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Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

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L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

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L’isola che non c’è

… e non parliamo di quella di plastica. Ma di una Isola con tutti i crismi, fatta di sabbia a rocce, forse con l’unico neo di non essere abbastanza resistenze alle intemperie della vita…

Giappone, a 500 metri dall’isola di Hokkaido, sorge(va) un isolotto come tanti: Esanbe Hanakita Kojima. Abbastanza insulso ed anonimo, ma un posto da cui i pescatori del luogo sanno (sapevano) dover star lontani. Le sue coste nascondevano aguzzi scogli che associati alle forti correnti del luogo rendevano la navigazione in quelle acque particolarmente pericolosa.

Questa è storia passata… fino a qualche giorno fa. Nel giro di una notte (beh, in realtà non è certo dato che l’isolotto, oltre ad essere disabitato, non era neanche oggetto pi particolare interesse), infatti, dell’isolotto Esanbe Hanakita Kojima non vi è più traccia. Anche se sembra è abbastanza improbabile sia il furto di qualche super-cattivo da cartoni animati. L’innalzamento del livello dei mari, le burrasche degli ultimi tempi, l’incessante moto delle acque e la conformazione delle rocce dell’isola (… effettivamente alta solo 1.40 metri sul livello del mare) hanno determinato la sua fine. Una lenta erosione ha poi portato l’isolotto ad inabissarsi nel giro di una notte. Affascinante ed un po’ inquietante.

Rising sea levels caused by climate change are putting many remote islands at risk, even if those in this particular region aren’t in immediate danger. […] Wind and waves are also a threat, and scientists are worried about the potential impact of increased storm activity and erosion on barrier islands – islands which help protect the mainland coast from the brunt of the weather.

Ok, ok, fin qui strano (tipo quest’altra isola), ma tutto sommato naturale. La cosa di per se irrilevante ha però una grande ripercussione politica.

While the tiny piece of land was too small to be of any use, it had an importance beyond its size: before it disappeared, it marked the western edge of a disputed island chain Japan calls the Northern Territories, while Russia says it’s the Kuril islands.

L’isola in questione faceva parte di un gruppo di isolotti nelle acque a nord del Giappone storicamente condivise con la Russia. Anzi, l’isola era quella più a nord del gruppo e demarcava in qualche modo la fine delle acque territoriali giapponesi (… non a caso il Giappone si era battuto per farla riconoscere come isola, appunto).

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La scomparsa dell’isola, quindi riduce automaticamente le acque di pertinenza del Giappone (a beneficio delle acque internazionali) dato che uno dei punti di demarcazione, quello più a nord, è venuto meno. anche nell’eventualità di rintracciare “i resti” dell’isolotto, è abbastanza improbabile che i confini nautici del Giappone possano essere ripristinati.

“Le mie acque per un’isola!” oppure “li dove c’era l’isola ora c’è …il  nulla”

WU

Take a resume

Non riesco ancora a capire se questa notizia mi lascia un po’ triste o un po’ sorpreso, un po’ felice per il protagonista o un po’ deluso da questa società. Forse un misto di tutte, forse nessuna delle precedenti… forse coltivo ancora un po’ le mie sensazioni e mi attengo a raccontare questa “notizia“.

David Casarez era uno “startupparo”, un figlio di questa new economy in cui micro imprese (soprattutto nel ramo information technology e soprattutto se ti muovi nella Silicon Valley) nascono e muoiono ad una velocità impressionante ed altrettanto velocemente riescono a tirar su fior di milioni (la cui origine ed il cui fine mi lasciano un po’ di dubbi… mi ricorda una potenziale struttura Ponzi, no?!).

Ad ogni modo, il “poveretto” in questione si è ritrovato per strada a seguito del fallimento dells sua startup. Riconoscendogli una certa flessibilità, un pensiero trasversale decisamente sviluppato ed un approccio “nuovo” (beh, più che altro vecchio, ma in una ottica “New Economy” direi decisamente … diverso), David non si è perso d’animo.

Armato di cartello (in una rivisitazione 4.0 degli uomini-sandwitch) che recita più o meno “Vagabondo avido di successo. Prendete pure un mio curriculum” si è piazzato ad uno degli incroci più trafficati di Mountain View (beh… non proprio alla periferia del mondo) in cerca di attenzioni.

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E le attenzioni non sono tardate. Un passante (sicuramente più di uno ardirei) si è fermato a prendere un curriculm e scattare una foto “all’imprenditore”. La foto è rimbalzata su Twitter e da li … la problematica è tornata sotto la gestione-internet (a cui questo post evidentemente partecipa). David è stato infatti sommerso di offerte di lavoro… e non esattamente da aziendine sconosciute.

David stanotte dormirà di nuovo su una panchina, ma è innegabile l’ingegno e l’individuazione di una strategia decisamente perfetta per l’occasione. Da farne tesoro per capire in che mondo viviamo ed in che direzione stiamo (vogliamo?) andando.

WU

Metodo Edge Hotel School

Diamo a Cesare quel che è di Cesare.

Questo potrebbe rientrare in molte categorie, dall’IgNobel al “Premio Sora Lella”, ma a me, come sempre, colpisce l’inventiva della mente umana nel porsi questo genere di problemi.

Soprattutto per l’abuso di temi/programmi/reality/quiz/etc a sfondo culinario che stiamo subendo, sentir parlare di approccio scientifico alla cucina (mia nonna non sapeva neanche cosa fossa il chilogrammo eppure cucinava a meraviglia) mi mette sulle difensive.

Ciononostante, sconfiggendo questo pregiudizio, l’idea di studiare come “sagomare” una patate per fare delle patate al forno perfette non è affatto malvagia.

Io rientro nella categoria “quattro parti e via”, posso arrivare ad otto nel caso di tuberi di ragguardevoli dimensioni. Ed ovviamente, non si fa così. Almeno secondo la formula matematica dei ragazzi (bravi, questa si che è passione in quel che si fa!) dell’università alberghiera Edge Hotel School. Il taglio è tutto per una buona patata al forno. Lo scopo è massimizzare la superficie esposta al calore per rendere la cottura più profonda, uniforme, ed il risultato più croccante.

Con un taglio ad angolo di 30° si aumenterà la superficie della patata esposta alla cottura del 65% e creiamo più angoli. Quindi, proviamo a tagliarle prima la malcapitata patata longitudinalmente e poi dividiamo ogni metà formando un angolo di circa 30° (auguri).

Ora sappiamo come fare; voglio vedere chi si mette in cucina con righello e compasso per “il taglio perfetto”, ma questo è il solito divario fra la teoria e la pratica…

WU

Hunga Tonga-Hunga Ha’apa

Un tempo doveva essere una cosa abbastanza usuale. Un tempo intendo quando noi essere umani non eravamo ancora a zonzo. Un tempo quando il nostro pianeta stava decidendo come disegnarsi e che livrea presentarci.

Oggi di nuove isole che si formano a seguito di qualche guizzo della Terra ne esistono, ma che perdurano per più di qualche anno, a quanto ne sappiamo, no.

Ovviamente (altrimenti non stari qui a sbrodolare) Hunga Tonga-Hunga Ha’apa fa eccezione. Incastonata nell’arcipelago di Tonga, la nuova isola si è formata in seguito all’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Ha’apai nel 2014 e dalle prime analisi (o forse impressioni) doveva rimanere li per solo qualche mese. Ovviamente così non è stato.

L’eruzione ha riempito il cielo ed il mare di polvere e detriti che quando si sono finalmente depositati e stabilizzati hanno schiuso agli occhi del mondo (beh… più che altro dei satelliti) un bel isolotto con una sommità di ben 120 m. Ora, di solito le isole vulcaniche non sono particolarmente resistenti, dato che sono una catasta di detriti facilmente erosi da vento ed acqua. In questo caso, però, sembra che le acque tiepide dell’oceano, interagendo con la calda polvere vulcanica, abbiano formato uno strato roccioso decisamente resistente.

Siamo, invece, davanti alla prima isola “nuova” che possiamo vedere nell’era dei satelliti e nell’osservazione della Terra dallo spazio. La possiamo vedere dalla sua formazione e durante la sua evoluzione. Oggi stimiamo che dovrebbe sopravvivere almeno per una trentina d’anni, ma direi che le variabili in gioco sono troppe per credere a queste stime…

Il team della Nasa ha calcolato due potenziali scenari che ne potrebbero influenzare la durata. Il primo è un caso di erosione accelerata da abrasione delle onde che, in 6 o 7 anni, piano piano distruggerebbe il cono di tufo lasciando solo un ponte di terra tra le due isole più grandi adiacenti. Il secondo scenario presume un tasso di erosione più lento che lascerebbe intatto il cono di tufo per circa 25-30 anni.

E con l’isola si è creata una sua flora ed una sua fauna, insomma, un ecosistema completo. Completamente nuovo ed intonso; “lasciamolo stare” lo devo dire?

WU

Tatuaggi viventi, e non solo

Il genere di cose che mi fa innamorare del progresso. Se lo avessi proposto a mia nonna mi avrebbe risposto con un matterello, se ne parlassi con i miei nipoti mi direbbero (spero per loro) che sono vecchio. Parlarne con chi condivide questo periodo storico mi da l’idea che forse qualcosa di buono potremmo anche portarlo a casa…

Il tatuaggio vivo, quello progettato e realizzato al MIT. Stampato in 3D. Sottilissimo, trasparente ed animato. E già sarebbe sufficiente. Poi ci aggiungiamo pure che “l’anima” gli deriva da dei batteri genericamente modificati ed abbiamo trovato almeno un volontario per il beta test.

I batteri geneticamente corretti sono “programmati” per reagire a particolari sostanze chimiche della pelle. Sono praticamente sensori biologici che in tempo reale leggono il pH, la temperatura, luce, etc. Il tutto dando vita ad un concerto di linee e lucette che paiono appunto prendere vita sul nostro polso (o dove vi pare). Il cerotto vivente. Il tatuaggio batterico. Mettetela come vi pare.

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Per il momento prima di arrivare a stampare piattaforme computazionali viventi che possano addirittura essere indossate. Ovviamente quando inizi a fantasticare il passo è breve; i batteri programmabili li possiamo usare per tatuaggi che si assorbono/cancellano, come capsule per farmaci, per ristrutturarci parti interne/esterne del corpo e via dicendo. Lavoratori minuscoli, instancabili e sperabilmente fedelissimi.

I batteri, inoltre, sono dotati anche di una paretina esterna rispetto alla membrana cellulare, che permette di resistere anche agli stress meccanici dovuti al passaggio attraverso gli ugelli della stampante quindi… anche la stampa 3D è una valida opzione.

Immersi in una matrice gelatinosa (idrogel) arricchita di nutrienti, i batteri riescono a sopravvivere eseguendo le funzioni per cui sono stati geneticamente programmati.

Praticamente c’è un po’ di tutto. Una pletora di nuove tecnologie che già da sole fanno venir voglia di crederci che poi mischiate fanno addirittura da trama ad un film futuristico o fanno da supporto tecnologico per i deliri del ventunesimo secolo.

WU

Ru-106: attenzione, le prime luci

Allarme, allarme. Non ancora rientrato, anche se pare fosse abbastanza limitato più nel tempo che nello spazio.

Abbiamo già dato aria alla bocca sull’ “allarmissimo radiattivissimo” causato da una misteriosa nube di Ru-106.

Nonostante le continue smentite in queste settimane da parte dell’ente nucleare russo (avevamo già detto, che l’origine della nube era stima da qualche parte negli Urali meridionali?), Rosatom, ora anche le autorità russe sono dovute “capitolare” confermando i dati francesi di concentrazione anomala dell’elemento.

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Una stazione di monitoraggio presso il sito di Mayak (… Urali meridionali, al confine con il Kazakhistan, guarda caso…) ha rilevato concentrazioni di Ru-106 fino a 988 volte maggiori di quella naturale. A questo punto il dato è evidente e confermato, oltre che dalle misurazioni in mezza Europa, anche da altre centrali di monitoraggio russe.

C’è da ricordare che la centrale nucleare di Mayak fu costruita nel 1949 per produrre (… non lo direste mai) plutonio per gli armamenti nucleari russi. Le procedure di sicurezza e smaltimento dei rifiuti sono sempre state quantomeno discutibili. Milioni di metri cubi di cesio e stronzio sono stati riversati nel fiume Techa, un serbatoio di rifiuti radioattivi esplose nel 1957 generando una immensa nube radioattiva su tutta l’Europa (incidente di Kyštym), il vicino lago Karachay fu per annui usato per smaltire rifiuti nucleari che la siccità del 1967 portò alla luce e disperse in forma di polvere radioattiva nell’atmosfera.

Ci sarebbe anche da aggiungere che la Russia (e forse non solo) non “pubblicizza” i propri incidenti nucleari, almeno fino a quando Chernobyl non l’ha costretta.Per cui l’ipotesi che una qualche fuoriuscita di RU-106 da parte del sito di Mayak è altamente probabile anche se non essendo stati rilevati tutti gli altri elementi radioattivi tipicamente associati ad una esplosione, ci sarebbe da escludere gravi incidenti.

Il Ru-106 (il più stabile degli isotopi di Rutenio con tempo di dimezzamento di circa un anno) è usato nell’industria spaziale (sorgente di energia) ed in medicina (tumori all’occhio e brachiterapia). E’ probabile che la fuoriuscita non dichiarata sia avvenuta proprio durante la lavorazione del metallo per scopi medici.

Ribadiamo, con buona pace dei complottisti, che i livelli di Ru-106 rilevati in Europa (ed in Italia) sono ben al di sotto dei valori di guardia. Al limite ci potrebbero essere problemi di contaminazione per i soli prodotti alimentari per un anno ed entro 10-20 km dalla sorgente, che comunque trattandosi con gran probabilità di uno dei siti più radioattivamente inquinati la mondo ha già familiarità con questo genere di problematiche.

Il mistero rimane, ed averlo infarcito di un po’ di top-secret/esplosioni nucleari/cortina di ferro lo rende ancora più affascinante.

WU