Punto Nemo

Vicino eppur lontano; anzi, lontano e basta.

C’è un punto sulla superficie del nostro globo che si trova più vicino agli astronauti che a qualunque altro essere vivente piantato con i piedi per terra.

Dovremmo recarci (… circa 15 giorni di navigazione in pieno Oceano Pacifico) alle coordinate 45º52.6S, 123º23.6W per trovarsi … nel bel mezzo del nulla. L’isola più vicina dista circa 2700 km; a Nord l’Isola di Ducie (Isole Pitcairn), a Nord-Est l’isola Motu Nui (vicino l’Isola di Pasqua) e a sud l’isola Maker (a largo della Terra di Marie Byrd in Antartide).

Quindi (a parte le rare navi e le accanite competizioni che passano da quelle parti) quando la stazione spaziale internazionale passa sopra queste coordinate effettivamente qualcuno di “vicino” c’è.

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Tecnicamente, il punto Nemo è stato “scoperto” nel 1992, quando l’ingegnere croato-canadese, Hrvoje Lukatela, lo ha individuato con un programma di georeferenziazione considerando che, essendo la Terra tridimensionale, il punto più remoto dell’oceano doveva essere equidistante da tre diverse linee di costa… da qualche parte nel nostro oceano più vasto.

Ovviamente la caratteristica del punto non è passata inosservata. Perché non farne un grazioso cimitero spaziale per i nostri detriti(ovvero: perché non andare a rompere le scatole anche all’angolo più remoto del pianeta)? I satelliti, solo quelli in orbita bassa attorno alla Terra, a fine vita che hanno la fortuna (e non so ancora quando potrà durare la pacchia) di avere un rientro controllato sono indirizzati verso questo punto. In maniera che tutti i pezzi, più o meno piccoli, che non si bruciano rientrando nell’atmosfera almeno non colpiranno (certamente, aggiungerei) nessuno. Diciamo che le piccole (sperabilmente) parti che raggiungo la superficie della Terra vanno a fare una specie di doccia di stelle cadenti dove nessuno la può ammirare (questa una visione, forse, un po’ troppo poetica).

Ad ogni modo quando un bussolo spaziale rientra si frammenta in moltissime parti (ricordiamoci che anche se piccole viaggiano a km/s!) che poi “piovono” sulla superficie, motivo per cui il cimitero di cui abbiamo bisogno deve essere (e fortunatamente Nemo lo è) piuttosto vasto; l’area in questione è priva di isole abitate per circa circa 17 milioni di chilometri quadrati!

Qui giacciono almeno 260 veicoli spaziali indirizzati fra il 1971 ed il 2016. Qui riposano in pace (di silenzio ce n’è a iosa) i resti della MIR, qui giaceranno (forse e sperabilmente) i resti della Tiangong-1. Quest’ultima è stata infatti dichiarata fuori controllo lo scorso anno e si prevede che rientri già i primi del prossimo anno. La speranza (… e come sappiamo chi vive sperando…) è che l’agenzia spaziale Cinese si occupi di farla rientrare con l giusto angolo per massimizzare l’incenerimento nell’atmosfera e minimizzare i rottami che potrebbero colpirci, se poi “mirano” anche il punto Nemo…

WU

PS. Di “poli dell’inaccessibilità“, anche per terre emerse nei 5 continenti ce ne sono a volontà.

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Zündapp Janus: autovettura bifronte

Raccontiamo questa storia, un po’ triste, forse, ma fulgido emblema di come l’arguzia è stimolata dalla necessità. Il risultato, però, non deve essere per forza un successo…

Giano bifronte. Due facce che guardano in due direzioni diverse.

Solo che se tenti di applicare la “conformazione” ad una automobile ti viene fuori una piccola forma a trapezio con sedili rivolti nelle due direzioni. Guardiamo il traffico dai due lati, come se avessimo l’opportunità di guardare il mondo da due direzioni diverse.

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La Zundapp, casa produttrice di motocicli con sede a Norimberga, si è trovata davanti ad una importante flessione di vendite dei mezzi a due ruote. La naturale (?), ed assolutamente condivisibile, opzione fu quella di guardare al mercato delle quattro ruote. E così si diede il via ad una serie di “concept” per lanciare sul mercato un oggetto che fosse innovativo … e più confortevole di una motocicletta.

Nel 1957 il progetto vide la luce con la Janus (Giano, appunto). Un “entra ed esci” caratterizzata da una doppia portiera davanti e dietro, sedili “schiena contro schiena”, e diciamocelo, una bruttezza un po’ generalizzata.

La macchinina (che effettivamente sembra un po’ un modellino) era completata da un motore da 250cc a 14 cavalli (quello, ovviamente, di uno scooter prodotto dalla stessa casa), che le consentiva di raggiungere una velocità massima di circa 80 km/h… in un sacco di tempo.

Il progetto, non propriamente definibile come di successo, si chiuse nel 1959 (solo 2 anni dopo) con “ben” 6902 esemplari venduti.

Forse era un modello che guardava troppo avanti (… ed indietro) per quei tempi. Oggi, magari con una rivisitazione stilistica un po’ più accattivante (e meno da utilitaria fai-da-te) ed un motore decente credo potrebbe essere una simpatica alternativa cittadina (ve li immaginate i passeggeri che scendono sul cofano dell’auto parcheggiata dietro?).

WU

PS. La Zündapp dopo l’abbandono del progetto chiuse i battenti e cedette lo stabilimento di Norimberga alla Bosch…

Problemi di prospettiva

Dare la colpa a qualcosa, meglio se fuori dalla nostra giurisdizione, è lo strumento della natura umana per illudersi di mettersi al riparo dall’incertezza del futuro.

Le prospettive, ad esempio. E’ assolutamente certo (ne ho sproloquiato già a caso più e più volte, e.g. qui e qui) che le cose cambiano dal punto di vista dal quale si guardano. Cerchiamo di fare un passo ulteriore.

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Una prospettiva “dal basso”, come stando stesi su questo pavimento di Lloyd, certamente esalta la difficoltà delle cose; altro che montagne di impegni, stando sufficientemente bassi è come non veder mai la fine neanche di uno spillo. Una prospettiva “dall’alto”, d’altro canto, sembra schiacciare tutte le basi e le fondamenta su cui una certa soluzione (ottimisticamente intesa come la cima “della montagna”) si erge.

In fin dei conti in entrambi i casi non si percepisce la vera “altezza” del problema, ed in assenza di questa mal si valuta il piano di azione; indipendentemente “dall’ampiezza dell’orizzonte delle possibilità”.

Guardare il cielo, ad esempio, lo si può fare da diverse prospettive, dal prato all’aereo, ma solo guardando le nuvole in faccia si capisce quanto sono pesanti/leggere (… e foriere di pioggia).

Forse stare in piedi (spalle dritte solo per i più coraggiosi) è la prospettiva migliore. Difficile.

WU

PS. “Guarda le cose da un’altra prospettiva”, “Cerca di cambiare prospettiva”, “Allarga le tue prospettive”, etc. etc. Tutto giustissimo, tutte parole. Non mi spiacerebbe alzarmi dal pavimento in cui Lloyd mi relega per dare una profondità alle cose e per cogliere gli aspetti nascosti delle situazioni. Provarci, in questo caso, è una magra consolazione che non da alcun risultato.

Il cavallo che non era un cavallo

E non era un asino, un puledro e neanche un mulo. Era una nave. Eh?! Procediamo (tentiamo) con ordine.

Sui banchi di scuola ci hanno insegnato per generazioni che Ulisse era un pozzo di astuzia, almeno secondo Omero prima e Virgilio poi. Questi, addirittura su ispirazione della dea Atena, dopo una decina di anni di assedio della città di Troia ebbe un’idea per un brillante escamotage.

Fingendo la resa e simulando il rientro in patria, i Greci lasciarono sulla spiaggia, proprio dinanzi alle mura di troia, un cavallo di legno. L’oggetto era mastodontico e cavo ed al loro interno nascondeva i guerrieri più valorosi fra gli achei (… e mi sono sempre chiesto come facessero a stare tutti ammassati nella pancia del ligneo equino con i loro scudi, lance e corazze).

Il cavallone fu fatto passare per un dono dei Greci ad Atena per placarne l’ira causata dalla profanazione del suo tempio ad opera di Ulisse. Ovviamente davanti al dono per una divinità non puoi tirarti indietro, ed i Troiani sfondarono addirittura parte delle loro solide mura (bella ricompensa per aver resistito ad una decade di assalti) per far entrare il cavallo nella loro città. Il resto è “storia”, ed anche delle più cruente dato che nottetempo i Greci fuoriuscirono dal “dono” e con fuoco e sangue conquistarono la città.

Il tutto con un cavallo? Se lo dice la leggenda…

Non ho detto nulla di nuovo (e ciò già di per se non è una cosa nuova), ma bisogna aggiungere che Omero era un vecchio “lupo di mare”. Sia nell’Iliade che nell’Odissea da estrema perizia di conoscenze navali e marinaresche. E beh?!

La stessa conoscenza di cose nautiche forse non era applicabile a tutti i suoi “discepoli” che vedendosi dinanzi testi tecnici li tradussero più che altro letteralmente. Da questi tecnicismi si apre lo scenario per un colossale e millenario errore di traduzione (che è a sua volta un cavallo di Troia per far entrare un po’ di magia nella fortezza inespugnabile della nostra razionalità). E lo stesso vale/varrebbe per il nostro cavallo (almeno secondo questa interessante teoria dell’archeologo F. Tiboni).

Hippos, era in origine. Ed in greco, ovviamente, Hippos, sta per cavallo. Ma (e finalmente c’è un ma) Hippus era anche un maestro d’ascia fenicio che inventò un tipo di imbarcazioni fenice dotate di una polena caratteristica ed evocativa: una testa equina. Imbarcazioni chiamate in gergo navale (almeno ai tempi di Omero) Hippos, appunto.

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Che poi se ci azzardiamo a mettere un attimo da parte la legenda e far appello di un po’ di logica, avrebbe anche più senso. Che i Greci, davanti alle mura di Troia, si mettono a costruire, magari senza essere visti o dare nell’occhio, un giga-cavallo? Sulla spiaggia dinanzi troia forse sta meglio una nave che un cavallo. Nelle viscere della nave è forse più facile nascondere orde di soldati invece che nel pancione del bestio? Navi colme di doni per placare le ire degli dei sono forse più sensate, ed all’epoca più comuni, di “cavalli di Pasqua”.

Col senno di poi tutto è più ragionevole (e non dico facile). Non ho basi decenti per giudicare la teoria, ma a naso la trovo assolutamente calzante. Non smetterò però di raccontare la magia del cavallo di Troia.

WU

Statistiche

e ci volevo aggiungere “inutili” nel titolo. Mi sono astenuto, ma lo penso.

Inutili, evidentemente non per chi le fa (e per il compenso che riceve) ne per chi da la risposta di rito o di cortesia, ma inutili per chi le legge in prima battuta, ed a seguire per chi spera di leggerci aruspici per il futuro.

Ad ogni modo, queste fantastiche statistiche abbondano, e se ce le hai sotto mano sue ragionamenti a caso ce li puoi fare (il cui valore è evidentemente proporzionale all’inutilità della statistica stessa).

Italia, un po’ tutti, 1309 persone da 15 anni in su, pretese di letture generazionali.

  • A che età una persona è vecchia?
    Ma che ca##*#* di domanda è. Io personalmente a 355.4 anni. Oppure in base alla media degli anni bisestili vissuti moltiplicati per il tempo perso. No, non ce la faccio a prendere queste domande seriamente. Ad ogni modo, secondo la statistica, a 76 anni. Ah, stranamente, chi è già abbastanza vicino a tale età (campione con età maggiore di 72 anni) ha sparato un bel 80…

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  • lei in che misura direbbe di sentirsi solo?
    La risposta va data in unità di misura di peso, lunghezza o tempo? Sono troppo ingegnere? E va bene, allora diamola in percentuale. Ah, beh, allora… Il numero magico in questo caso è 30%. Anche qui, stranamente, chi vive una fase della vita in cui è potenzialmente autosufficiente e con una potenziale famiglia (o assimilabili) avviata dichiara un bel 18% (vuol dire poco soli, no?!), mentre i “millenials” sparano un altissimo 39%. Mi serviva la statistica.

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  • Quanta fiducia prova nei confronti del futuro? E di internet? E nell’Europa? E nella globalizzazione?
    Mia nonna mi avrebbe chiesto di includere anche il Festivàl nel sondaggio. Annovero fra i punti notevoli:

    • se hai più di 72 anni hai meno fiducia nel futuro (un misero 27%), inaspettato
    • se sei un millenials o sei un fruitore accanito di google (dalla rete) la tua fiducia in internet è nettamente maggiore la media. Chissà come mai… Forse perché internet ti ha dato l’opportunità di partecipare a questo sondaggio?
    • la fiducia nell’Europa di tutti coloro che sono in età lavorativa (i.e. si sbattono) è bassissima, fortunatamente la media pesata tiene conto di ciò…
    • ha fiducia nella globalizzazione solo chi la legge come parola su un monitor. Ciò alza, ingiustamente, la media del relativo sondaggio.

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“le passioni tiepide”, bah… le passioni hanno il calore e la forza che ciascuno gli da, non quello che gli attribuiscono valori medi e dispersioni: “stato ponderato in base alle variabili socio-demografiche (margine di errore 2.7 %)“… no comment.

WU

Il kilogrammo di Plank

Nulla è più come prima (… e come mi sento vecchio in questi asserti) dalla nonnina che cuce sull’uscio di casa al chilogrammo. Eh ???

Si, neanche il nostro punto di riferimento per vacui discorsi da palestra o da macellaio è destinato a rimanere quello di un tempo, a partire dal 2019 un kilo non sarà più un kilo (cioè si, sarà sempre lui, ma non più fisicamente lui). E, forse, meglio così … no, non per la gioia dei fautori del sistema imperiale britannico.

In origine era un cilindretto di platino-iridio (conservato a Parigi come ci insegnano a scuola) che portava sulle sue spalle la responsabilità di tarare tutte le bilance del mondo. Un ruolo decisamente poco invidiabile per il piccolo oggetto che porta comunque egregiamente avanti da circa 130 anni. Per alleviarne le sofferenze, nel 1889 furono prodotti 18 campioni destinati ad essere identici (e già l’uso di questa parola non può che far storcere il naso) al cilindretto originale per essere distribuiti nei vari paesi affinché vi fossero più riferimenti quando si parla di Kg, gr, hg e simili. Ovviamente la precisione e la misura della massa si riflette direttamente su tutte le grandezze che da essa dipendono (e non sono poche), e.g. densità, candela, ampere, mole, etc.

Periodicamente tali “copie” fanno un viaggio a Parigi per essere confrontate con l’originale (o meglio, anche qui, con copie di lavoro dell’originale). Ovviamente il paragone non è come quando andiamo dal fruttivendolo. I campioni sono conservati sotto teche stagne, vanno lavati con acqua bi-distillata e speciali solventi, non vanno sfregati per non rimuovere materiale ed astuzie del genere. Inoltre una volta ogni 40 anni, il cilindro dei cilindri, il chilogrammo originale, viene rimosso dalla sua teca per fare un’ulteriore paragone con i 18 esemplari e con le sue copie di lavoro.

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Beh, il punto è che nonostante tutte queste copie ed accortezze, il chilogrammo padre ha perso circa 50 microgrammi rispetto a tutti gli altri. O meglio, la differenza è di 50 microgrammi, ma che sia lui ad aver perso peso o gli altri ad averlo preso non ci è dato saperlo. Il meccanismo che ha causato tale variazione di peso non è affatto chiaro, mentre è chiaro che questo macchinoso sistema è intrinsecamente impreciso. Ah, la precisione richiesta per queste misure? Venti parti su un miliardo…

Il problema è superabile modificando il riferimento del chilogrammo da un campione fisico ad una grandezza fisica universalmente misurabile, come ad esempio la forza elettromagnetica, esprimibile a sua volta in funzione della costante di Plank (finalmente una grandezza universale!). La bilancia di Kimble è praticamente una bilancia a due bracci; su uno dei due viene posizionato un peso , mentre l’altro è lasciato vuoto ed il peso è controbilanciato da una corrente elettrica che scorre in un un filo immerso in un campo magnetico. La misura della corrente (che è poi la precisione nella misurazione della costante di Plank, ovvero di decine di parti su miliardo) è precisa quanto basta per vedere che forza serve per bilanciare il chilogrammo campione. Anche qui, ovviamente, più facile a dirsi che a farsi, dato che la bilancia deve essere isolata da qualunque perturbazione esterna, la precisione nella misurazione della corrente deve essere molto elevata, così come la ripetibilità della stessa.

Praticamente spostiamo il problema da accortezze manuali per il trattamento di un campione fisico ad accortezze tecnologiche nella misurazione di grandezze fisiche.

Un primo passo avanti.

WU

PS. Il peso è comunque l’ultimo superstite di un sistema di misurazione basato su oggetti fisici. Le altre due grandezze fisiche di riferimento, il metro ed il secondo, sono state già sostituite da costanti della natura: il metro è la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299.792.458 di secondo; il secondo è la durata di 9.192.631.770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini dell’atomo di cesio-133.

Il che è l’ennesima prova che della massa (e della gravità ad essa associata), benché ce l’abbiamo davanti da millenni, non abbiamo ancora capito tutto.

C/2017 U1, il viandante

Non sono certo che rientriamo nella categoria (si, tendo inutilmente a categorizzare) “I want to believe”.

Il nostro sistema solare è (stra)pieno di comete, è questo è un dato di fatto. Abbiamo una specie di nuvoletta (il cui diminutivo è assolutamente fuori luogo trattandosi di una regione fra 20.000 e 100.000 UA) che avvolge tutto il sistema solare, la Nube di Oort, che genera gran parte delle comete “di lungo periodo”, ovvero quelle che si ripetono ogni centinaia di migliaia (almeno) anni. Abbiamo anche un’ulteriore regione bella densa di oggetti pronti a diventare comete, la fascia di Kuiper, più interna, che genera invece comete di “corto periodo”, dove per corto intendiamo un periodo inferiore a 200 anni (non è certo colpa delle comete se noi umani abbiamo un’orizzonte di vita così limitato!).

Ad ogni modo, esistono poche (pochissime, anzi praticamente nessuna se si escludono le “vittime” delle perturbazioni gravitazionali degli altri pianeti, Giove in primis) comete che hanno invece un’orbita assolutamente strana. Sono così eccentriche che invece di descrivere un’ellisse attorno al nostro Sole (orbite chiuse, come Keplero insegna) sembrano descrivere una parabola o addirittura un’iperbole. Queste sono orbite che non si chiudono attorno al nostro Sole e pertanto lasciano aperta l’immaginazione sull’origine e sul destino di queste comete.

La cometa che ha suscitato questo genere ci considerazioni, la prima con un’orbita potenzialmente aperta non a causa di qualche calcetto gravitazionale, è la (…nome assolutamente friendly) C/2017 U1; osservata nell’Ottobre di quest’anno dal Panoramic Survey Telescope and Rapid Response System (Pan-Starrs). La sua orbita, ad oggi, non ha speranza di rientrare nel nostro sistema solare, ma costruendo la sua orbita a ritroso ci pone la domanda “ma quindi, da dove è partita?”.

Parliamo comunque di un puntino poco luminoso (un “sasso” di 150 metri di diametro) che si muove a circa 26 km/h e più di 30.000.000 di km da noi… Il condizionale è d’obbligo, almeno finché ulteriori osservazioni non saranno completate, dato che l’orbita potrebbe essere comunque chiusa (ellittica), ma estremamente allungata tanto da darci l’impressione di essere aperta (scenario che fra l’altro non garantisce un prospero futuro alla cometa, dato che la porterebbe a passare estremamente vicina al nostro Sole che, da buona stella, ne farebbe un sol boccone).

Further observations of this object are very much desired. Unless there are serious problems with much of the astrometry listed below, strongly hyperbolic orbits are the only viable solutions. Although it is probably not too sensible to compute meaningful original and future barycentric orbits, given the very short arc of observations, the orbit below has e ~ 1.2 for both values. If further observations confirm the unusual nature of this orbit, this object may be the first clear case of an interstellar comet.

In questo momento il candidato più probabile (e per noi forse lo scenario più interessante) è quello in cui la suddetta cometa sia un messaggero proveniente da un’altro sistema solare dalle parti della costellazione della Lira, dove a circa 25 anni luce vediamo brillare ogni notte la stella Vega.

Direzione stimata ad oggi: costellazione di Pegaso. Qualcuno liggiù potrebbe scambiarla per il nostro emissario…

WU