Categoria: photo

Su marte, al tramonto

Ci sono tramonti e tramonti. Alcuni suggestivi per i ricordi, la pace, il raccoglimento, che ci generano; altri magari suggestivi per i colori e/o per le ombre che creano; altri ancora per i luoghi in cui (non) li osserviamo.

Ora, a parte ricordarci (tanto per essere un po’ stucchevoli) che un tramonto è solo un’alba vista da un’altra prospettiva, una cosa che sicuramente rende un tramonto unico è … il pianeta dal quale lo si guarda.

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Non abbiamo in questo grande fortuna ed anche i “migliori di noi” possono al più vantare un pallido e sterile (… solo per via della mancanza di atmosfera) tramonto lunare, ma che dire se potessimo vedere un tramonto marziano?!

Esatto… forse non possiamo vederlo fisicamente, ma siamo ormai in grado di “godercelo” anche a distanza. L’immagine sotto è un tramonto mozzafiato, inedito e 3D che ci ha “regalato” (beh… considerando i soldi investiti non userei questa parola a cuor leggero…) ExoMars; più precisamente il suo orbiter Tgo (Trace Gas Orbiter) che monta a bordo lo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System)… dell’Agenzia Spaziale Italiana va detto.

Lo strumento ci sta offrendo la possibilità di vedere il 3% della superficie del pianeta rouge in 3D e le immagini effettivamente mozzafiato che invierà saranno presentate settimanalmente dalla nostra agenzia spaziale (si, un po’ di pubblicità agggratis). La capacità della vista stereoscopica dello strumento dipende soprattutto dalla sua capacità di ruotare la testa ottica e ciò, accoppiato con quattro filtri in diverse lunghezze d’onda, ci restituisce immagini di un dettaglio, accuratezza, naturalezza e piacevolezza finora inusitate per il nostro vicino d’orbita.

Lo strumento serve (oltre che per godere di tali panorami) anche a verificare in dettaglio i luoghi in cui si muoverà il rover che costituisce la seconda parte della missione ExoMars prevista per il 2020.

Personalmente la cosa che trovo più suggestiva di questo tramonto è che benché stiamo (con la mente e con occhi meccanici) sul pianeta rosso vediamo un tramonto blu.

WU

PS. Il motivo del colore bluastro della luce del tramonto è sostanzialmente legato alle particelle presenti nell’atmosfera marziana, che lasciano passa alcune lunghezze d’onda più facilmente di altre.

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Life

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Mi è caduto l’occhio su questo “quadro” mentre ero in tutt’altre faccende affaccendato.

Lo sapete meglio di me; quando la mente è assorta in qualcosa (per quanto stupido possiamo considerare l’oggetto del cruccio a distanza anche solo di qualche ora) l’attenzione e l’interesse da dedicare a scorci inaspettati è tra in basso ed il nullo. Quindi la prima cosa che mi ha colpito del mio esser rimasto colpito è proprio il fatto che il “quadro” mi ha colpito (si, mi sono divertito a “colpire”).

Più che un “quadro” l’immagine ritrae una tela appesa in un cantuccio in un negozio che non vende quadri ne oggetti d’arte, che non ha nessuna attinenza con tutto ciò che lo circonda, che non spicca per colori o tonalità, che non è una gigantografia e non era sotto la luce di alcun riflettore.

Eppure il quadro ha subito causato una deformazione semi permanente (beh… ora non esageriamo) dell’angolo destro della mia bocca, che piegatosi verso l’altro mi ha fatto capire solo dopo diversi passi che la mia attenzione era caduta su qualcosa che forse razionalmente non avevo neanche focalizzato e che quel qualcosa mi era anche piaciuto.

Forse per la tranquillità che l’immagine comunica, per il senso dato alla parola vita, per il sottotitolo o forse per nessuna di queste cose ed ancora lo devo capire, ma questo “quadro” mi piace.

Due parole sul sottotitolo: è bello racchiudere in poche parole che nella vita avrai molti viaggi da dover fare/affrontare (e già questo mi mette di buon umore), ma nessuno grande come la vita stessa.

E l’immagine? Un candido bimbo che gioca con una rosso-vigore barca a vela su uno sfondo indefinito spiaggia-cielo-mare? Non so se è “d’autore”, ma è sicuramente calzante per passare l’idea del più grande viaggio che ci aspetta.

Buon viaggio (e sono certo di averlo già scritto here, here and there, ma sicuramente anche altrove, a iosa).

WU

PS. E come colonna sonora ci sta “a fagiuolo”

Così sia ?!

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Nell’ameno borgo in cui conduco ultimamente la mia esistenza sono abituato (come un po’ tutti, credo) a vedere scritte e disegni sui muri. La foto di cui sopra mi ha però bloccato; tanto da farmi fermare, pensare, tornare indietro, fotografare, ed andarmene ancora più pensieroso di prima.

Senza voler ora disquisire circa la necessità, eleganza, indecenza oppure inappropriatezza di questi “graffiti”; è innegabile che questi hanno sempre rappresentato (solo per me?) simboli/segnali di protesta. Di ribellione. Di disappunto. Di una sorta di energia che volesse uscire (ripeto, forse non nella maniera più consona).

Di certo non mi hanno mai dato l’idea della resa. Non può essere così: scrivo sui muri per dire che mi sono rassegnato? Beh, tanto vale che me ne sto a casa a piangermi addosso.

Eppure i tempi sono cambiati, in tutto. Ora anche i graffiti (forse meno di una ventina di anni fa…) sono arte. E su questo non ho da ridire: fatto bene è assolutamente meglio un graffito di un muro bianco. Ora però anche “nell’arte da strada” traspare, purtroppo, una società che sta alzando le mani. Una società che subisce il futuro, non che lo vuole affrontare. Una società che si rassegna, non che brama il domani.

E c’è di peggio; i “graffiti” sono (ancora: solo per me?!) fonte di ispirazione da sempre. La gente li vede, i giovani li ammirano, i “writers” prendono spunto per replicarli. Peggio del peggio! Che facciamo mettiamo i nostri giovani sulla strada della resa? Piuttosto stiamo fermi.

Anche se inconsciamente anche io lascerei tutto come sta e mi appellerei ad un “così sia”, non voglio certo farne manifesto con il “rischio” che altri mi seguano e preferiscano la resa alla sfida (che di certo, ripeto, può essere espressa in maniera migliore che scrivendo sui muri).

Se non abbiamo intenzione di imbracciare le armi, almeno lasciamo puliti i muri.

WU

Panorami di cometa

Sono passati circa 4 anni da quando abbiamo provato (…) ad atterrare su una cometa. Il risultato scientifico della missione Rosetta e del suo lander è stato sicuramente ampio (anche se forse non tanto quanto avremmo sperato), ma di certo è stato più ampio il suo clamore. L’umanità (… beh… le sue emanazioni robotiche) era arrivata sulla luna, sui pianeti, al confine del nostro sistema solare, sugli asteroidi ed infine anche sulle comete.

Mettendo insieme una serie di immagini da 12.5 secondi di esposizione catturati da Rosetta il 01 Giugno 2016, ora possiamo addirittura animare la superficie della “nostra” cometa.

Dal mio punto di vista stiamo vedendo quello che volevamo vedere. Ce la immaginavamo (solo io?) un po’ così. Ce la immaginavamo brulla e grigia con rocce sparse qui e li, bordi taglienti (grazie atmosfera…) e rapide transizioni luce-ombra.

Anche se vedo quello che immaginavo la cosa non ne diminuisce il fascino. Stiamo comunque parlando di un mondo alieno che viaggia a diversi km/s attorno al sole, evaporando, cambiando forma e composizione fisica e destinato a morte certa sul nostro sole o nello spazio interstellare.

Personalmente mi sento (ancora) un po’ come il Piccolo Principe che fa il giro del suo ennesimo pianetino con la stessa meraviglia del primo, pur cosciente di non trovare nulla. Un mio (nuovamente… solo mio?) timore è che i nostri traguardi tecnologici e scientifici diminuiscano la magia di queste immagini finendo per darle quasi per ovvie o scontate quanto non lo sono affatto; anzi, sono il frutto di anni ed anni di scoperte e lavoro.

WU

PS. Ah, una nota tanto per completezza. I palloccoli bianchi che si muovono verso il basso, sullo sfondo, sono stelle; quelli che vanno veloci in promo piano sono invece particelle di “polvere di cometa”.

PPSS. Qui (nel PS) già una antesignana fantasticazione a riguardo.

Cecilia Mangini

Due compagni di vita: una fotocamera Zeiss Super Ikonta 6×6 ed il marito Lino Del Fra.

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Regista documentarista, fotografa e (scopriamo con tutta la calma del nostro secolo affrettato solo da internet e notizie social) anche una finissima intellettuale. Una delle prime donne che hanno raccontato la nostra Italia nel dopo guerra con una cinepresa. Ha subito la censura ed ha visto premi; ha vissuto profondamente il nostro paese nell’ultimo secolo ed ha visto e documentato storie, personaggio (fanta)politici della nostra storia contemporanea.

Ha lavorato con Pasolini per documentare periferie degradate e classi subalterne. Ha realizzato lungometraggi, cortometraggi, mostre fotografiche ed oggi la riscopriamo con interviste “alla vecchia nonnina”. Ha documentato il disagio sociale legato al boom economico e la vita delle classi operaie. Ha coperto i temi della sessualità, dell’aborto, dell’inquinamento, del capitalismo ed un po’ tutti gli aspetti che hanno caratterizzato l’Italia del secolo scorso.

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Oggi è colei che bacchetta (e può farlo a bun diritto) i politichelli (pentastellati in questo caso) di sbagliare congiuntivi e condizionali. Oggi è colei che può temporeggiare sul rispondere la propria opinione circa questo o quel politichello (renziani, in questo caso) per poi affondare con frasi tipo “quello che lui vuole si capisca di se stesso non è quello che lui è effettivamente” (notevole, cruda e verissima frase); “l’ambizione non riesce a nasconderla”… E non risparmi ne i piccoli borghesi “che sanno di non valere”, ne coloro che cavalcano quest’onda (leghisti, pour couse) e che “hanno bisogno di qualcuno che sia disprezzabile per sentirsi grandi”.

Ci taccia tutti di essere confusi, di mancare di obiettivo e mancare di guide.
Ho purtroppo l’impressione che la consideriamo (lei, come tante/i come lei) solo una simpatica vecchietta ancora lucida con un po’ di memoria/e storica/che del nostro paese e nulla di più. Personalmente vedo molto più un leader in lei ora che in tanti che si arrogano di esserlo.

Vorrei essere guidato anche da questa gente, che non ne ha, ad assoluta ragione, alcuna voglia. Affianchiamo ai giovani rampanti ed innovativi che cavalcano la nostra indecisione qualcuno che sia un leader e si ricordi da dove veniamo? Per non ripetere gli stessi errori, se volete, o per continuare sulla strade, se preferite, o infine, semplicemente per non cadere.

WU

Single Atom in an Ion Trap

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In the center of the picture, a small bright dot is visible – a single positively-charged strontium atom. It is held nearly motionless by electric fields emanating from the metal electrodes surrounding it. […] When illuminated by a laser of the right blue-violet color, the atom absorbs and re-emits light particles sufficiently quickly for an ordinary camera to capture it in a long exposure photograph.

This picture was taken through a window of the ultra-high vacuum chamber that houses the trap. Laser-cooled atomic ions provide a pristine platform for exploring and harnessing the unique properties of quantum physics. They are used to construct extremely accurate clocks or, as in this research, as building blocks for future quantum computers, which could tackle problems that stymie even today’s largest supercomputers.

La materia è fatta di atomi (… e la mano divina ci ha soffiato dentro la vita… 🙂 ). Ma noi vediamo, tocchiamo, odoriamo, fotografiamo la materia, non gli atomi. Di solito.

Un singolo atomo visibile ad occhio nudo è qualcosa che suona un po’ fantascientifico; mi da un po’ l’idea di entrare nelle stanze segrete della creazione con una super 8.

Comunque c’è chi, con una normalissima fotocamera (il che rende il tutto decisamente notevole) è stato in grado di fotografare un singolo atomo, visible ad occhio nudo. Ovviamente la cosa è valsa all’autore, David Nadlinger, la vittoria dell’Engineering and Physical Sciences Research Council science photography competition 2018.

Stiamo parlando di un singolo atomo di stronzio intrappolato in un campo magnetico. 2 mm di spazio che separano due elettrodi che intrappolano un atomo che riflette una luce blu-viola; poi ci mettiamo una bella fotocamera, un obiettivo da macro (Canon 5D Mark II DSLR, Canon EF 50mm f/1.8 lens, extension tubes, and two flash units with color gels), ed uno scatto a lunga esposizione ed il gioco è fatto.

Strontium atoms are relatively large (and extremely stable; are used in atomic clocks…), with radii around 215 billionths of a millimetre. The atom is visible in this photograph because it absorbs and re-emits the bright light of the laser.

Ovviamente cerchiamo di non banalizzare; stiamo parlando di un dottorato in fisica e non di un fotografo occasionale e tutto il setup, che ha poi portato alla foto, è stato allestito per scopi decisamente meno pittorici.

Laser-cooled atomic ions provide a pristine platform for exploring and harnessing the unique properties of quantum physics. They can serve as extremely accurate clocks and sensors or, as explored by the UK Networked Quantum Information Technologies Hub, as building blocks for future quantum computers, which could tackle problems that stymie even today’s largest supercomputers.

WU

Il progresso elettrico

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E’ un posto che mi accoglie quando sono in qualche modo triste e pensieroso. E’ un posto che non chiede; forse non da, ma non fa domande e non vuole spiegazioni.
Basta arrivare li, parcheggiare, ed in base all’umore avvicinarsi più o meno alla sua facciata, recinzioni o tettoia.

E’ ciò che resta di una ferrovia elettrica che congiungeva il primo entroterra con il litorale Italiano durante la seconda guerra mondiale. E’ una specie di vecchio baluardo del progresso; di quando la “tranvia a vapore” faceva posto ad una moderna linea elettrificata (complice, anzi, artefice, l’impennata del turismo della costa) .

E tutto celebrava questo progresso; il binario singolo, l’alto voltaggio, lo stesso edificio (come le altre stazioni, d’altra parte) portavano proprio il marchio del progresso portato dall’elettricità.

La storia è fra il travagliato, il bellico ed il burocratico. Il finale ve lo risparmio per rispetto all’edifico stesso che, nonostante il declino, continua a portare con estrema dignità l’aurea di quello che fu il suo ruolo nello sviluppo del nostro paese. Così come “sembrava il treno stesso, un mito di progresso”, anche tutta l’infrastruttura ferroviaria ha avuto questo ruolo pratico e “morale” nel progresso dell’età moderna; e posti come questo conservano splendidamente il loro ruolo “motivante” noncuranti dell’abbandono incalzante.

Oggi ci ritorno

WU

PS. Ogni riferimento geografico è volutamente evitato, ma rintracciare la linea ferroviaria e l’Edificio non è affatto difficile.