Alieno altocumulo lenticolare

Oggi mi sono messo a vedere un po’ di foto meteorologiche (sapete, in questi giorni piovosi guardo il cielo più spesso e devo riconoscere che offre spunti molto più interessanti di un “piattume celeste” 😀 ). Esiste, a riguardo, ovviamente, anche un concorso. Praticato da specialisti, cacciatori di tempeste, inseguitori di fulmini, amatori e fissati.

Lungi da me dal voler fare da giuria (ne titoli, ne voglia), mi sono semplicemente fatto conquistare “dall’occhio” per decretare il io vincitore: Bingyin Sun che ha fotografato… una astronave.

Altocumulus_lenticularis.png

Stiamo parlando di una formazione nuvolosa che in gergo si chiama… altocumulo lenticolare (nel caso della foto immortalata sulla laguna di Jökulsárlón, Islanda).

Sono formazioni “a lente” che si generano quando forti venti di quota (fra i 15 ed i 20 km) impattano catene montuose; Si generano vortici e turbolenze (soprattutto nella componente verticale del moto) che si avvolgono in forma lenticolare e che sono non poco pericolosi per il volo. Insomma, nuvole belle, ma da cui stare lontani (soprattutto con alienati, parapendio ed ultraleggeri).

In breve le correnti d’aria, esattamente come quelle di acqua, quando si trovano davanti un ostacolo devono in qualche modo superarlo. I flussi eolici si spostano a quote più alte modificando il moto verticale (generando le così dette “onde orografiche“. Salendo lungo la cresta la massa d’aria tende a dilatarsi e a raffreddarsi facendo così condensare il vapore in minuscole goccioline d’acqua che la gravità tende a spingere verso il basso. Le nube a preso vita oscillando attorno al suo punto di equilibrio.

Si, gli alieni esistono! E se qualcuno non vede un ufo in questa foto ci sta nascondendo la verità! E’ un palese sistema di camuffamento Klingon generato da uno campo magnetico che confina del gas… 😛

WU

PS. Ovviamente facendo seguito a questo e quest’altro sproloquio, oppure questo?

Colpo di fulmine

Uno di quegli scatti che valgono una carriera (beh, almeno secondo me che non mi sfamo facendo foto… e ad ogni modo lo scatto è “semplicemente” un fotogramma di un video “standard” che si fa durante il lancio di vettori spaziali…). Ad ogni modo lo scatto (reale!) ritrae un evento raro, ma non unico.

Il lanciatore Soyuz 2-1b, durante il suo ultimo lancio del 27 Maggio 2019 (alle 06:23 UTC, se proprio volete essere precisi), è stato colpito da un fulmine. La missione prevedeva di portare in orbita il satellite Glonass-M, della costellazione russa che fornisce servizi di navigazione a supporto dei sistemi militari e civili.

Durante la sua ascesa il missile (si, per scopi pacifici, ma di fatto è di questo che stiamo parlando) ha intercettato ed attirato verso la sua struttura metallica un fulmine formatosi in una vicina tempesta. Siamo nei pressi della base di Plesetsk, a circa 800 chilometri a nord di Mosca.

La piacevole sorpresa è che l’evento, a parte la suggestione, non ha avuto assolutamente nessuna conseguenza. Il vettore ha rilasciato correttamente, dopo circa 3.5 ore dal lancio, il suo prezioso carico in orbita. Subito dopo, ovviamente preoccupati per la salute del satellite, il centro di controllo missione ha cercato di stabilire un primo contatto con il Glonass-M e… magia delle magie, la telemetria si è dimostrata stabile e nominale per tutti i sistemi di bordo.

Tutto secondo copione, insomma. D’altra parte non è certo la prima volta che un fulmine colpisca un razzo durante il lancio. Uno dei più famosi “incidenti” in questo senso ci riporta all’era Apollo.

Il 14 novembre del 1969, il razzo Saturn V (NASA, siamo in America questa volta) stava lanciando l’Apollo 12 con a bordo tre astronauti, destinazione Luna. Durante la fase di ascesa il tempo era molto nuvoloso, ma non vi erano temporali in corso, ciononostante il Saturn fu colpito da ben due (e la miseria!) fulmini durante la fase di ascesa. Questa volta qualche ripercussione ci fu (ed immaginate facilmente lo spavento per l’equipaggio) dato che il fenomeno mise temporaneamente fuori gioco alcune strumentazioni del vettore.

Anche in questo caso, comunque, tutto si risolse per il meglio e gli astronauti allunarono secondo copione. Ovviamente procedure e strutture “anti-fulmini” furono raffinate dall’epoca fino ad arrivare alla nostra recente Soyouz a cui, evidentemente, un fulmine non fa ne caldo ne freddo (è proprio il caso di dirlo…).

Il fulmine non è un ostacolo per te!” ha scritto nel suo immancabile Tweet il direttore generale dell’Agenzia Spaziale Russa, Roscosmos. C’è da esserne fieri, non c’è che dire… ed affascinati.

WU

PS. “Il fulmine governa ogni cosa” diceva Eraclito, che evidentemente non conosceva la Soyuz 🙂 .

Scatti assassini

Qui la sfida è rimanere obiettivi evitando di costellare tutto il post di parolacce e bestemmie :). Ah, il titolo è impostato dando la colpa agli scatti (selfie) per deviare, volutamente, il focus dai diretti interessati; segno che cerco di essere un po’ obiettivo o no?

Allora, il Rapporto Italia 2019 dell’Eurispes ci informa che ben 259 persone sono rimaste vittima, fra il 2011 ed il 2017 di selfie estremi, nel mondo (ah, beh, meno male…). Se ho difficoltà con la prima parola figuriamoci con il binomio…

Scendendo più in dettaglio scopriamo che, la prima causa di morte (in questo contesto, sia chiaro…) sono agli annegamenti. Un autoscatto a tema acquatico è merce molto rara, evidentemente. Al secondo gradino del podio troviamo “incidenti” legati a mezzi di trasporto, è chiaro che farsi una foto davanti al treno che sta arrivando può essere un po’ pericoloso, ma solo un po…

Al terzo posto, con un indiscusse 48 vittime, troviamo il fuoco (beh, d’altra parte si sa che acqua, macchine e fuco sono pericolosi, eh si… anche in foto) pari merito con le cadute dai palazzi/muri/scogliere/etc. Il brivido di un autoscatto con il nulla sotto e tutt’attorno è costato la vita (si, la vita!) ad altre 48 persone.

Scariche elettriche hanno mietuto circa 16 vittime (anche se non mi è molto chiaro cosa sia un selfie legato ad una folgorazione, ma è evidentemente un limite della mia immaginazione)

Circa una decina sono rimasti vittima di aggressioni da parte di animali feroci, che evidentemente stavano bene nell’inquadratura della foto solo secondo gli occhi (ormai chiusi) del fotografo, ma che non erano sostanzialmente d’accordo ad essere immortalati.

Il rapporto ci indica, inoltre, la fascia di età più decimata dai selfie estremi (lo ripeto per capacitarmi) che è quella compresa fra i 20 ed i 26 anni (109 vittime) seguita dalla fascia 10-19 anni (76 vittime) e quindi dalla fascia 30-39 anni (20 vittime) e quindi dalla fascia 40-69 anni (9 vittime). Beh, almeno direi che la propensione al rischio (ripeto, lo chiamo rischio anche se mi è chiaro che su un piatto della bilancia ci sia la vita -!- non mi è chiaro -e forse non voglio saperlo- cosa ci sia sull’altra) si conferma scemare con l’età.

Ogni commento sarebbe inutile.

WU

PS. Se proprio morite (fotograficamente) dalla curiosità, geograficamente è l’India quella messa peggio (sono arrivati ad indire no-selfie zone nella metropolitana…).

Gigapixel Panorama

With 360 gigapixel photography, you get exactly what you ask for and more. 360 gigapixel photography takes hundreds or even thousands of high resolution photos to create one huge gigapixel panorama in 360 degrees. Each 360 panorama contains billions of pixels so viewers can view dozens of cityscapes in ultra high resolution.

Stiamo parlando di foto ad ultra-altissima risoluzione. Qualcosa come un singolo omino ed un’intera città che si possono vedere, nella stessa foto, con la stessa risoluzione. Ovviamente non è qualcosa che possiamo ottenere con una normale macchina fotografica… e neanche con una speciale.

Possiamo però mettere insieme centinaia o migliaia di immagini in un sapente collage digitale per ottenere il risultato desiderato. Il punto è che così facendo si generano immagini da miliardi di pixel (più di quanti il vostro schermo può tollerarne, infatti possiamo “navigare” in queste immagini con “panning & zooming”) e centinaia di gigabite per vedere con incredibili dettagli panorami a 360 gradi.

Qui trovate il gigapixel di Singapore.

Consider your average smartphone camera, which is around 12 megapixels, give or take a few depending on what flagship model you own. It takes some pretty sharp photos, right? Well this image of Shanghai is 195 gigapixels. One megapixel equals one million pixels, while a gigapixel equals one billion pixels […]

Effettivamente affascinante; oggi lo sto usando in ogni momento idle per cercare gli “angoli bui” che devono esistere per forza anche in una città che a prima vista appare (almeno da questa immagine) quasi perfetta.

SingaporeGigapixel

The photo, taken from high on the Oriental Pearl Tower in Shanghai, shows the surrounding landscape in stunning detail. From your virtual perch many stories above the ground, you can zoom in so far that you can read the license plates on cars and spot smiling faces greeting each other on the sidewalk.

La domanda per me non si pone (stranamente, in questo caso), ma effettivamente ci potremmo chiedere il perché di tali “opere d’arte”. La risposta può essere una a caso fra turismo (invitiamo i turisti a visitare un luogo presentando dal panorama ai dettagli in una singola immagine), per mostre, per eventi, operazioni di marketing, per memoria storica (dell’evoluzione di un certo luogo globale e locale) o per un misto di queste motivazioni. Beh, si anche qualcosa tipo “mass surveillance” va annoverato, ma ora non ditemi che abbiamo “paura” di immagini così perché ci sentiamo controllati!

WU

La disperazione silenziosa del sogno

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Mi sono imbattuto in questa “scultura”. Più che altro è una specie di obelisco in una piazza relativamente centrale del suo paese, ma non propriamente ben illuminata.

Vuoi per la scarsa luce, per il carattere o (molto probabilmente) per la mia dis-attenzione mi sono effettivamente accorto della frase e l’ho “processata” mentalmente solo dopo parecchi passi dalla colonna. Sono quindi ritornato sui miei passi per cercare di immortalarla.

Mi piace soprattutto il senso di costrizione ingenerato da un dono e l’urlo silenzioso che trasmettette (si, credo sia questo).

Sulla parte sinistra della colonna si intuisce anche a chi la scultura è intitolata (e facilmente si risale alla cittadina, direi). Sulle altre facce della colonna, invece, la citazione continua:

Nato con la disperazione silenziosa del sogno nulla avrebbe avuto potenza di liberarlo né avversità di uomini né favore di eventi né implacabilità di fato. La morte dandogli fama lo guarì dal quel delizioso morbo dell’anima

Mi rendo conto che è un po’ dark, ma colgo una intrinseca bellezza in queste parole e tutto mi ingenerano fuorché resa dinanzi al fato. La guarigione della morte mi pare quasi solo un orpello aggiuntivo che, pur guarendo il “morbo dell’anima”, di certo non sconfigge la “disperazione silenziosa del sogno”.

E’ un po’ come nascere “con una marcia in più” (chissà che vuol dire): chi ce l’ha non la perde, ne con favore ne con sfavore del fato. La natura stessa dell’uomo, una delle cose più ineluttabili, non trovando altro modo di toglierci il dono del sogno può solo portarci via la vita.

WU

PS. La foto, con blande pretese artistiche, non è un granché. Lo ammetto.

Scatti fumosi

La creatività è un impulso. Quando parte… parte e non la puoi fermare. Un po’ come un’esplosione. Ovviamente non è garantito il risultato, ma di certo è garantito il rush e l’impeto che si porta con se. L’energia che ci trasmette il risultato è solo un’ombra dell’energia del processo creativo.

La creatività, e l’arte in generale, inoltre, hanno uno speciale fascino se sono effimeri. Guardare una cosa bella, è un po’ come mangiare: una volta che ce ne siamo “cibati” non esiste più nella sua forma originaria, ma noi siamo in qualche modo interiormente più ricchi (… anche di calorie).

Queste che sembrano un po’ frasi fatte sono egregiamente incarnate dal progetto “The Blossom Project” del duo di fotografi Isabelle Chapuis e Alexis Pichot. L’idea è tanto semplice quanto geniale e, IMHO, in grado di comunicare con estrema nitidezza l’esplosività e la caducità della creatività umana. Andare in giro per il mondo, in luoghi suggestivi, desolati e remoti per far esplodere nuvole di gas dai colori vividi.

BlossomProject.png

Tali “opere d’arte” esistono giusto il tempo che il vento non le disperda, sono spesso osservate solo dai fotografi stessi (che le devono pur documentare fotograficamente per dare un senso alle loro opere ed ala loro lavoro) e non sono, una volta innescate, controllabili.

Un’arte caduca ed esplosiva. Opere d’arte solo iniziate dall’uomo e fatte evolvere dalla natura che fa anche da cornice suggestiva e contrappone la sua calma/stasi allo scoppio d’arte. In scenari poi post-industriali le opere rendono ancora meglio; sia per la contrapposizione fra i colori vividi delle nubi e quelli smorti dello scenario sia per l’antitesi fra l’energia che comunicano e l’ormai statico contesto.

Davvero ben pensato.

WU

Le soluzioni della plastica

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Guardavo un muro a caso, di una stadina laterale a caso, di un centro storico a caso, di una piccola città “storica” italiana a caso. Tutte queste casualità mi hanno portato ad incantarmi dinanzi la foto di cui sopra.

La mia prima reazione è stata un evidente ghigno per poi chiedermi (…ovviamente dopo aver immortalato il graffito con il pronto utilizzo di un oggetto fatto in plastica) il significato che nella mente “dell’autore” avesse dovuto avere la frase.

La mia prima idea è stata, ovviamente (?) l’ironia; l’autore ha voluto sottolineare con un cipiglio ironico il fatto che la plastica NON sarà la soluzione alla fame dal mondo? Ma… fermiamoci un momento; in realtà si stanno mettendo insieme due concetti che se non fosse per il packaging (ve lo ricordate questo?) non vedo che attinenza possano avere. Beh… prendendola alla larga: la plastica uccide, in vario modo, piante ed animali e ciò non fa altro che indebolire le nostre risorse alimentari e quindi non aiuta di certo la fame nel mondo. Si, ok, mi sembra un po’ troppo arzigogolato e perverso… potevamo sempre dire che “La plastica sarà la soluzione alla deforestazione” oppure “La plastica sarà la soluzione all’estinzione”.

Ora inizio con castelli, di quelli seri.

L’autore vuole dirci velatamente che ha trovato un ingegnoso metodo per convertire la plastica in una qualche forma organica alimentare che può davvero essere usata per sfamarci? L’invenzione del secolo rivelata su un muretto a caso?

L’autore vuole dirci che l’indotto economico che ruota attorno alla plastica potrebbe (sarà?) riconvertito a scopi più umanitari tipo risolvere la situazione di fame nel mondo? Buonismo o aggiotaggio (ora vado a vedere il trend delle azioni delle più grandi aziende produttrici di plastica)?

L’autore vuole dirci che in generale il progresso tecnologico, che inevitabilmente porta con se la necessità di alcuni materiali, sta effettivamente aprendo la strada alla soluzione del problema della fame nel mondo? Cioè sarebbe un po’ come scrivere “Il silicio sarà la soluzione alla fame nel mondo”.?

L’autore vuole spingerci, motivarci a legare due concetti diversi e lontani per cercare una soluzione combinata ad entrambi? Stiamo davvero parlando del packaging alimentare? Stiamo parlando della fame causata dalle industrie di estrazione petroliera (o lavorazioni varie durante il ciclo di produzione della plastica) alle popolazioni locali?

La verità è che ho elucubrato un po’ troppo (si, anche per il puro piacere di farlo), ritengo comunque l’ironia lo scopo più probabile del graffito. Altre idee?

WU

PS. Scusate, ma non è che potremmo un giorno anche leggere “La plastica sarà la soluzione alla pace nel mondo”?

Su marte, al tramonto

Ci sono tramonti e tramonti. Alcuni suggestivi per i ricordi, la pace, il raccoglimento, che ci generano; altri magari suggestivi per i colori e/o per le ombre che creano; altri ancora per i luoghi in cui (non) li osserviamo.

Ora, a parte ricordarci (tanto per essere un po’ stucchevoli) che un tramonto è solo un’alba vista da un’altra prospettiva, una cosa che sicuramente rende un tramonto unico è … il pianeta dal quale lo si guarda.

TramontoMarte.png

Non abbiamo in questo grande fortuna ed anche i “migliori di noi” possono al più vantare un pallido e sterile (… solo per via della mancanza di atmosfera) tramonto lunare, ma che dire se potessimo vedere un tramonto marziano?!

Esatto… forse non possiamo vederlo fisicamente, ma siamo ormai in grado di “godercelo” anche a distanza. L’immagine sotto è un tramonto mozzafiato, inedito e 3D che ci ha “regalato” (beh… considerando i soldi investiti non userei questa parola a cuor leggero…) ExoMars; più precisamente il suo orbiter Tgo (Trace Gas Orbiter) che monta a bordo lo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System)… dell’Agenzia Spaziale Italiana va detto.

Lo strumento ci sta offrendo la possibilità di vedere il 3% della superficie del pianeta rouge in 3D e le immagini effettivamente mozzafiato che invierà saranno presentate settimanalmente dalla nostra agenzia spaziale (si, un po’ di pubblicità agggratis). La capacità della vista stereoscopica dello strumento dipende soprattutto dalla sua capacità di ruotare la testa ottica e ciò, accoppiato con quattro filtri in diverse lunghezze d’onda, ci restituisce immagini di un dettaglio, accuratezza, naturalezza e piacevolezza finora inusitate per il nostro vicino d’orbita.

Lo strumento serve (oltre che per godere di tali panorami) anche a verificare in dettaglio i luoghi in cui si muoverà il rover che costituisce la seconda parte della missione ExoMars prevista per il 2020.

Personalmente la cosa che trovo più suggestiva di questo tramonto è che benché stiamo (con la mente e con occhi meccanici) sul pianeta rosso vediamo un tramonto blu.

WU

PS. Il motivo del colore bluastro della luce del tramonto è sostanzialmente legato alle particelle presenti nell’atmosfera marziana, che lasciano passa alcune lunghezze d’onda più facilmente di altre.

Life

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Mi è caduto l’occhio su questo “quadro” mentre ero in tutt’altre faccende affaccendato.

Lo sapete meglio di me; quando la mente è assorta in qualcosa (per quanto stupido possiamo considerare l’oggetto del cruccio a distanza anche solo di qualche ora) l’attenzione e l’interesse da dedicare a scorci inaspettati è tra in basso ed il nullo. Quindi la prima cosa che mi ha colpito del mio esser rimasto colpito è proprio il fatto che il “quadro” mi ha colpito (si, mi sono divertito a “colpire”).

Più che un “quadro” l’immagine ritrae una tela appesa in un cantuccio in un negozio che non vende quadri ne oggetti d’arte, che non ha nessuna attinenza con tutto ciò che lo circonda, che non spicca per colori o tonalità, che non è una gigantografia e non era sotto la luce di alcun riflettore.

Eppure il quadro ha subito causato una deformazione semi permanente (beh… ora non esageriamo) dell’angolo destro della mia bocca, che piegatosi verso l’altro mi ha fatto capire solo dopo diversi passi che la mia attenzione era caduta su qualcosa che forse razionalmente non avevo neanche focalizzato e che quel qualcosa mi era anche piaciuto.

Forse per la tranquillità che l’immagine comunica, per il senso dato alla parola vita, per il sottotitolo o forse per nessuna di queste cose ed ancora lo devo capire, ma questo “quadro” mi piace.

Due parole sul sottotitolo: è bello racchiudere in poche parole che nella vita avrai molti viaggi da dover fare/affrontare (e già questo mi mette di buon umore), ma nessuno grande come la vita stessa.

E l’immagine? Un candido bimbo che gioca con una rosso-vigore barca a vela su uno sfondo indefinito spiaggia-cielo-mare? Non so se è “d’autore”, ma è sicuramente calzante per passare l’idea del più grande viaggio che ci aspetta.

Buon viaggio (e sono certo di averlo già scritto here, here and there, ma sicuramente anche altrove, a iosa).

WU

PS. E come colonna sonora ci sta “a fagiuolo”

Così sia ?!

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Nell’ameno borgo in cui conduco ultimamente la mia esistenza sono abituato (come un po’ tutti, credo) a vedere scritte e disegni sui muri. La foto di cui sopra mi ha però bloccato; tanto da farmi fermare, pensare, tornare indietro, fotografare, ed andarmene ancora più pensieroso di prima.

Senza voler ora disquisire circa la necessità, eleganza, indecenza oppure inappropriatezza di questi “graffiti”; è innegabile che questi hanno sempre rappresentato (solo per me?) simboli/segnali di protesta. Di ribellione. Di disappunto. Di una sorta di energia che volesse uscire (ripeto, forse non nella maniera più consona).

Di certo non mi hanno mai dato l’idea della resa. Non può essere così: scrivo sui muri per dire che mi sono rassegnato? Beh, tanto vale che me ne sto a casa a piangermi addosso.

Eppure i tempi sono cambiati, in tutto. Ora anche i graffiti (forse meno di una ventina di anni fa…) sono arte. E su questo non ho da ridire: fatto bene è assolutamente meglio un graffito di un muro bianco. Ora però anche “nell’arte da strada” traspare, purtroppo, una società che sta alzando le mani. Una società che subisce il futuro, non che lo vuole affrontare. Una società che si rassegna, non che brama il domani.

E c’è di peggio; i “graffiti” sono (ancora: solo per me?!) fonte di ispirazione da sempre. La gente li vede, i giovani li ammirano, i “writers” prendono spunto per replicarli. Peggio del peggio! Che facciamo mettiamo i nostri giovani sulla strada della resa? Piuttosto stiamo fermi.

Anche se inconsciamente anche io lascerei tutto come sta e mi appellerei ad un “così sia”, non voglio certo farne manifesto con il “rischio” che altri mi seguano e preferiscano la resa alla sfida (che di certo, ripeto, può essere espressa in maniera migliore che scrivendo sui muri).

Se non abbiamo intenzione di imbracciare le armi, almeno lasciamo puliti i muri.

WU