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Kola: il fondo del mondo

Quando a fondo possiamo scavare? No, non nell’animo umano; intendo proprio fisicamente, nella crosta terrestre (… beh, che poi un po’ di ragione a voler scrollarci di dosso potrebbe anche averne…).

Ad ogni modo (derive misantropiche a parte), la domanda non è propriamente stupida. Escludendo i punti più bassi che madre natura ha deciso di fare e quelli che abbiamo fatto “a misura d’uomo” per andare a prelevare questo o quel minerale prezioso (si, intendo le cave), esistono dei progetti di “trivellazione scientifica” proprio per cercare di rispondere alla domanda: quanto a fondo possiamo andare? Cosa c’è tanto sotto di noi? Che informazioni possiamo derivare per migliorare i nostri modelli (compresi quelli di previsione dei terremoti)?

Il Kola Superdeep Borehole è il re di tali progetti di trivellazione. Il punto più profondo (per un bel po’) che siamo riusciti a scavare nella superficie terrestre.

Siamo in unione Sovietica (… e, lasciatemelo dire, dove senno’?), nella penisola di Kola. Il 24 Maggio del 1970 una immensa perforatrice prodotta dalla Uralmash (che di per se è un’altra storia affascinante che vale la pena raccontare) seguita negli anni a venire dai suoi discendenti, inizia a perforare un punto a caso della superficie del pianeta. Già il fatto di dover utilizzare una perforatrice qualche chilometro di profondità pone sfide tecnologiche non indifferenti: attrito, lubrificazione, allineamento della testa girante, estrazione delle sabbie e polveri e via dicendo; la prima sfida era proprio inventare/adattare i macchinari adatti.

Nel 1989, 19 anni di perforazione dopo, le trivelle si fermano. Oggi quel buchetto di circa 23 cm, profondo la bellezza di 12,262 m, è i punto artificiale più profondo scavato al mondo.

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Il buco avrebbe dovuto raggiungere la profondità di 15 km, ma la temperatura rilevata durante lo scavo è cresciuta molto più di quanto i modelli prevedessero, causando una interruzione prematura della perforazione (ci provarono fino al 1992 prima di abbandonare del tutto l’idea). Ai circa 12 km di profondità del foro la temperatura che ci si aspettava era attorno ai 100°C, mentre quella rilevata fu di ben 180°C… il che rese eccessivamente rischioso usare oltre le trivelle. I modelli di densità delle rocce e temperatura sono stai confermati fino a circa 10.000 piedi di profondità; oltre è un modo tutt’oggi ancora da scoprire.

Fra le scoperte che si sono potute fare mediante questa perforazione scientifica vanno annoverate:

  • a circa 7 km di profondità, dove le onde sismiche hanno una variazione di velocità, ci si aspettava di trovare una transizione fra granite e basalto che invece non è stata rilevata. Piuttosto è stata rilevata una “transizione metamorfica” del granito che è da considerasi come la causa più probabile della variazione di onde sismiche a tale profondità.
  • a circa 7 km di profondità le rocce si sono rivelate estremamente porose e cariche d’acqua che non partecipa al ciclo dell’acqua di superficie e che dovrebbe provenire dall’interno stesso della Terra senza la possibilità di poter risalire oltre a causa degli strati impermeabili che sono presenti nei primi km di crosta. Tale acqua si è molto probabilmente formata a seguito della combinazione di idrogeno ed ossigeno rimasti intrappolati belle rocce durante il periodo di formazione della crosta terrestre.
  • fossili di plancton microscopici sono stati trovati fino a 6 km di profondità… ove nessuna forma di vita ci si aspettata di poter trovare.
  • è stata rilevata una quantità di idrogeno estremamente alta durante tutto lo scavo del foro.
  • sono state fatte prove di propagazione di once sismiche artificiali lungo tutto il foro per vedere fino a che distanza si rilevavano
  • sono state fatte prove di propagazione elettrica fino al fondo del foro per vedere come la crosta terrestre trasmette elettricità ed eventuali discontinuità.
  • sono state fatte prove di porosità (molto alta) delle rocce lungo tutto lo scavo, pompando acqua in pressione e verificando la velocità di dispersione della stessa

Nonostante tutti questi sforzi il foro a raggiunto circa un terzo dello scudo basaltico della crosta terreste (in parole povere la base di roccia solida su cui il vecchio continente poggia i piedi) che ha uno spessore stimato attorno ai 35 km oltre il quale ha inizio il mantello.

Oggi il sito è chiuso e meta di parecchi curiosi. L’idea di scava a fondo nella crosta è stata comunque ripresa anche altrove (tipo in Germania, US, Oceano) ed alcuni dei record di Kola sono stati superati, ma il progetto rimane comunque un degno precursore di tutto ciò che abbiamo fatto (pochino ad essere sinceri) per vedere cosa abbiamo sotto i piedi. E’ proprio vero che siamo andati più lontani nello spazio (proprio in questi anni le Voyager stanno superando l’eliopausa) di quanto non siamo riusciti a scendere all’interno del nostro pianeta o esplorare i fondali dei nostri oceani.

Nel 2008 il pozzo petrolifero Al Shaheen Oil Field in Qatar raggiunse la profondità di 12,289 m con un’ulteriore record di espansione orizzontale di 10,902 m … ed il tutto in solo 36 days. Lo scavo fu realizzato dalla Transocean Ltd (la più grande azienda di perforazione mondiale) per conto della Maersk Oil (azienda danese di Oil&Gas) per interessi economici tutt’altro che scientifici. Sempre sulla stessa scia (e su profondità decisamente simili), nel 2011 la Exxon Neftegas Ltd., nell’ambito del progetto Sakhalin-I, ha raggiunto la profondità di 12,345 m (… in 60 giorni anziché in 24 anni come Kola…) al largo dell’isola russa di Sakhalin.

WU

PS. Per me ci starebbe bene [cit. omissis… e non a caso…]:

“Andrea raccoglieva violette ai bordi del pozzo
Andrea gettava riccioli neri nel cerchio del pozzo
Il secchio gli disse “Signore il pozzo è profondo
più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”
lui disse “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”
lui disse “Mi basta, mi basta che sia più profondo di me”

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Bambolatorio

Tutto si rompe; quasi tutto si aggiusta.

Avete presente quando i vostri piccoli vi portano dei rottami impresentabili di un qualche giocattolo e, dopo un trauma tipo incidente in autostrada, vorrebbero fosse (magari anche velocemente) riportato ai vecchi fasti?
Voi (io di sicuro) ci armiamo di attack, scotch e santa pazienza e partoriamo degli obbrobri ancora più inguardabili dei cadaveri pervenutici(… che ci scommetto sono alla base di molti incubi dei bambini).

Ma c’è, invece, chi questo lavoro lo sa fare. E lo sa fare così bene da permettersi di poter aprire addirittura una clinica di cura per bambole.

OspBambole.png

Siamo a Napoli, via San Biagio dei Librai (la zona dei presepi per capirci), e qui, all’interno del cortile di un palazzo troviamo l’unico (?) Ospedale per Bambole.

E’ la fine del 1800 e Luigi Grassi realizzava scenografie e pupi per il teatro. Un giorno, uno dei tanti, una signora comparve sull’uscio della sua bottega con uno di quei cadaveri di bambola di cui dicevamo prima chiedendogli aiuto per aggiustarlo. Luigi, con la stessa professionalità che metteva nel suo lavoro si cimentò nell’impresa con ottimi risultati (evidentemente molto migliori di quelli a cui avrei mai potuto ambire io).

La voce si sparse velocemente ed in breve tempo Luigi trasformò il suo laboratorio in un ambulatorio; un ambulatorio per giocattoli rotti (che più che oggetti di plastica/porcellana aggiusta i sogni dei bambini).

Siamo alla quarta generazione e la tradizione (magicamente, neanche fosse uno degli interventi eseguiti nell’ospedale) è stata tramandata e la clinica è ancora aperta. L’ambulatorio è oggi una clinica, con tanto di cartelle cliniche compilate durante la guarigione, angolo acconciatura prima della dimissione ed ogni comfort necessario per questi poveri pazienti.

WU

PS. Mi immagino quanto debba essere inquietante il luogo. Non ci sono mai stato (ma mi riprometto di andarci), ma mi immagino scaffali pieni di teste mozzate, gambe penzoloni, occhi, capelli e braccia che si affastellano neanche fosse la fantasia di un sadico serial killer. Il fatto che siano di plastica o porcellana non so quanto allievi l’immagine…

La cassaforte invalicabile per la formula segreta

Altro che Fort Knox. Uno dei posti più segreti e protetti d’America si trova all’interno di una azienda che conosciamo, per forza, tutti. E tale posto, va da se, custodisce uno dei segreti più segreti dell’intera nazione e (forse) di tutto il mondo. No, non è la Dichiarazione d’Indipendenza.

E’ una di quelle cose che, volenti o nolenti si imparano a conoscere fin da piccoli. Non ne sono un grande estimatore, ma non posso non conoscerla (e neanche dire di non averla mai assaggiata).

Sto parlando della Coca-cola; forse il segreto industriale meglio custodito della storia (sicuramente quello più pubblicizzato, il che aggiunge pubblicità a pubblicità).

Sappiamo tutti (assumo) che la formula è super segreta da sempre… ed è ancora gelosamente custodita in un posto che trasuda Mission Impossible da tutte le parti. 125 anni di storia custoditi su un pezzetto di carta dietro spesse pareti di cemento armato, pesanti porte blindate e omoni armati alla porta.

Siamo ad Atlanta, nel Word of Coca-Cola (…e già il nome…), di fronte ad una giga-cassaforte costruita per lo scopo. Alta circa 2 metri, rivestita di acciaio e con una singola porta che può essere aperta solo da uno scanner di impronte digitali (…); praticamente come avere in mano le chiavi del paradiso (sicuramente di quello economico).

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Era l’otto maggio 1886 quando il dottor John Stith Pemberton inventò la Coca-Cola. Doveva essere un qualche rimedio per il mal di testa e per la stanchezza (… e doveva anche chiamarsi “Pemberton’s French Wine Coca” essendo una sua variante personale del “vino di coca” in cui la parte alcolica era sostituita dall’estratto di noci di Cola…).

Dalla sua invenzione la formula non fu mai messa per iscritto se non in caso di estrema necessità. Correva l’anno 1919 quando Ernest Woodruff rilevò l’azienda da Asa Candle, unico proprietario della piccola azienda dal 1891 (che a sua volta la acquistò per ben 2300 dollari da Pemberton, sommerso dai debiti). Per finanziare l’acquisto Woodruff dovette chiedere un prestito e per ottenerlo (dato che la storia ci dimostra che alcune cose rimangono uguali nei secoli dei secoli) dovette fornire una garanzia: la formula della Coca-Cola.

In quella occasione Woodruff chiese al figlio di Candler di mettere la formula per la prima volta (pare, si dice, come è giusto che sia in questa aurea di mistero… chissà perché non c’è un film di Indiana Jones a riguardo…) per iscritto. Il documento venne quindi custodito nel caveau della Guaranty Bank di New York fino all’estinzione del mutuo. Correva l’anno 1925 quando la formula segreta fu riscattata da Woodruff che la portò ad Atlanta. Prima nel caveau della SunTrust Bank e poi, nel 2011 (evidentemente quando la cassaforte super sicura costruita all’uopo era pronta), nel Word of Coca-Cola dove giace ancor oggi.

Si è anche vociferato di averla “scoperta“, anche più di una volta. L’episodio in cui siamo andati più vicini è forse quando si è pubblicata una foto di un taccuino di Pemberton:

Secondo quanto si legge nel taccuino fotografato sul quotidiano di Atlanta, la formula originale della Coca Cola sarebbe questa:
– estratto fluido di coca e noci di cola (4once);
– acido citrico (3 once);
– citrato di caffeina (1 oncia);
– zucchero (30 libbre),
– acqua (due galloni e mezzo, un gallone corrisponde a 4,546 litri);
– succo di lime (un quarto);
– vaniglia (1 oncia);
– caramello (quanto basta);
– aromi, cioè il famoso 7X (2 once e mezza). Secondo il taccuino questa miscela sarebbe composta da alcool (8 once), olio di arancia (20 gocce), olio di limone (30 gocce), olio di noce moscata (10 gocce), coriandolo (5 gocce), olio di arancio amaro (10 gocce), cannella (10 gocce).

Una nota: il 7X è davvero un estratto della foglie di coca, private di tutte le tossine varie che si produce direttamente in America e che si vende ad una sola azienda…

Ovviamente e giustamente il mistero rimane anche se va sottolineato che sicuramente parte degli ingredienti base della bevanda non ci sono più. Il fluido di pianta di coca è stato eliminato nel 1900 e l’estratto di noci di cola è stato sostituito con la più economica caffeina purificata. Chissà cosa c’è scritto su quel pezzo di carta in quella cassaforte…

Lasciamo poi perdere che (come gran parte, solo per non dire tutte, delle cose americane) è stato trasformato in una specie di parco giochi, per amore del business… Ci possiamo (virtualmente) avvicinare (tanto per sentirne il profumo nell’aria) come non mai… separati solo dalla invalicabile cassaforte. D’altra parte quale modo migliore per mettere al sicuro qualcosa se non esporta alla mercè di tutti?

Then you can test how well you protect the secret through an immersive full body interactive experience that leads you through three virtual environments—the Triangle Room, Secure Train Car and Bank Vault—all locations where the secret formula has been kept. You can also participate in group game play as you trigger animations and watch these environments magically change and come to life. Challenge your friends and family to see how well you protect the secret.

Il vero grande segreto americano (altro che l’omicidio di JFK…)

WU

Pyramiden: città fantasma 79° parallelo

A nord, ma tanto a nord. Nelle Svalbard esiste(va) un posto. Un posto che ha una storia, un posto che testimonia il nostro passaggio, un posto che ha oggi il sapore del tempo.

Pyramiden (il cui nome deriva da una montagna di forma vagamente piramidale che sovrasta l’area) è un insediamento fondato da minatori svedesi nel 1910. Il passaggio di mano ad una compagnia mineraria russa avvenne nel 1927 e da li, di passaggio in passaggio (neanche fosse un’utilitaria) l’insediamento è passato ad altre compagnie russe fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1998.

Al suo apice, fra gli anni ’60 ed ’80, l’insediamento arrivò ad ospitare fino a 1000 persone ed era dotato di tutti i comfort: piscina riscaldata, stalla, palestre, biblioteche, cinema, teatro e bla bla bla.

Ma c’è di più; il luogo, pur essendo in territorio norvegese, era un emblema della Russia (ed ancor prima dell’URSS) stessa, ma qui vi si poteva accedere senza necessità di particolari procedure e visti. Era praticamente un assaggio di Russia liberamente visitabile (a patto di andar lassù, a due passi dal polo nord…) e doveva quindi dare l’impressione della potenza della madre patria; motivo per cui fu dotato di ogni comfort (inclusa a buon diritto una sede del KGB ed il busto di Lenin più a nord del mondo).

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E sullo “sfondo” del posto c’era il vero motivo per cui la gente si trovava a vivere in un luogo così remoto. Il carbone. Circa 9 milioni prodotti fra il 1995 ed il 1998 e circa 6 milioni necessari al sostentamento della stessa Pyramiden durante il suo periodo di operatività. Ma come tutte le cose (ed a maggior ragione le risorse fossili) anche il carbone era destinato ad esaurirsi e quando l’estrazione mineraria divenne troppo impegnativa e poco remunerativa i giacimenti furono abbandonati e con essi la città.

Ma, a parte furti ed atti vandalici, il clima molto rigido, l’umidità bassa e la poca frequentazione umana stanno mantenendo questo posto come una specie di capsula del tempo che potrebbe tranquillamente sopravviverci.

Arriviamo ai giorni nostri. La storia di Pyremiden non è affatto finita. Dal 2011 la Russia ha visto in questo posto il business del turismo (ehmmm, poche strade parallele e perpendicolari ed edifici stile siberiano, tanto per intenderci). Attualmente l’insediamento è ambientato da 6 persone in pianta stabile (e vorrei sapere come si trovano a vivere solitari in questo ambiente spettrale…) e sono in fase di recupero alcune strutture della città, compreso un albergo, una caffetteria ed un piccolo museo.

Insomma, finito il periodo dello sfruttamento minerario sottoponiamo il posto allo sfruttamento turistico (anche se non lo definirei proprio un turismo di massa, vedo comunque che in rete è pieno di siti che consigliano come viaggiare da queste parti) … in fondo sensato, considerando che siamo già li a rompere le balllls.

Abbandonato ed inospitale: intrigante .

WU

PS. Ed ovviamente:

La Guerra fredda in questo luogo non esisteva. [Cit.]

Il Modulor

Per formulare risposte da dare ai formidabili problemi posti dal nostro tempo e riguardanti l’attrezzatura della nostra società, vi è un unico criterio accettabile, che ricondurrà ogni problema ai suoi veri fondamenti: questo criterio è l’uomo

Crasi di module e or (in riferimento alla section d’or. E’ “solo” l’interpretazione dell’architetto franco-svizzero Le Corbusier di uno dei temi più cari all’uomo: l’armonia delle forme. Dall’uomo Vitruviano di Leonardo, passando per Leon Battista Alberti siamo arrivati all’idea che il centro dell’armonia delle forme è proprio l’uomo.

Si tratta praticamente di una scala di proporzioni basate proprio su misure umane medie da utilizzare come vademecum per un’architettura a misura d’uomo. Questo almeno negli intenti del suo inventore e nell’utilizzo che ne fece. Oggi riceve diverse critiche (come si confà ad una scala che voglia abbracciare tutta la varietà del genere umano) che vanno dall’assenza del sesso femminile (non riconosciuto abbastanza armonioso) all’assenza di parametri di riferimento per elementi architetturali standard (non si può usare il Modulor per disegnare dei comodi scalini) per concludersi con le misure stesse di riferimento considerate (che forse tanto standard non sono…).

Nella sua prima versione (1948) e poi nell’aggiornamento del Modulor 2 (1955) Le Corbusier si disegnò il suo personalissimo metro che poi effettivamente usò nella realizzazione di diverse suo opere architettoniche.

Il Modulor è graficamente rappresentato (e credo che gran parte del successo di una scala forse non perfetta ed incompleta lo abbia fatto proprio una sapiente rappresentazione grafica) con una figura umana stilizzata con un braccio steso sopra il capo che si trova accanto a due misurazioni verticali.

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La serie rossa è basata sull’altezza del plesso solare (108 cm Modulor 1 e 113 cm Modulor 2) poi divisa in segmenti secondo il Phi=1.618 della sezione aurea. La serie blu basata sull’intera altezza della figura che è esattamente il doppio dell’altezza del plesso (216 cm Modulor 1 e 226 cm Modulor 2), a sua volta segmentata nello stesso modo. Fra le due serie si sviluppa una spirale che definisce anche i volumi dei vari segmenti.

In sostanza le due scale sono il legame fra l’elemento umano e quello matematico cercando di rapportare alle misure umane l’armonia (possiamo dire “universalmente riconosciuta”) che hanno edifici e superfici basati sulla sezione aurea. La convinzione alla base dell’idea è che “solo l’utente ha la parola” ovvero che la dimensione umana deve troneggiare. Poi vi era anche la possibilità di modellare un uomo (diciamo pure non un uomo qualunque, ma praticamente solo uno alto 108/113 – 216/226 cm) secondo i numeri della sequenza di Fibonacci (il rapporto fra due numeri consecutivi della sequenza è costante ed è proprio la sezione aurea).

La sequenza si applica sia ad un quadrato di lato 113 (27, 43, 70, 113, 183, etc.), nella “serie rossa”, sia ad un rettangolo di dimensioni 113×226 (53, 86, 140, 226, 366, etc.), nella “serie blu”.

Le due serie potevano (e, con tutti i limiti del caso, lo possono tutt’ora nonostante il progressivo disuso del modello) essere utilizzate per dare quella piacevole regolarità matematica (che limitando un po’ l’estro dell’uomo evita anche di fare qualche obbrobrio di troppo) ed estetica ad un manufatto architettonico (o anche meccanico)…

WU

PS. Se contestualizziamo storicamente il tentativo è quello di recuperare una dimensione umana, fin nelle cose concrete del quotidiano, nel periodo post bellico.

Carceri d’invenzione

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Sempre sottolineando l’intento di non voler insegnare niente a nessuno. Mi sono imbattuto (in quanto une delle principali fonti di ispirazione di Escher) in Giovanni Battista Piranesi. Fin’ora un emerito sconosciuto, un genio invece. Architetto, teorico, incisore che visse fra il 1720 ed il 1778.

Fra le sue opere “carceri d’Invenzione” è una vera chicca. Troneggiano architetture magnificenti, grandiose e maledettamente complesse. Enormi sotterranei, volte e catene, macchinari possenti, ponti ed una sofferenza un po’ diffusa.

Le carceri sono un insieme di sedici tavole, in due edizioni, rese via via più cupe e tetre (più che altro per motivi teatrali e scenici).

L’intento era (doveva essere) quello di dimostrare l’impossibilità di un’ordine nello spazio, la divisione dei vari elementi architettonici, magari la loro interconnessione (con le varie scalinate e ponti), ma sostanzialmente una distanza degli oggetti che non sono fra loro interconnettibili.

E poi, a me, mi da una generale idea di “porte dell’inferno”: il punto in cui ci si prepara, si accantonano i materiali e le persone, lo sgabuzzino prima di entrare dove non si fa più ritorno.

Selvaggio come Salvator Rosa, fiero come Michelangelo, esuberante come Rubens, ha immaginato scene… impensabili perfino nelle Indie. Costruisce palazzi sopra ponti, templi sui palazzi, scala il cielo con montagne di edifici [H. Walpole]

Scoperta piacevolmente inquietante.

WU

PS. E poi, volgiamo valutare l’elettricità di questo “artista” che parte da meri elementi architettonici in un’epoca in cui tutto era rococò, romanico, neoclassico… Ci credo che Escher lo abbia eletto a suo maestro d’adozione.

Dubai’s newest landmark

WORLD`S BEST NEW ATTRACTION è un diclaimer che di certo non passa inosservato.
Se poi l’apertura è anche datata Gennaio 2018, almeno la curiosità di sapere di cosa si stà parlando viene (no?!).

Un palazzo? Un monumento? Un ponte? Una cornice? Un vuoto che racchiude un’idea? Un po’ tutto.

Stiamo parlando del Dubai Frame (e dove se non nei luoghi in cui gli emiri possono esibire il lusso del petrolio?).

Diciamo che è un palazzo: 150 metri in altezza, 93 metri in larghezza, ma… completamente vuoto nel centro. Diciamo allora che è un ponte di 100 metri quadri che connette due torri alte 150 metri e che tale ponte è anche dotato di 25 metri quadri di vetro, esattamente nel centro che offrono la possibilità di una vista completa, senza confini… sospesi nel vuoto.

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Il progetto è dell’architetto Fernando Donis che ha vinto (100.000 dollaroni che non guastano mai) la ThyssenKrupp Elevator International Award fra 926 proposte; il tema: the new face for Dubai. Direi che mai architettura fu più calzante… Praticamente la nuova faccia di Dubai non è un’altro monumento, ma è la città stessa.

Costo dell’intero progetto 32.000.000 di dollari; costo del biglietto 10 dollari.

Ovviamente ci si aspetta che diventi la principale attrazione di Dubai (assieme a tutti gli altri investimenti che gli emiri stanno facendo, dimostrando come un eccesso di cassa possa essere investito anche in cultura/monumenti oltre che in sfarzo di discutibile gusto).

WU

PS. Pare (pare) che fino al 2016 ne un compenso ne un rimborso siano stati corrisposti all’architetto benché la costruzione dell’edificio fosse già in corso. Immancabile causa legale and … ” ongoing copyright dispute with architect Fernando Donis”.

Pare (pare) infatti che oltre a non aver dato un rublo al suddetto architetto i dubaiesi (??) si siano anche appropriati del progetto, lo abbiano leggermente modificato e se lo siano realizzato senza chiedere/dare nulla a Donis.