Categoria: research

Didgeridoo

Se lo vedete è più facile che capiate di cosa sto parlando. Ed è anche più facile che pronunciarne il nome (onomatopeico, l’avreste mai detto?). Si tratta praticamente di quella specie di lungo tubo che è uno strumento musicale australiano. Gli aborigeni dell’isola, infatti, da qualche migliaio di anni sono capaci di prendere un tubo di forma più o meno regolare, da perfettamente cilindrico a svasato, cavarlo e renderlo uno strumento a fiato (più precisamente della categoria degli aerofoni ad ancia labiale).

Si va da un metro e mezzo a più di due metri e mezzo, tipicamente di eucalipto e tradizionalmente partendo da quei rami già internamente scavati dalle termiti. Decorazioni ed incisioni a piacere, ovviamente.

Ma il vero motivo per cui mi ci sono imbattuto è che è stato di recente oggetto di studio. Studio musicale? Archeologico? Etnologo? Beh, non proprio.

Pare che il Didgeridoo abbia un particolare effetto benefico sul sonno. Si, avete capito bene. Soffrite di una di quelle sindromi da apnee notturne ostruttive o in generale disturbi respiratori del sonno (e lo dico dopo una notte completamente in bianco, e non per via della respirazione)?

Basta, “semplicemente” suonare per una mezz’ora il lungo tubone per una media di 5,9 giorni a settimana (praticamente ogni sera!) per risolvere la questione. Respirerete meglio e russerete meno (voi…) oltre che ridurrete anche la sonnolenza diurna (e certo, dormirete meglio!)

AS, a didgeridoo instructor, reported that he and some of his students experienced reduced daytime sleepiness and snoring after practising with this instrument for several months. In one person, the apnoea-hypopnoea index decreased from 17 to 2. This might be due to training of the muscles of the upper airways, which control airway dilation and wall stiffening

E lo studio, neanche a dirlo degno vincitore dell’IgNobel per la Pace del 2017, sottolinea il fatto che russare meno ed essere più svegli durante il giorno diminuisce sostanzialmente il disturbo e lo stress di chi vive, ed in particolare dorme con voi.

Regular playing of a didgeridoo reduces daytime sleepiness and snoring in people with moderate obstructive sleep apnoea syndrome and also improves the sleep quality of partners. Severity of disease, expressed by the apnoea-hypopnoea index, is also substantially reduced after four months of didgeridoo playing.

IgNobel per la Pace (almeno quella domestica) assicurato!

WU

PS. Studio a molte mani (e continenti) condotto su 25 volontari australiani (e di dove senno?) che data ben 2005!

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Generi numerici

… e non numeri generici.

Sono un fermo sostenitore che abbiamo bisogno delle nostre piccole certezze per sentirci tranquilli. Per trovare il nostro posto nel mondo abbiamo bisogno che il mondo, come lo conosciamo noi, sia quello. Abbiamo bisogno di dei punti di riferimento, di sapere che sole sorgerà di nuovo, che dopo il 1238764781 viene il 1238764782.

Ed abbiamo bisogno di sapere di che sesso siano le figure e le cose che ci circondano. Indipendentemente da tutto, abbiamo bisogno di sapere se stiamo parlando di/con un uomo o una donna. O meglio maschio o femmina.

Gendered information plays a prominent role in how people interpret both the physical and social environments in which they live. Research has shown that individuals begin to acquire information about gender as early as 6 months of age, when infants start to distinguish males and females

Ed a questo diktat nulla fa eccezione (si, ci sarebbe il neutro in qualche lingua, ma è una generalizzazione dei due casi di cui sopra), compresi i numeri. Ma di che sesso sono i numeri?

Diciamo che la risposta a questa domanda rientra nel campo del genere percepito delle cose; ovvero quella parte del nostro inconscio che ha, come dicevamo prima, bisogno di sapere se parliamo di maschi/femmine indipendentemente dalla nostra lingua/età/cultura/religione/istruzione/etc.

Beh, si da il caso che questo studio (in realtà un insieme di due campagne “sperimentali” su 315 soggetti) ha proprio cercato di dettagliare questo fenomeno arrivando alla conclusione (se di conclusione si può parlare) che:

odd numbers seemed masculine while even numbers seemed feminine

“Sicuramente” per i numeri ad una cifra. Per quelli a due cifre è tendenzialmente ancora vero anche se:

men viewed 2-digit numbers as relatively masculine, regardless of whether they were even or odd

NumGender.png

Altro risultato interessante dello studio (ma come dicevamo qui non lo scopo principale ed in questo caso, non essendo possibile che lo studio desse risultati negativi, non è stato spacciato per lo scopo primario) è che:

Although both men and women showed this pattern, it was more pronounced among women

Dal mio punto di vista credo che (ovviamente!) mi condizioni molto il contesto in cui sento (o meglio inconsciamente associo il pensiero) i numeri: 1 mi sembra maschile se è un tavolo e femminile se è 1 mela. Se penso alla pura sequenza numerica tenderei a dire che i numeri sono tutti femminili, che è un genere che associo inconsciamente alle cose astratte (o neutri, al limite, ma questa credo sia una sovrastruttura).

WU

La ricerca che aiuta se stessa

Sembrerebbe quasi un paradosso (il catalogo dei cataloghi), un circolo vizioso (mi fumo una sigaretta per festeggiare il fatto che non fumo più) oppure una cazzata bella e buona. Invece non mi pare affatto male.

Mi sa che ho più volte sproloquiato sul fatto che la ricerca scientifica così come è impostata oggi non serve più ad un granché, se non a generare paper (non li vorrete mica chiamare articoli, vero?) molto spesso inutili/discutibili/falsi/nonverificabili.

Ed in origine fu la “crisi di riproducibilità”. Partendo dall’ambito medico, quello psicologico più precisamente, ed estendendosi a macchia d’olio a tutti i campi, i ricercatori, i reviewer e gli editori si sono preso (?) accorti che la comunità scientifica è sostanzialmente impossibilitata a ripetere i risultati oggetto di pubblicazione (e qui starebbe bene: nelle più prestigiose riviste di settore… anche se la cosa si addice praticamente a tutti gli articoli “da journal”).

Quindi, l’oggettività del metodo scientifico che dovrebbe essere il pilastro su cui poggia la scienza moderna ha iniziato a vacillare. Ed i “pubblicatori seriali” quelli che in buona fede o fraudolentemente hanno come unico scopo aumentare il loro indice di pubblicazioni (complici anche i geniali indicatori di rendimento universitario e/o di istituti di ricerca) hanno e stanno sguazzando alla grande. Publish or perish è la vera epigrafe delle pubblicazioni scientifiche.

E poi ci sono i “publication bias“, ovvero quella strana (neanche tanto) tendenza dei ricercatori a pubblicare i risultati positivi e tralasciare (…per non dire nascondere) quelli negativi. Come se un esperimento, una ricerca che ha come esito “non si può fare” fosse meno degna di una che da esito positivo. E la cosa è, ahimè, molto ben supportata anche da reviewers ed editori. Ovviamente non voglio neanche pensare (mettendo un po’ la testa sotto la sabbia) al passo successivo: ritocco (!!) il risultato per farlo esser positivo. E così addio al senso della ricerca…

E poi ci sono gli “hidden outcome switching“, ovvero quella innata tendenza del ricercatore a cambiare (beh, diamo pure indirizzare…) lo scopo di una ricerca in base ai risultati che man mano ottiene. Prendiamo una grande campagna di raccolta dati, un grande esperimento, una lunghissima simulazione numerica, diciamo che prima di dire “non si può fare” provo a vedere se ha dato qualche risultato positivo e magari pubblico solo quello anche se non era quello che mi interessava dimostrare.

La risposta che la ricerca scientifica si sta dando è il “Registered Report“. Ovvero una nuova forma di articolo che tende a prescindere dai risultati e valutare il metodo!
(devo leggere la frase sopra un paio di volte per credere alle mie orecchie).

Praticamente si intende garantire il valore scientifico delle pubblicazioni indipendentemente dal risultato ed impedendo qualunque alterazione del protocollo, del metodo seguito. L’idea è di sottomettere il Registered Report ad una rivista PRIMA di iniziare lo studio. L’editor ed i reviewer devono quindi valutare l’interesse dello studio, il metodo proposto, gli obiettivi che si prefigge. Poi, una volta accettato, i ricercatori sanno che avranno i loro risultati , solo quelli dichiarati a priori (“otto nera nella buca all’angolo”) pubblicati indipendentemente dal fatto che siano positivi o negativi (ovviamente dopo debita peer review per verificare che non vi siano ulteriori deviazioni da “quanto promesso”).

Un bel segno di progresso. Che questo sia poi sufficiente a far(mi) recuperare la fiducia nelle pubblicazioni scientifiche è (scetticamente e conservativamente) da valutare.

WU

Gocce di packaging

Il tipo di idee che mi fa riguadagnare un po’ di fiducia nel genere umano. E non tanto per il suo aspetto eco-friendly, ma anche e soprattutto per la genialità dell’intuizione (dai, che in fondo non possiamo essere così stupidi…).

Praticamente abbiamo inventato il niente, anzi una goccia fatta di niente. Un design puro e minimal che non può non piacermi.

Ooho!.png

Una membrana sottilissima fatta di sostanze vegetali non meglio specificate condite con un po’ di alghe (le alghe ci salveranno…) che fa da contenitore. Più precisamente si tratta di una membrana gel (tipo il gel che si fa in cucina per le torte) fatta di alginato di sodio e cloruro di calcio

Ooho, will revolutionise the water-on-the-go market. The spherical flexible packaging can also be used for other liquids including water, soft drinks, spirits and cosmetics, and our proprietary material is actually cheaper than plastic.

Addio alle (odiosissime) bottiglie di plastica; che sia acqua, liquore, un qualche drink, ma anche un cosmetico o una cremina a caso, basta “avvolgerla” nella goccia per averla sempre a portata di mano.

Poi ci aggiungi che la membrana e totalmente bio, che può essere colorata, che è edibile (!) e che anche il suo processo produttivo pare essere sostenibile, beh…

Come sempre il mio scetticismo inizia quando questo genere di idee esce dai laboratori per entrare nelle industrie, ma pare che già dal 2018 la membrana dovrebbe essere prodotta su scala industriale e pronta per la commercializzazione (con costo stimato per la singola bolla di appena 2cent). Il miracolo continua…

WU

PS. Ed, neanche a dirlo, l’idea nasce dai finanziamenti raccattati con un progetto di crowdfunding (che ha tirato su cmq 848 mila sterline, più del doppio del target…) che ha poi dato, ovviamente, vita all’immancabile startup.

Skipping Rocks Lab is an innovative sustainable packaging start-up based in London. We are pioneering the use of natural materials extracted from plants and seaweed, to create packaging with low environmental impact.

Tardigradi

Potrebbe tranquillamente essere un peluche per bambini o un perfetto animale di uno dei pianeti del sistema Trappist-1.

tardigrado.gif

Letteralmente “animali che camminano lentamente“, o anche “orsi d’acqua”, “maiali del muschio” e simili appellativi non propriamente nobili che però non sminuiscono la più grande dote di questi besti: sopravvivono pressoché ovunque ed in qualunque condizione. Allora:

  • da -200°C a +150°C snza batter ciglio, ed anche a temperature ancora più estreme per qualche minuto
  • un decennio senza bere
  • un trentennio senza mangiare
  • esposti a radiazioni che ci friggerebbero tutti in pochi minuti; raggi UV-A e (alcuni tipi) raggi UV-B
  • nel vuoto cosmico
  • a 400 volte la pressione atmosferica
  • in mancanza di ossigeno; la cosa più naturale del mondo…
  • in atmosfere di monossido di carbonio ed altri gas tossici come se fosse brezza marina

Li troviamo sulla Terra dall’artico all’Himalaya, dal muschio agli abissi. Praticamente onnipresenti; compresi quelli che abbiamo di certo mangiato, inalato, toccato. Ah, la loro dimensione massima è (fortunatamente) meno di mezzo millimetro! A meno che non giriate con un microscopio in tasca difficilmente li avete visti vis a vis.

Sono sostanzialmente progettati per essere indistruttibili. Grossomodo di forma cilindrica, con zampette retrattili, rivestiti di chitina, respirano attraverso la pelle, ermafroditi, mangiano praticamente tutto, hanno una specie di sacca interna che fa da riserva alimentare ed apparato circolatorio ed hanno una serie di gangli per un sistema nervoso distribuito. Perfetti.

Oltre ad essere praticamente delle macchine alla Terminator hanno anche un’altra interessante possibilità: andare in stand-by. In particolare quando le condizioni esterne sono troppo sfavorevoli. Si rannicchiano per evitare evaporazione di acqua, si disidratano, mettono in sospensione ogni attività metabolica, creano cristalli di ghiaccio a crescita controllata e sintetizzano anche sostanze protettive.

Praticamente non li fai fuori facilmente. Li abbiamo infatti anche mandati nello spazio ove sono egregiamente sopravvissuti per circa due settimane e sono stati considerati gli unici organismi viventi che sopravviverebbero ai peggiori cataclismi (dall’impatto di un asteroide all’esplosione di una supernova).

Praticamente per farli estinguere o facciamo evaporare tutti gli oceani (ovvero chiediamo a Vesta o Plutone di venirci addosso), oppure ci imbattiamo in una inaspettata supernova estremamente vicina o ancora incappiamo un un gamma ray burst estremamente focalizzata, potente e vicina.

Insomma, se vogliamo avere una speranza di preservare la nostra specie in ogni tipo di futuro distopico-apocalittico dovremmo affidarci un po’ a questi simpatici (?) animaletti. Beh, di idee malsane me ne vengono a bizzeffe: dal cannibalizzare segmenti del loro DNA ad impiantare in loro parte del nostro; dall’allevarli come animali domestici a cui passare parte delle nostre conoscenze (sempre che siano in grado di recepirle) ad addestrarli per essere i nostri piccolissimi astronauti. E giù di fanta-cazzate.

WU (back)

Evento di Carrington

Era il primo del mese di Settembre. Era il 1859. Era giovedì. Una bella mattina, cielo terso, nessuna nube. Una dell’aria frizzante attorno alle 11.00 del mattino attorno all’osservatorio di Red Hill, nel Surrey.

L’immagine del Sole era proiettato su un monitor all’interno di un fresco ufficio. Richard C. stava guardando il monitor sorseggiando il suo caffè senza troppo entusiasmo, senza troppa concentrazione, senza troppa speranza di serendipità.

Come nei migliori film, ad un certo punto, senza preavviso, Richard vide un paio di luci particolarmente accecanti apparire all’interno di una formazione di macchie solari. Richard, avrebbe si voluto guardare un qualche programma televisivo, ma si accontentava di studiare formazioni di macchie solari.

Le formazioni luminose continuavano ad aumentare di luminosità. Richard non era uno sprovveduto, Richard sapeva che non si trattava di astronavi aliene, ma quando le vide addirittura più luminose della nostra stessa stella capì che era testimone di qualcosa di veramente straordinario.

Un testimone, ecco cosa mancava. Non poteva registrare il suo monitor, non poteva fare una foto con un qualche smartphone. Doveva trovare qualcuno, ma la cosa richiedeva che si allontanasse dal suo monitor e dalle luci che su esso brillavano.

Prese il coraggio a quattro mani; iniziò a correre per trovare qualcuno. Il primo andava bene, bastava che avesse altri due occhi che confermassero quanto lui stava vedendo.

Quando tornarono, affannati, le luci si erano notevolmente affievolite. Ovviamente. Erano ancora li, ma non erano più che normali macchie solari. Il giorno successivo sui cieli di Cuba, Giamaica, Hawaii e via dicendo uno splendido spettacolo di aurore boreali era la migliore testimonianza della più grande tempesta geomagnetica (brillamento solare) mai registrata (fin’ora…).

WU

Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

DSC_0105.JPG

Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU