I lucani, a piedi nudi

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WU

PS. Ho molto poco da aggiungere a queste parole. Mi ci rispecchio, non c’è che dire, e di certo ne me ne vergogno ne me ne vanto. Lucano, ecco tutto.

PPSS. beh, ho tradito un altro quanto di info circa le mie origini…

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Pinocchio a crepapelle

mangiare a crepapelle
ridere a crepapelle
lavorare a crepapelle (beh, questo non l’ho ancora sentito)

Sono detti che ascoltiamo ed usiamo un po’ tutti quotidianamente. Ieri, per puro caso, mi ha colpito la parola crepapelle. Dal suono non particolarmente piacevole (pronunciata poi da chi ha la r moscia suona anche peggio…), un po’ stereotipata, quasi involuta. Parola che difficilmente (mai?) si ascolta isolata, ma praticamente sempre in una locuzione fatta.

L’etimologia è abbastanza semplice; composta da crepare e pelle mette insieme la rottura di un organo a seguito della smodatezza dell’azione. Magiare/ridere/parlare/quellochevolete moltissimo, smodatamente, fino a scoppiarne, fino a rompersi la pelle.

Pare che storicamente fu Collodi (si, quello di Pinocchi, al secolo Carlo Lorenzini) a farla nascere dalla sua penna. Nelle avventure di Pinocchio leggiamo, infatti:

[…] Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse [p. 124 modifica]una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettò un’ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allora riprese colla solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e colle gambe ritte su in aria.

Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.

[Le avventure di Pinocchio, cap 20]

L’episodio ebbe una diffusione così vasta che in breve “ridere a crepapelle” divenne l’espressione proverbiale di “ridere fino a scoppiarne” definendo la genesi del termine crepapelle.

Un modo come un altro per ricordarmi di ridere più spesso.

WU

PS. Chissà poi perché proprio la pelle (beh, di certo organo coinvolto nelle varie azioni che ne prevedono la cepatura, specialmente per un serpente), ma sarebbe potuto essere crepatesta, crepamani, crepapolmoni, crepacuore (no… questo esiste… anche se con accezione leggermente diversa…).

La currea

La cintura, in genere di cuoio (ricavata da pelle e scarti di lavorazione), quella che regge i calzoni, ma che all’uopo può esser usata per minacciare (più che colpire) i figli monelli o disobbedienti: la correa.

Curreja, o correja, nelle lingue latine ed in spagnolo: lo correa.

I lavoranti dei pellami per conto terzi son soliti usare gli scarti delle lavorazioni per fabbricarsi piccoli oggetti, come la cintura. Il proverbio sottolinea che ad amministrare il patrimonio degli altri, prima o poi qualcosa si guadagna

La currèa, curreja, o correja, cintura, deriva da latino corrigĕre, molto simile (direi la stessa radice…) a correggere e non è appunto un caso che la curreia fosse adoperata come strumento (più che altro deterrente) per correggere i figli disobbediente.

Un paio di detti (napoletani, neanche ci fosse il bisogno di dirlo) che la vedono protagonista:

  • Nun saccio chi è cchiu scemo, se a volpe o chi a currèa. (Non so se è più stupida la volpe o chi la rincorre). Currea in accezione di rincorrere. E’ più stupida l’utopia o chi la rincorre? A volte affrontare situazioni troppo al di là delle nostre possibilità, ci rende agli occhi degli altri dei perfetti imbecilli.
  • A copp’ ô ccuorio, esce ‘a currea. (La cintura si ricava dalla pelle). I lavoranti di pellami usavano riutilizzare gli scarti di lavorazione (materia prima non loro, ovviamente) per fabbricarsi piccoli oggetti per uso personale, come ad esempio la cintura. Ad amministrare il patrimonio degli altri prima o poi qualcosa si guadagna.

WU

PS. La genesi, quasi ovvia, dello spettacolo odierno è da ricercarsi nei seguenti versi che mi canticchio in mente in questi giorni in cui la mia soglia di pazienza si mostra irrispettosamente (nei miei confronti, intendiamoci) bassa.

Siente fa’ accussì nun da’ retta a nisciuno
fatte ‘e fatte tuoie
ma si haje suffri’ caccia ‘a currea
siente fa’ accussì
miette ‘e creature ‘o sole
pecché hanno sape’ addo’ fa friddo
e addo’ fa cchiù calore.

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

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E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

Lippis et tonsoribus

Proscripti Regis Rupili pus atque venenum
hybrida quo pacto sit Persius ultus, opinor
omnibus et lippis notum et tonsoribus esse.
[Orazio, Sat. 1.7]

“lippis et tonsoribus” è una di quelle locuzioni che non si sentono tanto spesso, ma che sarebbe il caso di rispolverare. Per tanti motivi, se non altro per evitare di dire “lo sanno cani e porci”.

Letteralmente “dai miopi e dai barbieri”, Lippis et tonsoribus è una locuzione usata in associazioni ad una notizia, cosa risaputa, nota ed arcinota, da tutti, ma proprio da tutti.

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L’etimologia è un misto fra il luogo comune dei barbieri che spettegolano (contribuendo quindi alla divulgazione di un dato fatto, cosa che anche ai giorni non credo sia cambiata… anche se confesso di non essere un assiduo frequentatore di barbieri…) e dei miopi. Che centrano i miopi? Effettivamente sarebbe una traduzione leggermente inesatta; cisposi forse starebbe meglio. Si rifà al fatto che costoro erano un tempo costretti a stare al sole con una pomata spalmata sugli occhi non potendo fare molto altro se non che spettegolare.

La frase sta benissimo anche con accezione scherzosa o paradossale; un po’ come una cosa che si vocifera ma che è in fondo e ben nota a tutto l’universo mondo. Un antesignano del classico segreto di Pulcinella.

Evito il pippone personale sui pettegolezzi e la divulgazione “piratesca” di notizie (… tanto meglio se fake) con una punta di rassegnazione sul fatto che sia praticamente inevitabile. Meglio imparare a distinguere l’affidabile dall’inaffidabile, sia che provenga da lippis che da tensoribus (oltre che dal vicino di casa o di social, ovviamente).

WU

PS. Sto valutando di modificare il sottotitolo del blog da “loitering on odds and ands” a “lippis at tensoribus notum”…

Negoziare

Non si deve mai negoziare per la paura, ma occorre non aver mai paura di negoziare.

[J. F. Kennedy]

Mettiamo che abbiate un disperato bisogno di… una noce. Così, tanto per dire una cosa a caso che non ha quasi nessun valore a meno che non sia l’unico ingrediente fondamentale di qualcosa che dobbiate fare in un dato momento. E diciamo pure che nello stesso preciso momento, di quella singola noce (…che sta pian piano assumendo il valore di un lingotto d’oro) ne ha bisogno anche il vostro più caro amico/a.

E’ apparentemente una situazione potenzialmente esplosiva… a meno di non iniziare una effervescente negoziazione con l’altro pretendente (attenzione, attenzione, ai due protagonisti ed alla noce si può sostituire quasi qualunque cosa, ma il principio che ad un certo punto è meglio negoziare -e tanto vale avere calma, pazienza, ed una vaga idea di come si fa- piuttosto che imbracciare le armi rimane).

Per uscire dallo stallo esistono milioni di soluzioni, tutte ugualmente fantasiose, tutte ugualmente praticabili. La prima soluzione equa ed immediata potrebbe essere quella di fare a metà la noce. Tuttavia sia a voi che al vostro “contendente” la noce servirebbe tutta. Ok che “meglio poco che niente”, ok che “metà per uno non fa male a nessuno”, ok che quest è forse l’approccio che ci hanno insegnato a casa o a scuola, ma lo scopo di ciascuno rimane quello di cercare di portarsi a casa il 100% della noce.

Potete provare a convincere l’amico/a a lasciarvi una percentuale maggiore della noce (idealmente il 100%, ma anche più del 50% è comunque un risultato migliore di metà noce) con argomentazioni e promesse varie: ti do un’altra cosa, domani te ne do due, etc. Un bravo negoziatore (di certo non io) porterebbe a casa tutta la noce “pagandola” il minimo in termini di tempo e cose da dare in cambio.

E’ però evidente una cosa, che per portare avanti una negoziazione che ha come scopo quello di aumentare la percentuale di un bene che si porta a casa è necessario che al “di più” che si ottiene si faccia corrispondere qualcos’altro (teoricamente non legato al bene stesso) che abbia almeno pari valore per l’interlocutore, ma magari non per se stessi. Se sono pieno di mandorle te ne posso promettere dieci il giorno dopo il cambio di una noce oggi?!

Il fondo la negoziazione non è che un processo di risoluzione congiunta (boh, mi piace questa dicitura) fra più parti con interessi diversi che non possono arrivare ad una soluzione senza il contributo dell’altra parte (no, rubare la noce e scappare non è contemplato). Lungi da me fare una lezione sulle tecniche di negoziazione (anche se secondo me è una di quelle doti innate) che dipendono ovviamente dall’interlocutore e dalla situazione, ma proviamo ad ampliare un po’ il contesto.

Se a me la noce serve per fare un’insalata ed al nostro fantomatico amico/a per fare una torta, forse possiamo affrontare il problema da questo punto di vista. Potremmo cambiare in maniera efficiente i progetti dell’uno e/o dell’altro per “evitare” la negoziazione a monte, oppure potremmo dividere il bene (la noce) in maniera da accontentare entrambi (magari a me serve solo il guscio della noce per farci una barchetta e non sono interessato alla parte edibile?).

E’ un approccio integrativo alla negoziazione in cui si cerca di ampliare l’oggetto della negoziazione invece di cercare di risolverla in maniera puntuale. Ritengo questo personalmente un approccio molto efficace alla questione (si, anche quando devo negoziare con mia figlia, 4 anni). Magari un po’ confusionaria all’inizio, ma aggiungendo sul tavolo soluzioni e possibilità più ampie per soddisfare le necessità a monte dell’oggetto della negoziazione consente più facilmente (a volte? spesso?) di realizzare gli obiettivi sia propri che altrui.

Le condizioni per “ingrandire la torta” ci sono sempre, il fatto che sia sempre possibile trovare soluzioni integrate ad una “disputa negoziale” non è detto. E’ detto invece il contrario, ovvero che cercare di risolvere la negoziazione in maniera puntuale “distribuendo” in qualche modo il bene non ci porterà mai a portare a casa il 100% della noce, se non che pagandola a caro prezzo.

In altri termini, approcciare le negoziazioni avendo a mente solo le proprie esigenze (magari nascondendole alla controparte, tanto per cercare/illudersi di non far percepire cosa ha valore per noi), porterà inevitabilmente a cedere qualcosa e non realizzare pienamente gli obiettivi (credo che in termini di business si dovrebbe dire valore) che vi sono a monte dell’oggetto della negoziazione.

Aggiungo anche spesso la negoziazione non viene affrontata tanto per la soluzione quanto per affermare la propria posizione (soprattutto in un approccio non integrativo): ci piace vincere, è umano. Non ci piace darla vinta facilmente a chicchessia, non volgiamo dare di noi l’idea di chi cede, non vogliamo creare precedenti o apparire deboli.

Non sono certo un grande negoziatore, ma di certo abbandonare le proprie posizioni, fare un passo indietro, entrare in empatia con l’interlocutore, usare un approccio integrato che consenta di raggiungere l’obiettivo a monte (sia proprio che dell’amico/a) è una questione di buon senso più che di tecniche. E, questo posso affermarlo con certezza, ci risparmia anche un sacco di fatica.

WU

PS. L’esercizio di provare a trovare una soluzione congiunta dei problemi applicato alle notizie giornaliere (delle quali ho anche l’aggravante di avere solo un quadro parziale delle situazioni) è la mia personale palestra negoziale. O meglio un passatempo per alienare il cervello.

Gli squali sopra

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“C’è qualcosa che la preoccupa, sir?”
“Là fuori è pieno di squali, Lloyd”
“Problema irrilevante, sir”
“Irrilevante, Lloyd?”
“Certo, sir. Anche il più aggressivo dei pesci non può fare nulla a chi rimane con i piedi per terra”
“E nemmeno a chi sa volare. Giusto, Lloyd?”
“Sir è sempre molto saggio”
“Grazie, Lloyd”
“Prego, sir”

Di ispirazione (qui), non c’è che dire. Anche se mi porta a riflettere sul fatto che avere i piedi a terra, in questo momento, mi risulta tanto difficile almeno quanto volare; e non sono neanche certo valga veramente la pena impegnarsi per farlo.

Ho addirittura l’impressione che gli squali stiano velocemente imparando a camminare sulla terra ferma per cui neanche con i piedi per terra (inteso come la mia/nostra comfort-zone) mi sento particolarmente al sicuro. Lo leggo come l’ennesimo sprone per fare uno sforzo e spostarci in ambienti nei quali siamo decisamente meno abituati a muoverci, ma che ci garantisce un certo vantaggio prima che “il più aggressivo dei pesci” impari anche a volare e mordendoci i calzoni ci spinga ancora più su.

A parte l’interpretazione (che voglio/devo vedere positiva), di certo mi rimane che le preoccupazioni derivano spesso (sempre?) da qualche squalo la fuori. Rendere queste preoccupazioni “problemi irrilevanti” richiede una dose di saggezza, almeno a livello di Lloyd.

WU

PS. Non so bene il perché, ma il tema (da cui il titolo del post) mi ricorda questa canzone qua. Un po’ la colonna sonora della giornata.

Tempo di doni

Che cosa significa veramente dono? Il dono è il luogo della libertà, è quella dimensione della persona che si attiva quando ci sentiamo veramente liberi di fare e di dare tutto; e cosi, potendo dare e fare molto, siamo anche capaci di donare qualcosa il dono è infatti la cifra degli uomini liberi.

Quale è la relazione fra dono e mondo del lavoro? Anche il contratto e gli scambi economici hanno un bisogno vitale di dono sebbene il mondo del business oggi faccia di tutto per mostrarsi come l’ambito del non-dono- Pensiamo al lavoro. Tutti sappiamo che quando entriamo un un’aula o in un ufficio, se insieme al signor Rossi non entra anche Mario, non iniziamo mai a lavorare davvero. Se, io che sono un docente, prima di entrare in classe non mi fermo un attimo, mi raccolgo, non metto da parte i miei problemi personali per dare il meglio di me, il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere e la mia creatività ai miei studenti, in realtà io non sto lavorando: potrei mandare in aula un computer o proiettare un banale power pint. Ma, e qui che sta il mistero del dono, l’entusiasmo, la voglia di vivere e la creatività non sono contratti, perché nessuna impresa me li può comprare: o io decido liberamente di metterli nel mio lavoro oppure non ci sono. Ed essendo faccende di libertà, sono faccende di dono.

E se decidiamo invece di non donare, che succede? Se nel lavoro manca la partecipazione, che l’impresa non può acquistare ma solo ricevere dalla mia gratuità, l’impresa fallisce. Le aziende quindi possono comprare solo la parte meno importante del nostro lavoro – a che ora entriamo ed usciamo, e i “segni” del nostro lavoro – ma non possono comprare l’entusiasmo e la voglia di vivere, che però sono le cose che servono davvero. Il problema principale però è che i manager non si rendono conto di quanto dono consumano senza pagarlo, perché il dono è in massima parte invisibile e parla un linguaggio opposto a quello del business. Le imprese in realtà hanno un grande bisogno del dono dei lavoratori.

Spesso però la generosità dei lavoratori non viene riconosciuta… E’ l’impressione di essere defraudati di quanto di noi stessi mettiamo nel lavoro, una delle prime cause di malessere di molti lavoratori. Ci vorrebbero manager capaci di vedere e di riconoscere il dono. La tradizione cooperativa lo sapeva fare, spesso lo fa ancora, e quindi può ricordare a tutta l’economia che quando il contratto si mangia il dono, nel tempo si mangia la vita delle persone.

Parole di Luigino Bruni.

WU

PS. A parte essere d’accordo o meno sull’approccio un po’ “volemoce bene”, suggerisco caldamente la lettura del pezzo… almeno come spunto per qualche riflessione. I passi che mi hanno colpito di più (che sono certo cambierebbero ad una ulteriore rilettura) evidenziati in grassetto.

Accipicchia!

Diciamo che come esclamazione l’abbiamo sentita a profusione… usata, forse, un po’ meno. Personalmente a meno di non pensare ad un lessico da bambini o a qualche esclamazione stile presa-per-i-fondelli non è che me ne vado in giro ad esclamare la mia sorpresa con un bel (perché effettivamente sarebbe bello…) Accipicchia!

Mannaggia! (che io non usi quotidianamente Accipicchia! 🙂 ).

E’ una esclamazione (e fin qui…) che esprime si stupore, ma anche rabbia, collera, contrarietà ed un po’ ogni emozione che ci coglie impreparati. Caspita! Spesso è anche declinata in forma di imprecazione… che d’altra parte non è che un modo per esprimere il fatto di esserci fatti trovare impreparati. Accidenti!

Accidentaccio! (forse ancora più raro, dal suono che non mi piace particolarmente e che suona, se Accipicchia non fosse sufficiente, ancora più di presa-per-i-fondelli)

E’ tecnicamente una interiezione (una parola che si pone tra altre per esprimere da sola un improvviso e vivace sentimento dell’animo) ed una parola parafonica (che ci ricordano come suono altre parole).

E’ praticamente una specie di sostituto che ha preso piede nel gergo comune per sostituire espressioni scurrili. Invece di sporcarci la lingua con parole volgari ricorriamo agli “acci…”. La cosa vale per (i comunissimi…) Accidempoli!, Acciderba!, Accipicchia! e la stessa forma tronca acci… Tutte nate dall’interiezione accidenti, ellissi di frasi tipo “ti vengano degli accidenti” e simili.

Modeste notarelle su un termine che sentito milioni di volte oggi ha evidentemente colto un qualche neurone di passaggio “meritando” (e non so se sia un bene) un post in questo blog. Avete mai fatto caso a chi lo dice? Quante vole lo si dice? E se voi stessi vi accorgete che qualcuno lo sta dicendo? Io, ovviamente, no…

Quando si affacciò in cima al muro lo Spaventapasseri disse: – Accipicchia! – Muoviti – esclamò Dorothy. Cosi lo Spaventapasseri sali ancora e si mise a sedere in cima al muro, poi anche Dorothy si affacciò e gridò: – Accipicchia! – proprio come lo Spaventapasseri.  Subito dopo arrivò Toto e immediatamente si mise ad abbaiare, ma Dorothy lo fece tacere. Il Leone fu il successivo ad arrivare in cima alla scala, e per ultimo arrivò il Boscaiolo di Latta; e anche loro esclamarono: – Accipicchia! – appena affaccaiti in cima al muro. Quando furono tutti seduti in fila lungo il bordo del muro, guardarono sotto e videro uno strano spettacolo.

[The Wonderful Wizard of Oz, L. F. Baum, 1900].

WU

PS. Non sono riuscito a trovare nessuna traduzione inglese migliore di “WoW” che però mi lascia profondamente insoddisfatto.

La disperazione silenziosa del sogno

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Mi sono imbattuto in questa “scultura”. Più che altro è una specie di obelisco in una piazza relativamente centrale del suo paese, ma non propriamente ben illuminata.

Vuoi per la scarsa luce, per il carattere o (molto probabilmente) per la mia dis-attenzione mi sono effettivamente accorto della frase e l’ho “processata” mentalmente solo dopo parecchi passi dalla colonna. Sono quindi ritornato sui miei passi per cercare di immortalarla.

Mi piace soprattutto il senso di costrizione ingenerato da un dono e l’urlo silenzioso che trasmettette (si, credo sia questo).

Sulla parte sinistra della colonna si intuisce anche a chi la scultura è intitolata (e facilmente si risale alla cittadina, direi). Sulle altre facce della colonna, invece, la citazione continua:

Nato con la disperazione silenziosa del sogno nulla avrebbe avuto potenza di liberarlo né avversità di uomini né favore di eventi né implacabilità di fato. La morte dandogli fama lo guarì dal quel delizioso morbo dell’anima

Mi rendo conto che è un po’ dark, ma colgo una intrinseca bellezza in queste parole e tutto mi ingenerano fuorché resa dinanzi al fato. La guarigione della morte mi pare quasi solo un orpello aggiuntivo che, pur guarendo il “morbo dell’anima”, di certo non sconfigge la “disperazione silenziosa del sogno”.

E’ un po’ come nascere “con una marcia in più” (chissà che vuol dire): chi ce l’ha non la perde, ne con favore ne con sfavore del fato. La natura stessa dell’uomo, una delle cose più ineluttabili, non trovando altro modo di toglierci il dono del sogno può solo portarci via la vita.

WU

PS. La foto, con blande pretese artistiche, non è un granché. Lo ammetto.