Ridda

[…] Ma non appena l’uscio di spalancò e gli occhi di mio padre comparvero per quelle stanze ingombre, popolate dal disordine e dalla confusione di oggetti mai finiti e strani, egli sentì dentro di se il conforto di qualcosa che non conosceva compiutamente, ma che gli era senz’altro familiare. Mentre Attilio e Tonio si occupavano di illustrare a mia nonna la situazione dei loro crediti per avere l’autorizzazione alla vendita della sua vita, lui se ne andò in giro ad osservare gli insoliti macchinari, a cercare di comprendere il senso e l’uso, a entusiasmarsi per quella ridda di meccanismi, cose, oggetti, impianti che nel loro intreccio inestricabile gli ricordano i misteri delle annodature e le imprevedibili combinazioni con le quali è possibile imbrigliare la realtà. [Ugo Cesarelli, Un mare di Nulla]

Un pezzo bellissimo, uno stralcio di che mi trasporta in una realtà colorata in bianco e nero fatta di inusitati scenari e situazioni che mi sembrano solo parzialmente esasperare il nostro oggi.

Non ho letto il libro (e conto di farlo), ma volete sapere come mi ci sono imbattuto? Ridda? Ridda?

Altra parola (bellissima) sbucata fuori dalle pieghe della storia e che fatica a competere con barbarismi, neologismi e blog sgrammaticati come questo. Avete presente un movimento disordinato di cose, persone, suoni, etc.? Un turbinio di colori, ad esempio. Beh, è una ridda. Ridda di voci, ridda di oggetti, ridda degli affari, ridda di auguri, ridda di dicerie, e via dicendo. Movimento confuso, agitato e convulso. Cioè… una baraonda 😉 .

Torno alla mia ridda di inutili impegni quotidiani. Ed uso il termine con voluta accezione ironica e non di caos allegro e festoso (accezione originale del termine).

WU

PS. Per amor di cronaca (come se fosse un blog serio ed esaustivo), Ridda ha anche altre accezioni.

Dicesi di danza tradizionale italiana in cui si gira in tondo tenendosi per mano (una specie di girotondo??). Dicesi anche dell’apostasia (abbandono) dell’islam, punibile, neanche a dirlo, con la pena di morte.

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HAFE: high altitude flatus expulsion

We would like to report our observations upon a new gastrointestinal syndrome, which we shall refer to by the acronym HAFE (high altitude flatus expulsion). This phenomenon was most recently witnessed by us during an expedition to in the San Juan Mountains of southwestern Colorado, with similar experiences during excursions past. The syndrome is strictly associated with ascent, and is characterized by an increase in both the volume and the frequency of the passage of flatus, which spontaneously occurs while climbing to altitudes of 11,000 feet or greater.

Saremo pur stati qualche volta in montagna, no?! Forse non tutti a quote oltre i 3000-3500 km, ma vi siete mai accorti di variazioni nella quantità di gas che producete e conseguentemente siete costretti ad espellere a seguito dei vostri processi digestivi?
Personalmente no.

Eppure, un autorevole “studio“, che data ben il 1981, ha confermato che oltre i 3000-3500 km si tende a scoreggiare di più. Ah, beh.

Si parla di una vera e propria sindrome, caratterizzata sia dal volume che dalla frequenza delle flatulenze che spontaneamente avviene a queste quote. E’ per tutti gli escursionisti un’annosa questione. E come no, non avete mai visto che vanno tutti in quota con spray deodorante e calzoni di riserva?

Ma non vi preoccupate, scendendo sotto la quota indicata il problema rientra (ovvero non si scoreggia più?). E da qui ovviamente si può desumere che la sindrome sia causata proprio dall’espansione dei gas nel colon che è maggiore quando la pressione esterna è minore, ovvero ad alte quote. Troppo facile… In realtà vi sono altri autorevoli studi che asseriscono che la sindrome colpisce già a 2000 m e che il picco flatulento si raggiunge circa 11 ore dopo una rapida ascesa (prima erano, invece tutti costipati 😀 ). E quindi (?!) si può spiegare la sindrome e questo ritardo dando la colpa dell’abbondanza di scoregge alla diffusione della CO2 nell’intestino dal flusso sanguigno:

As the atmospheric pressure reduces, the gas that’s dissolved in the liquid will come out of that liquid. So essentially in the bowels, you’ll have more gas that will diffuse across into the gut and expand, obviously causing flatus.

Ma soprattutto il vero problema è che la sindrome HAFE rappresenta un significativo disagio significativo per tutti gli escursionisti che preferiscono camminare in montagna in compagnia.

Non sono serio, non ce la faccio.

WU

L’odore dei colori

Che odore ha il giallo? Ed il verde?

Benché possano sembrare semplicemente domande prive di senso (… nooo, ma dai?!) c’è chi ha invece preso la questione sul serio. Z. Howard ha infatti creato e sperimentato su se stesso (mi candido ufficialmente come beta tester) un affare che.. trasforma colori in odori.

Tanto per fare un po di confusione.

Per godere del crogiolo sensoriale devi indossare un bel mascherone ed una parure anello-bracciale. Il detector sul tuo dito identifica che colore gli stai proponendo. Manda il segnale ad un Intel Edison chip contenuto nel braccialetto che lo scompone nelle sue tre componenti fondamentali (Red, Green, Blue) e comanda l’apertura di tre tubi nelle proporzioni giuste. I tre tubi contengono tre oli essenziali che mescolati danno un odore al colore.

Rosso = pompelmo
Verde = tè
Blue = lavanda

Infine un paio di ventoline ti soffiano nel caso la mistura affinché sia ben mescolata e ben odorata.

Pare che un muro grigio non abbia un buon odore, mentre gli oggetti che tendono al blue hanno un ottimo odore (cioè, gli piace la lavanda?)

Geniale ed inutile. Perfetto

WU

PS. In realtà non è un’idea proprio a caso… La Sinestesia (no, non la figura retorica) è definita come quel fenomeno sensoriale tale per cui la stimolazione di una parte del corpo evoca sensi propri di un’altra. In realtà ce l’abbiamo un po tutti dato che i nostri sensi, seppur autonomi non agiscono proprio in maniera indipendente (e.g. se vediamo un lampo di aspettiamo di sentire un tuono, se vediamo un fuoco ci aspettiamo di sentire caldo, etc.). A livelli “patologici”, invece, la Sinestesia ci porta percependo uno stimolo (sentendo ad esempio un suono) a nette reazioni proprie di altri sensi (la vista?).

Nella sua forma pura è una malattia alquanto rara e di solito tramandata geneticamente. Nella sua forma più comune coinvolge grafema-colore, ovvero se associato un colore ad un simbolo, di solito un numero (2+2 = rosso). Come se il colore fosse percepito come una pellicola che ricopre completamente il numero.

Un problema, certamente, ma effettivamente anche una esperienza completamente nuova di vedere il mondo.

PPSS. Se volete testare (…ed infatti sono certo che non vede l’ora) il vostro livello di Sinestesia guardate l’immagine sotto a sinistra. Se siete in grado di distinguere al volo i 2 dai 5 allora siete messi bene (o male, dipende dai punti, e dai colori, di vista). I Sinestetiticiticitisti la vedrebbero tipo l’immagine a destra.

SinestesiaTest.png

Di che colore sono i corvi?

Mettiamoci a guardare gli uccelli per degustare alcuni assaggi filosofici.

I corvi, in particolare. Il primo è… nero. Anche il secondo, il terzo, il trecentoquarantaduesimo, il settecentosettesimo ed il millesimo lo sono (non che abbiamo mai contato, e forse neanche visto, mille corvi…). Diciamo che non sappiamo nulla (ed è il mio caso). Guardiamo fuori dalla finestra, vediamo alcuni corvi, sono neri. Ciò che sappiamo è che alcuni corvi sono neri. Nulla di più.

Dopo ogni osservazione, tuttavia, prende quindi sempre più piede ai nostri occhi la teoria che tutti i corvi sono neri. Eppure non potremo mai vedere tutti i corvi del mondo. Per arrivare ad asserire che non esistono corvi non neri, allora abbiamo due strade: generalizzare oppure andare a spiare tutti i corvi del mondo. Ovviamente delle due (anche accettando un po’ di incertezza probabilistica) possiamo solo provare a generalizzare.

Stiamo inconsciamente applicando il principio induttivo e ad ogni acquisizione di un nuovo riscontro empirico siamo sempre più convinti che la generale teoria sia vera: tutti i corvi sono neri. Dal particolare al generale.

paradossocorvi

Se ottengo conferme su conferme sono portato, coerentemente con il nostro innato principio induttivo, a generalizzare e a delineare asserzioni “universali”.
Bene, ma se tutti i corvi sono neri allora sto dicendo che: tutte le cose non nere non sono corvi (arrovellatevi, ma i due asserti sono logicamente equivalenti). Non ho fatto altro che mettere una doppia negazione: se non è nero, allora non è un corvo.

Ma così le cose si complicano… Se enuncio la mia regola universale in questo modo allora una banana gialla, un cocco marrone o un orso polare non fanno altro che supportare ulteriormente la teoria: non sono neri e non sono corvi. Quindi, magia del ragionamento induttivo (e della mente umana): mi basta guardare un pesce rosso per sapere che tutti i corvi sono neri.

Così però, anche ad occhio, sono andato un po’ troppo oltre, sono sfociato in un paradosso in cui potrei sapere che tutti i corvi sono neri senza averne mai visto uno!

E’ o non è un paradosso?

No, non lo è. Per uscirne DEVO accettare che anche osservare un gatto siamese è una prova del fatto che tutti i corvi sono neri, ma che la conferma che questa prova mi da è moto piccola data l’enorme differenza fra l’insieme dei corvi e quello dei non corvi (inteso come l’insieme degli oggetti non neri).

Secondo questa risoluzione, la conclusione dell’asserto è comunque paradossale poiché intuitivamente non diamo valore al fatto che una fragola ci possa dire che tutti i corvi sono neri, invece la prova ha (per il ragionamento induttivo) un valore, piccolo, piccolissimo, certo, ma non nullo.

Il procedimento logico induttivo (ovvero l’approccio con cui costruiamo gran parte delle teorie fisico-matematiche), quello che impariamo guardandoci attorno (e che assumiamo valido anche per ciò che non abbiamo visto direttamente), ciò che fondamentalmente differenzia una scimmia da una falena, ha dei profondi limiti (o piuttosto ce li ha la sua applicazione indiscriminata). Eppure senza non possiamo vivere, che il sole sorgerà domani, che domani l’aria sarà ancora respirabile e via dicendo lo assumiamo solo in base alle nostre innati doti induttive.

Eppure molti ragionamenti errati del nostro senso comune, inclusi rituali e superstizioni, derivano semplicemente da errate generalizzazioni induttive (forse inconsce) di fenomeni che sono fondamentalmente tra loro non correlati, quindi prive di alcun significato…

WU

PS. Quindi da questo post potere asserire che ogni 16 del mese questo blog parlerà di corvi. No?!?

PPSS. Per completezza, il paradosso fu introdotto negli anni ’40 da C.G. Hempel e le varie argomentazioni e relative varianti si sono susseguite dal 1958…

Filosofia da muretto

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Come vorrei far mie (e non semplicemente ripetere o ridere di) queste parole. Mi accorgo (in rari momenti di lucidità tra una pausa e l’altra di una razionalmente ingustificabile routine) da solo che se “temessi un solo giorno per volta” e mi “accontentassi di non essere infelice” avrei gia risolto gran parte dei miei pseudo-problemi.

Più facile a dirsi, o meglio a leggersi, che a farsi. Finisco per arrovellarmi spesso su cose che sono troppo in la nel tempo e quindi, per definizione, scenari ipotetici. Oppure passo ore (specialmente in quelle lunghe notti insonni) a chiedermi cosa “desidero di più per essere felice”.

Elaborare una nuova filosofia è uno di quei punti di svolta nella vita di un uomo. Elaborarla in maniera che la si possa applicare almeno una volta è un lusso di pochi, se poi è anche una filosofia che ci aiuta addirittura ad imparare a vivere allora siamo davvero desitinati a saper rispondere a domande tipo “la vita è difficile, vero?”.

Meno male che basta un muretto (o una cena) ed un amico per rispondere, in maniera egregia, a questi quesiti.

WU

Pantouflage

Non dico di certo nulla di nuovo se faccio notare l’abuso di espressioni straniere nella lingua italiana, incluso  per qui concetti che dovrebbero essere propriamente nazionali. Noi abbiamo un jobs act, ed abbiamo discusso (eufemismo) sulla stepchild adoption.

Ora, tralasciando lo scempio che si fa di questi termini, le pronunce inascoltabili, la dislessia sovrana nello scriverli e gli abusi fuori contesto, credo che il vero motivo per cui li usiamo (specialmente in ambito economico-politico nazionale) sia chiaro: nascondere il vero significato. Una specie di barriera linguistica che ergiamo a copertura del vero senso di ciò di cui stiamo parlando e che ci consente al contempo di riempirci la bocca come se fossimo europeisti convinti e di larghe vedute.

Questo lungo sproloquio per fare da cappello a … pantouflage.

Ma che è?! Semplicemente la regolamentazione del passaggio di alti funzionari statali a ditte private.

I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed e’ fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti [Legge 190/2012]

L’intento è chiaramente quello di ridurre il rischio di corruzione in situazioni connesse all’impiego del pubblico dipendente successivamente alla cessazione del rapporto di lavoro. L’unica cosa che apprezzo (dati i lampanti risultati che abbiamo essendo penultimi, grazie Bulgaria!, in Europa nella classifica europea dei Paesi con il più basso grado di corruzione percepita) è che il termine vuol dire… mettersi in ciabatte. Ovvero: mentre nella pubblica amministrazione lavoravi, nel privato ti sei messo a riposo ;).

Credo, piuttosto, che il vero vantaggio derivi dal semplice fatto di aver “lavorato ai vertici” e che è sempre possibile trovare l’escamotage (per rimanere nei francesismi). Non credo vi siano termini che possano nascondere la predisposizione d’animo.

WU

PS. Il termine di origine francese (ma dai?!) nasce con riferimento agli studenti dell’École Polytechnique o dell’École nationale d’administration che riuscivano ad ottenere un lavoro presso ditte private (vanificando gli investimenti pubblici in istruzione e formazione della dirigenza pubblica).

Nella sua accezione moderna il termine è utilizzabile in molteplici situazioni nelle quali c’è una sorta di passaggio fra funzioni (decisionali) pubbliche e private, incluso il passaggio di politici ad incarichi privati dopo la perdita di elezioni o la fine di ministeri…

In inglese, specialmente nel contesto economico, lo stesso concetto è espresso da revolving door. Esci da una porta ed entri in un’altra. Tagliente. L’equivalente giapponese è amakudari, letteralmente “discesa dal paradiso o dal cielo”. Poetico.

revolvingdoors.png

 

Black is black

Prima si diceva “nero come la pece”. Ora dovrebbe dirsi “nero come il vantablack”. Mi suona strano, e mi guarderebbero ancora peggio… ma è così!

Il Vantablack è il “materiale più nero mai prodotto dall’uomo”. E’ nero, ma così nero che non lo vedi neanche (al buio 🙂 ). In realtà è come se non lo vedessi direttamente, ma lo percepissi dallo spazio attorno ad esso… tipo un buco nero?

vantablack.png

E sapete in base a cosa lo dico? Assorbe il 99.965% della luce che lo colpisce (a 700 nm se vogliamo essere precisi). Una specie di corpo nero tangibile!

E’ stato realizzato dalla Surrey NanoSystem ed è composto da svariati nano tubi (… del diametro di un capello/10000…) di carbonio cresciuti su un foglio di alluminio, allineati verticalmente e molto compressi, così tanto compressi fra loro da impedire alla luce di scappare.

Il che ce ne facciamo è sempre una domanda a doppio taglio. Ad ogni modo vi sono diverse applicazioni in cui “una cosa nera” è fondamentale per calibrare strumenti ed attrezzature, ad esempio vernici stealth telescopi spaziali (anche se sono certo che di nero se ne può trovare in quantità lassu…) e telecamere. In particolare è fondamentale per prevenire il rumore strumentale dovuto a luce non voluta (effetto straylight).

Il materiale, inoltre, ha anche eccellenti proprietà termo-meccaniche, infatti conduce calore sette volte e mezzo più efficacemente del rame ed ha una resistenza alla trazione dieci volte quella dell’acciaio. Non male…

Ah, il fatto che è estremamente costoso non vale la pena che lo dica, vero? D’altronde deve essere particolarmente caro dato che anche l’azienda preferisce non parlare apertamente di costi. Eppure è in “produzione” dal 2014 e pare che le richieste siano cospicue…

Ma soprattutto, Vantablack non suona come il nome di un anti-eroe Marvel? Oltre al fatto che qui un Paint it Black alla Jagger ci starebbe benissimo.

WU

PS. Vantablack = Vertically Aligned carbon Nano Tube Arrays black