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Tempo di doni

Che cosa significa veramente dono? Il dono è il luogo della libertà, è quella dimensione della persona che si attiva quando ci sentiamo veramente liberi di fare e di dare tutto; e cosi, potendo dare e fare molto, siamo anche capaci di donare qualcosa il dono è infatti la cifra degli uomini liberi.

Quale è la relazione fra dono e mondo del lavoro? Anche il contratto e gli scambi economici hanno un bisogno vitale di dono sebbene il mondo del business oggi faccia di tutto per mostrarsi come l’ambito del non-dono- Pensiamo al lavoro. Tutti sappiamo che quando entriamo un un’aula o in un ufficio, se insieme al signor Rossi non entra anche Mario, non iniziamo mai a lavorare davvero. Se, io che sono un docente, prima di entrare in classe non mi fermo un attimo, mi raccolgo, non metto da parte i miei problemi personali per dare il meglio di me, il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere e la mia creatività ai miei studenti, in realtà io non sto lavorando: potrei mandare in aula un computer o proiettare un banale power pint. Ma, e qui che sta il mistero del dono, l’entusiasmo, la voglia di vivere e la creatività non sono contratti, perché nessuna impresa me li può comprare: o io decido liberamente di metterli nel mio lavoro oppure non ci sono. Ed essendo faccende di libertà, sono faccende di dono.

E se decidiamo invece di non donare, che succede? Se nel lavoro manca la partecipazione, che l’impresa non può acquistare ma solo ricevere dalla mia gratuità, l’impresa fallisce. Le aziende quindi possono comprare solo la parte meno importante del nostro lavoro – a che ora entriamo ed usciamo, e i “segni” del nostro lavoro – ma non possono comprare l’entusiasmo e la voglia di vivere, che però sono le cose che servono davvero. Il problema principale però è che i manager non si rendono conto di quanto dono consumano senza pagarlo, perché il dono è in massima parte invisibile e parla un linguaggio opposto a quello del business. Le imprese in realtà hanno un grande bisogno del dono dei lavoratori.

Spesso però la generosità dei lavoratori non viene riconosciuta… E’ l’impressione di essere defraudati di quanto di noi stessi mettiamo nel lavoro, una delle prime cause di malessere di molti lavoratori. Ci vorrebbero manager capaci di vedere e di riconoscere il dono. La tradizione cooperativa lo sapeva fare, spesso lo fa ancora, e quindi può ricordare a tutta l’economia che quando il contratto si mangia il dono, nel tempo si mangia la vita delle persone.

Parole di Luigino Bruni.

WU

PS. A parte essere d’accordo o meno sull’approccio un po’ “volemoce bene”, suggerisco caldamente la lettura del pezzo… almeno come spunto per qualche riflessione. I passi che mi hanno colpito di più (che sono certo cambierebbero ad una ulteriore rilettura) evidenziati in grassetto.

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La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

Il silenzio degli intelligenti

Tacere è spesso una dote, a volte una necessità. Tacere è spesso difficile, ma “invecchiando” (almeno per me) sempre più spesso impossibile. Eppure è in molte più situazioni di quelle in cui lo mettiamo in pratica, la scelta migliore. Quando poi il tema del silenzio si intreccia con quello della convinzione che la gente ha di se (effettivamente indipendentemente dall’essere stupidi o intelligenti).

La mia personale premessa (che sono certo aver già blaterato in qualche altro post) è che non credo più nell’esistenza degli stupidi. Certamente credo che esistano persone che si chiedono molto poco, che dubitano molto poco, che non sanno fare autocritica, che non sono ironici; insomma che hanno una concezione di se che con l’umiltà non ha nulla a che vedere.

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Tanto per prendere spunto da questo Dilbert, di certo la descrizione sopra calza benissimo ai cari capi/responsabili/superiori che siamo obbligati a digerire. Questi trovano spesso l’affermazione di se nella vanagloria della propria intelligenza (chiedendo effettivamente uno sforzo di silenzio che non tutti siamo in grado di garantire); soprattutto nella convinzione di aver a che fare con “intelligenze minori” (tanto per non dire stupidi). Applicato all’ambito aziendale è (l’ennesima… vi ricordate questo post?) conferma dell’effetto Dunning Kruger. A tal proposito suggerisco caldamente la visione del TED qui sotto (… a proposito del TED di Dilbert 🙂 ). Fantastico.

Ah, ovviamente la percezione della propria intelligenza è inversamente proporzionale alle nostre reali capacità (… almeno in quell’ambito). Persone molto incompetenti difficilmente riescono a vedere le proprie lacune; come dire che la propria convinzione di se ottenebra l’oggettività della valutazione. Avere l’umiltà di confrontarsi, chiedere pare/conferme è chiaro barlume di intelligenza, ovviamente troppo spesso associato a debolezza e/o mancanza di leadership.

A parte aver ormai deciso che c’è un limite oltre il quale la mia limitata intelligenza non mi supporta nel garantire i silenzi a cui forse dovrei attenermi, la ripercussione che vedo più dannosa di questa consuetudine è quella di creare delle barriere a giovani volenterosi e preparati che si devono arrendere dinanzi alla boria dei superiori (indipendentemente se preparati o meno). Praticamente l’esternazione del pieno compiacimento della propria intelligenza (in ambito lavorativo, ma non solo) delle “prime linee” (quante risate!… e faccio notare il punto esclamativo e non quello interrogativo) taglia un po’ le gambe alle nuove leve (che scelgono, intelligentemente, la via del silenzio). Un po’ di ammissione delle proprie “arie di incompetenza” sarebbe per tutti un valido sprone.

Aggiungo (e chiudo) che il silenzio resta, per me, comunque una dote che trascende dalle capacità intellettive (e non intellettuali) di chicchessia. Tant’è vero che non perdo occasione di stare zitto scrivendo questi post 🙂 .

WU

PS. Mi viene in mente la seguente citazione (me la ripeto spesso, ma credo ormai quasi come mantra di speranza…):

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. [B. Russell]

Una scrivania ordinata

La mia personale premessa è che sulla mia scrivania ci sono una decina di cose in tutto, di cui almeno 80% giochini di qualche forma (da rondelle a pupazzetti). Non che lo scelga con raziocinio, ma uno stile minimal mi aiuta la concentrazione (salvo poi farmela rovinare dal giochino di turno) e soprattutto mi consente di non preoccuparmi troppo di mettere in ordine. Non sono un maniaco dell’ordine, a volte sistemo, mai la scrivania. Trovo una sorta di rassicurante certezza nell’arrivare la mattina e vedere la sagoma dove mettere il portatile determinala dall’assenza di qualche giochino sparso sul resto del tavolo.

Il tutto per dire che non lo faccio in maniera sciente, ma l’elogio dell’ordine è qualcosa di ricorrente. Ce lo inculcano da bambini, ce lo ribadiscono in caso di una qualche visita (soprattutto a lavoro), ce lo dicono e ridicono con l’idea (credo) di non dare troppo fastidio. Fin da bambini. E poi continuano a cercare di convincerci che una scrivania ordinata sia sintomo di efficienza. Certo, anche una scrivania vuota, e magari non utilizzata, lo è: introduce meno casino (di scartoffie e di attività) che qualcun altro dovrebbe sistemare. Allora stiamocene tutti a casa.

Ora non mi voglio mettere ne nella schiera di “casino is my life” e neanche in quella dei malati di ordine, ma è chiaro che abbiamo una tendenza innata a categorizzare e tale tendenza è supportata/esasperata dalla società in cui viviamo.  Organizzare/etichettare/ordinare è anche una fonte di stress; vogliamo combattere l’entropia del mondo semplicemente mettendo in ordine in nostro piccolo cantuccio e poi ci dobbiamo arrendere dinanzi al casino dilagante che non riusciamo a controllare. Non siamo abituati ad arrenderci, se poi lo dobbiamo fare dopo aver svolto una qualche attività inutile (e.g. mettere in ordine) ci rassegniamo di malavoglia. Abbandoniamo l’utopia di aver il controllo di qualcuno o qualcosa. Amen.

Mi sbilancio un po’ oltre. Vi siete mai sentiti dire “metti in ordine la tua scrivania!” da un vostro pari o da un vostro collaboratore (che verosimilmente come voi ha una mole di cose da fare che da sola domina tutta la scrivania?)? E’ di solito uno di quegli ordini che “arrivano dall’alto”; un metodo come un altro per cercare di aver controllo sulle persone; per affermare il proprio potere. Ovviamente mancando della possibilità/capacità di controllare la mente delle persone (e meno male!) l’idea è quella di controllare il loro ambiente di lavoro (… non venitemi a dire che la timbratura di entrata ed uscita serve ad altro!). Ossessione per il controllo? Mi sa di ferriera dello scorso secolo. Amen.

Vogliamo sproloquiare ancora un pochino? Tipicamente la scrivania ce l’ha l’impiegato che gestisce un po’ di scartoffie, ce l’ha il tecnico che non sta alla linea di produzione; insomma ce l’ha tutta quella pletora di dipendenti per i quali una valutazione della produttività è tutt’altro che ovvia ed immediata. Invece verificare l’ordine della scrivania è una cosa che sa fare anche una scimmia. Decisamente più semplice. Più facile apparire che essere (cosa che richiede decisamente più sacrifico e più capacità). Amen.

Il caos è un po’ una perturbazione, qualcosa che cambiando un po’ lo status quo consente anche alle nuove idee di venire a galla. Vi è mai capitato (… magari riordinando 😀 ) di tirar fuori un qualche documento/appunto sommerso chissà dove e fermarvi un attimo, leggerlo, metterlo da parte per poi continuare a rimuginarci sopra nei giorni successivi? Sarebbe mai successo se fosse rimasto sepolto in una pila di scartoffie… ordinate?

Ripeto, non sto elogiando il disordine, sto solo incitando noi ad abbandonare l’idea di avere controllo su tutto; chi ce lo chiede a cimentarsi in attività più ludiche (o più lavorative… in base alle situazioni) e soprattutto vorrei ricordarmi di non cedere alla quotidiana routine, mascherata in diverse, ordinatissime forme.

Un po’ della magia del disordine.

WU

PS. Avete mai sentito parlare del “kamishibai”? Fu venduto anni fa, per qualche tempo, come un sistema giapponese di produttività. L’idea doveva essere quella di usare decine e decine di post-it colorati, in ognuno dei quali si suppone di scrivere un compito semplice e preciso attribuito a una determinata persona persona. Il post-it viene quindi spostato all’interno di una griglia di attività per monitorare l’avanzamento dei lavori. Praticamente l’apoteosi della catalogazione e dell’ordine. Risultato? Assolutamente nullo, se si escludono i soldi fatti circolare per coltivare l’idea, formare i formatori, fare un po’ di seminari e qualche pubblicazione. Lasciamo lavorare le persone; non a briglia sciolta e non con il collare corto, ma non limitiamo la libertà in nome della pianificazione e dell’ordine.

AAA, AD cercasi

… non posso fare nomi o mettere link, ma cercando di rimuovere qualunque informazione sensibile oggi mi sto sganasciando su un annuncio di lavoro che rappresenta per me il culmine della fuffa a cui siamo arrivati e la denaturalizzazione della parola stessa “lavoro”.

Innanzi tutto la cosa che mi ha portato ad aprire l’annuncio è che è per un … amministratore delegato.

Ora, è vero che anche queste figure servono e se uno non le può proprio (?!) far crescere dall’interno fra l’organico aziendale tocca cercarle fuori, è vero che a volte un AD esterno è più obiettivo/capace/etc., è vero che non sempre è facile avere una formazione specifica per un ruolo del genere, … ma siamo a livello di inserzioni tipo “AAA cercasi”? E no, dai…

[…] con l’obiettivo di assicurare l’attuazione delle deliberazioni degli Organi di Governo in termini di tempi qualità e budget, avrà la responsabilità di gestire il Competence Center XXXXX e di implementare e sviluppare le attività e i progetti di Digital Transformation in ambito produttivo, pianificando e gestendo attività, risorse umane (project manager e personale specializzato), infrastrutture, programmi di formazione e di innovazione in ambito Industry 4.0.

Ah, beh. Ed io che pensavo che fosse un ruolo che oscillasse fra lo spostare i pacchi in magazzino o che potesse fare che gli pare senza dover dar retta a nessuno… E poi come non far riferimento all’industry 4.0, Digital Innovation, risorse umane e bla bla bla. Praticamente un insieme di buzz words a caso, l’idea di avere competenze e poterle utilizzare e migliorare sul campo è solo un lontano ricordo.

Aspettate, che ci da qualche info in più sul “Competence Center”…

Il Competence Center XXXXX,soggetto nuovo in via di costituzione a seguito di un bando del Ministero per lo Sviluppo Economico, mira a contribuire in modo decisivo, a livello locale e nazionale, all’accelerazione del processo di trasformazione di una porzione rilevante del nostro sistema produttivo, proponendosi come polo integrato di riferimento per ciò che riguarda la diffusione di competenze e buone pratiche in ambito Industria 4.0. Il Competence Center XXXXX metterà a disposizione delle aziende ed in particolare delle PMI,delle “linee pilota” innovative per diverse tecnologie manifatturiere e costituirà un punto di riferimento in tutti gli ambiti ad esse collegati (p.es. Additive Manufacturing, Smart grid, Industrial IoT, Intelligenza artificiale e digital twinning).

Praticamente prendiamo i sodi dal MISE per pagare qualcuno che dovrebbe diffondere competenze e buone pratiche dell’Industry 4.0?! Ah, già, ci sono anche le “linee pilota”… Allora si che è tutto più chiaro.

Mi sbaglierò (più che altro è una speranza), ma annunci del genere mi fanno venire la pelle d’oca. Se uno dei miei capi a caso dovesse (indipendentemente dal suo valore) esser scelto sulla base di un annuncio del genere preferirei decisamente navigare a vista. Ah, ed ovviamente io non ho neanche capito che genere di industria (?) dovrebbe amministrare… “tecnologie manifatturiere e costituirà un punto di riferimento in tutti gli ambiti ad esse collegati”: include per anche anche l’andare a zappare patate (magari equipaggiate con tanto di sensori per renderle IoT compatible…), ma almeno in quel caso spero di non avere un AD (e questo tanto meno).

WU

PS. Benché sia tentato di applicare solo per vedere come procederebbe un iter di selezione per una posizione del genere, la mia onestà intellettuale (non eccessivamente sviluppata) mi ferma la mano.

PS @11.10.18 Mi facevano notare che una possibile spiegazione a questo mostro è che il nome sia ben scritto (ed ovviamente ben celato) e che quindi la posizione sia ben chiaro a chi andrà assegnata, ma data la presenza (fra le varie parole a caso) di fondi pubblici ci sia (o possa essere) qualche vincolo di pubblicizzarla. In parole povere: potrebbe essere solo uno specchio per allodole quando i giochi sono già fatti.

Accorrete numerosi.

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

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Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…