Categoria: mywriting

1729

Era inverno e faceva freddo. Quel freddo londinese che ti entra nelle ossa. Nessuno aveva voglia di incamminarsi a piedi per le strade bagnate e grigie ed i taxi erano merce rara.

Godfrey Harold Hardy (…nome che, diciamocelo è proprio da romanzo noir…) ne cercava disperatamente uno. Ne cercava, magari, anche uno che potesse avere un bel numero, un numero con un qualche significato. Si, lui, matematico di professione e di vocazione, ci badava molto a queste cose.

Ma non era il giorno giusto per coccolare le sue fisse da matematico. Il tempo era inclemente e doveva assolutamente raggiungere l’ospedale. Li, infatti, il suo caro amico Srinivasa lo aspettava.

Srinivasa, matematico, e cultore della matematica, anche lui era costretto in quel letto da parecchio tempo per via delle sue cagionevoli, ed in continuo peggioramento, condizioni di salute. Le visite di Hardy erano, fra le poche che riceveva, quelle che gli facevano più piacere. I due potevano infatti interloquire amabilmente sui temi matematici più disparati alleviando la sofferenza della degenza di Srinivasa e stando ben alla larga da futili e vacui discorsi.

Quando finalmente Hardy arrivò in ospedale era tardi e mezzo bagnato si presentò al capezzale dell’amico raccontandogli la difficoltà di reperire un taxi in quella giornata ed il suo rammarico a dover essersi adattato a prendere il primo che passasse, senza neanche aver potuto scegliere i numero. E che tristezza, aggiunse Godfrey, nel costatare che il numero del taxi che aveva appena preso non aveva nessun interesse matematico: 1729.

Senza nessuna esitazione, dal candido letto in cui giaceva da giorni Srinivasa lo interruppe subito: “No Hardy, è un numero estremamente interessante: è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!”

Hardy restò immobile e senza parole. Matematico non certo di secondo piano aveva passato tutto il tragitto in taxi a cercare di dare un senso a quel maledetto numero senza trovarlo; Srinivasa, invece, aveva immediatamente identificato il senso di quel numero.

Di li a poco Srinivasa sarebbe morto, ma il 1729 fu da quel giorno in poi battezzato numero di Hardy-Ramanujan e gettò le basi dei numeri Taxicab, nome scelto ovviamente non casualmente.

WU

PS. Cambiano registro narrativo (ammesso che il mio romanzamento precedente possa essere definito un “registro”…): 1729 è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi positivi in due modi differenti.

Generalizzando 1729 è il più piccolo numero che si può rappresentare in n modi diversi come somma di due cubi positivi.

Ovvero 1729 è il più piccolo numero Taxicab. Hardy (assieme ad E.M. Wright), evidentemente molto segnato dall’episodio, ha poi dimostrato che esiste un Taxicab per ogni valore di n. La cosa però non aiuta a trovarne i valori.

Ad oggi gli unici Taxicab conosciuti sono cinque, precisamente quelli per n<6. Ta(2) = 1729 (geniale intuizione…); Ta(3)= 87539319 (che ci da subito una rapida idea di quanto possano essere maledettamente grandi i numeri Taxicab… contrariamente al numero dei taxi in circolazione quando uno li cerca…).

PPSS. I numeri Taxicab fanno il paio con i numeri Cabtaxi che ne sono sostanzialmente una generalizzazione (… quante derivazioni da una geniale intuizione di una mente superiore, sulla quale conto di ritornarci, in un letto d’ospedale…).

I numeri Cabtaxi sono infatti i più piccoli interi positivi che possono essere espressi in n modi come somma di due cubi positivi o negativi o pari a 0. I numeri Cabtaxi ad oggi conosciuti sono quelli fino ad n=10. Cabtaxi(1) = 1 (ovviamente) e Cabtaxi(2)=91 (enjoy).

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Micromega part#5

«O atomi intelligenti, nei quali l’Eterno ha voluto rivelare la Sua abilità e la Sua potenza, voi godrete certamente gioie purissime sul vostro globo, perché avendo così poca materia e sembrando tutto pensiero, dovete passare la vita ad amare e a pensare: è la vera vita dello spirito. Da nessuna parte ho trovato la vera felicità: senza dubbio essa è quaggiù.»

A questo discorso tutti gli scienziati si misero a scuoter la testa, e uno di essi, più sincero degli altri, confessò in buona fede che eccettuati pochi abitanti ben poco rispettati, tutto il resto è una congrega di pazzi, di malvagi e di sventurati.

«Noi abbiamo più materia che non occorra,» disse, «per far molto male, se il male proviene dalla materia, e troppo spirito se il male viene dallo spirito. […]

Il Siriano fremette e domandò quale fosse la ragione di queste liti orribili fra animali così miserabili.

«Si tratta,» disse lo scienziato, «di qualche mucchio di fango grande come il vostro calcagno. Non che qualcuno di quei milioni d’uomini che si fanno sgozzare voglia aver diritto a un solo filo della paglia che cresce su uno di quei mucchi. Si tratta soltanto di sapere se ne sarà proprietario un certo uomo che si chiama Sultano o un altro che si chiama, non so perché, Cesare. Nessuno dei due ha mai visto, né vedrà mai, quel cantuccio di terra di cui si tratta, e quasi nessuno di quegli animali che si sgozzano l’un l’altro ha mai visto l’animale per il quale si fa sgozzare.»

[…]

E poi, non sono loro che devon esser puniti: sono quei barbari sedentari che dal fondo del loro studio ordinano, mentre stanno digerendo, il massacro d’un milione di uomini, e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente

[…]

«Dato che conoscete così bene quello che è fuori di voi, conoscete certo ancor meglio quello che avete dentro. Ditemi dunque cos’è la vostra anima e come fate a formare le idee

Gli scienziati si misero a parlare tutti in una volta come prima, ma tutti avevano opinioni diverse […]

Un piccolo seguace di Locke era là vicino, e quando finalmente gli rivolsero la parola:

«Non so,» cominciò a dire, «come faccio a pensare, ma so che non ho mai pensato se non quando i miei sensi mettevano in azione il pensiero. Che esistano sostanze immateriali e intelligenti, non ne dubito affatto: ma dubito molto che sia impossibile a Dio dotare di pensiero la materia. Venero la potenza dell’Eterno: non sta a me limitarla. Non affermo nulla: mi accontento di credere che sono possibili più cose di quante non si pensi.»

L’animale di Sirio sorrise: gli pareva che costui non fosse il meno sapiente, e il nano di Saturno, se non fosse stata l’immensa sproporzione, avrebbe abbracciato il seguace di Locke.

[…]

Siriano riprese in mano i piccoli vermiciattoli, e parlò ad essi ancora con molta gentilezza, benché, in fondo al cuore, fosse un po’ irritato nel vedere che gli infinitamente piccoli avevano un orgoglio infinitamente grande. Promise di scriver per loro un bel libro di filosofia, scritto in caratteri molto minuti perché potessero leggerlo, e che nel libro avrebbero trovato la spiegazione di tutto. E davvero, prima di partire, diede a loro questo volume, che venne portato a Parigi all’Accademia delle Scienze; ma quando il segretario l’aprì, trovò le pagine tutte bianche:

«Me l’immaginavo!» disse.

Atomi, null’altro che atomi. Costituenti fondamentali della materia, ma più che altro della materia pensante. Con ovvie pecche di egocentrismo e poca umiltà (anche se è il nostro orgoglio che ci aiuta a parare i colpi della vita e nel caso dei due viaggiatori colpisce menti più eccelse) nei confronti del dono ricevuto dall’Eterno. “Condannati” a pensare ed amare (neanche fossero sinonimi…) e che hanno quindi tutti i presupposti per la “vera felicità”.

Tutto vero in principio ed agli occhi di Micromega e del suo compare, niente più lontano dalla realtà nella declinazioni che noi uomini abbiamo voluto dare. E tutt’altro che facile da spiegare…

Eccettuati pochissimi, siamo tutti una congrega di matti, malvagi ed infondo sventurati (e se fosse questo il nostro modo di esorcizzare quella che noi vediamo come nostra sventura?). Usiamo la materia che ci è stata messa a disposizione per fare male, un male insensato, che neanche sa a cosa sta mirando. Milioni di uomini che si fanno sgozzare per comando di pochissimi che non sanno neanche esattamente per quale filo d’erba stanno facendo combattere.

Quante poche cose mi paiono esser cambiate e quanta amara ironia nel “e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente”.

Siamo forse in grado di convincere qualcuno, anche nettamente superiore di noi, che abbiamo una fervida ed ingegnosa mente, che abbiamo (anche se non sappiamo bene cosa sia) un’anima, ma non siamo in grado di convincere noi prima he altri che abbiamo tutte le carte in regola per vivere e regalare la felicità (parole certamente più facili a scriversi che a mettere in pratica).

Bianco, bianco. La chiosa di tutto il libercolo non poteva essere che questa (… una antesignana spiegazione alla vita l’universo e tutto quanto… con mancanza di 42…).

Non sta certo ad un Siriano ed un Saturniano insegnarci a vivere, sta a noi imparare da queste (e tutte le altre che non vediamo… e chissà se solo per dimensione) visite.

WU (che chiude qui il suo sproloquio su Micromega)

PS. Facendo seguito a part#1part#2, part#3. e part#4.

PPSS. Fuori contesto, ma decisamente da citare (e da tenere a mente nel rispondere a tutti coloro che ci infarciscono cazzate con barbarisimi):

«è davvero necessario citare quello che non si capisce affatto nella lingua che si capisce meno di tutte le altre.»

 

 

 

Micromega part#4

Micromega, osservatore ben più abile del nano, vide chiaramente che quegli atomi parlavan fra loro, e lo fece notare al suo compagno il quale, vergognandosi di essersi sbagliato sulla generazione, non volle credere che simili esseri potessero comunicarsi idee.
[…]
«Ma voi,» disse il Siriano, «credevate poco fa che facessero all’amore: credete dunque che si possa fare all’amore senza pensare e senza pronunciar parola, o almeno senza farsi capire? E poi, credete che sia più difficile fare un ragionamento che un bambino?» […] «A me, l’uno e l’altro sembrano due grandi misteri.
[…]
«Insetti invisibili che la mano del Creatore ha voluto far nascere negli abissi dell’infinitamente piccolo, Lo ringrazio perché si è degnato rivelarmi segreti che sembravano impenetrabili. Forse, alla mia corte non sareste degnati nemmeno d’uno sguardo, ma io non disprezzo nessuno e vi offro la mia protezione
[…] e dopo averli compianti d’esser così piccoli, domandò se fossero sempre stati in quella condizione miserabile così vicina all’annientamento, che cosa facessero su una palla che sembrava proprietà di balene, se erano felici, se si riproducevano, se avevano un’anima, e mille altre questioni di questo genere.
[…]
«Vedo sempre meglio che non bisogna giudicare nulla dalla sua grandezza apparente. O Dio, che hai dato intelligenza a esseri che sembrano così disprezzabili, l’infinitamente piccolo non ti costa più dell’infinitamente grande; e se potessero esistere esseri ancora più piccoli di questi, essi potrebbero anche avere una mente superiore a quella dei superbi animali che ho visto nel cielo e che con un piede solo coprirebbero il globo sul quale sono disceso.»
[…]

Atomi che parlano fra loro?! Una magia agli occhi dei due osservatori (mi verrebbe da dire alla stregua dell’entaglement quantistico ai nostri occhi!).

E poi… comunicarsi idee?! In esseri così minuti qualcuno ha voluto instillare sia la capacità di generare idee che addirittura quella di comunicarle! Veramente affascinante, e la cosa invece che renderci orgogliosi della nostra natura ci rende arroganti? Questo mi suona un po’ strano.

Far l’amore solo per far l’amore? Neanche una parola? Ah, quanta verità in queste parole del siriano. Ad ogni modo due grandi misteri lo sono davvero, se dar priorità al ragionamento o alla continuazione della specie lo lascio a voi.

Vorrei infine sapere se noi siamo altrettanto grati al creatore per ammetterci a conoscere i misteri dell’infinitamente piccolo (o infinitamente grande) o se pensiamo che sia solo (di certo lo è anche) merito nostro e del sudore della nostra fronte. Noi, proprio noi che siamo in “quella condizione miserabile così vicina all’annientamento” (si, Micromega, lo siamo sempre stati).

Ah, si, direi che in fondo, anche se con le dovute eccezioni di genere, sesso, epoca, età, periodo e via dicendo, si, direi che (anche noi) siamo felici.

WU

PS. Facendo seguito a part#1, part#2 e part#3.

Micromega part#3

Eccoli così tornati al punto da cui erano partiti, dopo aver visto quella pozza, quasi impercettibile per loro, che chiamiamo Mediterraneo, e quell’altro piccolo stagno che col nome di Grande Oceano circonda questa tana. Al nano l’acqua non era mai arrivata più che a mezza gamba e l’altro si era appena bagnato i calcagni. Fecero il possibile, andando avanti e indietro, da una parte e dall’altra, per vedere se questa palla era abitata o no. Si chinarono, si sdraiarono per terra, tastarono dappertutto, ma siccome avevano occhi e mani sproporzionati a quegli esserucci che formicolano quaggiù, non riuscirono a sentir nulla che potesse farli sospettare che noi e i nostri confratelli, gli altri abitanti di questa palla, abbiamo l’onore di esistere.
[…]
Il Saturniano, convinto che il nostro mondo sia abitato, immaginò subito che non lo fosse che da balene, e siccome era un gran ragionatore, volle scoprire da che cosa un così piccolo atomo venisse mosso, se avesse idee, una volontà, la libertà d’arbitrio. Micromega rimase molto incerto: esaminò l’animale con molta pazienza, e dall’esame risultò che non era possibile credere che là dentro ci fosse un’anima. I due viaggiatori erano così disposti a credere che non esistessero anime nel nostro domicilio
[…]
Non voglio qui offendere la vanità di nessuno, ma sono costretto a pregare la gente che si dà aria d’importanza, di riflettere per un momento che, calcolando la statura dell’uomo a circa cinque piedi, rispetto alla Terra non siamo più grandi di un animale alto circa un seicentomillesimo di pollice su una palla di dieci piedi di circonferenza. Immaginate un essere che possa tener in mano la terra e che abbia organi proporzionati ai nostri: e può darsi benissimo che esista un gran numero di questi esseri. Pensate un po’, vi prego, che cosa penserebbero di quelle battaglie che ci han servito a conquistare due villaggi, che dopo abbiamo dovuto restituire.
[…]
«Li vedo!» dicevano tutti e due insieme: «non vedete che portano pesi, che si chinano, che si rialzano?» E nel dir così, tremavan loro le mani, per il piacere di vedere oggetti così nuovi e per la paura di perderli. L’abitante di Saturno, passando dalla troppa diffidenza a una troppa credulità, credette di vederli lavorare alla propagazione della specie: «Ah!» diceva, «ho colto sul fatto la natura.» Ma le apparenze lo ingannavano: cosa che purtroppo avviene spesso, che ci si serva o no di microscopi.

Il “nostro” mare, la culla della civiltà, equiparato, a ragione, a poco più di una pozza. Quasi impercettibile, a sottolineare, ancora una volta, come le dimensioni ingannano e come l’uso dei microscopi non migliora in alcun modo la nostra capacità di giudizio.. ne tanto meno l’importanza che diamo alle nostre battaglie.

E poi questa ricerca spasmodica per la vita (non vi ricorda nulla nelle nostre esplorazioni ancora attuali?) senza saper bene in che forma cercarla e senza neanche sapere di preciso cosa significhi vita… Noi, esserucci che formicoliamo quaggiù pensiamo di essere grandi ed importanti, di plasmare la natura a nostro piacimento e di poter disporre della vita dell’altro. Esseri come Micomega ed il “nanerottolo” di Saturno, infinitamente più grandi e più saggi di noi hanno un rispetto nei confronti del diverso e della vita in generale che non deriva dalle loro dimensioni, ma dalla loro conoscenza (ed umiltà… parola tabù nel nostro formicaio pieno di “gente che si da aria di importanza”).

Ah, se in un essere “piccolo come una balena” non ci può essere un’anima figuriamoci se ci può essere in esseruncoli ancora più piccoli. Idee, volontà, libero arbitrio in atomi così minuti?! Si, ce li abbiamo (o almeno così può sembrare a noi ed ai nostri amici viaggiatori) anche se non sappiamo bene che farne.

Non dimentichiamo: le apparenze ingannano!

WU

PS. Facendo seguito a part#1 e part#2.

Micromega part#2

Micromega, dopo aver ben girato, arrivò sul globo di Saturno. Per quanto fosse
abituato a veder cose strane, alla prima non poté far a meno, vedendo la piccolezza di quel globo e dei suoi abitanti, di abbozzare quel sorriso di superiorità che sfugge
talvolta anche ai più saggi.
[…]
Ma siccome questo Siriano aveva buon senso, capì ben presto che un essere pensante può benissimo non essere ridicolo solo per il fatto che non ha che seimila piedi d’altezza.
[…]
«Non voglio che mi si faccia piacere,» rispose il viaggiatore, «voglio essere
istruito; cominciate prima di tutto col dirmi quanti sensi possiedono gli uomini del
vostro globo.» «Ne abbiamo settantadue,» disse l’accademico, «e ci lamentiamo ogni
giorno perché ci sembrano pochi. La nostra immaginazione va al di là dei nostri bisogni; troviamo che con i nostri settantadue sensi, il nostro anello, le nostre cinque lune, siamo troppo limitati; e nonostante tutta la nostra curiosità e il numero abbastanza grande di passioni che ci derivano dai nostri settantadue sensi, ci annoiamo di continuo.» «Lo credo bene,» disse Micromega, «perché nel nostro globo abbiamo quasi mille sensi, e tuttavia ci resta non so che vago desiderio, che inquietudine, che ci avverte senza posa che siamo cosa da poco, che ci sono esseri molto più perfetti. Ho viaggiato un poco; ho visto mortali molto inferiori a noi; ne ho visti alcuni che ci sovrastano molto; ma non ne ho visti mai che non abbiano più desideri che veri bisogni, e più bisogni che soddisfazioni. Forse un giorno arriverò nel paese dove non manca nulla; ma fino ad oggi nessuno mi ha dato notizie positive di un tal paese.»
[…]
«Se non foste filosofo avrei paura di farvi soffrire dicendovi che la nostra vita è settecento volte più lunga della vostra; ma voi sapete bene che quando bisogna rendere il proprio corpo agli elementi, e rianimare la natura sotto altra forma, cioè morire; quando questo momento di metamorfosi è venuto, avere vissuto un’eternità o avere vissuto un giorno solo è precisamente la stessa cosa. Sono stato in certi paesi in cui si vive mille volte più a lungo che nel mio, e ho trovato che anche lì la gente si lamentava. Ma ci sono dappertutto persone di buon senso che sanno accettare la propria sorte e ringraziano l’autore della natura. Egli ha sparso su questo universo una profusione di varietà con una sorta di uniformità ammirevole. Per esempio, tutti gli esseri pensanti sono differenti, eppure tutti si somigliano in fondo per il dono del pensiero e dei desideri.

Anche i “saggi”, qualunque cosa significhi sia per noi mortali che per Micromega, cadono nella facile tentazione di un sorrisetto di superiorità. Non sempre, anzi quasi mai, calzante, motivato principalmente da una concezione di se che va ben oltre le nostre reali possibilità. Ed è qui forse che si vede “il saggio”, nel buon senso e nell’umiltà di ammettere l’involontario errore e realizzare prontamente che non essere 6000 piedi non vuol dire essere inferiore.

E poi che dire della perenne insoddisfazione (intesa come quella molla che motiva la continua crescita personale), giustamente non legata la numero di senso ed alle capacità? Crogiolarsi nella propria presunta onnipotenza appaga gli stolti, non certo esseri ad un migliaio di sensi quali i siriani…

E ritorna il tema del viaggio, come unico vero strumento che ci consente di gioire di ciò che abbiamo ed imparare ciò che non sappiamo. Attraverso il viaggio Micomega si accorge che (per me apice di questo passo): “non ne ho visti mai che non abbiano più desideri che veri bisogni, e più bisogni che soddisfazioni”.

No, non credo arriverà mai nel paese in cui non manca nulla, neanche dove la vita dura quanto vorremmo, non sapendo poi che farcene. Ringraziami piuttosto a gran voce “l’autore della natura”.

WU

PS. Facendo seguito a Micromega part#1

Micromega part#1

Inizio, con questo post, un breve ciclo che voglio dedicare al pamphlet Micromega di Voltaire. Si tratta di un breve testo di filosofica-fantasticheria che da tanti, tantissimi, di certo più di quanto sono in gradi di coglierne, spunti di riflessione. Come sempre ancora più “agghiacciante” se pensiamo che sono il frutto di una penna che ha vergato pochi fogli 266 anni fa.

Questo (e credo i successivi, ma non mi fate fare promesse) post si organizza con un breve estratto del libercolo che mi ha particolarmente colpito per qualche motivo, “inquinato” da qualche (pochi, prometto, per non rovinare la bellezza dei passi) mio pensiero a riguardo.

Come brevissimissima introduzione, raccontiamo di Micromega, un gigantesco ed intelligentissimo alieno Siriano, che intraprende un viaggio assieme al suo “piccolo” amico di Saturno che lo porterà a scoprire una minutissima, ma sorprendentemente arguta (…per alcuni aspetti) razza: l’uomo. Qui trovate un pdf da leggere tutto d’un fiato.

Quanto alla sua mente, è una delle più dotte che si conoscano. Sa molte cose. Ne ha
anche inventate alcune: quando non aveva ancora duecentocinquant’anni e studiava, com’è l’uso, nel collegio dei Gesuiti del suo pianeta, indovinò, solo per la sua intelligenza, più di cinquanta teoremi di Euclide. Son diciotto più di quelli di Biagio Pascal, il quale, dopo averne indovinati trentadue senza fatica, a quanto dice sua sorella, divenne poi un geometra abbastanza mediocre e un pessimo filosofo.

Verso i quattrocentocinquant’anni, al finir dell’infanzia, studiò l’anatomia di molti di quei piccoli insetti che non hanno nemmeno cento piedi di diametro e quindi sfuggono ai microscopi ordinari: su di ciò, scrisse un libro molto interessante ma che gli recò alcune noie. Il muftì del suo paese, persona molto sofistica e molto ignorante, trovò nel suo libro affermazioni sospette, pericolose, temerarie, eretiche, infette d’eresia, e lo perseguitò accanitamente: si trattava di stabilire se la forma sostanziale delle pulci di Sirio fosse della stessa natura di quella delle lumache. Micromega si difese con abilità, riuscì ad avere l’appoggio delle signore. Il processo durò duecentovent’anni; finalmente, il muftì fece condannare il libro da giureconsulti che non l’avevano letto, e l’autore ebbe l’ordine di non farsi vedere alla Corte per ottocento anni.

Non fu molto afflitto di venir bandito da una corte che era piena soltanto di seccature e di piccinerie. Fece una canzonetta molto divertente contro il muftì, che non se ne curò affatto; e si mise a viaggiare da pianeta a pianeta, per finir di educarsi «lo spirito e il cuore», come si dice.

Oltre notare facilmente i richiami alla censura dell’epoca, mi piace particolarmente la durata del processo (… in questo caso breve se rapportata alla vita di Micromega, ma non tanto breve ed assolutamente realistica se rapportata alla nostra umana esistenza), il fatto che la condanna del libro è fatta da chi non lo avesse letto (… come nelle migliori tradizioni direi) e la chiosa sul valore universale del viaggiare come strumento di educazione.

WU

Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

Borghild.png

Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.