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Pyramiden: città fantasma 79° parallelo

A nord, ma tanto a nord. Nelle Svalbard esiste(va) un posto. Un posto che ha una storia, un posto che testimonia il nostro passaggio, un posto che ha oggi il sapore del tempo.

Pyramiden (il cui nome deriva da una montagna di forma vagamente piramidale che sovrasta l’area) è un insediamento fondato da minatori svedesi nel 1910. Il passaggio di mano ad una compagnia mineraria russa avvenne nel 1927 e da li, di passaggio in passaggio (neanche fosse un’utilitaria) l’insediamento è passato ad altre compagnie russe fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1998.

Al suo apice, fra gli anni ’60 ed ’80, l’insediamento arrivò ad ospitare fino a 1000 persone ed era dotato di tutti i comfort: piscina riscaldata, stalla, palestre, biblioteche, cinema, teatro e bla bla bla.

Ma c’è di più; il luogo, pur essendo in territorio norvegese, era un emblema della Russia (ed ancor prima dell’URSS) stessa, ma qui vi si poteva accedere senza necessità di particolari procedure e visti. Era praticamente un assaggio di Russia liberamente visitabile (a patto di andar lassù, a due passi dal polo nord…) e doveva quindi dare l’impressione della potenza della madre patria; motivo per cui fu dotato di ogni comfort (inclusa a buon diritto una sede del KGB ed il busto di Lenin più a nord del mondo).

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E sullo “sfondo” del posto c’era il vero motivo per cui la gente si trovava a vivere in un luogo così remoto. Il carbone. Circa 9 milioni prodotti fra il 1995 ed il 1998 e circa 6 milioni necessari al sostentamento della stessa Pyramiden durante il suo periodo di operatività. Ma come tutte le cose (ed a maggior ragione le risorse fossili) anche il carbone era destinato ad esaurirsi e quando l’estrazione mineraria divenne troppo impegnativa e poco remunerativa i giacimenti furono abbandonati e con essi la città.

Ma, a parte furti ed atti vandalici, il clima molto rigido, l’umidità bassa e la poca frequentazione umana stanno mantenendo questo posto come una specie di capsula del tempo che potrebbe tranquillamente sopravviverci.

Arriviamo ai giorni nostri. La storia di Pyremiden non è affatto finita. Dal 2011 la Russia ha visto in questo posto il business del turismo (ehmmm, poche strade parallele e perpendicolari ed edifici stile siberiano, tanto per intenderci). Attualmente l’insediamento è ambientato da 6 persone in pianta stabile (e vorrei sapere come si trovano a vivere solitari in questo ambiente spettrale…) e sono in fase di recupero alcune strutture della città, compreso un albergo, una caffetteria ed un piccolo museo.

Insomma, finito il periodo dello sfruttamento minerario sottoponiamo il posto allo sfruttamento turistico (anche se non lo definirei proprio un turismo di massa, vedo comunque che in rete è pieno di siti che consigliano come viaggiare da queste parti) … in fondo sensato, considerando che siamo già li a rompere le balllls.

Abbandonato ed inospitale: intrigante .

WU

PS. Ed ovviamente:

La Guerra fredda in questo luogo non esisteva. [Cit.]

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Orologio dell’apocalisse

Che ore sono? Cioè: quanto manca alla fine del mondo? Non che ogni volta che chiediamo l’orario (no, se lo leggiamo da soli non vale 🙂 ) pensiamo che il mondo stia per finire, ma in base al periodo ed alle persone ci potrebbe essere un doppio scopo…

Allora, nel 1947 (in piena Guerra Fredda) i membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas) hanno inventato un orologio la cui mezzanotte rappresenta simbolicamente la fine del mondo ed i minuti che ad essa mancano danno una misura del rischio che stiamo correndo. Diciamo che è una specie di misura del tempo che manca a concretizzare il giorno del giudizio, in origine inteso come una catastrofe mondiale autoindotta. Ovviamente per la natura stessa dell’orologio crisi troppo brevi e veloci non vengono neanche registrate: meno male.

L’orologio in questione è stato mosso fin’ora ben 21 volte sia in avanti (ci stiamo avvicinando, si salvi chi può) sia indietro (disfate pure le valide e dissotterrate i bunker). Ogni spostamento ha fatto seguito allo sviluppo di armi nucleari, accordi e disaccordi politici, cambiamenti climatici, sviluppi tecnologici potenzialmente letale, etc.

Gli estremi delle lancette sono stati i 17 minuti del 1991 (l’anno in cui USA ed URSS firmarono gli accordi per la riduzione della armi di distruzione di massa, l’anno del definitivo collasso dell’Unione Sovietica) ed i soli 2 minuti del 1953 (anno in cui sia USA che URSS si sono dotate di bombe ad idrogeno e la guerra fredda era più viva che mai).

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Dal 2016 l’orologio segna soli 3 minuti a mezzanotte (come nel 1983 quando USA e URSS si rinttuzzavano malamente). E la decisione del Science and Security Board del Bas per questo 2017 è di spostarlo in avanti di 30 secondi.

For the last two years, the minute hand of the Doomsday Clock stayed set at three minutes before the hour, the closest it had been to midnight since the early 1980s. In its two most recent annual announcements on the Clock, the Science and Security Board warned: “The probability of global catastrophe is very high, and the actions needed to reduce the risks of disaster must be taken very soon.” In 2017, we find the danger to be even greater, the need for action more urgent. It is two and a half minutes to midnight, the Clock is ticking, global danger looms. Wise public officials should act immediately, guiding humanity away from the brink. If they do not, wise citizens must step forward and lead the way. See the full statement from the Science and Security Board on the 2017 time of the Doomsday Clock.

Tensioni fra tra USA e Russia, perdurare dei conflitti in Ucraina ed in Siria, attriti Russia-Turchia, modernizzazione degli arsenali nucleari di “paesi a rischio” (leggi Corea del Nord, qui), anno più caldo dal 1850, record di gas serra ed amenità simili lasciano immutato e molto alto il rischio della fine del mondo.

In attesa dei dodici rintocchi.

WU

PS. Mi chiedo solo se, nello sventurato caso del doomsday, faranno in tempo a far scoccare la mezzanotte prima che sia troppo tardi anche per loro stessi.

Century Camp

Facciamo un po’ di complottismo. Ma poi neanche più di tanto; dato il periodo storico in cui viviamo le notizie che seguono non mi sorprendono più di tanto… almeno finché non si inizia a parlare di alieni.

Correva l’anno 1959, piana Guerra Fredda, e mentre gli URSS avevano Cuba per poter lanciare missili balistici nucleari sul territorio americano, gli Americani non avevano nulla. E come sappiamo la cosa non va assolutamente a genio ai nostri compari d’oltreoceano.

Allora c’era la Groenlandia, sufficientemente vicina al territorio russo e sufficientemente deserta da non destare troppe domande. Il fatto che non era territorio americano poteva essere un problema secondario.

2000 m sul livello del mare, nel nord ovest dell’isola, gli USA si decisero ad istallare la loro nuovissima e segretissima base militare con lo scopo ufficiale di

to test various construction techniques under Arctic conditions, explore practical problems with a semi-mobile nuclear reactor, as well as supporting scientific experiments on the icecap.

Il risultato? 3 km di tunnel sotto il ghiaccio, 200 “abitanti” (in realtà il termine è molot appropriato dato che nella base c’erano anche ospedali, negozi, teatri, etc. etc.). Ed ovviamente un reattore nucleare.

Testate nucleari, pare, mai. Il motivo fu che dopo un paio d’anni di ricerche gli americani si accorsero che il movimento del ghiaccio era molto più veloce di quanto si aspettassero ed i tunnel della base erano a rischi crollo. Il progetto terminò nel 1966 con l’evacuazione degli abitanti e la rimozione del generatore nucleare.

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E questa è la storia. Ma la storia continua anche senza l’uomo ad abitare quei tunnel. Nel 1966 la base era coperta da 35 m di ghiaccio e tutti (gli Americani) erano confidenti (o si fecero convincere in virtù di motivazioni economiche che posso facilmente immaginare) che il ghiaccio avrebbe sepolto e nascosto tutto ciò che rimaneva della base. E ciò include, a parte il segreto militare, anche le scorie radioattive, gasolio, acque di scarico ed amenità varie. Beh, c’è da dire che “riscaldamento globale” non era neanche un termine sensato alla fine degli anni ’60.

Bene, oggi i metri di ghiaccio che celano il tutto si sono ridotti da 35 ad 8 e se il trend del riscaldamento climatico globale resta quello attuale, entro il 2090 avremo tutto alla luce del sole. Soprattutto considerando che oggi le abbondanti nevicate riescono a ricomporre un po’ dello strato di ghiaccio, ma la cosa è destinata a non continuare oltre questo secolo.

Retroscena militari a parte la questione sicurezza dell’impianto dismesso è tutt’altro che chiusa. Seppellire il passato, invece che risolverlo, è difficilmente una buona idea. Ed il fatto che i cambiamenti climatici/ambientali generati da una generazione possano essere il problema di un’altra è la cosa che mi inquieta di più.

WU

PS. Ed a completare l’alea di mistero della base e tutti gli occultamenti che sono stati fatti (a scapito dell’ambiente):

Details of the missile base project were secret for decades, but first came to light in January 1995 during an enquiry by the Danish Foreign Policy Institute (DUPI) into the history of the use and storage of nuclear weapons in Greenland.

The Secret of Apollo

As usual, it is not my intention to spoiler any book, above all because I’m probably not able to do it at all. Anyway, I stumbled on this book. Well, let’s say … parts of the book since I haven’t read it carefully, in an anthology way. Ok, ok, skipping the part of my useless digressions, let’s come back to the book of “Systems Management in American and European Space Programs”.

The management-by-objectives strategy worked reasonably well for managers overseeing individual knowledge workers, but it did little to coordinate the efforts of scientists and engineers on large projects, on which experts organized (or disagreed) along disciplinary lines and could form only form temporary committees for the exchange of information. […] Scientists and engineers found that they needed some individuals to coordinate the information flowing among working groups.

These sentences ratify the born of the figure of “system engineer” to coordinate the design and the changes of a program.

This study examines how scientists and engineers created a process to coordinate large scale technology development and how managers and military officers modified and gained control of it.

And from system engineers to system management; where,

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System management as the core of the whole production process, to coordinate aerospace (in the begin) R&D institutions. This leads to the concept of technical coordination managers (to control the resources required to produce a new system), but also to the the concept, still idealistic today for the largest part of situations, of “flexible organization”, the leaning organization.

For organizations to learn, to adapt, and to sustain adaptions, they must have processes that are both flexible and durable.

IMHO wording like cross.cultural and cross-organizational are now just buzz words, they lost their true meaning without never acquiring it. Anyway the book gives also a different vision of the impasse of the worldwide aerospace industry.

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The concept of bureaucracy for innovation, born for sure with the most noble origins, is, probably, one (the major?) of the causes of the ruin of aerospace (only?) industry.

WU

Stanislav Petrov

Raccontiamoci quest’altra storia. La storia di un’altra di quelle persone che (forse) non conosciamo e che comunque non fa parte della memoria storica collettiva, ma che purtuttavia porta sulle spalle un po’ il destino di tutti noi.

Colonnello dell’Armata Rossa, nell’Unione Sovietica ai tempi della Guerra fredda non fu quello che si dice un soldato modello volendo dare al termine l’accezione di “un burattino che eseguiva pedissequamente gli ordini”.

Correva l’anno 1983. Il 26 settembre più precisamente. Attorno alla mezzanotte il nostro colonnello era di guardia presso la stazione radar di Serpukhov-15, vicino Mosca.

Erano gli anni in cui la guerra fredda era all’apice. In cui il terrore del conflitto nucleare teneva svegli la notte. In cui un jet civile coreano (con 269 persone a bordo VISTO ed affiancato da chi sganciò la bomba) veniva abbattuti per aver violato lo spazio aereo sovietico. In cui vigevano rigidi e catastrofisti protocolli militari che dicevano “se avete dubbi: bombardate”.

I radar della stazione diffusero il messaggio che nessun ufficiale avrebbe voluto vedere: “Missili termonucleari americani in arrivo. Colpiranno il territorio dell’Urss nel giro di 30 minuti”. A me gela ancor ora il sangue nelle vene al sol pensiero e posso solo immaginare come si sia sentito il nostro colonnello davanti a quell’annuncio.

La procedura in questi casi, neanche a dirlo, prevedeva di rimandare al mittente pari dono. Per cui il compito del colonnello era “aprire il fuoco”. Con buona pace della terra e dell’umanità come la conoscevamo (e conosciamo).

Ma fortunatamente almeno i colonnelli i russi li sapevano scegliere (di certo non lo facevano tramite colloqui o test psicoattitudinali) e Stanislav non premette prontamente il “bottone rosso”.

Nei minuti che seguirono la mente del colonnello fu un fremito di idee ed emozioni. Incredulo che il nemico avesse davvero fatto quel passo puntò il dito sul sistema di controllo radar. Doveva essersi sbagliato. Rifiutò la procedura e scommise sulla verifica del software. Il sistema continuava a dare i missili come in arrivo. Bisognava dare l’allarme oppure fidarsi del proprio istinto (durante una guerra praticamente tutta psicologica).
Gli addetti del posto di controllo dovevano esser paralizzati ed in attesa di un cenno da parte di Petrov.

Lui continuò con i suoi nervi fermi ed il suo istinto (fortunatamente). Giù di controlli software da farsi superando livelli e livelli di protezione, con l’angoscia di chi forse si sta sbagliando ed a cui restano pochi minuti di vita (scena degna dei migliori film action).

Deve esser stata la mezz’ora più lunga della sua vita; uno di quei momenti per cui vale la pena vivere ed aver vissuto.

La storia gli diede ragione. Nessun missile targato Reagan cancellò l’Urss quella sera (e mai finora). Il sistema di controllo era stato ingannato dai riflessi di luce sulle nubi (un baco effettivamente un po grossolano…).

Non arrivò nessuna medaglia o menzione di merito (anzi, fu richiamato per non aver eseguito gli ordini), e solo all’estero, anni dopo la fine della guerra Petrov ricevette i meritati riconoscimenti. Un eroe umile (che pare un gracile vecchietto nelle foto) che non ha bisogno di qualche pezzo di carta o di metallo per sentirsi Uomo.

WU

PS. Chissà come si vive e come ci si sente ad esser coscienti di aver salvato (questa) umanità.

PPSS. Non metto link specifici, vi basta googlare il nome del colonnello per vedere come ora più o meno tutti gli siamo grati…

Needle rain

Negli anni ’60, quando lo spazio era una cosa seria le missioni si facevano veramente (incipit da nostalgico dell’era del boom spaziale, …tanto ormai l’avrete capito che sono in qualche modo space-oriented), il governo degli Stati Uniti si mise in testa di provare metodi di comunicazione passivi nello spazio. E visto che non stiamo parlando degli odierni carrozzoni industriali vacui e farraginosi, nel 1961 e nel 1963 (in piena Cold War paranoia) lanciarono le due missioni del progetto West Ford. Obiettivo: portare in orbita 480 milioni (480000000!) di aghetti di rame super sottili (17.8 x 0.0178 mm) che dovevano essere riflettori per le trasmissioni in banda X (attorno agli 8 GHz). In tutto nel quadro più ambizioso di creare un anello radio-riflettivo attorno alla Terra (inutile a dirlo per mettere gli US in grado di comunicare a lungo raggio, e senza l’utilizzo di vulnerabili cavi, nel caso dell’imminente guerra con la Russia).

Wow, ma. La prima missione del progetto fu un fallimento a causa di errori nel disegno degli aghetti e di effetti termici non propriamente considerati che impedirono la dispersione degli aghetti individualmente. La seconda missione fu solo un successo parziale; furono rilasciati solo (!) 120-215 milioni di aghetti.

Sia le orbite operative sia la forma degli aghetti furono scelte per avere un rapido rientro nell’atmosfera (per i più tecnici principalmente a causa della pressione di radiazione solare) e quindi non andare a produrre milioni di detriti. Oggi circa 144 detriti sono catalogati come appartenenti al progetto, principalmente i dispenser degli aghetti (46 ancora in orbita, inclusi alcuni ancora pieni) e si stima che solo il 20-25% di tutti gli aghi (troppo piccoli per essere tracciati da terra, ma comunque oggetti che viaggiano a qualcosa attorno ai 7 km/s!) siano stati correttamente rilasciati. Aggiungo anche che l’inquinamento causato da questa popolazione di aghetti non è solo di natura “fisica” (di sicuro attorno alla Terra orbita tanta spazzatura, gli aghetti non saranno quelli più pericolosi o più rilevanti, ma di certo quelli con una delle storie più strane), ma anche ottica e radio.

Dal 1989 NASA e JPL lavorano al tracciamento di detriti dell’ordine di 2-3 mm e pare che tutt’ora esista una nutrita ed opulenta popolazione di detriti di tali dimensioni in orbite compatibili con il progetto West Ford: molto probabilmente dei nugoli di aghetti…

Oggi è probabile che una parte degli aghetti sia effettivamente deorbitata (troppo piccoli per bruciarsi nell’atmosfera forse sono sepolti sotto i ghiacci polari), parte è ancora in orbita attorno alla Terra (probabilmente in forma di mucchietti) e parte è rimasta nell’orbita originaria (probabilmente attorno ai dispenser o al satellite che li ha portati in orbita).

Fallimento quasi completo: il principio di comunicazione globale a lungo raggio può funzionare, ma è richiesto un anello di dipoli molto più denso. In teoria.

WU

PS. Da West Ford in poi prima di lanciare nello spazio un esperimento che può causare “potentially harmful interference with activities of other State Parties in the peaceful exploration and use of outer space” è necessaria l’approvazione delle Nazioni Unite. La rete è piena di articoli più o meno seri e complottisti a riguardo: qui e qui due a mio avviso ben fatti. E qui un report di uno studio sul destino di questi space-needles.