La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

La musica del fuoco

… prendete uno scatolozzo di ferro, metteteci dentro del fuoco ed otterrete, in base alle proporzioni, una fornace o un pirofono :D.

Ok, ok, a parte gli scherzi, oggi ho scoperto che esiste uno strumento musicale che ha un nonsocchè di diabolico. Un corpo ferroso messo in vibrazione attraverso il calore del fuoco emette delle tonalità gravi, lunghe, basse.

Pirofono.png

L’organo del fuoco, con tanto di canne e tastiera, ma alimentato a benzina, propano o gas. Ideato nel 1870 da Frédéric Kastner e presentato all’esposizione universale di Vienna del 1873, non solo emette note musicali (spesso modulate per mezzo di una serie di piccoli motorini elettrici), ma anche segnali luminosi (note luminose?).

Non l’ho mai sentito dal viso (confesso) e non ne avevo neanche mai sentito parlare; mi da l’idea di voler trovare un suono in un’epoca post industriale in cui ci si arrangia con quel che si ha (… e non è certo detto che i risultati siano scadenti…). In odore steampunk d’avanguardia

Una nota bassa e prolungata che sembra quasi un filo da seguire per entrare nelle viscere della terra, di un vulcano, in un altoforno, in uno stabilimento industriale.

Strumento si, ma decisamente di forte impatto visivo (credo si dica, in questi casi, una istallazione). Me lo immagino un po’ come il campanello dell’inferno.

WU

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

Tecnorosario.png

Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU

Carta di Santità

Lasciamo un attimo perdere l’aspetto blasfemo (per chi lo vede) e focalizziamo l’attenzione su quello provocatorio.

CI_Gesu.png

Su alcuni punti, credo, non ci fossero dubbi (se non altro per storiche convenzioni… o convenzioni storiche): luogo e data di nascita, figlio di, stato civile ad esempio. Ma altri “dettagli” sono soltanto da desumersi dal “ruolo”? Tipo occhi “pieni di luce”, capelli “divini” e statura “alta”… bah… E poi residenza, professione e segni particolari? Mi pare che siano più che altro questi gli aspetti “blasfemi” della faccenda.

Per l’impronta “a sacra sindone” e la firma di San Pietro ci posso anche stare (ed un sorriso, confesso, me lo hanno strappato).

La carta d’identità in questione è stata rilasciata da Radio Maria (!) per mezzo dei suoi canali social (eh si, per chi non lo sapesse anche le sante attività sono social…). Diciamo che è quanto meno discutibile, ma la cosa che non capisco proprio è come la santa emittente possa prendersela con gli utenti che commentano in maniera irriverente la “provocazione”.

E’ chiaro che se vedo una cosa del genere mi metto a fare battutine il cui grado di eleganza (o blasfemia) poi dipende dal mio animo/momento/gradi di eleganza/etc. Una volta lanciato il sasso (e non proprio un sassolino) poi si prende quel che viene… altrimenti, mi verrebbe da dire a che serve? E radio Maria dovrebbe essere l’unica a “divertirsi”?

I commenti vanno dal tipo di shampoo da usare, al codice fiscale dell’interessato al violazioni di privacy, a richiesta di patente nautica per chi cammina sulle acque, e simpatie del genere. Che di per se non sarebbero neanche male, ma che capisco perfettamente che possano urtare sensibilità troppo spiccate riguardo il soggetto.

Da credente, non particolarmente fervido, mi domando se non sia io troppo ligio a “non nominare il nome di Dio invano”. Diciamo che se l’iniziativa doveva farci ricordare chi fosse Gesù (qualora ce ne fosse bisogno) ha centrato l’obiettivo, ogni altro scopo è stato mancato, IMHO. E sarei anche curioso di sapere la reazione dell’emittente (e di chi le sta dietro) se la carta di identità fosse stata “messa da un altro ente”…

WU

PS. Ma oggi, il suddetto, sarebbe considerato formalmente un migrante? E poi non nacque in Giudea piuttosto che in Palestina?

Sirio e l’enigma dei Dogon

Mali, Africa orientale. Da qualche parte nel bel mezzo del nulla, fra polvere e capanne vive il popolo dei Dogon.

Cane Maggiore, sopra le nostre teste nell’immensità cosmica. La costellazione ospita la stella più brillante del cielo notturno: Sirio, ovvero Alfa Canis Majoris.

Fra i due scenari c’è un legame quantomeno insolito, e che ci piace considerare misterioso. Enigmatico.

Partiamo da Sirio. La stella non è una stella, nel senso che non è una sola. Sirio è infatti un sistema stellare multiplo. Di certo è binario e potrebbe esserci in giro anche una terza compagniuccia… anche se la cosa non è mai stata confermata.

Sirio

Sirio è stata dalla notte dei tempi un riferimento nel cielo notturno (…cosa che evidentemente anche i Dogon dovevano apprezzare), ma del fatto che fosse un sistema stellare doppio si è avuto contezza solo nel 1862 quando i telescopi diventarono abbastanza potenti per confermare le supposizioni fatte non più di vent’anni prima circa il moto proprio della stella.

La stella più luminosa del sistema è Sirio A (Senza troppa fantasia) ed attorno ad essa orbita (questa è la parte “nota”, sia chiaro) una nana bianca. Chiamata, indovinate un po’, Sirio B (una stella grossa più o meno come la terra, ma estremamente più densa, pesa infatti circa il 98% del nostro Sole!). La rivoluzione di Sirio B attorno alla primaria ha un periodo di circa 50 anni e la porta ad una distanza fra compresa fra 8,1 e 31,5 UA. Ulteriori osservazioni con telescopi terrestri e spaziali hanno notato ulteriori anomalie nel moto delle due stelle, ma una terza stella a completare il sistema non è stata mai effettivamente osservata.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’osservazione di Sirio e del suo sistema stellare non può prescindere dall’utilizzo del telescopio e dagli sviluppi tecnologici, cosa che evidentemente non rientra fra le priorità nazionali del Mali e men che meno fra quelle dei Dogon.

Eppure i Dogon hanno la paternità di un graffito che rappresenta esattamente Sirio A e la sua compagna Sirio B con tanto di orbita. Ah, ed è vecchio di almeno 400 anni. Tanto per non farci mancare nulla, “pare” che anche loro sostengano la presenza di una terza stella a completare il sistema.

SirioDogon.png

Il tutto è trattato in articoli e libri che hanno poi attribuito ai Dogon (e quanto ci piace…) anche ulteriori, impossibili conoscenze astronomiche. Cose (onestamente ben più vicine e potenzialmente più semplici di osservare anche anzi tempo) tipo i satelliti galileiani o gli anelli di Saturno non sarebbero stati per loro un mistero…

Ci piace credere, mi piace credere (quando la cosa non sfocia in bufale o complottismo). Nel caso specifico, tuttavia, credo che vogliamo vedere quello che cerchiamo (un bias cognitivo, si dice così?) notando qualcosa di “magico” in quello che probabilmente è un graffito qualunque dei Dogon. Al secondo livello di probabilità sono portato a pensare che si tratti di un caso di contaminazione culturale (ci sarà pure un Dogon, su una popolazione di 240.000 anime, che è venuto a contatto con qualche forma di bibliografia scientifica…). E come ultima spiegazione che i Dogon abbiano un fantastico telescopio nascosto nel Mali, chissà, magari fatto di vibranio… No, i contatti passati con civiltà aliene non li prendo neanche in considerazione, sorry.

WU

PS. Visto che ci siamo. Sapete da dove trae origine la parola canicola? Il cane maggiore, e Sirio in particolare, sorgevano ai tempi dei Greci poco prima del sorgere del sole (sorgere eliaco) nella parte più calda dell’estate. I giorni del cane, di un caldo da cani, della canicola.

PPSS. Non so bene il perché, dato che c’entra solo in parte e soprattutto fa riferimento all’emisfero sbagliato, ma ho canticchiato questa canzone per tutto il tempo della stesura del post…

Il cesso trafugato

… ve lo ricordare questo? Uno dei cessi più affascinanti a cui mi capita tutt’ora di pensare. Ovviamente quando ne uso uno “normale” e non di certo quando posso liberamente espletare… ma questa è un’altra storia.

Il cesso in questione è “America”, opera d’arte di Cattelan: 103 chilogrammi di oro per 5 milioni di valore. Ammettiamo che, arte e cesso a parte, almeno economicamente è un oggetto che farebbe gola a parecchi.

Ed infatti il water è stato recentemente rubato!

L’installazione era effettivamente un cesso funzionante installato nella residenza natale di Churchill. Il furto è stato una performance in piena regola: ladri che entrano “di forza” sfondando il cancello, water divelto di forza, lanciato dalla finestra (non deve essere stato leggerissimo…), raccolto di peso dal cortile, caricato nel furgone e fuga. Da manuale e senza troppa fantasia.

CattelanFurto.png

Le indagini, sia quelle ufficiali e certamente anche quelle ufficiose, sono tutt’ora in corso. Un uomo che era stato trattenuto e che era al momento il maggiore indiziato, nonché l’unico, è stato rilasciato. Più di cento chili di oro, 5 milioni di valore (in questo periodo che la quotazione dell’ora sta anche salendo…) letteralmente svaniti nel nulla.

Fra le ipotesi di colpevolezza si è anche puntato il dito sullo stesso Cattelan, non nuovo a bravate del genere. L’artista stesso, tuttavia, smentisce tali voci confermando però la sua stima nei ladri ed invitandoli ad usare, e non fondere, il dorato cesso.

Non posso celare una velata invidia, sia per l’oggetto che per il furto.

WU

42

(-80538738812075974)^3 + (80435758145817515)^3 +(12602123297335631)^3 = 42

Per risolvere questa equazione ci sono voluti circa 65 anni.

Ok, ok, diciamo le cose come stanno.

Quali sono i tre numeri interi (quindi non decimali, quindi senza le virgole) che elevati al cubo e sommati fra loro danno come risultato un numero preciso? Ovvero, matematicamente quali sono x, y e z tali che

x^3 + y^3 + z^3 = k

con K un numero noto?

Quella sopra è una particolare forma dell’equazione diofantea. Nel caso x^n + y^n = z^n (n è un parametro) sappiamo (il che vuol dire abbiamo dimostrato matematicamente e non trovato solamente soluzioni numeriche) che ha infinite soluzioni per n=2 mentre non ne ha nessuna per n>2. Nella sua versione esponenziale x^a – y^b = 1, in cui le variabili sono agli esponenti, sappiamo che esiste un’unica soluzione per x=b=3 e y=a=2 (mi affascina sempre vedere che in fondo le soluzioni “misurabili” per queste equazioni vedano tutti numeri piccoli, semplici, quotidiani, come attori…).

Ad ogni modo, tornando a noi, la domanda di cui sopra può sembrare banale (e quindi fa incaponire ancora di più appassionati, esperti e professionisti) ed in effetti per alcuni valori di k lo è.

La “sfida” fu posta in tale forma nel 1954 e furono trovate “velocemente” (diciamo nel giro di una trentina di anni) le risposte per tutti i valori di k fra 0 e 100 con due notevoli eccezioni: 33 e 42.

Per la soluzione dell’equazione per questi due valori (ma che avranno poi di così strano?) abbiamo dovuto aspettare il 2019. Ad inizio anno il 33 è capitolato ed a settembre dello stesso anno è stata la volta del 42.

Il metodo utilizzato per la soluzione è più che altro numerico (… diciamo pure che il “vero problema” è che equazioni in questa forma sono difficilmente invertibili ed è facile incappare in soluzioni decimali…): si butta l’equazione in pasto ad un super-mega-computer e gli si fanno provare tutte le combinazioni possibili (beh… più o meno) fino ad avere come risultato… 42.

Il computer utilizzato per risolvere l’equazione ha sfruttato il calcolo parallelo avvalendosi dei processori di un equivalente di 500.000 pc domestici (una sorta di pc-globale direi…) e dopo qualche milioncino di ore di lavoro… ecco la risposta. Ed è stata anche una botta di fortuna! In fondo il risultato è arrivato in “breve tempo”; il programma avrebbe potuto girare per centinaia di anni…

Ah, e non è tutto. Ci siamo limitati per ora a completare le soluzioni fino a k=100. Considerando k che va da 100 a 1000, mancano ancora molte soluzioni: 114, 165, 390, 579, 627, 633, 732, 906, 921 e 975

La sfida è ancora aperta (calcolatrice alla mano vi posso assicurare che per quanto semplice sia la domanda è sostanzialmente impossibile rispondere…)

WU

PS. Ovviamente come non pensare immediatamente (ed anche prima) a questo:

Ci aveva sicuramente preso!

PPSS. Nella smorfia, per la cronaca (non so perché mi sia venuta in mente questa domanda non appena ho letto la notizia e non sono certo solito consultare la smorfia…), il 42 è il numero del caffè. Pensateci, domattina.

Lupululà e Castellululì

Che questo film sia un capolavoro non devo certo dirlo io.

Oggi, nello sfogo di una fanta-riunione, mi è tornato in mente questo sketch (e vai a sapere il perché… forse perché avrei di gran lunga preferito sganasciarmi di risate davanti questa scena che farlo davanti a quello che vedevo/sentivo…).

Mi sono messo quindi a gigioneggiare sull’origine di questo dialogo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula…
Igor: There! Là!
Frankenstein: What? Cosa?
Igor: There… wolf… and There… castle! Lupu… ululà e Castellu… ululì!
Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?
Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato.
Frankestein: No, I don’t want to! No, non è vero!
Igor: Suit yourself, I’m easy! Non insisto, è lei il padrone!

Effettivamente mi pare molto più brillante e divertente la versione italiana di quella originale, che pure si basa su un giochetto di parole, ma che mi pare rimanga più letterale e meno estrosa (ecco, sto parlando come un qualche critico di qualche cosa… me ne vergogno già…).

Pare che la traduzione originaria del film (di tutto il film, non solo di questo passaggio) fosse stata affidata ad un tal De Leonerdis che aveva già tradotto diverse opere, anche di grande successo. La sua traduzione, pare a causa del direttore commerciale della Fox Italia che forse non aveva previsto il grande successo che avrebbe avuto la pellicola (…alla faccia del direttore commerciale…), risultava troppo pedissequa e letterale ed il dialogo sopra, in particolare, rendeva male il suo potenziale comico.

Senonché un tal Mario Maldesi, che era stato il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film originale di Mel Brooks, decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura e sul doppiaggio. Maldesi aveva visto il film originale e ne aveva colto il genio e non poteva evidentemente tollerare che (beh, direi che si chiama passione… in fondo era anche un po’ la sua creatura) fosse destinato ad una fine mediocre proprio a causa del doppiaggio… almeno in Italia.

E così si dedicò a rivedere il doppiaggio di De Leonardis, sbizzarrendosi, specialmente nella scena in cui Igor, andato in stazione a prendere il dottor Frankenstein guida il suo carretto verso il castello. Mentre Inga si spaventa all’ululare di alcuni lupi Igor ed il dottore si lanciano in un breve, surreale dialogo che si basa su un gioco di parole che (in inglese: Where wolves e Werewolves) difficilmente traducibile in italiano… a meno di non introdurre un bel “Lupululà e Castellululì”.

Altro che “There Wolves! There Castle!”.

WU

The Ocean Dam

Correva l’anno 1956, si pensava in grande. In tutto il mondo. E l’Unione Sovietica pensava veramente in grande (non che ora non lo faccia, sia chiaro), tanto lo spazio sembrava lontano…

Il piano super segreto del URSS di quell’anno era qualcosa che oggi stiamo vedendo. E non per mano loro (questa volta mi sento di placare subito gli spiriti complottisti).

Sciogliamo i ghiacciai. Riscaldiamo i mari.

Il progetto originario era appunto quello di… accelerare il riscaldamento globale per sciogliere il ghiaccio dell’artico fino a liberare gran parte dell’acqua contenuta nelle calotte polari. Come? Beh, semplicissimo, costruendo una diga nell’oceano, ovvio no?!

Il mega-progetto, infatti, prevedeva la costruzione di una iper-diga sullo stretto di Bering. 88 km di diga (alla faccia! come dire una diga che va da Bologna a Parma!). I flussi di ghiaccio e tutte le correnti fredde dell’artico sarebbero state intrappolate a nord della diga consentendo alle correnti calde di portare l’acqua calda più a nord.

OceanDam.png

Praticamente un muro fra Siberia ed Alaska avrebbe permesso ai russi di avere le loro coste ben più miti (mi immagino il pullulare di stabilimenti balneari sulle coste della Siberia…). Come se non bastasse una mega centrale nucleare da due milioni di kilowatt sarebbe stata installata per pompare acqua calda oltre la diga creando una sorta di corrente del golfo artificiale riscaldando un po’ tutto l’artico. Praticamente si trattava del primo progetto di cambiamento climatico globale che doveva modificare definitivamente il clima di nord America, nord Asia e nord-est Europa… rendendo il tutto un immenso prato verde.

Il mare del Giappone si sarebbe dovuto riscaldare attorno ai 35 gradi fino alle coste della Korea. La diga sarebbe stata profonda massimo 30 piedi ed ovviamente progettata per resistere sia all’acqua che agli iceberg.

Il piano era pazzesco (e, secondo me e con un po’ di senno di poi, fatto più che altro per propaganda che perché vi si credesse davvero), ok. Ma c’è di peggio. Gli Americani lo giudicarono fattibile. Il governo degli Stati Uniti, infatti, considerò seriamente la proposta investendo risorse e tempo nel capire i rischi ed i costi. Alla fine si convinsero (loro e prima di loro i Russi) che il costo del progetto sarebbe stato smisurato ed il tutto fu accantonato (…e meno male, una volta tanto, che esiste il Dio Denaro!).

Ringrazio, in questo caso, la storica mancanza di collaborazione fra Russi ed Americani.

WU

Lo sbiadimento periferico

Continuando con la serie illusioni ottiche (vulg. giochi per flipparsi la mente mentre si cerca di non pensare o si è coscienti che si dovrebbe pensare ad altro).

La nostra mente, e tutte le “periferiche” ad essa connesse funziona in un modo geniale e sopraffino e spesso e volentieri facciamo fatica noi stessi ad accorgercene.

Se fissiamo una scena, ad esempio, la mente è in grado di concentrarsi su ogni minimo dettaglio con dei micro movimenti dell’occhio che, fra una battuta di ciglia e l’altra, ci consentono di percepire l’ambiente circostante in ogni dettaglio. Ma la mente va oltre: i dettagli immutabili vengono “scannerizzati” sono una (o poche) volte. La mente non si concentra più di tanto sulle cose statiche preferendo focalizzare la propria attenzione sulla realtà in movimento.

Benissimo. Cosa succede se forziamo la mente a concentrarsi su una scena assolutamente statica? Beh… proviamo. L’immagine sotto è esattamente questa scena fissa, statica e (diciamoci la verità) neanche troppo entusiasmante.

TroxlerImg
Forzare ma mente significa, nel caso particolare, costringersi a guardare il puntino nero nel centro evitando di sbattere le palpebre. Nel giro di qualche secondo (beh, forse qualche decina si secondi) l’immagine inizierà a dissolversi e le tenui sfumature lasceranno posto ad un bel riquadro, uniformemente ed insipidamente… grigio. Provare per credere.

Era il 1804 quando Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filoso svizzero (l’epoca in cui la commistione delle mansioni scientifiche ed umanistiche era un altro modo per aprire la propria mente), fece notare (peripheral fading) che fissare qualcosa con scarsa attenzione ed intensamente porta a far sparire, dalla nostra mente, l’immagine di ciò che stiamo guardando. Il cervello gestendo migliaia di stimoli contemporaneamente tende infatti a scartare immagini statiche ed insignificanti. Finché anche guardandole non le vediamo più.

I nostri sensi, più in generale, si abituano a sensazioni persistenti nel tempo (da cui: l’omo è quella bestia che si abitua, no?!); non ci accorgiamo del peso dei nostri vestiti, degli occhiali che abbiamo in volto oppure del profumo che ci siamo messi la mattina. Ci abituiamo, ed i sensi prima di noi. Il cervello risparmia risorse sorvolando sulle cose meno interessanti e concentrandosi sugli stimoli più salienti.

Non preoccupiamoci, è difficile che ci metteremo mai, nella vita reale, a fissare una immagine tenua e sfocata con sguardo perso e fisso. I micromovimenti dell’occhio ed il trambusto della quotidianità almeno in questo ci aiutano. Un buon modo, tuttavia, per sondare meccanismi di noi stessi a cui siamo inconsciamente abituati dalla nascita.

WU

PS. Funziona (stranamente) anche con me. Se avete qualche “problema” cambiare angolazione o la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere…