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Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

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Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

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Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…

Bunch of morons

Gli imbecilli abbondano. Quelli che si arrogano il diritto di definirli tali anche. E questa seconda categoria mi da molto più fastidio.

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La cosa che mi attira di più l’attenzione di queste due strisce Dilbertiane è il fatto che secondo molti (ahimè, sono d’accordo) basta aggiungere una negazione per dare l’impressione che non si stia tacciando qualcuno di imbecillità.

La cosa mi ricorda tanto diversi slogan elettorali che girano in questi (politicamente tristi) giorni. “non fare come loro…”, “sii diverso…”, e via dicendo mi danno l’impressione che quel “non” celi palesi accuse. Di certo non la definirei una strategia di marketing vincente… e quindi sicuramente erro (si vede che devo ancora andare in fondo alla vera natura umana).

Un’ulteriore inutile riflessione che gironzola per il mio disorientato neurone riguarda questo genere di “accuse” nei rapporti uno ad uno invece che in quelli uno a tanti. Ovvero, se invece di una “astuta” operazione di marketing si parla con qualcuno (un “boss”, tanto per fare un esempio a caso), che speranze ci sono che si accorga di malcelati malumori dietro negazioni e frasi fatte e quanta speranze ci sono invece che creda che siano solo facili slogan? Propendo, per un innato scetticismo nei conftronti della nostra natura, per la seconda ipotesi.

WU

Ad ognuno il suo

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Ci scontriamo ancora una volta qui con Dilbert ed l’inutilità (se non quella di creare poltrone e sciupare fondi) del middle management.

Facciamo una distinzione: obiettivi ambiziosi di tanto in tanto e goal ricorrenti ed irrealistici. Non illudiamoci (e non c’è bisogno di essere “manager” per capirlo) di avere di fronte una persona costantemente produttiva in grado di traguardare qualunque “fesseria” gli viene detta. Il numero di errori/distrazioni/ripensamenti crescerà inevitabilmente esponenzialmente dopo un periodo più o meno prolungato di pressione.

La morale, quella che conta non solo per “l’impiegato” ma anche per il “fatturato aziendale” è sicuramente aiutata da un lavoro di gruppo ed obiettivi raggiungibili anche se sfidanti che si alternano a periodi di “normal work”; il caso di una costante pressione per goal irraggiungibili ha come unico (e sottolineo unico) risultato un decremento della produttività aziendale (oppure una fuga dei dipendenti…).

Mantenere la propria forza lavoro produttiva è/dovrebbe essere il motivo per cui questi generaletti sono pagati (e non per “rovinare” la vita di noi Dilbert). Anzi, se misurassimo la retribuzione di queste figure di coordinamento in base alla produttività ed al morale della forza lavoro (e non li considerassimo come bonus sul fatturato che si aggiungono a già ghiotti stipendi) sono certo che rivedremmo molte delle nostre convinzioni (e delle aspirazioni di carriera di tanti).

Ed aggiungo: fallire un obiettivo non significa che la risorsa (… ed il suo “coordinatore”, purtroppo) abbiano irrimediabilmente compromesso il fatturato aziendale. Non dovrebbe esser così, almeno con una buona pianificazione; non dovrebbe esser così, senza una propria catalogazione e gestione di questo rischio; non dovrebbe esser così, se ci fosse affezione al lavoro da parte della risorsa e del responsabile.

Dirlo è sicuramente più facile che capire il giusto bilanciamento fra chiedere ed esigere e capirlo più facile che farlo; forse ho trovato una cosa che dovrebbero fare “i manager”…

WU

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”

Random guess

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Io mi ritrovo spesso, neanche a dirlo, in una posizione intermedia ai due Adamsiani personaggi (qui).

Non ho “motivazioni” sufficienti ad indurre chicchessia a farmi una stima (ovviamente alla cieca) di tempi/costi ed ho qualcuno a cui doverla riportare.
Estorcere un numero “alla Dilbert” non è opera da poco e fornirlo ancora di più. E’ forse uno di quei momenti in cui il vero gap fra chi fa e chi deve gestire/organizzare/vendere è più evidente.

Ovviamente se mi trovassi (… e quando mi ci trovo è proprio così) dalla parte tecnica prima di dare un numero vorrei anche io capire di cosa sto parlando. Dato che la cosa è spesso (understatemnet) impossibile, mi ritrovo a lanciare il mio dado mentale, diciamo da una ventina di facce, per tirar fuori un numero a caso che poi “abilmente” raddoppio per prendermi cautele che forse non mi servono. E così che non si va avanti… d’altronde lo stato delle attività è sotto gli occhi di tutti.

L’approccio giusto (e per questo impossibile… by definition direi) sarebbe quello di anticipare la richiesta di una stima di tempi/costi; lasciare qualche (numero da riempire solo da un bravo coordinatore) ore/giorni per poterla fare e poi considerarne la risposta come un punto fisso. Come una stima tutt’altro che random. A questo punto, non tollererei, neanche da me stesso, sforamenti importanti rispetto ad una stima data con il lume della ragione e non con il lume spento.

WU