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Effetto Flynn

Pare, anche se non me ne accorgo affatto, che stiamo diventando sempre più intelligenti.
E non lo dico (me ne guardo bene) perché l’ho rilevato personalmente (anzi…), ma perché pare che sia un vero e proprio effetto interculturale mondiale, l’effetto Flynn.

Il nostro QI sta aumentando ed è un trend che è stato rilevato in vari paesi, in maniera progressiva, di circa 3 punti per decennio. La “scoperta” (ad opera di J.R. Flynn professore di studi politici neozelandese) data all’incirca gli anni ’80 del 1900; gli USA hanno “guadagnato” 13 preziosi punti dal 1938 al 1984.

Migliore alimentazione (mens sana in corpore sano), migliore scolarizzazione, migliore sanità, migliore ambiente sociale, migliore ambiente culturale, migliore familiarità con strumenti tecnologici, e cose del genere sono sicuramente alla base di questa nostra progressiva “intelligenza”.

Ma ovviamente rimaniamo nel campo dello speculativo, rimaniamo con in mano una serie di dati che possono far gridare al “fenomeno” se letti in un certo modo (tanto il fatto che in base allo scopo della ricerca i dati, soprattutto quelli raccolti da vasti campioni sperimentali, possano essere utilizzati alla bisogna è cosa ben nota), ma che comunque non ci forniscono una prova scientifica dell’ “effetto”. Anzi, si è addirittura rivelata una inversione di questa tendenza all’intelligenza nei paesi più sviluppati (che mostrano ira valori medi del QI uguali, se non inferiori, a quelli di molti anni fa), mentre la tendenza continua imperterrita nei paesi in via di sviluppo dove il QI medio è ancora basso.

FlynnEffect.png

Che il troppo stroppi? Che il benessere abbia come conseguenza un peggioramento del nostro livello intellettivo? Che l’iperconessione dei paesi più sviluppati abbia effetti negativi misurabili anche da questo? Lasciamo per il momento perdere la coerenze e la completezza dei dati sperimentali raccolti e la loro valutazione…

Mi pare di aver letto di recente (e se mi volete correggere nella paternità della citazione, sono abbastanza confidente che non lo farete nel senso della frase) che S. Hawking ha “candidamente” affermato qualcosa del tipo

” chi si basa/vanta del suo QI è un perdente in partenza”

Assolutamente d’accordo

WU (dal QI inenarrabilmente basso)

PS. Ovviamente l’ “effetto” non fa il paio con nessun amento/miglioramento di nessun altro test di materie scolastiche che non dimostrano un effettimo aumento di intelligenza delle nuove generazione rispetto alle vecchie.

Forse la corretta lettura di tale “fenomeno” è solo che fattori ambientali possano influenzare il QI medio di una popolazione.

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Cotone fulminante

Mettiamo insieme cellulosa, acido nitrico ed acido solforico (ovviamente tutte cose abbiamo sotto mano in questo momento), quello che otteniamo è un composto esplosivo ben noto come trinitrocellulosa (nitrocellulosa ad alto contenuto di azoto).

Precursore della dinamite l’esplosivo è in giro del 1845 ed ha dato vita ad una pletora di derivati più o meno stabili e quindi di successo.

E’ un esplosivo in qualche modo controllabile e versatile ed il suo essere noto, fabbricabile, gestibile da lungo tempo negli usi più disparati (flash delle prime macchine fotografiche, propellente delle cartucce nelle armi da fuoco, trucchi di magia, etc.) ha anche consentito il sedimentarsi nella lingua (beh, non proprio quella di tutti i giorni) della contrazione delle due parole; cotone fulminante è quello che chiamiamo in gergo (??) fulmicotone.

Espressione decisamente dal sapore retrò, di non largo uso, di non facile contesto, ma ovviamente (IMHO) bellissima. Qualcosa al fulmicotone è qualcosa di brillante, velocissimo, esplosivo, impetuoso, dotato di grande potenza.

I soci del Gun Club, associazione americana di artiglieri con sede a Baltimora, annunciano di aver inventato un cannone capace di sparare un proiettile in grado di raggiungere la Luna. Il progetto prevede che il proiettile sia di forma sferica, costruito in alluminio, e che il dispositivo di lancio, un’enorme bocca in ghisa scavata nel terreno, utilizzi come detonatore il Fulmicotone (o Nitrocellulosa). Mentre i più illustri scienziati discutono la questione, da tutto il mondo piovono sottoscrizioni per finanziare l’impresa.
[Jules Verne, Dalla terra alla luna, 1865]

Affascinato; giusto il tempo di incantarmi in un’altra giornata al fulmicotone (ma, purtroppo, solo nel senso di oberata da impegni, non di brillante).

WU

Frankly, my dear, I don’t give a damn

Frankly.png

[Gone with the wind – 1939]

Rhett Butler che da il suo ultimo saluto alla sua Rossella O’Hara mentre si accinge a lasciarla.

Dove andrai? Cosa farai? In fondo, cara, chi se ne frega.

Una di quelle frasi memorabili per il contesto in cui viene recitata e sufficientemente profonde da trovarne milioni di altri contesti calzanti (anche a distanza di quasi un secolo, dimostrando, se vogliamo, che con il tempo la morale cambia, ma l’animo umano molto meno). Non è un caso che sia praticamente l’epilogo di un rapporto, la dimostrazione che la relazione è finalmente superata e può pertanto esser vissuta (o deliberatamente non vissuta) in maniera più sana.

Purtroppo infischiarsene è anche un ottimo scudo per non fare. Non ci infischiamo di qualcosa solo avendolo superato, ma anche ignorandolo e basta. I problemi sociali, umani, politici, economici, etici, morali, etc. etc. tendono purtroppo a coinvolgerci solo qualora ci toccano da sufficientemente vicino. No, in questi casi non ce ne stiamo infischiando, lo stiamo ignorando.

Caliamo la frase nella giusta prospettiva e non riempiamoci la bocca simulando un’indifferenza che sa di disinteresse solo come paravento. Non è necessario svuotare di significato frasi così profonde solo per infarcire frasi fatte di menefreghismo.

Francamente, mia cara, me ne infischio (o purtroppo no).

WU

PS. Nell’elenco (e non proprio in ultima posizione…) delle 100 battute cinematografiche più memorabili di tutti i tempi secondo l’American Film Institute. Anche se il suo debutto sul grande schermo ha avuto una genesi abbastanza travagliata:

Rhett Butler’s “Frankly my dear, I don’t give a damn” was nearly cut because it didn’t meet the industry’s standards at the time. “It is my contention that this word as used in the picture is not an oath or a curse. The worst that could be said of it is that it’s a vulgarism,” the movie’s producer, David O. Selznick, argued.

Autostima femminile

L’autostima, l’autostima, sempre l’autostima, non se ne può più di questa maledetta autostima, diceva mio marito (ex) Jacopo. Gli dava sui nervi la parola, quella velleità psico-scientifica. Ma voi (io e le mie amiche), voi lo direste che Giovanna D’Arco si autostimava? E Giuditta mentre tagliava la testa di quello là? E Lucrezia Borgia mentre faceva fuori i suoi amanti?

C’era una parola che definiva benissimo la cosa: orgoglio. La storia era piena di donne orgogliose, Cleopatra, Caterina di Russia, matrone romane, poetesse, che ne so. Pieno. Autostima era una parola da poveracce, da casalinghe: autopulente, autofriggente, autosmacchiante…

[Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti]

Sono inciampato su questo pezzo e ne sono rimasto affascinato. In questa epoca in cui il femminismo è una moda ed il femminicidio una notizia ci siamo forse dimenticati che la responsabilità delle ancora esistenti (ahimè) differenze di genere (e se volete possiamo generalizzare, ma cerchiamo di finire un sentiero prima di intraprendere un altro).

Non illudiamoci che serva sentirsi migliori per esserlo, non illudiamoci che basti alzare la voce per essere ascoltati o sensibilizzare per essere protetti. Serve essere coscienti dei propri limiti e delle proprie differenze e serve sapere a cosa si va incontro. Con orgoglio.

Uomini e donne sono diversi e devono sentirsi diversi, non migliori/peggiori dell’altro, ma ciascuno peculiare e caratteristico e non farlo per “stimarsi” agli occhi dell’altro, portando avanti una bandiera inesistente, bensì perchè effettivamente credono (da cui l’orgoglio di dimostrarlo) di essere speciali.

WU

PS. Ad essere onesto avevo elucubrato su questo pezzo per l’amata/odiata festa della donna, ma proprio per evitare di suonare routinario, uguale, convenzionale, ho preferito aspettare qualche giorno per mettere queste considerazioni fuori dai panieri della ricorrenza.

Dis-uguali

Le masse saranno sempre al di sotto della media.

La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci.

Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo ed il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.

L’adorazione delle apparenze si paga.

[Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo, 1871]

WU

PS. Per il ciclo “profezie distopiche non difficili da realizzarsi”, anzi, per molti aspetti le stiamo già vivendo. Si, si può calare il concetto nella sfera della politica (fin troppo facile in questi giorni), del femminicidio, dei finti percorsi di carriera, degli scolari irrispettosi dei docenti, del tranto/troppo arrivismo lavorativo, della ormai consolidata assenza di gavetta e dell’ignoranza nel senso più lato del termine; ma la verità è che non abbiamo davvero più rispetto per la dis-uguaglianza.

Essere diversi non è un male (senza che ciò sfoci nel classismo), è la fonte da cui possiamo imparare e crescere. No, forse non sempre siamo tutti uguali. Ricordiamocene.

PPSS. Ed è agghiacciante il fatto che il trafiletto sopra dati 1871!

Ne quid nimis

La secca legge dell’arte è questa: ‘Ne quid nimis’, niente più del necessario. Tutto ciò che è superfluo, tutto quello che possiamo sopprimere senza che la sostanza ne risenta, è contrario all’esistenza della bellezza. [José Ortega Y Gasset]

In questa lunga-lunghissima settimana di preparazione al giorno X delle elezioni politiche italiane, io, che non sono un politofago ed un talk-show compulsivo, ne ho sentite di cotte e di crude. E’ proprio il caso di dirlo.

Ho sentito parlare a sproloquio, promettere con la coscienza di mentire (e magari con la speranza di non essere scoperti) e promettere convinti di poter realizzare almeno una parte delle parole che areavano bocche di questa o quella fazione.

Ho visto facce giovani e vecchi tromboni; ripescati, volta-bandiera, fedelissimi (pochi). Ho visto correnti, fazioni, coalizioni, grandi coalizioni e iper-mega-inciuci (e come odio questa parola).

Una cosa non ho visto e men che meno sentito: il minimo. Non ho sentito frasi brevi e concise, magari non pronunciate a voce alta per imporre la propria idea sull’interlocutore o per ergersi a trainatore di folle. Non ho sentito concetti chiari e concisi. Non ho sentito programmi elettorali con pochi e chiari punti. Non ho sentito il necessario, ma tutto il soverchio.

Sono, come l’Italiano medio, un disilluso della politica, ma il semplice fatto che ne parlo tradisce questa corazza che mi vorrei mettere addosso. Sono ancora qui, con un voto (che non vorrei arrendermi a lasciare nel purgatorio dei voti inespressi) in bilico, cercando il necessario fra montagne di chiacchiere.

Parafrasando Bobbio, “Nulla rischia di uccidere la democrazia più che l’eccesso di democrazia” (per me una frase che dovremmo tutti stamparci a chiare lettere ed inquadrettarci sul comodino), direi che “Nulla uccide di più la politica che l’eccesso di politica”. E senza “rischia”.

E’ solo una conferma che la politica non è un’arte.

WU

PS- E non parlerò, giurin-giuretto, più di politica per queste elezioni, indipendentemente dall’esito post-elettorale.

Sogno Matrioska

Ho analizzato altri tipi di sogni. Dopo il Trisogno ho studiato il Quadrisogno e il Polisogno. E’ stata una ricerca deludente. Se più di tre persone fanno lo stesso sogno, nasce un partito politico, o una setta satanica, o un’associazione di Psichiatri Canoisti, ma non ne deriva nulla di profetico.

Ho trovato molto più interessanti altri tipi di sogni, ad esempio il sogno erotico Pink e quello Blue. In quello Pink si hanno polluzioni notturne, respirazione affannosa, e rimpianto quando ci si sveglia. Invece nel sogno erotico Blue si resta per tutta la vita innamorati della persona sognata. La persona può anche essere un volto sconosciuto e che non incontreremo mai, ma spesso è una persona che non c’è più, che rivediamo e ribaciamo et cetera. Il risveglio è assai doloroso.

Ma ultimamente le mie ricerche sono rivolte al sogno Matrioska, in cui si incastrano una dentro l’altra diverse fasi oniriche. Cioè si sogna il risveglio poi ci si accorge che siamo ancora dentro al sogno poi ci si risveglia credendo di tornare alla realtà invece siamo ancora nel sogno et cetera.

Se questo meccanismo si ripete più di centouno volte, allora vuol dire che siamo morti.

[…]

Capita di svegliarsi e non sapere dove si è. La morte è tutta qui,

[Cornelius Noon, Libro dei labirinti onirici]

WU

PS. Sempre spulciando fra le pagine di Prendiluna e facendo seguito a notti insonni e labirinti onirici.

PPSS. Molto romantico un sogno Blue per “festeggiare San Valentino” (mi scuso in anticipo per questa locuzione). Chissà quali postumi lascerebbe.

PPPSSS. Fin troppo facile la trasposizione cinematografice del Sogno Matrioska in Inception e quella musicale (segnalataci qui) in Abate Cruento.

Quanti grattacapi che non merito ora. Quanti milioni di milardi di problemi in un sogno.