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(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

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Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”

Random guess

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Io mi ritrovo spesso, neanche a dirlo, in una posizione intermedia ai due Adamsiani personaggi (qui).

Non ho “motivazioni” sufficienti ad indurre chicchessia a farmi una stima (ovviamente alla cieca) di tempi/costi ed ho qualcuno a cui doverla riportare.
Estorcere un numero “alla Dilbert” non è opera da poco e fornirlo ancora di più. E’ forse uno di quei momenti in cui il vero gap fra chi fa e chi deve gestire/organizzare/vendere è più evidente.

Ovviamente se mi trovassi (… e quando mi ci trovo è proprio così) dalla parte tecnica prima di dare un numero vorrei anche io capire di cosa sto parlando. Dato che la cosa è spesso (understatemnet) impossibile, mi ritrovo a lanciare il mio dado mentale, diciamo da una ventina di facce, per tirar fuori un numero a caso che poi “abilmente” raddoppio per prendermi cautele che forse non mi servono. E così che non si va avanti… d’altronde lo stato delle attività è sotto gli occhi di tutti.

L’approccio giusto (e per questo impossibile… by definition direi) sarebbe quello di anticipare la richiesta di una stima di tempi/costi; lasciare qualche (numero da riempire solo da un bravo coordinatore) ore/giorni per poterla fare e poi considerarne la risposta come un punto fisso. Come una stima tutt’altro che random. A questo punto, non tollererei, neanche da me stesso, sforamenti importanti rispetto ad una stima data con il lume della ragione e non con il lume spento.

WU

A good leader

Di certo lo avrò già detto (e qui Dilbert lo fa a mestiere, molto meglio di me). Per quanto mi riguarda esistono due tipi di leadership: quella etero-imposta e quella naturale. Sono cosciente (anzi… credo) che il vero leader sia quello che ha naturalmente il dono della motivazione, mentre è il “boss”, o qualunque equivalente vogliate usare, è quello che la pretende (anzi, che pretenderebbe devozione).

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Ovviamente imbattersi in leader nati è cosa rara ed alquanto piacevole, mentre nella maggior parte dei casi quello che possiamo fare è provare a digerire ciò che la sorte ci ha messo di fronte.

Una strada è fargli la guerra senza troppi giri di parole (… carriera assicurata…), un’altra è una accettazione passiva del suo ruolo e dei suoi ordini(… carriera assicurata… e questa volta non in senso ironico). La maggior parte dei casi è un grigiolino che sta nel mezzo di questi due estremi che condisce di ulcere e sparlottate al caffè le nostre giornate. Nulla di nuovo.

L’unica cosa che sconsiglio vivamente (per esperienza personale, qualora ve lo stesse chiedendo) di fare è quella di far notare i limiti e le inefficienze direttamente a chi si arroga (quindi non ai leader naturali, anche se con questi confesso di non averci mai provato) il diritto di “comandare”. Non guadagnerete nulla dicendo “… ed allora perché tu non fai questo o quello?” oppure “… ma perché non lo fai tu?!”. Anche il boss non avrà molti altri strumenti per non sentirsi attaccato frontalmente ed uscire dall’impasse se non che dire “I’ll fire you” (o equivalenti più o meno polite).

WU

How’s work?

Altro Dilbert di amara quotidianità (questo) di inascoltati impiegati (particolarmente calzante in un lunedì primaverile).

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Mi ricorda molto quella prassi anglosassone del “How are you?” (che poi sarebbe il nostro “Allora?”). Mi faccio sempre fregare rispondendo alla “provocazione” anche se sono certo (e so per certo) che la risposta è assolutamente inutile. Ed inascoltata. Proprio come quando “il boss” ti chiede “How’s work?”.

E’ semplicemente una questione di etichetta; si chiede tanto per chiedere, tanto per rompere il ghiaccio (e non sono affatto sicuro funzioni), tanto per far vedere di sembrare interessati.

Ragioniamo un momento: se ho qualcosa che non va o lo sai già o non te lo dico di certo come prima risposta dopo 20 secondi che ci siamo visti; se invece non ho punti particolari da sollevare… tanto vale parlare del meteo.

Dovrei impegnarmi a non rispondere a nessuna di queste domande formali (e che faccio… rispondo con imbarazzanti e presumibilmente sprezzanti silenzi?) oppure, forse meglio, ribattere subito con inutili punti generici: (tipo “hai visto che ha fatto ieri la Ferrari?”). Vorrei vedere che faccia fa l’interlocutore, ancora meglio se il “capo”.

WU

Finito?

Ecco qui un’altra chicca imperdibile firmata S. Adams.

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Praticamente il sunto di molte mie (e di certo non solo) giornate lavorative. Se chiedi le cose (perché farle da se presuppone capacità di cui non siamo sempre dotati che spesso mal celiamo con la parola “tempo”) troppo poco significa che non ci tieni. Se sei troppo assillante distrai “la risorsa” (tipo “la pedina”) dal suo compito.

La via di mezzo non esiste, ma esistono ore ed ore di riunioni inutili e “passerelle” di mail (in cui ovviamente il boss è in CC) per dimostrare che hai fatto il tuo (e come mi piacerebbe imbracciare l’arma quando leggo quegli incipit “come appena discusso a voce con pinco pallo” oppure “URGENTE” nell’oggetto della mail). Tanto basta fissare una deadline (mica la volevate chiamare scadenza, vero?) per essere sicuri di non rispettarla. L’urgenza (di rado la priorità) si misura con la pressione (di rado con l’interessamento, a tutti i livello).

La verità (sempre e comunque secondo questo fesso) è che non si lavora più (ok, ok, se volete essere ottimisti, si lavora molto meno) con entusiasmo e piacere, ma quasi esclusivamente per dovere. L’esito, triste, può essere uno solo: ne parliamo tra una settimana.

WU

PS. Ora inizio seriamente a pensare che Dilbert mi spii…

Ultra-olocrazia

Non sono tendenzialmente un esterofilo, a maggior ragione rispetto ai paesi del lontano nord Europa. Non tanto perché non creda che abbiano molti aspetti positivi nella loro mentalità ed organizzazione sociale, quanto più per il fatto che vedo tali aspetti come assolutamente fuori luogo rispetto alla nostra cultura.

Nonostante ciò devo ammettere che notizie come questa un po’ di amaro in bocca per come siamo fatti me lo lasciano, in particolare con l’idea di essere sostanzialmente retrogradi.

Ad una società ed in un mondo del lavoro italiano nel quale il lavoro, se ce l’hai, lo devi difendere con i denti, anche facendo vedere che sei a lavoro (d’altronde con tutti i casi di assenteismo anche io mi armerei a dovere…) sentendo il tuo bip ogni mattina; si contrappone l’ultima soluzione dell’azienda di consulenza software svedese Crisp.

Molto più calzante all’immagine di una società liquida nella quale ci vantiamo di vivere, i dipendenti avevano già qualche hanno fa (anatema da questo lato delle Alpi) scelto di cambiare annualmente l’amministratore delegato scegliendolo a turnazione fra i dipendenti. Una sorta di Holocracy (che??!), insomma,

Già questo sarebbe per me motivazione sufficiente ad amare il proprio lavoro: è uno sprone, è una responsabilità, è un’occasione di crescita, è una diversificazione di qualunque monotonia, è.

La cosa si è evidentemente dimostrata abbastanza interessante e fruttuosa (d’altronde non sono falliti…) da spingere i suddetti dipendenti/amministratori a fare il passo successivo: abolizione completa del CEO.

I vari CEOs si sono velocemente resi conto, infatti, che le mansioni proprie di un CEO sono sovrapponibili a quelli di altre figure e quelle proprio peculiari possono essere tranquillamente ripartite fra ulteriori responsabili.

Crisp holds four-day meetings for all staff two to three times a year. They are used to making decisions on issues that affect everyone, such as an office move, but workers are encouraged to make decisions themselves at other times.

Ovviamente gli errori si commettono (anche se da noi il CEO, per definizione, non ne commette mai), ma la soluzione si trova in assemblea partendo dalle motivazioni che hanno spinto il responsabile di turno a prendere certe decisioni.

Per come la vedo io, la scoperta delle scoperte (dopo l’acqua calda) in questo “esperimento” è che essere tutti sullo stesso piano, sentirsi tutti un’ingranaggio della macchina, aumenta notevolmente la produttività, il piacere e quindi l’abnegazione al lavoro. Poi venitemi a parlare di margine e fatturato.

Ovviamente ad un contesto con centinaia/migliaia di dipendenti (e decine di anni di gerarchia alle spalle) credo che il modello NO-CEO sia difficile da applicare (Crisp vanta comunque un rispettosissimo organico di 40 persone). Tuttavia un passo in questa direzione può essere fatto (e.g. ripartizione dei compiti e delle responsabilità a tutti i livelli) per evitare stalli burocratici (scommetto quello che volete che i processi decisionali sarebbero snelliti e velocizzati) e disaffezione al lavoro. Non si farà mai.

If you want to get something done, you stand up and start driving that

WU