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Tatuaggi viventi, e non solo

Il genere di cose che mi fa innamorare del progresso. Se lo avessi proposto a mia nonna mi avrebbe risposto con un matterello, se ne parlassi con i miei nipoti mi direbbero (spero per loro) che sono vecchio. Parlarne con chi condivide questo periodo storico mi da l’idea che forse qualcosa di buono potremmo anche portarlo a casa…

Il tatuaggio vivo, quello progettato e realizzato al MIT. Stampato in 3D. Sottilissimo, trasparente ed animato. E già sarebbe sufficiente. Poi ci aggiungiamo pure che “l’anima” gli deriva da dei batteri genericamente modificati ed abbiamo trovato almeno un volontario per il beta test.

I batteri geneticamente corretti sono “programmati” per reagire a particolari sostanze chimiche della pelle. Sono praticamente sensori biologici che in tempo reale leggono il pH, la temperatura, luce, etc. Il tutto dando vita ad un concerto di linee e lucette che paiono appunto prendere vita sul nostro polso (o dove vi pare). Il cerotto vivente. Il tatuaggio batterico. Mettetela come vi pare.

tatoovivente.png

Per il momento prima di arrivare a stampare piattaforme computazionali viventi che possano addirittura essere indossate. Ovviamente quando inizi a fantasticare il passo è breve; i batteri programmabili li possiamo usare per tatuaggi che si assorbono/cancellano, come capsule per farmaci, per ristrutturarci parti interne/esterne del corpo e via dicendo. Lavoratori minuscoli, instancabili e sperabilmente fedelissimi.

I batteri, inoltre, sono dotati anche di una paretina esterna rispetto alla membrana cellulare, che permette di resistere anche agli stress meccanici dovuti al passaggio attraverso gli ugelli della stampante quindi… anche la stampa 3D è una valida opzione.

Immersi in una matrice gelatinosa (idrogel) arricchita di nutrienti, i batteri riescono a sopravvivere eseguendo le funzioni per cui sono stati geneticamente programmati.

Praticamente c’è un po’ di tutto. Una pletora di nuove tecnologie che già da sole fanno venir voglia di crederci che poi mischiate fanno addirittura da trama ad un film futuristico o fanno da supporto tecnologico per i deliri del ventunesimo secolo.

WU

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Mida batteri

Parliamo un po’ di ricerca, di ricerca applicata. Ovvero di quel genere di ricerca che tende, ovviamente (!) in una prospettiva di medio/lungo termine a generare il soldo.

Tutti abbiamo presente il valore dell’oro, in particolare in un periodo di incertezza (devo dire: come quello attuale?) cerchiamo in esso (per chi può) quel rifugio e quella tranquillità che tanti altri investimenti non sono in grado di offrire.

Ad ogni modo, divagazioni a parte, l’oro è l’oro. Ed il sol pensare di riuscire a realizzare, in una qualche forma il sogno di Re Mida, fa luccicare gli oggi, e pensare subito al businesssss.

Una ricerca Australiana dell’università di Adelaide, questa, si è concentrata su un tipo di batterio che potrebbe effettivamente aprire nuovi scenari. Sono microrganismi che avrebbero (un solo condizionale) la capacità di trasformare in oro ciò che ingeriscono.

L’oro, benché sia Oro, proprio come gli altri metalli terrestri è continuamente soggetto ad un ciclo di reazioni che tendono a scioglierlo dagli altri materiali ai quali è legato per concentrarlo in piccole pepite: il ciclo biogeochimico dell’oro.

In the natural environment, primary gold makes its way into soils, sediments and waterways through biogeochemical weathering and eventually ends up in the ocean. On the way bacteria can dissolve and re-concentrate gold – this process removes most of the silver and forms gold nuggets.

Beh, il grande pregio della ricerca è sostanzialmente quello di aver isolato alcuni dei microorganismi artefici di tale ciclo ed aver anche “sperimentato” che la trasformazione avviene in anni/decenni (tra i 3,5 e gli 11,7 anni). Effettivamente pochissimo se paragonato ad ere geologiche.

Il punto è quindi oro, oro subito (ovviamente non rpima di aver portato i batteri fuori dai laboratori in sconfinati “allevamenti di oro”)! Direi che siamo di fronte ad una crasi fra Re Mida e Goldfingher.

WU

Cemento geneticamente modificato

Di per se la notizia mi ricorda molto l’inizio di un qualche film apocalittico in cui un super virus ci trasforma tutti in mangia budella (facciamo un tributo alla Umbrella Corporation?).

Ma non è così, almeno per ora. Anzi, l’idea è potenzialmente molto valida.
Come sempre mi rimangono molti dubbi sulla sua industrializzazione e commercializzazione (insomma sul suo cammino dal laboratorio al consumatore), ma questa è un’altra storia…

Agli eventi sismici di questi giorni si può reagire in diversi modi, fra cui quello di concepire (e qui, nell’idea stessa, che vedo una grande innovatività) un cemento “vivente”.

We are trying to create a responsive material which could have broad architectural applications, for example creating foundations for buildings without needing to dig trenches and fill them with concrete.

Eh!?

Un cemento che si auto ripara a seguito di eventi catastrofici sfruttando la laboriosità di alcuni batteri muratori. Questi batteri, infatti, a seguito di una modifica del loro genoma sarebbero in grado di riparare il cemento di fondazioni, mura, pilastri e simili.

La cosa simpatica è che il batterio “originale” è un banalissimo, comunissimo e dolcissimo (si fa per dire) Escherichia coli. Il DNA del povero batterio è stato modificato per far si che esso reagisca a variazioni di pressione del suolo producendo una specie di colla a base di zuccheri e carbonato di calcio.

E questa l’idea di un gruppo di ricerca dell’università di Newcastle che potrebbe, potenzialmente, portare a case più che sicure oppure alla fine del genere umano… Quantomeno un approccio diverso.

WU