C’era una volta la Caveasphaera

Le uniche cose certe sono che è esistita e che ne abbiamo ritrovato dei fossili. Poi di cosa si tratti è una questione tutt’altro che chiusa.

Sono passati circa 19 anni dal primo ritrovamento di fossili di Caveasphaera, ma non ci è ancora chiaro con cosa abbiamo a che fare ed in particolare se abbiamo davanti una scoperta epocale oppure un qualunque abbaglio (parola forse mistificatoria per quei preziosissimi “esperimenti falliti” con cui si gettano le basi per le “grandi scoperte”).

Stiamo parlando di qualcosa che ad occhio nudo è praticamente un minuscolo granello di sabbia. Mezzo millimetro di diametro (ma che abbiamo avuto la bravura non calpestare, ma di identificare quantomeno come oggetto pieno di interesse) che solo osservato ai raggi X rivela la sua vera natura: un groviglio di migliaia e migliaia di cellule. Ah, la datazione lo colloca a circa 609 milioni di anni fa.

Il punto dolente è capire se abbiamo davanti il fossile di un animale o meno. Se confermato potrebbe essere il più antico fossile mai trovato, collocando la nascita degli animali ben prima di quella comunemente riconosciuta come “esplosione del cambriano” che è finora identificata come l’epoca in cui Madre Natura ha deciso di partorire gli animali (“solo” 30 milioni di anni fa…).

L’alternativa è che abbiamo davanti una banalissima e sporadica colonia di batteri. Il divario è enorme e con esso le nostre capacità di capire (riscrivere?) la nostra preistoria.

Quando per la prima volta la Caveasphaera fu osservata in dettaglio ai raggi X quello che si notò fu una specie di stadi evolutivi di un embrione animale. E da qui il sogno della scoperta…

Caveasphaera.png

The organism is notable due to the study of related embryonic fossils (measuring about a half-millimeter in diameter) which display different stages of its development: from early single-cell stages to later multicellular stages. Such fossil studies present the earliest evidence of an essential step in animal evolution – the ability to develop distinct tissue layers and organs

Ma quindi: la Caveasphaera è un animale? Beh, si, forse, o forse no… E quando si è effettivamente verificata la transizione da organismi unicellulari a pluricellulari? Beh, o 600 milioni di anni fa o qualche centinaio di milioni di anni dopo…

La risposta è in un granello di sabbia. Intrigante, indipendentemente dalla risposta (anche se ho come la sensazione che vorremmo chiamare quel granello papà, che lo sia o meno).

WU

Lb-1 grosso, nero e sbagliato

Ha una massa 70 volte maggiore quella del nostro Sole, è situato a circa 15 mila anni luce dalla Terra… e non dovrebbe esistere. E’ un errore, della natura, ovviamente.

Stiamo parlando di un mostro cosmico spettacolare, un buco nero stellare (tecnicamente stelle massicce che collassano sotto la loro stessa gravità) dal peso record. Una sorta di eccezione, o meglio una rivoluzione delle nostre teorie riguardanti questi corpi celesti. Infatti secondo i “nostri calcoli” Lb-1 semplicemente non dovrebbe esistere (eppure è enormemente li!).

La nostra sola Via Lattea dovrebbe (sempre secondo i modelli che stiamo, in parte, mettendo in discussione con la scoperta di Lb-1) contenere 100.000.000 di buchi neri con una massa massima di una ventina di volte quella del nostro sole.

Un gruppo di ricercatori dell’Osservatorio astronomico nazionale cinese ha invece notato Lb-1… ed è nella nostra galassia! Secondo i nostri modelli solitamente una stella a fine vita espelle gran parte della sua massa come parte dei potenti venti stellari. Quello che rimane indietro e che eventualmente collassa in un buco nero non potrebbe essere quindi così massiccio come Lb-1… E non di poco: il mostro nero in questione è circa il doppio del massimo teorico che ci aspettavamo di trovare. Ora si che ci deve (lui, ovviamente) delle spiegazioni!

La scoperta, inoltre, è di per se sconcertante: buchi neri di enormi dimensioni esistono anche nella nostra galassia! (no, non ci stanno per fagocitare) Cosa fin’ora non scontata (e che, divago, assieme alla conferma delle onde gravitazionali -che per essere generate in entità da noi individuabile devono aver richiesto il collasso di buchi neri ben più grandi di quelli che sappiamo teorizzare- contribuirà a farci capire passato, presente e futuro del nostro universo). Finora, inoltre, buchi nero stellari (che non emettono, ovviamente, luce) potevano essere scoperti solo mediante l’emissione a raggi X dei gas che fagocitavano, tipicamente cannibalizzando qualche stella compagna.

Non tutti i buchi neri però sono così impegnati a banchettare (e quindi ad emettere raggi X che li rendono visibili dai nostri “occhi”) anzi, la stragrande maggioranza dei buchi neri stellari rimane nascosta e taciturna. Il team di ricerca, per superare questo “problemino” si è affidato ad una tecnica assolutamente diversa: Lamost è un telescopio spettroscopico a fibre ottiche in grado di osservare stelle in orbita intorno a un oggetto invisibile, semplicemente attirate dalla sua gravità. L’unico aspetto che un buco nero non sa nascondere. La tecnica usata ha una percentuale di successo molto ristretta, solo una stella su un milione può essere tipicamente scovata nella sua orbita intorno a un buco nero. Nella scoperta di Lb-1 c’è stata anche una bella dose di “fortuna” (serendipity, magari).

Dopo Lamost gli altri grandi telescopi mondiali sono stati puntati sulla stalla in questione: una stella otto volte più pesante del Sole in orbita attorno a “qualcosa” … la massa stimata di questo “qualcosa” è appunto 70 volte quella del nostro Sole.

Ecco a voi Lb-1, sufficientemente grossa da mettere in crisi il nostro ego.

WU

Si bemolle, la nota dell’universo

La nota più profonda mai registrata nell’Universo: Si bemolle, costante. Le sirene che la emettono sono … semplicemente dei buchi neri.

Prendiamo ad esempio quello che si trova all’interno della costellazione del Perseo, 250.000.000 di anni luce da noi. La sirena è stata guardata per un po’ da Chandra (telescopio a raggi X della NASA) che si è accorto di una specie di “increspatura” nella nube di gas che circonda il buco.

A tali increspature è associata una vibrazione acustica che ha percorso tutti gli anni luce per arrivare fino alle nostre “orecchie”. Il SI è già di per se una nota bassa, bemolle è mezzo tono ancora più bassa: inascoltabile. 57 ottave più bassa di un tipico DO (un pianoforte ne contiene a mala pena 7…). Praticamente la nota più bassa mai “ascoltata” ed almeno un milione di miliardi di volte più bassa di quello che le nostre orecchie possano ascoltare.

Il profondissimo si bemolle è il vagito che ascoltiamo del gas fagocitato (in un prodigioso ammasso di luce e calore) dal buco nero. E quello di Perseo non l’unico… anzi, un po’ tutti quelli attivi che si fanno ascoltare emettono tale nota.

A parte l’aspetto musicale, queste onde sonore sono un valido strumento a capire l’evoluzione delle grandi strutture del cosmo. Perché, ci chiediamo da anni, c’è così tanto gas caldo nelle galassie e così poco gas freddo?

I gas caldi, che si mischiano con i raggi X, dovrebbero piuttosto raffreddarsi considerando l’energia dispersa dai raggi X. I gas più densi, inoltre, sono quelli più vicini ai nuclei galattici (tipicamente buchi neri) e sono anche dove l’emissione di raggi X è maggiore; ci si aspetterebbe quindi che tali gas si raffreddino più velocemente. Se così fosse il raffreddamento causerebbe anche un calo della pressione in tali gas facendoli sprofondare verso i buchi neri ed accelerando la formazione stellare.

Tutto questo non accade, o almeno non al rateo che vorremmo. Vi è scarsa evidenza di questo raffreddamento dei gas e quindi di formazione stellare in base a questo modello. Nessun modello teorico sviluppato è stato finora pienamente soddisfacente ne supportato da osservazioni (ottiche o audio, è il caso di dire), a meno di non considerare anche la nota dell’universo.

Per capire come un si bemolle possa aiutarci torniamo un attimo a Perseo. Chandra ci ha fatto “vedere” sue super-bolle al centro della costellazione che si estendono dal centro del buco nero verso la periferia della galassia. In tali cavità sembra vi sia qualcosa che in qualche modo “respinge” il gas della galassia rendendole quindi “vuote”.

Vi sono quindi dei flussi “antri intrusione” che contrastano la voglia del buco nero di fagocitare qualunque cosa. Per generare tali cavità serve evidentemente una grande quantità di energia che potrebbe… essere trasportata da un si bemolle. Le onde acustiche potrebbero effettivamente essere le artefici di queste cavità dissipando nei gas galattici energia che li manterrebbe caldi prevenendo un flusso di raffreddamento durante il loro destino verso il buco nero.

Ma se fosse veramente così significherebbe che la nota delle onde acustiche sarebbe costante per tutta l’estensione delle cavità, qualcosa come 2.5 miliardi di anni! Le onde acustiche, propagandosi dal buco nero verso l’esterno, potrebbero essere (la parla fine non è ancora stata messa) alla base del meccanismo che limita la formazione stellare e l’accrescimento sfrenato di materia da parte dei buchi neri in un modello “a gas freddo”.

Perseo è semplicemente la costellazione più brillante osservata da CHANDRA, ma guardando meglio anche in altre galassie alla ricerca di gas caldi, la conformazione “a due cavità” sembra ripetersi ed anche l’ascolto del Si bemolle, profondo e costante, si ripete.

Quando si dice “ascoltare l’universo”.

WU

PS. Curioso e sommario come si conviene.

Una vacanza allunga la vita

… ma solo se dura almeno un numero magico di giorni. Un weekend non basta, una serata fuori è un palliativo, una vita in vacanza un sogno.

Esiste, infatti, uno “studio” che definisce il limite minimo di giorni di ferie da prendere se vogliamo… allungarci la vita. Per quanto penso sempre che mettendo insieme capra e cavoli si può dimostrare la qualunque ed il suo contrario, in questo caso devo convenire che non può certamente uno stile di vita sano, il mangiar bene, il togliersi qualche sfizio sopperire ad una vita tutta lavoro e niente svago. Che poi esista una durata minima di questo svago, univa ed universale e che per di più di regala lunghi e prosperosi anni… beh, per questo ci sono gli “studi”.

Come sempre questo genere di “ricerche” parte da basi statistiche (e devo dire non esigue nel caso in particolare): la ricerca si basa su dati dell’Helsinki Businessmen Study del 1974-75 e prende in considerazione 1.222 dirigenti, tutti uomini, di circa mezza età (alla data dei fatti) e nati fra il 1919 ed il 1934.

I partecipanti furono scelti in quanto aventi almeno un fattore di rischio per malattie cardiovascolari (e.g. fumo, ipertensione, colesterolo alto, trigliceridi alti, etc.) e divisi durante lo studio grossomodo a metà fra un gruppo di controllo ed uno di intervento. Quello di intervento è stato invitato a svolgere attività fisica, seguire una dieta sana, raggiungere un peso ideale, smettere di fumare, e cose “che fanno bene” di ogni sorta.

Il tutto per cinque anni. Il rischio di malattie cardiovascolari nel gruppo di intervento si era ridotto del 46%! Ovvio, non male. Ma… C’è sempre un ma e questa volta è stato colto. A distanza di quindici anni i ricercatori si sono presi la briga di andare a vedere il tasso di mortalità nei due gruppi: nel 1989, c’erano stati più morti nel gruppo di intervento che in quello di controllo.

E già questo lasciava presagire che oltre “lo stile di vita sano” doveva esserci qualche altro fattore. I dati sono stati raccolti fino al 2014 ed i “nuovi ricercatori” hanno esteso l’analisi della mortalità per un lasso di tempo di 40 anni ed hanno esaminato i dati sulla vita dei dirigenti precedentemente non segnalati. Incluse… le ferie.

La “scoperta” è stata che fino al 2004 il tasso di mortalità nel gruppo di intervento era sempre più alto di quello di controllo; fra il 20014 ed il 2014, invece i due tassi di mortalità erano praticamente allineati. Dalla correlazione dei decessi con le ferie (…) si è evidenziato che ferie più brevi erano sempre associate alle morti in eccesso nel gruppo di intervento. Gli uomini, manger, di mezza età che prendevano tre settimane o meno di ferie l’anno erano quelli che avevano ben il 37% in più di probabilità di morire tra il 1974 e il 2004, anche se seguivano uno “stile di vita sano”.

Praticamente la statistica conferma che… abbiamo bisogno di riposarci. I soggetti che trascorrevano ferie più brevi lavoravano di più e dormivano meno e peggio. Di contro “l’aria di vacanza” per almeno tre settimane l’anno aiutava il corpo (e l’animo, e la mete) a recuperare. Addirittura nel lungo periodo l’effetto di questo fattore ha annullato completamente l’intervento di “uno stile di vita sano” (anzi, si è arrivati ad ipotizzare che l’intervento stesso potesse aver avuto un effetto psicologico negativo alla vita di questi soggetti aggiungendo ulteriore stress).

Oggi si parla di “gestione dello stress”, si parla di programmi di relax, ma un bel periodo di ferie è evidentemente sufficiente… e non per vivere cento anni, ma semplicemente per apprezzare tutto il testo che il tram-tram quotidiano ci nasconde. A me basterebbe.

WU

Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

OrtoDiNemo.png

All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU

Carbonio ovunque e diamanti vettori

Intanto esiste un Deep Carbon Observatory. Non che mi sia chiarissimo cosa fa, ma è sostanzialmente una sorta di collaborazione fra diversi istituti di ricerca per promuovere una migliore comprensione del carbonio.

Il carbonio è un po’ la base del tutto, della materia organica ed ovviamente della vita. Ma è anche uno di quegli elementi (forse L’elemento…) che più di tutti ha guidato l’evoluzione di diversi processi energetici terresti. Il carbonio è praticamente ovunque… evito la lista e vi dico subito che i diamanti sono sostanzialmente fatti di carbonio (il che non vuol dire che il valore di una mina da matita è uguale a quello di un diamante… dipende dalla forma di aggregazione del carbonio).

A parte il loro valore estetico ed economico i diamanti hanno una dote unica, sono ottimi per “fare da custodia”, ovvero per incapsulare al loro interno i cambiamenti e le reazioni che magari avvengono nelle viscere della Terra e farle arrivare tipo capsule dello spazio e del tempo fino a noi (ve lo ricordate questo?).

Una delle cose che queste capsule-diamanti ci hanno detto è che sotto di noi, dove non riusciamo ad arrivare trivellando (e questo?) vi è abbondanza di idrogeno, ossigeno ed il loro composto più noto, acqua. I diamanti ci hanno infatti nei secoli raccontato che esistono masse d’acqua profonda forse più abbondanti degli oceani che vediamo. E ci stanno dicendo ancora di più. Forse questa enorme quantità di acqua è stata portata nelle profondità terrestri dal movimento delle placche tettoniche.

La subduzione delle lastre porta un po’ tutto, ed ovviamente anche il carbonio, in profondità. Dove le condizioni di temperatura e pressione sono nettamente diverse da quelle che viviamo tutti i giorni. Il processo è fondamentale per bilanciare gli elementi presenti sul nostro pianeta e va avanti da eoni… i diamanti sono l’indicatore che potrebbe dirci da quanto. E quindi indirettamente da quanto la nostra terra ha iniziato “a respirare” ovvero ad avere una attiva vita geologica.

L’analisi dei diamanti ci sta anche raccontando che assieme a queste enorme mole d’acqua vi sarebbero fino a 23 milioni di tonnellate di carbonio. Circa il doppio di tutti gli oceani del mondo, per intenderci! Inoltre, un quantitativo altrettanto importante di carbonio parrebbe essere inglobato proprio nel nucleo del nostro pianeta, sotto forma di carburo di ferro. La quantità di questo carbonio “nascosto” è paragonabile a quella che stimiamo esserci nel nostro Sole e ci aiuta, quindi, ad “immaginarci” il ruolo del carbonio non solo per l’evoluzione terrestre, ma anche per quella degli altri corpi celesti.

Ancora? I diamanti ci raccontano anche il ciclo del carbonio, ovvero di come questo si evolva, muti, nel corso delle ere geologiche e di come i cambiamenti sul nostro pianeta lo modifichino. Fra questi cambiamenti spiccano certamente quelli climatici. I diamanti-emissari ci dicono che il clima del nostro pianeta, una volta raffreddatosi, si è stabilizzato per qualche centinaia di milioni di anni (beh, certo, a parte cose occasionati tipo vulcani o asteroidi, che sono andati a modificare “localmente” il ciclo del carbonio) e che le attività umane dei giorni nostri si vedono.

La combustione di combustibili fossili, della nostra era sta emettendo quantità di CO2 circa cento volte maggiori rispetto a tutte le eruzioni vulcaniche passate e le emissioni derivanti dalla tettonica a zolle. Il ciclo del carbonio se ne accorge in maniera evidente.

La storia profonda della terra orchestrata dal carbonio e raccontata dai diamanti.

WU

La morte ci preoccupa, si ma il giusto

Tutti dobbiamo morire (ora non mi metto a divagare sull’universo Marvel ok?), e lo sappiamo. Nonostante questo non ci svegliamo ogni mattina con l’angoscia di questo pensiero… o almeno non in tutte le fasi della nostra vita, o almeno non tutti i giorni. Diciamo che se fossi la morte mi lamenterei di non avere la giusta considerazione nonostante il mio ruolo di primaria importanza.

Quella che è fin qui una costatazione è effettivamente stato oggetto di una ricerca. Un meccanismo primordiale di protezione, che evidentemente ci evitata di entrare in una spirale depressiva auto-distruttiva, dal primo giorno che veniamo alla luce è la strategia naturale per metterci in salvo (cosa che alla natura importa limitatamente) e continuare la specie (forse più negli intenti di Madre Natura).

Per dirla in due parole (inesatta, ma di effetto): il nostro cervello non accetta meccanicamente che la morte sia inevitabilmente collegata alla nostra esistenza. Praticamente di “mentiamo” a riguardo.

Quando entriamo in contatto con informazioni riguardanti la morte, il nostro cervello le etichetta in qualche modo come poco affidabili, o meglio affidabili ma riferite a terzi più che a noi stessi. Praticamente associamo la morte come inevitabile per gli altri, mentre noi ci proteggiamo dai pensieri negativi che ne deriverebbero prestando limitata attenzione alle informazioni reperite a riguardo.

Avi Goldstein ed i suoi colleghi, si sono addirittura inventati un esperimento per cercare di dimostrare su basi scientifiche questo meccanismo. Ad una serie di soggetti sono stati fatti vedere dei video contenenti volti diversi. Fra questi volti che apparivano in maniera ciclica (prevedibile) sullo schermo c’era anche quello del soggetto stesso. Associate ad ogni volto vi erano una serie di parole, la metà delle volte collegate alla morte (sepoltura, funerale, morte, etc.).

L’attività del cervello dei soggetti era ovviamente monitorata dai ricercatori per capire come questo rispondeva quando l’immagine del volto che seguiva contrastava con ciò che il cervello prevedeva. Il risultato è stato che quando il volto del soggetto stesso appariva in concomitanza ad una parola collegata alla morte, il cervello “disattivava” il sistema di predizione. Praticamente si rifiutava di collegare l’immagine stessa del soggetto alla morte; non venivano dunque più registrati segnali di sorpresa da parte del cervello. “Non possiamo negare razionalmente che moriremo, ma pensiamo a questa cosa più come a qualcosa che accade ad altre persone”.

Il meccanismo è fondamentalmente semplice ed anche il suo sviluppo evolutivo è abbastanza intuibile. Senza voler scendere in temi scottanti, mi limito a pensare che tale meccanismo deve fallire, interrompersi, quando versiamo in condizioni in cui o non è più possibile vedere applicata a noi stessi l’ineluttabilità della nostra fine oppure tale prospettiva futura appare addirittura come un sollievo.

WU

PS. Beh, per il periodo Halloween mi sembra perfetto.

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

La Grande Adria

Un tempo era la Grande Adria. Un tempo era anche Atlantide, forse. No, chiariamo subito che le due cose (o forse dovrei dire i due continenti, anche se sono più confidente che il termine calzi ad Adria più che ad Atlantide) non coincidono.

Ok, ok, un preambolo un po’ contorto ed involuto (tanto da obbligarmi a rileggerlo) tanto per raccontarvi di questa notizia di qualche giorno fa in cui sostanzialmente ci siamo accorti che in quello che è oggi il Mediterraneo un tempo albergava un intero continente. Una “zolla” di terra a se stante che apparteneva ad una placca tettonica diversa da quella europea e quella africana.

Tutto ebbe inizio qualche milione di anni fa (come fosse ieri…) quando le terre emerse erano fuse in un unico super continente, la Pangea. Ora, senza farla troppo lunga (sia per non banalizzare qualche milione di anni di tettonica a zolle sia per non impelagarmi in discussioni più tecniche di quelle che sarei in grado di sostenere) la Pangea si è suddivisa in due componenti più piccoli: la Laurasia a nord e il Gondwana a sud. Dalla Laurasia nacque l’Europa, il Nord America e l’Asia; dalla Gondwana nasceranno poi Australia, Africa, Antartide, Sud America e … la Grande Adria. Quest’ultima finora rimasta sottotraccia/sconosciuta.

La Grande Adria era un continente grande grossomodo come la Groenlandia (ve la immaginate la Groenlandia in mezzo al mar Mediterraneo?) in origine attaccata all’Africa ed alla penisola Iberica.

GrandeAdria.png

Il suo destino venne segnato fra i 100 ed i 120 milioni di anni fa quando il continente iniziò a sprofondare, Cenerentola fra le due placche ben più grandi che lo spingevano, letteralmente, da tutti i lati. Lo sprofondare della Grande Adria diede vita a tutta una serie di catene montuose, sulla terre emerse (incluse le principali catene montuose in Italia) e nel Mediterraneo (che diventarono poi splendidi isolotti nel Mediterraneo).

Lo studio ha identificato la nascita, la vita e la morte di questo continente identificando la parte sommersa oggi più profonda che giace a 1500 chilometri sotto la Grecia ed identificando pezzi del ex-continente un po’ ovunque ai margini del Mediterraneo inclusa l’Italia su Alpi, Appennini, Puglia ed isole.

Affascinante saper di passeggiare su un continente diverso spostandoci a qualche metro da casa, no? Chissà come lo vivranno i nostri discendenti dei discendenti dei discendenti e così via quando passeggeranno sulla terra del domani.

WU

PS. Questa è la parte bella della storia, il lavoro che c’è dietro sono giorni e giorni di esplorazioni, analisi mineralogiche, campioni e notti in laboratorio, scrittura report ed articoli ed ovviamente reperimento fondi per fare tutto questo. Il team di ricerca era un crogiolo di università internazionali: Utrecht (Olanda), Oslo (Norvegia), Witwatersrand (Sudafrica), ETH (Zurigo, Svizzera) etc… mi immagino il solo lavoro di coordinamento…

E Borisov passa e se ne va

Arriva da chissà dove ed è diretto a chissà dove, esattamente come 1I/Oumuamua (qui, ve lo ricordate?). 2I/Borisov, come il nome tradisce è, infatti, il secondo (2) visitatore interstellare (I) che ci viene a trovare.

Anche in questo caso, infatti, la “cometa interstellare” ha un’orbita aperta rispetto al nostro sole (iperbolica con una eccentricità record pari a tre, per i puristi) e proseguirà la sua traiettoria allontanandosi da noi nello spazio interstellare da cui è arrivato.

Borisov

Durante questo “passaggio ravvicinato” ovviamente avremo la possibilità di osservarlo. Il 7 dicembre 2I/Borisov sarà nel punto più vicino alla nostra stella, circa 2 unità astronomiche da noi e dal Sole (2 volte la distanza terra sole, circa 300 milioni di chilometri…). La massima luminosità sarà raggiunta tra dicembre 2019 e gennaio 2020 (visibile soprattutto dall’emisfero australe).

Inusuale di certo, ma dopo il sigaro-Oumuamua non particolarmente sorprendente se non fosse per il fatto che l’oggetto che si sta avvicinando a noi è molto più grande del precedente visitatore. A giudicare dalla sua luminosità attuale e dalla sua distanza, infatti, pare che Borisov misuri qualcosa come 10 chilometri (!) contro i 250 metri dell’eso-asteroide che ci aveva già visitato. Dimensioni che ci hanno consentito di avvistare l’oggetto molto prima del suo predecessore quanto era ancora molto lontano dal nostro sole.

Ah, non trascurabile il fatto che Borisov esibisce già una certa chioma, allungata in direzione contraria al sole; il che lo rende la prima eso-cometa mai osservata (e forse mai passata dalle nostre parti). Gli osservatori di mezzo mondo si sono già sintonizzati sulla eso-coda e dalle prime analisi pare sia stato rilevato lo stesso gas che compone gran parte delle “nostre comete”: il cianogeno.

Verosimilmente, la cometa è rimasta inattiva e silente per qualche miliardo di anni ed è stata attivata dal (flebile, per ora) calore del nostro sole iniziando ad emettere gas e polveri tanto da renderla sufficientemente luminosa (attualmente magnitudine 18) da essere scoperta.

Tutti, ancora una volta, con il naso all’insù; veloci che se ne va.

WU