Al nero non c’è mai fine

Vi ricordate quando dicevamo che ci piace, in qualche modo, per qualche motivo, per una combinazione di evoluzione della specie ed ingerenze sociali, il nero (no, non quello da asfaltare…)?. Tipo qui o qui.

Ad un certo punto, non tanto tempo fa, invero, ci eravamo anche convinti di aver trovato il nero più nero (tipo “più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”) nel Vantablack. Materiale, artificiale, in grado di assorbite il 99,96% della luce incidente.

Lontani dalla volontà di scoprire qualcosa di ancora più nero, ci siamo (beh, non io direttamente, evidentemente, bensì un team di ricerca del MIT) dedicati a cercare di migliorare le capacità di conduzione termica ed elettrica di vari materiali. Fra questi l’alluminio. Il metodo seguito era quello di provare ad accrescere sulla loro superficie dei nanotubi di carbonio (che continuano ad essere estremamente di moda).

L’allumino ossidandosi perde le sue capacità termiche ed elettriche. Trattandolo con cloruro di sodio si è in grado di eliminare l’ossidazione erodendo un piccolissimo strato superficiale. Un foglio di alluminio così trattato è stato usato come substrato per depositare dei nanotubi di carbonio che avrebbero dovuto restituire ed addirittura migliorare le capacità temo-elettriche del materiale. Cosa che è effettivamente successa, ma il processo ha anche conferito una colorazione estremamente scusa al materiale. Ma così scura che non è passata inosservata (… è proprio il caso di dirlo…).

Da questa ricerca è stato scoperto (sotto il certamente-non-entusiasmante titolo Breakdown of Native Oxide Enables Multifunctional, Free-Form Carbon Nanotube–Metal Hierarchical Architectures), non so se dire “per caso”, un materiale in grado di assorbire addirittura il 99.996% della luce incidente, quindi tecnicamente un nero 10 volte più nero del Vantablack.

SuperNero.png

Il materiale è praticamente un foglio di alluminio con una foresta di nanotubi di carbonio verticali sulla superficie. La colorazione, inoltre, contribuisce alle proprietà termiche del materiale che è in grado di convertire in calore gran parte dell’energia luminosa che riceve. Le applicazioni, concentrandosi sulle proprietà cromatiche del materiale, sono più o meno le stesse del Vantablack: telescopi, fotocamere e soprattutto arte 🙂 .

Ah, non ha ancora un nome; suggerimenti?

WU

RGB 255,188,144

Secondo voi che colore è? Basta andare su un programma di disegno (o al limite anche su Office…) per scoprirlo. Stiamo parlando di una specie di beigino smorto tendente al salmone che vedrei bene come colore per una casa in un porticciolo in riva al mare.

Ora vediamo l’immagine sotto. La domanda “di rito” è di che colore sono le sfere? Beh, piuttosto semplice (e quindi piuttosto sbagliato, altrimenti di che stiamo parlando?): rosse, verdi, viola (o forse blu?).

SfereIllusione

Come “prevedibile” le sfere sono tutte dello stesso RGB 255, 188, 144 e sono poi le linee orizzontali a darci l’illusione che siano di colori diversi. In particolare ogni sfera ci appare del colore delle linee che gli passano sopra, le altre tonalità fanno da sfondo (per confonderci un po’ meglio…).

E’ l’ennesima illusione ottica del genere (credo solo la più recente in ordine temporale, ma in questo Google è certamente più affidabile di me) che si basa sul fatto che noi non percepiamo “colori assoluti”, ma li paragoniamo con l’ambiente circostante (avete mai provato a guardare una foto e giudicare i bianchi salvo poi accorgervi che erano tonalità gialline se messe accanto a qualcosa di veramente bianco?).

Così, passatempo da ombrellone (sotto il quale non sono).

WU

PS. Per i più scettici potete semplicemente usare MS Paint: strumento “preleva colore” su ciascuna sfera e tracciate delle linee accanto al disegno. Magia delle magie… tutte del solito RGB 255, 188, 144.

Ice cream Banana

Una volta tanto non centriamo nulla. Anche se sono uno spettacolo abbastanza inusuale e le immagini che girano in rete sono più che altro usate per gridare all’ennesima mutazione genetica che abbiamo operato a scapito di madre natura.

Una volta tanto non centriamo nulla: esiste veramente una varietà di banane Blue Java che hanno il sapore e la consistenza… del gelato alla vaniglia (pare). Ed è tutta un’idea di madre natura!

Una volta tanto non centriamo nulla! Sono delle tonalità del blue (ma SOLO quando sono acerbe, ovviamente per gridare alla mutazione genetica vanno molto meglio queste immagini di quelle delle banane mature che invece hanno il classico colore giallino) , un po’ più piccine, resistenti al freddo, originarie dell’isola di Java e non è una nostra idea.

BlueBananas.png

Una volta tanto non centriamo nulla; tanta inventiva non la abbiamo di certo. Anche nella grande idea del fogliame di queste blue-bananas (ricorda in maniera inquietante il blue whale…) che sono sproporzionatamente grandi ed edibili. Mente la polpa delle banane rimane bianca e può essere consumata cruda o cotta, le fogliolone possono essere impegnate in cucina per preparare cartocci o come piatti/vassoi.

Non che mi attirino particolarmente, ma il fatto che una volta tanto non centriamo nulla (l’ho già detto?) eppure le usiamo per fare un po’ di allarmismo o far circolare qualche bufala quasi quasi mi spinge a dire: “ma si, siamo stati noi. Modifichiamo di tutto (tipo officina meccanica)! Altrimenti cosa dovremmo dare da mangiare alle scimmie super-intelligenti con DNA umano?”

WU

Scatti fumosi

La creatività è un impulso. Quando parte… parte e non la puoi fermare. Un po’ come un’esplosione. Ovviamente non è garantito il risultato, ma di certo è garantito il rush e l’impeto che si porta con se. L’energia che ci trasmette il risultato è solo un’ombra dell’energia del processo creativo.

La creatività, e l’arte in generale, inoltre, hanno uno speciale fascino se sono effimeri. Guardare una cosa bella, è un po’ come mangiare: una volta che ce ne siamo “cibati” non esiste più nella sua forma originaria, ma noi siamo in qualche modo interiormente più ricchi (… anche di calorie).

Queste che sembrano un po’ frasi fatte sono egregiamente incarnate dal progetto “The Blossom Project” del duo di fotografi Isabelle Chapuis e Alexis Pichot. L’idea è tanto semplice quanto geniale e, IMHO, in grado di comunicare con estrema nitidezza l’esplosività e la caducità della creatività umana. Andare in giro per il mondo, in luoghi suggestivi, desolati e remoti per far esplodere nuvole di gas dai colori vividi.

BlossomProject.png

Tali “opere d’arte” esistono giusto il tempo che il vento non le disperda, sono spesso osservate solo dai fotografi stessi (che le devono pur documentare fotograficamente per dare un senso alle loro opere ed ala loro lavoro) e non sono, una volta innescate, controllabili.

Un’arte caduca ed esplosiva. Opere d’arte solo iniziate dall’uomo e fatte evolvere dalla natura che fa anche da cornice suggestiva e contrappone la sua calma/stasi allo scoppio d’arte. In scenari poi post-industriali le opere rendono ancora meglio; sia per la contrapposizione fra i colori vividi delle nubi e quelli smorti dello scenario sia per l’antitesi fra l’energia che comunicano e l’ormai statico contesto.

Davvero ben pensato.

WU

The purple Earth

Addio, oh miei cari omini, verdi come la tradizione (o meglio il nostro immaginario collettivo, forse formato da qualche fantasy) vorrebbe. Mettiamola così, indipendentemente se esistano o meno, non dovrebbero essere verdi, anzi dovrebbero essere… viola.

[…] Parsimony and distance analyses further identify purple bacteria as the earliest emerging photosynthetic lineage. […]

L’idea alla base di questo studio è che la luce verde trasmette parecchia energia ed è un peccato sprecarla, soprattutto se stai terraformando un nuovo pianeta. Le piante (e le alghe prima di loro) basano tutto sulla clorofilla che attua la fotosintesi partendo dalla luce del sole ed il loro colore verde è una conseguenza del fatto che riflettono questa lunghezza d’onda anziché assorbirla.

Quindi l’ipotesi è che prima che arrivassero le piante verdi, quando di energia ne serviva il più possibile, esistevano microorganismi che assorbivano proprio la luce verde. Ciò sarebbe possibile grazie alla “retina“, un pigmento che assorbe benissimo la luce verde (evitando quindi che questa venga riflessa). A questo punto la domanda sorge spontanea: e quale sarebbe il vantaggio delle piante verdi? Beh, la clorofilla, anche se meno efficiente come lunghezza d’onda assorbita, è molto più efficiente nella cattura e nella conversione dell’energia solare. Tuttavia, per un microrganismo molto più semplice di una pianta, il vantaggio offerto dalla giusta lunghezza d’onda è certamente più rilevante.

[…] Now a new study argues that retinal likely preceded chlorophyll as the dominant sunlight-absorbing molecule. The scientists focused their attention on retinal-containing proteins, especially ones like bacteriorhodopsin that absorb sunlight in the range inaccessible to chlorophyll. The biologists propose that retinal and chlorophyll co-evolved together, but that retinal likely came first because it’s simpler molecule. […]

Ancora oggi, infatti, valli antartiche o i fondali oceanici pullulano di microrganismi che basano la loro conversione di energia sulla retina, gli Archea.

[…] Retinal-based phototrophic metabolisms are still prevalent throughout the world, especially in the oceans, and represent one of the most important bioenergetic processes on Earth […]

Dato che l’unico termine di paragone che abbiamo a disposizione è la nostra Terra, possiamo immaginarci che nella notte dei tempi il nostro brodo primordiale fosse di qualche tenero color lavanda… e che forse è esattamente questa la lunghezza d’onda che dovremmo cercare quando pensiamo di vedere alieni saltellare su alti pianeti.

[…] We propose a scenario where simple retinal-based light-harvesting systems like that of the purple chromoprotein bacteriorhodopsin, originally discovered in halophilic Archaea, may have dominated prior to the development of photosynthesis. We explore this hypothesis, termed the ‘Purple Earth,’ and discuss how retinal photopigments may serve as remote biosignatures for exoplanet research. […]

Non ho mai pensato al viola come colore della vita. Di certo sono eccessivamente condizionato dai luoghi comuni.

WU

PS. Ovviamente qui ci sta a fagiuolo:

Black Paradise (volante)

Sul fascino che il nero esercita sul genere umano ne abbiamo già parlato (qui, ad esempio). Nero proprio inteso come tinta cromatica, non come “the dark side of the moon” :).

E sul fatto che la razza umana non si sia inventata nulla che la natura (che effettivamente prova e sperimenta da secoli prima di noi) già non sappia fare è un’altra grande verità (… profetico 🙂 ).

Il nero più nero più nero che esiste in natura è… quello del piumaggio degli uccelli del paradiso. Dei maschi particolarmente, nero ovviamente usato a fine corteggiativi (ciò che muove il mondo… ed in questo caso il nostro maschio deve esibire, oltre un colorato piumaggio, anche abilità ballerine particolari per ottenere il suo risultato), soprattutto per far ulteriormente risaltare i vividi colori del restante piumaggio dei besti.

Il nero profondo di questi animali è assolutamente naturale ed è, cosa alquanto unica in natura, il risultato non di un pigmento delle piume, ma proprio della loro struttura fisica.
Ovviamente una scoperta del genere non la si fa semplicemente guardando l’uccellino (… e non la si fa con il costo di un viaggio in Nuova Guinea). I ricercatori di Harvard hanno infatti dovuto far ricorso ad un’osservazione micrometrica (leggi, utilizzo di tecnologie molto raffinate tipo microscopio elettronico a scansione o il nanotomografo) delle struttura delle piume dei volatili: Structural absorption by barbule microstructures of super black bird of paradise feathers.

BlackParadise.png

Mentre le piume della maggior parte degli uccelli hanno un aspetto “ad albero”, ovvero sembrano rami che si biforcano e diventano sempre più piccoli finendo in una specie di barba sempre sullo stesso piano, le piume dell’uccello del paradiso sono diverse. Hanno una struttura si ramificata, ma su piani diversi, e ciò consente alla luce che colpisce tali piume di iniziare a rimbalzare da una superficie all’altra rendendo difficile qualunque forma di riflessione.

Il risultato è che una piuma di questi uccelli cattura facilmente il 99.95% della luce incidente (… ed è sostanzialmente gratis), contro il 99.97% creato dall’uomo (qui) decisamente a caro prezzo.

Il nero assoluto non esiste (100% di luce catturata), ma ci stiamo andando molto vicino e non escluderei che da qualche parte la natura (sicuramente non per fini militari o “di difesa”) lo possa aver già implementato.

WU

Blue Monday

E’ inequivocabilmente una cazzata.

Oggi è il giorno più triste dell’anno (e già il fatto che io ne parli per tempo da una misura della stupidità della cosa)… ma non secondo il mio umore, bensì in base ad una sofisticatissima, accuratissima a fumosissima formula matematica.

Benissimo!

Allora, dati i dediti di ciascuno (parametro facilmente generalizzabile, no?), i giorni che separano dal Natale (… fondamentale per me che sono induista 😀 ), il salario mensile (sempre troppo basso per definizione), il meteo (di una regione a caso da scegliere in base alle correnti dell’est), la scarsa motivazione (che oggi secondo una congiunzione astrale che dura da millenni raggiunge il suo apice) e la consapevolezza che bisogna rimboccarsi le maniche, otteniamo che il terzo lunedì di Gennaio è il giorno più triste di tutto l’anno.

Per l’equazione (che mi vedo bene dal riportare) basta chiedere a Google (ed evito anche ogni link), ma a parte la difficile quantificazione di uno qualunque dei parametri soggettivi sopra, non riuscirei neanche ad identificare unità di misura quanto meno comparabile per le grandezze in oggetto!

Razionalizziamo che abbiamo speso troppi soldi (…) durante le feste ormai alle spalle, che ci aspetta un anno lungo e faticoso, che non prevediamo ponti e ferie a breve, che non è periodo di viaggi (attenzione…) e quindi ci facciamo opprimere dalla tristezza. Detto così ha quasi più senso di una qualunque equazione matematica.

L’origine “dell’equazione” e da essa tra tradizione anti-scientifica che ne deriva, è di uno psicologo inglese (nome volutamente omissis), data 2005, è stato divulgato e se ne è fatta assumere la paternità, a suo tempo, dietro compenso ed è, sostanzialmente, una grandissima trovata pubblicitaria (ed il mio parlarne contribuisce a tutta l’operazione)… o una grandissima cazzata.

Che tristezza (parola quanto mail calzante).

WU

PS. E come non citare, almeno, l’alter ego della data odierna? Il Mr Hide del Blue Monday è il giorno più felice dell’anno: data prevista (dalla solita mitica equazione) fra il 21 ed il 24 Giugno… il solo saperlo mi ha già fatto passare un po’ di tristezza.

Argyle Everglow

Diamante da 2.11 carati. Non pochi, non tanti, sicuramente non tantissimi, ma tutto sommato non sufficienti a fare notizia.

… se non fosse per il suo colore. Siamo davanti, infatti ad un rarissimissimo diamante rosso, il più raro dei rari. Circa una ventina rinvenuti in più di trenta anni.

The colour of pink and red diamonds is the result of an atomic deformity which affects the way light is refracted through the stone. Just 0.03 per cent of the diamonds mined every year across the globe are pink, and an even tinier proportion of these are red.

RedDiamond.png

E non è ancora tutto, il primato della rara gemma rossa va al Moussaieff Red. 5.11 carati di puro rossume diamantato rinvenuto in Brasile nel 1990.

The largest known red diamond is the 5.11-carat Moussaieff Red, which was discovered in the 1990s by a Brazilian farmer, cut into a triangular shape and sold to the Moussaieff jewellery house. Another red diamond belonging to Moussaieff, a heart-shaped 2.09-carat stone, sold in 2014 for £3.4 million: over £1.6 million per carat.

Ovviamente a braccetto con la rarità va il prezzo. In questo caso si parla di asta: partenza 10 000 000$.

Ma

The record auction price for a fancy red diamond is $5 million, paid three years ago in Hong Kong, according to materials distributed by Rio Tinto. That transaction also set the record for the per-carat price, $2.4 million.

Ed il prezzo è destinato a salire dato che:

Rio Tinto’s Argyle mine – which produces 90 percent of all naturally colored pink diamonds – is scheduled to close in 2021

WU

PS. Io comunque preferisco decisamente quelli bianchi.

Il colore del cosmo

E non è nero. Vi preparo.

Anche se sembra una cazzata, il colore medio dell’universo esiste. Tecnicamente è una scoperta. Più precisamente tutta la luce del cosmo ha un suo colore medio be identificato.

RGB: 255, 248, 231. Cosmic Latte, il nome “ufficiale”.

Ancora, non sono numeri a caso. Piuttosto è un caso eclatante di serendipity. Alla Johns Hopkins Univeristy stavano analizzando la luce delle stelle per determinare l’età media delle stelle visibili attraverso un’analisi spettrale.

200.000 galassie esaminate, luce delle varie stelle catalogata e poi… mediata. Il risultato è un discutibile beige (che fa un po’ carta da parati anni ’70). In realtà in origine il colore medio pareva essere una specie di verdastro (cosmic turquoise… ovviamente) a causa di un bug di conversione nel software che aveva il compito di tradurre gli spettri galattici in frequenze luminose digeribili dai nostri occhi.

CosmicLatte

E c’è di più, come sempre. Il colore medio dell’universo cambia nel tempo. Più tendente al blu qualche milione di anni fa quando l’universo era più giovane e con tonalità man mano più calde ora che le stelle stanno invecchiando.

Insomma, quando guardate le stelle ve le potete immaginare tranquillamente come delle piccolissime tazze di cappuccino.

WU

PS. Per la cronaca; la ricerca, quella originaria, ha avuto comunque una conclusione: l’età media delle stelle visibili è attorno ai 5 000 000 000 di anni.

Penne e colori

Beh, non sarà proprio come catturare i sogni (qui), ma ci va molto vicino. E pare, o quanto meno viene percepito come, molto più concreto. Catturiamo i colori, quasi come se fossero una proprietà materiale da poter catturare, imbrigliare ed utilizzare a nostro piacere. In questo caso effettivamente è quasi così.

E’ la magica penna Scribble Pen.

Ora, tanto per fare un po’ il giovane figlio della tecnologia, esistono già app che se puntate su un oggetto sono in grado di captare esattamente il colore inquadrato e restituirti la sequenza RGB da utilizzare nel puntatorino per fare un disegno sul vostro smartphone con linee esattamente di quel colore.

La cosa, già abbastanza affascinante, rimane comunque confinata allo schermo di un telefono… fino all’avvento della Scribble Pen che praticamente introduce lo stesso concetto, ma su un bel pezzo di carta. Il che fa tutta un’altra scena…

Praticamente basta avvicinare per un paio di secondi la penna “magica” ad un oggetto per “rubargli il colore”; un po’ come rubargli l’anima, anche se fortunatamente poi l’oggetto non diventa di uno scialbo grigio come nelle migliori storie di fantasia…

La penna, dopo aver campionato il colore, grazie ad una cartuccia d’inchiostro ricaricabile ed una micro pompa “intelligente” (ovvero controllabile elettronicamente), offre la possibilità di trasformare il colore rilevato in reale inchiostro. Il principio non è particolarmente innovativo (ormai), ma di certo affascinante il fatto di averlo trasferito da un touchscreen al mondo reale.

Il fatto che l’inchiostro sia praticamente indelebile, che la penna vada bene anche per tavolozze virtuali e che si ricarichi via USB (con circa 15 ore di autonomia) completano il pacchetto.

… in offerta a 249$ … E questo la rende molto reale.

WU

PS. Ovviamente è una novità 2016…