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Dove inizia lo spazio

Ovvero, in altri termini, dove finisce l’atmosfera?

Stiamo parlando di un punto, anzi una linea, invisibile e, soprattutto, convenzionale. La linea di Kármán è stata da sempre convenzionalmente posta a 100 km al di sopra del livello del mare. E’ li che si è sempre considerato finire il nostro pianeta ed iniziare lo spazio.

100 km è la quota identificata affinché un satellite si muova con la velocità necessaria a rimanere in orbita attorno alla terra vincendo la resistenza della rarefatta atmosfera. A tale quota la velocità del satellite genera una forza che è sufficiente a vincere la gravità terreste.

KarmanLine.png

Ma oggi stiamo pensando di spostare il nostro confine e… non ampliarlo, bensì ridurlo ci 20 km. Esatto; avviciniamo il limite del nostro pianeta a 80 km… lo spazio sarebbe leggermente più grande anche se non credo che faccia poi tanta differenza.

Ed effettivamente il punto è più che tecnico giuridico. Infatti, mentre lo spazio aereo è “di proprietà” dei paesi sottostanti, lo spazio (quello nero 🙂 ) è libero (e quanto mai democratico).

Praticamente fino a 100 km (finora) valgono le legislazioni nazionali; oltre solo quelle internazionali. Abbassare il limite di tale divisione significa portare un po’ più vicino a noi lo spazio e quindi anche il campo “libero” di azione dei satelliti.

In this paper I revisit proposed definitions of the boundary between the Earth’s atmosphere and outer space, considering orbital and suborbital trajectories used by space vehicles. In particular, I investigate the inner edge of outer space from historical, physical and technological viewpoints and propose 80 km as a more appropriate boundary than the currently popular 100 km Von Kármán line.

La pubblicazione in questione ha analizzato l’orbita di ben 43000 satelliti che negli anni si sono appropinquati al nostro pianeta rivoluzione dopo rivoluzione e diversi di essi hanno compiuto parecchie orbite sotto i 100 km, scendendo fino ad 80 km (beh… più in basso la loro fine è segnata dal calore dell’attrito con l’atmosfera). Ora cosa significa? Che questi oggetti sono nello spazio e poi non lo sono più ogni paio d’ore?

Ovviamente è solo una questione di definizione (ed oggi con l’intervento di attori privati, turismo spaziale, voli suborbitali e via dicendo, di definizioni ne sentiamo davvero il bisogno), ma sapere dove ci si trova è uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano. Sapere di essere nello spazio, poi, è anche una delle nostre soddisfazioni; perché non renderla leggerissimamente più semplice?

WU

PS. Ad ogni modo, già oggi la US Air Force definisce chiunque abbia volato a più di 80 km di quota un’astronauta…

E comunque tali quote rimangono ben al disopra della nostra capacità di umana sopportazione (vedi qui), ma non abbastanza in alto per la nostra capacità di umana esplorazione.

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Quota 19200 m

E’ il numero magico, o meglio il numero mortale.

E’ la quota al di sopra della quale la pressione così bassa che i liquidi del corpo umano (se non protetto, ovviamente!) iniziano a bollire alla normale temperatura corporea. E’ la cosiddetta Linea di Armstrong, che deve il suo nome a Harry George Armstrong, che nel 1947 fondò il Department of Space Medicine dell’aviazione militare statunitense (no, Neil Armstrong era un’altro…).

In realtà è una quota ideale posta tra i 18900 ed i 19350 m di quota. Al di sopra dei 17500 m, infatti, si trova la cosi detta “zona spaziale equivalente” dove le condizioni di temperatura e pressione sono totalmente ostili alla vita umana. Alla linea di Armstrong, con solo 0.0168 atm di pressione (il 6% della pressione a livello del mare e 5.4 volte più bassa della pressione sulla cima dell’Everest), l’acqua bolle a circa 37 °C, che è la normale temperatura corporea.

Detto in due parole: bolli dall’interno. La saliva inizia a bollire in bocca, le lacrime negli occhi e via dicendo; ciò, oltre alla quasi assoluta mancanza di ossigeno, porterebbe alla morte in pochi minuti.

Per intenderci Baumgartner si è lanciato da 38969 m, Kittinger da 31333 m e le loro tute hanno retto bene (a parte un guasto al guanto di Kittinger che causò un rigonfiamento della sua mano), ma piccole crepe (e conseguenti depressurizzazioni ad alta quota) potrebbero essere state la causa della morte dei loro predecessori il russo Pyotr Dolgov (che si lanciò da 28640 m nel 1962) e l’americano Nick Piantanida (che fu espulso dalla capsula a 17000 m nel 1966).

Siamo progettati per vivere in un intervallo abbastanza ristretto di temperatura e pressione e la linea di Armstrong personalmente me la figuro come il limite oltre il quale passiamo dall’essere umani ad essere lattine di soda (per le quali, una volta aperte, la pressione rilasciata genera quelle bellissime bollicine che vanno verso l’alto…).

WU