Anniversarium… e ne abbiamo visto un altro

  • NON è un simbolo di solidità
  • NON è una celebrazione, ne tanto meno una auto-celebrazione
  • NON è un manifesto dei prossimi obiettivi
  • NON è un momento di riflessione
  • NON è una occorrenza per fare statistiche e stime
  • NON è una possibilità per predire il prossimo (ammesso che ci sarà)
  • NON è un ricordo
  • NON è un punto di svolta
  • NON è una base per pianificare
  • NON è una pretesto per restyling
  • NON è una occasione per pensare/proporre un cambio di contenuti
  • NON è praticamente nulla, è solo una ricorrenza. E’ una data che accade, mi piace pensare a sua insaputa (altrimenti, magari, sceglierebbe diversamente), ogni anno, da ben quattro: da qui, a qui, a qui, a qui.

Spulciando post a caso, partoriti in questo blog, mi pare di cogliere parecchi aspetti della mia stessa evoluzione, da non far implicitamente coincidere con crescita.

Ancora una volta sento la voglia di ringraziarvi; i regali me li avete fatti in questi quattro anni, praticamente ogni giorno

WU

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Ricorrenze

In giornate come quella odierna non so mai se spendere qualche parola sulla ricorrenza o meno. Se proprio uno vuole in rete trova quello che vuole, sia su una campana che sull’altra. E non di certo passa da queste parti per vedere l’immagine di un ramoscello di mimosa.

Non che non voglia “celebrare” (e non me ne vogliano le donne all’ascolto che credono che la festa odierna andrebbe epurata dai calendari) ne tanto meno non credo sia giusto ricordare quanto successe oggi o comunque indire un pretesto per dire una sorta di “grazie” al gentil sesso, ma non so mai se stressare troppo la questione rischia di sfociare in affettati auguri.

Quest’anno, esattamente come i precedenti, non ho una risposta e non riesco a prendere una decisione. Mi sono pertanto (come se fosse effettivamente una conseguenza) messo a spulciare nella storia di questo blog per vedere come avevo affrontato il “problema” gli scorsi anni.

Scopro che:

  • nel 2016 mi sono messo a parlare dell’isola dei conigli, delle sue incerte origini e dell’ancora più incerto destino;
  • nel 2017 mi sono impelagato nel cercare di descrivere il limite che blocca la velocità di un flusso in un condotto soggetto ad una differenza di pressione indipendentemente da un ulteriore calo di pressione;
  • nel 2018 ho toccato l’apice raccontando la storia di un “message in a bottle” che ha solcato mari ed oceani dal 1886 per finire poi in una asettica teca da museo.

In breve direi che più che non voler ricordare che oggi è l’8 MARZO (ecco, l’ho detto) mi sono “distratto” bighellonando in rete cercando di riflettere per prendere una decisione così a lungo che poi ho finito per sproloquiare sulla prima cosa che ha catturato la mia attenzione.

Non credo sia un bene, non credo sia un male; ma a questo punto direi: auguri, in case.

WU

PS. “fortunatamente” (da questo punto di vista) nel 2015 ho iniziato questo blog dopo la ricorrenza odierna bypassando amabilmente il “problema” 🙂

PPSS. Questo post però costituisce effettivamente un precedente circa il mio fare-o-non-fare auguri oggi se mai dovessi condurre la stessa analisi fra un anno…

Di stime & di ricordi

Oggi mi sono abbandonato un po’ ai ricordi. Ovvero, qualche giorno fa le fatine (e basta sempre con gnomi e folletti) di WordPress mi hanno fatto notare che qualche matto era andato a sfogliarsi questo vecchio post. Non che capiti di rado che qualcuno spulci i vecchi (e vecchissimi) post, ma la data di quello in questione mi ha colpito. La data è, infatti, quella odierna… di tre anni fa.

Onestamente lo ricordavo (e non posso dirlo per ogni post che ho scritto), ma l’ho riletto assolutamente volentieri. Se dovessi riscriverlo oggi forse lo farei in maniera più asciutta, ma mi consola (o non dovrebbe?) sapere che a distanza di tre anni mi faccio tutto sommato lo stesso genere di domande… specialmente, se volete saperlo, mentre alieno la mia mente nel traffico cittadino.

Associare dei numeri a ciò che mi circonda rimane un mio ottimo passatempo mentale (un po’ alla Fermi, anche se su un livello decisamente più triviale). Tipo passare vicino un parcheggio e chiedermi quante auto siano parcheggiate, vedere uno stormo in cielo e stimare il numero di volatili che lo compongono, entrare in un luogo affollato ed approssimare le persone presenti o, appunto, vedere un qualche uomo/bestio/cosa e chiedermi volume o peso.

Oggi mi sono impelagato nel provare a stimare il numero di peli bianchi della mia barba (il mio responso è un numero che si legge come “troppi”), ma mi sono interrotto pensando sostanzialmente che oggi domande del genere servono (o vorrebbero servire) solo a sostenere qualche colloquio di lavoro e non più per allenarci a verificare l’ordine di grandezza delle cose… che sarebbe la prima difesa dalla proliferazione delle fake news. Se tutti provassimo a ragionare, si ci vuole un po’ di “allenamento alla Fermi”, di più svilupperemmo una sensibilità diversa, sia qualitativa che quantitativa, e saremmo molto più selettivi riguardo a ciò che leggiamo o ci viene detto.

Ad ogni modo, non voglio dire che dobbiamo farlo tutti, ma personalmente la cosa che mi piace è che non mi soffermo mai a verificare il risultato. Semplicemente per il piacere di vedere che stime riesco a fare… e quanto più sono inutili meglio è!

WU

There’s plenty of room at the bottom

Una sorta di immancabile tributo.

Correva l’anno 1959 e R. Feymann era impegnato nell’insegnamento. Ma sempre a modo suo. Feymann era più che altro u divulgatore scientifico (e non me ne voglia lui per l’accostamento alla moderna concezione “della categoria”…), nel senso che era in grado di parlare a pubblici alquanto variegati cercando di far passare i concetti basilari per mezzo di esempi e trasposizioni facilmente (per quanto possibile) comprensibili.

There’s plenty of room at the bottom è un suo celebre discorso nel quale Feyann affronta il tema del estremamente piccolo. Propone, ben prima che fossimo in grado di farlo (ed anche di concepirlo come fattibile) la possibilità di manipolare la materia su scala atomica, di andare a sistemare i singoli atomi per creare computer piccolissimi o micro-microscopi. Ha anticipato l’idea di “ingoiare il nostro dottore”, ovvero di ingerire un qualcosa che vada a curarci (una sorta di nano-macchine biomedicali), micro robot guidati dall’esterno che vadano ad operare puntualmente l’essere umano o anche in situazioni complesse (e piccole).

In rete il testo della conferenza si trova in abbondanza e non mancano anche versioni più o meno fedeli in italiano; riporto sotto alcuni passi che hanno colpito questo fesso che scrive, che al contempo suggerisce di leggere il testo integrale (magari anche in lingua originale).

[…]

L’argomento di cui voglio parlare è la manipolazione e il controllo di oggetti su piccola scala. Non appena menziono l’argomento, le persone mi parlano della miniaturizzazione e di quanto sia progredita fino ad oggi. Mi parlano di motori elettrici della dimensione di un’unghia di un mignolo. E c’è in vendita uno strumento, mi dicono, con il quale si può scrivere il “Padre nostro” sulla capocchia di uno spillo. Ma questo è niente, è solo il primo esitante passo nella direzione di cui voglio parlare. Essa è quel mondo, sorprendentemente piccolo, che sta qua sotto.

Nell’anno 2000, quando guarderanno a quest’epoca, si meraviglieranno del fatto che fino al 1960 nessuno avesse iniziato a muoversi seriamente in questa direzione. Perché non possiamo scrivere tutti i 24 volumi dell’Enciclopedia Britannica sulla capocchia di uno spillo? Vediamone le implicazioni.”

[…]

Bene, il titolo di questo discorso è “C’è TANTO spazio laggiù in fondo”, non “C’è spazio laggiù in fondo”. Ciò che ho dimostrato è che c’è abbastanza spazio per ridurre le dimensioni di oggetti in un modo già tecnicamente attuabile. Ora voglio dimostrare che di spazio ce n’è tanto. Non parlerò delle fattibilità pratica, ma di ciò che è possibile in base alle leggi fisiche. Non sto inventando l’anti-gravità, che sarebbe possibile solo se le leggi non fossero quelle che pensiamo essere. Sto per parlarvi di ciò che può essere fatto se le leggi sono quelle che pensiamo che siano; se non lo stiamo facendo è solo perché non ci abbiamo ancora pensato.

[…]

Se ogni unità d’informazione fosse rappresentabile tramite un piccolo cubo di lato pari a cinque atomi, stimando che nei 24 milioni di libri che esistono al mondo ci siano 1015 unità d’informazione, questi potrebbero essere condensati in un cubo di materiale grande come il più piccolo pulviscolo di polvere visibile dall’occhio umano

“Quindi c’è tanto spazio laggiù in fondo! Non mi parlate di microfilm!

Il fatto che una quantità così enorme di informazioni possa essere trasportata in uno spazio così piccolo, è naturalmente ben conosciuto dai biologi e risolve il mistero, che esisteva prima che lo svelassimo, di come, nella più piccola cellula possano essere immagazzinate tutte le informazioni per l’organizzazione di una creatura complessa come l’essere umano. Tutte queste informazioni – se abbiamo occhi castani, capelli biondi, o che nell’embrione la mascella dovrebbe prima svilupparsi con un piccolo foro di lato, in modo che in seguito un nervo possa passare da lì – tutte queste informazioni sono contenute in una sezione molto piccola della cellula, che ha la forma di una lunga catena di molecole di DNA, nelle quali vengono usati circa 50 atomi per ogni unità di informazione nella cellula.

[…]

Costruire oggetti molto piccoli potrebbe anche essere oggetto di attività imprenditoriale. Consentitemi di ricordarvi alcuni dei problemi dei calcolatori elettronici. Nei computer dobbiamo immagazzinare un’enorme quantità di informazioni. Il tipo di scrittura di cui ho parlato prima, nel quale avevo trasformato ogni carattere in distribuzione di metallo, è permanente. Molto più interessante per un computer è scrivere, cancellare e scrivere qualcos’altro. (Ciò accade di solito perché non vogliamo sprecare il materiale sul quale abbiamo appena scritto. D’altro canto, se potessimo scrivere su uno spazio molto piccolo, non farebbe alcuna differenza; potrebbe semplicemente essere buttato via dopo averlo letto. Il costo del materiale è irrilevante).

[…]

Se guardo il vostro volto, riconosco immediatamente di averlo già visto prima. Non esiste ancora una macchina che, con la stessa velocità, possa rilevare l’immagine di un volto e dire se sia un uomo o meno; e ancor meno se sia lo stesso uomo che gli avete mostrato prima, a meno che non sia esattamente la stessa immagine. Se il volto è cambiato, se sono più vicino ad esso o ne sono più lontano, se la luce cambia, io lo riconosco sempre. Bene, questo piccolo computer che porto all’interno della mia testa sa farlo con facilità. I computer che abbiamo costruito non sono capaci di farlo. Il numero di elementi in questa mia scatola fatta di osso è enormemente più grande del numero di elementi nei nostri “meravigliosi” computer. Ma i nostri computer meccanici sono troppo grandi, gli elementi in questa scatola sono microscopici. Io voglio costruirne alcuni che siano sub-microscopici.

Se io volessi progettare un computer che avesse tutte queste meravigliose abilità qualitative, dovrebbe avere, forse, le dimensioni del Pentagono. Ciò ha molti svantaggi. Innanzitutto, richiederebbe troppa materia prima; potrebbe non esserci sufficiente germanio nel mondo per tutti i transistor che dovrebbero essere messi in questo enorme dispositivo. C’è anche il problema della generazione del calore e dei consumi energetici. Ma una difficoltà perfino più pratica è che il computer dovrebbe essere limitato ad una certa velocità. A causa delle grandi dimensioni, è necessario un tempo finito per portare l’informazione da un posto all’altro.

L’informazione non può viaggiare più veloce della luce, quindi, dal momento che i nostri computer diventeranno sempre più veloci e sempre più potenti, dovranno diventare sempre più piccoli. Ma c’è tanto spazio per renderli più piccoli. Non c’è niente nelle leggi fisiche che impedisce che gli elementi dei computer non possano essere enormemente più piccoli di quanto siano ora. Ci sarebbero davvero grandi vantaggi.

[…]

Consideriamo una macchina qualsiasi, per esempio un automobile, e riflettiamo su una macchina come quella di dimensioni infinitesimali.”

Tali macchine andrebbero completamente riprogettate e costruite con materiali tipo plastica o vetro, per loro natura privi di forma propria e di disomogeneità, per evitare gli inconvenienti che la struttura a grani dei metalli potrebbe creare su piccola scala. Sarebbe necessario fare molta attenzione anche alle parti elettriche a causa della variazione delle proprietà magnetiche su piccola scala. D’altro canto, sarebbe probabilmente inutile lubrificare gli ingranaggi che, date le piccolissime dimensioni, non si surriscalderebbero, pertanto sarebbe anche impossibile far funzionare il motore tramite processi di combustione e si dovrebbe progettare qualche altro processo di produzione di energia a freddo oppure potrebbe essere sufficiente alimentarli con una fonte di energia elettrica dall’esterno.

“Quale sarebbe l’utilità di macchine del genere? Chi lo sa? Ovviamente, un’autovettura piccola potrebbe servire solo a far viaggiare gli acari e suppongo che il nostro spirito cristiano non vada così lontano.

[…]

“Quando entriamo nel mondo dell’incredibilmente piccolo, per esempio un circuito costituito da sette atomi, potrebbero presentarsi molte nuove opportunità progettuali. Gli atomi si comportano come nessun altra cosa di grandi dimensioni, dal momento che seguono le leggi della Meccanica Quantistica. Infatti, via via che scendiamo nel piccolo e ci circondiamo di atomi, abbiamo a che fare con leggi diverse e possiamo aspettarci di fare cose diverse. Possiamo produrre in modo diverso. Possiamo usare non solo circuiti, ma qualche sistema che coinvolga i livelli di energia quantica, oppure le interazioni degli spin quantici, ecc… Altra cosa degna di nota è che, se scendiamo ad un livello sufficientemente piccolo, tutti i nostri dispositivi possono essere prodotti in massa, in modo che ognuno di essi sia una perfetta copia degli altri. Non siamo in grado, invece, di produrre due macchine di grandi dimensioni che siano perfettamente identiche. Ma se la vostra macchina è alta solo cento atomi, è sufficiente un livello di precisione da 0,5 a 1% per essere sicuri che un’altra macchina sia esattamente delle stesse dimensioni, cioè cento atomi di lunghezza!

[…]

Ora potreste dire: “Chi e perché dovrebbe farlo?”. Bene, io ho indicato solo alcune delle possibili applicazioni economiche, ma so che il vero motivo per cui dovreste farlo è il puro divertimento! Divertitevi!! Organizziamo una gara tra laboratori. Facciamo in modo che un laboratorio costruisca un piccolo motore e lo invii ad un altro laboratorio che lo rispedisca al mittente con qualche pezzo che si inserisca perfettamente all’interno del primo motore.
[…]

Forse, però, ciò non è sufficiente per entusiasmarvi, solo la possibilità di una vincita economica potrebbe farlo. Perciò vorrei fare un tentativo, ma non posso farlo subito perché non sono preparato. Ho intenzione di offrire un premio di $ 1.000 al primo ragazzo che riuscirà a ridurre le informazioni scritte sulla pagina di un libro di un scala 1:25.000 in modo che sia leggibile con un microscopio elettronico. E voglio offrire un altro premio di $ 1.000 al primo ragazzo che realizzerà un motore elettrico funzionante che possa essere controllato dall’esterno e, senza considerare i cavi in entrata, sia di dimensioni non superiori a 1/64 di pollice cubo.

Sono certo che non passerà molto tempo prima che tali premi vengano reclamati!”

Una curiosità. La sfida lanciata da Feymann riguardo al nano-motore fu vinta già nel 1960, ma semplicemente grazie alle doti di un artigiano che aveva miniaturizzato il tutto senza introdurre veramente progressi tecnologici. La sfida della miniaturizzazione dell’enciclopedia britannica, invece, fu vinta nel 1985 quando Newmann ridusse “A Tale of Two Cities” ad 1/25000 della sua dimensione originaria.

WU

PS. Oltre tutte le intuizioni (anticipate da un fisico e non da un barzellettiere) geniali del discorso credo che anche il titolo abbia decretato il successo ed il perdurare dell’intervento.

Siamo molto lontani da qualunque intervento “ad una conferenza” io abbia mai sentito negli ultimi 15 anni.

Carne in provetta

Di sicuro un nome più accattivante è determinante. Mangereste mai qualcosa che si chiama “carne sintetica” o “carne da laboratorio”? Diciamo che se fosse qualcosa tipo “supperfood3.0” di certo avrebbe più chances. Ma poi (e faccio un po’ l’avvocato del diavolo) ha senso usare la parola “carne”? Sminuisce un po’ quella originale con tanto di mucco dietro?

Ok, con calma. Stiamo effettivamente parlando (cioè, io sto effettivamente blaterando) della strada che deve ancora percorrere il risultato di colture cellulari cresciute in laboratorio per arrivare sulle nostre tavole come alternativa alla carne animale.

Indipendentemente se in questo momento state facendo una smorfia di disgusto o uno slurp di apprezzamento, le autorità regolatorie statunitensi dell’agricoltura e della diffusione degli alimenti (USDA e FDA) hanno di fatto dato il nulla osta alla commercializzazione di questo “alimento”.

La produzione di questa “carne” ha ora un iter ben definito ed entrambe le agenzie lo supervisioneranno e controlleranno al fine di ottenere sinte-carni certificate sulle nostre tavole. In particolare l’Fda si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, quindi della loro crescita e della differenziazione. L’USDA avverrà invece durante la fase di raccolta delle cellule e si occuperà di produrre effettivamente l’alimento ed etichettarlo. La cosa positiva (che vedo io) è che stiamo parlando di agenzie già in essere e di regolamentazioni già esistenti e non di dover metter su legislazioni dedicate ex-novo (… il che fa perdere però un po’ di esoticità al fanta-alimento).

Le cellule coltivate in vitro sono sostanzialmente cellule muscolari animali (… e ne servono veramente tante…), possibilmente con una buona percentuale di cellule grasse tanto per dare alla pseudo-carne un sapore più “tradizionale”.

carnesintetica.png

Ora che “la carta è a posto” ci aspettiamo di poter masticare (non voglio sbilanciarmi sul sapore per questo cerco di non usare il verbo assaporare) la “carne” già nel 2020. Il primo hamburger sintetico risale in effetti al 2013 quando un il primo pezzo di carne sintetica fu “degustano” da palato umano come risultato di due anni di lavoro (tralasciando il costo di 325.000$ per circa un etto, ma d’altra parte volete essere i primi o no?!).

Da allora start-up più o meno serie e titolate (fra cui la olandese Mosa Meat, fondata dallo stesso Post… il ricercatore che servì il primo incriminato hamburger) si sono messe al lavoro sul prodotto subodorando quello che condivido essere un vero business. Ora pare (PARE) che siamo attorno a 700 €/kg per la carne-coltivata; altino per tutte le bocche, ma decisamente un grande passo avanti verso la commercializzazione al dettaglio.

Secondo la coldiretti e la Cia-Agricoltori in Italia il “prodotto” non è propriamente ben visto e secondo i loro “sondaggi” (lasciatemi il beneficio del dubbio) circa il 75% di noi non sarebbero disposti, indipendentemente dal prezzo, ad acquistare la carne-elaborata.

Io personalmente non avverto (in questo caso meno che mai) problemi di natura etica nell’adozione di questo tipo di carne; qualche dubbio su eventuali ripercussioni sulla salute (specialmente a lungo termine) ce lo avrei, ma se fossi mai stato intervistato circa l’adozione sul mercato di questa new-entry di certo non mi sarei dichiarato contrario.

Pensiamo in fondo di poter sostenere l’allevamento e la macellazione, indipendentemente dalla crescita della popolazione umana (senza voler toccare il tasto di chi già oggi non può avere una fettina di carne)? No, per il momento l’opzione “tutti vegetariani” non è per me la soluzione (ammesso che sia veramente un’alimentazione sostenibile).

WU

Pigre conferme

Oggi mi sono perso un po’ nella storia di questo blog (… il che lo ha reso istantaneamente più vecchio di quel che è…) ed ho notato che qualche pazzo si era casualmente messo a rileggere questo vecchio post qui. Non lo ricordavo, ma l’ho trovato quanto mai attuale e mi sono quasi commosso notando che qualcuno lo aveva spulciato.

Ovviamente potete immaginare la mia sorpresa quando ho visto la data. Da me stesso di 2 anni fa…

Possiamo dargli il nome che preferiamo. Possiamo usare inglesismi, ricerche, o versi da pastore, ma il punto è abbastanza semplice.

Tipicamente non tendiamo a cercare informazioni con il puro e sano scopo di documentarci per formarci un’opinione. Di solito cerchiamo informazioni con lo scopo di supportare o smentire un’idea che abbiamo già. Selezioniamo (non sempre inconsciamente) le informazioni in base alle idee che abbiamo già ritenendo solo quelle che ci sembrano coerenti con il nostro “scenario mentale”.

Questo è di per se un problema, nonché una (forse la principale) causa che consente alle bufale di propagarsi a macchia d’olio (anche grazie all’aiuto della rete).

Ciò è tanto più vero in alcuni casi nei quali “avere un’idea” fa la differenza: la politica, l’economia, il paranormale, etc. Vogliamo parlare di un referendum (la Brexit e le bufale ad essa associate che hanno portato all’attuale scenario sociopolitico solo se volgiamo essere attuali, ma ne va bene uno qualunque).

E’ come se ormai le nostre opinioni (che solo i più illusi credono ancora esser personali) fossero assolutamente polarizzate in base “all’autorità” della fonte. Una rivisitazione 3.0 del “quarto potere”.

Se vogliamo andare ancora più a fondo: siamo pigri. Tremendamente, profondamente, incredibilmente pigri. Costa molto meno sforzo cercare una conferma che cambiare un’idea che ci siamo fatti. Anzi, forse fra le cose più dispendiose c’è proprio la formazione di una nuova idea e la documentazione necessaria a tal fine.

Ed in questo la rete è un validissimo aiuto: qual che sia la tua idea, Mr. Internet ti da la possibilità di supportarla. L’eccesso di informazione tende ormai a coincidere con la sua totale assenza (cercare un link a caso in rete o asserire qualche cavolata al bar… che differenza fa?).

WU

PS. “È possibile effettuare molte misure lineari, per esempio, della Piramide di Cheope e vi sono molti modi per combinarle e manipolarle. È quindi quasi inevitabile che delle persone che studiano queste cifre in maniera selettiva troveranno delle corrispondenze apparentemente impressionanti, per esempio con le dimensioni della Terra o con quelle di qualsiasi altra sciocchezza”.

Il mio confirmation bias si rifiuta di accettare che la piramidologia numerologica sia casuale 😀 .

Estendo brevemente il concetto (… con l’esperienza maturata in questi ultimi due anni 🙂 ).

Partirei dal concetto che siamo pigri. In questo non ho cambiato idea, anzi, diciamo pure che l’ho peggiorata. Vedo quotidianamente riciclare cose viste e riviste che sono blandamente adattabili a contesti diversi, ma che evidentemente hanno un impatto minore sullo sforzo (mentale) delle persone.

Diciamo che partire dal foglio bianco (from scratch come si usa dire oggigiorno per mascherarci) è ormai un talento di pochi. Nel farsi un’idea soprattutto. Acquisire informazioni quanto più oggettive possibile e possibilmente da fonti diverse è sempre più considerato come una perdita di tempo.

Andiamo avanti così che la verità verrà a galla… rigorosamente se è quella che cerchiamo.

WU

PS. E faccio anche un mea-culpa quanto mai calzante (i paradosso mi balza all’occhio giusto ora…) sul fatto che questo post è uno dei pochi che non è scritto partendo dal foglio bianco. Il karma non sbaglia.

Anniversarium … e tre

Ieri (da cui, confesso, il delirio del Punto Omega a cui mi illudo di tendere…) era il terzo (da questo inizio) anniversario di questo Blog.

Non volevo scrivere nulla (dopo qui e qui), per non acuire la mia percezione di avere fra le mani il mio personale dinosauro della rete.

Sono cresciuto, e con esso anche il senso stesso di questo blog. I suoi contenuti ed i miei ritmi sono cambiati. La sua funzione di vomitatoio per alleggerire un po’ (e vanamente cercare di dargli forma) il marasma che mi si agita in mente, invece, rimane.

Non faccio promesse, non voglio fare punti ne tirare somme. Tutto sommato non voglio dire nulla (come nelle migliori tradizioni…).

Scrivo queste poche righe solo per “celebrare” la ricorrenza e per mia (tua, oh lettore?) memoria.

Grazie

WU

Anniversarium … again

Parafrasando note citazioni artistiche:

… un’altro anno è andato la sua musica è finita,
quanto tempo è ormai passato e passerà?
Le orchestre di sproloqui ne accompagnano i sospiri:
l’oggi dove è andato l’ ieri se ne andrà.

Un altro anno è andato. Non avrei mai detto. Per la seconda volta (il che dimostra la mia scarsa fiducia in me ed un po’ in generale nel futuro).

E, ri-citandomi, in preda ad impeti di vanagloria, ancora (da qui):

Nel sempre-di-corsa volto a collezionare faccio-prima-questo-così-poi-sono-libero, mi sono ritrovato a realizzare (un ah-ah moment della giornata) che il tempo passa e non ti premia certo per esser pronto per il prossimo impegno. Il bisogno di una più sana (ma poi che ne so?!) gestione del mio tempo mi ha quindi portato, bighellonando tra vaghi ed inutili pensieri, a tentare anche questa strada…

Il grazie a voi, lettori. Continua ad essere, per quanto possibile e per quanto ne sono capace, ancora un dovere ed un piacere.

WU

Lucci argentati ?!

Ero partito con l’idea di parlare un po’ della Giava (avete presente la Guerra di Piero?). Ed invece mi sono imbattuto qui in questa interpretazione assolutamente personale e scanzonata della genesi di un’altro pezzo della canzone (per me più che altro una poesia).

Perché diavolo de André, appassionato di pesca, ha tirato fuori ‘sta vaccata del luccio argentato? Ho provato a immaginare la strada che lui ha percorso nel mettere a punto la guerra di Piero. Naturalmente era insieme a uno dei sui migliori amici, col quale era affiatato nel comporre canzoni. Vediamoli in azione, già adeguatamente sbronzi.

– fda “Belìn paolo, cosi’ non funziona”
– paolo “faber, sei il solito rompicoglioni, e mettici le trote in sto torrente di merda, no?”
– fda “trote, eh? aspetta che provo, dammi la chitarra “voglio che scendan le trote argentate non più i cadaveri dei soldati”… (smette di cantare e si mette a ridere) “No no no cosi’ si fotte la rima, ci vuole un pesce maschio per fare la rima coi soldati, e poi le trote sono scure, non sono argentate, non diciamo belinate”

(nota ittica dello slow: la trota marmorata (ormai rara) dei fiumi della pianura padana forse e’ ancora più scura e opaca dei lucci, ma anche la trota fario dei torrenti alpini non luccica. L’unica trota dai riflessi argentati e’ la trota iridea, uno schifoso incrocio americano, che impesta i nostri fiumi dagli anni ’60 e quindi e’ storicamente incompatibile coi tempi della guerra in cui lo zio Piero ci rimise la pelle).

– paolo “cazzo faber, e mettici dei cefali allora, sono maschi e luccicano da matti, no?”
– fda “ma certo, i cefali in un torrente delle Alpi! Ce li ha portati babbo natale dal porto di Genova con le renne, o che cosa? Cristo, siamo in un torrente di montagna, di qua gli alpini dall’altra i crucchi e tapùm, tapùum… e nel torrente nuota un pesce di mare?”
– paolo, sghignazzando “dammi la chitarra che provo io: “voglio che scendano i besughi argentati non più i cadaveri dei soldati…”
– fda, accompagnandosi con un gesto significativo delle braccia “si’, i besughi! Sai dove te li devi mettere i tuoi besughi? Guarda che questa non e’ mica Carlo Martello, cerchiamo di non mandare a bagasce l’atmosfera della canzone. Invece di fare l’idiota versami un po’ di quel ciancu de portofin, che sono a secco”
– paolo” invece di tracannare come un imbuto, mi spieghi perché cazzo ti sei fissato con ‘sti pesci argentati? Se anche fossero rosa a pallini blu sempre pesci sono!”
– fda” se tu non fossi ciucco come una bestia te lo ricorderesti, ho appena finito di spiegartelo. Quando tu vai al mercato, il pesce sui banconi come diavolo lo vedi?”
– paolo “doppio”
– fda “belìn, piantala, TU LO VEDI DOPPIO, quelli che non sono ‘mbriachi come te lo vedono ARGENTATO, capito? Anche uno che viene dalla punta del Monviso, se pensa a un pesce, associa l’idea del pesce a un lampo argentato, quindi l’argentato mi serve per completare l’immagine nella testa di chi ascolta, che spero che sia meno rincoglionito di certi miei amici, chiaro?”
– paolo “belìn, più chiaro di cosi’, finché me lo ricordo… Allora mettici un pesce d’acqua dolce, maschio e argentato, in quel porco torrente e finiamola che tra un po’ siamo senza vino”
– fda “mmmh, vediamo: cavedani, barbi, temoli, pighi, vaironi, alborelle…”
– paolo “NO! le alborelle sono tutte femmine e anche zoccole”
– fda “giusto. Proviamo i cavedani, ci sono un po’ dappertutto “voglio che scendano i cavedani argentati non più i cadaveri dei soldati”
– paolo “mica male”
– fda “uhm… c’e’ qualcosa che non va, fammi riprovare “voglio che scendano i cavedani argentati non più i cadaveri dei soldati”
– paolo “per me va bene (hic)”
– fda “no, ecco cos’è: cavedani, primo gioca troppo col suono di cadaveri, secondo e’ troppo lungo: due sillabe di troppo”
– paolo ” fottitene, che va bene cosi’, tanto la gente e’ stupida e non capisce, e poi dobbiamo uscire che il vino e’ finito”
– fda “non dire cagate, cosi’ non va, cosa vuoi, che salti fuori quell’altro rompicoglioni di Bologna, eh? Lo sai come fa: “Moooo, qui non funssiona mica la mettrica!” e mi sputtana di fronte a tutti”
– paolo “cambia pesce e sbrigati, che urge la visita in bottiglieria e poi tutti da jamina”
– fda (cantando) “voglio che scendano i pighi argentati non più i cadaveri dei soldati” ora la metrica sembra buona”
– paolo “faber, quella carampana di tua zia peppina lo sa cosa sono i pighi?”
– fda “non credo, perché?”
– paolo “e’ un’ora che mi fai due palle cosi’ colla visualizzazione del concetto istintivo del pesce e il lampo argentato della minchia, e mi vai a mettere i pighi? Ma chi cazzo li conosce i pighi? Vanno mica tutti a pescare nel ticino, cosa credi?”
– fda “nozione troppo tecnica, neh? Peccato, sono divertenti da pescare”
– paolo “e poi ci sono troppe “i”, il verso suona stridulo”
– fda “si’, provo con i barbi”
– paolo “andiamo a chiedere a tua zia se sa che cazzo sono i barbi? Quella ti dice che sono dei ferri da parrucchiere!”
– fda “e meno male che il rompicoglioni sono io! Un pesce bisillabo, maschile, con poche “i”, argentato, d’acqua dolce e che lo conosca anche quella rimbambita di mia zia peppina. Come cazzo faccio a trovarlo?”
– paolo “telefona a tua zia”
– fda “belìn, tu sei scemo nella testa!, quella non mi molla più, poi attacca a pretendere che la vada a trovare per mangiare la focaccia *che ti piaceva tanto da bambino fabriziuccio mio* e mi incatena per portarmi a messa” (fda fa il verso alla zia carampana)
– paolo “ma la focaccia la fa buona”
– fda “si’, ma c’ha pure una fiatella…”
– paolo “prova con i lucci, la parola ha un suono più cupo che movimenta il verso”
– fda “i lucci ARGENTATI????. Ma dove li hai mai visti, belìn? L’altra settimana abbiamo preso un luccio, di che colore era?”
– paolo “verde”
– fda “non vorrai che ci facciamo ridere dietro dai pescatori di tutta Italia? C’e’ già quel coglione di Celentano che canta quella stronzata delle allodole che cantano sui rami, ma chi l’ha mai vista un’allodola su un ramo, che le allodole non si posano se non a terra?”
– paolo “dai faber non rompere i coglioni e telefona, che qui siamo bloccati e non si va avanti. Chissà che per la focaccia non inviti pure me”
– fda, telefonando con aria rassegnata “zia pinuccia! Ciao sono faber… ehm fabrizio. Come va?
– zia pinuccia “Fabrizietto! Ah, si invecchia, sapessi… Non riuscirai mai a indovinare chi e’ venuto a trovarci, e naturalmente domani verrai anche tu a pranzo da noi, e poi tutti a messa!
– fda “DEVO VENIRE ANCHE IO A PRANZO E POI A MESSA? CAZZ… ehm caspita zia che peccato ho un esame e non posso, si’, diritto processuale amministrativo sai, e’ lunghissimo! Come devo venire a pranzo lo stesso cosi’ dopo andiamo a messa??? Ma ti ho detto che ho l’esame belìn! Si’, scusa, non devo dire quelle parolacce, e poi la messa mi fa bene per l’esame e…si’ va bene, vengo. Si’ porto anche paolo, che lui e’ tanto di chiesa e non beve vino che fa venir la testa dura, va bene. Ma chi e’ venuto a trovarvi?”
– zia peppina “Ma una visita importantissima, tua zia Suor Immacolata!!! Non saprai mai perché e’ venuta a trovarci”
– fda “suor immacolata? Che cogl…ehm che cosa grandiosa! Perché é da voi?”
– zia peppina “pensa che Suor Immacolata e’ appena diventata la Madre Superiora del Gran Convento delle Pipitoniane Scalze, ed e’ venuta trovarci per festeggiare!
– fda “Che bello. Senti zia ho bisogno di un consiglio”
– zia pinuccia “fabrizio, ti passo zia Immacolata, che lei e’ tanto saggia e istruita e ti saprà aiutare e vuole salutarti”
– suor immacolata “ciao fabriziuccio, come stai? vai sempre in chiesa? e gli esami? e la fidanzata come si chiama?”
– fda “ciao zia immacolata. Complimenti per la carriera! ehm si’, la fidanzata si chiama jamin… ehm Giannina, si’ si’ Giannina…”
– zia immacolata “ma mi racconterai tutto domani, vero che ci sarai, si’… Bravo il mio fabriziuccio, eh come sarai cresciuto! Ma zia peppina mi dice che devi chiedermi una cosa, dimmi pure figliolo”
– fda “zia, cerco il nome di un pesce per una canzone per ehm… per l’oratorio, si’ ecco per l’oratorio. Deve essere un pesce di fiume, col nome corto, argentato, per la rima, sai… ”
– zia immacolata “Il luccio!”
– fda “si zia, il luccio, ma a me serve un pesce argentato, il luccio e’ verde e non posso dire che e’ argentato…”
– zia immacolata “Oh, ma figliolo, su, e’ una canzone, chi vuoi che se ne accorga e poi all’oratorio cosa vuoi che ne sappiano!
– fda “si’, ma…”
– zia immacolata ” e poi scusa, tu quando vai al mercato, il pesce sui banchi di che colore lo vedi?”
– fda “argentato, zia”
– zia immacolata “e allora! tu metti il luccio, vedrai che nessuno se ne accorge, se qualcuno fa osservazioni, di’ che e’ una licenza poetica!”
– fda (riattaccando la cornetta) “va bene zia, grazie, allora ci vediamo domani…”
– fda (rivolto a paolo) “Belìn, c’era la zia suora, e domani te la becchi pure tu insieme alla focaccia e alla messa. La suora ha detto di mettere il luccio e di fregarcene, e se la zia suor immacolata dice cosi’, non troverai nessuno che la pensa diversamente”
– paolo “io non ne posso più, diamo retta alla suora”
– fda “vada per i lucci argentati, e via di corsa che jamina ci sta aspettando!”
E fu cosi’ che i due inseparabili amici si incamminarono verso il mercato del pesce di piazza Cavour, ‘briachi come sorbole, intonando a squarciagola le lodi di suor Immacolata neo madre superiora e dei suoi lucci argentati.

Irriverente, ma decisamente simpatica e fantasiosa. Complimenti. E che Faber ci perdoni…

WU.

PS. Tanto per rispolverare il motivo per il quale sono giunto qui… La Giava è un tipo di ballo post WWI che eredita i ritmi popolari francesi (come una specie di rapido valzer).

Anniversarium

Un anno è andato. Non avrei mai detto.

Non so quanti altri ne passeranno e se passeranno con questo blog a dire cazzate su questo e quell’altro, ma fin qui mi pare già un traguardo.

I tentativi rimangono maldestri e continuo a reputarmi un non-blogger, ma tra alti e bassi non posso negare il divertimento ed il piacere nello stare qui. Il mondo non è certo diverso (… se non che un po più confusionario) con questo blog, ma con esso almeno io sono un un po’ cresciuto.

Tanta strada (è solo un modo di dire) abbiamo fatto da qui:

Nel sempre-di-corsa volto a collezionare faccio-prima-questo-così-poi-sono-libero, mi sono ritrovato a realizzare (un ah-ah moment della giornata) che il tempo passa e non ti premia certo per esser pronto per il prossimo impegno. Il bisogno di una più sana (ma poi che ne so?!) gestione del mio tempo mi ha quindi portato, bighellonando tra vaghi ed inutili pensieri, a tentare anche questa strada…

Il grazie a voi, lettori, è un dovere ed un piacere.

WU