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Prospettive poetiche

Oggi è stata la giornata più brutta di sempre
E non provare a convincermi che
C’è qualcosa di buono in ogni giorno
Perché, se guardi da vicino,
Il mondo è un posto piuttosto malvagio.
Anche se
Un po’ di gentilezza ogni tanto traspare
La soddisfazione e la felicità non durano
E non è vero che
Sta tutto nella testa e nel cuore
Perché
La vera felicità si ottiene
Solo se la propria condizione è elevata
Non è vero che il bene esiste
Sono sicuro che sei d’accordo che
La realtà
Crea
Il mio atteggiamento
E’ tutto fuori dal mio controllo
E nemmeno tra un milione di anni mi sentirai dire che
Oggi è stata una bella giornata.

Leggendo dal basso verso l’alto:

Oggi è stata una bella giornata.
E nemmeno tra un milione di anni mi sentirai dire che
E’ tutto fuori dal mio controllo
Il mio atteggiamento
Crea
La realtà
Sono sicuro che sei d’accordo che
Non è vero che il bene esiste
Solo se la propria condizione è elevata
La vera felicità si ottiene
Perché
Sta tutto nella testa e nel cuore
E non è vero che
La soddisfazione e la felicità non durano
Un po’ di gentilezza ogni tanto traspare
Anche se
Il mondo è un posto piuttosto malvagio.
Perché, se guardi da vicino,
C’è qualcosa di buono in ogni giorno
E non provare a convincermi che
Oggi è stata la giornata più brutta di sempre

La Poesia è stata trovata in un pub londinese e l’autrice parrebbe essere l’adolescente newyorkese Chanie Gorkin.

WU

PS. Uno dei passaggi dello spettacolo di “Parole e Note live” (Che ho visto ieri sera… bellissimo), #paroleperilfuturo (credo che la dizione vintage dei cancelletto sia da sostituirsi con un più moderno hashtag)

L’immortale Luisona

Al bar Sport non si mangia quasi mai. C’è una bacheca con delle paste, ma è puramente coreografica. Sono paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi d’artigianato. Sono lì da anni, tanto che i clienti abituali, ormai, le conoscono una per una.

Entrando dicono: «La meringa è un po’ sciupata, oggi. Sarà il caldo». Oppure: «È ora di dar la polvere al krapfen». Solo, qualche volta, il cliente occasionale osa avvicinarsi al sacrario. Una volta, ad esempio, entrò un rappresentante di Milano. Aprì la bacheca e si mise in bocca una pastona bianca e nera, con sopra una spruzzata di quella bellissima granella in duralluminio che sola contraddistingue la pasta veramente cattiva.  Subito nel bar si sparse la voce: «Hanno mangiato la Luisona!»

La Luisona era la decana delle paste, e si trovava nella bacheca dal 1959. Guardando il colore della sua crema i vecchi riuscivano a trarre le previsioni del tempo. La sua scomparsa fu un colpo durissimo per tutti. Il rappresentante fu invitato a uscire nel generale disprezzo.

Nessuno lo toccò, perché il suo gesto malvagio conteneva già in sé la più tremenda delle punizioni. Infatti fu trovato appena un’ora dopo, nella toilette di un autogrill di Modena, in preda ad atroci dolori. La Luisona si era vendicata.

La particolarità di queste paste è infatti la non facile digeribilità. Quando la pasta viene ingerita, per prima cosa la granella buca l’esofago. Poi, quando la pasta arriva al fegato, questo la analizza e rinuncia, spostandosi di un colpo a sinistra e lasciandola passare. La pasta, ancora intera, percorre l’intestino e cade a terra intatta dopo pochi secondi. Se il barista non ha visto niente, potete anche rimetterla
nella bacheca e andarvene. [Bar Sport, S. Benni]

Oggi sono entrato in bar (non propriamente definibile come “di periferia”), volevo mangiare qualcosa. Ho preso un caffè ed ho pensato alla Luisona.

WU

PS. E’ un pezzo mitico che ogni volta che lo leggo mi fa tornare in mente che è più difficle far ridere che piangere. E non solo se fai l’attore/autore/sceneggiatore/regista.

Perdersi

… che è poi un po’ come entrare in galleria. Guardarsi attorno e vedere solo nero. Perdere l’orientamento e rimanere piacevolmente sorpresi (e rassicurati) all’uscita dal tunnel. La luce che ci fa sentire padroni di ciò che ci circonda, semplicemente perché non ci smarriamo in noi stessi.

Cappello un po’ finto-filosofico che trasposto nella routine del 2017 significa poi alienarsi in gesti/azioni/pensieri abbastanza ripetitivi che da un lato ci ingenerano panico da alienazione (“attraverso le nostre montagne di impegni”) e dall’altro ci salvano dal doverci confrontare con noi stessi. La calma sicuramente un mezzo per raggiungere l’uscita; un uscita forse non tanto luminosa come vorremmo.

Detto qui molto meglio, ovviamente, da Lloyd

“Lloyd, ma dove siamo finiti?”
“Credo che sia entrato nel panico, sir”
“A me sembra più una galleria, Lloyd”
“Per l’appunto, sir. Il panico è un passaggio che attraversa le montagne di impegni”
“E come ne usciamo?”
“Ritrovando la calma, sir”
“Intendi dire l’uscita, Lloyd?”
“Intendo il mezzo con cui raggiungerla, sir”
“Accendi i fanali, Lloyd”
“Con piacere, sir”

WU

PS.

Chiudo con una ctazione, forse solo parzialmente calzante

Quando una porta della felicità si chiude, se ne apre un’altra;
ma tante volte guardiamo così a lungo quella chiusa,
che non vediamo quella che è stata aperta per noi. [Paulo Coelho]

Anniversarium … again

Parafrasando note citazioni artistiche:

… un’altro anno è andato la sua musica è finita,
quanto tempo è ormai passato e passerà?
Le orchestre di sproloqui ne accompagnano i sospiri:
l’oggi dove è andato l’ ieri se ne andrà.

Un altro anno è andato. Non avrei mai detto. Per la seconda volta (il che dimostra la mia scarsi fiducia in me e nel futuro).

E, ri-citandomi, in preda ad impeti di vanagloria, ancora (da qui):

Nel sempre-di-corsa volto a collezionare faccio-prima-questo-così-poi-sono-libero, mi sono ritrovato a realizzare (un ah-ah moment della giornata) che il tempo passa e non ti premia certo per esser pronto per il prossimo impegno. Il bisogno di una più sana (ma poi che ne so?!) gestione del mio tempo mi ha quindi portato, bighellonando tra vaghi ed inutili pensieri, a tentare anche questa strada…

Il grazie a voi, lettori. Continua ad essere, per quanto possibile e per quanto ne sono capace, ancora un dovere ed un piacere.

WU

No

“Molto bene, sir”
“Molto bene?”
“Certo, sir. Visto che sappiamo sempre qual è la risposta, diventa più facile scegliere le domande”
“E questo cambierà l’umore?”
“No, sir. Ma lei vorrebbe mantenerlo tale?”
“No, Lloyd”
“Come vede è più semplice di quello che sembri, sir”
“Astuto, Lloyd”
“Ci si prova, sir”

Molto più calzante di quel che pare. Ironico quanto basta. Ottimista, ma non troppo. Ed un bel no che dovrei imparare a dire più spesso.

A volte bisogna saperlo dire, a volte lo si usa come scusa, a volte è una specie di risposta di default (e non sempre, e non tutti siamo sempre capaci di tornare indietro). Due lettere importanti, non per forza associata ad una connotazione negativa, ma auspicabilmente ad una volizione.

Yes-man (figura mitologica che cito con un pizzico d’invidia) e buonismo di matrice religiosa a parte, diciamo pure che credo che questo Lloyd ha centrato la relazione che molti di noi hanno con queste due sillabe (e di certo non solo riferito ad “un periodo no”).

Ora sappiamo la risposta (…e “no” se la batte con “42”), trovare la domanda giusta è il vero valore aggiunto di tutta quella massa che ci portiamo a spasso sotto i capelli (“astuto, Lloyd” appunto).

WU

Errori ed insegnamenti

Non si fanno mai sbagli. Gli eventi che ci tiriamo addosso, per sgradevoli che siano, sono necessari al fine di apprendere quello che imparare dobbiamo.

[R. Bach, Un ponte sull’eternità]

Eppure ho l’impressione, quasi quotidiana, di sbagliare. Impressione che mi coglie più che altro quando non riesco a cucire la bocca e qualche pensiero sfugge incontrollato in ambienti nei quali mi maschero da scimmia sociale. Ci riesco spesso in effetti, ma è una di quelle cose che basta una volta per essere etichettato come irriverente/testone/sociopatico/quellocheviparetantopococambiaunaetichetta.

Ma cosa è che “imparare dobbiamo”? E’ una di quelle cose che anche quando ce l’hai sotto gli occhi non ti rendi conto di averla ed anche quando l’hai acquisita non ti rendi conto di essere arrivato.

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Meglio così infondo, ma non applicherò per questa posizione da segretario…

WU

PS. Sbagli o Errori?

Di lunedì

Oggi è lunedì. E’ un lunedì che prelude alla festa (no, non parlo, solo, dell’esito del quesito referendario; in base al monosillabo da voi scelto). E’ il lunedì di incipit della settimana, il giorno in cui le maniche si rimboccano. Il principio.

E’ il lunedì (ho sempre pensato che un buon dosaggio di articoli determinativi ed indeterminativi cambi radicalmente il senso di una frase) che dovrebbe aprirsi con voglia di combattere per soddisfazioni e per risultati.

E’, invece, un lunedì.

E quindi mi scaturisce una strana domanda: ma allora è una questione di giorno della settimana o di quotidianità nella ricerca della soddisfazione?

Ovviamente propendo per la seconda e mi affido (chicca datata qualche giorno fa ma che solo oggi trovo assolutamente calzante al mio delirate) al buon maggiordomo (qui):

“Lloyd, ma dov’è tutta la serenità? Le soddisfazioni?”
“Credo siano state divorate dall’ansia, sir
”Ma si è mangiata tutto, Lloyd!”
“È nella sua natura, sir. L’ansia cresce nutrendosi di paure e vive divorando certezze”
“Vorrei sapere chi è che l’ha fatta entrare nella quotidianità…”
“Temo sia stato lei, sir”
“Io? Ma come è possibile?”
“A volte capita che si confonda un buon animale da compagnia con una brutta bestia da solitudine”
“Lloyd, da oggi l’ansia rimane fuori dalla porta”
“Faremo il possibile, sir”

Assumendo che la mia porta non è ben sigillata da lasciare fuori ciò che vorrei (e dentro ciò che dovrei), continuo a lottare per saper riconoscere gli animali (in senso lato) di cui circondarmi.

Buon lunedì a tutti… “faremo il possibile, sir”.

WU

PS. Più che di ansia, io parlerei di inquietudine che si nutre di rassegnazione e sconforto. Ma questa parola mi genera un moto interiore decisamente più positivo e proattivo. Parto dal fondo, ma lavoro sulla mia autoconvinzione.