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Ambra di bile

Ma voi sapevate che una delle sostanze più ambite di tutta la filiera (multimilionaria) dell’industria profumiera e niente po’ po’ di meno che … bile di balena?

Che i profumi impieghino sostanze che prese singolarmente sono al limite fra il disgustoso ed il quasi disgustoso è cosa ben nota (no?!), ma che uno degli ingredienti chiave derivi proprio dalla bile dei cetacei io non lo sapevo (il che è abbastanza ovvio, direi) ne tanto meno me lo aspettavo.

La bile di balena è una sostanza cerosa prodotta dai cetacei che si attacca alle pareti intestinali al fine di imprigionare e rendere digeribili oggetti che altrimenti risulterebbero irritanti. Capodogli e balene ingurgitano praticamente di tutto e dover digerire becchi di calamari, pinne varie, artigli ed aculei può veramente far venire l’ulcera.

La bile in questione è spesso espulsa tramite feci, vomito o sperma. Ovviamente il suo odore è nauseabondo… una volta espulsa. A contatto con aria e sale, tuttavia, la bile inizia ad ingiallire ed indurirsi fino a solidificarsi. La massa di bile galleggia sull’acqua ed è sospinta dalle correnti fino a raggiunge le spiagge dove si confonde fra i sassi delle spiagge. Con il sole e l’esposizione all’aria l’acre odore di bile si affievolisce lasciando il posto ad un aroma via via più piacevole e ad una sostanza che ha la pregevole (per l’industria profumiera) capacità di “fissare gli odori”.

La forma solidificata della bile di balena è quella che poi prende i nome (nettamente più piacevole) di ambra grigia. Ed è questo l’ingrediente alla base di tantissimi profumi (e.g. il famoso Chanel No.5 ne fa abbondate uso!). In passato l’ambra grigia era bruciata come incenso ed usata come potente afrodisiaco.

AmbraGrigia.png

La ricerca di ambra grigia è quindi un business non da poco. Scovarla fra le pietre delle riva e rivenderla alla filiera dei “grandi marchi” garantisce guadagni da migliaia di dollari per oncia (pare che nel 2016 un sasso di ambra grigia sia stato valutato più di 60 mila euro…). Capodogli e balena abbondano specialmente nelle acque oceaniche e le coste dell’oceano Oceano Indiano e dell’Africa Orientale sono i luoghi migliori dove tentare la fortuna. Ovviamente oggi la materia prima è quanto mai rara ed ambita (anche a causa della caccia ai capodogli) per cui il profumo che indossate ha, molto probabilmete, un bel surrogato sintetico della bile di balena.

Uno di quei rari casi in cui far salire la bile a qualcuno potrebbe essere un bene (anche se non, ovviamente, per il soggetto produttore…). Se la bile umana avesse pari valore saremmo miliardari.

WU

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Lethologica

… come si dice…

Avete presente quando avete una parola sulla punta della lingua, ma non vuole uscire? A volte capita di confonderla con una assonante, altre con il suo equivalente inglese(altra lingua (… che da l’illusione di esser figo), altre volte non a conosciamo proprio.

Comunque l’inabilità di ricordare una data parola è un problema. Ed è un problema tanto sentito da… meritarsi una parola tutta per se: “lethologica“. Di indubbia etimologia greca: da lḗthē e lógos, ovvero la dimenticanza della parola.

Lo stato di non essere in grado di ricordare la parola che si vorrebbe usare in un dato momento.

Certamente è una condizione transitoria che si verifica in tutti noi, ma un po’ il dubbio che possa celare una ignoranza di termini specifici mi viene. Non vorrei che celandosi dietro un momento di lethologica, vi siano anni di ignoranza e monotono riutilizzo di terminologia comune. Dubito che possiamo incappare in momenti di lethologica parlando la lingua di tutti i giorni; diciamo che sono abbastanza certo che ci imbattiamo in essa quando ripeschiamo nella memoria parole che non usiamo spesso. L’italiano (ovvero litagliano) ha un lessico ampio, vario e decisamente bello, vale la pena allenarci su tutto il repertorio.

Il nostro cervello non è di certo un computer che richiama termini a comando. Conoscere tutte le parole di un dato vocabolario è di certo un impresa titanica, ma diciamo che abbiamo un vocabolario attivo dei termini che usiamo quotidianamente ed uno passivo (di certo mooolto più ampio del precedente) di parole che comprendiamo ma che raramente, se non mai, usiamo. Beh, una situazione lethologica si verifica di sovente quando cerchiamo di usare in maniera attiva un termine che appartiene al nostro vocabolario passivo.

Purtroppo tutti i termini del vocabolario passivo, nonché tutte le parole che non ci vengono sono destinate, in un futuro più o meno lontano, a scomparire. Piuttosto che rimanere con la bocca aperta in una situazione lethologica cerchiamo ovviamente un’alternativa… che vi viene a primo acchito.

Lethologica is both the forgetting of a word and the trace of that word we know is somewhere in our memory. Perhaps it is necessary for us to drink from the river Lethe to help us temporarily forget the trivial and unnecessary, so we can prioritise the information that is important to our lives.

Chissà se ci ricorderemo di questa parola la prossima volta che non ci viene il termine per esprimere quello stato in cui non ci viene una parola… una specie di dimenticanza lessicale ricorsiva 🙂

WU

I dottori della peste

Una lunga e nera tonaca, guanti, scarponi, cappello a tesa larga, una lunga canna in mano e, soprattutto, una maschera a tutto volto con un lungo becco. Espressione vuota, presenza inquietante. Direi che è un abbigliamento che potrebbe tranquillamente popolare i più vividi incubi di grandi e piccini… eppure sono figure realmente esistite.

MedicoDellaPeste.png

L’origine della mise si perde facilmente nell’origine dei tempi, ma attorno ai primi del 1600 abbiamo le prime documentazioni di un indumento completo ufficiale per… i medici della peste. Siamo nell’epoca delle epidemie e delle scarse competenze scientifiche, o forse sarebbe più corretto dire magico-alchemiche. Le epidemie, tanto per fare un esempio, erano diffuse dai cattivi odori che si sprigionavano dai contagiati/morti (dottrina miasmatico-umorale?).

Ed è proprio in tali convinzioni che si trova la genesi del tratto sicuramente più inquietante dell’abbigliamento dei “medici” in questione: la maschera “a becco”. Il becco, infatti, era una specie di respiratore che doveva filtrare i miasmi contagiosi e doveva dunque preservare la salute (e la -dubbia- funzione) dei medici. Il becco era riempito di una serie di essenze, più o meno stravaganti tipo: lavanda, timo, mirra, ambra, menta, canfora, chiodi di garofano, aglio, spugne imbevute di aceto e via dicendo. Praticamente tutti quelli che all’epoca si consideravano “antidoti”.

L’abito (pare) venne effettivamente indossato dai medici di Nimega durante la peste del 1636, durante le epidemie del 1630 a Venezia, durante la peste del 1656 a Roma e Napoli. Ed un po’ per tutto il secolo che decimò la popolazione Europea.

A parte la dubbia efficacia contro il propagarsi delle epidemie, sicuramente l’idea di filtrare l’aria che si respirava non era sbagliata, anzi era sicuramente pionieristica sotto molti punti di vista… diciamo che avrei solo da ridire sulla forma data al respiratore che, in un’epoca di milioni di morti, di certo non serviva a tenere alto l’umore: ve lo immaginate un “medico” che vi viene a curare a casa con la mise di un medico della peste? Diciamo che mi sentirei già un po’ più vicino alla morte.

WU

PS. Ma vi immaginate quando si spogliavano la sera? E che inquietanti ombre dovevano proiettare nella notte quei macabri vestiti e quell inquietanti maschere… per di più accasciate senza vita su qualche sedia.

PPSS. Oggi (e se cercate in rete trovate più che altro questo genere di risultati) i medici della peste sono maschere carnevalesche o tatuaggi. Quindi direi che l’aspetto creepy-ludico della maschera è quello che ha preso il sopravvento. chissà se ricorderemo a lungo l’origine di quella che è ormai “una maschera”.

Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

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L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

L’isola che non c’è

… e non parliamo di quella di plastica. Ma di una Isola con tutti i crismi, fatta di sabbia a rocce, forse con l’unico neo di non essere abbastanza resistenze alle intemperie della vita…

Giappone, a 500 metri dall’isola di Hokkaido, sorge(va) un isolotto come tanti: Esanbe Hanakita Kojima. Abbastanza insulso ed anonimo, ma un posto da cui i pescatori del luogo sanno (sapevano) dover star lontani. Le sue coste nascondevano aguzzi scogli che associati alle forti correnti del luogo rendevano la navigazione in quelle acque particolarmente pericolosa.

Questa è storia passata… fino a qualche giorno fa. Nel giro di una notte (beh, in realtà non è certo dato che l’isolotto, oltre ad essere disabitato, non era neanche oggetto pi particolare interesse), infatti, dell’isolotto Esanbe Hanakita Kojima non vi è più traccia. Anche se sembra è abbastanza improbabile sia il furto di qualche super-cattivo da cartoni animati. L’innalzamento del livello dei mari, le burrasche degli ultimi tempi, l’incessante moto delle acque e la conformazione delle rocce dell’isola (… effettivamente alta solo 1.40 metri sul livello del mare) hanno determinato la sua fine. Una lenta erosione ha poi portato l’isolotto ad inabissarsi nel giro di una notte. Affascinante ed un po’ inquietante.

Rising sea levels caused by climate change are putting many remote islands at risk, even if those in this particular region aren’t in immediate danger. […] Wind and waves are also a threat, and scientists are worried about the potential impact of increased storm activity and erosion on barrier islands – islands which help protect the mainland coast from the brunt of the weather.

Ok, ok, fin qui strano (tipo quest’altra isola), ma tutto sommato naturale. La cosa di per se irrilevante ha però una grande ripercussione politica.

While the tiny piece of land was too small to be of any use, it had an importance beyond its size: before it disappeared, it marked the western edge of a disputed island chain Japan calls the Northern Territories, while Russia says it’s the Kuril islands.

L’isola in questione faceva parte di un gruppo di isolotti nelle acque a nord del Giappone storicamente condivise con la Russia. Anzi, l’isola era quella più a nord del gruppo e demarcava in qualche modo la fine delle acque territoriali giapponesi (… non a caso il Giappone si era battuto per farla riconoscere come isola, appunto).

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La scomparsa dell’isola, quindi riduce automaticamente le acque di pertinenza del Giappone (a beneficio delle acque internazionali) dato che uno dei punti di demarcazione, quello più a nord, è venuto meno. anche nell’eventualità di rintracciare “i resti” dell’isolotto, è abbastanza improbabile che i confini nautici del Giappone possano essere ripristinati.

“Le mie acque per un’isola!” oppure “li dove c’era l’isola ora c’è …il  nulla”

WU

Take a resume

Non riesco ancora a capire se questa notizia mi lascia un po’ triste o un po’ sorpreso, un po’ felice per il protagonista o un po’ deluso da questa società. Forse un misto di tutte, forse nessuna delle precedenti… forse coltivo ancora un po’ le mie sensazioni e mi attengo a raccontare questa “notizia“.

David Casarez era uno “startupparo”, un figlio di questa new economy in cui micro imprese (soprattutto nel ramo information technology e soprattutto se ti muovi nella Silicon Valley) nascono e muoiono ad una velocità impressionante ed altrettanto velocemente riescono a tirar su fior di milioni (la cui origine ed il cui fine mi lasciano un po’ di dubbi… mi ricorda una potenziale struttura Ponzi, no?!).

Ad ogni modo, il “poveretto” in questione si è ritrovato per strada a seguito del fallimento dells sua startup. Riconoscendogli una certa flessibilità, un pensiero trasversale decisamente sviluppato ed un approccio “nuovo” (beh, più che altro vecchio, ma in una ottica “New Economy” direi decisamente … diverso), David non si è perso d’animo.

Armato di cartello (in una rivisitazione 4.0 degli uomini-sandwitch) che recita più o meno “Vagabondo avido di successo. Prendete pure un mio curriculum” si è piazzato ad uno degli incroci più trafficati di Mountain View (beh… non proprio alla periferia del mondo) in cerca di attenzioni.

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E le attenzioni non sono tardate. Un passante (sicuramente più di uno ardirei) si è fermato a prendere un curriculm e scattare una foto “all’imprenditore”. La foto è rimbalzata su Twitter e da li … la problematica è tornata sotto la gestione-internet (a cui questo post evidentemente partecipa). David è stato infatti sommerso di offerte di lavoro… e non esattamente da aziendine sconosciute.

David stanotte dormirà di nuovo su una panchina, ma è innegabile l’ingegno e l’individuazione di una strategia decisamente perfetta per l’occasione. Da farne tesoro per capire in che mondo viviamo ed in che direzione stiamo (vogliamo?) andando.

WU

Metodo Edge Hotel School

Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Questo potrebbe rientrare in molte categorie, dall’IgNobel al “Premio Sora Lella”, ma a me, come sempre, colpisce l’inventiva della mente umana nel porsi questo genere di problemi.

Soprattutto per l’abuso di temi/programmi/reality/quiz/etc a sfondo culinario che stiamo subendo, sentir parlare di approccio scientifico alla cucina (mia nonna non sapeva neanche cosa fossa il chilogrammo eppure cucinava a meraviglia) mi mette sulle difensive.

Ciononostante, sconfiggendo questo pregiudizio, l’idea di studiare come “sagomare” una patate per fare delle patate al forno perfette non è affatto malvagia.

Io rientro nella categoria “quattro parti e via”, posso arrivare ad otto nel caso di tuberi di ragguardevoli dimensioni. Ed ovviamente, non si fa così. Almeno secondo la formula matematica dei ragazzi (bravi, questa si che è passione in quel che si fa!) dell’università alberghiera Edge Hotel School. Il taglio è tutto per una buona patata al forno. Lo scopo è massimizzare la superficie esposta al calore per rendere la cottura più profonda, uniforme, ed il risultato più croccante.

Con un taglio ad angolo di 30° si aumenterà la superficie della patata esposta alla cottura del 65% e creiamo più angoli. Quindi, proviamo a tagliarle prima la malcapitata patata longitudinalmente e poi dividiamo ogni metà formando un angolo di circa 30° (auguri).

Ora sappiamo come fare; voglio vedere chi si mette in cucina con righello e compasso per “il taglio perfetto”, ma questo è il solito divario fra la teoria e la pratica…

WU