Il centenario […] e l’idiozia umana

Ma già nei primi giorni del 2005, il responsabile dei servizi sociali Soder trovò una possibile sistemazione per quel simpatico vecchietto che una settimana prima era rimasto all’improvviso senza dimora.

Fu così che Allan finì nella casa di riposo di Malmkoping dove si era liberata la camera numero 1. Venne accolto dall’infermiera Alice, che sorrise in modo apparentemente gentile ma gli smorzò immediatamente la voglia di vivere leggendogli le regole dell’istituto. L’infermiera Alice lo mise al corrente del divieto di fumo, del divieto di bere alcolici e del divieto di vedere la televisione dopo le undici di sera. Gli comunicò quindi che la colazione era servita alla 06.45 nei giorni feriale ed un’ora dopo nel fine settimana. Il pranzo era alla 11.15, la merenda alle 15.15 e la cena alle 18.15. Chi non rispettava gli orari e si presentava tardi rischiava di rimanere senza cibo.

L’infermiera Alice passò in rassegna anche le regole riguardanti l’uso della doccia e la pulizia dei denti, le visite esterne e quelle tra gli ospiti della struttura, l’orario in cui venivano distribuite le medicine ed il lasso di tempo in cui era permesso infastidire l’infermiera Alice o qualcuno dei suoi colleghi a meno che non si trattasse di una situazione d’emergenza, fatto molto raro visto che, aggiunse, gli ospiti non facevano che piagnucolare e lamentarsi tutto il giorno.

“E’ possibile cagare quanto si vuole?” domandò Allan.
Fu così che dopo neanche un quarto d’ora da quando si erano conosciuti, Allan e l’infermiera Alice erano già ai ferri corti.

Allan non era soddisfatto di come era andata la caccia ala volpe (anche se l’aveva vinta). Uscire dai gangheri non era nella sua natura. Aveva usato un linguaggio che probabilmente la direttrice della casa di riposo si meritava, ma che tuttavia non gli apparteneva. Se poi si aggiungeva l’elenco delle regole a cui avrebbe dovuto attenersi…

Sentiva la mancanza del suo gatto. Aveva novantanove anni e otto mesi. Gli sembrava di aver perso il controllo dei suoi nervi e si sentiva offeso dal comportamento dell’infermiera Alice.
Adesso basta.

Allan era arrivato al capolinea, e se la vita sembrava aver chiuso con lui, lui non era certo il tipo da insistere e fare pressioni. Avrebbe preso ufficialmente possesso della camera numero 1, avrebbe cenato alle 18.15 e poi, dopo una bella doccia, si sarebbe infilato in lenzuola e pigiama nuovi, sarebbe morto nel sonno, dopodiché l’avrebbero messo un una cassa, sepolto e dimenticato.

Allan avvertì una contentezza quasi elettrizzante diffondersi in tutto il corpo quando alle otto di sera si sdraiò sul letto della casa di riposo per la prime e ultima volta. Tra meno di quattro mesi la sua età sarebbe diventata a tre cifre. Allan Emmanuel Karlsson chiuse gli occhi con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua esistenza era stata eccitante ma niente durava in eterno, a parte l’idiozia umana.

Smise di pensare. Fu assalito dalla stanchezza. Tutto si fece buio.
Finché non ritornò la luce. Uno splendore bianco. Pensò che la morte fosse molto simile al sonno. Si riusciva a pensare anche un attimo prima della fine? A pensare di essere in grado di pensare? Ma un momento: per quanto tempo si riusciva a pensare prima di smettere di farlo?

“Sono le 06.45, Allan, è ora di colazione. Se non mangi portiamo via il porridge e non c’è nient’altro fino a pranzo,” disse l’infermiera Alice.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Riscoprire un po’ di eleganza (educazione sarebbe un’utopia) nelle nostre espressioni e rivederle anche se evidentemente i contesti “se le meritano” è il primo passo verso una società migliore (come possiamo parlare di tolleranza se a mala pena riusciamo a fare un sorpasso senza sfancularci?). Ah, anche il fatto di non essere “insistenti” mi pare un ulteriore elemento di eleganza, nei confronti della vita e del prossimo.

Non posso parlare per esperienza diretta (e dubito di poterlo mai fare), ma credo che uno dei vantaggi della morte sia proprio smettere di pensare… e per quantunque tempo si riesca a farlo prima di smettere mi parrebbe sempre troppo.

Il centenario […] e l’acquavite

Non appena fu chiaro che gli amici erano davvero i benvenuti nella casa di Bosse, Benny tornò a visitare il paziente. Il moribondo dormiva ancora profondamente per via della morfina e Benny decise che avrebbe aspettato a spostarlo.

Quindi si unì al gruppo nella spaziosa cucina di Bosse. Mentre il padrone di casa era intento a preparare la cena a turno gli amici lo informarono delle drammatiche vicende degli ultimi giorni. Cominciò Allan, poi fu la volta di Julius, poi ancora Benny con qualche intervento da parte di Bella, e infine, quando arrivarono alla collisione con la BMW, di nuovo Benny.

Bosse aveva udito come avessero perso la vita due persone e come la situazione fosse tutt’altro che conforme alla legge svedese; c’era solo un punto che voleva gli fosse spiegato:
“Vediamo se ho capito bene… Nel pullman c’è un elefante, giusto?”.
“Si, ma domattina lo faremo scendere,” spiegò Bella

A Bosse non gli sembrò che ci fosse granché da ridire: spesso la legge diceva una cosa e la morale un’altra. Bastava considerare la sua ditta: un chiaro esempio di come fosse possibile accantonare la giustizia finché non si fosse stati in grado di procedere a testa alta.

“Più o meno come hai fatto tu con la nostra eredità,” disse Bosse sarcastico, rivolto a Benny.
“Ah si? E chi è che ha distrutto completamente la mia moto nuova?” replicò Benny.
“E’ successo perché tu hai piantato a metà il corso di saldatore” disse Bosse.
“Io l’ho fatto perché tu mi maltrattavi tutto il tempo.”

Sembrava che Bosse avesse già pronta la replica, ma Allan interruppe i fratelli affermando che aveva girato il mondo e cose ne aveva viste tante, ma una in particolare l’aveva colpito e cioè che i conflitti più grandi e apparentemente irrisolvibili si basavano sempre sullo stesso presupposto: “Tu sei stupido, no sei tu lo stupido, no sei tu lo stupido.” La soluzione, proseguì Allan, il più delle volte consisteva nello scolarsi insieme una bella bottiglia di acquavite intorno ai settantacinque gradi e guardare al futuro. L’unico triste dettaglio era che Benny era astemio. Allan avrebbe assunto volentieri la sua quota alcolica, ma l’effetto sarebbe stato diverso.

“E così un’acquavite intorno ai settantacinque gradi risolverebbe il conflitto fra Israele e Palestina?” chiese stupito Bosse. “Che è ancora più vecchio della Bibbia.”
“Probabilmente in questo caso ci vorrebbe più di una bottiglia,” rispose Allan. “Ma il principio è lo stesso.”
“Può funzionare anche se bevo qualcos’altro, che dite?” s’informò Benny, sentendosi in colpa per via di quel suo assolutismo nei confronti dell’alcol.

Allan era soddisfatto dell’evolversi della situazione: i litigi tra fratelli erano cessati. Se ne compiacque, aggiungendo che l’acquavite veniva usata anche per altri scopi oltre che per risolvere conflitti.
L’acquavite doveva aspettare, comunicò Bosse, perché era pronto da mangiare. Pollo arrosto e patate al forno, con tanto di birra per tutti e succo di frutta per il fratellino.

Mentre la cena stava per iniziare, Per.Gunnar “Capo” Gerdin cominciò a riprendere i sensi. La testa gli martellava, quando respirava gli faceva male tutto, un braccio doveva essersi rotto dato che era avvolto in un fazzoletto, e la ferita che aveva sulla coscia destra prese a sanguinargli non appena scese a fatica dall’abitacolo del pullman. Precedentemente aveva nascosto la pistola nel vano portaoggetti dell’auto: a quanto pareva il mondo era popolato di idioti – tranne lui.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Non che mi aspetti che un goccetto risolva i problemi del mondo, ma dalla notte dei tempi mangiare (e soprattutto bere) con qualcuno è un modo per affiatare i rapporti ed appianare le divergenze. Oggi ho l’impressione che il pasteggiare/gozzoviglaire/trinkeggiare assieme sia un po’ passato dall’essere il mezzo ad essere il fine. Intendiamoci, mi fa piacere mangiare (e bere, lo devo dire ogni volta?) bene, ma è la compagnia che fa la differenza ed a fine pasto gli attriti sono certamente minori…

Il centenario […] a duecento metri di profondità

Julij Borisovic e Allan Emmanuel si erano presi reciprocamente in simpatia. Il fatto che Allan avesse accettato di seguirlo senza neanche sapere per dove, per chi e perché aveva impressionato positivamente Julij Borisovic, dato che tale atteggiamento denotava una leggerezza che lui non possedeva. Dal canto sua Allan apprezzo immensamente di poter parlare per una volta con qualcuno che non cercasse di sbandierargli nessun tipo d’ideologia politica o religiosa.

Inoltre fu subito chiaro che entrambi erano inguaribilmente affezionati all’acquavite, anche se uno dei due la chiamava vodka. La sera prima, mentre a essere sinceri teneva d’occhio Allan Emmanuel nella sala da pranzo del Gand Hotel, Julij Borisovic aveva provato per caso la variante svedese. All’inizio gli era sembrata troppo secca, non aveva la morbidezza di quella russa, ma dopo un paio di bicchierini ci aveva fatto l’abitudine. Dopo altri due dalle sua labbra era uscito un “Non male” in segno di apprezzamento.

“Anche se questa è meglio,” sentenziò Julij Borisovic mostrando ad Allan un litro intero di Stolichnaya mentre sedevano tutti soli nella mensa ufficiali. “Adesso è arrivato il momento di farci un bicchierino!”
“Bene,” fu il commento di Allan. “Finché la barca va…”

Già dopo il primo quantitativo d’alcol Allan aveva messa in atto una riforma dei nomi. Dire ogni volta Julij Borisovic a Julij Borisovic quando aveva bisogno di richiamare la sua attenzione alla lunga non poteva funzionare. E personalmente non voleva essere chiamato Allan Emmanuel, dato che la prima e ultima volta che quel nome era stato utilizzato risaliva ai tempi di Yxhult, quando era stato battezzato.
“D’ora in poi tu sei Julij e io Allan,” sentenziò Allan. “Altrimenti lascio l’imbarcazione in quest’istante.”
“Non farlo, caro Allan, ci troviamo a duecento metri di profondità,” spiegò Julij. “Piuttosto beviti un goccetto.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. La leggerezza, ecco una dote troppo spesso sottovalutata. Saper affrontare le cose con il giusto spirito non è sinonimo di non dargli importanza. Un “finché la barca va…” non fa assolutamente male; abusarne, come quasi di qualunque cosa, è certamente deleterio.

Ah, poter parlare con qualcuno che non ti incalzi e non cerchi di convincerti di questo o quello (che sia di politica, religione, musica o quant’altro in questo momento poco conta) è un piacere da riscoprire. Evito, spesso e volentieri, di intavolare discussioni per il timore di dovermi poi trovare ad annuire o controbattere; ma il piacere di “una chiacchiera” (che benissimo si concilia con il principio di leggerezza di cui sopra) che fine ha fatto? Relegato, ingiustamente, al mondo “dei vecchietti” (… me lo immagino così, che ciascuno dia la propria definizione di ciò).

PPSS. Scopro ora che hanno addirittura fatto un film partendo da questo libro. Non che mi aspetti chissà che, ma d’altra parte non sono neanche un purista delle trame che teme ogni adattamento cinematografico. Direi che varrebbe la pena vederlo…

Il centenario […] e la bomba

Ho recentemente letto un libro (un romanzo, stranamente) che merita decisamente. Merita per la sua leggerezza, la sua ironia, la scanzonatezza con cui affronta certi temi e l’educazione che traspare… pur raccontando circa un secolo della nostra storia recente: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

Al solito lungi da me fare recensioni, ma mi limiterò ad un (brevissimo dati tutti gli spunti che il libro mi ha offerto) ciclo di post in cui riporto stralci del libro grassettendo quelle che sono gli spunti che ho trovato più saporiti (sperando sia per mia memoria che per vostro diletto di dare un’idea del tono che percorre tutto il libro).

Ultimo ma non ultimo non prometto di non inzaccherare questi estratti con personali divagazioni a vanvera.

[…]. Fatto sta che quell’affare lungo novantasette metri emerse dal ghiaccio in un punto troppo vicino ad Allan ed al signore gentile. Entrambi caddero all’indietro rischiando di finire nelle acque gelide, ma per fortuna la situazione volse al meglio e Allan fu rimesso in piedi ed aiutato a scendere al caldo.

“Questa circostanza conferma come non serva iniziare la giornata cercando di indovinare cosa accadrà”, constatò Allan. “Voglio dire, quanto tempo ci avrei messo ad indovinare tutto questo?”.

Dopo aver dichiarato che adesso non era più necessario essere così misteriosi, il signore gentile si presentò come Julij Borisovic Popov: disse di lavorare per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, di essere non un politico o un militare ma un fisico , e di essere stato inviato a Stoccolma per convincere il signor Karlsson a seguirlo a Mosca.

L’incarico era stato affidato a Julij Borisovic in vista di una possibile riluttanza del signor Karlsson, oltre al fatto che il background come fisico di Julij Borisovic sarebbe probabilmente risultato un elemento favorevole, dato che lui ed il sognor Karlsson parlavano in un certo senso la stessa lingua.

“Ma io non sono un fisico”, disse Allan.
“Può darsi, ma il mio informatore afferma che lei è a conoscenza di qualcosa che vorrei sapere anche io”.
“Ma guarda. E di cosa si tratta?”
“La bomba, signor Karlsson. La bomba.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

Direi che il concetto di non spendere tempo ad indovinare cosa succerà oggi è molto affascinante, ma applica benissimo a chi non sta dentro casa, dietro un vetro aspettando il succedersi degli eventi. Allan era decisamente uno che non si tirava indietro dinanzi gli eventi (opportunità?) che la vita gli metteva davanti.

WU

PS. Ebbene si, eviterò accuratamente di parlare del pesce di Aprile, dell’origine, tradizioni, quelli più famosi e bla bla bla… Mi prendo in giro ogni giorno e vedo quelle che sono universalmente conosciute come “fake news” attorno a me anche il 10 di Luglio che proprio non vedo perché celebrare un giorno in cui si può scherzare. Ah, solo oggi si capisce che è uno scherzo? Allora propongo un pesce d’Aprile perenne, magari apriamo tutti un po’ gli occhi ed impariamo la leggerezza dell’ironia!