they were even or odd

NumGender.png

Altro risultato interessante dello studio (ma come dicevamo qui non lo scopo principale ed in questo caso, non essendo possibile che lo studio desse risultati negativi, non è stato spacciato per lo scopo primario) è che:

Although both men and women showed this pattern, it was more pronounced among women

Dal mio punto di vista credo che (ovviamente!) mi condizioni molto il contesto in cui sento (o meglio inconsciamente associo il pensiero) i numeri: 1 mi sembra maschile se è un tavolo e femminile se è 1 mela. Se penso alla pura sequenza numerica tenderei a dire che i numeri sono tutti femminili, che è un genere che associo inconsciamente alle cose astratte (o neutri, al limite, ma questa credo sia una sovrastruttura).

WU

Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

FBlulea.png

La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.

Cacciatori di elefanti

We’ve got hidden cameras in the African Rainforest and we need your help to count the elephants in the photos. There’s often a gorilla or leopard hiding in the photos too so keep your eyes peeled!

E’ questo il disclaimer dell’ultima (in ordine cronologico, per quel che ne so) novità in fatto di crowdsearching. E’ l’ennesimo progetto del team di zooinverse (ne avevamo parlato, almeno, qui, ricordate?).

Ad ogni modo ora lo scopo è quello di identificare elefanti (ma anche scimpanzé, leopardi, gorilla ed ogni cosa vivente (uomo compreso) si aggiri per le foreste del Gabon (se non sapete esattamente dove è è normale, se vorreste sapere in quale specifica foresta, invece, non è possibile per preservare i nostri “amici animali” dagli uomini cattivi cattivi che li vogliono cacciare).

elephantexpedition.png

Praticamente nelle suddette foreste sono state sparse un po’ di videocamere che hanno raccolto un bel po’ di immagini ed ora si tratta di processarle tutte per capire che hanno visto. E qui l’approccio “crowd” funziona sempre.

We need help to go through all the photos and decide which photos have elephants in them (or gorillas or leopards!) and how many elephants you can see. This helps us work out where the elephants are living and how big their family groups are.

Il giochino è, come sempre, semplice e ciò lo rende carino: quardo le foto (che è quasi meglio di sfogliare la Repubblica), se ci vedo un elefante clicco sulla relativa icona, ed idem dicasi per leopardi, uomini, gorilla, bufali etc… se non ci vedo nulla… clicco su vegetation.

Mi sembra il miglior contributo che molti di noi possano dare per

conserving the endangered African Forest Elephants living in the rainforests of Central Africa.

WU

PS. Lo stato delle cose ad oggi: 10% completato, 2907 volontari (io sarò il 2908), 478429 classificazioni fatte, 252008 soggetti totali, 27806 soggetti individuati.