Astro-macelleria

Un tempo si allevava quello che si mangiava, ora i miei figli sono convinti che le bistecche nascano direttamente dentro la COOP ed i totani siano animali che nascano già a cerchietti. Domani io sarò il vecchio che credeva che la carne venisse dagli animali e gli animali fossero allevati a terra.

La preparazione per quel giorno è stata ovviamente motivata da questa notizia qua.

Siamo sulla stazione spaziale internazionale ed in particolare nella sezione dedicata agli esperimenti di esobiologia. Un team industriale (!) istraeliano-russo-americano (alla faccia dei dazi e dei bombardamenti) ha prodotto in orbita le prime cellule bovine. Nessun animale è stato addestrato per un volo spaziale per andare incontro alla sua triste fine in orbita, bensì è stato usato un fantasmagorico ed innovativo sistema di stampa 3D.

Partendo da cellule bovine aggregate in sfeoridi si è utilizzato un sistema di stampa 3D basato su fattori di crescita e “bio-inchiostri” che hanno consentito di assemblare un pezzo di tessuto bovino. Dato che nello spazio la gravità non spinge naturalmente verso il basso i tessuti, la “bistecca” non ha la classica forma a strati che vediamo sulla terra, bensì sembra una specie di palla di neve dalla struttura tondeggiante che si accresce per sfoglie. Beh… abbastanza diversa dalla nostra comune idea di bistecca.

BisteccaSpaziale.png

L’astro-bistecca è formalmente adatta per essere consumata dall’uomo (anche se non è stata assaggiata) ed è ovviamente motivata dall’idea di produrre cibo “fresco” per gli astronauti che saranno impegnati nei lunghi viaggi che ci attendono (Marte in primis). Ovviamente le “ricadute terrestri” di questo genere di esperimento sono immense (tipo quest’altro esperimento qua oppure questo)… etiche e di sostenibilità in prima battuta.

WU

Carne di piselli

… e non carne con piselli (che è un connubio che non mi spiace affatto).

Planted chicken è la nuova frontiera della “carne” sostenibile. La proposta arriva, questa volta, da una startup svizzera che ha sapientemente mescolato addirittura acqua e farina di piselli per ottenere “il cibo del futuro“. Non è onestamente la prima volta che sentiamo parlare di surrogati di carne (da quella in provetta in poi è più o meno tutto lecito) a base di vegetali: dalle carote, al tofu alle alghe e bla bla bla, ma evidentemente la cosa fa ancora notizia ed il fatto che la diffusione non sia ancora così estesa tanto quanto il vociare che se ne fa qualcosa vorrà pur dire…

Praticamente idratando e pressando farina di piselli si produce una simil-carne a base di piselli che non solo assomiglia visivamente al pollo, ma ne ha anche il sapore. Mi permetterete un certo scetticismo (infondato, decisamente, dato che non l’ho assaggiata…), ma non mi sembra certo una scoperta sconvolgente. Non capisco, inoltre, perché dobbiamo avere come scopo quello di ricreare un dato alimento con altre “materie prime”: magari acqua e piselli è veramente un ottimo connubio, è sostenibile, è il cibo del futuro, ma non deve per forza ricordarci la carne, no? Aggiungo anche per per me vegetale non è assolutamente sinonimo di sostenibile; vi sono (e gli esempi sono così tanti e così facili che li evito) innumerevoli colture assolutamente non sostenibili, mentre è certamente possibile metter su allevamenti che lo sono. Ma dato che “sostenibile” non è un numero o un valore misurabile (ancora) per il momento queste rimangono considerazioni personali.

Tornando a noi, l’idea (perché alla fine è questo quello che mi colpisce) degli statupper svizzeri (che hanno anche, va detto, saputo usufruire di fondi nazionali per la ricerca… vegetale) è quella di sfruttare la capacità dei lunghi filamenti di alcuni vegetali (tipo rape e piselli) di assorbire molta acqua prendendo le sembianze di una specie di idrogel naturale. Pressando queste proteine vegetali ed aggiungendo acqua (in base, pare, ad un processo completamente termomeccanico e non chimico) si ottiene un impasto che cotto assomiglia in tutto e per tutto al pollo. Addirittura (questo per i nuovi prodotti, sia chiaro 🙂 ) è teoricamente possibile regolare la lunghezza delle fibre e la quantità di acqua assorbita da questi filamenti tanto da produrre “carne” di manzo, pollo, maiale o addirittura “pesce”.

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La carne di piselli si sta facendo (pare) anche apprezzare dai consumatori. E’ infatti in distribuzione presso diversi ristoranti fra Lucerna Ginevra e Zurigo e dicono esser molto gettonata, tanto che i nostri bravi startuppari stanno ponderando di abbandonare l’incubatore (ed i fondi) che li ha visti iniziare per spostarsi in stabilimenti più grandi e produzione industriale.

Leggendo qualche recensione su questa idea ho anche scoperto che non è destinata propriamente ai vegetariani (che del pollo non vogliono neanche sentir parlare, neanche fosse vegetale… credo), bensì ai flexitariani. Una tribù che non ha abbandonato la carte, ma ne ha diminuito l’utilizzo per abbattere il proprio impatto ambientale. Sarò mica flexariano?

WU

Banana Equivalent Dose

La banana equivalente, e radioattiva. Non facciamo troppo allarmismo (… anche se un po’ ci fa sempre piacere 🙂 ).

Quasi tutti, praticamente tutti, i materiali organici contengono certe quantità di isotopi radioattivi, soprattutto potassio 40, anche in assenza di qualsiasi contaminazione antropica o comunque artificiale.

Le banane sono materiali organici… e contengono, come tutti sappiamo, molto potassio. Mangiando questi frutti ingurgitiamo un decimo di sievert (0.078 Sv, per la precisione). Lo sievert è l’unità di misura standard per misurare l’effetto biologico delle radiazioni su un individuo. La cosa “simpatica” è che la radioattività del potassio nelle banane espone a radiazioni anche non ingerendole! Ovviamente tenere in mano una singola banana non fa nulla, ma un grosso carico di banane… fa scattare gli scanner anti radiazione.

Ovviamente non tutte le banane contengono esattamente lo stesso quantitativo di isotopi radioattivi, ma (e qui sta il bello) qualcuno ha scritto in un vecchio documento una frase che in qualche modo “ci è piaciuta”. In uno studio del 1995, infatti, del Lawrence Livermore National Laboratory (laboratorio di ricerca del Dipartimento dell’Energia degli Usa), un qualche responsabile ha sottolineato l’importanza delle “banane radioattive” per spiegare gli effetti dell’esposizione di dosi infinitesime di materiale radioattivo ai profani.

Da allora, e per i casi della vita, la BED (banana equivalent dose) è diventata una stana unità di misura che quantifica (a tutti gli effetti) l’esposizione di un individuo agli effetti di radiazioni.

E’ mi immagino già frasi tipo “oggi, con il mio pasto, ho praticamente ingurgitato sette ettoBED! Incredibile!” 🙂 . Tanto per fare qualche paragone: la dose di radiazione naturale giornaliera media è circa 100 BED; la dose assorbita semplicemente dormendo accanto ad un’altra persona è di 0.5 BED; in Italia nei 10 anni successivi all’incidente di Cernobyl vi fu un livello di radiazione pari a circa 11.5 BED al giorno; la dose assorbita in una radiografia al torace è pari a 70,000 BED ed infine assorbendo 80,000,000 di BED… siamo morti.

Attenzione, attenzione: il potassio NON si accumula nei tessuti. Pertanto la dose di materiale radioattivo che ingurgitiamo non si somma con il tempo (a meno di casi patologici). Il nostro corpo contiene circa 2.5 g di potassio per ogni kilo; il che vuol dire che un adulto di 70 kg (tipo me) si porta a spasso circa 175 g di potassio, ovvero 5400 Bq di radioattività, costante durante la vita adulta. Il nostro corpo impiega circa 30 giorni a riportare il corpo a valori nominali di potassio dopo l’assunzione di potassio 40 puro.

Ah, tanto per concludere, tenete presente che le banane, benché detentrici della loro unità di misura, non sono gli unici alimenti ricchi di potassio (e radioattivi); spiccano anche patate, fagioli, semi di girasole e frutta secca.

L’ingestione di tre banane al giorno per un anno equivale ad una esposizione di 100 micro sievert che incrementa il rischio di morte di circa un milionesimo… sono certo non guarderete più le banane con gli stessi occhi.

WU

Carne di unicorno in scatola

Per la serie cazzate clamorose oppure ode all’inventiva umana?

Con tanto di immagine che sembra uno spezzatino e formato della confezione stile scatoletta di latta da legumi da discount, è in vendita (?)… carne di unicorno.

No, non stiamo spezzettando animali mitologici per farne carne da macello (letteralmente), ma ci stiamo un po’ prendendo in giro, un po’ ironizzando sull’esistenza o meno del bestio, un po’ caldeggiando la causa animalista, un po’ sondando il mercato dei prodotti strani ed un po’ semplicemente giocando.

La scatoletta contiene semplicemente pezzi di un peluche di unicorno smembrato da mettere assieme. A parte forse un po’ di pubblicità ingannevole tecnicamente la scatoletta non mente: stiamo veramente acquistando carne di unicorno in scatola… solo che non si mangia ed è una rappresentazione di qualcosa in cui vogliamo credere (che ha anche personalmente un indubbio fascino).

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Chissà se la ha un gusto delicato o molto forte. Oppure chissà se fa effetto multicolor sul nostro apparato digestivo. Oppure se va condita con una grattatina di corno o meno? Beh, domande lecite… qualora prima o poi decidessimo di macellare unicorni e venderli su Amazon

Veniamo un attimo agli aspetti più prosaici dell’idea: lo spezzatino è in vendita su Amazon alla modica cifra di 50€ circa. Non poco considerando che stiamo comprendo un peluche che vale forse un decimo di questo importo, ma d’altra parte bisogna pur riconoscere un valore “materiale” al genio, no?!

WU

PS. Decisamente divertenti le domande-risposte dei clienti

Domanda: Divento immortale come Voldemort?
Risposta: Purtroppo no, c’è la carne ma non il sangue

Domanda: Come digerisco il corno?
Risposta: In effetti non è facile, risulta un po’ indigesto . Prova con le lacrime di coccodrillo, dovrebbero venderne ancora

Domanda: Ma con questo gioco rovino l’infanzia di mia sorella di 7 anni?
Risposta: Credo proprio di si, peendiglielo subito.

Domanda: Contiene olio di palma?
Risposta: No solo olio di elfo

Le soluzioni della plastica

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Guardavo un muro a caso, di una stadina laterale a caso, di un centro storico a caso, di una piccola città “storica” italiana a caso. Tutte queste casualità mi hanno portato ad incantarmi dinanzi la foto di cui sopra.

La mia prima reazione è stata un evidente ghigno per poi chiedermi (…ovviamente dopo aver immortalato il graffito con il pronto utilizzo di un oggetto fatto in plastica) il significato che nella mente “dell’autore” avesse dovuto avere la frase.

La mia prima idea è stata, ovviamente (?) l’ironia; l’autore ha voluto sottolineare con un cipiglio ironico il fatto che la plastica NON sarà la soluzione alla fame dal mondo? Ma… fermiamoci un momento; in realtà si stanno mettendo insieme due concetti che se non fosse per il packaging (ve lo ricordate questo?) non vedo che attinenza possano avere. Beh… prendendola alla larga: la plastica uccide, in vario modo, piante ed animali e ciò non fa altro che indebolire le nostre risorse alimentari e quindi non aiuta di certo la fame nel mondo. Si, ok, mi sembra un po’ troppo arzigogolato e perverso… potevamo sempre dire che “La plastica sarà la soluzione alla deforestazione” oppure “La plastica sarà la soluzione all’estinzione”.

Ora inizio con castelli, di quelli seri.

L’autore vuole dirci velatamente che ha trovato un ingegnoso metodo per convertire la plastica in una qualche forma organica alimentare che può davvero essere usata per sfamarci? L’invenzione del secolo rivelata su un muretto a caso?

L’autore vuole dirci che l’indotto economico che ruota attorno alla plastica potrebbe (sarà?) riconvertito a scopi più umanitari tipo risolvere la situazione di fame nel mondo? Buonismo o aggiotaggio (ora vado a vedere il trend delle azioni delle più grandi aziende produttrici di plastica)?

L’autore vuole dirci che in generale il progresso tecnologico, che inevitabilmente porta con se la necessità di alcuni materiali, sta effettivamente aprendo la strada alla soluzione del problema della fame nel mondo? Cioè sarebbe un po’ come scrivere “Il silicio sarà la soluzione alla fame nel mondo”.?

L’autore vuole spingerci, motivarci a legare due concetti diversi e lontani per cercare una soluzione combinata ad entrambi? Stiamo davvero parlando del packaging alimentare? Stiamo parlando della fame causata dalle industrie di estrazione petroliera (o lavorazioni varie durante il ciclo di produzione della plastica) alle popolazioni locali?

La verità è che ho elucubrato un po’ troppo (si, anche per il puro piacere di farlo), ritengo comunque l’ironia lo scopo più probabile del graffito. Altre idee?

WU

PS. Scusate, ma non è che potremmo un giorno anche leggere “La plastica sarà la soluzione alla pace nel mondo”?

La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

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Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

Project 259 – Reloaded

Torniamo un po’ a cibarci (nel vero senso del termine) di… zucchero.

Avevamo già affrontato qui la questione della “lobby dello zucchero” ovvero di come la “ricerca” anni ’60 sul rapporto fra assunzione di zucchero e problemi cardiovascolari fosse finanziata dalla SRF che trae(va) a sua volta i profitti proprio dalla vendita di zucchero.

Throughout its history, the Sugar Association has embraced scientific research and innovation in an attempt to learn as much as possible about sugar, diet and health. We know that sugar consumed in moderation is part of a balanced lifestyle,1,2,3 and we remain committed to supporting research to further understand the role sugar plays in consumers’ evolving eating habits. The bottom line: the Sugar Association will always advocate for and respect any comprehensive, peer-reviewed scientific research that provides insights and aids in our understanding of the role food and nutrition serve in our lives.

Oggi ci svegliamo di nuovo provando a smuovere una pesante coperta lunga decenni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tagliato le dosi consigliate di assunzione di zucchero portandole al 5-10% delle calorie giornaliere.

A new WHO guideline recommends adults and children reduce their daily intake of free sugars to less than 10% of their total energy intake. A further reduction to below 5% or roughly 25 grams (6 teaspoons) per day would provide additional health benefits.

Il “famoso” (abbonderò di virgolette in questo post) Progetto 259, era appunto un trial clinico per studiare sui topi il legame fra zucchero e trigliceridi; quando i risultati furono più che negativi, i fondi furono tagliati e nessun risultato fu pubblicato. Al progetto seguirono gli abbondanti fondi dati al ricercatore Pover per continuare gli stessi studi, quando anche qui venne fuori l’addirittura più inquietante possibilità che mangiare troppo zucchero potesse provocare cancro alla vescica, anche qui vennero tagliati i fondi nulla più si seppe dei risultati ottenuti. Furono inoltre “finanziati” dei “ricercatori” di Harvard per pubblicare “risultati” che minimizzassero i rischi sulla salute del cuore causati dallo zucchero spostando la colpa sui grassi.

The objective of this study was to examine the planning, funding, and internal evaluation of an SRF-funded research project titled “Project 259: Dietary Carbohydrate and Blood Lipids in Germ-Free Rats,” led by Dr. W.F.R. Pover at the University of Birmingham, Birmingham, United Kingdom, between 1967 and 1971. A narrative case study method was used to assess SRF Project 259 from 1967 to 1971 based on sugar industry internal documents. Project 259 found a statistically significant decrease in serum triglycerides in germ-free rats fed a high sugar diet compared to conventional rats fed a basic PRM diet (a pelleted diet containing cereal meals, soybean meals, whitefish meal, and dried yeast, fortified with a balanced vitamin supplement and trace element mixture). The results suggested to SRF that gut microbiota have a causal role in carbohydrate-induced hypertriglyceridemia. A study comparing conventional rats fed a high-sugar diet to those fed a high-starch diet suggested that sucrose consumption might be associated with elevated levels of beta-glucuronidase, an enzyme previously associated with bladder cancer in humans. SRF terminated Project 259 without publishing the results. The sugar industry did not disclose evidence of harm from animal studies that would have (1) strengthened the case that the CHD risk of sucrose is greater than starch and (2) caused sucrose to be scrutinized as a potential carcinogen. The influence of the gut microbiota in the differential effects of sucrose and starch on blood lipids, as well as the influence of carbohydrate quality on beta-glucuronidase and cancer activity, deserve further scrutiny.

We have solid evidence that keeping intake of free sugars to less than 10% of total energy intake reduces the risk of overweight, obesity and tooth decay.”. Non posso escludere ulteriori “finanziamenti” da parte di altre “fonti” a monte di queste affermazioni e delle “ricerche” che le hanno generate.

E parliamo (solo) di zucchero! Possiamo solo immaginare di come vengano “aiutate” le “ricerche” su tabacco, farmaci, cambiamenti climatici, etc. etc. E’ tutto molto dolce…

WU

The Sugar Research Foundation

SRF, oggi Sugar Association, un’altra di quelle sigle (e che dire della WSRO.org?) anonime e poco accattivanti che non conosciamo e che nonostante tutto ci hanno condizionato (se non lo fanno ancora) per anni.

Per una cinquantina d’anni, più o meno. E’ dagli anni ’60, infatti, che la SRF ha “sostenuto la ricerca” circa gli effetti fra consumo di zucchero e problemi cardiaci. Ora, la dicitura “sostenere la ricerca” può avere molte accezioni. Una, quella che ci interessa nel caso particolare, è quella di “ha pagato gli scienziati per pubblicare i risultati voluti”.

Alla faccia della ricerca (ed io sono tendenzialmente un fautore del sostegno privato)!

Citando sempre ricerche scientifiche ufficiali di luminari, pubblicate e peer-reviewed: “Randomized controlled trials examining cardiovascular risk factors, body weight, inflammatory markers and risk factors for type 2 diabetes demonstrate no effects of increasing sugars intake“.

L’attenzione è stata spostata, con decine e decine di test ed inutili pubblicazioni peer-reviewed, sui grassi saturi additati come la madre di tutti i mali dei problemi cardiaci.

La rivista Jama Internal Medicine (ah… un journal scientifico in cui parliamo anche di celiachia, depressione ed amenità simili) pubblica infatti il risultato di questa nuova ricerca (l’ambiguità del termine si presta a generalizzazioni, complottismi e scetticismo).

Nell’articolo Sugar Industry and Coronary Heart Disease Research A Historical Analysis of Internal Industry Documents vengono presentati i documenti con i quali la “lobby dello zucchero” (ampolloso e complottista) avrebbe pilotato la ricerca (che in fondo si auto-finanziava).

Praticamente la lobby ha pagato, nell’ambito del Project 226 (ma come si fa a non avere tentazioni da complotto…), circa “$48 900 in 2016 dollars” a testa a tre ricercatori di Harvard (e venitemi a dire che è la patria della ricerca!) per sviare l’attenzione dallo zucchero ai grassi saturi per oltre 50 anni. Correva l’anno 1967. Uno di questi divenne responsabile della divisione di nutrizione del Dipartimento dell’Agricoltura che pubblicò le linee guida sull’alimentazione nel 1977. Magari la persona più morale del mondo, ma il dubbio viene naturale, no?

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Ebbene si, l’industria americana dello zucchero ha “guidato” (…polite…) i dati di una ricerca semplicemente finanziandola. Oggi continuiamo a mangiare zucchero. Anzi, l’amata lobby dichiara anche che:

The FDA recognizes “that U.S. consensus reports do not support a cause and effect relationship between added sugars consumption and risk of obesity or heart disease …” (FDA, Food Labeling: Revision of the Nutrition and Supplement Facts Labels Final Rule, May 27, 2016)

Ma allora lo scopo ultimo della ricerca scientifica è capire/scoprire o condizionarci? E dato che ora (se ve ne fosse stato bisogno) lo scetticismo naturalmente aumenta: chi mi dice che questi documenti siano autentici/tutti/soli/etc. ?

Ma in che devo credere? Zucchero per il corpo e la mente.

WU

PS. E sotto la posizione della Sugar.org sulla questione:

The Sugar Association Statement on Kearns JAMA Study, [12.09.16]

We acknowledge that the Sugar Research Foundation should have exercised greater transparency in all of its research activities, however, when the studies in question were published funding disclosures and transparency standards were not the norm they are today. Beyond this, it is challenging for us to comment on events that allegedly occurred 60 years ago, and on documents we have never seen.

Generally speaking, it is not only unfortunate but a disservice that industry-funded research is branded as tainted. What is often missing from the dialogue is that industry-funded research has been informative in addressing key issues.

We question this author’s continued attempts to reframe historical occurrences to conveniently align with the currently trending anti-sugar narrative, particularly when the last several decades of research have concluded that sugar does not have a unique role in heart disease.

Most concerning is the growing use of headline-baiting articles to trump quality scientific research—we’re disappointed to see a journal of JAMA’s stature being drawn into this trend.

The Sugar Association is always seeking to further understand the role of sugar and health, but we rely on quality science and facts to drive our assertions.

Sostenibilità vegana

Questo è un argomento del quale non mi è per nulla facile parlare. Più che altro perché temo di offendere la sensibilità di qualcuno. Non è nei miei intenti, semplicemente dico la mia e mi piace bighellonare anche sulle cose più delicate (per qualcuno, d’altronde tutto è relativo…).

Molte scelte le facciamo più con la pancia che con la testa. Ed infondo è giusto così… Ma almeno (ed io non sono sicuramente un fan della coerenza) evitiamo di far finta che siano razionali. No?

“Io sono vegano perché è più sostenibile”.

Frase sentita a iosa. Serate da tritamento dei cosiddetti. Ovviamente… tanto il “più” è relativo (appunto). Ma c’è chi si è messo ad affrontare la questione in maniera scientifica (per quanto questo termine possa essere utilizzato in questo contesto): “Carrying capacity of U.S. agricultural land: Ten diet scenarios“.

The purpose of this analysis is to compare the per capita land requirements and potential carrying capacity of the land base of the continental United States (U.S.) under a diverse set of dietary scenarios. We argue that assessing human carrying capacity (persons fed per unit land area) is essential for fully understanding current and potential productivity of a land base.

I ricercatori (tutti made in US sparsi fra varie università in Massachusetts e New York) hanno sviluppato dei modelli di simulazione biofisica per comparare diversi (dieci, per la precisione) comportamenti alimentari. Beh, sarebbe stato bello vedere un risultato abbastanza scontato e confortante: uno stile vagano consente di sfamare più persone coltivando la stessa superficie agricola esistente.

Se fosse stato così non starei qui a scrivere nulla. E molti me ne sarebbero grati.

La dieta vegana (sempre secondo i modelli) riesce a nutrire meno persone rispetto ad un paio di diete vegetariane e due diete onnivore. Praticamente siamo a metà classifica.

Azz… e mo’ come si fa a giustificare la scelta vegana.

Semplicissimo (per me): è appunto una scelta e come tale non va per forza motivata razionalmente. Figuriamoci poi se sia il caso di scomodare la sostenibilità (parola oggi diventata una specie di buzz word, ma che ha un significato molto profondo).

Praticamente rinunciare in maniera “totale” ai prodotti animali potrebbe non essere, a lungo termine, la scelta più ecosostenibile per l’umanità intera.

[…] we demonstrate that under a range of land use conditions, diets with low to modest amounts of meat outperform a vegan diet, and vegetarian diets including dairy products performed best overall.

Il motivo è che il tipo di terra è diverso per produrre un cibo diverso e non tutti i tipi di dieta sfruttano questi terreni allo stesso modo. Il “fabbisogno a metro quadro di terra” per una dieta vegana è maggiore rispetto a diete in cui c’è qualcosa di animale (carne, uova, latte, etc.).

Detto in soldoni: se tutti volessimo mangiare i prodotti della sola Madre Terra non ce ne sarebbe abbastanza per poterlo fare. Con buona pace della sostenibilità c’è chi deve “sacrificarsi”.

WU (onnivoro soddisfatto)