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Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

FBlulea.png

La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.

Magione

E chi lo usa più. Anzi, chi lo usa sarebbe meglio non lo facesse, dato che è un termine che ormai si trova quasi esclusivamente per indicare lo sfarzo di questo o quel divo/miliardario/farabutto/etc.

In realtà il termine indica una dimora, ma non una qualunque. Una dimora bella grande, una abitazione sfarzosa, una casa “enooorme”.

Molto simile al termine francese maison, che a sua volta affonda le proprie radici nel latino mansio, che significa(va) “stare, rimanere”. Ma mansio, come ci insegna wiki, in particolare indicava la casa ufficiale di sosta lungo le strade consolari in cui “alti ufficiali” sostavano durante il viaggio. Non mi è difficile immaginare che non si trattasse esattamente di capanne.

Il termine è caduto in disuso per dimore “convenzionali” trovando invece posto per indicare villone, castelletti e simili. Una via di mezzo fra la villa in campagna e la residenza estiva della Regina d’Inghilterra.

[…] e te [Pietro] che sei pietra e sostegno De la magion di Dio. [T. Tasso]

A parte per noi mortali per i quali il termine ha una specie di accezione scherzosa (anche se raramente dico che torno alla mia magione), lasciatemi il dubbio che per i pochi xxx (il termine che preferite lo mettete voi) per i quali la cosa potrebbe avere un reale significato ignorano (… o quanto meno non utilizzano) il termine.

WU

PS. E non chiedetemi, assolutamente, come mi è venuto in mente. Avevo solo bisogno di sproloquiarne un po’.

Dingo Fence

Ci sono muri e barriere. Vanno tanto di moda. Ci sono recinsioni. Di solito associate a corti confini rurali. Di solito recisioni per tener dentro qualcosa/qualcuno e fuori qualcos’altro/qualcun’altro.

Più di 5000 km di recinsione, comunque, sembrano un po’ un anacronistico cimelio di una lotta per possedimenti. Beh, non è solo nella ma fantasia. E’ una delle strutture più lunghe al mondo e di certo la recinsioni più lunga del mondo (a meno che il vostro pollaio non possa dimostrare diversamente).

Non mi verrebbe mai in mente di mettere pali, rete, filo spinato e (recentemente, a tratti) elettrificarli per più di 5000 km… nel nulla. E già, perché la follia dell’opera è completata solo dalla terra arida sconfinata che la circonda. Ma io, d’altra parte, non ho nessun gregge di pecore da dover difendere.

Non è un latifondo ne un mega stagno per anatre mutanti; bensì l’attuazione di un’idea semplice quanto geniale: in Australia ci sono i dingo, i dingo mangiano le pecore e gli altri animali di allevamento, una bella recinsione tiene prede e predatori separati.
Poi se la recinsione deve attraversare mezzo continente… poco importa. Tanto sono pali da piantare nella terra arida in un paese in cui la forza lavoro abbonda (va).

DingoFence.png

Edificata fra il 1980 ed il 1985 la Dingo Fence era in origine lunga 8000 km; si è “ridotta” agli odierni 5614 km che sono gestiti da 23 addetti che la controllano quotidianamente. Ovviamente buchi e sfondamenti sono all’ordine del giorno, ma tutto sommato la palizzata svolge egregiamente il suo lavoro… basta vedere la distribuzione dei dingo nei vari territori dell’isola (e quella degli armenti è facile immaginare come sia circa l’inverso).

In fin dei conti nell’eterna sfida uomo-natura, la barriera è il male minore, dato che le altre soluzione attuate sono state avvelenamento e tiro al bersaglio… e pensare che in fondo i dingo fanno semplicemente quello per cui sono stati progettati.

Ma in fin dei conti la natura trova il suo equilibrio ed oggi i dingo si cibano di altro (… ed in fondo in 3500 anni che vivono sull’isola il loro numero non è sostanzialmente diminuito), le pecore sono sbranate, anche se in numero minore, da cani selvatici, e l’assenza di dingo nei “territori del sud” ha causato un aumento anche di conigli, volpi, e canguri. Direi un classico esempio di inaspettate (ed in questo caso, fortunatamente, non troppo deleterie) ricadute secondarie di ingerenze umane nelle scelte naturali. Fortuna, appunto.

WU

Le sabbie del tempo

Nabibia meridonale. Deserto, sole e sabbia. Nulla e nulla per km. E Kolmanskop.

Kolmanskop.png

Erano i primi del 1900 e la corsa all’oro muoveva l’economia, le migrazioni e gli insediamenti. Quando un operaio che lavorava in zona (erano anche gli anni in cui mettevano binari per ferrovie che dovevano essere futuro e progresso) trovò un diamante non si pensò di certo ad un caso isolato.

Con brevi e sommarie analisi (e chi sono io per dirlo, ma mi piacere pensare che sia andata così) si dichiarò che il territorio era pieno zipillo di diamanti. In quattro e quattrotto il governo tedesco dichiarò tutta la zona come “ristretta” e ci si mise a sfruttare il “giacimento” di diamanti.

Ovviamente era tutta una questione di tempo. I primi cercatori trovarono effettivamente ricchezze degne di nota e misero su una vera e propria città in stile crucco: ospedale, casinò, centrale elettrica, teatro, bordello (immagino) e via dicendo. La stazione praticamente era a due passi, c’erano i diamanti, Kolmanskop proliferava.

Ed intorno, troneggiava, non curante, il deserto.

Passarono quasi 50 anni e l’unica fonte di sostentamento dell’insediamento iniziò a scarseggiare. In mezzo ci furono anche le due guerre mondiali (e la Germania non stava certo al palo a guardare) e le comunicazioni/commerci con la madre patria si fecero difficili.

Non ci volle poi tanto che Kolmanskop si spopolò. Completamente. Ed il deserto si prese (e si prende da allora) la sua rivincita.

Vecchi baluardi di uno stile assolutamente fuori contesto per il deserto della Nabibia tentano di resistere alle dune di sabbia dando vita ad un’atmosfera spettrale (… ovviamente meta turistica).

Bella storia, come ce ne sono forse tante. L’errore, credo, sia in questi casi investire tutto su un’unica fonte di sostentamento; non ci si ciba mai di un sola pietanza. Cerco di ricordarmelo (e dovremmo farlo forse u po’ tutti) spesso, prima che le sabbie del tempo prendano anche me.

WU

PS. Immagino il fascino del posto, che pare essere ulteriormente aumentato dalla nebbia che si alza dal mare ed arriva fin li, ma mi chiedo: vale davvero un viaggio nel deserto? Beh, se dovessi mai passare di li mi ci fermo di sicuro.

PPSS. Immagini a iosa in rete. Tra cui questo bel servizio fotografico.

Baciato del Sole

… e non su una spiaggia caraibica. Bensì in Egitto.

Ieri, sempre per la serie arrivo in ritardo (anche se devo confessare che in questo caso ieri avevo visto la notizia ma non ero dell’umore giusto per parlarne), non era un giorno qualunque. Almeno non per il faraone Ramses II. Beh, ok, diciamo almeno per la sua effige.

Nel tempio di Abu Simbel, infatti il 22 Febbraio ed il 22 Ottobre non sono giorni qualunque. Un po’ al confine fra scienza, architettura, astronomia, archeologia, magia e culo, nelle due date accade un fenomeno particolare.

I raggi del Sole (maiuscolo perché sto parlando del Dio Sole, non per sano fanatismo stellare) entrano infatti attraverso la piccola porta del tempio scavato nella roccia e ben difeso dalle quattro enormi statue fino a colpire, nelle profondità del tempio proprio la statua del Faraone.

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Riguardo alle due date ci sono (ovviamente) più interpretazioni: il 22.02 era considerata la data di nascita del Faraone (e quindi l’inizio dell’anno egizio) ed il 22.10 la data della sua incoronazione. Oppure il 22.02 era la data della raccolta ed il 22.10 la data della fine della piena del Nilo. Ad ogni modo di motivi ne avevano di certo…

Nei giorni vicini alle due date magiche, inoltre, vengono illuminate un po’ a turno le altre divinità presenti nel tempio con un’unica, notevole eccezione: Seth, il dio delle tenebre, rimane escluso dalla carrellata di luce. E’ forse questo l’aspetto dell’evento per me più suggestivo.

WU

PS. Non metto link, basta googlare per “Miracolo del Sole” o simili e… magia della rete.

Brutale brutalismo

La Free University’s Research Institute for Experimental Medicine (FEM) è uno di quegli edifici che sembrano usciti da un fumetto Marvel.

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Ora ditemi voi se non vi viene la pelle d’oca solo a guardarlo…

Si trova a Berlino ed il suo vero scopo è forse chiarito dal suo precedente nome: Central Animal Laboratory.

Nulla di proprio rassicurante, dato che siamo davanti ad una colossale struttura di cemento armato dotata di “feritoie” e “cannoni” (ho capito che con le prese d’aria gli “architetti” si sbizzarriscono…) nella quale sono stati eseguiti qualcosa come 88000 test su animali (alla faccia della “Free University”).

Non mi soffermo qui sul discorso etico-animalista, ma su una più leggera (aggettivo che fa sorridere se riferito a questo edificio) discussione architettonica. Non lo definirei brutto (anche se ci va vicino), sicuramente difficile da inserire in qualunque contesto, un po’ un emblema di quell’architettura della Germania Ovest che diciamo era… di impatto. Mi ricorda un po’ uno dei mondi di Super Mario.

Cercando un po’ in qualche vecchio post (tipo questo e quest’altro che quasi non ricordavo) mi sto pian piano convincendo di essere un fan dell’architettura brutalista.

WU

PS. Costo? Beh, un non trascurabile 126000000 di dollari tedeschi, circa 65 MEuri che negli anni ’80 non erano proprio due spiccioli, neanche per la Grande Germania.

Cemento geneticamente modificato

Di per se la notizia mi ricorda molto l’inizio di un qualche film apocalittico in cui un super virus ci trasforma tutti in mangia budella (facciamo un tributo alla Umbrella Corporation?).

Ma non è così, almeno per ora. Anzi, l’idea è potenzialmente molto valida.
Come sempre mi rimangono molti dubbi sulla sua industrializzazione e commercializzazione (insomma sul suo cammino dal laboratorio al consumatore), ma questa è un’altra storia…

Agli eventi sismici di questi giorni si può reagire in diversi modi, fra cui quello di concepire (e qui, nell’idea stessa, che vedo una grande innovatività) un cemento “vivente”.

We are trying to create a responsive material which could have broad architectural applications, for example creating foundations for buildings without needing to dig trenches and fill them with concrete.

Eh!?

Un cemento che si auto ripara a seguito di eventi catastrofici sfruttando la laboriosità di alcuni batteri muratori. Questi batteri, infatti, a seguito di una modifica del loro genoma sarebbero in grado di riparare il cemento di fondazioni, mura, pilastri e simili.

La cosa simpatica è che il batterio “originale” è un banalissimo, comunissimo e dolcissimo (si fa per dire) Escherichia coli. Il DNA del povero batterio è stato modificato per far si che esso reagisca a variazioni di pressione del suolo producendo una specie di colla a base di zuccheri e carbonato di calcio.

E questa l’idea di un gruppo di ricerca dell’università di Newcastle che potrebbe, potenzialmente, portare a case più che sicure oppure alla fine del genere umano… Quantomeno un approccio diverso.

WU