Categoria: photo

Single Atom in an Ion Trap

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In the center of the picture, a small bright dot is visible – a single positively-charged strontium atom. It is held nearly motionless by electric fields emanating from the metal electrodes surrounding it. […] When illuminated by a laser of the right blue-violet color, the atom absorbs and re-emits light particles sufficiently quickly for an ordinary camera to capture it in a long exposure photograph.

This picture was taken through a window of the ultra-high vacuum chamber that houses the trap. Laser-cooled atomic ions provide a pristine platform for exploring and harnessing the unique properties of quantum physics. They are used to construct extremely accurate clocks or, as in this research, as building blocks for future quantum computers, which could tackle problems that stymie even today’s largest supercomputers.

La materia è fatta di atomi (… e la mano divina ci ha soffiato dentro la vita… 🙂 ). Ma noi vediamo, tocchiamo, odoriamo, fotografiamo la materia, non gli atomi. Di solito.

Un singolo atomo visibile ad occhio nudo è qualcosa che suona un po’ fantascientifico; mi da un po’ l’idea di entrare nelle stanze segrete della creazione con una super 8.

Comunque c’è chi, con una normalissima fotocamera (il che rende il tutto decisamente notevole) è stato in grado di fotografare un singolo atomo, visible ad occhio nudo. Ovviamente la cosa è valsa all’autore, David Nadlinger, la vittoria dell’Engineering and Physical Sciences Research Council science photography competition 2018.

Stiamo parlando di un singolo atomo di stronzio intrappolato in un campo magnetico. 2 mm di spazio che separano due elettrodi che intrappolano un atomo che riflette una luce blu-viola; poi ci mettiamo una bella fotocamera, un obiettivo da macro (Canon 5D Mark II DSLR, Canon EF 50mm f/1.8 lens, extension tubes, and two flash units with color gels), ed uno scatto a lunga esposizione ed il gioco è fatto.

Strontium atoms are relatively large (and extremely stable; are used in atomic clocks…), with radii around 215 billionths of a millimetre. The atom is visible in this photograph because it absorbs and re-emits the bright light of the laser.

Ovviamente cerchiamo di non banalizzare; stiamo parlando di un dottorato in fisica e non di un fotografo occasionale e tutto il setup, che ha poi portato alla foto, è stato allestito per scopi decisamente meno pittorici.

Laser-cooled atomic ions provide a pristine platform for exploring and harnessing the unique properties of quantum physics. They can serve as extremely accurate clocks and sensors or, as explored by the UK Networked Quantum Information Technologies Hub, as building blocks for future quantum computers, which could tackle problems that stymie even today’s largest supercomputers.

WU

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Il progresso elettrico

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E’ un posto che mi accoglie quando sono in qualche modo triste e pensieroso. E’ un posto che non chiede; forse non da, ma non fa domande e non vuole spiegazioni.
Basta arrivare li, parcheggiare, ed in base all’umore avvicinarsi più o meno alla sua facciata, recinzioni o tettoia.

E’ ciò che resta di una ferrovia elettrica che congiungeva il primo entroterra con il litorale Italiano durante la seconda guerra mondiale. E’ una specie di vecchio baluardo del progresso; di quando la “tranvia a vapore” faceva posto ad una moderna linea elettrificata (complice, anzi, artefice, l’impennata del turismo della costa) .

E tutto celebrava questo progresso; il binario singolo, l’alto voltaggio, lo stesso edificio (come le altre stazioni, d’altra parte) portavano proprio il marchio del progresso portato dall’elettricità.

La storia è fra il travagliato, il bellico ed il burocratico. Il finale ve lo risparmio per rispetto all’edifico stesso che, nonostante il declino, continua a portare con estrema dignità l’aurea di quello che fu il suo ruolo nello sviluppo del nostro paese. Così come “sembrava il treno stesso, un mito di progresso”, anche tutta l’infrastruttura ferroviaria ha avuto questo ruolo pratico e “morale” nel progresso dell’età moderna; e posti come questo conservano splendidamente il loro ruolo “motivante” noncuranti dell’abbandono incalzante.

Oggi ci ritorno

WU

PS. Ogni riferimento geografico è volutamente evitato, ma rintracciare la linea ferroviaria e l’Edificio non è affatto difficile.

Juno – artista planetario

Quel limite sottile che divide la scienza dall’arte è spesso valicato involontariamente dalla natura e delle osservazioni che facciamo di essa. Il fascino di ciò che ci circonda non ha tempo e non chiede di esser visto. Esiste e se noi volgiamo coglierlo (o, meglio, osservarlo senza disturbarlo o rovinarlo) è li pronto a riempirci il cuore e la mente. Se poi siamo distratti/frettolosi/ingenui osservatori, poveri noi. Al creato poco importa.

Tutto questo cappello un po’ fintamente poetico, un po’ fintamente religioso per sottolineare l’aspetto artistico di uno degli apici dei derivati della “sterile” tecnologia. La sonda Juno è un ammasso di acciaio, cavi, sondi, telecamere, pannelli solari, motori e propellente che vaga nelle profondità del nostro sistema solare dal 2011. E’ poco più di un anno che ha raggiunto la sua destinazione, Giove, e da allora si è messa a fare l’ennesimo osservatore silenzioso. Il nostro occhio remoto in un affascinante e maestoso angolo del sistema solare.

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Le ultime immagini che ci ha spedito questo ammasso di tecnologia sono si dati e bit da “decifrare”, ma sono anche arte. Ciò che una tempesta, si gioviana in questo caso, può dire sono tante sull’atmosfera ed il clima del pianeta, ma sono tante anche su come la natura può creare (e sa creare) il bello.

La cosa che mi intriga di più è che non credo avremo mai l’obiettività e l’ingenuità necessaria per valutare il fascino di ciò che vediamo attorno a noi quotidianamente e certe cose ci folgorano solo perché extra qualcosa.

WU

PS. Queste sono solo le ultime in ordine cronologico, ma la missione ci sta effettivamente regalando una galleria d’arte (e la rete ne è effettivamente piena, e.g.), per me uno di quei risultati che allargano la mente anche per i “non addetti ai lavori”.

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

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Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

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Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

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Imitation mix

Non sono un fan delle grandi marche, di marchi blasonati e delle mode in generale (anche perché nel frattempo che me ne accorgo le mode spesso sono passate). Capisco tuttavia che vi siano milioni di persone che ci tengano.

Che sia il marchio trendy, il beniamino dei cartoni, un ricordo di infanzia o qualunque cosa vogliate se ce la mettiamo addosso pare che gli diamo comunque una dignità maggiore rispetto a tenerla chiusa solo nella nostra mente o nel nostro cuore (se poi in alcuni casi ciò equivale a diminuire la nostra di dignità è un’altra storia).

Capisco altresì che vi siano dei casi in cui questo essere modaioli richieda un esborso economico non indifferente, spesso non alla portata di tutti. E qui, anche se io mi tirerei subito indietro, nasce la corsa al falso, al clone, all’imitazione.

Al limite (ma proprio al limite) benvenga anche questa, ma almeno cerchiamo di imitare le cose che abbiamo in mente. Imitiamo qualcosa perché abbiamo davanti agli occhi un originale a cui vorremmo tendere. No?!

Non imitiamo tanto per imitare. Non per mettere assieme cosa un po’ a caso pur di richiamare l’attenzione. La considerazione mi è scaturita da questa foto in cui mi sono imbattuto che non rende giustizia a nulla se non ad un disperato bisogno di richiamare attenzione un po’ da tutte le parti.

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Purtroppo ho visto il mitico zainetto solo in foto. L’avessi visto dal vivo l’avrei certamente comparato (ovviamente assumendone un costo in linea con l’accozzaglia di loghi e colori che riporta) se non altro per dare soddisfazione al (perverso) ideatore.

WU

Scorci #5

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Onestamente non so di preciso cosa mi abbia colpito di questa scena. (spingendomi a manovre azzardate pur di immortalarla… anche se forse non dovrei dirlo).

Credo che sia il fatto che mi trasmette controsenso da tutte le parti.

A partire dalla strada in cui l’ho vista che non era nel bel mezzo di un campo di grano (anche se forse il contesto alberato a bordo strada trae in inganno). Forse per il fatto che nessuno dei due mezzi dovrebbe stare li, o forse non dovrei esserci io (che non guidavo, all’epoca dei fatti, un trattore)? Forse per il fatto che il povero ciclista di aria pura li dietro non ne deve respirare poi tanta. Forse per il “paradosso” del ciclista che cerca di superare un automezzo (seppur agricolo). Forse per il lampeggiante che svetta quasi a richiamare l’attenzione sulla scena. Forse semplicemente per il fatto che non me l’aspettavo.

… e mi piace abbandonarmi al pensiero dello sguardo che devono (si, devono, non può essere altrimenti) essersi scambiati i due “autisti” al momento del sorpasso che vi assicuro è avvenuto non molto tempo dopo.

Non lo so.

Ah, vi faccio immaginare la coda che la cosa ha creato (e meno male che siamo in un periodo di magra per il traffico). Ho fatto tardi.

WU

PS. Non esattamente uno “Scorcio” in tema (tipo qui, qui, qui o qui), ma diciamo che l’ho inteso come uno scorcio estemporaneo.

Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

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Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU