Mentecatto

Parole che ogni tanto ritornano. Nella mia mente più che alle mie orecchie.

E mi dovete dire perché ha oggi accezione negativa. Ammesso che qualcuno usi ancora questa parola.

Perdendomi nella sua etimologia scopro che ha il significato letterale di “perso nella mente”.  Da “mente captus”, oggi siamo a pazzo, insensato, stupido.

o credo che gran noia sia a una bella e dilicata donna, come voi siete, aver per marito un mentecatto [Boccaccio].

La cosa che più mi colpisce è che è oggi un (raro) epiteto ingiurioso più che il risultato di una qualsivoglia analisi. Non è una considerazione, non è un verdetto, è un giudizio. E voglio aggiungere, assolutamente arbitrariamente, a caso.

Praticamente mi pare di capire che dato che ad oggi ne abbiamo una accezione negativa, abbiamo una sorta di convinzione intrinseca che chi è perso nella sua stessa mente non può che essere vittima di una pensa stupidità. Che sia vero?

WU

PS. Nonostante tutto è una parola abbastanza cacofonica da attrarmi.

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Comando io

Questi due Dilbert (non freschissimi, come da tradizione) li trovo particolarmente notevoli ed ispiratori.

Dilbert070917.png

Facendo un po’ seguito alle ultime news sulle “preoccupazioni” dei “grandi della terra” circa i pericoli della AI (e tralasciano i capolavori fantascientifici-distopici della letteratura), siamo messi di fronte al fine ultimo della natura.

Non solo della natura umana, ovviamente. E’ nella natura degli esseri senzienti. D’altronde anche gli animali fanno così: sono il più grosso e comando io altrimenti ti mangio. Ineccepibile.

Senza fasciarci troppo la testa circa gli step intermedi i robottoni intelligenti (no, penso a quelli delle fabbriche più che a Pacific Rim) arriveranno al solito punto: sono grosso e forte e comando io.

Come dire che il fine ultimo dell’evoluzione è far lavorare qualcuno per noi sotto minaccia. Un po’ triste, ma vicino alla verità.

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E comunque meglio così che la stessa cosa mascherata da “micro-managing” o chiacchierate falsamente friendly. Piuttosto che essere sotto un egida dettata da pura forza mascherata da qualche edulcorante, meglio guardare in faccia la dura (è il caso di dirlo) verità.

WU

Suona, suona, suona per me

Suonami una canzone. Forse mi aprirà gli occhi. Non c’è un posto dove andare, suonami una canzone. Forse lo troverò, ma comunque non mi farà male.

Ti seguirò nel mattino tintinnante anche se so che l’imero di ieri sera è ormai sabbia.
Resto cieco, insonne, stanco, svanito, fermo. Nessuno da incontrare, disilluso dalla vecchia strada e “troppo morta per sognare”.

Suonami una canzone, suonami una canzone. Ti seguirò, non ho sonno ed un posto dove andare. Suonami una canzone e ti seguirò.

Portami con te nel tuo viaggio, spogliami dai miei sensi, ridai sensibilità alle mie mani ed i miei piedi. Voglio vagabondare, hai degli stivali? Sono pronto per andare ovunque ed in nessun posto. Svanire “nella mia parata personale”.

Sei tu che senti ridere e suonare nel sole, dondolare follemente. Tutto ciò non è per nessuno, tutto ciò sta scappando. Tutto scappa via, tutto tranne il cielo. Il tuo tamburrino ci tiene legati, ci tiene il tempo, ci da la misura di ciò che ci insegue: solo un’ombra.

Suona, suona, suona per me. Ti seguirò. In questo tintinnante mattino. Ti seguirò.

Fammi scomparire fra gli anelli di fumo della mia mente, lontano da foglie gelate e spiagge tempestose, lontano da alberi terrificanti, leggero sulle rovine del tempo.

Solo sulle tue note potrò danzare leggero, fra il mare e la sabbia, annegando fra le onde ricordi e destino.

Lasciami scordare l’oggi fino a domani. Mr Tamburino.

WU

PS. Ovviamente liberi farneticamenti su:

Generi numerici

… e non numeri generici.

Sono un fermo sostenitore che abbiamo bisogno delle nostre piccole certezze per sentirci tranquilli. Per trovare il nostro posto nel mondo abbiamo bisogno che il mondo, come lo conosciamo noi, sia quello. Abbiamo bisogno di dei punti di riferimento, di sapere che sole sorgerà di nuovo, che dopo il 1238764781 viene il 1238764782.

Ed abbiamo bisogno di sapere di che sesso siano le figure e le cose che ci circondano. Indipendentemente da tutto, abbiamo bisogno di sapere se stiamo parlando di/con un uomo o una donna. O meglio maschio o femmina.

Gendered information plays a prominent role in how people interpret both the physical and social environments in which they live. Research has shown that individuals begin to acquire information about gender as early as 6 months of age, when infants start to distinguish males and females

Ed a questo diktat nulla fa eccezione (si, ci sarebbe il neutro in qualche lingua, ma è una generalizzazione dei due casi di cui sopra), compresi i numeri. Ma di che sesso sono i numeri?

Diciamo che la risposta a questa domanda rientra nel campo del genere percepito delle cose; ovvero quella parte del nostro inconscio che ha, come dicevamo prima, bisogno di sapere se parliamo di maschi/femmine indipendentemente dalla nostra lingua/età/cultura/religione/istruzione/etc.

Beh, si da il caso che questo studio (in realtà un insieme di due campagne “sperimentali” su 315 soggetti) ha proprio cercato di dettagliare questo fenomeno arrivando alla conclusione (se di conclusione si può parlare) che:

odd numbers seemed masculine while even numbers seemed feminine

“Sicuramente” per i numeri ad una cifra. Per quelli a due cifre è tendenzialmente ancora vero anche se:

men viewed 2-digit numbers as relatively masculine, regardless of whether they were even or odd

NumGender.png

Altro risultato interessante dello studio (ma come dicevamo qui non lo scopo principale ed in questo caso, non essendo possibile che lo studio desse risultati negativi, non è stato spacciato per lo scopo primario) è che:

Although both men and women showed this pattern, it was more pronounced among women

Dal mio punto di vista credo che (ovviamente!) mi condizioni molto il contesto in cui sento (o meglio inconsciamente associo il pensiero) i numeri: 1 mi sembra maschile se è un tavolo e femminile se è 1 mela. Se penso alla pura sequenza numerica tenderei a dire che i numeri sono tutti femminili, che è un genere che associo inconsciamente alle cose astratte (o neutri, al limite, ma questa credo sia una sovrastruttura).

WU

Il cimitero dei prodotti

Era il tempo di Netscape, Google reader, Messanger, e cose del genere.
Era il tempo in cui l’umanità iniziava a conoscere la potenza di internet.
Era il tempo in cui facevamo goffi tentativi che si sono poi evoluti e sono diventate le basi per gli strumenti che usiamo oggi e che a loro volta saranno un domani visti come pezzi di antiquariato e che avranno gettato le basi per ciò che verrà. Poetico. Malinconico.

Product Graveyard, oltre alla poesia, da a questi strumenti informatici vintage anche un posto in cui coltivare le loro memorie. Come una specie di camposanto informatico qui trovano posto vita, morte e miracoli, di strumenti che hanno fatto un po’ la storia di questi ultimi 20 anni.

Commemorating the most memorable products that have gone away“; con il bellissimo sottotitolo “And finding some alternatives along the way“. Non può mancare la possibilità, su un sito del genere di lasciare anche un piccolo contributo. Beh, un po’ macabro, se faccio il parallelo con il mondo fuori da questo schermo.

Orkut, MegaUplod, LimeWire e Adobe Flash Player (praticamente un morto che cammina, almeno fino al 2020) la ricordi del genere si affiancano a (tantissimi) strumenti che io personalmente non ho mai sentito (E dei quali non posso provare nostalgia). Proprio come le lapidi di un vero cimitero. “Featured Obituaries” è una specie di Hall of Fame degli strumenti che furono. “We have registered 1,057 deceased products and counting“.

Chissà quando vedremo gli strumenti che stiamo usando in questo momento (praticamente come chiedersi quando vedremo il nostro nome su un manifesto mortuario, continua il macabro parallelismo).

WU

La ricerca che aiuta se stessa

Sembrerebbe quasi un paradosso (il catalogo dei cataloghi), un circolo vizioso (mi fumo una sigaretta per festeggiare il fatto che non fumo più) oppure una cazzata bella e buona. Invece non mi pare affatto male.

Mi sa che ho più volte sproloquiato sul fatto che la ricerca scientifica così come è impostata oggi non serve più ad un granché, se non a generare paper (non li vorrete mica chiamare articoli, vero?) molto spesso inutili/discutibili/falsi/nonverificabili.

Ed in origine fu la “crisi di riproducibilità”. Partendo dall’ambito medico, quello psicologico più precisamente, ed estendendosi a macchia d’olio a tutti i campi, i ricercatori, i reviewer e gli editori si sono preso (?) accorti che la comunità scientifica è sostanzialmente impossibilitata a ripetere i risultati oggetto di pubblicazione (e qui starebbe bene: nelle più prestigiose riviste di settore… anche se la cosa si addice praticamente a tutti gli articoli “da journal”).

Quindi, l’oggettività del metodo scientifico che dovrebbe essere il pilastro su cui poggia la scienza moderna ha iniziato a vacillare. Ed i “pubblicatori seriali” quelli che in buona fede o fraudolentemente hanno come unico scopo aumentare il loro indice di pubblicazioni (complici anche i geniali indicatori di rendimento universitario e/o di istituti di ricerca) hanno e stanno sguazzando alla grande. Publish or perish è la vera epigrafe delle pubblicazioni scientifiche.

E poi ci sono i “publication bias“, ovvero quella strana (neanche tanto) tendenza dei ricercatori a pubblicare i risultati positivi e tralasciare (…per non dire nascondere) quelli negativi. Come se un esperimento, una ricerca che ha come esito “non si può fare” fosse meno degna di una che da esito positivo. E la cosa è, ahimè, molto ben supportata anche da reviewers ed editori. Ovviamente non voglio neanche pensare (mettendo un po’ la testa sotto la sabbia) al passo successivo: ritocco (!!) il risultato per farlo esser positivo. E così addio al senso della ricerca…

E poi ci sono gli “hidden outcome switching“, ovvero quella innata tendenza del ricercatore a cambiare (beh, diamo pure indirizzare…) lo scopo di una ricerca in base ai risultati che man mano ottiene. Prendiamo una grande campagna di raccolta dati, un grande esperimento, una lunghissima simulazione numerica, diciamo che prima di dire “non si può fare” provo a vedere se ha dato qualche risultato positivo e magari pubblico solo quello anche se non era quello che mi interessava dimostrare.

La risposta che la ricerca scientifica si sta dando è il “Registered Report“. Ovvero una nuova forma di articolo che tende a prescindere dai risultati e valutare il metodo!
(devo leggere la frase sopra un paio di volte per credere alle mie orecchie).

Praticamente si intende garantire il valore scientifico delle pubblicazioni indipendentemente dal risultato ed impedendo qualunque alterazione del protocollo, del metodo seguito. L’idea è di sottomettere il Registered Report ad una rivista PRIMA di iniziare lo studio. L’editor ed i reviewer devono quindi valutare l’interesse dello studio, il metodo proposto, gli obiettivi che si prefigge. Poi, una volta accettato, i ricercatori sanno che avranno i loro risultati , solo quelli dichiarati a priori (“otto nera nella buca all’angolo”) pubblicati indipendentemente dal fatto che siano positivi o negativi (ovviamente dopo debita peer review per verificare che non vi siano ulteriori deviazioni da “quanto promesso”).

Un bel segno di progresso. Che questo sia poi sufficiente a far(mi) recuperare la fiducia nelle pubblicazioni scientifiche è (scetticamente e conservativamente) da valutare.

WU

Soul-killing tasks

Assolutamente geniale (qui).

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Altro che il lavoro nobilita l’uomo. Negli intenti certamente, nella pratica neanche per sogno (temo ciò, ahimè, in una spirale profondamente scettica della quale incolpo, di certo ingiustamente, la fine del periodo estivo).

Il punto è che il dipendente, razza evolutasi nelle società dedite ad inutili scalate sociali ed economiche come ci ricorda finemente il Lloyd nel PS) non si prevede faccia una cosa che gli piace. Se poi a qualcuno accade, buon per lui, ma per l’ipermegaditta non è una direttiva che rientra in nessun circuito di welfare (tanto per usare inglesismi tanto cari ad HR e tanto inutili per noi mortali).

Nel dubbio fra fare la cosa che per qualche arcano motivo è nella mente dei superiori (si, purtroppo anche di quei generaletti inutili che si arrogano, complice qualche (dis)organigramma abborracciato, capacità decisionali che in realtà non hanno ed ai quali nessuno ha il coraggio di dirglielo) e ciò che potrebbe, ovviamente sempre in un contesto lavorativo, motivarci un po’ di più, la scelta è semplice.

Non credo dipenda tanto da deliberate scelte negative, quanto dalla convinzione che il dipendente deve eseguire e che la capacità di comando possa essere anche semplicemente compromessa dal veder una faccia sorridente.

Ed il passo successivo l’abbiamo già fatto: noi stessi non siamo più in grado di rispondere (reagire…) al motivo per cui dovremmo avere il sorriso sulle labbra dopo aver timbrato. Auguri.

WU

PS.

“Lloyd, dove sta andando quella gente?”
“Credo che stia cercando di salire la scala sociale, sir”
“Ah, e dove porta?”
“A un’altra rampa di scale”
“E poi?”
“A un’altra rampa e a un’altra ancora, sir”
“Tutto qui?”
“Certo, sir. La gente continua a salire finché ce la fa, poi invecchia e alla fine si accampa dove è arrivata. Su un gradino, appoggiata alla ringhiera. I più fortunati riescono, a volte, a ritagliarsi un pianerottolo tutto per sé”
“E noi dove stiamo, Lloyd?”
“Noi, sir, siamo a livello del mare”
“Nel senso del basso, Lloyd?”
“Nel senso del bello, sir”