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Donggaozhuang

… e torniamo a parlare delle magie dell’e-commerce.

Il titolo del post è una semi-sconosciuta, semi-isolata, semi-spopolata e semi-povera cittadina cinese nella provincia di Hebei, a circa 3.5 ore di viaggio da Xingtai. Tutti attributi di certo validi almeno fino a poco tempo fa. 2000 anime in cerca di un modo per arrivare a fine mese.

Ad un certo punto, forse in preda alla mania le-provo-tutte-tanto-che-ho-da-perdere, un abitante del villaggio (pare non sia dato saperne il nome…) ha deciso di aprire un negozio virtuale per vendere il filo che auto-produceva sulla più grande piattaforma di e-commerce cinese: Taobao (ovviamente di proprietà del Alibaba Group…).

Successo insperato e repentino! In tre mesi ha guadagnato circa 10 volte il normale salario di un abitante della cittadina (ok, ok, parliamo comunque di qualche migliaia di dollari, ma paragonate ad un posto dove il costo della vita è poche decine di dollari, è una piccola fortuna…).

La magia, ovviamente, non è passata inosservata ed anche gli anziani del villaggio hanno avvicinato il giovane magnate sperando di carpire i segreti del suo successo. La cosa pian piano si è diffusa ed i negozi virtuali sono proliferati. In pratica è uno dei più grandi centri per acquistare filo (si, comprano la lana e vi vendono il filo!) on line.

Circa 400 negozi virtuali che vendono fili di lana online nella stessa cittadina! Molti di loro sono praticamente milionari, ed un po’ per tutti la qualità della vita è aumentata significativamente.

Ora la cosa di per se sembra anche una bella storia, ma quando sento che gli abitanti hanno venduto i loro terreni agricoli per dedicarsi al nuovo business un po’ raffreddo il mio entusiasmo. Non sono un fautore della fortuna facile e con rapide ascese mi aspetto rapide discese, in fondo tenere un piede nella vecchia, stancante, robusta ed affidabile agricoltura può essere un ottimo ombrello contro i venti della new economy (almeno per chi aveva già questa possibilità!).

Auguri

WU

E-commerce

Il concetto è in fondo abbastanza semplice, e credo che sia proprio in questa sua (apparente?) semplicità il suo punto di forza. Ovvero, se per vendere “via internet” devo aver dietro tutto un carrozzone burocratico-amministrativo paragonabile (il 10% più economico non mi pare un grande vantaggio) a quello della vendita al banco, allora tanto vale aprire un bel punto vendita dove almeno la merce la si tocca con mano…

Ciò detto, Il Sole 24 Ore ci illumina sul fatto che l’e-commerce

Quest’anno dovrebbe riuscire a mettere a segno una crescita intorno al 20%, raggiungendo i 23,4 miliardi di valore. Se questa previsione verrà rispettata, sarà il miglior incremento dal 2010, sfiorando di poco il raddoppio rispetto ai 12,6 miliardi del 2013.

Mica male! Ci si vede facilmente una qualunque possibilità di business (da chi fa siti web ai corrieri) e tutto sommato è un modo per creare valore.

La cosa che mi lascia un po’ dubbioso è il fatto che

L’e-commerce è per sua natura una scelta strategica, quindi parte dalla definizione di una strategia di business. Un errore molto diffuso è credere invece che il termine ‘e-commerce’ significhi ‘sito di e-commerce’: in realtà, quando si parla di ‘e-commerce’ si dovrebbe estendere il significato a ‘progetto di ecommerce’ e includere, sotto questo cappello, una varietà di attività coordinate che vedono nel sito web vero e proprio la sola declinazione finale

Cioè, capisco male o stiamo parlando di una struttura di gestione dell’e-commerce? Siamo sulla via dei far perdere anche a questo potentissimo strumento la sua snellezza fino a rendelo un pachiderma “convenzionale”?

Lo sviluppo di un e-commerce richiede uno studio strategico molto attento che parte dalla stesura di un progetto di business che coinvolge tutte le variabili di marketing: analisi di mercato e della concorrenza, pricing, immagine, pubblicità, target. Il sito ecommerce finale sarà quindi la risultante di una serie di decisioni strategiche, coordinate e integrate in una piattaforma evoluta e facile da utilizzare.

No, no, vi prego no. Di certo il sito di e-commerce è solo il risultato finale del modello di business, ma per favore lasciamolo evolvere naturalmente, così come è arrivato fin qui, senza imbrigliarlo in metodologie, sistemi, procedure solo per riempirci la bossa di sistema/progetto di e-commerce. Ah, già anche per far emergere realtà di digital marketing ed web communication…

WU

PS. Compre spesso on line. Qualche sbavatura, certo, ma in fondo conviene un po’ a tutti accettare un po’ di rischio per mantenere questo canale leggero, veloce ed economico. Se cerco la massima resa o affidabilità (e la cosa, ovviamente, dipende dal bene in questione) utilizzo facilmente canali più convenzionali… sono li appositamente.

Una storia italiana

Volevo raccontare questa storia. Una storia di fasti che vorrei sapere che fine hanno fatto (no, non è vero che non ci sono più, sono solo ben nascosti…).

C’era una volta la San Giorgio. “Società anonima italiana per la costruzione di automobili marittime e terrestri” compagnia fondata dalla famiglia Odero a Sestri Ponente nel 1905.

In origine si dava da fare con autovetture e di carrozze ferroviarie le cose andavano, (forse non benissimo o forse erano già così lungimiranti dal capire che una azienda deve ciclicamente specializzarsi in settori sempre nuovi) e la San Giorno si specializzò anche nella produzione di dispositivi ottici, nella progettazione di strumenti di precisione e nell’elettromeccanica. La guerra trainava il mercato e il principale cliente era l’esercito tant’è che i dispositivi San Giorgio, in particolare i telemetri, erano largamente impiegati sulle navi da guerra italiane.

sangiorgio.png

Poi ci fu la WWII e tra una cosa e l’altra l’azienda dovette stringere i denti, ma infine, negli anni cinquanta, venne costituita la “Nuova San Giorgio S.p.A.”.
La compagnia, ereditando tutta l’esperienza, le infrastrutture ed il personale dalla San Giorgio aveva come scopo principale quello di contribuire allo sviluppo dell’elettronica italiana. Ovvero l’azienda si specializzò in tubi elettronici, transistor, circuiti integrati ed addirittura trainò l’introduzione del microprocessore.

Il mercato cambiava, l’azienda con esso, e accanto ad operazioni formali (e.g. cambio nome azienda) si investiva in ricerca e sviluppo, si ampliava il mercato dal militare anche al civile e ci si reinventava, ma non per sopravvivere, bensì per crescere.

Arriviamo quindi al 1696 quando la divisione dei Sistemi Elettronici viene scorporata dalla Nuova San Giorno ed inserita nella “Elettronica San Giorgio – Elsag” (dietro c’era la finanziaria STET).

L’azienda (anche a causa del nuovo ramo di finanziatori particolarmente interessati al ramo telecomunicazioni) si specializza (come investimenti, acquisizioni, partnerships e via dicendo) con università ed aziende di eccellenza nel ramo telecom ed automotive (AEG-Telefunken, IBM Italia, Selenia, Oto Melara, Fiat, etc.). In particolare la collaborazione tra Selenia-Divisione Spazio ed Elsag da vita alla “Selenia-Elsag” che confluisce poi, nel 1982, in Selenia Spazio S.p.A. e quindi nel 1989 nel grande gruppo (leggi carrozzone) Finmeccanica.

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta la società acquisisce le americane Bailey Controls Company e Fisher & Porter Company e la tedesca Hartmann & Braun. La Elsag diventa qundi la Elsag Bailey, multinazionale quotata in borsa.

1990, Aeritalia incorpora Selenia e nasce la Alenia, e la Selenia-Elsag diventa Alenia Elsag Sistemi Navali che si specializza in sistemi elettronici per unità militari navali separandosi dalle applicazioni aerospaziali.

Il 1º novembre 1998 nasce Elsag S.p.A. e diventa una società del gruppo Finmeccanica.

Arriviamo quindi al 2007 quando la Elsag incorpora la Datamat, società operante nel settore dell’IT e quotata in borsa. Assieme alla Datamat la Eslag incorpora anche due controllate la Keycab S.p.A. e la Elsag Domino S.p.A

Nasce quindi la Elsag Datamat (è già i pare che i riassetti societari formali abiano preso il posto degli investimenti sostanziali in ricerca e sviluppo…). La nuova azien opera nei settori dell’Information & Communication Technology, della sicurezza, dei servizi bancari e postali, dei trasporti e dei servizi alle pubbliche amministrazioni.

Ed è, infine il 2010 quando orami i riassetti societari si inseguono (siamo ormai dentro Fineccanica, anzi no, Leonardo…) dalla Elsag Datamat vengono scorporati i settori Difesa, Logistica e Ambiente (che entra a far parte di Selex Sistemi Integrati) ed il ramo Spazio che confluisce in Telespazio.

Da questo comunicato stampa del 2011:

“Il Consiglio di Amministrazione di Finmeccanica, riunitosi oggi a Roma, ha deliberato l’avvio del processo di fusione tra Elsag Datamat e SELEX Communications. L’operazione, in linea con il programma di ottimizzazione del proprio assetto industriale nel settore dell’Elettronica per la Difesa e Sicurezza avviato nel 2010, ha l’obiettivo di creare un centro di competenza a livello di Gruppo nel settore dell’Information and Communication Technology (ICT), della Sicurezza, dell’Automazione e delle Telecomunicazioni, armonizzando l’offerta Finmeccanica con la domanda crescente di soluzioni complete ed integrate ICT e di servizi di gestione sicura delle reti, concentrando sotto di sé tutte le società di Finmeccanica operanti nel settore. “La nuova organizzazione del segmento dell’Elettronica per la Difesa e Sicurezza prevede la concentrazione in tre poli di competenza dell’offerta Finmeccanica.” Ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, Presidente e Amministratore Delegato di Finmeccanica. “La nuova realtà che si costituirà, con capacità distintive nell’Information Technology, nelle Telecomunicazioni, nella Security e nell’Automazione, si affiancherà al polo sistemistico di SELEX Sistemi Integrati, caratterizzato nei Grandi Sistemi per la Difesa e l’Homeland Security e nei Radar di Superficie, e a SELEX Galileo, polo di competenze Avioniche ed Elettro-ottiche. Questa nuova realtà consentirà una migliore focalizzazione delle missioni delle società operative per riuscire a venire incontro con successo alle richieste dei nostri clienti di soluzioni “chiavi in mano” in un’ottica di ottimizzazione dei costi”.

La storia ora si fa più ingarbugliata dato che ora i rami scaturiti e le varie aziende controllate stanno nuovamente confluendo in un’unica realtà. Ma siamo ormai passato a mutazioni solo di nomi, loghi, carta e fondi. La ricerca e le competenze si sono perse in questi intrecci..

Si, si para dell’Italia. Strano ma vero.

WU

Luxembourg in space

I consider this as a clear clue of long-term outlook.

the Luxembourg Government becomes a key shareholder of Planetary Resources, Inc., the U.S.-based asteroid mining company

[…]

The Luxembourg Government, the public-law banking institution “Société Nationale de Crédit et d’Investissement” (SNCI) and U.S.-based space technology company Planetary Resources have signed a 25 million euro investment and cooperation agreement within the framework of Luxembourg’s SpaceResources.lu initiative which aims at the exploration and the commercial utilization of resources from Near Earth Objects (NEOs), such as asteroids.

We are not talking about new, high risk-taker, small, almost unknown, startups that try to make money from nothing and just selling a dream. The communication is signed by the Ministry of Economy of the Government of the Grand Duchy of Luxembourg.

And… there is a date, i.e. a deadline. Ok, probably challenging and that will never be met, but at least a point in time is given. Again, it seems a mark of concreteness to me.

Within this agreement, the Luxembourg Government invests direct capital in Planetary Resources, Inc. and the Ministry of Economy is providing funding through different types of R&D grants. The funding will accelerate the company’s technical advancements with the aim of launching the first commercial asteroid prospecting mission by 2020.

And of course there is an immediate economic return for the Grand Duchy of Luxembourg…

In May 2016, Planetary Resources, Inc. established a wholly-owned Luxembourg based subsidiary named Planetary Resources Luxembourg.

[…]

Planetary Resources, for its part, is strengthening the local space industry by developing several key activities exclusively in Luxembourg focused on propulsion development, spacecraft launch integration, deep space communications, asteroid science systems, Earth observation product development and mission operations.

Ah, and it is not the first time in history…

The Grand Duchy has a renowned history in public-private partnerships. In
1985, Luxembourg became one of the founding shareholders of SES, a landmark for satellite telecommunications and now a world leader in this sector.”

Do we want to argue that those kind of stuffs can be done only by small, rich states (… and tax heavens)? Maybe, but at least they believe concretely in this future.

WU

PS. Well, SES is already one of the biggest satellite services providers wordwide and Planetary Resources is going to have the exclusive access (Ehm… monopoly?) to asteroid mining…

Ricerca e caffè

Ci sono parole che, dal mio umil-inutil punto di vista hanno ormai perso di ogni significato.

Fare sistema. Sistema paese. Sistema Italia.

Ma mi spiegate che vuol dire? Beh, io una spiegazione (chiara e banale) me la sono data: se mettiamo insieme entità diverse ed abbiamo risultati tangibili della loro collaborazione abbiamo fatto Sistema.

Quindi, se DIMOSTRIAMO che una università ed una azienda stanno collaborando per metter su un progetto che nessuna delle due avrebbe potuto fare da sola allora… Sistema (Seguito da qualunque parola vogliate).

Nuova Simonelli Group e Università di Camerino hanno fatto Sistema (Regione).
Imprenditoria ed accademia si sono messe insieme per valorizzare “il made in Italy” (un po ampolloso…). I due enti hanno infatti messo in comune ricercatori, macchinari, studi, risorse (e soldini) per metter su “il centro ricerche per il caffè espresso“.

Per quanto mi riguarda poteva essere anche la rivalutazione della patata dolce, l’importante è puntare su qualcosa e cercare di raggiungere l’eccellenza (Senza avere come goal quello di farsi acquistare dal primo, e spesso non migliore, offerente).

Nel caso specifico, l’obiettivo del centro ricerche (per il quale sono state finanziate già le prime borse di dottorato…) è supportare l’intera filiera del caffè; Si parta dalla produzione fino a raggiungere i 250 milioni di consumatori al mondo. Per fa ciò, neanche a dirlo, la ricerca è fondamentale. Il tutto nella sede di Belforte del Chienti (che suona meglio di Silicon Valley…).

Mi pare una cosa “leggermente” diversa dal farsi pubblicità, con missioni tipo “divulgare l’arte di preparare il caffè , per mantenere sempre eccellente la qualità del prodotto nel momento della preparazione e del consumo, a casa come fuori” stile Lavazza.

Non vedo l’ora di leggere tesi ed articoli su produzione e degustazione di caffè e cappuccino…

WU

PS. La Nuova Simonelli Group è una PMI (non un grande carrozzone internazionale) che produce da 80 anni 100% made in Italy. Esporta il 95% dei suoi prodotti a partire dalla mitica macchina del 1936 (recentemente inserita nella “Enciclopedia Treccani tra i 90 prodotti che hanno fatto la storia del design e dell’eccellenza del made in Italy”). Fatturato 2015? 70 M€, dei quali 2-3 in ricerca e sviluppo. Si, si può fare…

PPSS. Effettivamente dove vivono di caffè, e.g. Colombia, cose del genere esistono già da anni… Il Cenicafè, ad esempio.

Caramelle italiane

Mentre tutti se ne vanno (e se ne parla a iosa), qualcuno torna (e non merita più che un trafiletto). In Italia, ovvio.

Ve le ricordate le Rossana? Quelle con la carta rossa e rumorosa? … che personalmente non mi sono mai piaciute un granché (e che comunque non potevo mangiare di nascosto perché facevano troppo rumore).

rossana.png

Il marchio in questione nacque dalla Perugina in Umbria, circa un secolo fa e con i soliti corsi e ricorsi storici è finito (come gran parte del polo dolciario piemontese) in mano alla Nestlè.

Ma attenzione, la suddetta multinazionale ha annunciato di voler “restituire” (tipicamente si celano mostruosi buchi di bilancio o piani di investimento in altre direzioni dietro queste parole; nel caso particolare: meglio i baci perugina che le rosse caramelle) il marchio, assieme a Fondenti, Glacia, Fruttallegre, Lemoncella e Spicchi all’Italia (in pratica tutto il comparto caramelle).

Più precisamente al gruppo Fida, che ha presentato una proposta al gruppo Nestlè per rilevare i marchi. La Fida è quella che produce già Bonelle, Sanagola, Charms, Gocce, Tenerezze, Gnammy e le Irresistibili ed è attiva nel campo caramelle (sotto la guida di Mr. Wonka 😀 ) ad Asti dal 1973.

Secondo la Nestlè il settore non renderebbe più del 2% della quota di mercato; evidentemente troppo poco per suscitare ancora interesse anche considerando che il “core business” aziendale è il cioccolato di eccellenza (ed il piano Nestlè prevede un rafforzamento del polo perugino del cioccolato).

Piccolissima nota storica sul nome. Rossana, in onore di Roxanne la donna amata da Cyrano de Bergerac. Anche le caramelle sanno essere poetiche.

WU

PS. Il fatturato Fida nel 2015? 15 milioni di euri; non male! Speriamo bene…

Di loghi e di corni

Ma se vi chiedessi qual’è il logo commerciale più antico voi che rispondereste? A parte che dovrei frequentare più persone normali e che dovreste starmi alla larga.

Beh, diciamo, almeno su quale tipologia di prodotti scommettereste? Personalmente avrei detto abbigliamento o automobili. Ed invece, ovviamente, no. Pare che il primato del logo più antico del mondo spetti ad un’altra tipologia di prodotti, effettivamente tutt’oggi ancora di largo consumo.

Correva l’anno 1336 quando in Belgio aprì la birreria Den Hoor.

Ora, “Den Hoor” significa “Il Corno”; è più chiaro? Vi viene in mente qualche logo sul quale troneggia un corno? Io confesso non ci avevo fatto caso fin’ora…

Il Corno andò avanti fino all’anno di grazia 1706 quando Sebastian Artois comprò la birreria. Il corno lo lasciò dove era (almeno nel logo…), ma decise di cambiare nome all’attività. D’altronde lui era Artois… E nel 1708 riprese il logo originale semplicemente aggiungendo “anno 1706”.

E le cose all’Artois andarono avanti, fra un corno e l’altro, fino al 1926 quando Sebastian propose un’importante azione di marketing. La prima birra stagionale rilasciata in concomitanza con il Natale di quell’anno: la Christmas Star.

Quindi la birreria Artois era praticamente famosa per la sua birra Star… Stella. In breve Sebastian decise di unire le due parole, sempre lasciando il cono a troneggiare sul logo originale, fino ad avere… la Stella Artois.

stellaartois.png

Sono passati centinaia di anni, e molteplici proprietà, ma la compagnia è ancora li e con essa il suo logo con tanto di corno. Certo un po si è modificato negli anni (e volevo ben vedere…), ma il logo originale può ora vantare la bellezza di più di 600 anni!

Quel corno che era un tempo il mezzo per annunciare il forestiero che entrava in Belgio è ancor oggi il simbolo della “best-selling Belgium beer in the word”.

Long long story…

WU

PS. Tra gli altri loghi d’annata troviamo: Twinings Tea, Bass Ale, Shell Oil, Levi Strauss & Co., Sherwin-Williams, Heinz (quelli del ketchup), Prudential (assicurazioni), Peugeot e Johnson & Johnson.

Tutti non che siano loghi che mi affascinino particolarmente…