Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

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All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU

La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Turritopsis dohrnii, un ossimoro vivente

C’è che dice di voler vivere per sempre, chi non ci pensa neanche (il sottoscritto) e chi lo fa e non lo pubblicizza più di tanto.

Sto farneticando sulla Turritopsis dohrnii, un piccolo bestio marino (Hydrozoa, per i puristi) che non misura più di pochi cm eppure è in grado di fare qualcosa che fa gola a tanti, tantissimi (che di Hydrozoa non hanno nulla): ringiovanire.

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Sono tecnicamente una sorta di meduse in grado di ringiovanire riportandosi ad uno stato di maturità sessuale antecedente al loro stato attuale. Il che biologicamente vuol dire… ringiovanire. La medusa, inoltre, è anche l’unico essere vivente (noto finora) che è in grado di invertire il proprio sviluppo anche allo stadio maturo adulto… eccezione più unica che rara dato che anche altri medusini sono in grado di invertire la propria maturità sessuale ma solo fintanto che le gonadi non sono pienamente sviluppate (ovvero fintanto che non sono proprio completamente sessualmente maturi).

Alla base del meccanismo di inversione sembra possa esserci quella che si chiama “in gergo” transdifferenziazione cellulare; ovvero un fenomeno in cui le cellule, sottoposte a determinati stimoli ambientali (stress nel caso della Turritopsis dohrnii), riacquistano una sorta di totipotenza (tipo staminali) propria dell’età giovanile. La medusina inizia a non esser più trasparente, a riassorbire i tentacoli e ad assumere una forma a quadrifoglio tornando a sembrare, comportarsi, essere biologicamente in tutto e per tutto simile ad un polipo di quelli presenti in un uovo appena fecondato. Magia.

La storia di questa “scoperta” è un chiaro esempio di serendipity. Un giovane biologo marino in una sorta di routinaria esplorazione (delle acque antistanti Rapallo, per la cronaca) stava catalogando Hydrozoa. La medusa fu trasportata, come tanti altri campioni della sua specie, in un acquario per studiarla. Le condizioni dell’acquario non erano, però, ottimali. La medusina fu sottoposta ad un inaspettato stress che la fece “invecchiare” precocemente, tant’è che il giorno successivo quando il biologo l’andò a prelevare per studiarla vi trovò un piccolo polipo (stadio procedente del suo sviluppo sessuale).

Il ciclo di ringiovanimento potrebbe essere effettivamente infinito (ma davvero allora la morte non tocca a tutti?). Il fatto che le medusa tenda a ringiovanire non significa, ovviamente, che è immortale. In particolare in cattività sopravvive poco e male (il record è qualcosa attorno ai due anni) ed è vittima di parecchi predatori. La troviamo un po’ ovunque, e soprattutto, nel mediterraneo e la ignoriamo regolarmente… almeno in questo la medusa non ci smentisce. Chissà se ci comporteremmo, e come percepiremmo il futuro, se ci fosse data questa possibilità. Questo parallelismo è fin troppo facile…

WU

La visione periferica serve sempre

… o per vedere fuori dal centro del nostro campo visivo oppure per darci una scusa…

Ok, metto le mani avanti: sto scrivendo questo post più che altro per auto-giustificarmi, non tanto perché credo nella spiegazione scientifica che viene presentata. Non metto in dubbio che vi siano alcune differenze biologiche (ovviamente), evolutive (meno male) e chissà quante altre fra uomo e donna, ma arrivare a dire che non riesco spesso a trovare quello che mi serve a causa di ciò ammetto mi serva più come giustificativo con me stesso piuttosto che come base scientifica di cui farmi forte.

In breve, uomini e donne sono diversi, ma mi serve una benedetta scusa quando ho le cose davanti agli occhi e devo chiedere “l’aiuto da casa”… Ah, non sono certo sia questione di pigrizia quanto di effettiva, inconscia disattenzione.

Comunque, mettendo la cosa su un piano semi-scientifico la colpa la possiamo dare alla diversa visione periferica nei due sessi. La visione periferica è quella parte del nostro sistema visivo che ci consente di percepire colori, forme e (soprattutto) movimenti che non sono esattamente davanti i nostri occhi. Piuttosto comoda durante la nostra evoluzione per percepire movimenti di possibili predatori che avvenivano fuori dal nostro campo visivo e metterci di conseguenza sull’allerta (e sperabilmente in salvo), ma anche per vedere cosa c’era attorno a noi che potevamo raccogliere e portare a casa.

Le donne hanno una visione periferica eccellente, sono in grado di vedere con buona precisione fino a circa 45° dal centro del loro campo visivo e riescono anche a raggiungere casi eccezionali di 180°. Gli uomini si fermano nettamente prima, attorno ai 20°, pare.

Il motivo evolutivo di questa differenza (di cui sono certo ce ne siamo accorti…) è da ricercarsi nelle abitudini (preistoriche, ovviamente) dei due sessi. Le donne che erano principalmente raccoglitrici, si occupavano di frutta, erbe e radici, ed avrebbero quindi sviluppato una capacità visiva più ampia per veder meglio cosa avrebbero potuto raccogliere attorno a loro. Gli uomini, invece, erano cacciatori ed avevano quindi bisogno di puntare la preda frontalmente e con precisione per cui concentravano la propria attenzione su un oggetto alla volta ed era sufficiente percepire ombre e sagome come visone periferica per mettergli di mettersi in salvo.

Oggi la differenza sta fra il cercare i pantaloni e trovarli oppure essere ricoperto di improperi quando “il gentil sesso” ce li indica docilmente. Continuo a pensare che concentrarsi un attimo risolverebbe la questione, ma è più facile che mi giustifichi dicendo (a me stesso, dato che se lo dovessi dire ad una donna non farei che peggiorare la mia situazione) che è colpa della mia visione periferica…

WU

PS. Mi viene anche da astrarre un pochino e dire che una visione periferica in senso lato che ci consenta anche di percepire quello che succede attorno a noi fuori dal nostro “cono d’attenzione” è di certo aiuto nella vita. Confermo, la visione periferica serve sempre…

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

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Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU

Dickinsonia, cosa sei tu?

Potrebbe trattarsi del primo animale mai comparso sulla terra, ma a parte avergli dato un nome abbastanza poco evocativo ed aver trovato qualche incomprensibile e misterioso fossile non ne sappiamo effettivamente un granché.

Stiamo parlando di qualcosa come 600 milioni di anni fa, quando la terra di certo non si aspettava di vederci passeggiare come ne fossimo i padroni. La Dickinsonia, invece, era già comparsa. In realtà, dato che resti dell’organismo sono stati effettivamente rinvenuti (principalmente in Australia, ma non mancano tracce italiane), il punto non è tanto il quando, ma il cosa.

Stiamo effettivamente parlando di un animale estinto o di qualcos’altro (no, gli alieni non centrano… ancora)? Pare che all’interno dei fossili di Dickinsonia siano state trovate tracce di colesterolo il che lo renderebbe (assieme ad altre prove e tante supposizioni) a tutti gli effetti un membro del regno animale, ma i dati sono ancora pochi e frammentari e molti sono ancora orientati a considerare l’organismo un rappresentate (l’ultimo?) di un regno ormai estinto ben diverso da quello animale.

Un bestio (?) che poteva andare da qualche millimetro ad un metro e quaranta (!). Una specie di vermone piatto composto da una serie di segmenti tipo costole che emanavano da una sorta di cresta centrale. Una membrana univa le costole dando poi la forma all’organismo. Non aveva una chiara distinzione fra testa e coda e molto probabilmente all’interno della membrana si trovava una specie di liquido in pressione che rendeva la Dickinsonia una specie di cuscinetto (organismi “a trapunta”).

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Il regno a cui la Dickinsonia potrebbe appartenere è quello dei Vendozoa (fauna di Ediacara) che sono organismi pluricellulari comparsi prima dei “moderni” phyla da cui poi noi tutti discendiamo. Senza entrare (per ovvia mancanza di competenze e non di interesse) nei dettagli della classificazione, la cosa che mi colpisce è che siamo davanti ad un organismo che potrebbe rappresentare il padre di noi tutti oppure l’ultimo rappresentate di un gruppo estintosi poco prima della fine del Proterozoico (beh, non esattamente ieri…).

Il modello “pneumatico” del Dickinsonia (e di molti Vendozoa) potrebbe essere una specie di prova evolutiva fallita, dato che non sembra molto adeguato ad un mondo in cui avrebbero poi dominato i predatori. Eppure vi sono effettivamente alcune affinità fra questo genere di organismi e gli antenati di molti degli organismi che troviamo dopo nella scala evolutiva; la simmetria bilaterale (che condividiamo anche noi, oggi) potrebbe effettivamente essersi evoluta da primitive simmetrie radiale attraverso forme intermedie come, appunto, la Dickinsonia. Le tracce di colesterolo, inoltre, aprono un’ulteriore spiraglio al fatto di avere davanti un nostro progenitore.

Insomma, più che altro siamo nel campo della ricerca, prove, ritrovamenti e soprattutto supposizioni. Che sia un nostro avo o l’ultimo rappresentate di una prova della natura, siamo davanti ad un organismo che a modo suo a fatto la storia, molto più di tante prove evolutive (mi piace chiamarle così) che vediamo ancora oggi attorno a noi (si, alludo a nostri simili) che lasceranno pure più tracce e meglio documentate, ma in un modo o nell’altro sono meno utili alla nostra evoluzione.

WU

PS. Ammetto, mi piace anche l’idea che ci sia gente che ancora studia questo genere di organismi. Studi e classificazioni che potrebbero sembrare di “lana caprina”, ma che evidentemente sono la motivazione di brillanti menti. Ed il tutto con buona pace del Dickinsonia es assoluta indifferenza di gran parte di noi.

Ice cream Banana

Una volta tanto non centriamo nulla. Anche se sono uno spettacolo abbastanza inusuale e le immagini che girano in rete sono più che altro usate per gridare all’ennesima mutazione genetica che abbiamo operato a scapito di madre natura.

Una volta tanto non centriamo nulla: esiste veramente una varietà di banane Blue Java che hanno il sapore e la consistenza… del gelato alla vaniglia (pare). Ed è tutta un’idea di madre natura!

Una volta tanto non centriamo nulla! Sono delle tonalità del blue (ma SOLO quando sono acerbe, ovviamente per gridare alla mutazione genetica vanno molto meglio queste immagini di quelle delle banane mature che invece hanno il classico colore giallino) , un po’ più piccine, resistenti al freddo, originarie dell’isola di Java e non è una nostra idea.

BlueBananas.png

Una volta tanto non centriamo nulla; tanta inventiva non la abbiamo di certo. Anche nella grande idea del fogliame di queste blue-bananas (ricorda in maniera inquietante il blue whale…) che sono sproporzionatamente grandi ed edibili. Mente la polpa delle banane rimane bianca e può essere consumata cruda o cotta, le fogliolone possono essere impegnate in cucina per preparare cartocci o come piatti/vassoi.

Non che mi attirino particolarmente, ma il fatto che una volta tanto non centriamo nulla (l’ho già detto?) eppure le usiamo per fare un po’ di allarmismo o far circolare qualche bufala quasi quasi mi spinge a dire: “ma si, siamo stati noi. Modifichiamo di tutto (tipo officina meccanica)! Altrimenti cosa dovremmo dare da mangiare alle scimmie super-intelligenti con DNA umano?”

WU

Ode allo Psoas

… e non ditemi che lo conoscevate (anche se in realtà sono certo siete mediamente più ferrati di me su questi temi “new age” -credo-).

Si tratta di un muscolo (o meglio, sono due muscoli separati, ma lasciamo stare…) fusiforme interno all’anca che costituisce il principale muscolo flessore della coscia. Non mi metto a farvi una presentazione anatomica del muscolo (che ovviamente non sarei in grado di fare), ma la cosa che mi ha colpito di più è che lo psoas è definito … “il muscolo dell’anima”, “il muscolo della felicità”, oppure qualunque derivazione iperbolica che lo leghi al nostro io più profondo.

Cerco di essere più o meno serio.

Una sua sofferenza ci porta ad assumere posture scorrette che incidono sul nostro umore. Una postura sbagliata ha ripercussioni psicologiche (bella scoperta) e lo psoas è spesso all’origine di una postura scorretta. Per questo è uno dei muscoli a cui si tende a prestare più attenzione negli esercizi di yoga e di tutte quelle discipline che “ci curano la mente attraverso il corpo” (il pilates, secondo voi, rientra fra queste?).

In tutto il muscoletto misura circa quaranta cm e sostanzialmente connette il tronco alle gambe (praticamente ci tiene insieme). Un psoas in forma ci fa stare belli dritti e quindi promuove il coraggio e l’autostima: “vedi che psoas sodo che ho, ora si che posso affrontare le avversità della vita!”.

Di contro uno psoas infiammato causa dolori alla zona lombare e quindi ca va sans dire, anche tristezza e difficoltà a relazionarsi col prossimo (il mio psoas deve stare malissimo… 😛 ).

Lo psoas, per di più, è praticamente invisibile ben nascosto da altri muscoli ed ossa. Il suo stato si evince soprattutto dal portamento, dal passo, dalla postura, dal respiro (lo psoas ed il diaframma sono come burro e marmellata, si sa…). Il posturologo (?!?!?) ne deduce una sua sofferenza dalla curva lombare, ovviamente molto accentuata proprio nel caso di sofferenza del muscolo.

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Un muscolo così importante non poteva non avere anche un ruolo “religioso”: nel taoismo lo psoas presiede il centro di energia deputato alla connessione tra uomo e Terra; è il fulcro dello scambio di energie. Un bel massaggio allo psoas e siamo riconnessi a Pan!

Ovviamente esercizi per tenerlo in forma abbondano (lungi da me mettere un singolo link…) e vanno da massaggi ad affondi. Bisogna vestirsi comodi per non comprimerlo e rimanere nei limiti di peso per non affaticarlo. Posso essere sincero? Mi pare si carichi il muscolo in questione di tutta una serie di “responsabilità” che sicuramente ha e che condivide con tutti gli altri muscoli del nostro corpo. “Mens sana in corpore sano” mi pare più affidabile e comprensivo di “mens sana cum psoas sano”…

Non mi immagino di mettermi li a prendermi cura solo del mio psoas, per quanto strategico esso possa essere… Diciamo che se abbiamo bisogno di un punto su cui focalizzare l’attenzione può anche andare bene (questo come qualunque altro muscolo per me), ma non mi illuderei che lucidandolo io abbia miracolosamente un ottimo umore..

WU

PS. Ma a questo punto si potrebbe pensare ad una prossima generazione di esseri umani con lo Psoas opportunamente geneticamente modificato? Ecco la svolta!

The purple Earth

Addio, oh miei cari omini, verdi come la tradizione (o meglio il nostro immaginario collettivo, forse formato da qualche fantasy) vorrebbe. Mettiamola così, indipendentemente se esistano o meno, non dovrebbero essere verdi, anzi dovrebbero essere… viola.

[…] Parsimony and distance analyses further identify purple bacteria as the earliest emerging photosynthetic lineage. […]

L’idea alla base di questo studio è che la luce verde trasmette parecchia energia ed è un peccato sprecarla, soprattutto se stai terraformando un nuovo pianeta. Le piante (e le alghe prima di loro) basano tutto sulla clorofilla che attua la fotosintesi partendo dalla luce del sole ed il loro colore verde è una conseguenza del fatto che riflettono questa lunghezza d’onda anziché assorbirla.

Quindi l’ipotesi è che prima che arrivassero le piante verdi, quando di energia ne serviva il più possibile, esistevano microorganismi che assorbivano proprio la luce verde. Ciò sarebbe possibile grazie alla “retina“, un pigmento che assorbe benissimo la luce verde (evitando quindi che questa venga riflessa). A questo punto la domanda sorge spontanea: e quale sarebbe il vantaggio delle piante verdi? Beh, la clorofilla, anche se meno efficiente come lunghezza d’onda assorbita, è molto più efficiente nella cattura e nella conversione dell’energia solare. Tuttavia, per un microrganismo molto più semplice di una pianta, il vantaggio offerto dalla giusta lunghezza d’onda è certamente più rilevante.

[…] Now a new study argues that retinal likely preceded chlorophyll as the dominant sunlight-absorbing molecule. The scientists focused their attention on retinal-containing proteins, especially ones like bacteriorhodopsin that absorb sunlight in the range inaccessible to chlorophyll. The biologists propose that retinal and chlorophyll co-evolved together, but that retinal likely came first because it’s simpler molecule. […]

Ancora oggi, infatti, valli antartiche o i fondali oceanici pullulano di microrganismi che basano la loro conversione di energia sulla retina, gli Archea.

[…] Retinal-based phototrophic metabolisms are still prevalent throughout the world, especially in the oceans, and represent one of the most important bioenergetic processes on Earth […]

Dato che l’unico termine di paragone che abbiamo a disposizione è la nostra Terra, possiamo immaginarci che nella notte dei tempi il nostro brodo primordiale fosse di qualche tenero color lavanda… e che forse è esattamente questa la lunghezza d’onda che dovremmo cercare quando pensiamo di vedere alieni saltellare su alti pianeti.

[…] We propose a scenario where simple retinal-based light-harvesting systems like that of the purple chromoprotein bacteriorhodopsin, originally discovered in halophilic Archaea, may have dominated prior to the development of photosynthesis. We explore this hypothesis, termed the ‘Purple Earth,’ and discuss how retinal photopigments may serve as remote biosignatures for exoplanet research. […]

Non ho mai pensato al viola come colore della vita. Di certo sono eccessivamente condizionato dai luoghi comuni.

WU

PS. Ovviamente qui ci sta a fagiuolo: