Gamberi ripieni

Il fatto che ormai i nostri mari siano pieni di plastica è praticamente entrato nel bagaglio di conoscenza comune (tipo qui e qui, tanto per fare un paio di esempi). Come se ci fossimo quasi assuefatti al problema… ed il definirlo tale appare -ovviamente erroneamente- quasi sufficiente a risolverlo.

Un recente studio dell’università di Barcellona non tenta di sconfessare il problema, ne tanto meno di proporre una soluzione, ma semplicemente costata -cosa in cui vedo una specie di ulteriore rischio di assuefazione- che in fondo vi si può anche convivere.

Il soggetto dello studio sono i Aristeus Antennatus, ovvero i gamberetti. All’interno dei quali sono state rinvenute, quantificate ed analizzate le “famigerate” microplastiche. Immancabilmente le indesiderate, e tutte di natura umana, plastichette sono state rinvenute nel tratto digestivo del 84.6% dei gamberi analizzati. Inoltre, nel 42.4% degli animaletti, sono stati rinvenuti addirittura degli accumuli di microplastiche in forma di una sorta di palline nello stomaco. Ah, anche la provenienza pare determinante per la quantità di microplastiche ingerite dai gamberi… e quelli messi peggio erano proprio quelli provenienti dalle coste al largo di Barcellona.

MicroplasticheGamberi

Fin qui, ahimè, nulla di strano o sorprendente. La cosa che mi ha però colpito dello studio è che si costata come la salute dei gamberi non sia in alcun modo messa al repentaglio dalle fibre pastiche e dagli accumuli rinvenuti. In pratica, anche con questi quantitativi in corpo i nostri gamberetti stanno benissimo! Nei loro organi interni non sono stati rinvenuti danni causate dalle plastiche ed il fatto che periodicamente cambiano il loro esoscheletro aiuta ad espellere la plastica dalle loro “ossa”. Praticamente perfetto no?! Chissà perché non abbiamo inquinato di più e prima mi chiedo!

Fiber load in shrimps from 2007 was comparable to that of shrimps captured in 2017 and 2018 (spring) yet a shift in the proportion of acrylic and polyester polymers was detected. No consistent effect on shrimp’s health condition was found, with only a significant negative correlation found between gonadosomatic index and fibers for those shrimps with the highest values of fiber load

Ma possiamo andare ancora oltre: oltre a non intaccare la salute dei gamberetti la plastica rinvenuta non danneggerebbe neanche la nostra quando li mangiamo. In primo luogo perché il quantitativo di plastica contenuta nei gamberi è praticamente irrisoria per il nostro organismo; ne assimiliamo di più da altre fonti (… anche se mi verrebbe da dire che è la “somma che fa il totale”…). In secondo luogo perché i gamberi hanno avuto la geniale idea di mettersi lo stomaco nella testa, parte che tipicamente scartiamo dai nostri pasti e non mangiamo… e con essa la maggior parte della plastica contenuta nei crostacei.

Non contraddico i risultati dello studio (ovviamente!), ma sono un po’ preoccupato dal fatto che considerazioni come questa possano non dico incitare, ma di certo non limitare “il problema delle microplastiche nei nostri mari”. Ci assuefaremo al concetto di problema come al quantitativo di plastica ingerito.

WU

Ciao! Ci riproviamo più in là…

XKCD130720

E’ che ci pensiamo troppo… e “l’evoluzione” dei nostri rapporti sociali non è altro che l’ennesima situazione portata alla luce (o esasperata, se preferite) dalla pandemia in corso.

Il processo di “social distancing” era, forse, già in corso prima di tutta l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Certamente inteso in senso diverso, ma possiamo dire che era palese una certa tendenza al distanziamento, e purtroppo non solo fisico. Certo le discoteche, i pub o le apericene -qualunque cosa siano- sono piene (per me è molto un “effetto rimbalzo”), ma non mi dite che non preferivamo “i contatti/like sui social” alle serate phone-free, stile nostra gioventù.

Ah, poi mettiamoci anche che un po’ abbiamo perso la mano: capita anche a voi che rivedendo qualcuno che non vedevate da tanto tempo -e con cui magari vi siete scambiati chiamate e videochiamate durante “il lockdown”- ci mettete diversi minuti ad andare oltre un “come va? come stai?”, come se ci fosse una specie di scalino da superare per “riavvicinarci” veramente ad esso.

Fatemi ripetere, come sempre, che non lo sto demonizzando, sto solo dicendo che forse la facciamo troppo lunga (e credo perché c’è qualcuno che ce lo ha imposto), ma in fondo oggi più di prima il “rischio” associato ad una interazione sociale “vecchio stampo” (tanto per prenderla un po’ alla larga, i miei bisnonni facevano il pane con il vicinato e vivevano con la porta aperta… già per i miei nonni era impensabile) non lo valutiamo -molto spesso- come accettabile. Il COVID ci ha dato, in questo senso, un ottimo paravento per giustificare una direzione che avevamo già intrapreso circa il nostro ruolo nell’interfacciarci con i nostri simili.

Vabbé, ci riproveremo nel 2021 (come suggerisce questo Randall qua che con sapiente ironia dice le cose meglio del sottoscritto e soprattutto in maniera più leggera), tanto sappiamo tutti che il mondo, e le interazioni sociali con esso, che conoscevamo è destinato a cambiare. In meglio o in peggio dipende solo da noi e da come vivremo questo cambiamento.

WU

Tieni le mani a posto! Grazie al ciondolo

Questa la metterei sul podio delle idee inutili-interessanti-affascinanti-chenon comprereimai-machemifannoinvidiaperlalorosemplicegenialità.

Siamo nell’epoca del Codid-19, in particolare nella fase in cui ci siamo rassegnati a convivere con un virus invisibile ed onnipresente con la fobia (spesso fondata in effetti) che qualunque cosa facciamo, o chiunque vediamo possa essere un tramite di diffusione del contagio.

Siamo diventati (e, ripeto, in questo momento è in fondo un bene) lavatori di mani seriati, consumatori compulsivi di gel disinfettanti e fashion-face-mask-addicted (su quest’ultimo aspetto magari lo fossimo di più…).

Ciononostante abbiamo una serie di automatismi, abitudini, gesti inconsapevoli, che ci espongono comunque al rischio di contagio anche se riepttiamo alla lettera tutti i dettami “anti Covid-19” (soprattutto partendo dal presupposto che qualcun altro non li ha rispettati). Uno di questi, anzi, forse il principale è che siamo portati a toccarci il viso, gli occhi, la bocca, il naso in maniera convulsiva.

Nel tempo che state leggendo ed io scrivendo probabilmente vi/ci siete/siamo toccati una parte del viso almeno una volta. Dal mangiarci le unghie, grattarci il nasco, strofinarci gli occhi, aggiustarci gli occhiali, rovistare nella barba, o quello che vi pare ci stiamo scoprendo calamitati dalle parti del nostro viso in maniera incontrollabile, quasi maniacale.

Non è una novità (questo studio del 2015, ad esempio, parla di circa 23 volte all’ora come media in cui portiamo le mani al nostro volto!), ma in epoca Covid-19 è un problema. Ed ogni “pensiero trasversale” dato un problema (e consapevolizzato) propone una soluzione. Che ne caso specifico è di una semplicità disarmante… anzi è tutto un progetto aperto per cui con pochi euro ciascuno di noi può realizzare il suo personalissimo “collare anti compulsione del volto”.

L’idea –PULSE– è stata partorita dai ricercatori del Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena e si condensa in un (discutibilmente estetico) ciondolino da appendere al collo. Il tecnologico amuleto contiene un sensore di prossimità a infrarossi che avverte l’avvicinarsi delle mani al volto (indipendentemente dalla destinazione finale). Il sensore attiva un mico-motore che fa vibrare il ciondolo (lo stesso della vibrazione del nostro cellulare) che ci ricorda di stare fermi. Un led di avviso ed una batteria a bottone da 3V completano il tutto.

Il ciondolo è pertanto non in vendita, ma il progetto di PULSE, gli schemi di montaggio ed istruzioni dettagliate sono stati pubblicati su Github; il costo dei componenti reperibili in rete è di pochi euro. Per i più stilosi anche il case è personalizzabile, quello “base” è un semplicissimo file step da far produrre a chi vi pare.

In pratica, dato che da soli vanifichiamo inconsciamente tante delle accortezze che invece consciamente -e faticosamente- prendiamo per combattere il “nostro nuovo amico”, questo genere di semplici ideuzze ci aiutano ad abbandonare vecchie, vecchissime abitudine dure a morire. Chissà quando poi ci abitueremo anche ad avere il “ciondolo che vibra” cos’altro dovremo inventarci per ricordarci di stare fermi e composti (praticamente quello che ci dicevano gli anziani da bambini… o ancor oggi).

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altra idea qua… certamente pensata per altri scopi, ma di simile implementazione.

Il lavoro che viviamo

Dilbert080720

Mi sa mi ci ero già impuntato qui, ma la verità che questo Dilbert colpisce, IMHO, ancora una volta nel segno della condizione in cui siamo… almeno rispetto al concetto di Smart Working (anzi, non per fare il sofista, ma meglio definito come Home Working). I tempi che viviamo.

Molti, moltissimi, dei “boss” ancora non si capacitano che il cambiamento epocale che stiamo vivendo li costringe a non “valutarci” (la parola è impropria, potrebbe essere “giudicarci” potrebbe essere “legare i propri incentivi di produzione” o quello che vi pare…) sulla base di un cartellino, ma in base ai risultati.

Potremmo disquisire per ore (se di interesse) circa i vantaggi e gli svantaggi, i pro ed i contro del “remote working”. Ci sono ovviamente i sostenitori ed i delatori, ma il punto è che mentre finora era una remota possibilità da accordare in rari casi (se pure…) oggi è uno strumento con il quale siamo (sia il lavoratore che il datore di lavoro) obbligati a confrontarci. Ed il tempo datoci per farci un’opinione è poco.

Attenzione che non sto dicendo “concediamolo a tutti” e neanche “smart working e basta”, sto piuttosto focalizzando l’attenzione sul fatto che mentre finora eravamo tutti “ad orario” ora dobbiamo essere tutti “a risultato”. E sono anche dell’idea che la libertà si può anche arrischiare di concederla in anticipo, ma di certo non si concede una seconda volta.

Io dissentirei già dai “frequent status reports” (o lavoro a faccio il report del lavoro), figuriamoci da app per tracciamento o per monitoraggio delle attività. Forse la body camera sarebbe il male minore.

WU

PS. Non che l’abbia vissuto in maniera così diretta, ma mi viene in mente che quando internet iniziò a diffondersi in maniera massiccia nel mondo del lavoro le strutture abbiano dovuto adeguarsi abbastanza velocemente… e vediamo oggi dove siamo arrivati.

Il triangolo rosso, e rovesciato

Lungi da me seguire sia le gesta del Tycoon (per antonomasia, almeno nei tempi che viviamo) che i tam-tam dei social. Ne singolarmente, ne, a maggior ragione, congiuntamente. Ovviamente a tutto c’è una eccezione, e sono stato attirato tipo ape sul miele da questa notizia di questo periodo: “Facebook ha deciso di rimuovere un messaggio a pagamento del comitato elettorale di Trump”

A cose normali la mia attenzione si sarebbe fermata alla F, ma nel caso specifico la motivazione pare essere (pare, ripeto, non ho visibilità nel del post ne delle reali motivazioni di Facebook) il fatto che il post contenesse un triangolo rosso rovesciato.

TriangoloRosso

Mi sono quindi impelagato nel simbolo e nel suo significato (forse sperando di trovare la patria nativa dei rettiliani).

Il simbolo utilizzato pare essere molto simile (che intanto non vuol dire uguale) a quello utilizzato nei campi di concentramento nazisti per indicare i prigionieri politici: un triangolo equilatero di colore rosso con la punta rivolta verso il basso.

Il simbolo non è ovviamente stato presentato in associazione a profili di “prigionieri politici”, ma il contesto storico e l’affinità del simbolo a quello usato dai nazisti sono stati motivi (o addotte come motivazioni…) sufficienti alla rimozione del post

It is not difficult for one to criticize their political opponent without using Nazi-era imagery. We implore the Trump campaign to take greater caution and familiarize themselves with the historical context before doing so.

Il triangolo rivolto verso il basso è uno di quei simboli presenti da sempre nella cultura di massa ed indica, praticamente ovunque il sesso femminile. Dagli egizi in poi (e forse anche prima) la “donna” è rappresentata dal triangolo rovesciato. Il triangolo è anche il delta dell’alfabeto greco: è la radice della parola che indica il grembo -delphys-, è la radice storica del “delta dei fiumi”, da sempre indicati come luoghi in cui nasce la vita. Tanto per fare un paio di richiami, ma la simbologia su questo tema è quanto mai prolifica.

Continuando in questa simbologia: se il triangolo rosso rovesciato lo riempiamo di uno specifico colore, la “recente” storia dei campi di concentramento nazisti diventa la base storica a cui fare riferimento. I prigionieri dei campi di concentramento venivano identificati da triangoli rovesciati di colore diverso in base al motivo per cui venivano imprigionati: marrone per i rom, viola per i testimoni di Geova, e via dicendo fino al rosso, appunto, per i prigionieri politici. Chi era accusato di “più colpe” veniva addirittura identificato da un doppio triangolo.

Per gli ebrei avevano ovviamente “un occhio di riguardo” ed il simbolo che li identificava era un doppio triangolo giallo, uno verso l’alto e l’altro verso il basso, combinazione che magicamente risulta… nella stella di David. Gialla.

Tornando a noi: Facebook ha interpretato il simbolo (come se fosse solo questo…) come incitazione all’odio organizzato. Il post incriminato accusava comunque le “organizzazioni Antifa” di essere dei pericolosi gruppi di estrema sinistra. Diciamo che l’accusa mi pare già sufficientemente pesante (soprattutto considerandone la fonte) per rimuovere il post, il simbolo è un corollario.

WU

PS. Da non confondere con il “dare la precedenza”. Così, per alleggerire un po’…

Trash & Expensive… bunker

E’ chiaro che quest’anno non è stato uno dei migliori della storia (almeno fin’ora). E’ chiaro che iniziamo a prendere sempre più coscienza delle nostre paure. E’ chiaro, altresì, che al peggio non c’è mai fine.

Mi ha colpito questa notizia di questi giorni per una “villa” in vendita a Las Vegas.

Se siete sopravvissuti al COVID-19, se siete sulla soglia di una crisi di nervi perché vi aspettate una ecatombe nucleare, un’invasione di zombie, o semplicemente il ritorno della “nuova edizione” del COVID… è chiaro che quello che state cercando è un fantastico, lussuoso, tecnologico… bunker sotterraneo. Certo, se avete 18 milioni di dollaroni da spendere (… quando si dice che la sicurezza non ha prezzo)!

La “villa” in questione risale al 1978 ed è circondata da quasi mezzo ettaro di terreno, ma il vero “tesoro” (certamente per quello che costa…) si trova sotto il pavimento. Il bunker di sicurezza della villa misura la bellezza di quasi 1.400 metri quadri (casa mia, tutta fuori terra, non è neanche un decimo…)!

IL lussuosissimo, costosissimo (ed IMHO osceno, degno di “Qualunquemente” di Albanese) bunker sotterraneo che comprende, senza badare a spese, una casetta centrale ed un “giardino” tutto attorno che include (ovviamente): piscina, fontana, barbecue ed alberi -rigorosamente finti-. Il tutto circondato da solide mura di cemento, tristemente dipinte credo per alleviare la mancanza di un vero panorama, e soprattutto senza un filo di luce di sole o di aria.

BunkerLusso

Per cercare di ricreare “l’atmosfera dell’aria aperta” il bunker ha un sistema di illuminazione artificiale che regola la luminosità in base all’ora del giorno. Un sistema di aria condizionata con filtri qui e li (sai com’è, se vivi in in bunker dovrai pur respirare, ma devi stare attento a non farti intossicare dalla “malata superficie”, stile “Esercito delle 12 scimmie”).

Insomma, la casa del giorno del giudizio per grandi magnati. Spaziosa, tecnologica, ma anche posticcia, finta e che cerca in tutti i modi di camuffare la sua vera natura di “tana” nel momento del bisogno… che si spera non duri abbastanza da “godersi” tutti i lussi di questa “villa”. Un tristemente kitsch specchio dei nostri tempi (e non è un set di un qualche film apocalittico).

Molto strano che la casa sia in vendita, vero? E lo è da gennaio 2019! Chissà se è solo per i 18 milioni di dollari… Mi chiedo cosa abbia spinto il precedente proprietario a costruirla e poi a venderla. Me lo chiedo, ma non sono veramente certo di volerlo sapere.

Se è questo che mi aspetta (sia in generale sia considerando che non ho 18 milioni e se li avessi non li spenderei cosi…) allora spero veramente che i Maya abbiano solo sbagliato di qualche anno.

WU

PS. Poi personalmente trovo anche l’arredamento interno un po’ vecchiotto e tanto pacchiano… anche se è forse il male minore. Non so se mi trovo più triste l’idea o kitsch la realizzazione. Mi verrebbe da dire: meno male che è nascosto (e costoso).

Holographic nano-layer catalyser: ehh? boh…

Sempre per il ciclo “sembra fuffa e lo è, serve a darti l’allegria” (se ne sei l’artefice, direi).

Abbiamo già visto qui la dis-informazione di questo periodo sul 5G e non vi sto a citare che fra le ultime notizie di attualità vi è la (doverosa) smentita ufficiale del OMS circa comprovate (ed anche non) correlazioni fra 5G e COVID.

Nonostante questo il terreno del 5G pare particolarmente fertile per le bufale e le cazzate, specialmente quelle con un ritorno economico “dell’impostore”.

La Bioshield Distribution LTD, azienda inglese (fondata addirittura dal gennaio del 2020 da un polacco ed un italiano, che compare già come “resigned“…), è però riuscita a commercializzare nientepopòdimeno che un catalizzatore-olografico-quantistico. Farsi spaventare dalla terminologia è il primo passo per cade nella trappola, investigare con leggerissima attenzione i vari termini il primo (e spesso sufficiente, come in questo caso) passo per non cadere nella trappola (in questo caso, consentitemi, anche malamente tesa).

Il catalizzatore-parole-a-caso proposto dalla Bioshield è completamente rinchiuso in una bellissima (il design è curato, non c’è che dire) chiavetta usb da ben 128 MB.

La chiavetta, una volta inserita nel pc crea una specie di bolla che «ristabilisce la coerenza della geometria degli atomi, che consente un’induzione perfetta delle forze vitali ricreando una coerenza cardiaca, attraverso l’interattività e il supporto plasmico». WOW, se tutto questa frase che non dice nulla ma lo dice benissimo è stata pensata da un uomo sono invidioso, se da un AI prendo coscienza dei fantastici progressi nel campo.

5Gprotector_bioshield

L’invenzione rivoluzionaria è stata ovviamente e giustamente anche oggetto di qualche analisi (da parte, in questo caso della Pen Test Partners, azienda britannica che si occupa di testare dispositivi di sicurezza) e non immaginerete mai il verdetto

First, we managed to pull the device off the crystal, which showed nothing other than an LED at the end of the stick, the same as the other ‘crystal’ USB keys we found made in Shenzen. There were no additional components or any connections.
The circular area on the main casing looked like it might be where the “quantum holographic catalyzer technology” transmitter might be. Carefully taking that off, not to damage the key components and, with crushing disappointment, it looked exactly like a regular sticker.

Lo dico in due parole in italiano: una cinesata (con tutto il rispetto) con un bel adesivo. Tecnologia quantistica di schermatura biologica: ovvero, la supercazzola nell’era del 5G.

La Bioshield si è ovviamente ed ingiustamente trincerata dietro segreti industriali inimmaginabili che vietano la divulgazione del vero contenuto della pennina, d’altra parte, come immaginerete, il catalizzatore-stramitico-alla-nutella fa gola a tantissimi colossi sia pro che contro il 5G…

E va bene, non voglio fare sempre il solito malfidato, la Bioshield è certamente (!) in buona fede, ma non dimentichiamo che la pennina usb cinese da 128 MB, dorata con l’adesivo di un bel dragone costa oltre 300 euro! Valore stimato meno di 5.

Questo si che è un vero affare (per chi la vende) e la conferma che il valore di alcuni oggetti è dato solo dalle nostre convinzioni (a volte giuste, altre no).

WU

PS. non dimentichiamoci che (dal sito ufficiale):

  • Attraverso un processo di oscillazione quantica la chiave USB da 5 GBioShield bilancia e riaffronta le frequenze di disturbo derivanti dalla nebbia elettrica indotta da dispositivi come laptop, telefoni cordless, wifi, tablet, ecc.
  • La chiave USB 5GBioShield ripristina la coerenza della geometria degli atomi, che consente una perfetta induzione per le forze vitali, creando (ri) una coerenza cardiaca, tramite supporto plasmico e interattività
  • La chiave USB 5GBioShield emette un gran numero di frequenze di forza vitale favorendo una rivitalizzazione generale del corpo, regolandole in base alla capacità di assorbimento di ciascun individuo.

Lo scrivo non tanto per sottolineare l’aurea fuffologica del tutto quanto per ricordarmi di queste frasi (e riusarle, rigorosamente a caso, in qualche contesto) anche se il sito dovesse avere (ma dai?!, perché?) vita breve…

Pieclex: il tessuto piezo-igienizzante

Non sono un grande fan di quello che si definisce “smart wearing” (forse neanche del wearing, ma giuro di essere assolutamente allineato a queste convezioni sociali 🙂 ). Tuttavia lo reputo un interessantissimo campo in cui si possono applicare sviluppi (tipo questo) che non troverebbero molte applicazioni -o cmq molto limitate- altrove. E poi è una di quelle cose che fa tendenza, fa moda (è proprio il caso di dirlo) e quindi ha tutte le carte in regola per poter generare un vero mercato in un prossimo futuro.

Tutto questo preambolo per presentare un’idea proprio figlia dei nostri tempi: accoppiare il market dello “smart wearing” con l’enorme impronta lasciata dalla pandemia COVID sulla nostra società.

Questa idea (made in Japan) considera praticamente si utilizzare piccole (piccolissime, tranquilli) scariche elettriche per eliminare i batteri dai nostri indumenti (smart-indumenti… avete presente il film “lo Smoking”? beh, qualcosa di simile).

Il tessuto è costituito da fibre che raccolgono la piccolissima energia del movimento (la contrazione ed estensione naturale dei nostri abiti mentre ci muoviamo) per convertirla in mico-scariche elettriche “igienizzanti” a bassissime tensioni non percepibili dagli esseri umani, ma sufficienti ad uccidere virus e batteri che albergano sulla nostra pelle.

E’ una (egregia, non c’è che dire, soprattutto dato il periodo ed il mercato potenziale) applicazione della tecnologia piezoelettrica, tecnologia vecchia di decenni che trova applicazioni negli ambiti più disparati (facciamo qualche esempio: accendigas da cucina, pick-up per chitarra, orologi, rilevatori di pressione, etc… e proposto anche per asfalto-intelligente, ali di aereo generanti elettricità, e… date spazio alla fantasia: ovunque una deformazione meccanica possa essere sfruttata per produrre elettricità).

In attesa della piezo-pelle-anti-il-prossimo-problema.

WU

L’aereo al plasma

Questo è uno di quei campi in cui le super-potenze mondiali si affrontano solo nominalmente finché rimane a livello di idea o di ricerca, salvo poi “far vedere i denti” quando iniziano ad intravedersi ricadute economiche concrete (che arrivano, ahimè, solo a valle di ricerche, e quindi finanziamenti).

In questo momento pare che la vera star della ricerca scientifica applicata sia il plasma (il quarto stato della materia -che accidentalmente costituisce circa il 99% dell’universo visibile-, sostanzialmente un gas ionizzato costituito da elettroni e ioni ma globalmente neutro), soprattutto per applicazioni propulsive. Dai satelliti agli aerei, pare che propulsione al plasma sia la panacea di molti mali… prima di arriva alla propulsione senza propellente o quella relativistica, ovviamente.

Al Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston stanno sviluppando il prototipo di un aereo in grado di volare in atmosfera propulso da motori al plasma, che sostanzialmente emettono ioni. Praticamente una enorme differenza di potenziale (dell’ordine dei 40kV) ionizza l’aria che l’attraversa e che viene quindi espulsa sotto forma di una sorta di “vento ionico” (che forse era anche un’arma di Goldrake). Ah, il tutto -e questo è il grande vantaggio- senza parti in movimento (da cui il termine che spopola di “aereo allo stato solido”). Beh, certo, oltre al fatto di essere un sistema che funziona senza propellente (a scapito di grandi pacchi batterie e/o pannelli solari per produrre potenza).

Il prototipo sviluppato persa circa 2.3 kg ed ha un’apertura alare di circa 5 metri. Il peso è sostanzialmente completamente composto dal possente pacco batterie al litio (400 W) che alimentano il sistema di propulsione. Il prototipo è riuscito effettivamente a decollare (ed è questa la cosa che ha attirato la mia attenzione da gazza) ed ha volato (beh, poco più di un salto, ma si sa gli albori dell’aeronautica sono quasi sempre così…) per circa 60 metri. Ed il volo è stato ripetuto per dieci volte (beh, direi che non è stata fortuna…)!

Plasma PropMIT

Ora, se riprendiamo il concetto che questa è una di quelle innovazioni che se dovessero effettivamente arrivare sul mercato cambierebbero il modo di concepire il trasporto aereo (i.e. soldi) chi può essere l’altra super-potenza interessata che, almeno in termini di ricerca, non sta certamente a guardare?

All’ Institute of Technological Sciences (ITS) di Wuhan (Whuan? ricorderò il 2020 per diversi motivi, ma anche per aver scoperto l’esistenza di questa città…) lavorano sullo stesso principio, ma con una soluzione completamente diversa. In questo caso il velivolo è sostenuto da un sistema “a getto” molto più simile a quello degli aerei attuali. Un magnetron (generatore di microonde, quello che avete nel fornetto di casa, ma più grande) ionizza mediante micoonde l’aria all’interno di un compressore che viene quindi espulsa (come negli attuali arei a getto) attraverso un tubo di quarzo che contiene il getto di plasma (che sostituirebbe l’attuale turbina).

Modulando il flusso d’aria e la potenza di generazione delle microonde si possono ottenere spinte comparabili a quelli degli attuali aerei commerciali, ma senza utilizzare combustibile (ovviamente anche in questo caso con richieste di generazione di potenza da soddisfare con batterie o pannelli solari). La tecnologia sviluppata a Wuhan dimostra già nel prototipo ben 28 N/kW di forza di sollevamento, con una pressione jet di 24.000 N/m2. Valori del tutto simili a quelli dei jet attuali e con potenzialità commerciali molto maggiori dei colleghi del MIT, anche se non si tratta di un “aereo allo stato solido”.

Plasma PropITS

La gara (allo stadio attuale, ripeto, a livello di ricerca, prototipi e tanti bei concept) è aperta e comunque vada almeno l’inquinamento da kerosene dovrebbe essere abbattuto.

WU

PS. Certo che non è affatto un buon momento per parlare del futuro del trasporto aereo…

Crew Dragon: contenti noi…

Credo che anche i muri (termine in questo caso usato per identificare coloro con udito selettivo che si tengono ben alla larga da determinati argomenti… argomenti fra i quali di solito lo spazio rientra se si parla di studio ed equazioni ma da cui esce subito se si guardano traguardi e risultati) sappiano che ieri è partita la Crew Dragon. Capsula spaziale privata, montata su un lanciatore privato che ha portato due astronauti (privati?) a bordo della pubblica (beh, per modo di dire, ma di certo costruita con fondi pubblici) Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Ovviamente un grande risultato per i comparto aerospaziale, una dimostrazione di competenza e capacità da parte di SpaceX. Un risultato epocale e non solo per gli Stati Uniti che hanno lanciato dopo ben 9 anni un astronauta da “casa loro” senza doversi affidare (e pagare) i “colleghi” russi della Soyuz. La capsula è correttamente partita, ha completato il suo viaggio di 19 ore e si è agganciata alla ISS. Tutto come da copione. Fra qualche mese vedremo il rientro (altra fase particolarmente critica), ma sono personalmente parecchio ottimista.

Consentitemi però, in un breve momento polemico (io?!?! 😀 ), di buttare un po’ di acqua su questo enorme falò. Stiamo dicendo che siamo tutti contenti che per andare nello spazio ci siano i privati. Non ANCHE i privati, ma SOLO i privati. La direzione è questa, infatti. Ed un grande “grazie” lo dobbiamo dire alla presidenza Obama che dopo la chiusura del programma Shuttle (beh, effettivamente un dinosauro che aveva costi di gestione non più sostenibili) si è ben guardata dal continuare a finanziarne il proseguo, o il rimpiazzo.

Mandare l’uomo nello spazio, diciamocelo, è una gran seccatura. Dal lancio (che deve avere carichi sostenibili per il nostro corpo) a tutto il sistema di supporto alla vita (protezione dalle radiazioni, ossigeno, etc.) a tutti gli aspetti psicologici della questione (sentivo che gli astronauti di SpaceX hanno trovatola capsula più spaziosa ed accogliente delle altre e che tecnici di Hollywood hanno “ritoccato” le loro tute per renderle più piacevoli ed accattivanti…) l’uomo è forse il peggiore dei carichi paganti. Ma è sempre stato e sempre sarà una bandiera. Potenze mondiali in grado di portare (e soprattutto riportare) l’uomo/donna nello spazio hanno un vantaggio in termini di ricadute, impatto mediatico, possibilità di fare cose per ora precluse agli automi e via dicendo.

Facendo passare tutto questo in mani private ci stiamo in qualche modo rimettendo alle logiche del mercato. E se da un lato la cosa è giusta, ovvia, emblematica dei tempi che stiamo vivendo, dall’altra è ben più che un pericolo: è una sconfitta. Tutto giusto, tutto bello, tutto anche un po’ (IMHO) triste.

Che succede se SpaceX decide che questo o quell’astronauta (razza? religione? perso? etc.) non può volare? O che costa di più? E se il prezzo stesso del volo dovesse dipendere da logiche di mercato (non è esattamente un ambito con ampia concorrenza e, per ora, il cliente è uno ed uno solo e per di più istituzionale)? SpaceX ha messo una bella caparra sul suo futuro (voglio vedere se il governo ne consente il fallimento, se nega ulteriori fondi oppure se dovesse minacciare di chiudere il programma umano…) e la commistione fra pubblico e privato è praticamente così profonda da farne perdere il limite.

SpaceX, inoltre, è (giustamente e bravissimi!) un’azienda. Lavora per un profitto. Ma lo spazio è ANCHE profitto. Avete presente la missione -umana- che ha portato a riparare l’Hubble? Non è esattamente una missione profittevole per un’azienda privata (avrebbe potuto lanciare nello stesso tempo due o tre volte, magari un qualche magnate che pagava più profumatamente). La NASA, pare, si sia riservata la nicchia delle “missioni scientifiche” (che tipicamente non richiedono equipaggio umano), ma quando durerà? Se l’accesso allo spazio sta passando in mani private non stento a prevedere un futuro in cui missioni scientifiche (i viaggi interplanetari che ci hanno affascinato… e che finora abbiamo fatto con sonde e non con uomini su Marte) saranno solo storia.

Sarò pessimista, ma accanto al grande successo della capsula Crew Dragon vedo anche una seria minaccia alla “libertà” di accesso allo spazio, alle suo risorse e, soprattutto al suo fascino.

WU

PS. SpaceX (sempre nell’ottica è un’azienda e si fa pubblicità) ha messo a disposizione on-line un simulatore gratuitamente fruibile che è praticamente una interfaccia semplificata delle manovre di attracco alla ISS che gli astronauti hanno dovuto fare per attraccare (è stata simulata anche una failure del pilota automatico -basato su intelligenza artificiale- per provare la procedura manuale in fase di avvicinamento).

Qui il link. Io ancora non ci sono riuscito…