Le frequenze del fastidio

Per la serie “studio-non studio”, ovvero “basta un campione di volontari ritenuto arbitrariamente ampio ed affidabile per dimostrare tutto ed il contrario di tutto”. Anche se in questo caso mi ritrovo in diversi dei “risultati”.

La domanda di partenza è quanto mai lecita e certamente sperimentata da tutti noi almeno una volta nella vita: ci sono rumori che ci risultano particolarmente fastidiosi, perché? L’idea del team di neuroscienziati è quella di ricondurre l’avversione umana nei confronti di certi rumori ai circuiti neuronali che connettono la corteccia uditiva all’amigdala. Essendo quest’ultima proprio l’area del cervello (ancora non completamente compresa nel suo funzionamento…) deputata al controllo delle emozioni. Nel caso dei suoni (e dei rumori) l’amigdala svolge il ruolo di modularli (e non decifrarli) per associarli ad una emozione di calma, agitazione, piacere o, nel caso specifico, fastidio. Le così dette “reazioni comportamentali” che associamo inconsciamente a certi suoni/rumori è il risultato dell’elaborazione dell’amigdala.

All’interno della ricerca (si è un articolo del 2012, embè? Credo che gran parte della nostra ignoranza sia proprio quella di non ricercare, a meno di rare eccezioni, pubblicazioni che vanno oltre 4-5 anni addietro…) Ad un insieme di 13 volontari è stato chiesto di ascoltare un insieme di 74 suoni e valutarne “il grado -soggettivo- di sgradevolezza” assegnando un valore da 1 a 5. Allo stesso tempo veniva misurata tramite una risonanza magnetica l’attività all’interno delle loro aree cerebrali.

L’intervallo “magico” è quello delle frequenze comprese fra i 2000 e 5000 Hertz. A tutti i suoni in questo range è stata associata una reazione negativa, di fastidio, di “non vedo l’ora di smettere”. Un range da cui stare alla larga (ed a cui il nostro orecchio è particolarmente sensibile). All’interno di questo range ed in presenza di rumori particolarmente molesti (“universalmente” riconosciuti come tali) l’attività dell’amigdala è risultata molto pronunciata.

Il range in questione comprende suoni particolarmente acuti (termine spesso associato a “fastidioso” specialmente cambiando il termine suono con rumore). Non è un caso, infatti, che i rumori che reputiamo più piacevoli sono spesso quelli a bassa frequenza: gorgogliare di acqua, applausi, etc. Rumori ben lontani dal range molesto. Secondo i nostri volontari e secondo la naturale percezioni di molti di noi la top-ten dei rumori più molesti è:

  • coltello su una bottiglia
  • forchetta su vetro
  • gesso sulla lavagna
  • righello su una bottiglia
  • unghie sulla lavagna
  • urlo di una donna
  • una smerigliatrice angolare
  • freni stridenti di una moto
  • il pianto di un bambino
  • un trapano elettrico

Personalmente metterei il secondo ed il terzo al primo posto, pari-merito. Ed aumenterei di qualche posizione l’urlo di donna ed il pianto di bambino. Mi immaginavo, inoltre, che la quinta posizione fosse almeno sul podio. Ma tant’è… mi tappo le orecchie istantaneamente dopo pochi secondi di qualunque di questi suoni e chiedo alla mia amigdala di smettere così emozionale :).

WU

PS. La faccio facile, come ogni buon ignorante, ma in realtà studi di questo genere aiutano a comprendere il comportamento dell’amigdala ed il suo ruolo in gravi disfunzioni, di certo ben più disabilitanti di un rumore molesto.

L’albero delle oche

In questi giorni di Pasqua-nonPasqua mi sono impelagato in una serie di “miti” riguardanti questa ricorrenza per il semplice gusto di elucubrare su cosa diranno fra cent’anni della Pasqua 2020 e quale “mito” potrebbe essere ad essa associato.

Ovviamente, partendo a questo (di certo non nobile) scopo mi sono perso su questo o quel mito che mi hanno particolarmente colpito. Ed ho eletto il mio personalissimo vincitore con “l’albero delle oche”.

Le oche non sono animali, bensì i frutti di un albero. E si possono dunque mangiare durante il periodo quaresimale. O almeno lo si poteva fare nel tardo Medioevo (o forse anche oggi… ammesso che vi sia ancora chi rispetta in maniera ferrea l’astensione dalla carne – e dalle tentazioni?- durante la quaresima).

Dai, non possiamo dargli tutti i torti… l’europa conosceva sostanzialmente solo “l’oca facciabianca” (o barnache) che è un uccello migratore. Non si riproduce alle nostre latitudini, bensì solo nel nord Europa ed anche in luoghi parecchio impervi. I nostri avi si vedevano quindi arrivare stormi e stormi di oche, specialmente nel periodo marzo-aprile, senza aver visto ne un pulcino ne un uovo. Se poi ci aggiungi che nel’ottocento non sapevano neanche cosa fosse la migrazione degli uccelli… viene abbastanza naturale pensare che “le oche crescessero sugli alberi” ed in quanto vegetali fosse consentito mangiarli durante la quaresima.

Certo l’albero delle oche non fu mai individuato, ma possiamo anche dire che era un dettaglio… anzi, in parte la prova necessaria fu costruita ad-hoc. Sulle spiagge, infatti, si trovavano di frequente resti di legname ricoperto da cerripedi (crostacei filtratori che si aggrappano un po’ dove capita). Beh, l’aspetto di tali “relitti” assomigliava nella forma e nel colore a resti di “legno d’oca” con i cerripedi che, ad un occhio che vede ciò che cerca, sembrano piccolissime ochette attaccata al legno. Da qualche parte dovevano quindi esistere piantagioni di alberi -o una serie di pezzi di legno alla deriva nell’oceano- da cui pendevano oche perfettamente formate e che una volta matura si sganciavano dai loro rami per volare sui nostri cieli (e sulle nostre tavole).

Permutando (assolutamente fuori contesto) una grande citazione “un volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità” e per i nostri predecessori l’albero delle oche era abbastanza improbabile quanto veritiero.

WU

PS. Si dovette aspettare Papa Innocenzo III che nel 1215 emise una bolla contro questa pratica… anche senza essere profondamente convinto della natura animale delle oche. E soltanto nel 1751 un botanico inglese, John Hill, scrisse un articolo scientifico che smentiva la credenza. D’altra parte anche di recente tronchi carichi di cerripedi sono stati facilmente etichettati come “alieni”…

PPSS. L’eco di questa credenza sopravvive ancora in un paio di nomi scientifici di due specie di cirripedi, entrambe descritte da Linneo nel 1758: la “Lepas anatifera” e la “Lepas anserifera” che suonano più o meno come “patella portatrice di anatre” e “patella portatrice di oche”.

C’era una volta la Caveasphaera

Le uniche cose certe sono che è esistita e che ne abbiamo ritrovato dei fossili. Poi di cosa si tratti è una questione tutt’altro che chiusa.

Sono passati circa 19 anni dal primo ritrovamento di fossili di Caveasphaera, ma non ci è ancora chiaro con cosa abbiamo a che fare ed in particolare se abbiamo davanti una scoperta epocale oppure un qualunque abbaglio (parola forse mistificatoria per quei preziosissimi “esperimenti falliti” con cui si gettano le basi per le “grandi scoperte”).

Stiamo parlando di qualcosa che ad occhio nudo è praticamente un minuscolo granello di sabbia. Mezzo millimetro di diametro (ma che abbiamo avuto la bravura non calpestare, ma di identificare quantomeno come oggetto pieno di interesse) che solo osservato ai raggi X rivela la sua vera natura: un groviglio di migliaia e migliaia di cellule. Ah, la datazione lo colloca a circa 609 milioni di anni fa.

Il punto dolente è capire se abbiamo davanti il fossile di un animale o meno. Se confermato potrebbe essere il più antico fossile mai trovato, collocando la nascita degli animali ben prima di quella comunemente riconosciuta come “esplosione del cambriano” che è finora identificata come l’epoca in cui Madre Natura ha deciso di partorire gli animali (“solo” 30 milioni di anni fa…).

L’alternativa è che abbiamo davanti una banalissima e sporadica colonia di batteri. Il divario è enorme e con esso le nostre capacità di capire (riscrivere?) la nostra preistoria.

Quando per la prima volta la Caveasphaera fu osservata in dettaglio ai raggi X quello che si notò fu una specie di stadi evolutivi di un embrione animale. E da qui il sogno della scoperta…

Caveasphaera.png

The organism is notable due to the study of related embryonic fossils (measuring about a half-millimeter in diameter) which display different stages of its development: from early single-cell stages to later multicellular stages. Such fossil studies present the earliest evidence of an essential step in animal evolution – the ability to develop distinct tissue layers and organs

Ma quindi: la Caveasphaera è un animale? Beh, si, forse, o forse no… E quando si è effettivamente verificata la transizione da organismi unicellulari a pluricellulari? Beh, o 600 milioni di anni fa o qualche centinaio di milioni di anni dopo…

La risposta è in un granello di sabbia. Intrigante, indipendentemente dalla risposta (anche se ho come la sensazione che vorremmo chiamare quel granello papà, che lo sia o meno).

WU

Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

OrtoDiNemo.png

All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU

La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Turritopsis dohrnii, un ossimoro vivente

C’è che dice di voler vivere per sempre, chi non ci pensa neanche (il sottoscritto) e chi lo fa e non lo pubblicizza più di tanto.

Sto farneticando sulla Turritopsis dohrnii, un piccolo bestio marino (Hydrozoa, per i puristi) che non misura più di pochi cm eppure è in grado di fare qualcosa che fa gola a tanti, tantissimi (che di Hydrozoa non hanno nulla): ringiovanire.

Turritopsis dohrnii.png

Sono tecnicamente una sorta di meduse in grado di ringiovanire riportandosi ad uno stato di maturità sessuale antecedente al loro stato attuale. Il che biologicamente vuol dire… ringiovanire. La medusa, inoltre, è anche l’unico essere vivente (noto finora) che è in grado di invertire il proprio sviluppo anche allo stadio maturo adulto… eccezione più unica che rara dato che anche altri medusini sono in grado di invertire la propria maturità sessuale ma solo fintanto che le gonadi non sono pienamente sviluppate (ovvero fintanto che non sono proprio completamente sessualmente maturi).

Alla base del meccanismo di inversione sembra possa esserci quella che si chiama “in gergo” transdifferenziazione cellulare; ovvero un fenomeno in cui le cellule, sottoposte a determinati stimoli ambientali (stress nel caso della Turritopsis dohrnii), riacquistano una sorta di totipotenza (tipo staminali) propria dell’età giovanile. La medusina inizia a non esser più trasparente, a riassorbire i tentacoli e ad assumere una forma a quadrifoglio tornando a sembrare, comportarsi, essere biologicamente in tutto e per tutto simile ad un polipo di quelli presenti in un uovo appena fecondato. Magia.

La storia di questa “scoperta” è un chiaro esempio di serendipity. Un giovane biologo marino in una sorta di routinaria esplorazione (delle acque antistanti Rapallo, per la cronaca) stava catalogando Hydrozoa. La medusa fu trasportata, come tanti altri campioni della sua specie, in un acquario per studiarla. Le condizioni dell’acquario non erano, però, ottimali. La medusina fu sottoposta ad un inaspettato stress che la fece “invecchiare” precocemente, tant’è che il giorno successivo quando il biologo l’andò a prelevare per studiarla vi trovò un piccolo polipo (stadio procedente del suo sviluppo sessuale).

Il ciclo di ringiovanimento potrebbe essere effettivamente infinito (ma davvero allora la morte non tocca a tutti?). Il fatto che le medusa tenda a ringiovanire non significa, ovviamente, che è immortale. In particolare in cattività sopravvive poco e male (il record è qualcosa attorno ai due anni) ed è vittima di parecchi predatori. La troviamo un po’ ovunque, e soprattutto, nel mediterraneo e la ignoriamo regolarmente… almeno in questo la medusa non ci smentisce. Chissà se ci comporteremmo, e come percepiremmo il futuro, se ci fosse data questa possibilità. Questo parallelismo è fin troppo facile…

WU

La visione periferica serve sempre

… o per vedere fuori dal centro del nostro campo visivo oppure per darci una scusa…

Ok, metto le mani avanti: sto scrivendo questo post più che altro per auto-giustificarmi, non tanto perché credo nella spiegazione scientifica che viene presentata. Non metto in dubbio che vi siano alcune differenze biologiche (ovviamente), evolutive (meno male) e chissà quante altre fra uomo e donna, ma arrivare a dire che non riesco spesso a trovare quello che mi serve a causa di ciò ammetto mi serva più come giustificativo con me stesso piuttosto che come base scientifica di cui farmi forte.

In breve, uomini e donne sono diversi, ma mi serve una benedetta scusa quando ho le cose davanti agli occhi e devo chiedere “l’aiuto da casa”… Ah, non sono certo sia questione di pigrizia quanto di effettiva, inconscia disattenzione.

Comunque, mettendo la cosa su un piano semi-scientifico la colpa la possiamo dare alla diversa visione periferica nei due sessi. La visione periferica è quella parte del nostro sistema visivo che ci consente di percepire colori, forme e (soprattutto) movimenti che non sono esattamente davanti i nostri occhi. Piuttosto comoda durante la nostra evoluzione per percepire movimenti di possibili predatori che avvenivano fuori dal nostro campo visivo e metterci di conseguenza sull’allerta (e sperabilmente in salvo), ma anche per vedere cosa c’era attorno a noi che potevamo raccogliere e portare a casa.

Le donne hanno una visione periferica eccellente, sono in grado di vedere con buona precisione fino a circa 45° dal centro del loro campo visivo e riescono anche a raggiungere casi eccezionali di 180°. Gli uomini si fermano nettamente prima, attorno ai 20°, pare.

Il motivo evolutivo di questa differenza (di cui sono certo ce ne siamo accorti…) è da ricercarsi nelle abitudini (preistoriche, ovviamente) dei due sessi. Le donne che erano principalmente raccoglitrici, si occupavano di frutta, erbe e radici, ed avrebbero quindi sviluppato una capacità visiva più ampia per veder meglio cosa avrebbero potuto raccogliere attorno a loro. Gli uomini, invece, erano cacciatori ed avevano quindi bisogno di puntare la preda frontalmente e con precisione per cui concentravano la propria attenzione su un oggetto alla volta ed era sufficiente percepire ombre e sagome come visone periferica per mettergli di mettersi in salvo.

Oggi la differenza sta fra il cercare i pantaloni e trovarli oppure essere ricoperto di improperi quando “il gentil sesso” ce li indica docilmente. Continuo a pensare che concentrarsi un attimo risolverebbe la questione, ma è più facile che mi giustifichi dicendo (a me stesso, dato che se lo dovessi dire ad una donna non farei che peggiorare la mia situazione) che è colpa della mia visione periferica…

WU

PS. Mi viene anche da astrarre un pochino e dire che una visione periferica in senso lato che ci consenta anche di percepire quello che succede attorno a noi fuori dal nostro “cono d’attenzione” è di certo aiuto nella vita. Confermo, la visione periferica serve sempre…

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

FloatingForest.png

Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU

Dickinsonia, cosa sei tu?

Potrebbe trattarsi del primo animale mai comparso sulla terra, ma a parte avergli dato un nome abbastanza poco evocativo ed aver trovato qualche incomprensibile e misterioso fossile non ne sappiamo effettivamente un granché.

Stiamo parlando di qualcosa come 600 milioni di anni fa, quando la terra di certo non si aspettava di vederci passeggiare come ne fossimo i padroni. La Dickinsonia, invece, era già comparsa. In realtà, dato che resti dell’organismo sono stati effettivamente rinvenuti (principalmente in Australia, ma non mancano tracce italiane), il punto non è tanto il quando, ma il cosa.

Stiamo effettivamente parlando di un animale estinto o di qualcos’altro (no, gli alieni non centrano… ancora)? Pare che all’interno dei fossili di Dickinsonia siano state trovate tracce di colesterolo il che lo renderebbe (assieme ad altre prove e tante supposizioni) a tutti gli effetti un membro del regno animale, ma i dati sono ancora pochi e frammentari e molti sono ancora orientati a considerare l’organismo un rappresentate (l’ultimo?) di un regno ormai estinto ben diverso da quello animale.

Un bestio (?) che poteva andare da qualche millimetro ad un metro e quaranta (!). Una specie di vermone piatto composto da una serie di segmenti tipo costole che emanavano da una sorta di cresta centrale. Una membrana univa le costole dando poi la forma all’organismo. Non aveva una chiara distinzione fra testa e coda e molto probabilmente all’interno della membrana si trovava una specie di liquido in pressione che rendeva la Dickinsonia una specie di cuscinetto (organismi “a trapunta”).

Dickinsonia.png

Il regno a cui la Dickinsonia potrebbe appartenere è quello dei Vendozoa (fauna di Ediacara) che sono organismi pluricellulari comparsi prima dei “moderni” phyla da cui poi noi tutti discendiamo. Senza entrare (per ovvia mancanza di competenze e non di interesse) nei dettagli della classificazione, la cosa che mi colpisce è che siamo davanti ad un organismo che potrebbe rappresentare il padre di noi tutti oppure l’ultimo rappresentate di un gruppo estintosi poco prima della fine del Proterozoico (beh, non esattamente ieri…).

Il modello “pneumatico” del Dickinsonia (e di molti Vendozoa) potrebbe essere una specie di prova evolutiva fallita, dato che non sembra molto adeguato ad un mondo in cui avrebbero poi dominato i predatori. Eppure vi sono effettivamente alcune affinità fra questo genere di organismi e gli antenati di molti degli organismi che troviamo dopo nella scala evolutiva; la simmetria bilaterale (che condividiamo anche noi, oggi) potrebbe effettivamente essersi evoluta da primitive simmetrie radiale attraverso forme intermedie come, appunto, la Dickinsonia. Le tracce di colesterolo, inoltre, aprono un’ulteriore spiraglio al fatto di avere davanti un nostro progenitore.

Insomma, più che altro siamo nel campo della ricerca, prove, ritrovamenti e soprattutto supposizioni. Che sia un nostro avo o l’ultimo rappresentate di una prova della natura, siamo davanti ad un organismo che a modo suo a fatto la storia, molto più di tante prove evolutive (mi piace chiamarle così) che vediamo ancora oggi attorno a noi (si, alludo a nostri simili) che lasceranno pure più tracce e meglio documentate, ma in un modo o nell’altro sono meno utili alla nostra evoluzione.

WU

PS. Ammetto, mi piace anche l’idea che ci sia gente che ancora studia questo genere di organismi. Studi e classificazioni che potrebbero sembrare di “lana caprina”, ma che evidentemente sono la motivazione di brillanti menti. Ed il tutto con buona pace del Dickinsonia es assoluta indifferenza di gran parte di noi.