Sirio e l’enigma dei Dogon

Mali, Africa orientale. Da qualche parte nel bel mezzo del nulla, fra polvere e capanne vive il popolo dei Dogon.

Cane Maggiore, sopra le nostre teste nell’immensità cosmica. La costellazione ospita la stella più brillante del cielo notturno: Sirio, ovvero Alfa Canis Majoris.

Fra i due scenari c’è un legame quantomeno insolito, e che ci piace considerare misterioso. Enigmatico.

Partiamo da Sirio. La stella non è una stella, nel senso che non è una sola. Sirio è infatti un sistema stellare multiplo. Di certo è binario e potrebbe esserci in giro anche una terza compagniuccia… anche se la cosa non è mai stata confermata.

Sirio

Sirio è stata dalla notte dei tempi un riferimento nel cielo notturno (…cosa che evidentemente anche i Dogon dovevano apprezzare), ma del fatto che fosse un sistema stellare doppio si è avuto contezza solo nel 1862 quando i telescopi diventarono abbastanza potenti per confermare le supposizioni fatte non più di vent’anni prima circa il moto proprio della stella.

La stella più luminosa del sistema è Sirio A (Senza troppa fantasia) ed attorno ad essa orbita (questa è la parte “nota”, sia chiaro) una nana bianca. Chiamata, indovinate un po’, Sirio B (una stella grossa più o meno come la terra, ma estremamente più densa, pesa infatti circa il 98% del nostro Sole!). La rivoluzione di Sirio B attorno alla primaria ha un periodo di circa 50 anni e la porta ad una distanza fra compresa fra 8,1 e 31,5 UA. Ulteriori osservazioni con telescopi terrestri e spaziali hanno notato ulteriori anomalie nel moto delle due stelle, ma una terza stella a completare il sistema non è stata mai effettivamente osservata.

Ora dovrebbe essere chiaro che l’osservazione di Sirio e del suo sistema stellare non può prescindere dall’utilizzo del telescopio e dagli sviluppi tecnologici, cosa che evidentemente non rientra fra le priorità nazionali del Mali e men che meno fra quelle dei Dogon.

Eppure i Dogon hanno la paternità di un graffito che rappresenta esattamente Sirio A e la sua compagna Sirio B con tanto di orbita. Ah, ed è vecchio di almeno 400 anni. Tanto per non farci mancare nulla, “pare” che anche loro sostengano la presenza di una terza stella a completare il sistema.

SirioDogon.png

Il tutto è trattato in articoli e libri che hanno poi attribuito ai Dogon (e quanto ci piace…) anche ulteriori, impossibili conoscenze astronomiche. Cose (onestamente ben più vicine e potenzialmente più semplici di osservare anche anzi tempo) tipo i satelliti galileiani o gli anelli di Saturno non sarebbero stati per loro un mistero…

Ci piace credere, mi piace credere (quando la cosa non sfocia in bufale o complottismo). Nel caso specifico, tuttavia, credo che vogliamo vedere quello che cerchiamo (un bias cognitivo, si dice così?) notando qualcosa di “magico” in quello che probabilmente è un graffito qualunque dei Dogon. Al secondo livello di probabilità sono portato a pensare che si tratti di un caso di contaminazione culturale (ci sarà pure un Dogon, su una popolazione di 240.000 anime, che è venuto a contatto con qualche forma di bibliografia scientifica…). E come ultima spiegazione che i Dogon abbiano un fantastico telescopio nascosto nel Mali, chissà, magari fatto di vibranio… No, i contatti passati con civiltà aliene non li prendo neanche in considerazione, sorry.

WU

PS. Visto che ci siamo. Sapete da dove trae origine la parola canicola? Il cane maggiore, e Sirio in particolare, sorgevano ai tempi dei Greci poco prima del sorgere del sole (sorgere eliaco) nella parte più calda dell’estate. I giorni del cane, di un caldo da cani, della canicola.

PPSS. Non so bene il perché, dato che c’entra solo in parte e soprattutto fa riferimento all’emisfero sbagliato, ma ho canticchiato questa canzone per tutto il tempo della stesura del post…

The Metalaw

The practical and philosophical significance of a successful contact with an extraterrestrial civilization would be so enormous as to justify the expenditure of substantial efforts… The technological and scientific resources of our planet are already large enough to permit us to begin investigations directed towards the search for extraterrestrial intelligence… For the first time in human history, it has become possible to make serious and detailed experimental investigations of this fundamental and important problem

Facciamo un passo oltre la ricerca della vita extraterrestre: se ci fosse come ci comporteremmo? Praticamente l’idea è quella di evitare di trovarsi sguarniti tipo Colombo quando non solo scoprì nuove terre, ma si vide davanti degli “alieni” ed ovviamente non era pronto a comportarsi di conseguenza (e quindi furto-baratti, traffici di donne, malattie trasferite, colture impiantate e via dicendo). Se oggi ci trovassimo veramente davanti gli alieni che dovremmo fare?

Ovviamente la cosa è trattata ad al livello semi-serio (e decisamente più serio di codesto blog). Il CETI (Communication with Extraterrestrial Intelligence) è l’organo che si occupa di Xenologia, ovvero degli studi scientifici di vita, intelligenza e civiltà extraterrestre. Il CETI copre aree tipo abiogenesi, zone abitabili di altri sistemi planetari, exobiologia, & co (tipo il Viking lander biology instrument packages o il messaggio di Arecibo). Oltre alla metalaw, ovviamente.

La metalaw è praticamente lo studio di un sistema di leggi che possa essere applicato ad ogni possibile interazione con intelligenze aliene. La fuffologia è dietro l’angolo, ma proviamo ad immedesimarci nell’universo di Star Trek.

But to suggest that first contact will necessarily terminate a culture, that dominance or submission are the only alternatives, is to deny the immense complexity of the problem. Trade, war, quarantine or blockade, abject indifference, negotiation and treaty, evangelism, integration and homogenization are just a few of the myriad possibilities. The destinies of the two races will merge, for better or worse. And the interests of both partners will best be served if a metalegal order can be established to help regulate this interaction.

Ora, solo perché il problema in questa forma finora non si è mai posto non è detto che non possiamo preoccuparcene (fantasticare?) per tempo. Se fossimo noi, nel contatto alieno, la specie “superiore” che obblighi avremmo nei confronti dell’altra razza? Dovremmo interferire nella loro evoluzione o no? Colonizzare? Se invece fossimo noi ad esser contattati? Dovremmo metterci sulle difensive? Iniziare contatti diplomatici o amichevoli? Dovremmo farli “entrare” nel nostro pianeta/sistema solare?

Ad ogni modo il CETI ha stilato un insieme di leggi auto-consistenti per la metalaw che dovrebbero essere abbastanza basilari e di “portata cosmica” (leggi pure: si basano sul nostro buon senso e speriamo che gli alieni possano condividerlo):

  1. No partner of Metalaw may demand an impossibility.
  2. No rule of Metalaw must be complied with when compliance would result in the practical suicide of the obligated race.
  3. All intelligence races of the universe have in principle equal rights and values.
  4. Every partner of Metalaw has the right of self-determination.
  5. Any act which causes harm to another race must be avoided.
  6. Every race is entitled to its own living space.
  7. Every race has the right to defend itself against any harmful act performed by another race.
  8. The principle of preserving one race has priority over the development of another race.
  9. In case of damage, the damager must restore the integrity of the damaged party.
  10. Metalegal agreements and treaties must be kept.
  11. To help the other race by one’s own activities is not a legal but a basic ethical principle.

Mi piace l’idea di muoverci per tempo (anche se è una cosa che potenzialmente non si verificherà mai, vige una specie di principio generale di “legislazione generale”: una cosa non va fatta a meno che non si conosca il perimetro, seppur vago, in cui muoversi) ma il mio principale dubbio rimane quello di chi applica queste leggi. Se siamo solo noi a “crederci” ed il nostro “visitatore” non è così affabile o democratico a poco sarà valso l’esercizio. Come dire che se anche i popoli dell’Amazzonia centrale (un esempio a caso) avessero avuto un sistema di regole tipo questo non credo che nessun conquistadores avrebbe avuto voglia di ascoltarlo e men che meno applicarlo.

Aspetto “the first contact” per vedere se tali leggi abbiano una speranza di essere applicate o meno, e continuo a pensare che l’idea di base dovrebbe essere (per noi e per gli alieni) sempre quella di trattare l’altro come si vorrebbe esser trattati. Abbastanza semplice. Ce lo dimentichiamo fra noi, ma forse un incontro alieno ci rinfrescherebbe la memoria.

WU

PS. In questo caso credo che la definizione di “razza intelligente” equivalga a “razza in grado di viaggiare nello spazio interstellare” il che ci evita di interrogarci su che forma di vita potremmo trovarci davanti e ci colloca automaticamente nella categoria delle razze NON intelligenti.

Il sigaro sfuggente

Allora, visto lo abbiamo visto. Ci abbiamo elucubrato un po’ su (soprattutto perché non possiamo avere davanti la prima roccia aliena al nostro sistema solare e non pensare che non sia una qualche sonda aliena), ma soprattutto abbiamo notato che c’è qualcosa che… ci sfugge.

Stiamo parlando di Oumuamua, il sigaro-asteroide del quale abbiamo sentito parlare (si, si lo so, anche da queste parti) qualche tempo fa.

Il primo avvistamento dell’oggetto ad Ottobre 2017 ci ha però sconfortato perché l’asteroide era troppo distante. Abbiamo allora aspettato Novembre 2017 per puntare i nostri telescopi (terresti e spaziali, e.g. Spitzer ed Hubble) in direzione del sigarone, pronti a “vederlo con i nostri occhi”. Ed invece… il nulla. L’unica immagine ottica che abbiamo dell’oggetto la dobbiamo al Wiyn Telescope… ammesso che si possa dire che in quei due pixel colorati possiamo dire di vedere Oumuamua…

OumuamuaWyinTelescope.png

A questo punto ci siamo chiesti se avessimo sbagliato il punto in cui guardare, se non sapessimo cosa cercare o se il sigaro stava in qualche modo accelerare (e dunque come non pensare nuovamente agli alieni?!). In realtà un propellente naturale che potrebbe far si che il sigaro non si muova di moto uniforme, soprattutto ora che è nel nostro sistema solare, e dei campi gravitazionali dei pianeti, e della sua stella ci sarebbe: l’acqua. Proprio come accade per le comete, passando “vicino” al sole la superficie di Oumuamua potrebbe sublimare ed i gas che si sviluppano potrebbero far accelerare l’asteroide.

Praticamente la forma allungata dell’oggetto, la probabile accelerazione del masso, le mancate osservazioni di Spitzer ed Hubble (che potrebbero voler dire svariate cosette fra cui: è piccolo, molto riflettente, non emette CO2, etc.) continuano a corroborare l’ipotesi che ci sia qualcosa che ci sfugge. Sia nel capire la genesi e l’evoluzione dell’oggetto che proprio nella nostra capacità di osservarlo!

L’asteroide potrebbe contenere molte più informazioni di quelle che ci aspettiamo non solo su se stesso e sulla sua origine, ma anche su tutta la famiglia (è abbastanza inusuale che un asteroide sia “cenerentolo”) di provenienza. Potremmo addirittura aver già visto altri oggetti simili transitare nel nostro sistema solare ed accorgerci solo adesso che erano parenti di Oumuamua.

Diciamo che più che stare con gli occhi (letteralmente) puntati al cielo per il momento c’è poco che possiamo fare per cercare di capire e catalogare (il nostro sogno recondito) il visitatore sfuggente.

WU

4 Agosto 1972

L’equipaggio del US Task Force 77 sorvolava Hon La, Vietnam. Sotto si vedeva la distesa del mare calmo e tutto taceva, immobile. All’improvviso il forte bagliore di un’esplosione subacquea perturbò lo scenario. Subito dopo un’altra. Ed un’altra ancora. In meno di trenta secondi l’equipaggio assistette ad un numero imprecisato (20? 30?) di esplosioni sottomarine. Era il 4 Agosto 1972 e l’operazione Pocket Money (grazie Nixon) aveva appena completato il minaggio delle acque antistanti il Vietnam con mine di prossimità.

Praticamente il 4 Agosto 1972 ci fu una sorta di ecatombe, apparentemente senza spiegazione, di parecchie mine di prossimità che avrebbero dovuto confermare la superiorità della marina navale americana.

Fin da subito fu evidente che la dinamica dell’accaduto non era affatto chiara. I rapporti internazionali erano tesi, ma non si conoscevano armi in grado di provocare esplosioni di massa di mine di prossimità. Il tutto rimase avvolto nel mistero ed il fascicolo marchiato come top-secret.

Le mine di prossimità funziona(vano) sfruttando l’interferenza elettromagnetica causata dal passaggio di qualcosa di ferro-magnetico, evidentemente abbastanza grosso) nelle vicinanze, diciamo tipo una grossa nave nemica o un sottomarino.

Il 1972 fu un anno particolarmente intenso per il sole. Il nostro sole diede chiari segnali di instabilità facendo registrare alcuni dei più intensi brillamenti mai registrati. Poi indicati come evento MR11976, comparvero in quell’anno sul sole una serie di macchie solari particolarmente intense che scaraventarono sulla terra una bella dose di particelle cariche (che, vien da se, generano una bella interferenza elettromagnetica).

04081972.png

C’è da dire che oggi siamo molto più coscienti della potenze e del rischio di un flare solare e dell’intensità della radiazione elettromagnetica emessa. Tuttavia, già nel 1972 l’ammiraglio Clarely ebbe l’intuizione di mettere in relazione l’anomala esplosione di massa con le macchie solari osservate. L’evento, inoltre, si aggiunge alle numerose interruzioni di corrente e linee telegrafiche segnalate nel Nord America negli stessi giorni.

There was an additional effect, long buried in the Vietnam War archives that add credence to the severity of the storm impact: a nearly instantaneous, unintended detonation of dozens of sea mines south of Hai Phong, North Vietnam on 4 August 1972. The U.S. Navy attributed the dramatic event to magnetic perturbations of solar storms. Herein we discuss how such a finding is broadly consistent with terrestrial effects and technological impacts of the 4 August 1972 event and the propagation of major eruptive activity from the Sun to the Earth.

Oggi lo studio “On the Little‐Known Consequences of the 4 August 1972 Ultra Fast Coronal Mass Ejecta: Facts, Commentary, and Call to Action” ha analizzato “con una prospettiva più moderna” (ovvero fruttando i progressi nella conoscenza della nostra stella) la faccenda. L’intensità calcolata della tempesta solare che si verificò alle 6:21 del 4 agosto 1972 (classificata di classe X, il massimo su una scala di cinque indicatori -A, B, C, M, X- in cui la potenza del flare aumenta di 10 volte passando da un indicatore all’altro), partendo dai dati tabulati all’epoca, si è dimostrata essere sufficiente all’eccidio delle mine che hanno quindi “sentito” l’interferenza elettromagnetica causata dal Sole e l’hanno scambiata per la corazzata da abbattere.

Ormai ai giorni nostri è solo un bel racconto (almeno per me) ed un pezzetto di storia da integrare con quella dei libri di scuola, che di certo aggiunge (IMHO) quel dettaglio che mi spinge a studiarla meglio. La verità è (anche) che studiare eventi del genere a distanza di anni con una evoluzione delle nostre competenze tecnico-scientifiche ci da un po’ la conferma che non abbiamo perso tempo e la speranza anche di capire domani quello che oggi non capiamo (o che per molti rimane magia… e.g. la teoria delle stringhe, gravità quantistica, etc.)

WU

PS. Per curiosità (o per una “esplosiva contingenza” direi) il 4 agosto 1972 è ricordato anche come il giorno dell’attentato all’oleodotto di Trieste. Serbatoi da 90.000 tonnellate di greggio che saltano in aria intasando l’aria di fumo nero e la città di pioggia acida.

Una sorta di apocalisse sfiorata al deposito costiero della SIOT come risultato di un’azione terroristica rivendicata dal Settembre Nero. La tempesta geomagnetica non centra nulla, ma conferma il 04 Agosto 1972 come una giornata esplosiva.

PPSS. Oggi non è il 04.08.72 (giornata nazionale della tabellina del 4… saltando qualche termine), bensì il 06.12.18 (giornata nazionale della tabellina del 6… non dovendo saltare nessuno dei primi tre termini).

S1 Stream

il cosmo è vuoto, ma non così vuoto. Nel senso che anche considerando le sterminate dimensioni dell’universo qualche traccia di materia la troviamo. Concentriamoci sulla nostra cara Via Lattea. Fra stelle, pianeti, lune e polveri varie di roba che si muove (si, è questa una delle particolarità della materia nel cosmo: non sta’ mai ferma) ce n’è in abbondanza.

In generale la materia si muove in una specie di vortice attorno al centro della nostra Galassia; un po’ come pianeti, asteroidi e polveri, ruotano attorno al nostro Sole.

A prima vista tutte queste orbite sono più o meno ordinate (si, in realtà c’è un grande caos lassù, ma proprio nel senso matematico del termine), se non altro per il verso di rotazione. Il nostro Sole segue le altre stelle e le polveri varie nel suo moto di rotazione attorno al centro della nostra galassia “nel verso giusto”.

E’ stata però di recente scoperta una notevole eccezione a tutto questo. Non sto parlando di una stella/pineta che per una stana vicissitude di incontro gravitazionali segue un’orbita peculiare (e qui si potrebbe divagare abbondantemente), ma sto parlando proprio di una sorta di corrente.

Avete presente il jet stream? La corrente del Golfo? Insomma un moto più o meno ordinato di una massa di roba che si muovo coordinatamente nella stessa direzione… solo che nel caso specifico della S1 Steam è quella sbagliato. Nel senso che è opposto alla normale rotazione di tutto il resto della materia galattica.

S1 Steam.png

Già fin qui siamo in difficoltà a spiegare l’origine, l’evoluzione ed il mantenimento di questa corrente… ma ancora non è tutto. La S1 Steam ci sfreccia attorno alla non-proprio-trascurabile velocità di 500 km/s! Una delle ipotesi (forse l’unica al momento) circa l’origine di questa corrente è che è ciò che resta dello scontro della nostra galassia con una (o più) galassia nana che si è scontrata, qualche miliardo di anni fa, con la nostra Via Lattea.

Se ciò fosse vero (e, ripeto, non avendo molte altre spiegazioni sotto mano lo speriamo vivamente) allora la S1 Steam deve essere composta di una percentuale non trascurabile di materia oscura (Dark Matter, DM). E qui le cose si complicano.

Stiamo praticamente dicendo che circa 30 mila stelle, polveri in quantità e (forse) miliardi di tonnellate di materia irrivelabile ci sfrecciano accanto a 500 km/s e per di più nel verso sbagliato?. Benissimo, ora si che sono più tranquillo.

Questo uragano di materia oscura contro rotante, comunque mi mette a disposizione una corrente “stabile” (?) sulla quale cimentarci per sviluppare misuratori/rilevatori di materia oscura per comprenderne magari meglio (o per comprenderla del tutto) la loro origine.

The recently discovered S1 stream passes through the Solar neighborhood on a low inclination, counter-rotating orbit. The progenitor of S1 is a dwarf galaxy with a total mass comparable to the present-day Fornax dwarf spheroidal, so the stream is expected to have a significant DM component. We compute the effects of the S1 stream on WIMP and axion detectors as a function of the density of its unmeasured dark component. In WIMP detectors the S1 stream supplies more high energy nuclear recoils so will marginally improve DM detection prospects. We find that even if S1 comprises less than 10% of the local density, multi-ton xenon WIMP detectors can distinguish the S1 stream from the bulk halo in the relatively narrow mass range between 5 and 25 GeV. […]

Ovviamente lo stato attuale dei nostri rilevatori non ci da alcun indizio circa l’esistenza e la composizione di questa materia. Viviamo di prove indirette e di “speranze” circa la sua esistenza o meno.

WU

Frb171020

Ve la ricordate questa storia secondo cui quotidianamente il cosmo è solcato da pacchetti di altissima energia che durano pochi millisecondi, partono da chissà dove e vanno chissà dove? Ah, certo, a volte passano anche vicino ai nostri “occhioni cosmici” e ce ne accorgiamo.

I FRB sono queste raffiche potentissime ed inaspettate di energia in cui incappiamo per puro caso e senza alcun preavviso mentre siamo intenti ad osservare altro. Ancora incerta l’origine (si, potete dire alieni), ma di certo è che non sono una novità.

Frb171020 è uno di questi Fast Ray Burst, ma che a differenza di tutti quelli osservati finora pare aver avuto origine “solo” ad un centinaio di anni luce d noi; praticamente, su scale cosmiche, dietro l’angolo.

Dalla loro prima individuazione nel 2007 abbiamo visto circa una cinquantina di RFB ed abbiamo ipotizzato fossero un po’ tutto, da un faro alieno all’emissione energetica conseguente la formazione di una stella di neutroni (si, molto poco fantascientifico, ma è tutt’oggi l’ipotesi più probabile). … anzi, abbiamo anche proposto l’idea che fossero dei sistemi per alimentare lontanissimissime vele solari (ovviamente oltre le nostre competenze tecniche ed al limite della nostra immaginazione)… proprio nei giorni in cui la Voyager-1 sta raggiungendo la ragguardevole (per noi, non per il cosmo) distanza di 21 miliardi di km! … chissà quanto ancora potremmo accelerarla e dove potremo spedirla se generassimo un FRB con lo scopo di spingerla un po’ più in la. (… ah, a proposito, pare che i radioisotopi che la alimentano, egregiamente in funzione dagli anni settanta, siano destinati a “spegnersi” nel 2025, i.e. la sonda continuerà, con o senza fanta-FRB la sua corsa, ma non ci dirà più dove si trova e cosa attraversa).

Tornando a noi; Frb171020, rilevato dai ricercatori della Swinburne University of Technology in Australia, pare provenire (ovviamente al di fuori della nostra Via Lattea) dalla galassia Eso 601-G036, a circa 120 anni luce da noi (Voyager-1, tanto per fare un paragone è a 20 ORE luce…).

Eso 601-G036 ha due importanti caratteristiche; non ha una forte emissione di onde radio ed ha un elevato tasso di formazione stellare. La prima condizione è praticamente una novità rispetto all’ipotesi che si stava affermando che FRB possono generarsi solo in galassie con elevate emissioni radio di fondo, mentre la seconda è una conferma (assieme all’elevato tasso di ossigeno molto simile alle altre galassie in cui FRB sono stati “collocati”) che FRB possano essere associati alla formazione di nuove stelle di neutroni.

Non che mi aspetti davvero di sentire la vocina degli omini verdi decrittando un FRB, ma di certo mi affascina sapere che non abbiamo ancora chiara idea del “mondo” in cui viviamo e dell’origine di alcuni degli eventi più energetici (energia = vita rimane per me una vera verità) che ci circondano.

WU

PS. chiudo con una chiosa poetica (non ditemi che devo mettere la fonte della citazione), forse fuori luogo, ma che mi da l’idea che manchi ancora qualcosa di fondamentale per completare il puzzle:

… così fu quell’amore dal mancato finale così splendido e vero da potervi ingannare…

Jocelyn Bell Burnell

Irlanda del Nord, 1943. La seconda guerra mondiale non era ancora conclusa e l’Irlanda del nord, oltre a non versare in ottime condizioni economiche, non aveva neanche un sistema sociale che agevolava le donne. Il sistema scolastico, in particolare, scoraggiava le ragazze a studiare materie scientifiche imponendo voti di ammissione nettamente più alti di quelli dei maschietti.

Ciò nonostante Jocelyn non era certo di quelle che si faceva scoraggiare. Dopo gli studi, rigorosamente scientifici, Jocelyn arrivò a Cambridge per un dottorato sotto la supervisione del radioastronomo britannico Hewish.

Non si sentiva all’altezza dell’opportunità offertagli e promise a se stessa di dedicarsi con tutte le sue forze alla costruzione del nuovo radiotelescopio che in quegli anni si stava progettando e poi a scoprire eventuali anomalie con esso.

E così fece.

Il Mullard Radio Astronomy Observatory fu terminato nel 1967. Subito Jocelyn si mise a lavoro ed in poche settimane trovò un segnale anomalo.

Le tabelle dei dati risultanti dal radiotelescopio erano all’epoca cartacei e lunghe centinaia di metri. Per qualcosa dell’ordine dei 5 mm ogni tanto, ma ad intervalli assolutamente regolari, compariva qualcosa che aveva catturato l’attenzione di Jocelyn.

Esclusa l’origine terrestre del segnale (… altro che qui) la prima idee fu (come natura vuole) che fossimo difronte al segnale di qualche omino verde che voleva parlare con noi (il primo acronimo dato all’anomalia era, infatti, LGM – Little Green Men).
L’idea si infranse contro la dura verità quando Jocelyn ne individuò altri tre con periodicità diverse e in tre differenti regioni di cielo (lontani parenti degli odierni FRB). Escludendo un assalto di alieni logorroici, la sorgente di quei segnali potevano essere solo stelle.

Jocelyn.png

Ma che stelle?

Beh, oggi sappiamo che stiamo parlando delle pulsar. Stelle di neutroni a rapidissima rotazione che concentrano in qualche decina di km una massa anche maggiore a quella del Sole. Roteando vorticosamente emettono ad intervalli assolutamente regolari fasci di radiazione elettromagnetica.

Jocelyn aveva scoperto le pulsar. Oggi usate come una specie di radiofaro astronomico; si usano per orientare sonde nello spazio profondo quando molti riferimenti mancano, per triangolare altri segnali radio ed eventuali ritardi nei loro segnali sono un’ulteriore conferma del passaggio di un’onda gravitazionale.

Per la scoperta delle pulsar nel 1974 fu assegnato il premio Nobel. Non a Jocelyn. Il premio andò congiuntamente ad Hewish (tutore di dottorato di Jocelyn) e a Ryle, un altro radioastronomo britannico. Jocelyn era “solo una dottoranda” (donna?), i Nobel non viene assegnato ai dottorandi (non fatemi bestemmiare).

Jocelyn dopo aver concluso il suo dottorato si sposò e dovette abbandonare la carriera accademica per seguire il marito nel suo lavoro in giro per il mondo (beh… non so in questo caso quanto sia migliorata la condizione della donna…).

Attraversò quindi un lungo periodo di discontinuità lavorativa e si dedicò a crescere suo figlio. Il tutto fino al 1993. Jocelyn non mollava.

Oramai con un figlio grande ed un divorzio alle spalle ritornò alla sua passione originaria per la radioastronomia. Divenne in breve il capo dipartimento alla facoltà di fisica della Open University (istituzione di studio e ricerca per studenti part-time e a distanza) ed in seguito presidente della Royal Astronomical Society. Divenne la prima donna a dirigere la Royal Society of Edinburgh e l’Institute of Physics del Regno Unito. Alla fine (?), nel 2018, si è aggiudicata lo Speciale Breakthrough prize per la Fisica Fondamentale.

Ammirazione profonda.

WU

PS. Ora (dopo il Breakthrough prize) ci siamo ricordati di lei e la rete e piena di link e news…

24mo minimo solare

Il sole (come un po’ tutte le cose in natura) ha bisogno del suo riposo. La nostra stella compie un ciclo completo della sua attività in circa 11 anni. Attività segnata da turbolenze, espulsioni di massa dalla corona, brillamenti e macchie solari.

Ora siamo vicini, anzi vicinissimi, al minimo dell’attività del nostro sole. Siamo nei pressi di una sorta di “letargo” della nostra stella. E’ più di un mese, infatti, che sulla superficie del sole non vi è traccia di alcuna macchia solare.

In generale l’attività della superficie solare sembra sempre più rara e tutto sembra “senza incidenti” da troppi giorni. Il prossimo minimo solare (il termine del 24mo ciclo, per la precisione) è previsto per il 2021, ma se le cose continuano così sembra proprio che abbiamo un paio di anni di anticipo nella fase di riposo della stella. Praticamente il sole sta andando verso il suo riposo più velocemente di quanto ci aspettassimo.

Ovviamente il momento di “entrata” in questa fase di minimo non è un istante facilmente identificale ne tanto meno è facilmente prevedibile la durata di tale minimo. Il precedente (storicamente fra i più lunghi, ovviamente senza arrivare a scomodare il minimo di Mauder) è stato caratterizzato da ben 800 giorni consecutivi senza macchie solari.

Durante le fase di minimo il sole in qualche modo riorganizza il suo campo magnetico; un po’ come mettere ordine fra le proprie cose. In tale fase, inoltre, la corona solare presenta una serie di estesi “buchi coronali”. Ovvero una serie di regioni a bassa emissione di raggi X che però convogliano comunque il vento solare. Se una di queste raffiche fosse diretta verso la terra non ci proveremmo di osservare questa o quella aurore boreale, tempeste geomagnetiche e modifiche alla ionosfera (… la cosa a cui dobbiamo il propagarsi delle onde radio).

Il minimo solare ha anche un altro contro per il nostro pianeta. In questa fase, infatti, il vento solare è meno denso e scherma in maniera meno efficiente i raggi cosmici (particelle molto energetiche e quindi “cattive” per tutta l’elettronica che buttiamo nello spazio). In breve, il nostro scudo spaziale è un po’ meno efficiente e tutti i satelliti (inclusi quelli di telecomunicazione) sono un po’ più a rischio.

Magari fra qualche secolo vedremo qualche quadro con nevicate fuori stagione, fioriture o vendemmie tardive o fiumi inaspettatamente congelati, ma ad ogni modo non è un evento da allarmismo (neanche per i cospiratori più incalliti si può gridare alla prossima era glaciale); solo qualche anno di riposo per il nostro Sole come successo milioni di volte in passato e (forse) succederà in futuro.

WU

Luce zodiacale

… un nome che potrebbe essere il titolo di un best seller. In astronomia, invece, identifica un bagliore; un flebile bagliore. Quasi spettrale, ma di certo da non confondersi con la scia luminosa della nostra Via Lattea.

LuceZodiacale.png

In primavera (soprattutto), quando la luna non illumina le nostre notti (soprattutto), quando le luci del tramonto sono definitivamente scomparse e quelle dell’alba non hanno ancora preso il suo posto (soprattutto)… il cielo non è comunque buio e nero come ci aspetteremmo.

La luce del sole, anche se illumina l’altra metà del nostro globo, viene comunque riflessa dalle particelle di polvere presenti sui piani orbitali dei pianeti del sistema solare. Addirittura, in notti molto buie, la luce zodiacale descrive un cerchi completo attorno all’eclittica.

La quantità di polvere che c’è lassù e ovviamente molto bassa, ma quelle necessaria a realizzare tale bagliore lo è sorprendentemente molto di più. Particelle da 1 millimetro distanti 8000 metri con un bassissimo potere riflettente, se moltiplicate per la vastità del cosmo sono sufficienti a realizzare “l’aurea zodiacale”.

Inoltre nella flebile luce zodiacale c’è un punto, esattamente opposto alla posizione del sole che è debolmente più luminoso del resto; il Gegenschein… una specie di anti-sole delle notti più buie.

WU

PS. Se avete una seppur blanda curiosità sul nome: la luce zodiacale si chiama così poiché riempie la regione zodiacale che è quella fascia della volta celeste, di circa 9° sopra e sotto l’eclittica, entro la quale giace il percorso apparente del sole, della luna e dei pianeti. In soldoni la regione entro la quale abbiamo immaginato tutti i nostri segni zodiacali raggruppando le stelle in immaginifiche costellazioni.

Life Versus Dark Energy

Già un titolo così mi fa venir voglia di leggere l’articolo. Poi quando continua con “How An Advanced Civilization Could Resist the Accelerating Expansion of the Universe“… praticamente ha già vinto.

Nei meandri di una noiosa telefonata fiume-pseudo-lavorativa mi sono imbattuto in questo succulento articolo. Ora ne blatero un pochino, ma come sempre, a parte i “risultati” che pretende di aver “dimostrato” la cosa che mi affascina di più è che qualcuno si sia messo a pensare ad una eventualità del genere ed è riuscito a trarne qualche conseguenza. Questo si che giustifica millenni di evoluzione umana… 🙂

The presence of dark energy in our universe is causing space to expand at an accelerating rate. As a result, over the next approximately 100 billion years, all stars residing beyond the Local Group will fall beyond the cosmic horizon and become not only unobservable, but entirely inaccessible, thus limiting how much energy could one day be extracted from them. Here, we consider the likely response of a highly advanced civilization to this situation. In particular, we argue that in order to maximize its access to useable energy, a sufficiently advanced civilization would chose to expand rapidly outward, build Dyson Spheres or similar structures around encountered stars, and use the energy that is harnessed to accelerate those stars away from the approaching horizon and toward the center of the civilization.

Praticamente: la materia oscura (ammesso che esista) sta causando una accelerazione dell’espansione dell’universo. Ciò porta le stelle ad allontanarsi fra loro e quindi una potenziale civiltà super avanzata a ritrovarsi brevemente in mancanza di energia. Una “likely response” a questo problema che tale civiltà potrebbe trovare è quella di costruire sfere di Dyson (ve le ricordate?) ed accalappiare quante più stelle, con relativa energia, per portarle verso la culla della loro (certamente non nostra) civiltà.

Ovviamente facile a dirsi, ma non a farsi… per noi.

[…] we speculate about how an advanced civilization would respond to the challenge of living in a universe that is dominated by dark energy. Here we have in mind a civilization that has reached Type III status on the Kardashev scale, which entails the ability to harness the energy produced by stars throughout an entire galaxy […]. To this end, they could build Dyson Spheres or other such structures around the stars that are encountered, and use the energy that is collected to propel those stars toward the center of the civilization, where they will become gravitationally bound and thus protected from the future expansion of space.

Parliamo quindi di gente abbastanza avanti (di certo vi ricordate questa scala) tanto da poter costruire palle-cattura-energia come se niente fosse ed utilizzare, intelligentemente questa energia per avvicinare le stelle al centro della loro civiltà “combattendo” in qualche modo l’espansione dell’universo. Chissà se tale civiltà possa essere considerata come una causa di una vita più lunga del nostro universo?!

Il paper continua “desumendo” anche quali sono le stesse che potenzialmente è più facile cadano vittime di questa avanzatissima civiltà di cannibali. In particolare fra 0.2 e 1 volta la massa del nostro sole (i.e., se ancora in vita noi saremmo spacciati).

… e dato che l’appetito vien mangiando… perchè fermarsi?

[…] we performed our calculations for the case of an advanced civilization that expands outward from the Milky Way (or Local Group) starting in the current epoch. It is of course possible, however, that life has already evolved elsewhere in our universe, and that civilizations far more advanced than our own may already exist within our Hubble volume. If this is the case, then they may have already begun to collect stars from their surrounding cosmological environment, altering the distribution of stars and leading to potentially observable signatures.

Ovvero, guardiamo bene cosa c’è li fuori poiché qualcosa del genere potrebbe addirittura essere già in atto! Accorgercene per tempo potrebbe, oltre che farci esultare per aver trovato i nostri agognati alieni, essere anche la carta della nostra salvezza (guida galattica per autostoppisti non ci ha insegnato nulla?).

Ora, a parte i calcoli, le ipotesi, i dettagli e tutto il bello “per gli addetti ai lavori” (quali?), ribadisco che è l’idea il punto di forza del paper. Idea che deve esser stata approfondita sostanzialmente perché divertente o bizzarra, ma che ha l’indubbia dote di riuscire a motivare i lettori più curiosi… meglio se giovani e di talento. A questo, e non a farsi auto-pubblicità, dovrebbero servire le ricerche e le pubblicazioni scientifiche.

WU

PS. Consiglio di leggerlo.