L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce… oppure l’autostrada

Neanche a farlo apposta l’avevano messa proprio la. Al confine fra vento e sete, fra fate ed altre (ir)reali creature. Poche a dire il vero. Eppure la Casa era la. E ci stava bene. Le facevano compagnia un paio di tristi e disperate strade polverose. Non una grande compagnia, ma comunque una volta erano pur piaciute a qualcuno. Qualcuno le aveva fatte, le aveva percorse ed aveva abitato quella casa.

Non quel qualcuno, ma un altro qualcuno, altrettanto (ir)reale passando si fermò all’incrocio. Non aveva motivo, non aveva voglia, ma aveva tempo. Aspettiamo he arrivi l’estate, pensò. Da quelle parti non era certo un periodo felice; il caldo e la sete ti tolgono la pace, ti spezzan la voce. E la polvere, la polvere, copre ogni cosa.

Nell’attesa la ricerca, immobile, di un luogo meno intimo, meno suggestivo, meno “wetern”, ma più innocuo, più convenzionale, che dia una qualche speranza di andarsene. Come se servisse. Di andarsene in una città. Non sono certo starò meglio, senti no, ma ad ogni modo mi porterebbe lontano da qua.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Al bivio solitario ed impolverato, poco distante dalla Casa, la chiesa. La chiesa era uguale alle case. Ma aveva una croce, forse un po’ più di vernice ed una fiaccola a farle luce. Li, in quella chiesa, a braccetto con il prete, vidi lei. C’è sempre una lei. Era il cinque di Aprile.

Non so se era lei oppure io oppure il luogo. Ma sentii una dolce brezza, quasi colorava l’opprimente quiete e soprattutto spargeva un profumo di pane alle olive. Quando mi vide mi sorrise. Credo mi sorrise. Ma all’improvviso, di certo, il profumo di pane alle olive si fece più intenso.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Ci sono giorni che ti cambiano la vita. giorni in cui succede qualcosa di fata, qualcosa di dolce e fatale. Trovare la neve, invece della polvere, ad esempio. Oppure come quel giorno che lei mi sorrise; mi sorrise ma senza voltarsi e senza fuggire. Rimase li, immobile ed impassibile come quel luogo. Era come incontrare il destino in quel posto, inatteso. Guardarla fu come morire, ed ovviamente non sapevo che dire. Ci pensò lei, e mi spiazzò. “Mi piace guardare la faccia nascosta del sole, vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole”.

Rimasi impietrito, fissando la croce e l’incrocio. Rimasi fermo, impaurito e continuai a fissarla attonito finché mi chiese “ed a te cosa piace?”. Avrei potuto passar ore a cercare di rispondere a quella domanda. Non mi mancava il tempo, mi mancava l’accesso alla mia anima che mi dicesse cosa rispondere. “Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre, volare lontano, sentirmi rapace, capace di dirti ti amo, aspettiamola insieme l’estate”.

Non che pensassi di aver dato una risposta all’altezza della domanda. Mi vergognavo e volevo quasi sparire, ma mi fermai semplicemente a pensare alle cose che avevo da offrirle: l’incrocio, la casa, la chiesa, la croce.

Ah, già avevo anche lo spettacolo atroce di tutta a gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

WU

PS. Questa è stata veramente una piacevole sorpresa. Rientra di certo nella mia ignoranza musicale, soprattutto del panorama musicale italiano.

Più che di una canzone mi da l’idea di un racconto, mi fa sentire immerso in un mischione di immagini, polvere, silenzio, luoghi remoti ed isolati (a parte l’antitetica autostrada, ovviamente, che si nega, forse saggiamente, per non rovinare quantomeno l’odore di pane ed olive), senza tempo e senza significato, se non per quello che serve per avere accesso alle proprie “verità segrete dell’anima”… e scusate se è poco.

Il solito disarmonico, non richiesto, a-flusso-di-coscienza, contributo a questo pezzone qua.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

More news from nowhere

Cammino, cammino, vago, vado verso un angolo della mia stanza e guardo i miei amici; quelli ricchi. Spesso non riesco a distinguerli, sembra quasi si siano rubati i volti di qualcun altro. Meno male che c’è Janet, testa alta, capelli piumati. Lei è Janet, la mia stella, io il suo pianeta. Sappiamo tutti che risveglia anche i morti, in tutte le stagioni. Janet non si lascia impressionare da tutte le stronzate che dico, sa già che i ricchi tendono a mascherarsi, magari sa anche il perché. Mi dice semplicemente: “si, hai ragione”.

Poi arriva Betty X, è li accanto alla porta (Betty X sarebbe come Betty Y, se non fosse per quel dannato cromosoma…). Comunque, i suoi capelli sembrano un mare scarlatto in cui navigare e dinanzi al quale inchinarmi. Notizie, notizie, altre notizie. Dal nulla. Qui dentro io sto diventando sempre più strano. Sto cambiando. Ogni anno si diventa tanto più sconosciuti a noi stessi ed agli altri anche e soprattutto quando siamo sommersi di notizie, altre notizie, dal nulla. “Hey, Betty X”, le dico, “questa luce che trasporti è come una lampada, una lampada che pende da una lontana barca sulla quale navigano i marinai smarriti sui tuoi scarlatti capelli”. Betty X mi risponde subito: “Questa luce non è tua.”. Mi gela, rotolo in fondo alla sala. Il vento soffia attraverso le sua parole. Anche queste suonano come ulteriori notizie, notizie dal nulla. E’ strano qui dentro, ogni anno sempre più. Sto diventando strano anche io, sentendo notizie e notizie, dal nulla.

A questo punto esco, cerco di sfuggire alle notizie ed alle parole di Betty X. Giro dietro un altro angolo, vado in fondo ad un corridoio e li trovo il mio gigante di 100 piedi ed un solo occhio. E’ lui a chiedermi l’autografo; io lo firmo semplicemente con “Nessuno”, poi lo acceco con la mia penna e cerco rifugio nel mio cappotto di lana. Sto delirando, lo so, ne sono cosciente, forse non era neanche colpa sua. Ma di sicuro non è colpa mia, è quello che hanno messo nel mio bicchiere. Tutto ha assunto uno strano aspetto e metà della gente si è trasformata in maiali urlanti. L’altra metà sta cucinando. A questo punto non ne posso più. Sbotto, ho gridato “Lasciatemi andare via! Lasciatemi ad un palo!”, spingo con prepotenza. Comunque notizie, notizie, altre notizie dal nulla. Tutto sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Altre notizie, altre notizie dal nulla.

Arriva una ragazza di colore, è svestita, incomincia liberamente (è questa forse la vera libertà) a danzare nella stanza mentre noi sembriamo dei pianeti che seguono traiettorie attorno a questo boogie-woogie lunare. L’ho subito battezzata la mia principessa della Nubia ed ho passato con lei i seguenti sette anni, desiderando sempre mia moglie. Ma prima o poi va tutto per il verso sbagliato, mi sono sentito come fossi arenato. Lei mi fissava nella tempesta, io giacevo sul pavimento. Le notizie continuano ad arrivare dal nulla. Notizie e notizie per non farti sentire solo e non verti venire voglia di andare dritto a casa. Per le altre notizie dal nulla lasciate semplicemente che io le ascolti.

E’ il momento di Elena, due enormi occhi neri, si è fatta una trasfusione di sangue di panda per evitare troppa confusione. Vorrei dirgli parole dolci ed amorevoli, ma una incontrollabile violenza mi scoppia dentro e si rifiuta di farlo; come se mi tagliasse tutti i circuiti. Elena si mette a urlare, si sta per estinguere come fosse un panda prima di voltarmi le spalle. Ed anche dopo di lei continuano ad arrivare notizie, notizie ed altre notizie dal nulla. Sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Dai, arrivano altre notizie dal nulla, bene, benissimo!

Contro Denna ci sbatto proprio, quando appare bella cornice della porta. Do a lei, istintivamente, la colpa di tutti gli orrori successi a me. “Ogni volta che ti vedo, bambina, mi fai sentire completamente solo”, le dico ed inizio a piangere con la faccia sul suo vestito. Continuo a piangere anche dopo che lei se n’era andata a casa. Altre notizie dal nulla per non farti sentire solo, altre notizie dal nulla per non farti venire voglia di andare dritto a casa, altre notizie dal nulla per cercare di non pensare.

Le notizie che arrivano dal nulla sono un ottimo palliativo, un oppio necessario. Molto bene, non ti fanno sentire triste quando il sangue ti scorre fino ai piedi, quando pensi a tutto quello che fai oggi. Il domani è già obsoleto, colpa delle donne, della tecnologia, dei bambini. Tutto per non pensare e non farti sentire triste. Aspettate, arrivano altre notizie dal nulla, vado a sentirle, ciao.

WU

PS. Il mio solito, discutibile, contributo a questo pezzone (e questo altro delirio ve lo ricordate?).

PPSS. Come ormai sapete non amo parlare di politica, soprattutto della situazione attuale, per cercare di non contribuire a dargli spropositata importanza, ma un motivetto che mi risuona in mente vedendo il telegiornale è proprio questo; in particolare nella parte:

[…] it gets stranger every year
More news from nowhere […]

Lo reputo più che mai calzante…

Il centenario […] e l’idiozia umana

Ma già nei primi giorni del 2005, il responsabile dei servizi sociali Soder trovò una possibile sistemazione per quel simpatico vecchietto che una settimana prima era rimasto all’improvviso senza dimora.

Fu così che Allan finì nella casa di riposo di Malmkoping dove si era liberata la camera numero 1. Venne accolto dall’infermiera Alice, che sorrise in modo apparentemente gentile ma gli smorzò immediatamente la voglia di vivere leggendogli le regole dell’istituto. L’infermiera Alice lo mise al corrente del divieto di fumo, del divieto di bere alcolici e del divieto di vedere la televisione dopo le undici di sera. Gli comunicò quindi che la colazione era servita alla 06.45 nei giorni feriale ed un’ora dopo nel fine settimana. Il pranzo era alla 11.15, la merenda alle 15.15 e la cena alle 18.15. Chi non rispettava gli orari e si presentava tardi rischiava di rimanere senza cibo.

L’infermiera Alice passò in rassegna anche le regole riguardanti l’uso della doccia e la pulizia dei denti, le visite esterne e quelle tra gli ospiti della struttura, l’orario in cui venivano distribuite le medicine ed il lasso di tempo in cui era permesso infastidire l’infermiera Alice o qualcuno dei suoi colleghi a meno che non si trattasse di una situazione d’emergenza, fatto molto raro visto che, aggiunse, gli ospiti non facevano che piagnucolare e lamentarsi tutto il giorno.

“E’ possibile cagare quanto si vuole?” domandò Allan.
Fu così che dopo neanche un quarto d’ora da quando si erano conosciuti, Allan e l’infermiera Alice erano già ai ferri corti.

Allan non era soddisfatto di come era andata la caccia ala volpe (anche se l’aveva vinta). Uscire dai gangheri non era nella sua natura. Aveva usato un linguaggio che probabilmente la direttrice della casa di riposo si meritava, ma che tuttavia non gli apparteneva. Se poi si aggiungeva l’elenco delle regole a cui avrebbe dovuto attenersi…

Sentiva la mancanza del suo gatto. Aveva novantanove anni e otto mesi. Gli sembrava di aver perso il controllo dei suoi nervi e si sentiva offeso dal comportamento dell’infermiera Alice.
Adesso basta.

Allan era arrivato al capolinea, e se la vita sembrava aver chiuso con lui, lui non era certo il tipo da insistere e fare pressioni. Avrebbe preso ufficialmente possesso della camera numero 1, avrebbe cenato alle 18.15 e poi, dopo una bella doccia, si sarebbe infilato in lenzuola e pigiama nuovi, sarebbe morto nel sonno, dopodiché l’avrebbero messo un una cassa, sepolto e dimenticato.

Allan avvertì una contentezza quasi elettrizzante diffondersi in tutto il corpo quando alle otto di sera si sdraiò sul letto della casa di riposo per la prime e ultima volta. Tra meno di quattro mesi la sua età sarebbe diventata a tre cifre. Allan Emmanuel Karlsson chiuse gli occhi con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua esistenza era stata eccitante ma niente durava in eterno, a parte l’idiozia umana.

Smise di pensare. Fu assalito dalla stanchezza. Tutto si fece buio.
Finché non ritornò la luce. Uno splendore bianco. Pensò che la morte fosse molto simile al sonno. Si riusciva a pensare anche un attimo prima della fine? A pensare di essere in grado di pensare? Ma un momento: per quanto tempo si riusciva a pensare prima di smettere di farlo?

“Sono le 06.45, Allan, è ora di colazione. Se non mangi portiamo via il porridge e non c’è nient’altro fino a pranzo,” disse l’infermiera Alice.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Riscoprire un po’ di eleganza (educazione sarebbe un’utopia) nelle nostre espressioni e rivederle anche se evidentemente i contesti “se le meritano” è il primo passo verso una società migliore (come possiamo parlare di tolleranza se a mala pena riusciamo a fare un sorpasso senza sfancularci?). Ah, anche il fatto di non essere “insistenti” mi pare un ulteriore elemento di eleganza, nei confronti della vita e del prossimo.

Non posso parlare per esperienza diretta (e dubito di poterlo mai fare), ma credo che uno dei vantaggi della morte sia proprio smettere di pensare… e per quantunque tempo si riesca a farlo prima di smettere mi parrebbe sempre troppo.

Il centenario […] e l’acquavite

Non appena fu chiaro che gli amici erano davvero i benvenuti nella casa di Bosse, Benny tornò a visitare il paziente. Il moribondo dormiva ancora profondamente per via della morfina e Benny decise che avrebbe aspettato a spostarlo.

Quindi si unì al gruppo nella spaziosa cucina di Bosse. Mentre il padrone di casa era intento a preparare la cena a turno gli amici lo informarono delle drammatiche vicende degli ultimi giorni. Cominciò Allan, poi fu la volta di Julius, poi ancora Benny con qualche intervento da parte di Bella, e infine, quando arrivarono alla collisione con la BMW, di nuovo Benny.

Bosse aveva udito come avessero perso la vita due persone e come la situazione fosse tutt’altro che conforme alla legge svedese; c’era solo un punto che voleva gli fosse spiegato:
“Vediamo se ho capito bene… Nel pullman c’è un elefante, giusto?”.
“Si, ma domattina lo faremo scendere,” spiegò Bella

A Bosse non gli sembrò che ci fosse granché da ridire: spesso la legge diceva una cosa e la morale un’altra. Bastava considerare la sua ditta: un chiaro esempio di come fosse possibile accantonare la giustizia finché non si fosse stati in grado di procedere a testa alta.

“Più o meno come hai fatto tu con la nostra eredità,” disse Bosse sarcastico, rivolto a Benny.
“Ah si? E chi è che ha distrutto completamente la mia moto nuova?” replicò Benny.
“E’ successo perché tu hai piantato a metà il corso di saldatore” disse Bosse.
“Io l’ho fatto perché tu mi maltrattavi tutto il tempo.”

Sembrava che Bosse avesse già pronta la replica, ma Allan interruppe i fratelli affermando che aveva girato il mondo e cose ne aveva viste tante, ma una in particolare l’aveva colpito e cioè che i conflitti più grandi e apparentemente irrisolvibili si basavano sempre sullo stesso presupposto: “Tu sei stupido, no sei tu lo stupido, no sei tu lo stupido.” La soluzione, proseguì Allan, il più delle volte consisteva nello scolarsi insieme una bella bottiglia di acquavite intorno ai settantacinque gradi e guardare al futuro. L’unico triste dettaglio era che Benny era astemio. Allan avrebbe assunto volentieri la sua quota alcolica, ma l’effetto sarebbe stato diverso.

“E così un’acquavite intorno ai settantacinque gradi risolverebbe il conflitto fra Israele e Palestina?” chiese stupito Bosse. “Che è ancora più vecchio della Bibbia.”
“Probabilmente in questo caso ci vorrebbe più di una bottiglia,” rispose Allan. “Ma il principio è lo stesso.”
“Può funzionare anche se bevo qualcos’altro, che dite?” s’informò Benny, sentendosi in colpa per via di quel suo assolutismo nei confronti dell’alcol.

Allan era soddisfatto dell’evolversi della situazione: i litigi tra fratelli erano cessati. Se ne compiacque, aggiungendo che l’acquavite veniva usata anche per altri scopi oltre che per risolvere conflitti.
L’acquavite doveva aspettare, comunicò Bosse, perché era pronto da mangiare. Pollo arrosto e patate al forno, con tanto di birra per tutti e succo di frutta per il fratellino.

Mentre la cena stava per iniziare, Per.Gunnar “Capo” Gerdin cominciò a riprendere i sensi. La testa gli martellava, quando respirava gli faceva male tutto, un braccio doveva essersi rotto dato che era avvolto in un fazzoletto, e la ferita che aveva sulla coscia destra prese a sanguinargli non appena scese a fatica dall’abitacolo del pullman. Precedentemente aveva nascosto la pistola nel vano portaoggetti dell’auto: a quanto pareva il mondo era popolato di idioti – tranne lui.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Non che mi aspetti che un goccetto risolva i problemi del mondo, ma dalla notte dei tempi mangiare (e soprattutto bere) con qualcuno è un modo per affiatare i rapporti ed appianare le divergenze. Oggi ho l’impressione che il pasteggiare/gozzoviglaire/trinkeggiare assieme sia un po’ passato dall’essere il mezzo ad essere il fine. Intendiamoci, mi fa piacere mangiare (e bere, lo devo dire ogni volta?) bene, ma è la compagnia che fa la differenza ed a fine pasto gli attriti sono certamente minori…

Il centenario […] a duecento metri di profondità

Julij Borisovic e Allan Emmanuel si erano presi reciprocamente in simpatia. Il fatto che Allan avesse accettato di seguirlo senza neanche sapere per dove, per chi e perché aveva impressionato positivamente Julij Borisovic, dato che tale atteggiamento denotava una leggerezza che lui non possedeva. Dal canto sua Allan apprezzo immensamente di poter parlare per una volta con qualcuno che non cercasse di sbandierargli nessun tipo d’ideologia politica o religiosa.

Inoltre fu subito chiaro che entrambi erano inguaribilmente affezionati all’acquavite, anche se uno dei due la chiamava vodka. La sera prima, mentre a essere sinceri teneva d’occhio Allan Emmanuel nella sala da pranzo del Gand Hotel, Julij Borisovic aveva provato per caso la variante svedese. All’inizio gli era sembrata troppo secca, non aveva la morbidezza di quella russa, ma dopo un paio di bicchierini ci aveva fatto l’abitudine. Dopo altri due dalle sua labbra era uscito un “Non male” in segno di apprezzamento.

“Anche se questa è meglio,” sentenziò Julij Borisovic mostrando ad Allan un litro intero di Stolichnaya mentre sedevano tutti soli nella mensa ufficiali. “Adesso è arrivato il momento di farci un bicchierino!”
“Bene,” fu il commento di Allan. “Finché la barca va…”

Già dopo il primo quantitativo d’alcol Allan aveva messa in atto una riforma dei nomi. Dire ogni volta Julij Borisovic a Julij Borisovic quando aveva bisogno di richiamare la sua attenzione alla lunga non poteva funzionare. E personalmente non voleva essere chiamato Allan Emmanuel, dato che la prima e ultima volta che quel nome era stato utilizzato risaliva ai tempi di Yxhult, quando era stato battezzato.
“D’ora in poi tu sei Julij e io Allan,” sentenziò Allan. “Altrimenti lascio l’imbarcazione in quest’istante.”
“Non farlo, caro Allan, ci troviamo a duecento metri di profondità,” spiegò Julij. “Piuttosto beviti un goccetto.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. La leggerezza, ecco una dote troppo spesso sottovalutata. Saper affrontare le cose con il giusto spirito non è sinonimo di non dargli importanza. Un “finché la barca va…” non fa assolutamente male; abusarne, come quasi di qualunque cosa, è certamente deleterio.

Ah, poter parlare con qualcuno che non ti incalzi e non cerchi di convincerti di questo o quello (che sia di politica, religione, musica o quant’altro in questo momento poco conta) è un piacere da riscoprire. Evito, spesso e volentieri, di intavolare discussioni per il timore di dovermi poi trovare ad annuire o controbattere; ma il piacere di “una chiacchiera” (che benissimo si concilia con il principio di leggerezza di cui sopra) che fine ha fatto? Relegato, ingiustamente, al mondo “dei vecchietti” (… me lo immagino così, che ciascuno dia la propria definizione di ciò).

PPSS. Scopro ora che hanno addirittura fatto un film partendo da questo libro. Non che mi aspetti chissà che, ma d’altra parte non sono neanche un purista delle trame che teme ogni adattamento cinematografico. Direi che varrebbe la pena vederlo…

Il centenario […] e la bomba

Ho recentemente letto un libro (un romanzo, stranamente) che merita decisamente. Merita per la sua leggerezza, la sua ironia, la scanzonatezza con cui affronta certi temi e l’educazione che traspare… pur raccontando circa un secolo della nostra storia recente: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

Al solito lungi da me fare recensioni, ma mi limiterò ad un (brevissimo dati tutti gli spunti che il libro mi ha offerto) ciclo di post in cui riporto stralci del libro grassettendo quelle che sono gli spunti che ho trovato più saporiti (sperando sia per mia memoria che per vostro diletto di dare un’idea del tono che percorre tutto il libro).

Ultimo ma non ultimo non prometto di non inzaccherare questi estratti con personali divagazioni a vanvera.

[…]. Fatto sta che quell’affare lungo novantasette metri emerse dal ghiaccio in un punto troppo vicino ad Allan ed al signore gentile. Entrambi caddero all’indietro rischiando di finire nelle acque gelide, ma per fortuna la situazione volse al meglio e Allan fu rimesso in piedi ed aiutato a scendere al caldo.

“Questa circostanza conferma come non serva iniziare la giornata cercando di indovinare cosa accadrà”, constatò Allan. “Voglio dire, quanto tempo ci avrei messo ad indovinare tutto questo?”.

Dopo aver dichiarato che adesso non era più necessario essere così misteriosi, il signore gentile si presentò come Julij Borisovic Popov: disse di lavorare per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, di essere non un politico o un militare ma un fisico , e di essere stato inviato a Stoccolma per convincere il signor Karlsson a seguirlo a Mosca.

L’incarico era stato affidato a Julij Borisovic in vista di una possibile riluttanza del signor Karlsson, oltre al fatto che il background come fisico di Julij Borisovic sarebbe probabilmente risultato un elemento favorevole, dato che lui ed il sognor Karlsson parlavano in un certo senso la stessa lingua.

“Ma io non sono un fisico”, disse Allan.
“Può darsi, ma il mio informatore afferma che lei è a conoscenza di qualcosa che vorrei sapere anche io”.
“Ma guarda. E di cosa si tratta?”
“La bomba, signor Karlsson. La bomba.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

Direi che il concetto di non spendere tempo ad indovinare cosa succerà oggi è molto affascinante, ma applica benissimo a chi non sta dentro casa, dietro un vetro aspettando il succedersi degli eventi. Allan era decisamente uno che non si tirava indietro dinanzi gli eventi (opportunità?) che la vita gli metteva davanti.

WU

PS. Ebbene si, eviterò accuratamente di parlare del pesce di Aprile, dell’origine, tradizioni, quelli più famosi e bla bla bla… Mi prendo in giro ogni giorno e vedo quelle che sono universalmente conosciute come “fake news” attorno a me anche il 10 di Luglio che proprio non vedo perché celebrare un giorno in cui si può scherzare. Ah, solo oggi si capisce che è uno scherzo? Allora propongo un pesce d’Aprile perenne, magari apriamo tutti un po’ gli occhi ed impariamo la leggerezza dell’ironia!

Il fiume, li in fondo alla valle

Li, in fondo alla valle, l’unica cosa che ti insegnano è a fare e rifare quello che ha fatto tuo padre e suo padre prima di lui. Li, in fondo alla vale, sono nato. Non c’erano grandi emozioni li, in fondo alla valle.

Mary la conobbi al liceo. Avevamo diciassette anni e quello che facevamo era correre per i verdi pascoli, li, in fondo alla valle. Correvamo fino al fiume e li ci tuffavamo. Li, in fondo alla valle.

Poi, senza troppo coscienza, entusiasmo e senza capire neanche bene quello che facevo, misi incinta Mary. Sempre li, in fondo alla valle. Avevamo diciannove anni ricevetti una tessera del sindacato ed un vestito da cerimonia. Non c’erano fiori, abiti nuziali o cortei quel giorno, solo io, Mary e qualcun alto a municipio. Credo che dovevamo sposarci per via della gravidanza, ma non ne ero e non ne sono del tutto cosciente.

Non sapevamo bene cosa fare, ne avevamo molto entusiasmo di farlo. Tutto quello che sapevamo fare, per illuderci di festeggiare, era correre fino al fiume,li, in fondo alla valle. E tuffarci. Da allora queste corse e questi tuffi non sarebbero più stati gli stessi.

Anche il seguito della mia vita procedette senza troppi scossoni li, in fondo alla valle. Trovai un lavoro come muratore per la Johnstown Company li, in fondo alla valle. Poi la crisi economica, il lavoro che scarseggiava.

Ora non mi pare più nulla importante, tristezza e nostalgia hanno preso il posto delle timide evasioni giovanili. Tutto ciò che regolava la mia vita è svanito nel nulla. Mi comporto come se non ricordassi più nulla e Mary come se non le importasse più nulla.

Mi ricordo poche cose, nulla mi accende più, se mai mi ha infiammato, li, in fondo alla valle. Fra le poche cose che ricordo c’è il corpo bagnato ed abbronzato di Mary, giravamo insieme nell’auto di mio fratello. Per il resto ricordo poco: i bagni nel fiume o al laghetto artificiale, di notte mi avvicinavo a lei per sentire il suo respiro.

Ora tutti questi ricordi mi perseguitano quasi come una maledizione, mi lecco le ferite, mi cullo nei miei sonni irrealizzati, mi pare tutto una bugia… o ancora peggio. Scendo ancora al fiume, li in fondo alla valle.

Anche il fiume è asciutto. Il fiume che rappresentava la vita, la realizzazione, non la vita vuota li, in fondo alla valle.

WU

PS. Ovviamente sto parlando di questo. E non posso non pensare/suggerire di affiancare lo studio di questo testo (sono certo che dare un taglio più moderno e “rock” a certi concetti li fissa saldamente nella memoria, e non solo) al panta rhei di Eraclito sui banchi di scuola.

 

PPSS. Sto accarezzando l’idea di definire questo ciclo di deliri su venerabili testi come “traduzioni infedeli” o “traduzioni a bassa fedeltà”…

Ipnotica rapsodia

Vita reale? Fantasia? Mi sento incastrato, sotto una frana, travolto dalla realtà. Senza scampo, ma apri gli occhi. Alza lo sguardo, c’è il cielo sopra di te.

Sono un povero ragazzo, indolente, che si lascia trasportare e che soprattutto non vuole essere capito. Non ne ho bisogno. Qualunque cosa io dico e voi facciate il vento continua a soffiare, ed a me non importa.

Ah, mamma, quasi dimenticavo, ho appena ucciso un uomo. Pistola alla testa, baam, ed ora è morto. La vita, la verità è che mi sento perso, non so chiedere aiuto e spesso mi pare anche io non sia ascoltato. La vita era appena agli inizi, l’ho buttata via. Vediamo cos’altro possiamo fare. La cosa che mi affligge di più è farti piangere mamma. non farlo, va avanti come se nulla fosse successo.

Addio a tutti, devo andare. Devo lasciare questo scorcio di fantasia ed affrontare la dura realtà, la verità. Forse stò per morire, non voglio, vorrei non essere mai nato. E’ la mia richiesta di auto, il mio urlo. Mi pare lasciato inascoltato.

Sono solo un povero ragazzo, indolente, di povera famiglia. non mi sento voluto bene ne compreso. Lasciatemi solo andare. Mamma, lasciami andare. So che non lo farete, non volete farlo. Avete ciascuno i suoi buoni motivi, ma non mi state aiutando. Lasciatemi andare.

Pensate di potermi amare, odiare, sputare in un occhio o lapidare, ma vi sbagliate. Lasciatemi solo andare. Devo solo uscire dritto via da qui. Nulla più mi importa e niente veramente importa. Lo riuscite a capire? Il vento continua a soffiare indifferente, ed a me non importa.

WU

PS. Dopo aver divagato, rigorosamente a caso, su diversi “testi sacri” (tipotipo, tipo, tipo, tipo, etc.) non potevo far mancare questo alla mia personalissima collezione.

Devo anche dire che è un testo forse vittima del suo stesso successo (e dei recenti trionfi cinematografici), anche se ad un occhio leggerissimamente più attento il capolavoro non sfugge.

Lo spunto mi è stato dato da questo ipnotico video realizzato con Line Rider. Applicazione veramente simpatica (… per veri loiteringusers, insomma).

Il mondo come lo vorrei

Non moriremo più. L’ha scritto il giornale, vuoi che non sia vero? Pare che la scienza abbia finalmente risolto l’enigma è ci ha donato una (felicissima) vita eterna. Interessante, no? Beviamoci un caffè. I vecchi ubriaconi festeggiano nei bar sul lungomare, tu mi racconti dei tuoi problemi e di tua madre che da lassù ti giudica ancora come fosse qui. Io guardo un po’ tutto questo come uno sceneggiato televisivo.

Oggi mi sento sostanzialmente allineato a voi, e per questo quasi alienato, ma quando avevo vent’anni tutto era diverso. Mi sentivo diverso. Non sarei mai stato come voi… dicevo. Facciamo che do la colpa al vino, alla droga o a stronzate del genere. Sono sopravvissuto agli anni ottanta, novanta, duemila e duemiladieci; sono sopravvissuto a Cernobyl, ai Nirvana, Playmobil, Bin Laden e la Serie B

Una notizia, buona anche se falsa, fa il giro del mondo e riecheggia in ogni dove. E’ grazie ad internet, i social, i grandi grand, la new economy. Abbiamo fatto diventare realtà i nostri sogni, o ci illudiamo di averlo fatto. Il per sempre diventa reale e i bugiardi ringraziano.

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

La mia giovane madre non lavora, l’ha sostituita un’amica. Anche mio padre è una donna, ma poco mi importa; in fondo ho altri nove fratelli e sette sorelle a cui badare o dai quali esser badato. E’ innamorata, mi chiama per dirmi che si è sposata. La democrazia è stata abolita, la libertà di stampa già da tanto. Tant’è che il mio amico scrittore, incrociati fogli e penne, mi chiama per andarci a bere un mojito, ma non è impazzito.

E poi il mondo è cambiato fin nelle sua ossa. A natale fa caldo e guardiamo le stelle. Suoniamo concerti fino a cent’anni. Compriamo case tutte in contanti (e non voglio dire come li ho racimolati, meglio togliermeli dai piedi). Fumo almeno tre pacchetti al giorno. Le mie ex mi invitano quando fanno l’amore. Mangio solo frittura e non verdura. Parlo più lingue di quelle che uso ed un fantastico cellulare che non mi serve a nulla.

Ed il tutto… senza rimpianti, senza rimpianti

Hai un minuto? Ti canterei il mondo come lo vorrei.

Bevo e mi sveglio tranquillamente

WU

PS. Balzati ora alle ribalte della cronaca (in fondo Sanremo è questo più che altro) sono un gruppo attivo su piazza da anni ed hanno prodotto pezzi, come quello qui liberamente storpiato, degni di essere ascoltati. Nel caso particolare correva l’anno 2018.