Le Yike Bike sono fra noi (?)

E’ in giro da un po’, anche se il fatto di non vederne le strade piene un po’ mi fa sospettare (quanto meno sulla bontà del busness plan che avevano in mente…). Viene lanciata nel 2009 alla Eurobike in Germania, entra in produzione nel 2010 (notevole la velocità di ingegnerizzazione e la messa a punto dei processi produttivi) e dal 2011 è disponibile sul mercato (anche su Amazon, il punto di riferimento) allora, pare, sia il must-have della mobilità urbana (che io non ho ancora mai visto dal vivo…).

Scetticismo (da commerciale) a parte l’idea mi pare ganzissima. Forse una delle poche vere rivoluzioni al concetto di micro-mobilità urbana (non tanto una rivisitazione del concetto di bici che credo sia stato già ampiamente esteso/rivisto da Leonardo in poi).

To design a personal transportation device that was safe, manoeuvrable and as easy to ride as a bike but specifically designed to be smaller so that it can be easily taken anywhere in a congested city. Rather than take a normal bike and crunch it up like most folding bike designs we took a step back to see if there was another safe stable configuration that is vastly smaller when folded.

We started from the assumption that you need a decent sized front wheel so you can go through pot holes, up curbs and over bumps in a safe comfortable way. You can see from the development history that it took a lot of trying to find a stable easy to ride design. Although we started with pedal only versions we found that we could make a smaller lighter more useful version using latest battery, motor and controller technologies.

Stiamo parlando della Yike Bike. Una “concept bike” (si può dire?) elettrica che ricorda un po’ un velocipede con il “ruotone” vanti ed il “ruotino” dietro. Il manubrio è sotto il sedere e si guida “di spalle” guardando la strada. Chiaro no?

Ah, si può anche ripiegare, raggiunge circa i 23 km/h, percorre fino a 20 km con una carica (che dura circa un’ora e mezza) e pesa meno di una dozzina di chili. Beh, peso e concept a parte le prestazioni non sono propriamente eccezionali (rispetto alle moderne bici elettriche), ma evidentemente sono di seconda importanza rispetto alla possibilità di impacchettarla in ascensore senza sforzo (ah, si, anche di apparire, certamente).

Dicono (rinnovo i dubbi) che ne vendono più di 22 milioni l’anno, che sono presenti in 275 città (evidentemente viaggio poco o male) e che in totale sono stati percorsi con una Yike più di 3.7 milioni di Km…

… e poi mi piace parecchio il “buy your freedom” come tasto per portarti alla sezione acquisti del sito. Ah, non trascurabile, Yike Bike va dai circa 5000$ a 8000$, in base al modello. Non di certo economica (anzi, personalmente, non so se per questi importi ne vale veramente la pena…), ma d’altra parte la vostra libertà varrà pure qualche migliaio di dollari, no? Ammesso che sia questa l’unità di misura della libertà…

Stilish, costly e tante alte cose interessanti.

WU

PS. Sono neozelandesi, non mi è chiaro chi li ha finanziati (assumo da un certo punto in poi sia inevitabile per vedere “un pezzo di ferro” partendo da “un’idea”, per quanto egregia questa possa essere).

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Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

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Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

ISS for rent

Raccattare soldi a destra ed a manca è diventato, inequivocabilmente, il talento del nuovo millennio.

Non fa eccezione nessuno: dai singoli alle aziende, dalle corporazioni agli enti di stato, dagli stati stessi alle agenzie spaziali (manca solo che mi metta io con il cappellino all’angolo della strada, praticamente).

Il punto di partenza, a parte i notevoli pregressi Russi (un paio di aneddoti nel PS) è stato (IMHO) che dall’Aprile 2018 a guidare in pratica la NASA e le sue decisioni è stato un non-scienziato. Non che sia un male, ma ovviamente il timone segue il suo capitano ed il politico Jim Bridenstine ha effettivamente dato alla NASA un taglio diverso da quanto si era visto in passato.

La chiusura del programma Shuttle ed il blocco di ulteriori sviluppi dell’agenzia in tema di lanciatori con equipaggio umano hanno aperto il via libera la mercato dei privati. I programmi di collaborazione con enti privati (e non stiamo parlando del peracottaio sotto casa) ha poi incluso anche l’invio di merci presso la ISS.

Il turismo spaziale è alle porte, autorizzazioni a mega-costellazioni di satelliti per scopi privati (tipo portare internet in giro per il globo) fioccano. Insomma, l’era è evidentemente cambiata ed il nostro non-scienziato lo sa (ed in parte ne è proprio l’artefice).

Jim Bridenstine, ad Agosto 2018 (quindi effettivamente pochissimo dopo il suo formale arruolamento, non ha perso tempo!) propone, per la prima volta dalla nascita della NASA per quanto ne so, l’inserimento della sponsorizzazione nei programmi spaziali.

Fra il dire ed il fare c’è ovviamente un baratro, dato che mettere dentro enti privati, verosimilmente avulsi dal contesto spaziale, come finanziatori rischia a buon titolo e nostro malgrado di veder perdere il prestigio, l’importanza, la valenza scientifica e tecnologica di una agenzia spaziale. Come dire “pago io, fai quello che dico io.”. Insomma, un po’ il solito rischio della privatizzazione…

Il tornaconto è ovviamente sovvenzionare la casse dell’agenzia (d’altra parte hanno detto che vogliono tornare sulla Luna, i soldi da qualche parte dovranno pur prenderli, no?), integrare il budget federale, creare liquidità e, magari ce ne fosse bisogno, contribuire a diffondere il marchio NASA non solo sulle navicelle spaziali…

In questi giorni (dato che le cose oltreoceano procedono ad una velocità che nel vecchio continente non riusciamo neanche a concepire…) la NASA annuncia ufficialmente l’apertura della ISS a nuove possibilità commerciali ed all’utilizzo (tenetevi forte) da parte di astronauti privati.

Possiamo sicuramente notare che le restrizioni attese saranno molto severe (voglio vedere con quanta facilità un cosmonauta privato russo, cinese o koreano metterà piede li dentro) ma la apertura, o la virata, dello spazio verso il business provato si sta effettivamente compiendo.

Non tutte le attività commerciali pare saranno permesse, ma solo quelle che dimostrano di avere una qualche correlazione con le missioni NASA, oppure quelle che richiedono necessariamente un ambiente spaziale (e.g. microgravità) per essere svolte. Priorità sarà data a quelle che hanno potenziali ricadute sull’economia terrestre. Bene.

Le attività non dovranno essere invasive, intralciare con le normali mansioni degli astronauti, non dovranno richiedere il loro supporto per più di una novantina di ore, non potranno durare più di trenta giorni, pesare più di 175kg e via così, con cose del genere.

Si parla di attività di qualche milione di dollari per il lancio e poi di qualche decina di migliaia di dollari al giorno per la permanenza a bordo e l’uso di risorse della stazione (praticamente la NASA fa pagare l’allaccio all’aria, acqua, i bagni, le telefonate a terra e via dicendo). Con tanto di tariffario, stile barbiere:

TariffarioNASA.png

Additionally, using the space station’s facilities will be incredibly expensive. It’ll cost $11,250 per astronaut per day to use the life support systems and toilet and $22,500 per day for all necessary crew supplies, like food, air, medical supplies, and more. Even power will cost $42 per kilowatt-hour. Ultimately, one night’s stay would be about $35,000 for one person

Ovviamente non alla portata del singolo, ma di multinazionali in grado di pagare queste cifre per andare lassù a fare i propri sviluppi sono certo ce ne sono in abbondanza.

La così detta “new space economy” sta esplodendo in tante forme, anche un carrozzone federale tipo la NASA ce la fa (a modo suo) a stare al passo. Ho la tremendo impressione che il concetto di “grande e costosissima missione spaziale scientifica pagata interamente dal/dai governo/i” a cui siamo ancora intimamente abbarbicati nel vecchio continente (e l’Italia non fa certo eccezione, anzi…) sarà più difficile da radicare di quanto non sarà vedere il logo Mc Donald (un nome a caso) troneggiare sul prossimo lanciatore.

WU

PS. Un paio di aneddoti che vale la pena ricorda circa maldestri passati tentativi di monetizzare la attività spaziali.

Era il 1997 quando a bordo della MIR si dovette interrompere la manutenzione di un generatore dell’ossigeno per girare uno spot commerciale per una multinazionale del latte israeliana…

Oppure quando, con una ISS appena nata, un accordo con l’agenzia spaziale russa permise a Dennis Tito (ricco imprenditore, caso mai ci fosse da dirlo) di salire a bordo di una Sojuz e diventare de-facto il primo turista spaziale della storia.

 

 

 

 

 

Secret Macho T

Quando si dice che è l’apparenza quella che conta. E sfatiamo, una volta per tutte caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il mito che sono solo le donne a voler apparire (e non essere) belle.

Le magliette Secret Macho T (dal Giappone con furore) rappresentano, IMHO, un misto fra un’operazione commerciale geniale che sfrutta la stupidità della gente ed una cartina al tornasole dell’epoca in cui viviamo. Forse, mi rendo conto, qualche decennio fa si diceva la stessa cosa delle spalline…

Say goodbye to [your] bony and lanky [body]. Transform yourself into a muscular [build] by just wearing ‘Secret Macho T’.

World’s first “air-pad type” muscle undershirt. Separately inflatable pads allow you to adjust the size of your pectorals, deltoids, biceps and triceps.

Made of smooth, comfortable fabric which breathes well and dries quickly

Wearable by both men and women

SecretMachoT.png

Di per se “concettualmente semplici”: con delle speciali tasche all’altezza dei pettorali, delle spalle e dei bicipiti si ha la possibilità di “riempirle” con delle piccole imbottiture ad hoc che danno l’impressione (e solo quella) di avere a che fare con un tipo muscoloso. Come dire, visivamente ben sagomato.

Basta estenuanti sessioni in palestra, basta diete ferree, si può essere macho (ed il nome del “prodotto” è decisamente calzante) in meno di un minuto… il tempo di vestirsi.

Non voglio (per pudore, credo) cercare di capire a quale genere di persona può essere rivolta una maglietta del genere, ma mi immagino che applicazione stile cosplayer siano di certo più idonee. Un utilizzo “serio” di gente che vuole apparire in un certo modo in pubblico (beh, diciamo che mi immagino che poi a casa se la tolgano) mi rattrista alquanto.

Ah, ultimo ma non ultimo: la Secret Macho T non è gratis. La bellezza di 7,980 yen, circa € 65, serve per sembrare macho. Evidentemente ne vale la pena.

WU

Un punto sulla Guinea Equatoriale

Mi sono imbattuto (si, sto avendo nottate molto difficili) in questo report che, oltre a trasmettermi un’immensa tristezza, fa una specie di graduatoria degli stati con le peggiori condizioni di vita. E già qui avrei potuto fermarmi, ma, vai a sapere perché, mi sono fermato sulla Guinea Equatoriale… che, ammetto, avevo si e no una vaga idea di dove fosse e nulla più.

Partendo da questi deliri ho scoperto (beh, non che sia proprio un cronista d’assalto, ma Gooooogle e Wiki fanno miracoli…) che il primo presidente della Guinea Equatoriale fu eletto nel 1968. Francisco Macías Nguema doveva essere un tipo abbastanza paranoico (e dato come poi è finito forse ne aveva ben donde), oltre che soffrire di un ego sproporzionato (mi ricorda Lord Farquard di Shrek).

Nguema si auto-dichiarò presidente a vita (dopo essere stato eletto Capo di Stato con la benedizione del governo spagnolo, il che già la dice lunga) e ciò gli diede, nella sua ottica, il diritto di detenere (pare proprio fisicamente… sotto il suo letto…) la quasi totalità delle ricchezze del paese. A quel punto non aveva motivo per non sterminare o esiliare gli oppositori… non esattamente una minoranza, dato che furono circa un terzo degli abitanti del paese ad essere in qualche modo perseguitati.

Nguema non doveva essere neanche particolarmente colto (in fondo a cosa gli serviva dato che era presidente a vita? ah, aveva fallito tre volte l’esame per il servizio civile…) dato che il suo disprezzo si acuì proprio verso le classi colte della Guinea Equatoriale (beh, onestamente, non credo stiamo parlando di istruzioni particolarmente avanzate…) che furono spesso e volentieri costrette a lavori forzati, lontane da qualunque forma di “cultura”.

Il “presidente a vita” aveva praticamente messo su una specie di campo di concentramento di dimensioni nazionali e di un livello di sviluppo quasi preindustriale. La parola genocidio si applica benissimo al suo “governo”. La sua fine era solo questione di tempo; fu infatti il nipote Teodoro Obiang che nel 1979 lo rovesciò con un colpo di stato e subito dopo lo giustiziò.

Per la popolazione le cose andarono di male in peggio. Il nipote aveva evidentemente ereditato buona parte dell’approccio alla vita dello zio; in particolare una vanagloria spropositata, un modesto livello di educazione ed una brama di ricchezze che non poteva esser certo fermata da preoccupazioni marginali, come il benessere dei suoi connazionali. Cleptocratici, credo si dica.

Obiang, fu anche più fortunato dello zio dato che alle “valigie ripiene d’oro” che aveva “ereditato” aggiunse la scoperta del petrolio in Guinea Equatoriale. E così, dal 1995 circa (quando la Guinea Equatoriale ha iniziato ad essere uno fra i paesi con i più alti tassi di crescita di tutto il continente africano), Obiang era praticamente l’unico beneficiario di una fonte di guadagno quasi illimitata.

La popolazione della Guinea Equatoriale aveva intanto raggiunto quasi i 700000 abitanti che versavano in condizioni di vita che peggioravano a vista d’occhio. L’aumento delle ricchezze del nuovo imperatore unico e supremo procedeva di pari passo con il peggioramento delle condizioni di vita della popolazione. Repressione politica, torture e chi più ne ha più ne metta abbondavano, anzi (ahimè) abbondano.

Obiang è infatti tutt’oggi in carica, anzi è il leader africano in carica da più tempo, primo al mondo tra i “capi di Stato” (consentitemi le virgolette…) dei paesi non-monarchici. Benché sia ufficialmente riconosciuto (altro indizio che reputo fondamentale) da praticamente tutti gli stati (anzi, ha incontrato diversi dei leader “occidentali”…), la Guinea Equatoriale è lo stato è considerato uno dei più repressivi, etnocentrici e brutali al mondo. Il “Capo di Stato” sta tentando di dare l’impressione di grande apertura ed “occidentalizzazione” (ammesso che sia un bene) con politiche economiche e turistiche: Malabo, la capitale si sta trasformando, almeno in apparenza, in una meta turistica e congressuale.

Perché tutta questa storia (che voi sapevate di certo, io no)? Ovviamente non lo so; Non è la prima (e non mi illudo sarà l’ultima) che vediamo (ed, almeno nel mio caso, non viviamo) regimi repressivi perdurare e proliferare. Di certo gli occhi, quelli ufficiali, del mondo non sono puntati su paesi come questo e gli enormi interessi economici mondiali (beh, il petrolio lo venderà pure a qualcuno, no? E le armi da dove le prende? E bla bla bla…) che stanno dietro queste persone gli consentono di fare “dio sceso in terra” nei loro miseri paesi accumulando ricchezze che poi possono spendere solo (SOLO) per soddisfare i più sfrenati lussi personali protetti dalle economie occidentali. Non sono persone, e chi le protegge vuole che sia così, che sarebbero in grado di investire per migliorare le condizioni di vita dei loro “sudditi”, anzi che assolutamente temono di farlo per non crescere potenziali antagonisti.

La popolazione di queste nazioni non potrà mai avere speranza di risollevarsi ed abbandonare le ultime posizioni del report di cui sopra, finché farà comodo a noi “paesi sviluppati” mantenere questi psicopatici alla guida di questi stati che sono poi le nostre “riserve naturali” (mi viene quasi da dire che fanno bene quelli che poi si rivoltano contro i loro “padroni”). Aggiungo anche che in questi casi avere un “uomo del popolo” con un livello di cultura (si, qui veramente questa parola ha un senso!) e con prospettive che vadano oltre “voglio l’oro sotto il letto” sarebbe un asso nella manica in cui, purtroppo, credo poco.

WU

La lampada a gravità

Questa mi pare un’idea semplice, e quindi geniale (e voglio anche dire, non per fare il presuntuoso anche perché parlerei senza poter esibire un pezzo di ferro che corrobori l’asserto, che è un’idea che mi è balenata più di una volta in mente).

Una bella lampada (ma sostanzialmente una fonte di elettricità) che funziona con una forma di energia che tutti noi, indipendentemente da ceto, religione, nazionalità, possibilità, e quello che vi pare, abbiamo a disposizione: la forza di gravità.

Anche se iniziamo solo a capire la sua origine (tipo qui), riassumerei brevemente che per il solo fatto di nascere, la Terra ci regala la forza di gravità. Sfruttarla poi sta a noi. In parte lo facciamo di già (cascate, piani inclinati, ma anche l’attrito che fa camminare le nostre auto sono in fondo riconducibili alla gravità), ma possiamo evidentemente fare di meglio.

Due designer londinesi si sono inventati un oggetto decisamente utile, evidentemente rivolto a chi non ha accesso alla corrente elettrica (ma che non disdegnerei anche per una vita più green o per utilizzi occasionali). Si tratta di una lampada che funziona … a gravità.

Gravitylight è praticamente un casso (riempito di quello che vi pare) attaccato ad un nastro che scorrendo alimenta una lampada led. Una frizione ed un po’ di ingranaggi consentono, con uno scorrimento di soli 3 secondi, una alimentazione di 30 minuti!

Premi e riconoscimenti non sono mancati, ma al momento (e questo, come ormai saprete, è una delle mie più grandi paure in questi casi…) la lampada rimane solo un prototipo… probabilmente in attesa di un grande finanziatore che vorrà vedere documenti e documenti (Spesso inutili), business plan (spesso inventati), rischi, opportunità e bla bla bla che se da un lato servono a parare le spalle (a chi evidentemente ce le ha già larghe) dall’altro frenano (sperando che non fermino) idee che già sul nascere “gattonano” per loro stessa natura. L’alternativa, già messa in atto è una bella (e speranzosa) operazione di crowdfunding con l’obiettivo di produrne almeno 1000 da mandare in giro per villaggi africani.

Con almeno 400.000 dollari, una singola Gravitylight potrebbe essere venduta a meno di 4 euro! Il target che l’operazione di finanziamento si era data era di 55.000 dollari, ad oggi siamo al 726%!

WU

PS. Ad oggi la versione “elegante” della lampada sta a circa 75$ su Amazon… non proprio ad un prezzo accessibile a tutti…

Carne di unicorno in scatola

Per la serie cazzate clamorose oppure ode all’inventiva umana?

Con tanto di immagine che sembra uno spezzatino e formato della confezione stile scatoletta di latta da legumi da discount, è in vendita (?)… carne di unicorno.

No, non stiamo spezzettando animali mitologici per farne carne da macello (letteralmente), ma ci stiamo un po’ prendendo in giro, un po’ ironizzando sull’esistenza o meno del bestio, un po’ caldeggiando la causa animalista, un po’ sondando il mercato dei prodotti strani ed un po’ semplicemente giocando.

La scatoletta contiene semplicemente pezzi di un peluche di unicorno smembrato da mettere assieme. A parte forse un po’ di pubblicità ingannevole tecnicamente la scatoletta non mente: stiamo veramente acquistando carne di unicorno in scatola… solo che non si mangia ed è una rappresentazione di qualcosa in cui vogliamo credere (che ha anche personalmente un indubbio fascino).

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Chissà se la ha un gusto delicato o molto forte. Oppure chissà se fa effetto multicolor sul nostro apparato digestivo. Oppure se va condita con una grattatina di corno o meno? Beh, domande lecite… qualora prima o poi decidessimo di macellare unicorni e venderli su Amazon

Veniamo un attimo agli aspetti più prosaici dell’idea: lo spezzatino è in vendita su Amazon alla modica cifra di 50€ circa. Non poco considerando che stiamo comprendo un peluche che vale forse un decimo di questo importo, ma d’altra parte bisogna pur riconoscere un valore “materiale” al genio, no?!

WU

PS. Decisamente divertenti le domande-risposte dei clienti

Domanda: Divento immortale come Voldemort?
Risposta: Purtroppo no, c’è la carne ma non il sangue

Domanda: Come digerisco il corno?
Risposta: In effetti non è facile, risulta un po’ indigesto . Prova con le lacrime di coccodrillo, dovrebbero venderne ancora

Domanda: Ma con questo gioco rovino l’infanzia di mia sorella di 7 anni?
Risposta: Credo proprio di si, peendiglielo subito.

Domanda: Contiene olio di palma?
Risposta: No solo olio di elfo

Palladio, cercasi

… un po’ palliduccio, ma decisamente prezioso.

Facciamo una graduatoria di valore economico (sommaria ed ovviamente senza basi economiche/scientifiche): argento, oro, platino e… palladio. Esatto, la vetta del metallo più prezioso (a parte cose rare ed esotiche) è saldamente in mano al Palladio.

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A vederlo non che sia un graché. Del gruppo del Platino, numero atomico 46, bianchiccio che sembra un po’ l’argento. Non si ossida, è duttile dopo ricottura, ma estremamente duro se incrudito, molto permeabile all’idrogeno e bla bla bla.

Ma la cosa decisamente “strana” per questo metallo è che già nel 2017 aveva avuto un balzo nelle sue quotazioni tanto da veder raddoppiato il suo valore ed aver scavalcato il platino. All’epoca il sorpasso era ritenuto temporaneo e già si parlava di una bolla speculativa che poco aveva a che fare con il vero valore e la vera disponibiità del palladio.

Gli anni, invece, sono passati e la vetta dei metalli prezioso è stata saldamente detenuta dal palladio. Anzi, la sua crescita non si è arrestata. Dopo una fase di flessione nel 2018 e dopo aver toccato il minimo verso la fine dello scorso anno il suo prezzo è addirittura raddoppiato e dallo scorso dicembre è diventato definitivamente più caro dell’oro. Nel 2019 ha già guadagnato quasi il 30% (più del petrolio!).

Si, ok, secondo gli esperti di finanza (un po’ rabbrividisco) si tratta solo di una bolla speculativa, ma c’è (forse) anche altro. Da circa otto anni ci sono segnali di scarsità del metallo e le scorte (principalmente quelle segretissime della Russia) dalle quali si attingeva pare siano ai loro minimi. Stime dicono che in tutto il mondo sarebbero rimaste tra 10 e 18 milioni di once di palladio. Il che vorrebbe dire fra 1 e 2 anni di consumi!

Ma a che serve il Palladio? E’ molto usato in gioielleria, in odontoiatria, sistemi di telecomunicazione, candele dei motori a scoppio, ma soprattutto come catalizzatore. Ed il campo principale in cui lo si usa per le sue doti di catalizzatore sono le marmitte delle auto. In questo settore c’è una vera e propria fame di Palladio, tanto che chi ne ha scorte preferisce addirittura venderlo alle aziende automobilistiche piuttosto che farne derivati. E’ uno degli effetti collaterali del “dieselgate”; infatti specifiche e controlli sempre più stringenti sulle emissioni costringono ad usare quantità sempre maggiori di Palladio nei catalizzatori. Almeno finché le auto elettriche non guideranno il mercato…

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’aspetto non trascurabile che non c’è mai stata una “corsa al Palladio”. Esistono pochissime miniere di Palladio (e per di più l’80% di tutte le forniture arriva da soli due paesi: Russia e Sudafrica -con ben noti problemi all’industria mineraria-) e più che altro il metallo si estrae assieme a platino o nickel che però guidano le estrazioni. In pratica è stato finora considerato come una sorta di “side benefit” anche se ci stiamo pian piano accorgendo che è forse la cosa più di valore che dovremmo tenere sott’occhio.

Le previsioni dicono che il palladio raggiungerà i 1.600 $/oz, che la domanda aumenterà ancora del 5% nel 2019 arrivando a circa 11,2 milioni di once e che il deficit di scorte toccherà le 800.000 once. In pratica un bene più che di lusso… che tutti abbiamo nelle nostre marmitte.

Lungi da me suggerire investimenti finanziari, ma se avete per puro caso qualche grammo di Palladio in giro mettetelo in cassaforte (come la password dei vostri Bitcoin, ovviamente).

WU

PS. Vuoi vedere che Ironman aveva veramente ragione?

PPSS @ 29.03.2019 Ribadisco che lungi da me fare qualunque previsione dei mercati azionari. E’ comunque notizia di questi giorni che il Palladio ha perso ben il 15% in due soli giorni. Che sia lo scoppio della tanto acclamata bolla oppure un “normale” andamento al ribasso di un bene che aveva sfiorato il record di metallo più prezioso lo lascio ad altri. Fatto sta che il palladio aveva toccato il record storico di 1.620,52 $/oncia la scorsa settimana.

Se avete derivati basati sul Palladio, personalmente, non li venderei, anzi… ora che il prezzo è sceso sotto “soglie tecniche” lo acquisterei… E’ vero che il mercato automotive elettrico è in forte crescita, ma i segnali di scarsità del metallo e l’attuale richiesta per applicazioni catalitiche non mi paiono in diminuzione. Oscillazioni del genere, IMVHO, sono più o meno intrinseche in beni su cui una componente di rally finanziario esiste certamente e portare-tanti-soldi-a-casa-subito, si sa, fa gola a tutti. Chi non risica non rosica, no?!

Ambra di bile

Ma voi sapevate che una delle sostanze più ambite di tutta la filiera (multimilionaria) dell’industria profumiera e niente po’ po’ di meno che … bile di balena?

Che i profumi impieghino sostanze che prese singolarmente sono al limite fra il disgustoso ed il quasi disgustoso è cosa ben nota (no?!), ma che uno degli ingredienti chiave derivi proprio dalla bile dei cetacei io non lo sapevo (il che è abbastanza ovvio, direi) ne tanto meno me lo aspettavo.

La bile di balena è una sostanza cerosa prodotta dai cetacei che si attacca alle pareti intestinali al fine di imprigionare e rendere digeribili oggetti che altrimenti risulterebbero irritanti. Capodogli e balene ingurgitano praticamente di tutto e dover digerire becchi di calamari, pinne varie, artigli ed aculei può veramente far venire l’ulcera.

La bile in questione è spesso espulsa tramite feci, vomito o sperma. Ovviamente il suo odore è nauseabondo… una volta espulsa. A contatto con aria e sale, tuttavia, la bile inizia ad ingiallire ed indurirsi fino a solidificarsi. La massa di bile galleggia sull’acqua ed è sospinta dalle correnti fino a raggiunge le spiagge dove si confonde fra i sassi delle spiagge. Con il sole e l’esposizione all’aria l’acre odore di bile si affievolisce lasciando il posto ad un aroma via via più piacevole e ad una sostanza che ha la pregevole (per l’industria profumiera) capacità di “fissare gli odori”.

La forma solidificata della bile di balena è quella che poi prende i nome (nettamente più piacevole) di ambra grigia. Ed è questo l’ingrediente alla base di tantissimi profumi (e.g. il famoso Chanel No.5 ne fa abbondate uso!). In passato l’ambra grigia era bruciata come incenso ed usata come potente afrodisiaco.

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La ricerca di ambra grigia è quindi un business non da poco. Scovarla fra le pietre delle riva e rivenderla alla filiera dei “grandi marchi” garantisce guadagni da migliaia di dollari per oncia (pare che nel 2016 un sasso di ambra grigia sia stato valutato più di 60 mila euro…). Capodogli e balena abbondano specialmente nelle acque oceaniche e le coste dell’oceano Oceano Indiano e dell’Africa Orientale sono i luoghi migliori dove tentare la fortuna. Ovviamente oggi la materia prima è quanto mai rara ed ambita (anche a causa della caccia ai capodogli) per cui il profumo che indossate ha, molto probabilmete, un bel surrogato sintetico della bile di balena.

Uno di quei rari casi in cui far salire la bile a qualcuno potrebbe essere un bene (anche se non, ovviamente, per il soggetto produttore…). Se la bile umana avesse pari valore saremmo miliardari.

WU