Penitentes

I penitenti (io? noi? sicuramente più di quelli che effettivamente lo fanno).

Ma, prima che io parta con divagazioni sociali opportunamente fuori luogo, facciamo che mi concentro sul concetto di questa parola che ho trovato, come natura vuole, per puro caso oggi.

I frati con quei lunghi cappucci bianchi davano proprio l’idea di essere dei penitenti (e non voglio illaizonare che lo fossero solo in parte), ma da questa immagine il termine è subito passato ad identificare delle strane conformazioni di … ghiaccio.

Esatto, esistono (io, con questi due occhietti non li ho mai visti) delle specie di coni di ghiaccio alti ed appuntiti che ricordano molto i cappelloni dei suddetti frati. Ne ereditano il nome e, forse, il loro monito alla nostra penitenza (così il termine mi piace molto di più).

Quando il punto di rugiada (il punto oltre il quale si ha la presenza di solo vapore ed al di sotto del quale coesistono lo stato liquido e quello gassoso) è costantemente sotto zero accade che il ghiaccio sublimi; ovvero non passi dallo stato solido a quello liquido, ma direttamente a quello aeriforme. Quando tale processo si innesca, in un blocco di ghiaccio iniziano a formarsi picchi e concavità. Su queste ultime i raggi solari (e tutti gli altri fattori atmosferici) accentueranno ulteriormente l’evaporazione del ghiaccio, mentre sui picchi, sempre più fini e solitari, il processo sarà sempre più blando.

penitentes

Il risultato è un campo di penitentes in cui queste strutture giacciono tutte una accanto all’altra, senza parlarsi e con il capo chino (mi piace questo mischione di concetti che sto facendo…).

Non li vedremo dalle nostre parti e nei climi temperati, ma oltre i 4000 metri, dove difficilmente vi saranno penitenti di altra sorta a zonzo, sono abbastanza comuni.

E lo sono ancora di più su altri mondi. Su Plutone, freddo e lontano dal Sole, i penitentes potrebbero (pare e condizionali a iosa… qui si parla di simulazioni, non osservazioni) raggiungere altezze anche di 500 metri separati da valli di 4000 metri! Praticamente come vedere delle sculture di ghiaccio enormi (ed uno scenario un po’ anche da casa di Frozen).

WU

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I neuroni dello spirito

La spiritualità ha radici fisiche, o meglio psichiche.

Sarà anche vero, ma il sol fatto di saperlo (e/o di sapere che qualcuno lo ha studiato) fa già perdere un po’ dell’area di mistero e magia che avvolge questa parola… ma evidentemente solo a me.

Quell’aurea di superiore e trascendente che avvolge tutto ciò che non capiamo fino in fondo, che sia in qualche modo attinente a ciò che è più grande di noi, è un parto della nostra mente e non della nostra anima (qualunque accezione vogliate dare a questa parola).

Più precisamente è un parto della nostra corteccia parietale (almeno secondo questa ricerca), che è quell’area anche legata alla consapevolezza che abbiamo di noi e degli altri. E’ la stessa area che elabora le nostre emozioni e da un senso “personale” a ciò che i sensi collezionano.

Across cultures and throughout history, human beings have reported a variety of spiritual experiences and the concomitant perceived sense of union that transcends one’s ordinary sense of self. Nevertheless, little is known about the underlying neural mechanisms of spiritual experiences, particularly when examined across different traditions and practices. By adapting an individualized guided-imagery task, we investigated neural correlates of personally meaningful spiritual experiences as compared with stressful and neutral-relaxing experiences. We observed in the spiritual condition, as compared with the neutral-relaxing condition, reduced activity in the left inferior parietal lobule (IPL), a result that suggests the IPL may contribute importantly to perceptual processing and self-other representations during spiritual experiences. Compared with stress cues, responses to spiritual cues showed reduced activity in the medial thalamus and caudate, regions associated with sensory and emotional processing. Overall, the study introduces a novel method for investigating brain correlates of personally meaningful spiritual experiences and suggests neural mechanisms associated with broadly defined and personally experienced spirituality.

L’ “esperimento” si è svolto su un campione di 27 persone (tutte del Connecticut, tutte della stessa estrazione sociali e di simili esperienze… devo dire che ne penso?) in buono stato di salute. A ciascuna è stato chiesto di raccontare un episodio spirituale della propria vita e dopo una settimana sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica mentre una suadente voce femminile gli leggeva l’esperienza da loro stessi descritta.

Quando “gli intervistati” sentivano la voce fargli rivivere le loro esperienze spirituali, mostravano tutti una ridottissima attività nella parte della consapevolezza di se e degli altri e della rielaborazione delle sensazioni ed emozioni (lobo parietale inferiore sinistro, talamo e nucleo caudato).

Il risultato è quindi che l’area più attiva della corteccia parietale sia quella in cui hanno sede le nostre esperienze “con l’eterno”, “con lo spirito”.

Ripeto, che dare un senso fisico a queste esperienze mi mette un po’ di tristezza, anche se capisco che per amor di conoscenza siamo pronti a scardinare molte sfumature/certezze/ripari sicuri del nostro animo… compresa la spiritualità.

WU

La nostra teiera

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che –posto che la mia asserzione non può essere confutata– dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità, ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

If I were to suggest that between the Earth and Mars there is a china teapot revolving about the sun in an elliptical orbit, nobody would be able to disprove my assertion provided I were careful to add that the teapot is too small to be revealed even by our most powerful telescopes. But if I were to go on to say that, since my assertion cannot be disproved, it is an intolerable presumption on the part of human reason to doubt it, I should rightly be thought to be talking nonsense. If, however, the existence of such a teapot were affirmed in ancient books, taught as the sacred truth every Sunday, and instilled into the minds of children at school, hesitation to believe in its existence would become a mark of eccentricity and entitle the doubter to the attentions of the psychiatrist in an enlightened age or of the Inquisitor in an earlier time.

Mi sono imbattuto in questa frase di Russel mente cercavo tutt’altro (precisamente qualche dettaglio sull’organizzazione sociale dei formicai) e mi è rimasta li a gironzolare nella mente. Credo, più che altro per l’utilizzo della teiera.

Continuando a leggerla, comunque, non posso che rimanerne affascinato dalla chiarezza… oltre che dalla verità.

Se vogliamo che una cosa venga etichettata come un’emerita cazzata il modo migliore è proprio quello di venderla come una verità assoluta. Dire che non se ne può dubitare, che è un atto di presunzione, che sarebbe una mancanza di fiducia.

Si, siamo fatti così, le imposizioni mal le digeriamo… soprattutto se sono dei nostri simili, i.e. di coloro a cui non riconosciamo doti che noi non potremmo avere (si, l’umiltà non è elemento fondante della nostra natura).

Tutt’altra storia se queste (che rimangono sempre “imposizioni” di una qualche sorta) vengono da lontano, da molto lontano. Dalla notte dei tempi, da libri autorevoli, da nomi rinomati e via dicendo. Si vestono automaticamente di un’aurea di saggezza e verità che ci porta a non dubitarne, indipendentemente dalla loro realtà (o realisticità).

Beato chi ha una mente tanto ardita da levarsi di dosso gli occhiali dell’imposto. Dubitate/dubitiamo di tutte le verità preconfezionate. O almeno proviamoci.

WU

Where is everybody? Here.

Non siamo soli nell’universo (e se non ho iniziato almeno un altro post così… shame on me!). O forse si. Oppure no. Oppure … boh. Ma in ogni caso, se ci sono questi benedetti alieni, dove sono?

La domanda, indipendentemente dal credo sulla vita extra terrestre, è legittima; se ci sono civiltà extraterresti perché finora non si sono palesate? E’ un paradosso bello e buono.

Conosciamo circa 2 miliardi di galassie simili alla Via Lattea, ciascuna ospita qualche centinaia di miliardi di stelle ed ognuna di esse è un potenziale sistema planetario con tanto di possibilità di ospitare vita al di fuori della nostra palla azzurro-verde. Diciamo che le possibilità che vi sia vita al di fuori delle fortunate circostanze che l’hanno consentita sulla nostra Terra sono decisamente alte.

Assumendo che esista (attenzione attenzione…) una qualche forma di vita extra (non necessariamente abbastanza evoluta, ovvero abbastanza indietro nella scala di Kardasev), dove sono? Il paradosso di Fermi è fertile terreno per diverse teorie:

  • non ci sono forme di vita evolute
  • sono in letargo
  • hanno ostacoli di varia natura che gli impediscono di contattarci/visitarci
  • cercano di non influenzarci
  • non comunicano o non vogliono farlo con noi
  • non siamo in grado di ricevere le loro comunicazioni
  • sono tra noi
  • si sono estinti
  • oppure… “First in, last out

“First in, last out” solution to the Fermi Paradox: what if the first life that reaches interstellar travel capability necessarily eradicates all competition to fuel its own expansion?

Si, il fertile terreno ha dato vita ad un’altra affascinante, suggestiva ed un po’ agghiacciante teoria. Quando una civiltà diventa in grado di compiere un viaggio interstellare (altrimenti come farebbero a visitarci?) inevitabilmente vuol dire che ha raggiunto un grado di evoluzione così elevato che altre civiltà inferiori destano poco interesse.

E’ un poco come l’interesse che può avere per noi un formicaio mentre costruiamo un palazzo o un nido di api durante i lavori per un aeroporto… zero?

Praticamente queste civiltà aliene (se esistono) non dovrebbero necessariamente essere armate di cattive intenzioni per distruggerci (come facciamo noi nei contesti di cui sopra con il formicaio o l’alveare). Semplicemente non ci cercherebbero e se siamo d’intralcio al loro piano di espansione ci cancellerebbero, forse senza neanche accorgersene.

This problem is similar to the infamous “Tragedy of the commons”. The incentive to grab all available resources is strong, and it only takes one bad actor to ruin the equilibrium, with no possibility to prevent them from appearing at interstellar scale.

E si può andare ancora oltre. E se invece di essere noi le api o le formiche fossimo i conquistatori? Ovvero, se fossimo noi dalla parte dei conquistatori che un domani finiranno per cancellare qualche civiltà extraterrestre “inferiore” soli perché d’intralcio senza neanche farci caso?

The only explanation is the invocation of the anthropic principle. We are the first to arrive at the stage. And, most likely, will be the last to leave. The important difference between this proposal and “rare Earth”- type solutions is that human primacy is explained by the anthropic principle alone and not through additional assumptions.

Another interesting implication concerns the predictability of life at large scales. The hypothesis above is invariant of any social, economic or moral progress a civilization might achieve. This would require the existence of forces far stronger than the free will of individuals, which are fundamentally inherent to societies, and inevitably lead it in a direction no single individual would want to pursue.

Siamo noi, in questo scenario, la soluzione del paradosso. Qualcosa tipo: gli altri siamo noi…

WU

Some bugs never smile

Oggi, nel solito percorso cittadino con l’auto, ho fatto attraversare nell’ordine: un ragazzino con un bello zaino colorato, una signora intacchettata di mezza età, una coppietta (non so se italiani o stranieri, ma vedendo la loro tenuta il dubbio mi viene) ed un incanutito signore con un cane al guinzaglio.

Nessuno mi ha ringraziato (non che fosse dovuto), uno ha alzato una mano in cenno di ringraziamento (o per sincerarsi che non lo buttassi giù), ma di certo non ho visto nessuno sorridere. Neanche un’abbozzo; che so’, una smorfia della bocca.

Mi sono effettivamente sentito come Snoopy qui, anche se non con la sua stessa, immancabile verve.

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Non dico ridere (d’altra parte perché avrebbero dovuto?), ma almeno uno di quei sorrisini di cortesia che si fanno anche agli sconosciuti.

Vuoi che siamo oberati, spesso sovra pensiero (ah, quasi dimenticavo di aggiungere un particolare impostante alla statistica odierna: a parte il tizio con il cane ed il lui della coppietta erano tutti con il cellulare in mano…), ma ho un po’ l’impressione che stiamo perdendo la nostra capacità di ridere.

Non intendo ridere in un contesto che lo richiede(rebbe), e lascio a ciascuno la sua personale definizione di ciò, ma ridere/sorridere estemporaneamente, all’improvviso, all’impronta. Anche senza motivo se volete; “il riso abbonda sulla faccia degli stolti” rimane vero ed applicabile, ma non esageriamo con l’applicazione dell’ “abbonda”.

Un sorriso significa tipicamente più per chi lo riceve che per chi lo fa, ma farlo fa bene alla salute ed allo spirito.

E facciamocela una risata (noi, che rimaniamo un ottimo esempio di bugs…).

WU

PS. Mi richiama alla mente questo vecchio post

Pania

Molliccia, vischiosa, amalgama di vischio e bacche. I tutto cotto a puntino fino a fare una matassa vischiosa e tenace.

E la pania (ode alla mente dell’uomo geniale che ha iniziato ad industriarsi quando la natura gli ha messo dinanzi le prime sfide) non è una specie di colla vegetale inventata per diletto.

Opportunamente cosparsa su fuscelli o bastoncini, la pania realizza trappole perfette per piccoli volatili che, una volta posate le delicate zampette sull’appiccicosa rametto, hanno ben poca speranza di svolazzare ulteriormente.

Materia tenace, prodotta da bacche di vischio frutice, che nasce sopra i rami d’alcuni alberi, e per lo più sulle querce, e su’ peri, e su’ castagni, colla quale impiastrando verghe, o fuscelletti, si pigliano gli uccelli, che vi si posano sopra; e le verghe così impaniate si dicono Paniuzze

L’estensione alle vicende umane è d’obbligo (oltre che storicamente già sottolineata). La pania identifica per estensione anche quel tipo di attrazione amorosa che attrae così profondamente da legare indissolubilmente, quasi imprigionare, i due amanti.

Estendiamo ancora oltre; un rapporto così vischioso ha molti punti in comune con una trappola, con un raggiro. In un atteggiamento incantatore l’insidia è dietro l’angolo.

Chi mette il piè sull’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non ‘inveschi l’ale: ché non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale; e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? [L. Ariosto]

Schivando le panie della vita.

WU

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU