Livello magico di pensiero

Stacco per qualche giorno. Da italiano medio (e non è un’offesa).

Non che senta la necessità di staccare dal blog in se, quanto proprio di alleggerire la mente. Mi riprometto spesso (giuro) di postare anche solo qualche foto estemporanea, ma la verità è che se non mi arrovello un po’, non sproloquio un po’ a vanvera su questo o su quello non riesco a dare un senso ad un post. Come il brindisi di un vecchio zio che nessuno ascolta, ma che da sapore al bicchiere di vino.

Ad ogni modo, quello sotto (immagina catturata inaspettatamente sul sacchetto delle posate di una pizzeria) è il mio manifesto per questa estate.

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WU

Competenze tecniche, e sociali

Sono incappato, qualche giorno fa, in un post su linkedin che sostanzialmente faceva una distinzione fra l’essere bravi in un dato di lavoro ed essere bravi SUL posto di lavoro. Come se le due cose fossero divise.

Cioè mi volete dire che ancora oggi dividiamo le competenze tecniche da quelle “sociali” (nelle quali, fra l’altro, mi rendo conto di non essere propriamente un asso…)? Non viviamo più (da secoli!) nell’epoca dei grandi scienziati solitari (con le debite eccezioni, mi viene in mente Perel’man), i tuttologi che bastavano a se stessi. Vuoi perché il sapere aveva limiti più ristretti, perché si era più selettivi, perché la società lo permetteva o semplicemente i nostri avi erano più intelligenti. Quel che sia il motivo, oggi siamo costretti (si, esatto, non credo sia una scelta) a lavorare in team.

Le competenze non tecniche fanno parte del nostro sapere; il sapersi relazionare con i colleghi, collaboratori, superiori, etc. Ora, stiamo attenti, però, a non metterle avanti a quelle tecniche che dovrebbero essere comunque la base del nostro lavoro, ma neanche a trascurarle. Mi verrebbe da dire che le competenze “sociali” sono il metodo per applicare, oggi, quelle tecniche.

La comunicazione, verbale e non, empatia (tipo questa), flessibilità, resilienza, etc. sono ormai essenziali per lavorare in gruppo sia che siamo a capo di questo o membri. Beh, si, se decidiamo di fare i pastori allora possiamo considerarci esonerati.

E non credo sia neanche questione di carattere. Certo, ci sono alcune inclinazioni personali che agevolano o meno la cosa, ma almeno in parte (e per quello che riusciamo a fare considerando la base di partenza…) dobbiamo cercare di acquisirle… e non mi è chiarissimo come.

Diciamo che me lo sto ripetendo per fare un po’ di training personale.

WU

Empatia canaglia

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C’era una pubblicità che, se ben ricordo, recitava “Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuterà tanto quanto masticare un chewingum per risolvere un’equazione algebrica” (non ricordo il soggetto, ahimè).

Me lo ripeto ciclicamente soprattutto quando “non so che pesci pigliare”. E l’empatia, quando non spontanea, è esattamente uno di questi casi. E’ una cosa che viene da dentro, una cosa che non si controlla e, soprattutto, non si maschera.

L’essere empatici o trovare una persona empatica è sostanzialmente pura fortuna. Forse può essere in qualche modo “indirizzata”, ma non si può ne essere, ne non essere empatici a comando. E non ci sono, che mi vengano in mente, ne esercizi ne talismani (beh, certo, a parte una spillatrice come quella di questo Dilbert che è evidentemente un oggetto multipurpose, stile oggettistica da Inception) che possano aiutare.

La sola strada che credo possa in qualche modo aiutare la nostra empatia è la vita, nel senso dell’esperienza. Vivere una certa situazione ci mette almeno sulla giusta strada poi per immedesimarci in qualcun altro che la sta vivendo. Essere empatici è una sorta di riflesso ad una situazione che abbiamo a nostra volta vissuto (e, tipicamente, non sono tutte rose e fiori).

Non voglio (e certamente non voglio far sentire) sentirmi in colpa perchè in certe situazioni sono poco (per nulla?) empatico, dico solo che è inutile forzare la mano se tanto non possiamo agire su quella parte di noi che da poi vita all’empatia. Anzi, aggiungo anche che giudicare/valutare/pesare una persona sulla base della sua empatia è solo un modo errato di capire cosa l’altro prova, vive o riesce ad esprimere. Una pecca, a nostra volta, nella nostra empatia.

WU (empatico a tratti)

PS. Ma piangere davanti un film o una soap rientra nel concetto di empatia? L’elemosina della domenica no e questo neanche.

Il paradosso del treno

Questo lo metterei sotto il tema: non sempre ciò che è legale è anche morale e viceversa. Ovvero una data azione può anche essere conforme ai “dettami di legge” (che per definizione sono un’invenzione umana e non sono affatto universali), ma non è detto che sia allineata al nostro modo di vivere, di pensare; non è detto che ci faccia stare tranquilli (altrimenti non saremmo qui a discutere se è “giusto” o meno che si spari per difendere la proprietà privata, tanto per fare una deviazione sull’attualità).

Immaginiamo di essere alla guida di un treno e davanti a noi un folle ha legato cinque persone ai binari. Noi non possiamo fermare il treno, ma possiamo solo tirare una leva per sfruttare uno scambio cambiano binari sui quali, però, lo stesso pazzo (o forse era un altro?) ha legato un solo uomo.

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La scelta è quindi, in soldoni, fra uccidere una persona ed ucciderne cinque. Serial killer e sadici a parte direi che la scelta “normale” sarebbe tirare la leva. Una decisione utilitaristica, dettata dal salvare (ovvero far gioire) il massimo numero di persone possibili. Ed una vita è il prezzo da pagare.

Il paradosso fu ideato, nel 1967, da Philippa Foot e colpisce per il fatto che tratta, in apparenza, di una scelta semplice. Tuttavia ci sono dei limiti (e dei trucchi nell’esempio espresso sopra).

Al povero soggetto scarificale, in primo luogo, non è stato chiesto nulla. E’ come dire che un medico si prende la liberà di smembrare un paziente sano per espiantargli gli organi e salvare cinque vite. Così, in maniera arbitraria. Alla fine il risultato è lo stesso: muore uno per salvarne cinque, ma di certo la “morale comune” non accetterebbe supinamente questa decisione.

L’azione che determina la morte del soggetto scarificale, inoltre, è una azione indiretta (tirare una leva). E se fosse diretta sarebbe ancora così ovvia la risposta? Ovvero, se per salvare le cinque persone legate ai binari devo spingerne una sesta (magari non consenziente) sui binari per fermare il treno, va ancora bene? Magari è comunque giusto, ma certamente moralmente più discutibile.

Vi sono certamente “obblighi morali di base” che ciascuno di noi (beh… la maggior parte) si sente in dovere di rispettare in ogni caso, a qualunque costo. Come dire che sono degli aspetti della “morale comune” che sono più importanti del risultato stesso di una azione: anche se ottengo quello che voglio non sono comunque in pace con me stesso. Non è questione di giusto o sbagliato, semplicemente il modo con cui certe cose vanno o non vanno fatte la nostra morale (che non mi sbilancio nel definire) lo sa.

Da un punto di vista morale, pertanto, ci ergiamo a divinità con una scelta del genere (chi siamo noi per sacrificare anche un sol uomo?). Da un punto di vista della umana legge, invece, la risposta potrebbe essere ancora più complessa, dato che quello che si valuterebbe è il contesto e la situazione… forse una pena ci sarebbe in ogni caso, ma fra il cannibalizzare un sano per salvare cinque pazienti e tirare una leva per salvare cinque persone forse il verdetto non sarebbe uguale.

A me il dilemma etico rimane e non so che freddezza (legata alla umana morale o alla razionale legge?) potrei avere in una situazione del genere.

WU

Ciao! Ci riproviamo più in là…

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E’ che ci pensiamo troppo… e “l’evoluzione” dei nostri rapporti sociali non è altro che l’ennesima situazione portata alla luce (o esasperata, se preferite) dalla pandemia in corso.

Il processo di “social distancing” era, forse, già in corso prima di tutta l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Certamente inteso in senso diverso, ma possiamo dire che era palese una certa tendenza al distanziamento, e purtroppo non solo fisico. Certo le discoteche, i pub o le apericene -qualunque cosa siano- sono piene (per me è molto un “effetto rimbalzo”), ma non mi dite che non preferivamo “i contatti/like sui social” alle serate phone-free, stile nostra gioventù.

Ah, poi mettiamoci anche che un po’ abbiamo perso la mano: capita anche a voi che rivedendo qualcuno che non vedevate da tanto tempo -e con cui magari vi siete scambiati chiamate e videochiamate durante “il lockdown”- ci mettete diversi minuti ad andare oltre un “come va? come stai?”, come se ci fosse una specie di scalino da superare per “riavvicinarci” veramente ad esso.

Fatemi ripetere, come sempre, che non lo sto demonizzando, sto solo dicendo che forse la facciamo troppo lunga (e credo perché c’è qualcuno che ce lo ha imposto), ma in fondo oggi più di prima il “rischio” associato ad una interazione sociale “vecchio stampo” (tanto per prenderla un po’ alla larga, i miei bisnonni facevano il pane con il vicinato e vivevano con la porta aperta… già per i miei nonni era impensabile) non lo valutiamo -molto spesso- come accettabile. Il COVID ci ha dato, in questo senso, un ottimo paravento per giustificare una direzione che avevamo già intrapreso circa il nostro ruolo nell’interfacciarci con i nostri simili.

Vabbé, ci riproveremo nel 2021 (come suggerisce questo Randall qua che con sapiente ironia dice le cose meglio del sottoscritto e soprattutto in maniera più leggera), tanto sappiamo tutti che il mondo, e le interazioni sociali con esso, che conoscevamo è destinato a cambiare. In meglio o in peggio dipende solo da noi e da come vivremo questo cambiamento.

WU

L’utilità dell’inutile #3

Mentre gli preparavano la cicuta, Socrate si esercitava sul flauto per imparare un’aria. E alla domanda “A cosa ti servirà?”, il filosofo impassibile risponde: “A sapere quest’aria prima di morire”.
[Il flauto di Socrate]

Una egregia spiegazione dell’essenza ultima del conoscere come vera antitesi della sciocca ossessione di essere utili.

Banalizzare, tuttavia, la voglia/gioia/necessità di conoscere semplicemente come “l’unica seria giustificazione” all’apprendere nuove cose -fosse anche in punto di morte- è tanto limitante quando l’asserire che vale la pensa sapere solo “le cose utili”.

Le “inutili eccezioni”, in questo caso, sono lodevoli; anzi, dovrebbero abbondare nella vita di ciascuno e per se stessi in prima battuta, per elevarsi, apparire meno limitati, per abbeverare le nostre menti fosse pure con “inutili idee” o “inutili nozioni”. Sono tutti piccoli passi nella direzione della crescita personale (da cui poi deriva, quasi gratuitamente, quella della collettività).

Ma -nonostante la consapevolezza che nessuna creazione letteraria o artistica sia legata a un fine- non c’è dubbio che, nell’inverno della coscienza che stiamo vivendo, ai saperi umanistici e alla ricerca scientifica libera da qualsiasi utilitarismo, a tutti quei lussi ritenuti inutili, spetti sempre più il compito di alimentare la speranza di trasformare la loro inutilità in un utilissimo strumento di opposizione alla barbarie del presente, in un immenso granaio dove preservare la memoria e quegli avvenimenti ingiustamente destinati all’oblio.

Esiste una profonda differenza fra teoria (intesa come parte disinteressata della scienza o delle materie umanistiche) e tecnica (la parte con un riscontro pratico, la parte applicativa, quella che potrebbe farci trovare lavoro). Credo che tale distinzione sia in qualche modo inconsciamente comprensibile da ciascuno di noi. Spesso non ci soffermiamo troppo sulle motivazioni che ci spingono ad apprendere questo o quello, ma quando lo facciamo tempo che la parte “teorica” sia quella che ha la peggio.

Non sono di quelli per i quali la superiorità e la bellezza non si devono mescolare con la triviale necessità quotidiana, non credo che vi siano “discipline di serie A e di serie B”, ma vedo una generale tendenza a dare precedenza (che spesso significa l’unica chance) a discipline legate al loro possibile utilizzo, tralasciando appunto gli aspetti “dell’inutile” (che come abbiamo già detto sono quelli che poi ci elevano, che ci legano all’arte, che ci fanno apprezzare la vita ed in ultima analisi evitano di degradarci a bestie… oltre che mettere in discussione il senso stesso della parola “utile”.

Sempre per il ciclo “l’utilità dell’inutile”: dopo qui, qui ed un po’ qui… ma ora mi placo.

WU

L’utilità dell’inutile #2

L’uomo moderno indaffarato, che non ha tempo, che è prigioniero della necessità, che non comprende come una cosa possa non essere utile; che non comprende neppure come, in realtà, proprio l’utile possa essere un peso inutile, opprimente. Se non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte, e un paese dove non si comprende l’arte è un paese di schiavi o di robots, un paese di persone infelici, di persone che non ridono né sorridono, un paese senza spirito; dove non c’è umorismo, non c’è il riso, c’è la collera e l’odio.

L’uomo moderno, che non ha più tempo per soffermarsi sulle cose inutili, è condannato a diventare una macchina senz’anima. Prigioniero della necessità, non è più in grado di capire che l’utile può trasformarsi in un “peso inutile, opprimente” e che se “non si comprende l’utilità dell’inutile, l’inutilità dell’utile, non si comprende l’arte”. Così l’uomo che non comprende l’arte diventa uno schiavo o un robot, si trasforma in un essere sofferente, incapace di ridere e di gioire. E, nello stesso tempo, può essere facile preda di un “fanatismo delirante” (si pensi, negli ultimi decenni, ai fanatismi religiosi) o di “qualsiasi passione collettiva”.

[L’utilità dell’inutile, N. Ordine]

Personalmente non sono certo ne di capire l’utilità dell’inutile (ne tanto meno l’arte… almeno non sempre), ma ancora una volta rileggere questi passi suona come una specie di monito. Monito per il mio spirito e non con l’ambizione di elevarlo, ma semplicemente di “diversificarlo”, di imparare a cogliere il bello (inutile? arte?), le piccole cose, evitare di diventare (ammesso che sia ancora in tempo, ma su questo sono ottimista) schiavo della società o robot.

Mi fa venire un fremito leggere con quanta eleganza e quanto breve sia il passo fra l’apprezzamento per l’arte ed il fanatismo delirante (oggigiorno più che mai dilagante) e con quanta incoscienza io in prima persona (prima ancora dei “governi”) si sorvol sull’apprezzamento dell’inutilità per lanciarsi nelle braccia della prigionia della necessità (qui gli esempi potrebbero essere tantissimi: dalle case che sembrano fortezze all’emigrazione per motivi “di base” – un lavoro modesto o una ossessione sociale-).

Il mio terrore più grande rimane comunque il fatto che tutti questi processi mentali a cui volenti o nolenti siamo soggetti passano quasi sempre sotto traccia e ci ritroviamo incapaci di ridere e gioire prima ancora di averne capito il perché.

WU

PS. Puntata due e mezzo: dopo qui e qui.

Il lavoro che viviamo

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Mi sa mi ci ero già impuntato qui, ma la verità che questo Dilbert colpisce, IMHO, ancora una volta nel segno della condizione in cui siamo… almeno rispetto al concetto di Smart Working (anzi, non per fare il sofista, ma meglio definito come Home Working). I tempi che viviamo.

Molti, moltissimi, dei “boss” ancora non si capacitano che il cambiamento epocale che stiamo vivendo li costringe a non “valutarci” (la parola è impropria, potrebbe essere “giudicarci” potrebbe essere “legare i propri incentivi di produzione” o quello che vi pare…) sulla base di un cartellino, ma in base ai risultati.

Potremmo disquisire per ore (se di interesse) circa i vantaggi e gli svantaggi, i pro ed i contro del “remote working”. Ci sono ovviamente i sostenitori ed i delatori, ma il punto è che mentre finora era una remota possibilità da accordare in rari casi (se pure…) oggi è uno strumento con il quale siamo (sia il lavoratore che il datore di lavoro) obbligati a confrontarci. Ed il tempo datoci per farci un’opinione è poco.

Attenzione che non sto dicendo “concediamolo a tutti” e neanche “smart working e basta”, sto piuttosto focalizzando l’attenzione sul fatto che mentre finora eravamo tutti “ad orario” ora dobbiamo essere tutti “a risultato”. E sono anche dell’idea che la libertà si può anche arrischiare di concederla in anticipo, ma di certo non si concede una seconda volta.

Io dissentirei già dai “frequent status reports” (o lavoro a faccio il report del lavoro), figuriamoci da app per tracciamento o per monitoraggio delle attività. Forse la body camera sarebbe il male minore.

WU

PS. Non che l’abbia vissuto in maniera così diretta, ma mi viene in mente che quando internet iniziò a diffondersi in maniera massiccia nel mondo del lavoro le strutture abbiano dovuto adeguarsi abbastanza velocemente… e vediamo oggi dove siamo arrivati.

L’utilità dell’inutile #1

Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica computa per raggiungerla. Perché le forze che sole aumentano la perfettibilità umana non sono accresciute dal possesso, ma dalla ricerca della verità.
Il possesso rende quieti, indolenti, superbi. Se Dio tenesse chiusa nella mano destra tutta la verità e nella sinistra il solo desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse: scegli! Sia pure a rischio di sbagliare per sempre e in eterno mi inchinerei con umiltà sulla sua mano sinistra e direi: Padre, dammela! La verità assoluta è per te soltanto
[Lessing]

Detto così è un po’ estremo, ma rende l’idea.

Dal mio bassissimo punto di vista non siamo più (se lo siamo mai stati) in una società rigidamente divisa in padroni e servi. Non siamo nella rigida dicotomia: ricchi sfruttatori e poveri schiavi. ci siamo (in questo caso tristemente) evoluti. Siamo sulle sfumature. Il profitto, l’apparenza, il falso dio del possesso resta un po’ il “tiranno invisibile”, ma siamo ciascuno, nel suo piccolo, ricco e povero, sfruttatore e sfruttato e via dicendo.

L’unica cosa che mi pare sia rimasta è l’importanza limitata della cultura; della cultura in se, se non come per raggiungere l’apparenza dell’avere.

WU

PS. Questo per un ciclo un po’ polemico-idealista nel quale sono finito leggendo un paio di libri sul ruolo dell’inutilità e dell’arte (con culmine in “l’utilità dell’inutile” di N. Ordine). Non che creda che il mondo cambierà, non che creda che io stesso possa tornare a sposare in todo questi ideali, solo per cercare di darmi (darci?) una sferzata e guardare dall’altro (altrimenti non li vediamo) i binari sui quali a testa china quotidianamente camminiamo. Temo andrò avanti per qualche giorno…

PPSS. Che poi è quello che era in embrione qui.

 

Il triangolo rosso, e rovesciato

Lungi da me seguire sia le gesta del Tycoon (per antonomasia, almeno nei tempi che viviamo) che i tam-tam dei social. Ne singolarmente, ne, a maggior ragione, congiuntamente. Ovviamente a tutto c’è una eccezione, e sono stato attirato tipo ape sul miele da questa notizia di questo periodo: “Facebook ha deciso di rimuovere un messaggio a pagamento del comitato elettorale di Trump”

A cose normali la mia attenzione si sarebbe fermata alla F, ma nel caso specifico la motivazione pare essere (pare, ripeto, non ho visibilità nel del post ne delle reali motivazioni di Facebook) il fatto che il post contenesse un triangolo rosso rovesciato.

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Mi sono quindi impelagato nel simbolo e nel suo significato (forse sperando di trovare la patria nativa dei rettiliani).

Il simbolo utilizzato pare essere molto simile (che intanto non vuol dire uguale) a quello utilizzato nei campi di concentramento nazisti per indicare i prigionieri politici: un triangolo equilatero di colore rosso con la punta rivolta verso il basso.

Il simbolo non è ovviamente stato presentato in associazione a profili di “prigionieri politici”, ma il contesto storico e l’affinità del simbolo a quello usato dai nazisti sono stati motivi (o addotte come motivazioni…) sufficienti alla rimozione del post

It is not difficult for one to criticize their political opponent without using Nazi-era imagery. We implore the Trump campaign to take greater caution and familiarize themselves with the historical context before doing so.

Il triangolo rivolto verso il basso è uno di quei simboli presenti da sempre nella cultura di massa ed indica, praticamente ovunque il sesso femminile. Dagli egizi in poi (e forse anche prima) la “donna” è rappresentata dal triangolo rovesciato. Il triangolo è anche il delta dell’alfabeto greco: è la radice della parola che indica il grembo -delphys-, è la radice storica del “delta dei fiumi”, da sempre indicati come luoghi in cui nasce la vita. Tanto per fare un paio di richiami, ma la simbologia su questo tema è quanto mai prolifica.

Continuando in questa simbologia: se il triangolo rosso rovesciato lo riempiamo di uno specifico colore, la “recente” storia dei campi di concentramento nazisti diventa la base storica a cui fare riferimento. I prigionieri dei campi di concentramento venivano identificati da triangoli rovesciati di colore diverso in base al motivo per cui venivano imprigionati: marrone per i rom, viola per i testimoni di Geova, e via dicendo fino al rosso, appunto, per i prigionieri politici. Chi era accusato di “più colpe” veniva addirittura identificato da un doppio triangolo.

Per gli ebrei avevano ovviamente “un occhio di riguardo” ed il simbolo che li identificava era un doppio triangolo giallo, uno verso l’alto e l’altro verso il basso, combinazione che magicamente risulta… nella stella di David. Gialla.

Tornando a noi: Facebook ha interpretato il simbolo (come se fosse solo questo…) come incitazione all’odio organizzato. Il post incriminato accusava comunque le “organizzazioni Antifa” di essere dei pericolosi gruppi di estrema sinistra. Diciamo che l’accusa mi pare già sufficientemente pesante (soprattutto considerandone la fonte) per rimuovere il post, il simbolo è un corollario.

WU

PS. Da non confondere con il “dare la precedenza”. Così, per alleggerire un po’…