Troppi pensieri: 6.200

Ero stanco di essere
Un uomo della città
In questa gabbia di cemento
A vivere come si fa
Troppi pensieri inutili, troppe preoccupazioni
È meglio stare sugli alberi e vivere a penzoloni e fare
Uh-uh, Ah-ah, Uh-uh, Ah-ah,
Uh-uh, Ah-ah, Uh-uh, Ah-ah,
Banana Cocco bao-bab.

Si, troppi, ma quanti? Come facciamo a dire che sono troppi? Qual’è il numero? Ok, ok, un approccio forse troppo ingegneristico, ma che trova effettivamente una risposta: 6.200. Al giorno. Ne uno più, ne uno meno… beh, più o meno, no?! 😀

Extrapolating from our observed median transition rate across movie-viewing and rest of about 6.5 transitions/min, and a recommended sleep time of 8 h, one could estimate over six thousand daily thoughts for healthy adults of a young-adult demographic similar to the one used in our analysis.

Passare da una elucubrazione ad un’altra, da una preoccupazione alla successiva, dal “che mi mangio oggi” al “che ne sarà del mio futuro” significa percorrere diversi “filoni di pensiero“; ciascuno dei quali è solo un tassello dei pensieri/preoccupazioni/angustie (scusate, ma non mi viene un termine positivo senza sforare il limite dei 6200 pensieri odierni…) che popolano la nostra mente quotidianamente. Per un totale, ovviamente, di 6200.

Il metodo utilizzato per arrivare a questo numero è quello di utilizzare le immagini ricavate dalla risonanza magnetica funzionale per identificare il comportamento del cervello in condizione di transizione da un filone di pensiero al successivo. E dunque contare “i vermi del pensiero” che ci attanagliano.

Prima che Minority Report si senta chiamato in causa ci sono due specificazioni da fare: il metodo (ed il numero) NON dicono nulla circa il contenuto dei pensieri fra i quali alterniamo le nostre riflessioni (potremmo, come spesso capita, vedere molteplici transizioni che ritornano ciclicamente sullo stesso filone di pensiero… lingua – o mente- batte dove il dente duole…) ed il metodo richiede una collaborazione attiva da parte del soggetto “analizzato”. Deve in pratica dirci che sta cambiano pensiero per capire e registrare come il suo cervello si comporta in tale situazione.

La “semplicità” del risultato numerico non credo renda giustizia allo studio (ed alle ipotesi) che c’è dietro. La prospettica, a parte qualche dietrologia distopica, è quella di arrivare a capire l’alterazione del modo di pensare in condizioni di patologie, droghe, alcool, etc.

Come se sapere questo numero alleviasse le mie pene o, ancora meglio, se avessi un contatore che mi dice quanti pensieri mi mancano a fine giornata prima che diventino “troppi”.

WU

https://www.nature.com/articles/s41467-020-17255-9

PS. Molto interessante, per un ignorante, la definizione di pensiero data:

In spontaneous thought research, a thought is defined as a mental state or sequence of mental states, and a mental state is defined as a “transient cognitive or emotional state of the organism that can be described in terms of its contents and the relation that the subject bears to the contents (for example, perceiving, believing, fearing, imagining, or remembering)

La spirale di Teodoro

Allora, funziona così:

  • facciamo un punto su un foglio (e fin qui è facile). Sarà il centro della spirale (non fatelo, come me, su un angolino…)
  • Partendo da questo punto costruiamo un triangolo rettangolo con i due lati di lunghezza unitaria (per una certa congruità con il resto della costruzione uno dei due lati, diciamo che ha lunghezza radice di 1.
  • Archimede ci dice che l’ipotenusa di questo triangolo è radice di 2
  • costruiamo quindi un altro triangolo rettangolo, contiguo al precedente, che avrà quindi un cateto di lunghezza radice di 2, e l’altro lato unitario. L’ipotenusa sarà radice di tre.
  • Continuiamo con il giochino. Ogni triangolo attaccato al precedente con un lato di lunghezza unitaria e l’altro radice di un numero reale determinato dal triangolo precedetene. Il triangolo ennesimo della serie è un triangolo rettangolo con un lato (chiamiamolo quello esterno) unitario e l’altro radice di n. L’ipotenusa sarà radice di n+1.

Viene fuori una spirale.

SpiraleTeodoro

Se ci fermiamo a n=17 abbiamo fatto tutto il giro ed abbiamo costruito la “versione base” della spirale di Teodoro che, a parte un bel disegnino, è il metodo che fu utilizzato dal matematico (stiamo parlando di Teodoro di Cirene, matematico della scuola pitagorica, vissuto attorno al V sec. a.C.) per dimostrare che tutte le radici quadrate degli interi che non sono quadrati perfetti da 3 a 17 sono numeri irrazionali. Ah, beh, poi è forse poco pratico, ma di certo il metodo della spirale di Teodoro è un metodo geometrico per costruire la geometricamente la radice quadrata di un qualsiasi numero reale.

Ovviamente la costruzione geometrica può continuare anche oltre il 17 costruendo una spirale che si articola su più giri. Nel 1958, E. Teuffel, dimostrò che anche continuando indefinitamente la spirale di Teodoro non vi saranno ipotenuse coincidenti ed anche che estendendo i lati dei triangoli della spirale indefinitamente questi non incontreranno mai i vertici degli altri triangoli.

Ci sono poi alcune proprietà più squisitamente matematiche di questa spirale, le tre più salienti:

  • la tangente dell’angolo al vertice del triangolo n-simo è 1/radice(n)
  • la somma degli angoli al vertice dei primi k triangoli è 2*radice(k)+ un numero magico (che tende per k che tende all’infinito a -2.15778299… chissà quali altre proprietà ha un numero del genere… rigorosamente irrazionale.)
  • il raggio della spirale cresce come radice (n+1) – radice(n).

Nel circolo (o nella spirale) di quelle curiosità matematiche che vale la pena sapere… almeno per fare una cose sensata la prossima volta che massacrerò un foglio bianco per tenere la mente impegnata con qualche scarabocchio durante noiose riunioni o routinarie mansioni.

WU

La repubblica di Minerva

M. J. Oliver (che per il sol fatto di esser qui a scrivere il suo nome ha probabilmente raggiunto il suo scopo) era un attivista politico americano. Ah, si, era anche milionario,.

Nel 1971 il milionario acquistò in Australia delle chiatte cariche di sabbia. Destinazione del carico, l’atollo di Minerva. Una sperduta “isola” (in realtà all’epoca spuntava a malapena dal livello del mare) a sud delle isole Figi.

L’osservazione (in realtà abbastanza acuta di Oliver) fu che Minerva, per quanto claudicante nel suo esistere e spersa nella mappa del pacifico, era una “terra” non reclamata da alcun governo. Un piatto ghiotto per chi ha sogni di glori a(e qualche milioncino da spendere per realizzarli).

La sabbia serviva, nella mente del magnate, a portare il livello del suolo al di sopra del pelo dell’acqua e quindi consentire l’edificazione di una qualche impronta umana nel territorio più che vergine; una piccola torre, in particolare.

Era il 19 gennaio 1972, quando M. J. Oliver vide il suo sogno concretizzarsi ed issò la nuova bandiera della repubblica indipendente di Minerva sulla sua nuova torre. Un mese dopo M. C. Davis venne “eletto” (non ho ben capito da chi, forse dal solo Oliver) presidente provvisorio della repubblica e chiese subito agli stati confinanti di riconoscere ufficialmente il neonato regno. Ben 5 ettari.

RepubblicaMinerva

Stranamente (ma davvero?!) gli altri paesi del pacifico non accolsero proprio positivamente la dichiarazione di indipendenza del micro atollo nel bel mezzo del nulla. Certo che se ogni “magnate” (o utopista, o contestatore, o pirata) si mette a fondare la propria nazione (e nel caso della Repubblica di Minerva anche con tanto di valuta nazionale nuova di zecca!) i problemi, già non pochi, di rapporti politici internazionali possono solo aumentare…

Pochi giorni dopo infatti si riunì una conferenza straordinaria degli stati confinati (Australia, Nuova Zelanda, Tonga, Figi, Nauru, Samoa Occidentali, Isole Cook) durante la quale nientepopodimeno che il governo di Tonga decise di reclamare l’atollo di Minerva per sé. Si trattava comunque a tutti gli effetti di un’invasione; infatti nel Settembre 1972 l’armata di Tonga (non la conosco, ma me la immagino) entrò ufficialmente nel territorio della Repubblica di Minerva annettendo la più piccola e meno duratura repubblica mondiale. La bandiera della Repubblica di Minerva fu ammainata per sempre. Nessuno spargimento di sangue.

Lunga vita alle micronazioni (in questo caso direi anche micro-temporalmente esistite)! 😀

WU

PS. Storia che fa scopa con questa altra qua.

PPSS. Certo, in perfetto stile ucronistico, le cose sarebbero anche potute andare diversamente…

L’ora d’oro, e la biostasi

L’ora d’oro è quel periodo di tempo che intercorre fra un trauma, un avvelenamento, l’esplosione di una acuta infezione ed il primo intervento medico. Il lasso di tempo necessario al primo intervento medico è uno (se non IL) fattore più determinante fra il salvare una vita o meno (o anche per evitare traumi permanenti, invalidità, etc.). Quindi, in soldoni, se l’ora doro durasse più a lungo avremmo più possibilità di evitare di perdere vite umane o lasciare traumi irrisolvibili.

La durata dell’ora doro dipende ovviamente dalla natura del trauma, ma si parla di minuti, al limite sessanta.

Estendere questa durata è certamente uno di quei campi in cui vale la pena “investire”. Soprattutto se sei l’esercito e vorresti che i tuoi soldati, se non immortali, fossero almeno riutilizzabili. Il programma Biostasis mira a fare esattamente questo.

Finanziato dalla (ricchissima) DARPA, Biostasis mira a sviluppare nuove possibilità di estensione dell’ora d’oro, ma -attenzione attenzione- senza puntare a migliorare la logistica sul campo di battaglia o della gestione dei soccorsi. Biostasis si concentra piuttosto nell’estendere il lasso di tempo critico rallentando i meccanismi biologici che lo regolano. Biostasi, appunto.

Biostasis

Il programma si incentra sui meccanismi di biologia molecolare per sviluppare nuovi modi di controllare la velocità con cui i sistemi viventi operano e quindi, indirettamente, estendere l’ora d’oro rallentando le reazioni biochimiche all’interno delle cellule. Mi viene in mente che stiamo dicendo che dobbiamo “rallentare la vita” per “salvare la vita”.

Biostasis is investigating novel applications of polymer chemistry, protein engineering, and deep cell activity monitoring to alter the time course of pathological processes associated with tissue damage and infection to delay the onset of irreversible damage. Researchers are investigating approaches that are not dependent upon reducing temperature and that scale from preservation of simple biological therapeutics such as antibodies and enzymes to whole cells and tissues.

Al momento pare che gli sforzi vadano nella direzione del controllo della gestione dell’energia cellulare a livello proteico. Le proteine sono usate in natura ampiamente dalle cellulare per regolare il loro fabbisogno energetico e quindi anche per aiutarle a sopravvivere in condizioni critiche; lavorare su esse pare essere la via maestra per coadiuvarle durante l’ora d’oro. Un po’ come fanno diversi estremofili (tardigradi in primo luogo) che entrano in uno stato di criptobiosi in cui tutte le funzioni vitali sembrano sospese, ma la vita persiste.

Within a cell, these catalysts come in the form of proteins and large molecular machines that transform chemical and kinetic energy into biological processes. Our goal with Biostasis is to control those molecular machines and get them to all slow their roll at about the same rate so that we can slow down the entire system gracefully and avoid adverse consequences when the intervention is reversed or wears off.

Il programma punta a rallentare tutti i meccanismi che conducono alla morte/invalidità del soggetto, e non solo un sottoinsieme di essi (quelli noti, ovvi, “facili” da rallentare). I trattamenti che sono allo studio vanno dalla somministrazione di anticorpi mirati a metodologie più biomolecolari che operano a livello cellulare (o su specifiche parti di esse). I trattamenti, almeno sulla carta, per come sono “dichiarati” e per come sono pensati adesso) avranno una durata limitata, in seguito il metabolismo del ferito riprenderà il suo normale ritmo (ma, si spera, le prime cruciali cure saranno state somministrate).

Il lancio del programma è del 2018, ma non sono riuscito a trovare lo stato di sviluppo dopo quasi due anni. Trattandosi di un programma militare direi quindi che le cose stanno procedendo per il meglio (o forse anche per il peggio, tanto non ce lo direbbero comunque).

WU

Il paradosso del treno

Questo lo metterei sotto il tema: non sempre ciò che è legale è anche morale e viceversa. Ovvero una data azione può anche essere conforme ai “dettami di legge” (che per definizione sono un’invenzione umana e non sono affatto universali), ma non è detto che sia allineata al nostro modo di vivere, di pensare; non è detto che ci faccia stare tranquilli (altrimenti non saremmo qui a discutere se è “giusto” o meno che si spari per difendere la proprietà privata, tanto per fare una deviazione sull’attualità).

Immaginiamo di essere alla guida di un treno e davanti a noi un folle ha legato cinque persone ai binari. Noi non possiamo fermare il treno, ma possiamo solo tirare una leva per sfruttare uno scambio cambiano binari sui quali, però, lo stesso pazzo (o forse era un altro?) ha legato un solo uomo.

ParadossoTreno

La scelta è quindi, in soldoni, fra uccidere una persona ed ucciderne cinque. Serial killer e sadici a parte direi che la scelta “normale” sarebbe tirare la leva. Una decisione utilitaristica, dettata dal salvare (ovvero far gioire) il massimo numero di persone possibili. Ed una vita è il prezzo da pagare.

Il paradosso fu ideato, nel 1967, da Philippa Foot e colpisce per il fatto che tratta, in apparenza, di una scelta semplice. Tuttavia ci sono dei limiti (e dei trucchi nell’esempio espresso sopra).

Al povero soggetto scarificale, in primo luogo, non è stato chiesto nulla. E’ come dire che un medico si prende la liberà di smembrare un paziente sano per espiantargli gli organi e salvare cinque vite. Così, in maniera arbitraria. Alla fine il risultato è lo stesso: muore uno per salvarne cinque, ma di certo la “morale comune” non accetterebbe supinamente questa decisione.

L’azione che determina la morte del soggetto scarificale, inoltre, è una azione indiretta (tirare una leva). E se fosse diretta sarebbe ancora così ovvia la risposta? Ovvero, se per salvare le cinque persone legate ai binari devo spingerne una sesta (magari non consenziente) sui binari per fermare il treno, va ancora bene? Magari è comunque giusto, ma certamente moralmente più discutibile.

Vi sono certamente “obblighi morali di base” che ciascuno di noi (beh… la maggior parte) si sente in dovere di rispettare in ogni caso, a qualunque costo. Come dire che sono degli aspetti della “morale comune” che sono più importanti del risultato stesso di una azione: anche se ottengo quello che voglio non sono comunque in pace con me stesso. Non è questione di giusto o sbagliato, semplicemente il modo con cui certe cose vanno o non vanno fatte la nostra morale (che non mi sbilancio nel definire) lo sa.

Da un punto di vista morale, pertanto, ci ergiamo a divinità con una scelta del genere (chi siamo noi per sacrificare anche un sol uomo?). Da un punto di vista della umana legge, invece, la risposta potrebbe essere ancora più complessa, dato che quello che si valuterebbe è il contesto e la situazione… forse una pena ci sarebbe in ogni caso, ma fra il cannibalizzare un sano per salvare cinque pazienti e tirare una leva per salvare cinque persone forse il verdetto non sarebbe uguale.

A me il dilemma etico rimane e non so che freddezza (legata alla umana morale o alla razionale legge?) potrei avere in una situazione del genere.

WU

Addito salis grano

“con l’aggiunta di una presa di sale”, letteralmente.

Probabilmente la locuzione deriva da un adattamento di una frase di Plinio il Vecchio che nel suo Naturalis Historia dice “addito salis grano” riferendosi ad un antidoto che agiva soltanto se assunto, appunto, con un pizzico di sale. E non “puro” come veniva preparato.

Negli archivi di Mitridate, sommo re, G. Pompeo trovò in un particolare appunto per mano dello stesso la composizione di un antidoto con due noci secche, parimenti altrettanti fichi e 20 foglie di ruta tritate insieme, con un grano di sale aggiunto: a colui, che digiuno assume questo, nessun veleno lo nuocerà in quel giorno. Anche contro il morso di un cane rabbioso sono dette essere rimedio immediato quelle masticate da un uomo digiuno e spalmate.
[Naturalis Historia, XXIII, 149]

Oggi la terminologia si usa più che altro in senso figurato (direi che si è “voluta” rispetto alla accezione piuttosto semplice con cui è nata) per dire che certe cose/parole/gesti non vanno interpretati pedissequamente (e, fatemi dire, spesso bovinamente), ma vanno interpretati, contestualizzati, capiti. L’assorbimento acritico degli input che riceviamo (ormai sempre più importanti) è forse il vero pericolo alla diffusione dell’informazione (basta vedere il proliferare delle “fake news” o del “fanta-giornalismo”).

Cum grano salis è l’equivalente del nostro avere un po’ di sale in zucca: in questo caso facendo riferimento all’abitudine di usare le zucche scavate per trasportare o conservare il sale e senza di esso sono solo dei vuoti contenitori (di certo non all’altezza di interpretare una data situazione, no?). Il sale usato come metafora per un semplice, banale, spesso mancante, buon senso.

C’è molto di più sotto la superficie delle cose/parole che viviamo o sentiamo ogni giorno, e forse con un po’ di sale (in un antidoto o in una zucca) riusciamo anche a capirle.

WU

PS. Mi fa sorridere che un autore come Plinio il Vecchio, che ricordo ci insegnavano a sQuola non essere un maestro in forme espositive, che aveva una eccessiva retorica ed un certo disordine stilistico (sbaglio?) è il padre di questa locuzione che usiamo (o dovremmo usare) tutti, quotidianamente.

1089

Utilità pratica: nessuna. O meglio, dato che ormai conti a mente non ne facciamo praticamente più giochetti del genere (tipicamente fatti fuori contesto e senza un qualche smartphone-calcolatrice di supporto) rimangono un degno allenamento.

Giochetto da pub o aereo (al decollo, poi mi addormento): prendete un numero a tre cifre “a scalare”, ovvero con la prima maggiore della seconda e la seconda maggiore della terza. Invertire l’ordine delle cifre, otterrete un numero minore del precedente. Sottraete i due numeri. Otterrete ancora un numero a tre cifre. Invertite anche le cifre di quest’ultimo e sommate gli ultimi due numeri. Volete sapere il risultato? Il titolo del post.

Esempi:

  • 742 -> 247 -> 742-247=495 -> 594 -> 495+594=1089
  • 987 -> 789 -> 987-789=198 -> 891 -> 198+891=1089
  • 510 -> 15 -> 510-15=495 -> 594 -> 495+594=1089
  • 821 -> 128 -> 821-128=693 -> 396 -> 693+396=1089

Una possibile spiegazione sta nel fatto che un generico numero a tre cifre può essere scritto come 100 × A + 10 × B + 1 × C , e la sua inversione di 100 × C + 10 × B + 1 × A, dove 1 ≤ A ≤ 9, 0 ≤ B ≤ 9 e 1 ≤ C ≤ 9.
Supponiamo A>C (praticamente che la prima e l’ultima cifra del numero scelto siano “in scala”, meglio se non consecutivi, vedi PS). La differenza fra il numero ed il suo inverso può pertanto esprimersi come è 99 × ( A – C ); ancora nel caso in cui A – C è 0 o 1 abbiamo che la differenza è 0 o 99 e non otteniamo quindi un numero a 3 cifre caso particolare del PS.

99 × (A – C) può anche essere scritta come:

  • 99 × [(A – C) – 1] + 99 =
  • 100 × [(A – C) – 1] – 1 × [(A – C) – 1] + 90 + 9 =
  • 100 x [(A – C) – 1] + 90 + 9 – (A – C) + 1 =
  • 100 x [ (A – C) – 1 ] + 10 x 9 + 1 × [ 10 – ( A – C) ].

La prima cifra è (A – C) – 1 , il secondo termine è un bel 9 e il terzo è 10 – (A – C). Invertendo ora il numero si ottiene 100 × [ 10 – (A – C) ] + 10 × 9 + 1 × [ (A – C) – 1 ]. La somma del “numero differenza” e del suo inverso è quindi:

  • 101 x [ (A – C) – 1 ] + 20 x 9 + 101 × [ 10 – (A – C) ] =
  • 101 x [ (A – C) – 1 + 10 – (A – C) ] + 20 × 9 =
  • 101 x [-1 + 10] + 180 =
  • indovina un po’: 1089

Oltre questo, 1089 p un numero dispari, è un quadrato perfetto (si 33, casualmente ?), è un numero potente ed è fattorizzabile (si può dividere per il numero dei suoi divisori: 1089/9 = 121). Ha anche ulteriori proprietà spinta (da teoria dei numeri), ma soprattutto rimane il fatto che avere un’aurea di mistero per questa sua proprietà da “giochetto di prestigio”.

Ricordatevelo, come giochetto, per fare i “matematici in erba” (anche se personalmente quando mi chiedono “scegli un numero” metto già su le spine e mano alla fondina). Io, sinceramente, non ho chiarissimo il motivo per cui funzioni, ma la calcolatrice mi da man forte.

Matematica, non magia.

WU

PS. Pare che il giochetto non funzioni se la cifra delle centinaia (la prima a sinistra) e quella delle unità (la prima a destra) siano tra loro numeri successivi (4 e 5, 6 e 7, 7 e 8). In realtà in questo caso si chiede di scegliere semplicemente un numero di tre cifre senza la richiesta che siano “a scalare”. Quello che succede è che la differenza fra il numero e l’invero di se stesso è 99, ma se si utilizza un bello 0 per tornare alla dimensione di tre cifre allora il giochetto funziona ancora: 990+099=1089.

La naja

Siamo durante la Prima guerra mondiale. Fare il militare non è di certo una passeggiata. Per noi italiani men che meno, ma il nostro spirito (inteso proprio come una forma unica di approccio alla vita che Italia abbiamo, e che spero, anche se temo, non “avevamo”) ci consente almeno di battezzare la vita militare come più ci aggrada.

Un termine desueto, raro ma non troppo (che ho raramente, ma puntualmente in certe circostanze -tipicamente ricordando eventi non troppo piacevoli da parte dei miei geni-nonni-) che identificava la vita militare nei suoi aspetti più pesante, più gravosi -fisicamente e mentalmente- ed in generale più duri da sopportare.

Naja: la vita militare vista da un esterno, la definirei. Non una parola che mi piaccia più di tanto (ne nel suono che nel significato) e di certo anche abbastanza “dialettale” come termine, ma non voglio fare il “razzista lessicale”.

L’etimo potrebbe essere quello di “razza, genie”: “naja” in veneto antico (la diffusione del termine durante il grande conflitto pare iniziò proprio nel nord-est d’Italia); l’origine a sua volta risale al latino “natalia” riferito alla nascita, con ovvio riferimento alla generazione ogni anno veniva “portata via” dalle leva militare.

Etimologia alternativa (mi crogiolo quando una parola può esser figlia di due famiglie…) vuole che il termine derivi sempre dal dialetto venero (per tener fede all’origine della diffusione), ma da “te-naja”, ovvero morsa, tenaglia che indicherebbe in senso dispregiativo la vita militare che ti strappa dai tuoi affetti (per poi finire subordinato in qualche gerarchia, ma questa è un’altra storia).

Non credo di sentirmi portato per la naja (anche se non ho questa esperienza da scrivere nel mio CV), ma è anche vero che oggi la “sofferenza” della vita militare intesa come frustrazione del proprio libero arbitrio e subordinazione a “qualche c@@°[[” è oggi molto comune anche fuori dalle fila dell’esercito.

WU

PS. So che non vi interessa, ma il termine ha oggi catturato la mia labile attenzione sentendo questa canzone (in odor di malinconia estiva). A voi trovarlo nel testo.

Trash & Expensive… bunker

E’ chiaro che quest’anno non è stato uno dei migliori della storia (almeno fin’ora). E’ chiaro che iniziamo a prendere sempre più coscienza delle nostre paure. E’ chiaro, altresì, che al peggio non c’è mai fine.

Mi ha colpito questa notizia di questi giorni per una “villa” in vendita a Las Vegas.

Se siete sopravvissuti al COVID-19, se siete sulla soglia di una crisi di nervi perché vi aspettate una ecatombe nucleare, un’invasione di zombie, o semplicemente il ritorno della “nuova edizione” del COVID… è chiaro che quello che state cercando è un fantastico, lussuoso, tecnologico… bunker sotterraneo. Certo, se avete 18 milioni di dollaroni da spendere (… quando si dice che la sicurezza non ha prezzo)!

La “villa” in questione risale al 1978 ed è circondata da quasi mezzo ettaro di terreno, ma il vero “tesoro” (certamente per quello che costa…) si trova sotto il pavimento. Il bunker di sicurezza della villa misura la bellezza di quasi 1.400 metri quadri (casa mia, tutta fuori terra, non è neanche un decimo…)!

IL lussuosissimo, costosissimo (ed IMHO osceno, degno di “Qualunquemente” di Albanese) bunker sotterraneo che comprende, senza badare a spese, una casetta centrale ed un “giardino” tutto attorno che include (ovviamente): piscina, fontana, barbecue ed alberi -rigorosamente finti-. Il tutto circondato da solide mura di cemento, tristemente dipinte credo per alleviare la mancanza di un vero panorama, e soprattutto senza un filo di luce di sole o di aria.

BunkerLusso

Per cercare di ricreare “l’atmosfera dell’aria aperta” il bunker ha un sistema di illuminazione artificiale che regola la luminosità in base all’ora del giorno. Un sistema di aria condizionata con filtri qui e li (sai com’è, se vivi in in bunker dovrai pur respirare, ma devi stare attento a non farti intossicare dalla “malata superficie”, stile “Esercito delle 12 scimmie”).

Insomma, la casa del giorno del giudizio per grandi magnati. Spaziosa, tecnologica, ma anche posticcia, finta e che cerca in tutti i modi di camuffare la sua vera natura di “tana” nel momento del bisogno… che si spera non duri abbastanza da “godersi” tutti i lussi di questa “villa”. Un tristemente kitsch specchio dei nostri tempi (e non è un set di un qualche film apocalittico).

Molto strano che la casa sia in vendita, vero? E lo è da gennaio 2019! Chissà se è solo per i 18 milioni di dollari… Mi chiedo cosa abbia spinto il precedente proprietario a costruirla e poi a venderla. Me lo chiedo, ma non sono veramente certo di volerlo sapere.

Se è questo che mi aspetta (sia in generale sia considerando che non ho 18 milioni e se li avessi non li spenderei cosi…) allora spero veramente che i Maya abbiano solo sbagliato di qualche anno.

WU

PS. Poi personalmente trovo anche l’arredamento interno un po’ vecchiotto e tanto pacchiano… anche se è forse il male minore. Non so se mi trovo più triste l’idea o kitsch la realizzazione. Mi verrebbe da dire: meno male che è nascosto (e costoso).

tè, té, te, the, thé, tea

Per il ciclo: sono ignorante, ma in ottima compagnia. Non me ne compiaccio, ma non me ne dolgo più di tanto.

Io non sono un purista della lingua, nel senso che (spesso deliberatamente, altrettanto spesso inconsapevolmente) approfitto di storture dell’uso comune solo per brevità, convenzioni, pigrizia o per non risultare troppo pedante. Ma una cosa che veramente (ma veramente) non tollero sono i “puristi” che dopo essersi auto-definiti tali entrano direttamente sotto la mia lente di ingrandimento ed a quel punto mi aspetto di non vedere/leggere/sentire alcun errore o imprecisione da parte loro e la comprensione o la flessibilità va istantaneamente a zero.

Uno di questi “puristi” mi ha suggerito un THE rilassante.

Allora, con ordine: come si scrive, in maniera corretta, tale parola nella NOSTRA lingua. Si, certo, dato che di origine non è evidentemente italiana, ma ormai, avendola importata, non possiamo dare a meno di trovarla scritta (o peggio, scriverla!)… leggerla, tanto, è facile.

Premessa delle premesse, anche per i “puristi” la forma corretta in inglese britannico della parola è Tea; non in italiano. Premessa delle premesse capitolo secondo: te è il pronome personale della seconda persona singolare (spesso utilizzato malissimo, soprattutto dalle parti della Toscana) con funzione di complemento oggetto o di termine (piace a te? ora te lo dico. etc.).

Rimangono quindi in gioco: The, Thé, Tè e Té. Non so se lo devo scrivere, ma The è l’articolo determinativo inglese. Non si beve. Thé è corretta (evviva!),… ma in Francese, non in Italiano (per amor di cronaca, anche se non l’ho ancora letta da nessun “purista” italiano, in cinese è t’e).

Fra Tè e Té non farei (ripeto, poiché non sono un purista) troppa distinzione… a patto che non lo scriviate con l’apostrofo: Te’! La forma corretta nella nostra lingua è comunque (Té per la cronaca sarebbe un suono diverso…).

Ah, se avete altre varianti sparate pure che le passiamo al vaglio.

WU