Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

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The management track

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Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

Luddismo

…per il “solito ciclo” una parola al giorno… o meglio, una parola ogni tanto. Il suono non mi piace particolarmente ed anche il significato mi pare alquanto naive, ma d’altra parte non posso mica mettermi a sproloquiare solo di quello che mi pare a me (… o no? 😀 )

Inghilterra, fine del XVII secolo. E’ il periodo post rivoluzione industriale ed il mondo del lavoro stava cambiando per sempre (frase che sento quanto mai attuale…). L’umanità aveva scoperto le macchine; esistevano i telai meccanici e le macchine a vapore che potevano svolgere il lavoro che fino al giorno prima avevano svolto gli uomini.

Ovviamente una trasformazione (velocissima) del genere doveva avere una grande ripercussione anche a livello sociale. Nascevano i nuovi capitalisti ed i nuovi proletari. La terra era già stata in parte abbandonata a favore del lavoro nelle fabbriche ed ora anche il lavoro industriale sembrava messo a rischio dall’avvento della tecnologia. La popolazione si trova a che fare con una nuova realtà industriale in cui le macchine erano parte integrante ed i “nuovi industriali” cercavano un lavoro più intensivo, metodico, sistematico. Si separarono definitivamente i padroni ed i lavoratori.

In questo contesto, Ned Ludd (… chissà se mai esistito), nel 1779 distrusse in segno di protesta un telaio industriale simbolo della “rivoluzione delle macchine” in corso. Da allora Ludd divenne, nell’immaginario collettivo, il generale che guidava la rivoluzione dei lavoratori sfruttati dai padroni e sconvolti dalla rivoluzione industriale.

Il luddismo, movimento nato da tale gesto, guidò proprio molte delle rivolte di quel periodo contro l’ascesa dei padroni e delle macchine. Esplose specialmente nella classe dei lavoratori di calze e maglie al telaio che erano quelli che avevano sofferto di più la meccanizzazione del loro lavoro. Il movimento, inoltre, prese piede dove la separazione fra lavoratori e padroni era più esasperata e dove l’operaio si sentiva impotente ed insicuro al cospetto delle macchine.

I nuovi macchinari industriali, divenendo quindi il simbolo del nuovo sistema economico, furono oggetto delle proteste della popolazione. Il luddismo riuscì ad incanalare non solo il malessere dei lavoratori tessili, ma quello di molte fasce deboli della società che sfogarono tutta la loro rabbia sui padroni e sui loro macchinari.

Il termine è oggi sinonimo di ogni forma di lotta violenta contro il progresso, l’introduzione di nuove macchine, contro il padrone sfruttatore. Luddista è colui che è contro il mutamento tecnologico e manifesta in maniera anche violenta la sua resistenza.

Oggi direi che più che altro abbiamo accettato di patteggiare con le macchine (nessuno vorrebbe fare più a mano migliaia di conti senza usare un computer, o no?), ma una vena luddista rimane nei tanti lavoratori che non si sentono sicuri o motivati nel loro lavoro (ed evito accuratamente di fare esempi) e vedono nelle macchine una vera minaccia… piuttosto che una fonte di ulteriori possibilità; messaggio che “un saggio padrone” dovrebbe dare.

WU

Roba da grandi

Ci sono cose che tipicamente associamo alle capacità di un adulto e cose che invece pensiamo (o vogliamo pensare) possa fare solo un bambino. Tipo… fondare una banca.
Anzi, in questo caso direi che è roba da solo qualche adulto e da nessun bambino ed, ovviamente, mi sbaglierei.

Ci sono bimbi che vogliono fare i piloti, gli astronauti, le ballerine e via dicendo. Non ho mai sentito nessuno dire che volesse fare il banchiere. Jose Adolfo Quisocala Condori è un ragazzino di 13 anni che da circa 6 anni è il fondatore di una banca.

A circa 7 anni, infatti, il piccolo ha notato come i sui coetanei “scialacquavano” i loro averi. Contemporaneamente il piccolo (evidentemente un ottimo osservatore) ha constatato come “gli adulti” riservavano i loro soldi per “acquisti più importanti” (qualunque cosa significhi) e magari, con qualche “strumento finanziario” (e sarei proprio curioso di sapere come un bimbo di 6 anni percepisca e definisca uno strumento finanziario) riuscivano anche a portare a casa qualche soldino in più (beh… un tempo, forse…).

Al piccolo non è rimasto che mettersi in gioco (dote decisamente più spiccata nei bambini rispetto agli adulti) ed !aiutare” i suoi coetanei con una cassa di risparmio.

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Ovviamente NON ha subito ricevuto il supporto “dei grandi” (beh, di qualcuno, ammettiamolo, si), anzi… come poteva un bambino di 7 anni fondare e gestire una banca? Jose, dal canto suo, era sicuro di essere su una buona strada (vogliamo dire che aveva un sogno?) e ciò gli bastava. Così, nel 2012, in Perù (nella sua città natale, direi che vive ancora a casa con i genitori), Jose aprì il “Banco Cooperativo del Estudiante Bartselana” (Banca Cooperativa degli Studenti Bartselana).

Somos el Primer Banco Cooperativo para los niños, las niñas, los jóvenes y las mujeres, en donde formamos “Cultura Financiera” en nuestra Escuela de Educación Financiera y Emprendimiento; nuestro fin es erradicar la “pobreza”, a través de la cultura del “ahorro y el emprendimiento”; logrando el acceso al sistema financiero, (inclusión financiera), con el fin de solucionar los problemas financieros que conllevan a los problemas sociales de nuestra comunidad. Hacemos del “residuo sólido” nuestra principal moneda para todas las operaciones financieras en nuestros productos financieros, (ahorro, créditos, inversión de capital, micro seguros), logrando así el acceso universal al sistema financiero de quienes hoy son excluidos en la banca actual.Las mujeres reciben nuestro curso “gratuito” en la formulación de un “Plan de Negocio”, que les permita iniciar un negocio o mejorar el actual negocio; logrando así la independencia económica y la mejora de la calidad de vida de su familia.

L’idea alla base era piuttosto semplice: ciascun bambino potevano diventare cliente trasformando almeno 5 kg di rifiuti riciclabili e depositando almeno un ulteriore kilo di rifiuti ogni mese; il tutto solo per rimanere membri della banca. I piccoli clienti, inoltre, dovevano inoltre fissare un obiettivo di risparmio e potevano prelevare il loro denaro solo al raggiungimento di tale obiettivo. Ah, i piccoli erano (e sono) gli unici beneficiari di tali conti; gli adulti devono starne lontani, altrimenti la motivazione per i piccoli non sarebbe sufficiente, no?!

Il passo successivo è stato quello di raggiungere un accordo con le aziende locali di riciclo (che ovviamente per venire in contro ai deliri del piccolo hanno accettato di pagare un prezzo al kilo leggermente più altro di quello che pagano di solito) così che i soldini dei piccoli risparmiatori (ed i rifiuti da loro portati) potessero fruttare qualcosina… che finiva direttamente sui loro conti.

Nel giro di circa un anno “Banco Cooperativo del Estudiante Bartselana” ha raccolto tonnellate di materiale riciclabile ed ha generato risparmi per tutti i 200 bambini nella scuola di Jose (con grande stupore delle varie maestre che non avevano dato chances al piccolo e con grande piacere del preside che invece lo aveva appoggiato).

Oggi i clienti della banca (e mi guardo bene dallo scriverlo fra virgolette) sono più di 2000 fra i 10 ed i 18 anni; immagino che questa sia l’età limite per perdere lo status di membri della banca dei piccoli. In questi 6 anni vi sono stati alcuni interessamenti al progetto da parte di “banche dei grandi”, ma Jose ha sempre preferito andare avanti indipendentemente e pare non abbia alcun problema a trattare con i dirigenti di queste grandi istituzioni… ha proprio la stoffa del capo, evidentemente.

Un paio di considerazioni, a caso. La conoscenza degli strumenti finanziari, magari dalla tenera gioventù, è sicuramente qualcosa di fondamentale per instillare la cultura del risparmio nelle nuove generazioni. Molti dei problemi finanziari (ovviamente anche su scala globale) derivano certamente comprensione ridotta anche degli strumenti finanziari più semplici e dei meccanismi economici di base. Non sottovaluterei l’impatto ecologico del progetto, in una terra flagellata cone il Perù che è stato l’ennesimo pezzetto del puzzle messo insieme da Jose.

Ok, ok questo è un caso un po’ estremo (anche se una bellissima storia, piuttosto rara ai giorni nostri), ma rimane il fatto che chi ha talento ce l’ha dalla nascita e tutte le briglie sociali che cerchiamo di mettere servono solo a selezionare i talenti migliori. Qualche dubbio sul fatto che tale strettissima cernita sia effettivamente quello che vorremo fare ce l’ho.

WU

PS. Gli spunti di riflessione che una storia del genere offre sono veramente abbondanti (dalla voglia dei grandi di mettere le mani sulle cose dei piccoli sono quando vedono “business” per loro, dalla voglia di portare avanti un progetto e dal supporto che deve aver ricevuto nei momenti difficili; ma il CDA -ammesso che serva veramente- è composto solo da under 18?; se lasciassimo ad un bambino il nostro ministero delle finanze? etc. etc. etc.). Fosse pure tutto inventato o tutto destinato a finire quanto meno una ventata di ottimismo l’ha portata.

Tempo di doni

Che cosa significa veramente dono? Il dono è il luogo della libertà, è quella dimensione della persona che si attiva quando ci sentiamo veramente liberi di fare e di dare tutto; e cosi, potendo dare e fare molto, siamo anche capaci di donare qualcosa il dono è infatti la cifra degli uomini liberi.

Quale è la relazione fra dono e mondo del lavoro? Anche il contratto e gli scambi economici hanno un bisogno vitale di dono sebbene il mondo del business oggi faccia di tutto per mostrarsi come l’ambito del non-dono- Pensiamo al lavoro. Tutti sappiamo che quando entriamo un un’aula o in un ufficio, se insieme al signor Rossi non entra anche Mario, non iniziamo mai a lavorare davvero. Se, io che sono un docente, prima di entrare in classe non mi fermo un attimo, mi raccolgo, non metto da parte i miei problemi personali per dare il meglio di me, il mio entusiasmo, la mia voglia di vivere e la mia creatività ai miei studenti, in realtà io non sto lavorando: potrei mandare in aula un computer o proiettare un banale power pint. Ma, e qui che sta il mistero del dono, l’entusiasmo, la voglia di vivere e la creatività non sono contratti, perché nessuna impresa me li può comprare: o io decido liberamente di metterli nel mio lavoro oppure non ci sono. Ed essendo faccende di libertà, sono faccende di dono.

E se decidiamo invece di non donare, che succede? Se nel lavoro manca la partecipazione, che l’impresa non può acquistare ma solo ricevere dalla mia gratuità, l’impresa fallisce. Le aziende quindi possono comprare solo la parte meno importante del nostro lavoro – a che ora entriamo ed usciamo, e i “segni” del nostro lavoro – ma non possono comprare l’entusiasmo e la voglia di vivere, che però sono le cose che servono davvero. Il problema principale però è che i manager non si rendono conto di quanto dono consumano senza pagarlo, perché il dono è in massima parte invisibile e parla un linguaggio opposto a quello del business. Le imprese in realtà hanno un grande bisogno del dono dei lavoratori.

Spesso però la generosità dei lavoratori non viene riconosciuta… E’ l’impressione di essere defraudati di quanto di noi stessi mettiamo nel lavoro, una delle prime cause di malessere di molti lavoratori. Ci vorrebbero manager capaci di vedere e di riconoscere il dono. La tradizione cooperativa lo sapeva fare, spesso lo fa ancora, e quindi può ricordare a tutta l’economia che quando il contratto si mangia il dono, nel tempo si mangia la vita delle persone.

Parole di Luigino Bruni.

WU

PS. A parte essere d’accordo o meno sull’approccio un po’ “volemoce bene”, suggerisco caldamente la lettura del pezzo… almeno come spunto per qualche riflessione. I passi che mi hanno colpito di più (che sono certo cambierebbero ad una ulteriore rilettura) evidenziati in grassetto.

La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

Il silenzio degli intelligenti

Tacere è spesso una dote, a volte una necessità. Tacere è spesso difficile, ma “invecchiando” (almeno per me) sempre più spesso impossibile. Eppure è in molte più situazioni di quelle in cui lo mettiamo in pratica, la scelta migliore. Quando poi il tema del silenzio si intreccia con quello della convinzione che la gente ha di se (effettivamente indipendentemente dall’essere stupidi o intelligenti).

La mia personale premessa (che sono certo aver già blaterato in qualche altro post) è che non credo più nell’esistenza degli stupidi. Certamente credo che esistano persone che si chiedono molto poco, che dubitano molto poco, che non sanno fare autocritica, che non sono ironici; insomma che hanno una concezione di se che con l’umiltà non ha nulla a che vedere.

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Tanto per prendere spunto da questo Dilbert, di certo la descrizione sopra calza benissimo ai cari capi/responsabili/superiori che siamo obbligati a digerire. Questi trovano spesso l’affermazione di se nella vanagloria della propria intelligenza (chiedendo effettivamente uno sforzo di silenzio che non tutti siamo in grado di garantire); soprattutto nella convinzione di aver a che fare con “intelligenze minori” (tanto per non dire stupidi). Applicato all’ambito aziendale è (l’ennesima… vi ricordate questo post?) conferma dell’effetto Dunning Kruger. A tal proposito suggerisco caldamente la visione del TED qui sotto (… a proposito del TED di Dilbert 🙂 ). Fantastico.

Ah, ovviamente la percezione della propria intelligenza è inversamente proporzionale alle nostre reali capacità (… almeno in quell’ambito). Persone molto incompetenti difficilmente riescono a vedere le proprie lacune; come dire che la propria convinzione di se ottenebra l’oggettività della valutazione. Avere l’umiltà di confrontarsi, chiedere pare/conferme è chiaro barlume di intelligenza, ovviamente troppo spesso associato a debolezza e/o mancanza di leadership.

A parte aver ormai deciso che c’è un limite oltre il quale la mia limitata intelligenza non mi supporta nel garantire i silenzi a cui forse dovrei attenermi, la ripercussione che vedo più dannosa di questa consuetudine è quella di creare delle barriere a giovani volenterosi e preparati che si devono arrendere dinanzi alla boria dei superiori (indipendentemente se preparati o meno). Praticamente l’esternazione del pieno compiacimento della propria intelligenza (in ambito lavorativo, ma non solo) delle “prime linee” (quante risate!… e faccio notare il punto esclamativo e non quello interrogativo) taglia un po’ le gambe alle nuove leve (che scelgono, intelligentemente, la via del silenzio). Un po’ di ammissione delle proprie “arie di incompetenza” sarebbe per tutti un valido sprone.

Aggiungo (e chiudo) che il silenzio resta, per me, comunque una dote che trascende dalle capacità intellettive (e non intellettuali) di chicchessia. Tant’è vero che non perdo occasione di stare zitto scrivendo questi post 🙂 .

WU

PS. Mi viene in mente la seguente citazione (me la ripeto spesso, ma credo ormai quasi come mantra di speranza…):

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. [B. Russell]

Una scrivania ordinata

La mia personale premessa è che sulla mia scrivania ci sono una decina di cose in tutto, di cui almeno 80% giochini di qualche forma (da rondelle a pupazzetti). Non che lo scelga con raziocinio, ma uno stile minimal mi aiuta la concentrazione (salvo poi farmela rovinare dal giochino di turno) e soprattutto mi consente di non preoccuparmi troppo di mettere in ordine. Non sono un maniaco dell’ordine, a volte sistemo, mai la scrivania. Trovo una sorta di rassicurante certezza nell’arrivare la mattina e vedere la sagoma dove mettere il portatile determinala dall’assenza di qualche giochino sparso sul resto del tavolo.

Il tutto per dire che non lo faccio in maniera sciente, ma l’elogio dell’ordine è qualcosa di ricorrente. Ce lo inculcano da bambini, ce lo ribadiscono in caso di una qualche visita (soprattutto a lavoro), ce lo dicono e ridicono con l’idea (credo) di non dare troppo fastidio. Fin da bambini. E poi continuano a cercare di convincerci che una scrivania ordinata sia sintomo di efficienza. Certo, anche una scrivania vuota, e magari non utilizzata, lo è: introduce meno casino (di scartoffie e di attività) che qualcun altro dovrebbe sistemare. Allora stiamocene tutti a casa.

Ora non mi voglio mettere ne nella schiera di “casino is my life” e neanche in quella dei malati di ordine, ma è chiaro che abbiamo una tendenza innata a categorizzare e tale tendenza è supportata/esasperata dalla società in cui viviamo.  Organizzare/etichettare/ordinare è anche una fonte di stress; vogliamo combattere l’entropia del mondo semplicemente mettendo in ordine in nostro piccolo cantuccio e poi ci dobbiamo arrendere dinanzi al casino dilagante che non riusciamo a controllare. Non siamo abituati ad arrenderci, se poi lo dobbiamo fare dopo aver svolto una qualche attività inutile (e.g. mettere in ordine) ci rassegniamo di malavoglia. Abbandoniamo l’utopia di aver il controllo di qualcuno o qualcosa. Amen.

Mi sbilancio un po’ oltre. Vi siete mai sentiti dire “metti in ordine la tua scrivania!” da un vostro pari o da un vostro collaboratore (che verosimilmente come voi ha una mole di cose da fare che da sola domina tutta la scrivania?)? E’ di solito uno di quegli ordini che “arrivano dall’alto”; un metodo come un altro per cercare di aver controllo sulle persone; per affermare il proprio potere. Ovviamente mancando della possibilità/capacità di controllare la mente delle persone (e meno male!) l’idea è quella di controllare il loro ambiente di lavoro (… non venitemi a dire che la timbratura di entrata ed uscita serve ad altro!). Ossessione per il controllo? Mi sa di ferriera dello scorso secolo. Amen.

Vogliamo sproloquiare ancora un pochino? Tipicamente la scrivania ce l’ha l’impiegato che gestisce un po’ di scartoffie, ce l’ha il tecnico che non sta alla linea di produzione; insomma ce l’ha tutta quella pletora di dipendenti per i quali una valutazione della produttività è tutt’altro che ovvia ed immediata. Invece verificare l’ordine della scrivania è una cosa che sa fare anche una scimmia. Decisamente più semplice. Più facile apparire che essere (cosa che richiede decisamente più sacrifico e più capacità). Amen.

Il caos è un po’ una perturbazione, qualcosa che cambiando un po’ lo status quo consente anche alle nuove idee di venire a galla. Vi è mai capitato (… magari riordinando 😀 ) di tirar fuori un qualche documento/appunto sommerso chissà dove e fermarvi un attimo, leggerlo, metterlo da parte per poi continuare a rimuginarci sopra nei giorni successivi? Sarebbe mai successo se fosse rimasto sepolto in una pila di scartoffie… ordinate?

Ripeto, non sto elogiando il disordine, sto solo incitando noi ad abbandonare l’idea di avere controllo su tutto; chi ce lo chiede a cimentarsi in attività più ludiche (o più lavorative… in base alle situazioni) e soprattutto vorrei ricordarmi di non cedere alla quotidiana routine, mascherata in diverse, ordinatissime forme.

Un po’ della magia del disordine.

WU

PS. Avete mai sentito parlare del “kamishibai”? Fu venduto anni fa, per qualche tempo, come un sistema giapponese di produttività. L’idea doveva essere quella di usare decine e decine di post-it colorati, in ognuno dei quali si suppone di scrivere un compito semplice e preciso attribuito a una determinata persona persona. Il post-it viene quindi spostato all’interno di una griglia di attività per monitorare l’avanzamento dei lavori. Praticamente l’apoteosi della catalogazione e dell’ordine. Risultato? Assolutamente nullo, se si escludono i soldi fatti circolare per coltivare l’idea, formare i formatori, fare un po’ di seminari e qualche pubblicazione. Lasciamo lavorare le persone; non a briglia sciolta e non con il collare corto, ma non limitiamo la libertà in nome della pianificazione e dell’ordine.

AAA, AD cercasi

… non posso fare nomi o mettere link, ma cercando di rimuovere qualunque informazione sensibile oggi mi sto sganasciando su un annuncio di lavoro che rappresenta per me il culmine della fuffa a cui siamo arrivati e la denaturalizzazione della parola stessa “lavoro”.

Innanzi tutto la cosa che mi ha portato ad aprire l’annuncio è che è per un … amministratore delegato.

Ora, è vero che anche queste figure servono e se uno non le può proprio (?!) far crescere dall’interno fra l’organico aziendale tocca cercarle fuori, è vero che a volte un AD esterno è più obiettivo/capace/etc., è vero che non sempre è facile avere una formazione specifica per un ruolo del genere, … ma siamo a livello di inserzioni tipo “AAA cercasi”? E no, dai…

[…] con l’obiettivo di assicurare l’attuazione delle deliberazioni degli Organi di Governo in termini di tempi qualità e budget, avrà la responsabilità di gestire il Competence Center XXXXX e di implementare e sviluppare le attività e i progetti di Digital Transformation in ambito produttivo, pianificando e gestendo attività, risorse umane (project manager e personale specializzato), infrastrutture, programmi di formazione e di innovazione in ambito Industry 4.0.

Ah, beh. Ed io che pensavo che fosse un ruolo che oscillasse fra lo spostare i pacchi in magazzino o che potesse fare che gli pare senza dover dar retta a nessuno… E poi come non far riferimento all’industry 4.0, Digital Innovation, risorse umane e bla bla bla. Praticamente un insieme di buzz words a caso, l’idea di avere competenze e poterle utilizzare e migliorare sul campo è solo un lontano ricordo.

Aspettate, che ci da qualche info in più sul “Competence Center”…

Il Competence Center XXXXX,soggetto nuovo in via di costituzione a seguito di un bando del Ministero per lo Sviluppo Economico, mira a contribuire in modo decisivo, a livello locale e nazionale, all’accelerazione del processo di trasformazione di una porzione rilevante del nostro sistema produttivo, proponendosi come polo integrato di riferimento per ciò che riguarda la diffusione di competenze e buone pratiche in ambito Industria 4.0. Il Competence Center XXXXX metterà a disposizione delle aziende ed in particolare delle PMI,delle “linee pilota” innovative per diverse tecnologie manifatturiere e costituirà un punto di riferimento in tutti gli ambiti ad esse collegati (p.es. Additive Manufacturing, Smart grid, Industrial IoT, Intelligenza artificiale e digital twinning).

Praticamente prendiamo i sodi dal MISE per pagare qualcuno che dovrebbe diffondere competenze e buone pratiche dell’Industry 4.0?! Ah, già, ci sono anche le “linee pilota”… Allora si che è tutto più chiaro.

Mi sbaglierò (più che altro è una speranza), ma annunci del genere mi fanno venire la pelle d’oca. Se uno dei miei capi a caso dovesse (indipendentemente dal suo valore) esser scelto sulla base di un annuncio del genere preferirei decisamente navigare a vista. Ah, ed ovviamente io non ho neanche capito che genere di industria (?) dovrebbe amministrare… “tecnologie manifatturiere e costituirà un punto di riferimento in tutti gli ambiti ad esse collegati”: include per anche anche l’andare a zappare patate (magari equipaggiate con tanto di sensori per renderle IoT compatible…), ma almeno in quel caso spero di non avere un AD (e questo tanto meno).

WU

PS. Benché sia tentato di applicare solo per vedere come procederebbe un iter di selezione per una posizione del genere, la mia onestà intellettuale (non eccessivamente sviluppata) mi ferma la mano.

PS @11.10.18 Mi facevano notare che una possibile spiegazione a questo mostro è che il nome sia ben scritto (ed ovviamente ben celato) e che quindi la posizione sia ben chiaro a chi andrà assegnata, ma data la presenza (fra le varie parole a caso) di fondi pubblici ci sia (o possa essere) qualche vincolo di pubblicizzarla. In parole povere: potrebbe essere solo uno specchio per allodole quando i giochi sono già fatti.

Accorrete numerosi.

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.