Categoria: mywriting

La costante

C’è una legge, una proprietà a cui niente e nessuno di noi è capace di sfuggire.

Esiste una certa quantità che non cambia mai qualunque siano i molteplici passaggi che la natura si inventa. E’ un qualcosa che non cambia, qualunque cosa accada. Diciamo pure che è un numero. In qualunque modo lo si calcoli prima, dopo e durante i capricci della natura il risultato è lo stesso. Possono cambiare i fattori, le formule, i contributi; possiamo modificarlo, mutarlo, ma alla fine il risultato sarà ineluttabilmente lo stesso. Come dire il numero ed il tipo di mosse sceglietelo pure a piacere, ma un pezzo nero degli scacchi nascerà e morirà sul nero (o sul bianco).

La formula per calcolare il numero aumenterà di complessità ed incorporerà sempre più termini man mano che si considera un ambiente più esteso. Man mano che si prenderanno in considerazione tutte le evoluzioni di questa quantità si arriverà a dover andare a vedere se un po’ di essa si è nascosta nell’armadio del vicino o nel laghetto a 1000 km. Ma se consideriamo tutto, ma proprio tutto, quella quantità rimarrà immutata.

Sempre. Rifate il conto fra migliaia di anni e fatemi sapere.

La cosa concettualmente più difficile da accettare è che non stiamo parlando di pasta, acqua o monete. Stiamo parlando di un concetto astratto che le nostre limitate menti non riescono a visualizzare. Stiamo parlando del niente che governa le nostre vite e ci permette di essere qui.

Innanzi tutto dobbiamo stare attenti a considerare uno stesso sistema. Sempre lo stesso. La nostra quantità invisibile può abbandonare il sistema, un’altra parte potrebbe introdurvisi. Dobbiamo stare attenti a considerare i contributi esterni… altri,enti ci troviamo con il nostro scacco che si muovo sul tabellone del Monopoli… e gridiamo al miracolo.

Dobbiamo poi fare attenzione a scovarla. La nostra quantità, abbiamo detto, può assumere molteplici forme diverse e sta a noi riconoscere dove si è nascosta e fare del nostro meglio per considerala… se vogliamo effettivamente avere conferma che il nostro numero non è variato.

Stiamo parlando dell’energia. Sappiamo che si conserva, non sappiamo cosa sia. Abbiamo formule per calcolarla nelle sue diverse forme, abbiamo contezza di dove può nascondersi, non abbiamo idea della sua origine.

WU

PS. Un approccio volutamente “alla Feymann” (… magari) alla questione. e proprio in virtù di tale ambizione lasciatemi chiudere con una sua chiosa che mi ricorda che non voglio insegnare nulla a nessuno, ma semplicemente imparare.

Non vedevo a cosa servisse un sistema di autoriproduzione nel quale si superano esami per insegnare ad altri a superare esami, senza che nessuno impari mai niente. [R. Feymann]

Se volete una trattazione seria ed accademica sulla legge di conservazione dell’energia ne trovate a tonnellate in giro; anzi, scommetto che vi hanno già martellato con questo concetto… in forme decisamente meno accattivanti.

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Osso di seppia

Vi racconto questa storia; conosciamo questo signore, nel senso di nobile di animo, anche se forse non lo da bene a vedere. Nato da una scatola di cartone, li in un cantuccio del marciapiede, pare che abbia mosso i primi passi alla stazione. Fra calci e qualche raggio di sole sole è arrivato alla mensa delle suore.

Vive di espedienti, vive di sotterfugi, vive per andare. La vita gli pulsa dentro.

Nel pomeriggio poi, figuriamoci, è stato visto a miracolare le vecchiette in cambio di vino e sigarette. Alla fine la sera, fra bibbia, concertone e lacrime, nella nebbia, ci ha salutato.

E’ partito per non tornare, per cercare il suo posto nel mondo. In quella città in fondo al mare in cui i diamanti non valgono nulla, la doccia è la conseguenza di sogni puliti e le donne sono li per soddisfare i desideri più maschi.

E’ li il suo posto è li che il nostro vagabondo, il nostro eroe-fannullone in cerca della sua dimensione crede, crede, di aver trovato una casa in cui poggiare il suo cappello.

Non era buono per la terra, ha vagato fra strade dritte ed insignificanti e miniere di carbone fino a prendere la strada del mare. Ecco il nostro pirata del nuovo millennio che, inseguito dai pirati della strada, ha nascosto il suo tesoro in un’isola pedonale. Una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette niente male era tutto quello che gli sembrava avere un valore.

Il moderno Ulisse ha sfidato mostri degli abissi nella metro ed è sopravvissuto alle mani dei teppisti neanche fossero sirene metropolitane. Quando si è fermato, la sera, gli è bastato chiudere gli occhi per capire che la sua strada poteva essere solo quella verso la città in fondo al mare.

Aspettaci, osso di seppia.

WU

PS. Ovviamente (forse) liberamente tratto da questo capolavoro. Da cantare rigorosamente stonato ed a squarciagola.

Folli pensieri e follie sui pensieri

Culliamo le nostre idee sull’onda dell’ottimismo del cuore prima che la disillusione della ragione prenda piede.

Questo mantra, espresso nella forma che più vi aggrada, è un po’ quello che guida (ultimamente, ma non solo) le mie nottate. Quelli che potrei pensare essere dei “sogni ad occhi aperti” (anche se nel buio 🙂 ) mi sto rendendo sempre più conto non esser altro che delle mie coccole personali alle mie altrettanto personali idee; ai miei sogni, ai miei progetti.

Non si realizzeranno, ok, ma prima che la ragione dominante (sotto tanti punti di vista, fortunatamente) nelle ore diurne prenda il sopravvento almeno li gusto un po’… se non altro per non smettere di fantasticare e non smettere di tenere almeno un po’ allenata la mia matassa di materia grigia.

Di notte non mi riposo perché devo lottare con il mio cervello. Di giorno non mi riposo perché devo lottare con il cervello degli altri. [anonimo]

A parte l’essere di notte o meno, a parte trattarsi di sogni più o meno realistici, a parte prender consciamente posizioni e decisioni durante queste fasi, credo che approfondire un po’ delle nozioni/notizie/piani/progetti/discussioni piuttosto che lasciarle a livello di nozione-formato-10-secondi-di-lettura-su-internet sia qualcosa che dovremmo tutti curare di più.

Mettiamola diversamente; arrendersi subito dinanzi all’immancabile evidenza della insormontabile difficoltà di turno vanifica un po’ ogni ricerca; è come gettare la spugna sapendo che abbiamo dinanzi Ivan Drago senza neanche provare a vedere se riusciamo a pensare (… e vedete come l’ho presa alla larga) ad un colpo alla Roky.

L’unico sforzo è crederci per quanto possibile prima di gettare la spugna. Chissà che non emerga un qualche spin-off abbastanza alla nostra portata da vedere addirittura la luce (e lasciare a noi spazio per elucubrare sulla prossima follia).

WU

PS. Post proprio da Stream of consciousness sgorgato di catene di insonni nottate e progetti infranti.

Insensibile, piacevolmente insensibile

C’è qualcuno li?! Suona di vuoto, ma se ci sei batti un colpo, fai un cenno. Cerco qualcuno. Chiunque va bene. C’è nessuno in casa?

Dai, coraggio, rispondi. So che c’è qualcuno in casa. E so anche che ti senti triste. Fidati di me. Non è facile, ma provaci. Posso rimetterti in sesto, posso provare ad aiutarti.

Il primo punto per poterti aiutare è che tu me lo consenta. Devi farti aiutare. E per fare ciò ti devi rilassare, mi devi guardare e, fidandoti di me, dirmi esattamente e senza mentirmi dove ti fa male. Ti rimetterò in piedi se me lo lasci fare.

Il dolore è sparito, stai guarendo. Ma non ne sei ancora cosciente, non ne sei ancora convinto. Parli, provi a parlare, le tue labbra si muovono, ma io non ti sento parlare.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho avuto la febbre ed ero gonfio. Avevo le mani gonfie ed insensibili. E’ stata un’esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

Dai, vieni, una punturina e starai meglio. Non proverai più dolore, promesso. Forse un po’ di nausea; nulla di più.

Ce la fai ancora a stare in piedi; ti sto vendendo la guarigione; ti sto convincendo che sta funzionando; ciò è la base per farla funzionare. Questa punturina ti terrà in piedi ed arzillo per tutto lo spettacolo. Dai, esci di li, ora tocca a te.

Andiamo.

Dai, il dolore è sparito; stai risalendo la china come una nave in lontananza ondeggia onda dopo onda.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho visto qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. Un pericolo? Una opportunità? Mi sono girato, ma era tutto sparito. Non riuscii a capire cosa fosse. E’ stata una esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

WU

PS. Nemmeno a dirlo (e quasi mi vergogno ad averla stuprata)

1729

Era inverno e faceva freddo. Quel freddo londinese che ti entra nelle ossa. Nessuno aveva voglia di incamminarsi a piedi per le strade bagnate e grigie ed i taxi erano merce rara.

Godfrey Harold Hardy (…nome che, diciamocelo è proprio da romanzo noir…) ne cercava disperatamente uno. Ne cercava, magari, anche uno che potesse avere un bel numero, un numero con un qualche significato. Si, lui, matematico di professione e di vocazione, ci badava molto a queste cose.

Ma non era il giorno giusto per coccolare le sue fisse da matematico. Il tempo era inclemente e doveva assolutamente raggiungere l’ospedale. Li, infatti, il suo caro amico Srinivasa lo aspettava.

Srinivasa, matematico, e cultore della matematica, anche lui era costretto in quel letto da parecchio tempo per via delle sue cagionevoli, ed in continuo peggioramento, condizioni di salute. Le visite di Hardy erano, fra le poche che riceveva, quelle che gli facevano più piacere. I due potevano infatti interloquire amabilmente sui temi matematici più disparati alleviando la sofferenza della degenza di Srinivasa e stando ben alla larga da futili e vacui discorsi.

Quando finalmente Hardy arrivò in ospedale era tardi e mezzo bagnato si presentò al capezzale dell’amico raccontandogli la difficoltà di reperire un taxi in quella giornata ed il suo rammarico a dover essersi adattato a prendere il primo che passasse, senza neanche aver potuto scegliere i numero. E che tristezza, aggiunse Godfrey, nel costatare che il numero del taxi che aveva appena preso non aveva nessun interesse matematico: 1729.

Senza nessuna esitazione, dal candido letto in cui giaceva da giorni Srinivasa lo interruppe subito: “No Hardy, è un numero estremamente interessante: è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!”

Hardy restò immobile e senza parole. Matematico non certo di secondo piano aveva passato tutto il tragitto in taxi a cercare di dare un senso a quel maledetto numero senza trovarlo; Srinivasa, invece, aveva immediatamente identificato il senso di quel numero.

Di li a poco Srinivasa sarebbe morto, ma il 1729 fu da quel giorno in poi battezzato numero di Hardy-Ramanujan e gettò le basi dei numeri Taxicab, nome scelto ovviamente non casualmente.

WU

PS. Cambiano registro narrativo (ammesso che il mio romanzamento precedente possa essere definito un “registro”…): 1729 è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi positivi in due modi differenti.

Generalizzando 1729 è il più piccolo numero che si può rappresentare in n modi diversi come somma di due cubi positivi.

Ovvero 1729 è il più piccolo numero Taxicab. Hardy (assieme ad E.M. Wright), evidentemente molto segnato dall’episodio, ha poi dimostrato che esiste un Taxicab per ogni valore di n. La cosa però non aiuta a trovarne i valori.

Ad oggi gli unici Taxicab conosciuti sono cinque, precisamente quelli per n<6. Ta(2) = 1729 (geniale intuizione…); Ta(3)= 87539319 (che ci da subito una rapida idea di quanto possano essere maledettamente grandi i numeri Taxicab… contrariamente al numero dei taxi in circolazione quando uno li cerca…).

PPSS. I numeri Taxicab fanno il paio con i numeri Cabtaxi che ne sono sostanzialmente una generalizzazione (… quante derivazioni da una geniale intuizione di una mente superiore, sulla quale conto di ritornarci, in un letto d’ospedale…).

I numeri Cabtaxi sono infatti i più piccoli interi positivi che possono essere espressi in n modi come somma di due cubi positivi o negativi o pari a 0. I numeri Cabtaxi ad oggi conosciuti sono quelli fino ad n=10. Cabtaxi(1) = 1 (ovviamente) e Cabtaxi(2)=91 (enjoy).

Micromega part#5

«O atomi intelligenti, nei quali l’Eterno ha voluto rivelare la Sua abilità e la Sua potenza, voi godrete certamente gioie purissime sul vostro globo, perché avendo così poca materia e sembrando tutto pensiero, dovete passare la vita ad amare e a pensare: è la vera vita dello spirito. Da nessuna parte ho trovato la vera felicità: senza dubbio essa è quaggiù.»

A questo discorso tutti gli scienziati si misero a scuoter la testa, e uno di essi, più sincero degli altri, confessò in buona fede che eccettuati pochi abitanti ben poco rispettati, tutto il resto è una congrega di pazzi, di malvagi e di sventurati.

«Noi abbiamo più materia che non occorra,» disse, «per far molto male, se il male proviene dalla materia, e troppo spirito se il male viene dallo spirito. […]

Il Siriano fremette e domandò quale fosse la ragione di queste liti orribili fra animali così miserabili.

«Si tratta,» disse lo scienziato, «di qualche mucchio di fango grande come il vostro calcagno. Non che qualcuno di quei milioni d’uomini che si fanno sgozzare voglia aver diritto a un solo filo della paglia che cresce su uno di quei mucchi. Si tratta soltanto di sapere se ne sarà proprietario un certo uomo che si chiama Sultano o un altro che si chiama, non so perché, Cesare. Nessuno dei due ha mai visto, né vedrà mai, quel cantuccio di terra di cui si tratta, e quasi nessuno di quegli animali che si sgozzano l’un l’altro ha mai visto l’animale per il quale si fa sgozzare.»

[…]

E poi, non sono loro che devon esser puniti: sono quei barbari sedentari che dal fondo del loro studio ordinano, mentre stanno digerendo, il massacro d’un milione di uomini, e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente

[…]

«Dato che conoscete così bene quello che è fuori di voi, conoscete certo ancor meglio quello che avete dentro. Ditemi dunque cos’è la vostra anima e come fate a formare le idee

Gli scienziati si misero a parlare tutti in una volta come prima, ma tutti avevano opinioni diverse […]

Un piccolo seguace di Locke era là vicino, e quando finalmente gli rivolsero la parola:

«Non so,» cominciò a dire, «come faccio a pensare, ma so che non ho mai pensato se non quando i miei sensi mettevano in azione il pensiero. Che esistano sostanze immateriali e intelligenti, non ne dubito affatto: ma dubito molto che sia impossibile a Dio dotare di pensiero la materia. Venero la potenza dell’Eterno: non sta a me limitarla. Non affermo nulla: mi accontento di credere che sono possibili più cose di quante non si pensi.»

L’animale di Sirio sorrise: gli pareva che costui non fosse il meno sapiente, e il nano di Saturno, se non fosse stata l’immensa sproporzione, avrebbe abbracciato il seguace di Locke.

[…]

Siriano riprese in mano i piccoli vermiciattoli, e parlò ad essi ancora con molta gentilezza, benché, in fondo al cuore, fosse un po’ irritato nel vedere che gli infinitamente piccoli avevano un orgoglio infinitamente grande. Promise di scriver per loro un bel libro di filosofia, scritto in caratteri molto minuti perché potessero leggerlo, e che nel libro avrebbero trovato la spiegazione di tutto. E davvero, prima di partire, diede a loro questo volume, che venne portato a Parigi all’Accademia delle Scienze; ma quando il segretario l’aprì, trovò le pagine tutte bianche:

«Me l’immaginavo!» disse.

Atomi, null’altro che atomi. Costituenti fondamentali della materia, ma più che altro della materia pensante. Con ovvie pecche di egocentrismo e poca umiltà (anche se è il nostro orgoglio che ci aiuta a parare i colpi della vita e nel caso dei due viaggiatori colpisce menti più eccelse) nei confronti del dono ricevuto dall’Eterno. “Condannati” a pensare ed amare (neanche fossero sinonimi…) e che hanno quindi tutti i presupposti per la “vera felicità”.

Tutto vero in principio ed agli occhi di Micromega e del suo compare, niente più lontano dalla realtà nella declinazioni che noi uomini abbiamo voluto dare. E tutt’altro che facile da spiegare…

Eccettuati pochissimi, siamo tutti una congrega di matti, malvagi ed infondo sventurati (e se fosse questo il nostro modo di esorcizzare quella che noi vediamo come nostra sventura?). Usiamo la materia che ci è stata messa a disposizione per fare male, un male insensato, che neanche sa a cosa sta mirando. Milioni di uomini che si fanno sgozzare per comando di pochissimi che non sanno neanche esattamente per quale filo d’erba stanno facendo combattere.

Quante poche cose mi paiono esser cambiate e quanta amara ironia nel “e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente”.

Siamo forse in grado di convincere qualcuno, anche nettamente superiore di noi, che abbiamo una fervida ed ingegnosa mente, che abbiamo (anche se non sappiamo bene cosa sia) un’anima, ma non siamo in grado di convincere noi prima he altri che abbiamo tutte le carte in regola per vivere e regalare la felicità (parole certamente più facili a scriversi che a mettere in pratica).

Bianco, bianco. La chiosa di tutto il libercolo non poteva essere che questa (… una antesignana spiegazione alla vita l’universo e tutto quanto… con mancanza di 42…).

Non sta certo ad un Siriano ed un Saturniano insegnarci a vivere, sta a noi imparare da queste (e tutte le altre che non vediamo… e chissà se solo per dimensione) visite.

WU (che chiude qui il suo sproloquio su Micromega)

PS. Facendo seguito a part#1part#2, part#3. e part#4.

PPSS. Fuori contesto, ma decisamente da citare (e da tenere a mente nel rispondere a tutti coloro che ci infarciscono cazzate con barbarisimi):

«è davvero necessario citare quello che non si capisce affatto nella lingua che si capisce meno di tutte le altre.»

 

 

 

Micromega part#4

Micromega, osservatore ben più abile del nano, vide chiaramente che quegli atomi parlavan fra loro, e lo fece notare al suo compagno il quale, vergognandosi di essersi sbagliato sulla generazione, non volle credere che simili esseri potessero comunicarsi idee.
[…]
«Ma voi,» disse il Siriano, «credevate poco fa che facessero all’amore: credete dunque che si possa fare all’amore senza pensare e senza pronunciar parola, o almeno senza farsi capire? E poi, credete che sia più difficile fare un ragionamento che un bambino?» […] «A me, l’uno e l’altro sembrano due grandi misteri.
[…]
«Insetti invisibili che la mano del Creatore ha voluto far nascere negli abissi dell’infinitamente piccolo, Lo ringrazio perché si è degnato rivelarmi segreti che sembravano impenetrabili. Forse, alla mia corte non sareste degnati nemmeno d’uno sguardo, ma io non disprezzo nessuno e vi offro la mia protezione
[…] e dopo averli compianti d’esser così piccoli, domandò se fossero sempre stati in quella condizione miserabile così vicina all’annientamento, che cosa facessero su una palla che sembrava proprietà di balene, se erano felici, se si riproducevano, se avevano un’anima, e mille altre questioni di questo genere.
[…]
«Vedo sempre meglio che non bisogna giudicare nulla dalla sua grandezza apparente. O Dio, che hai dato intelligenza a esseri che sembrano così disprezzabili, l’infinitamente piccolo non ti costa più dell’infinitamente grande; e se potessero esistere esseri ancora più piccoli di questi, essi potrebbero anche avere una mente superiore a quella dei superbi animali che ho visto nel cielo e che con un piede solo coprirebbero il globo sul quale sono disceso.»
[…]

Atomi che parlano fra loro?! Una magia agli occhi dei due osservatori (mi verrebbe da dire alla stregua dell’entaglement quantistico ai nostri occhi!).

E poi… comunicarsi idee?! In esseri così minuti qualcuno ha voluto instillare sia la capacità di generare idee che addirittura quella di comunicarle! Veramente affascinante, e la cosa invece che renderci orgogliosi della nostra natura ci rende arroganti? Questo mi suona un po’ strano.

Far l’amore solo per far l’amore? Neanche una parola? Ah, quanta verità in queste parole del siriano. Ad ogni modo due grandi misteri lo sono davvero, se dar priorità al ragionamento o alla continuazione della specie lo lascio a voi.

Vorrei infine sapere se noi siamo altrettanto grati al creatore per ammetterci a conoscere i misteri dell’infinitamente piccolo (o infinitamente grande) o se pensiamo che sia solo (di certo lo è anche) merito nostro e del sudore della nostra fronte. Noi, proprio noi che siamo in “quella condizione miserabile così vicina all’annientamento” (si, Micromega, lo siamo sempre stati).

Ah, si, direi che in fondo, anche se con le dovute eccezioni di genere, sesso, epoca, età, periodo e via dicendo, si, direi che (anche noi) siamo felici.

WU

PS. Facendo seguito a part#1, part#2 e part#3.