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The Sugar Research Foundation

SRF, oggi Sugar Association, un’altra di quelle sigle (e che dire della WSRO.org?) anonime e poco accattivanti che non conosciamo e che nonostante tutto ci hanno condizionato (se non lo fanno ancora) per anni.

Per una cinquantina d’anni, più o meno. E’ dagli anni ’60, infatti, che la SRF ha “sostenuto la ricerca” circa gli effetti fra consumo di zucchero e problemi cardiaci. Ora, la dicitura “sostenere la ricerca” può avere molte accezioni. Una, quella che ci interessa nel caso particolare, è quella di “ha pagato gli scienziati per pubblicare i risultati voluti”.

Alla faccia della ricerca (ed io sono tendenzialmente un fautore del sostegno privato)!

Citando sempre ricerche scientifiche ufficiali di luminari, pubblicate e peer-reviewed: “Randomized controlled trials examining cardiovascular risk factors, body weight, inflammatory markers and risk factors for type 2 diabetes demonstrate no effects of increasing sugars intake“.

L’attenzione è stata spostata, con decine e decine di test ed inutili pubblicazioni peer-reviewed, sui grassi saturi additati come la madre di tutti i mali dei problemi cardiaci.

La rivista Jama Internal Medicine (ah… un journal scientifico in cui parliamo anche di celiachia, depressione ed amenità simili) pubblica infatti il risultato di questa nuova ricerca (l’ambiguità del termine si presta a generalizzazioni, complottismi e scetticismo).

Nell’articolo Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research A Historical Analysis of Internal Industry Documents vengono presentati i documenti con i quali la “lobby dello zucchero” (ampolloso e complottista) avrebbe pilotato la ricerca (che in fondo si auto-finanziava).

Praticamente la lobby ha pagato, nell’ambito del Project 226 (ma come si fa a non avere tentazioni da complotto…), circa “$48 900 in 2016 dollars” a testa a tre ricercatori di Harvard (e venitemi a dire che è la patria della ricerca!) per sviare l’attenzione dallo zucchero ai grassi saturi per oltre 50 anni. Correva l’anno 1967. Uno di questi divenne responsabile della divisione di nutrizione del Dipartimento dell’Agricoltura che pubblicò le linee guida sull’alimentazione nel 1977. Magari la persona più morale del mondo, ma il dubbio viene naturale, no?

srf.png

Ebbene si, l’industria americana dello zucchero ha “guidato” (…polite…) i dati di una ricerca semplicemente finanziandola. Oggi continuiamo a mangiare zucchero. Anzi, l’amata lobby dichiara anche che:

The FDA recognizes “that U.S. consensus reports do not support a cause and effect relationship between added sugars consumption and risk of obesity or heart disease …” (FDA, Food Labeling: Revision of the Nutrition and Supplement Facts Labels Final Rule, May 27, 2016)

Ma allora lo scopo ultimo della ricerca scientifica è capire/scoprire o condizionarci? E dato che ora (se ve ne fosse stato bisogno) lo scetticismo naturalmente aumenta: chi mi dice che questi documenti siano autentici/tutti/soli/etc. ?

Ma in che devo credere? Zucchero per il corpo e la mente.

WU

PS. E sotto la posizione della Sugar.org sulla questione:

The Sugar Association Statement on Kearns JAMA Study, [12.09.16]

We acknowledge that the Sugar Research Foundation should have exercised greater transparency in all of its research activities, however, when the studies in question were published funding disclosures and transparency standards were not the norm they are today. Beyond this, it is challenging for us to comment on events that allegedly occurred 60 years ago, and on documents we have never seen.

Generally speaking, it is not only unfortunate but a disservice that industry-funded research is branded as tainted. What is often missing from the dialogue is that industry-funded research has been informative in addressing key issues.

We question this author’s continued attempts to reframe historical occurrences to conveniently align with the currently trending anti-sugar narrative, particularly when the last several decades of research have concluded that sugar does not have a unique role in heart disease.

Most concerning is the growing use of headline-baiting articles to trump quality scientific research—we’re disappointed to see a journal of JAMA’s stature being drawn into this trend.

The Sugar Association is always seeking to further understand the role of sugar and health, but we rely on quality science and facts to drive our assertions.

Sostenibilità vegana

Questo è un argomento del quale non mi è per nulla facile parlare. Più che altro perché temo di offendere la sensibilità di qualcuno. Non è nei miei intenti, semplicemente dico la mia e mi piace bighellonare anche sulle cose più delicate (per qualcuno, d’altronde tutto è relativo…).

Molte scelte le facciamo più con la pancia che con la testa. Ed infondo è giusto così… Ma almeno (ed io non sono sicuramente un fan della coerenza) evitiamo di far finta che siano razionali. No?

“Io sono vegano perché è più sostenibile”.

Frase sentita a iosa. Serate da tritamento dei cosiddetti. Ovviamente… tanto il “più” è relativo (appunto). Ma c’è chi si è messo ad affrontare la questione in maniera scientifica (per quanto questo termine possa essere utilizzato in questo contesto): “Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios“.

The purpose of this analysis is to compare the per capita land requirements and potential carrying capacity of the land base of the continental United States (U.S.) under a diverse set of dietary scenarios. We argue that assessing human carrying capacity (persons fed per unit land area) is essential for fully understanding current and potential productivity of a land base.

I ricercatori (tutti made in US sparsi fra varie università in Massachusetts e New York) hanno sviluppato dei modelli di simulazione biofisica per comparare diversi (dieci, per la precisione) comportamenti alimentari. Beh, sarebbe stato bello vedere un risultato abbastanza scontato e confortante: uno stile vagano consente di sfamare più persone coltivando la stessa superficie agricola esistente.

Se fosse stato così non starei qui a scrivere nulla. E molti me ne sarebbero grati.

La dieta vegana (sempre secondo i modelli) riesce a nutrire meno persone rispetto ad un paio di diete vegetariane e due diete onnivore. Praticamente siamo a metà classifica.

Azz… e mo’ come si fa a giustificare la scelta vegana.

Semplicissimo (per me): è appunto una scelta e come tale non va per forza motivata razionalmente. Figuriamoci poi se sia il caso di scomodare la sostenibilità (parola oggi diventata una specie di buzz word, ma che ha un significato molto profondo).

Praticamente rinunciare in maniera “totale” ai prodotti animali potrebbe non essere, a lungo termine, la scelta più ecosostenibile per l’umanità intera.

[…] we demonstrate that under a range of land use conditions, diets with low to modest amounts of meat outperform a vegan diet, and vegetarian diets including dairy products performed best overall.

Il motivo è che il tipo di terra è diverso per produrre un cibo diverso e non tutti i tipi di dieta sfruttano questi terreni allo stesso modo. Il “fabbisogno a metro quadro di terra” per una dieta vegana è maggiore rispetto a diete in cui c’è qualcosa di animale (carne, uova, latte, etc.).

Detto in soldoni: se tutti volessimo mangiare i prodotti della sola Madre Terra non ce ne sarebbe abbastanza per poterlo fare. Con buona pace della sostenibilità c’è chi deve “sacrificarsi”.

WU (onnivoro soddisfatto)