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Che ore saranno da domani?

L’ora legale sta passando un brutto quarto d’ora (scusate ma la tentazione era troppa).

Tra il 14 Luglio ed il 16 Agosto del 2018 noi eravamo (voi eravate?) al mare. E praticamente nessun italiano si è reso conto che la Commissione Europea ha indetto un referendum (non vincolante… fortunatamente, tanto ce ne saremmo fregati lo stesso in nome delle agoGNate vacanze…) circa il mantenere o meno l’ora legale.

In totale i votanti europei (e non italiani) sono stati circa 4.6 milioni ed al 80% (oserei dire quasi all’unanimità) hanno detto che il doppio orario ha le ore contate (scusate nuovamente…).

In breve questo referendum esplorativo ha ulteriormente dato forza all’idea del Parlamento di Strasburgo di abolire l’ora legale nei prossimi mesi. Addio allo spostamento di lancette rituale.

Se le cose non dovessero cambiare entro Aprile 2019 ogni stato dovrà comunicare ufficialmente se mantenere l’ora legale o l’ora solare FISSA per tutto l’anno. Come dire che le lancette saranno spostate per l’ultima volta a Marzo 2019 e poi ogni stato membro avrà il tempo che si è scelto.

La cosa alle alte latitudini (paesi del nord Europa) è molto sentita dato che le ore di buio sono già scarse ed uno spostamento all’ora legale le riduce ulteriormente causando (pare) disturbi del sonno e cose del genere. Ad ogni modo, qual che sia la verità, i paesi del Nord sono più orientati a tenere l’ora solare per tutto l’anno, mentre qualche dubbio sui paesi mediterranei ancora permane.

Inoltre anche i vantaggi in termini di consumi energetici fra le ore diurne e quelle notturne si sono man mano ridotti (tanto non è che accendiamo luce o condizionatore in base all’orario e con i rincari delle tariffe elettriche mi pare che anche le famose “fasce” siano ormai spiccioli sul conto salato che comunque riceviamo a fine mese).

Personalmente lascerei l’ora legale tutto l’anno, ma qualunque sarà il verdetto sono assolutamente d’accordo a smetterla con la pantomima dello spostamento delle lancette (che poi tanto faccio sempre casino…).

WU

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La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

CollaCarlsberg.png
Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

San Giorgio, la nave fantasma

… una storia stile Pirati dei Caraibi, ma ambientata nella nostra pianura Padana come la vedete?

Immaginiamoci questo grande vascello (e va beh, da guerra più che dei pirati), avvolto dalla nebbia (ed in pianura padana forse ve ne più che ai Caraibi) che solca solitario e misterioso le acque del Po.

La “leggenda” parla della nave San Giorgio affondata nelle acque del fiume Po oltre settanta anni fa e da allora vista, supposta, cercata, ma mai definitivamente trovata.
Finora. Il che rende abbastanza entusiasmante la scoperta, ma altrettanto deprimente la fine della leggenda (addio sogni di bambino – e mi ricollego al Credere di ieri – di vedere il vascello muoversi nelle notti di luna piena…).

54 metri di lunghezza, 8 metri di larghezza ed una invidiabile stazza di ben 363,61 tonnellate.

Fabbricata a Trieste nel 1914 dagli austriaci e passata subito in forza alla marina tedesca al tempo del Reich, dopo il Settembre del 1943 la nave fu sequestrata all’esercito tedesco ed usata dall’esercito italiano per pattugliare le coste dell’Adriatico.

Fino al 12 febbraio 1944. Notte ingloriosa per l’imbarcazione e per il suo equipaggio (direi più che altro per il suo equipaggio). Il sottotenente di vascello Wienbek con i suoi 52 uomini di equipaggio, in difficoltà nella navigazione in mare aperto a causa di una forte tempesta cercarono rifugio all’interno del Po. Evidentemente insidioso e sconosciuto all’equipaggio.

In breve la nave incappò in una secca. Inutile tutto l’equipaggiamento bellico. Inutili i possenti motori. La nave iniziò pian piano ad inclinarsi (tremo al ricordo di più recenti inchini…) su un fianco segnando la sua fine. Per fortuna fu una fine abbastanza docile tanto da consentite a tutto l’equipaggio di raggiungere la riva con le scialuppe di salvataggio (almeno in questo la differenza con l’inchino è sostanziale).

SanGiorgio.png

Da allora la nave fu abbandonata. A Punta della Maestra. Pian piano le sabbie e le acque la inglobarono tanto che in breve affiorò solo il cannone da 76 mm posto a prua della nave.

Pian piano (dopo le razzie del caso, ovviamente) della nave venne persa praticamente ogni traccia. Principalmente a causa dell’allargarsi del Delta del Po che pian piano rubò (e ruba) spazio all’Adriatico come conseguenza dell’innalzarsi delle sabbie trasportate dal fiume stesso al suo ingresso nel mare.

Oggi tanta tecnologia (un bel georadar fa miracoli) ed un po’ di memoria storica hanno
consentito di ritrovare il relitto sommerso placidamente a circa 7 metri di profondità.

Il fatto che la nave sia stata ritrovata non significa che verrà salvata dalle acque del fiume, dato il costo non trascurabile dell’operazione: il dio denaro è sicuramente più impietoso del dio delle acque. Ed in fondo è forse questo un bene, chissà che fra qualche decennio non ne perdiamo nuovamente le tracce e sommerso il relitto riportiamo a galla la leggenda.

WU

PS. Questo ve lo ricordate?

Take a resume

Non riesco ancora a capire se questa notizia mi lascia un po’ triste o un po’ sorpreso, un po’ felice per il protagonista o un po’ deluso da questa società. Forse un misto di tutte, forse nessuna delle precedenti… forse coltivo ancora un po’ le mie sensazioni e mi attengo a raccontare questa “notizia“.

David Casarez era uno “startupparo”, un figlio di questa new economy in cui micro imprese (soprattutto nel ramo information technology e soprattutto se ti muovi nella Silicon Valley) nascono e muoiono ad una velocità impressionante ed altrettanto velocemente riescono a tirar su fior di milioni (la cui origine ed il cui fine mi lasciano un po’ di dubbi… mi ricorda una potenziale struttura Ponzi, no?!).

Ad ogni modo, il “poveretto” in questione si è ritrovato per strada a seguito del fallimento dells sua startup. Riconoscendogli una certa flessibilità, un pensiero trasversale decisamente sviluppato ed un approccio “nuovo” (beh, più che altro vecchio, ma in una ottica “New Economy” direi decisamente … diverso), David non si è perso d’animo.

Armato di cartello (in una rivisitazione 4.0 degli uomini-sandwitch) che recita più o meno “Vagabondo avido di successo. Prendete pure un mio curriculum” si è piazzato ad uno degli incroci più trafficati di Mountain View (beh… non proprio alla periferia del mondo) in cerca di attenzioni.

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E le attenzioni non sono tardate. Un passante (sicuramente più di uno ardirei) si è fermato a prendere un curriculm e scattare una foto “all’imprenditore”. La foto è rimbalzata su Twitter e da li … la problematica è tornata sotto la gestione-internet (a cui questo post evidentemente partecipa). David è stato infatti sommerso di offerte di lavoro… e non esattamente da aziendine sconosciute.

David stanotte dormirà di nuovo su una panchina, ma è innegabile l’ingegno e l’individuazione di una strategia decisamente perfetta per l’occasione. Da farne tesoro per capire in che mondo viviamo ed in che direzione stiamo (vogliamo?) andando.

WU

24mo minimo solare

Il sole (come un po’ tutte le cose in natura) ha bisogno del suo riposo. La nostra stella compie un ciclo completo della sua attività in circa 11 anni. Attività segnata da turbolenze, espulsioni di massa dalla corona, brillamenti e macchie solari.

Ora siamo vicini, anzi vicinissimi, al minimo dell’attività del nostro sole. Siamo nei pressi di una sorta di “letargo” della nostra stella. E’ più di un mese, infatti, che sulla superficie del sole non vi è traccia di alcuna macchia solare.

In generale l’attività della superficie solare sembra sempre più rara e tutto sembra “senza incidenti” da troppi giorni. Il prossimo minimo solare (il termine del 24mo ciclo, per la precisione) è previsto per il 2021, ma se le cose continuano così sembra proprio che abbiamo un paio di anni di anticipo nella fase di riposo della stella. Praticamente il sole sta andando verso il suo riposo più velocemente di quanto ci aspettassimo.

Ovviamente il momento di “entrata” in questa fase di minimo non è un istante facilmente identificale ne tanto meno è facilmente prevedibile la durata di tale minimo. Il precedente (storicamente fra i più lunghi, ovviamente senza arrivare a scomodare il minimo di Mauder) è stato caratterizzato da ben 800 giorni consecutivi senza macchie solari.

Durante le fase di minimo il sole in qualche modo riorganizza il suo campo magnetico; un po’ come mettere ordine fra le proprie cose. In tale fase, inoltre, la corona solare presenta una serie di estesi “buchi coronali”. Ovvero una serie di regioni a bassa emissione di raggi X che però convogliano comunque il vento solare. Se una di queste raffiche fosse diretta verso la terra non ci proveremmo di osservare questa o quella aurore boreale, tempeste geomagnetiche e modifiche alla ionosfera (… la cosa a cui dobbiamo il propagarsi delle onde radio).

Il minimo solare ha anche un altro contro per il nostro pianeta. In questa fase, infatti, il vento solare è meno denso e scherma in maniera meno efficiente i raggi cosmici (particelle molto energetiche e quindi “cattive” per tutta l’elettronica che buttiamo nello spazio). In breve, il nostro scudo spaziale è un po’ meno efficiente e tutti i satelliti (inclusi quelli di telecomunicazione) sono un po’ più a rischio.

Magari fra qualche secolo vedremo qualche quadro con nevicate fuori stagione, fioriture o vendemmie tardive o fiumi inaspettatamente congelati, ma ad ogni modo non è un evento da allarmismo (neanche per i cospiratori più incalliti si può gridare alla prossima era glaciale); solo qualche anno di riposo per il nostro Sole come successo milioni di volte in passato e (forse) succederà in futuro.

WU

Dove inizia lo spazio

Ovvero, in altri termini, dove finisce l’atmosfera?

Stiamo parlando di un punto, anzi una linea, invisibile e, soprattutto, convenzionale. La linea di Kármán è stata da sempre convenzionalmente posta a 100 km al di sopra del livello del mare. E’ li che si è sempre considerato finire il nostro pianeta ed iniziare lo spazio.

100 km è la quota identificata affinché un satellite si muova con la velocità necessaria a rimanere in orbita attorno alla terra vincendo la resistenza della rarefatta atmosfera. A tale quota la velocità del satellite genera una forza che è sufficiente a vincere la gravità terreste.

KarmanLine.png

Ma oggi stiamo pensando di spostare il nostro confine e… non ampliarlo, bensì ridurlo ci 20 km. Esatto; avviciniamo il limite del nostro pianeta a 80 km… lo spazio sarebbe leggermente più grande anche se non credo che faccia poi tanta differenza.

Ed effettivamente il punto è più che tecnico giuridico. Infatti, mentre lo spazio aereo è “di proprietà” dei paesi sottostanti, lo spazio (quello nero 🙂 ) è libero (e quanto mai democratico).

Praticamente fino a 100 km (finora) valgono le legislazioni nazionali; oltre solo quelle internazionali. Abbassare il limite di tale divisione significa portare un po’ più vicino a noi lo spazio e quindi anche il campo “libero” di azione dei satelliti.

In this paper I revisit proposed definitions of the boundary between the Earth’s atmosphere and outer space, considering orbital and suborbital trajectories used by space vehicles. In particular, I investigate the inner edge of outer space from historical, physical and technological viewpoints and propose 80 km as a more appropriate boundary than the currently popular 100 km Von Kármán line.

La pubblicazione in questione ha analizzato l’orbita di ben 43000 satelliti che negli anni si sono appropinquati al nostro pianeta rivoluzione dopo rivoluzione e diversi di essi hanno compiuto parecchie orbite sotto i 100 km, scendendo fino ad 80 km (beh… più in basso la loro fine è segnata dal calore dell’attrito con l’atmosfera). Ora cosa significa? Che questi oggetti sono nello spazio e poi non lo sono più ogni paio d’ore?

Ovviamente è solo una questione di definizione (ed oggi con l’intervento di attori privati, turismo spaziale, voli suborbitali e via dicendo, di definizioni ne sentiamo davvero il bisogno), ma sapere dove ci si trova è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Sapere di essere nello spazio, poi, è anche una delle nostre soddisfazioni; perché non renderla leggerissimamente più semplice?

WU

PS. Ad ogni modo, già oggi la US Air Force definisce chiunque abbia volato a più di 80 km di quota un’astronauta…

E comunque tali quote rimangono ben al disopra della nostra capacità di umana sopportazione (vedi qui), ma non abbastanza in alto per la nostra capacità di umana esplorazione.

Caccia al tesoro (sommerso)

Siamo a bordo della Dmitri Donskoi, da qualche parte a largo della Corea, in qualche momento (tipo il 29 Maggio) del 1905.

Il vascello batte bandiera russa e non si trova in una piacevole situazione. Lontano dalle acque di casa, in balia dell’assolto dei Giapponesi, l’equipaggio prende una drastica e tragica decisione: lasciar affondare la nave.

Per il vascello la storia volgeva all’epilogo. Varato nel 1883, l’incrociatore partecipava in quell’anno alla battaglia di Tsushima. I danni riportati erano ingenti, ma la nave (beh, si, anche l’equipaggio…) combatté fino alla fine. Dopo l’inevitabile disfatta la nave si era diretta verso nord, per raggiungere Vladivistok, ma la flotta giapponese non ne aveva ancora abbastanza ed intercettò il vascello.

Deve essere una di quelle scelte per cui non dormi ne’ prima ne’ dopo indipendentemente se le cose vanno come “sperato” o meno. Ad ogni modo la decisione è presa; il vascello trasporta un carico troppo prezioso perché cada in mani nemiche, meglio consegnarlo all’oblio degli abissi.

Ed effettivamente la stiva del Dmitri Donskoi trasportava un bottino da Mille ed Una Notte: 5500 forzieri stipati di monete e lingotti d’oro per un valore stimato di 133 miliardi di dollaroni di oggi!

La Donskoi pare trasportasse, infatti, i fondi necessari alla flotta imperiale russa per pagare carburante, tasse portuali, equipaggi e via dicendo… la guerra non si face (come non si fa) certo a costo zero.

Una cifra tale da sola vale una spedizione, figuriamoci quando queste diventano “a buon mercato”, ovvero quando si può far affidamento su una flotta di mini-sommergibili (con equipaggio!) invece che mandare palombari o affini. E’ esattamente quello che la compagnia di Seul, Shinil Group, specializzata (guarda caso) in recupero marittimi ha fatto.

DmitriDonskoi.png

Ed i risultati non sono tardati ad arrivare. Lo squadrone ha infatti individuato il relitto della nave a ben 434 metri di profondità a circa 1,3 chilometri a largo di Ulleungdo.
Lo scafo della nave pare riportare ancora i segni dei pesanti bombardamenti giapponesi, mentre il ponte e le fiancate del vascello appaiono tutto sommato abbastanza integri.

La Shinil Group ha intenzione di riportare il relitto sulla terra ferma tra ottobre e novembre di quest’anno e (dato che l’aspetto economico muove un po’ tutta l’operazione di recupero) che ha già raggiunto un accordo con il governo russo per cedere metà dell’oro che verrà rinvenuto.

Una parte del “tesoretto” (il 10%… pare), inoltre, verrà investito in progetti per sviluppare il turismo sull’isola di Ulleungdo.

Ora mi pare tutto bellissimo, ma mi affascina pensare che la ricerca possa portare inattesi risultati… chissà, magari la storia del vascello nasconde pieghe a noi ancora non ben note ed una fine diversa potrebbe attendere (o aver atteso…) il grande tesoro.

WU