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Take a resume

Non riesco ancora a capire se questa notizia mi lascia un po’ triste o un po’ sorpreso, un po’ felice per il protagonista o un po’ deluso da questa società. Forse un misto di tutte, forse nessuna delle precedenti… forse coltivo ancora un po’ le mie sensazioni e mi attengo a raccontare questa “notizia“.

David Casarez era uno “startupparo”, un figlio di questa new economy in cui micro imprese (soprattutto nel ramo information technology e soprattutto se ti muovi nella Silicon Valley) nascono e muoiono ad una velocità impressionante ed altrettanto velocemente riescono a tirar su fior di milioni (la cui origine ed il cui fine mi lasciano un po’ di dubbi… mi ricorda una potenziale struttura Ponzi, no?!).

Ad ogni modo, il “poveretto” in questione si è ritrovato per strada a seguito del fallimento dells sua startup. Riconoscendogli una certa flessibilità, un pensiero trasversale decisamente sviluppato ed un approccio “nuovo” (beh, più che altro vecchio, ma in una ottica “New Economy” direi decisamente … diverso), David non si è perso d’animo.

Armato di cartello (in una rivisitazione 4.0 degli uomini-sandwitch) che recita più o meno “Vagabondo avido di successo. Prendete pure un mio curriculum” si è piazzato ad uno degli incroci più trafficati di Mountain View (beh… non proprio alla periferia del mondo) in cerca di attenzioni.

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E le attenzioni non sono tardate. Un passante (sicuramente più di uno ardirei) si è fermato a prendere un curriculm e scattare una foto “all’imprenditore”. La foto è rimbalzata su Twitter e da li … la problematica è tornata sotto la gestione-internet (a cui questo post evidentemente partecipa). David è stato infatti sommerso di offerte di lavoro… e non esattamente da aziendine sconosciute.

David stanotte dormirà di nuovo su una panchina, ma è innegabile l’ingegno e l’individuazione di una strategia decisamente perfetta per l’occasione. Da farne tesoro per capire in che mondo viviamo ed in che direzione stiamo (vogliamo?) andando.

WU

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Caccia al tesoro (sommerso)

Siamo a bordo della Dmitri Donskoi, da qualche parte a largo della Corea, in qualche momento (tipo il 29 Maggio) del 1905.

Il vascello batte bandiera russa e non si trova in una piacevole situazione. Lontano dalle acque di casa, in balia dell’assolto dei Giapponesi, l’equipaggio prende una drastica e tragica decisione: lasciar affondare la nave.

Per il vascello la storia volgeva all’epilogo. Varato nel 1883, l’incrociatore partecipava in quell’anno alla battaglia di Tsushima. I danni riportati erano ingenti, ma la nave (beh, si, anche l’equipaggio…) combatté fino alla fine. Dopo l’inevitabile disfatta la nave si era diretta verso nord, per raggiungere Vladivistok, ma la flotta giapponese non ne aveva ancora abbastanza ed intercettò il vascello.

Deve essere una di quelle scelte per cui non dormi ne’ prima ne’ dopo indipendentemente se le cose vanno come “sperato” o meno. Ad ogni modo la decisione è presa; il vascello trasporta un carico troppo prezioso perché cada in mani nemiche, meglio consegnarlo all’oblio degli abissi.

Ed effettivamente la stiva del Dmitri Donskoi trasportava un bottino da Mille ed Una Notte: 5500 forzieri stipati di monete e lingotti d’oro per un valore stimato di 133 miliardi di dollaroni di oggi!

La Donskoi pare trasportasse, infatti, i fondi necessari alla flotta imperiale russa per pagare carburante, tasse portuali, equipaggi e via dicendo… la guerra non si face (come non si fa) certo a costo zero.

Una cifra tale da sola vale una spedizione, figuriamoci quando queste diventano “a buon mercato”, ovvero quando si può far affidamento su una flotta di mini-sommergibili (con equipaggio!) invece che mandare palombari o affini. E’ esattamente quello che la compagnia di Seul, Shinil Group, specializzata (guarda caso) in recupero marittimi ha fatto.

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Ed i risultati non sono tardati ad arrivare. Lo squadrone ha infatti individuato il relitto della nave a ben 434 metri di profondità a circa 1,3 chilometri a largo di Ulleungdo.
Lo scafo della nave pare riportare ancora i segni dei pesanti bombardamenti giapponesi, mentre il ponte e le fiancate del vascello appaiono tutto sommato abbastanza integri.

La Shinil Group ha intenzione di riportare il relitto sulla terra ferma tra ottobre e novembre di quest’anno e (dato che l’aspetto economico muove un po’ tutta l’operazione di recupero) che ha già raggiunto un accordo con il governo russo per cedere metà dell’oro che verrà rinvenuto.

Una parte del “tesoretto” (il 10%… pare), inoltre, verrà investito in progetti per sviluppare il turismo sull’isola di Ulleungdo.

Ora mi pare tutto bellissimo, ma mi affascina pensare che la ricerca possa portare inattesi risultati… chissà, magari la storia del vascello nasconde pieghe a noi ancora non ben note ed una fine diversa potrebbe attendere (o aver atteso…) il grande tesoro.

WU

Montaña Vinicunca

Qualcosa come “montagna dai sette colori”… e non è l’ambientazione del prossimo Kung Fu Panda. Anzi, esiste veramente! … ed ovviamente è una di quelle bellezze naturali messe a rischio dall’uomo.

Siamo in Perù, al cospetto della montagna arcobaleno, una sorta di incidente geologico. Solo una quarantina di anni fa, con il progressivo sciogliersi delle nevi (… ora mi volete dire che è uno dei potenziali lati positivi del riscaldamento globale?) la montagna ha iniziato a mostrare il suo vero aspetto.

Un effettivo spettacolo della natura: 5100 metri sul livello del mare, al confine tra Pitumarca e Cusipata abbiamo uno scorcio che sembra finto. A causa dei vari depositi minerali del terreno, la montagna esibisce un profilo arcobaleno.

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Ovviamente l’aspetto più che unico della montagna attrae milioni di turisti ogni anno. La comunità di Pitumarca gestisce autonomamente tutta l’attività turistica nel posto.

Basta pagare 3 dollari per avere accesso al cospetto del monte. Qui si trovano aree ristoro (… e quindi immondizia), pascoli (… e quindi feci) ed attrazioni turistiche varie (e.g. passeggiate a cavallo, percorsi per escursioni, etc.).

E fin qui, a parte un po’ di rischio legato ad una potenziale cattiva gestione di queste attività, siamo più o meno nella norma. Se non fosse che nel 2010 è stata data una concessione per l’estrazione mineraria nella montagna alla compagnia mineraria canadese Minquest Perú.

Non mi metto qui a sproloquiare su tutti gli accordi più o meno puliti che ci devono esser stati sotto, ma a seguito di fervide proteste da parte della popolazione la compagnia mineraria ha scritto una lettera di rinuncia alla licenza.

Ma la storia, ovviamente, non è finita. La concessione riguardava un’aria già parco naturale (vi ricorda nulla, seppur lontanamente, della storia del petrolio in Basilicata o dei vari siti “candidati” ad ospitare le nostre scorie nucleari?) e la stessa minaccia potrebbe ripresentarsi in futuro.

Praticamente la compagnia potrebbe tornare alla carica per rivendicare la sua licenza oppure altre licenze (tanto si sa come si concedono certe cose…) potrebbero esser date a compagnie “meno virtuose” della Minquest Perú.

I politici locali di vari livelli si sperticano (almeno nel loro lato pubblico) in dichiarazioni di salvaguardia e rispetto per il sito (… e vorrei vedere… almeno una sicura entrata economica la costituisce…), ma la tranquillità della montagna (… che forse meriterebbe una sorta di ZTL tipo quella che stiamo in questi giorni proponendo sulle nostre Alpi…) è ancora ben lontana.

WU

Niata cattle

Un misto fra un bovino ed un bulldog. Dalle fattezze di una mucca con il muso di un cane. Animale che di erto non poteva passare inosservato… e che non ha di certo vissuto solo nel mondo della fantasia.

Siamo nella Pampa Argentina, attorno al 1840 quando Darwin (si, quello che abbiamo tutti almeno sentito nominare) si imbatteva nello strano incrocio. Anzi, nella strana specie!

Il punto era effettivamente questo: eravamo dinnanzi ad uno scherzo della natura in cui un canide ed un bovinide avevano generato “qualcosa” o era una specie a se stante con strane fattezze? Beh (fortunatamente direi), eravamo nel secondo caso.

Our results show that the Niata was a viable variety of cattle and exhibited anatomical differences to known chondrodysplastic forms. In cranial shape and genetic analysis, the Niata occupies an isolated position clearly separated from other cattle. Computational biomechanical model comparison reveals that the shorter face of the Niata resulted in a restricted distribution and lower magnitude of stress during biting. Morphological and genetic data illustrate the acquisition of novelty in the domestication process and confirm the distinct nature of the Niata cattle, validating Darwin’s view that it was a true breed.

La razza Niata era effettivamente un a razza di bovini molto rara… ed oggi estinta. La cosa più strana e triste è che l’estinzione della rara specie non è affatto legato al suo raro aspetto quanto al suo massivo sfruttamento ad opera dell’uomo (… non ve lo aspettavate, eh?!). In un paese dove l’allevamento fattura miliardi non si può perdere tempo con razze che non siano idonee allo sfruttamento intensivo, indipendentemente dal loro aspetto (… ed il risultato è che oggi vi sono pochissime razze di bovini argentini anche partendo da diverse decine).

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Tornando alla particolare conformazione del cow-dog, comunque, benché avesse i tratti del muso decisamente simili a quelli di un bulldog, non soffriva (per loro inutile fortuna) di tutti i problemi di alimentazione e respirazione di cui sono vittima questi cani a causa della loro particolare conformazione del volto e del cranio.

But when the scientists examined Niata skeletons, they found that the cows’ legs were not short relative to their body size. Genetic evidence told the researchers that Niata cows were a “true breed”; their shortened skulls were not the result of disease, but a persistent trait that distinguished them from other breeds. And this trait would be retained in a lineage, even if the cows interbred with other types of cattle, according to the study.

Praticamente nonostante madre natura avesse trovato ingegnose soluzioni ad annosi problemi di conformazione, a nulla è servito dinanzi alla arbitraria selezione delle specie dominante (che non ha certo l’estro e la sensibilità di madre natura).

WU

La cassaforte invalicabile per la formula segreta

Altro che Fort Knox. Uno dei posti più segreti e protetti d’America si trova all’interno di una azienda che conosciamo, per forza, tutti. E tale posto, va da se, custodisce uno dei segreti più segreti dell’intera nazione e (forse) di tutto il mondo. No, non è la Dichiarazione d’Indipendenza.

E’ una di quelle cose che, volenti o nolenti si imparano a conoscere fin da piccoli. Non ne sono un grande estimatore, ma non posso non conoscerla (e neanche dire di non averla mai assaggiata).

Sto parlando della Coca-cola; forse il segreto industriale meglio custodito della storia (sicuramente quello più pubblicizzato, il che aggiunge pubblicità a pubblicità).

Sappiamo tutti (assumo) che la formula è super segreta da sempre… ed è ancora gelosamente custodita in un posto che trasuda Mission Impossible da tutte le parti. 125 anni di storia custoditi su un pezzetto di carta dietro spesse pareti di cemento armato, pesanti porte blindate e omoni armati alla porta.

Siamo ad Atlanta, nel Word of Coca-Cola (…e già il nome…), di fronte ad una giga-cassaforte costruita per lo scopo. Alta circa 2 metri, rivestita di acciaio e con una singola porta che può essere aperta solo da uno scanner di impronte digitali (…); praticamente come avere in mano le chiavi del paradiso (sicuramente di quello economico).

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Era l’otto maggio 1886 quando il dottor John Stith Pemberton inventò la Coca-Cola. Doveva essere un qualche rimedio per il mal di testa e per la stanchezza (… e doveva anche chiamarsi “Pemberton’s French Wine Coca” essendo una sua variante personale del “vino di coca” in cui la parte alcolica era sostituita dall’estratto di noci di Cola…).

Dalla sua invenzione la formula non fu mai messa per iscritto se non in caso di estrema necessità. Correva l’anno 1919 quando Ernest Woodruff rilevò l’azienda da Asa Candle, unico proprietario della piccola azienda dal 1891 (che a sua volta la acquistò per ben 2300 dollari da Pemberton, sommerso dai debiti). Per finanziare l’acquisto Woodruff dovette chiedere un prestito e per ottenerlo (dato che la storia ci dimostra che alcune cose rimangono uguali nei secoli dei secoli) dovette fornire una garanzia: la formula della Coca-Cola.

In quella occasione Woodruff chiese al figlio di Candler di mettere la formula per la prima volta (pare, si dice, come è giusto che sia in questa aurea di mistero… chissà perché non c’è un film di Indiana Jones a riguardo…) per iscritto. Il documento venne quindi custodito nel caveau della Guaranty Bank di New York fino all’estinzione del mutuo. Correva l’anno 1925 quando la formula segreta fu riscattata da Woodruff che la portò ad Atlanta. Prima nel caveau della SunTrust Bank e poi, nel 2011 (evidentemente quando la cassaforte super sicura costruita all’uopo era pronta), nel Word of Coca-Cola dove giace ancor oggi.

Si è anche vociferato di averla “scoperta“, anche più di una volta. L’episodio in cui siamo andati più vicini è forse quando si è pubblicata una foto di un taccuino di Pemberton:

Secondo quanto si legge nel taccuino fotografato sul quotidiano di Atlanta, la formula originale della Coca Cola sarebbe questa:
– estratto fluido di coca e noci di cola (4once);
– acido citrico (3 once);
– citrato di caffeina (1 oncia);
– zucchero (30 libbre),
– acqua (due galloni e mezzo, un gallone corrisponde a 4,546 litri);
– succo di lime (un quarto);
– vaniglia (1 oncia);
– caramello (quanto basta);
– aromi, cioè il famoso 7X (2 once e mezza). Secondo il taccuino questa miscela sarebbe composta da alcool (8 once), olio di arancia (20 gocce), olio di limone (30 gocce), olio di noce moscata (10 gocce), coriandolo (5 gocce), olio di arancio amaro (10 gocce), cannella (10 gocce).

Una nota: il 7X è davvero un estratto della foglie di coca, private di tutte le tossine varie che si produce direttamente in America e che si vende ad una sola azienda…

Ovviamente e giustamente il mistero rimane anche se va sottolineato che sicuramente parte degli ingredienti base della bevanda non ci sono più. Il fluido di pianta di coca è stato eliminato nel 1900 e l’estratto di noci di cola è stato sostituito con la più economica caffeina purificata. Chissà cosa c’è scritto su quel pezzo di carta in quella cassaforte…

Lasciamo poi perdere che (come gran parte, solo per non dire tutte, delle cose americane) è stato trasformato in una specie di parco giochi, per amore del business… Ci possiamo (virtualmente) avvicinare (tanto per sentirne il profumo nell’aria) come non mai… separati solo dalla invalicabile cassaforte. D’altra parte quale modo migliore per mettere al sicuro qualcosa se non esporta alla mercè di tutti?

Then you can test how well you protect the secret through an immersive full body interactive experience that leads you through three virtual environments—the Triangle Room, Secure Train Car and Bank Vault—all locations where the secret formula has been kept. You can also participate in group game play as you trigger animations and watch these environments magically change and come to life. Challenge your friends and family to see how well you protect the secret.

Il vero grande segreto americano (altro che l’omicidio di JFK…)

WU

Anatocismo

L’anatocismo è un metodo di calcolo degli interessi (e fin qui tutto bene…) per cui gli interessi maturati secondo una certa periodicità maturano altri interessi (…???…), cioè sono sommati al capitale dato in prestito in modo tale da contribuire a maturare altri interessi nei periodi successivi (aspetta, aspetta… rileggiamo bene).

Vediamo di capirci un po’ di più.

Stiamo parlando della produzione (capitalizzazione, pare si dica parlando in “banchese”) di interessi da altri interessi a loro volta resi produttivi.

Ma attenzione… gli interessi da cui partiamo potrebbero benissimo essere scaduti o non pagati! Ciò nonostante contribuiscono alla base del capitale su cui calcolare gli interessi.
Vediamo di capirci ancora di più… la cosa è potenzialmente molto pericolosa. Abbiamo, infatti, cercato di mettere i puntini sulle i (i.e. una pezza):

L’anatocismo è contemplato dall’art. 1283 c.c. secondo cui gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, purché siano interessi dovuti da almeno sei mesi. Pertanto, il giudice potrà condannare al pagamento degli interessi su interessi nel caso in cui venga provato che, alla data della domanda giudiziale, erano già scaduti gli interessi principali.

Quindi: gli interessi sugli interessi scaduti si dovrebbero pagare solo a seguito di una domanda giudiziale e comunque solo se sono dovuti da almeno sei mesi… in barba alla capitalizzazione trimestrale degli interessi che invece le banche continuano a fare (e qui giù di giurisprudenza…).

In parole ancora più semplici (vediamo se ci riesco), il pagamento degli interessi sugli interessi (interessi composti) non sono autorizzati dalla legge sulle quote di debito (sia capitale che interessi) che non sono state regolarmente pagate a scadenza.

L’anatocismo è un reato. E’ l’equivalente civile del reato di usura, penale. A differenza dell’usura, comunque, le sanzioni per la pratica dell’anatocismo (istituto nato praticamente assieme al concetto di prestito ad interesse) sono molto più blande. Si tratta solitamente di dover restituire le somme indebitamente percepite con relativi interessi legali (tipicamente molto modesti). Non poteva essere diversamente essendo un reato tipico di istituti bancari…

Anatocismo: pericolo, spesso sottovalutato (solo perché meno “noto” dell’usura ed in mano alle banche), a cui si espone un debitore.

WU

PS. Secondo me è anche penalizzato dal suo stesso nome; di origine palesemente greca è la crasi della parola “usura” (non a caso) e “di nuovo”… più chiaro di così.

Pyramiden: città fantasma 79° parallelo

A nord, ma tanto a nord. Nelle Svalbard esiste(va) un posto. Un posto che ha una storia, un posto che testimonia il nostro passaggio, un posto che ha oggi il sapore del tempo.

Pyramiden (il cui nome deriva da una montagna di forma vagamente piramidale che sovrasta l’area) è un insediamento fondato da minatori svedesi nel 1910. Il passaggio di mano ad una compagnia mineraria russa avvenne nel 1927 e da li, di passaggio in passaggio (neanche fosse un’utilitaria) l’insediamento è passato ad altre compagnie russe fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1998.

Al suo apice, fra gli anni ’60 ed ’80, l’insediamento arrivò ad ospitare fino a 1000 persone ed era dotato di tutti i comfort: piscina riscaldata, stalla, palestre, biblioteche, cinema, teatro e bla bla bla.

Ma c’è di più; il luogo, pur essendo in territorio norvegese, era un emblema della Russia (ed ancor prima dell’URSS) stessa, ma qui vi si poteva accedere senza necessità di particolari procedure e visti. Era praticamente un assaggio di Russia liberamente visitabile (a patto di andar lassù, a due passi dal polo nord…) e doveva quindi dare l’impressione della potenza della madre patria; motivo per cui fu dotato di ogni comfort (inclusa a buon diritto una sede del KGB ed il busto di Lenin più a nord del mondo).

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E sullo “sfondo” del posto c’era il vero motivo per cui la gente si trovava a vivere in un luogo così remoto. Il carbone. Circa 9 milioni prodotti fra il 1995 ed il 1998 e circa 6 milioni necessari al sostentamento della stessa Pyramiden durante il suo periodo di operatività. Ma come tutte le cose (ed a maggior ragione le risorse fossili) anche il carbone era destinato ad esaurirsi e quando l’estrazione mineraria divenne troppo impegnativa e poco remunerativa i giacimenti furono abbandonati e con essi la città.

Ma, a parte furti ed atti vandalici, il clima molto rigido, l’umidità bassa e la poca frequentazione umana stanno mantenendo questo posto come una specie di capsula del tempo che potrebbe tranquillamente sopravviverci.

Arriviamo ai giorni nostri. La storia di Pyremiden non è affatto finita. Dal 2011 la Russia ha visto in questo posto il business del turismo (ehmmm, poche strade parallele e perpendicolari ed edifici stile siberiano, tanto per intenderci). Attualmente l’insediamento è ambientato da 6 persone in pianta stabile (e vorrei sapere come si trovano a vivere solitari in questo ambiente spettrale…) e sono in fase di recupero alcune strutture della città, compreso un albergo, una caffetteria ed un piccolo museo.

Insomma, finito il periodo dello sfruttamento minerario sottoponiamo il posto allo sfruttamento turistico (anche se non lo definirei proprio un turismo di massa, vedo comunque che in rete è pieno di siti che consigliano come viaggiare da queste parti) … in fondo sensato, considerando che siamo già li a rompere le balllls.

Abbandonato ed inospitale: intrigante .

WU

PS. Ed ovviamente:

La Guerra fredda in questo luogo non esisteva. [Cit.]