I tre setacci

Vi racconto la storiella, poi vi dico il soggetto (anche se è forse più o meno facilmente deducibile). Il frangente che mi ha fatto venire in mente questa storia (lavorativo; un lungo, prolisso, inutile, scambio di mail con un escalation di frasi fra l’inutile, il falso ed il cattivo) ve lo risparmio.

Un giorno venne qualcuno a trovarlo, e gli disse:

“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

“I tre setacci?”

“Certo. Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci.”

“Hai verificato se quello che mi dirai è vero?”

“No, ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?”

“Ah no! Al contrario.”

“Dunque, vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere.”

“Forse puoi ancora passare il test. È utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?”

“No, davvero.”

“Allora, se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo. Consiglio anche a te di dimenticarlo”.

Il primo setaccio è la verità. Il secondo setaccio è la bontà. Il terzo setaccio è l’utilità.

Se ci ricordassimo di questi setacci (rigorosamente in questo ordine, dato che sono certo già al primo setaccio più della metà delle cose che diciamo, e ci diciamo, ogni giorni si fermerebbero) quando apriamo bocca, o quando ascoltiamo eviteremmo facilmente il proliferare di false notizie, bufale, immotivate voci, e via dicendo.

Ma eviteremmo anche riunioni, discorsi, lunghi ed infondati post/chat, etc. Eviteremmo il propagarsi dell’odio (mette qui un aggettivo a caso: razziale, religioso, etc.) e faremmo anche a meno di covare ed elaborare risposte ed idee (o ideologie?) che certamente non si scostano poi troppo dalla “notizia” di partenza.

Nulla di nuovo, ma un remind (mi) fa sempre piacere; se non altro per tacere una volta di più.

WU

PS. Il saggio in questione, ca va sans dire, è Socrate.

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Ecco a voi… i Raggi N

René Blondlot era un professore all’Università di Nancy (oltre che membro di una serie di Academie, tipo l’Académie des Sciences). Era il 1903 quando a suo nome uscì su una rinomata rivista scientifica un articolo in cui illustrava la sua ultima scoperta. Un nuovo tipo di radiazioni, i raggi N.

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Parliamo di un periodo, l’inizio dello scorso secolo, in cui la radioattività la faceva da padrona: i raggi X erano stati scoperti meno di un decennio prima ed evidenza di radiazioni alfa, beta, gamma saltavano fuori da ogni dove. Si viveva, quindi, in un periodo in cui il nervo su nuovi possibili tipi di radiazioni era più che scoperto.

Blondlot, studiando i raggi X (più precisamente utilizzando la macchina di Röntgen al fine di scoprirne il funzionamento) notò delle anomalie luminose, per lui spiegabili solo attribuendole ad un nuovo tipo di radiazioni, i Raggi N (molto più potenti dei Raggi X!). In men che non si dica, l’osservazione divenne scoperta, la scoperta articolo e l’articolo pubblicazione.

Blondlot, di certo non l’ultimo pellegrino in tema di radiazioni, perfezionò i sistemi per rilevare ed addirittura produrre i “suoi” Raggi N. Eliminò accuratamente possibili fonti di interazioni e disturbi esterni per essere sicuro di vedere solo i raggi cercati. Blondlot scoprì che i Raggi N sono emessi da metalli riscaldati e da parecchie fonti naturali, fra cui il nostro sole.

I Raggi N potevano attraversare spesse lastre di metallo e corpi in generale opachi alla luce visibile (che a sua volta pareva interagire con i Raggi N). Acqua e cristalli di salgemma, al contrario, li assorbivano.

A partire dalle pubblicazioni e dagli esperimenti di Blondlot, la scoperta (ed il giusto entusiasmo per essa) di diffuse velocemente a tutto il mondo scientifico fino a raggiungere Charpentier, fisico-medico anch’esso di rinomata credibilità, che scoprì l’emissione di Raggi N anche da parte di nervi e muscoli, umani. Ah, l’emissione permaneva anche post-mortem. La scoperta poteva dunque essere usata per scopi medico-legali e diagnostici.

Perché fermarsi: i Raggi N potevano essere immagazzinati. Ed in maniera piuttosto semplice, bastava un semplice mattone avvolto in un foglio di carta nera ed esposto al sole. I Raggi N emessi dal sole, riemessi da mattone rimaneva intrappolati dalla superficie nera della carta.

Nel 1905 arrivò quel guastafeste di Robert W. Wood, professore di fisica alla John Hopkins University. Indovinate cosa voleva fare il signor Wood? Beh, riprodurre gli esperimenti di Blondlot & Co. Indovinate l’esito? Non ci riuscì. Consolato, si fa per dire, dall’insuccesso dei suoi colleghi d’oltreoceano, decise quindi di recarsi a Nancy per vedere i laboratori che avevano dato la luce ai Raggi N… ed imparare qualcosa (si, nella Academia vera, non ci si approccia con scetticismo/arroganza ma con Umiltà).

Blondlot ripropose al collega l’esperimento originario in cui Wood, tuttavia, non notò alcuna variazione di luminosità (le famose anomalie luminose) che avevano fatto gridare Blondlot alla scoperta. La campagna sperimentale proseguì; Blondlot intendeva misurare e far vedere al collega la deviazione subita da un fascio di Raggi N incidenti su un prisma di alluminio. L’apparato sperimentale prevedeva un prisma di alluminio (ovviamente), un sistema di focalizzazione ed uno schermo fluorescente che fungeva da rivelatore dei raggi N (quelli deflessi). Il team di Blondlot voleva dimostrare quattro differenti posizioni nella deflessione, ovvero quattro differenti lunghezze d’onda dei Raggi N. Anche in questo caso, tuttavia, Wood, non notò i risultati che Blondlot ed il suo team volevano fargli vedere.

A questo punto Wood chiese semplicemente di ripetere l’esperimento. Non visto rimosse il prisma di alluminio dall’apparato sperimentale. Inutile dire che i suoi colleghi non fecero altro che notare le stesse cose e confermare i risultati del precedente esperimento.

Wood lasciò Nancy.

Rientrato in patria pubblicò un resoconto circa ciò che aveva visto durante il suo soggiorno a Nancy, e soprattutto ciò che NON aveva visto. I Raggi N, sostenne, esistevano solo nella mente dei suoi scopritori i quali, certamente in buona fede, si erano fatti forse trascinare troppo dall’entusiasmo del periodo per le emissioni radioattive fino a voler vedere ad occhio nudo tenui (se esistenti) variazioni di luminosità che avevano evidentemente una natura assolutamente casuale. Si erano autoconviti di una grande scoperta in preda all’entusiasmo ed avevano voluto vedere (e trasmesso!) una ripetibilità delle osservazioni che non aveva attecchito in una mente “esterna”.

I sostenitori dei Raggi N, anche dopo lo smacco, giocarono le loro ultime carte. Per osservarli serviva parecchia sensibilità (tipica, sostennero, soprattutto delle razze latine). E questo è evidentemente indice che il castello era crollato.

Blondlot rifiutò di sottoporsi ad un esperimento pubblico e decisivo per provare l’esistenza o meno dei Raggi N (ulteriore indicatore che qualcosa che anche a lui non tornasse… ma evidentemente preferiva non subire “pubblica gogna”). Blondlot morì nella sua Nancy nel 1930.

Non è una storia di frodi o menzogne, è una storia di forti convinzioni che portano a distorcere le evidenze del metodo scientifico. Non erano gli anni in cui con scoperte del genere di odorava un business milionario; oggi si. All’autoconvinzione tende ad aggiungersi la truffa (io dell’E-Cat, pro cause, non ho mai parlato).

WU

PS. Ah, Raggi N, da Nancy, ovviamente.

Mesmerismo – il magnetismo animale

Il nostro corpo funziona basandosi anche sui diversi fluidi che in esso scorrono (e fin qui anche un WU qualunque non avrebbe da obiettare). Fra questi ve ne è uno (…attenzione attenzione) in particolare che ne regola il corretto funzionamento.

Il fluido in questione è una sorta di fluido magnetico (maccheccazzo, si può dire?!) il cui blocco o in generale difficoltà di scorrimento genera malattie e disfunzioni. Tale fluido deve essere sempre in armonia con quello universale (ora sparo col mitra allo schermo…) ed ha caratteristiche molto affini a quelle delle calamite.

Stiamo parlando di quello che è a tutti gli effetti (la cazzata del) “magnetismo animale“. Ma attenzione, il parallelismo con le calamite serve solo come paragone per chiarire la natura magnetica di questo fluido; il fluido in questione è una cosa completamente diversa. Ah, ora si…

La natura magnetica del (fanta)-fluido può comunque esser sfruttata per curarlo e liberarlo. Mediante l’applicazione di una serie di calamite in parti chiave del corpo, infatti, il fluido poteva essere sbloccato e fluidificato. Questo almeno nelle prime rudimentali cure del magnetismo animale; in seguito si realizzò (embbè…) che il fluido era molto più condizionato dallo stesso fluido presente negli altri corpi umani… da cui una ulteriore conferma della “natura animale” del fluido e del suo magnetismo.

Stiamo parlando di una pseudoteoria, in realtà molto diffusa, che prese piede alla fine del settecento grazie al “medico” tedesco Franz Anton Mesmer. Inutile dire che non appena un comitato scientifico si fece carico di verificare/smentire queste teorie le basi “scientifiche” si vaporizzarono all’istante e le teorie stesse furono accantonate. Ma (e non poteva non esserci un ma…) gettarono le basi per l’ipnosi, la pranoterapia, il sonno magnetico e tutte quelle pseudo-scienze (e pratiche della cultura popolare, oltre che trame per racconti fantastici) che faranno pure bene (non lo metto assolutamente in dubbio, se non altro ci rilassano…), ma non le definirei assolutamente come curative.

WU

PS. Questo lo metterei nella serie: “se oggi siamo così potevamo aspettarcelo”. L’uomo ha da sempre (ed oserei un per sempre) avuto una innata, insana, passione per le bufale (o come le volete chiamare). Niente, ci aiutano a sognare, a stare meglio, in qualche strano modo.

PPSS. Ci starebbe bene una “audio-citazione” di Raf, ma sinceramente mi rifiuto…

Impostori intellettuali – l’affare Sokal

David Sokal è un professore di fisica presso la New York University. Sconosciuto ai più (compreso il sottoscritto) se non fosse per la sua beffa che nel 1996 ha iniziato (e sono certo non abbiamo finito!) ad accendere i riflettori sui meccanismi di selezione degli articoli scientifici/culturali. Qualche passo avanti è stato fatto, certo, ma come ormai saprete, la peer-review non è, IMHO, la soluzione, ma solo un male (lo stesso male: la mancanza di oggettività) edulcorato.

Ad ogni modo, 1996, Sokal pubblica un notevole articolo: Transgressing the Boundaries: Towards a Trasformative Hermeneutics of Quantum Gravity.

Eh?! Letteralmente qualcosa tipo: Violare le frontiere: verso una ermeneutica trasformativa della gravità quantistica.

TransgressingBoundaries.png

Già il titolo non si capisce o non vuol dire nulla (ma suona bene! E vedremo fra poco che questo è un must!); l’articolo, poi, non era altro che un collage di frase senza senso. Si sosteneva una fanta-tesi secondo cui la gravità quantistica non fosse altro che un costrutto, tutto umano, sociale e linguistico.

Effettivamente più che una beffa potrebbe essere descritto come un esperimento sociale, in cui l’autore vuole dimostrare (e ci riesce egregiamente) che il meccanismo di selezione dei contenuti scientifici e divulgativi non è sano. In particolare si basa, secondo l’autore, sul fatto che le frasi (ripeto, appiccicate l’un l’altra senza senso) suonino bene e, soprattutto, che fossero in qualche modo in accordo con i presupposti ideologici dei redattori/curatori della rivista specifica.

Here my aim is to carry these deep analyses one step further, by taking account of recent developments in quantum gravity: the emerging branch of physics in which Heisenberg’s quantum mechanics and Einstein’s general relativity are at once synthesized and superseded. In quantum gravity, as we shall see, the space-time manifold ceases to exist as an objective physical reality; geometry becomes relational and contextual; and the foundational conceptual categories of prior science — among them, existence itself — become problematized and relativized. This conceptual revolution, I will argue, has profound implications for the content of a future postmodern and liberatory science

Questo secondo punto fu declinato da Sokal inserendo il termine femminista (tema caro alla rivista su cui l’articolo fu pubblicato, “Social Text”) ben 35 volte all’interno dell’articolo… che non dimentichiamoci parlava di gravità quantistica! La cosa fu fatta con locuzioni (tipo “algebra femminista”… qualunque cosa significhi) o mediante similitudini (“proprio come le femministe liberali…”).

Sokal descrisse l’articolo (ed anche questa sembrerebbe un pezzo dell’articolo stesso…) come “un pastiche di ideologie di sinistra, riferimenti ossequiosi, citazioni grandiose e prive di senso, strutturato attorno alle più sciocche frasi di accademici postmodernisti che avevo potuto trovare riguardo alla fisica e alla matematica“.

Quello che ci (mi) rimane è che l’attendibilità delle riviste scientifiche o di settore è comunque molto bassa (e di certo un articolo che “suona bene” e compiace l’editore ha molte chances di essere pubblicato…), tanta tristezza per l’egregia riuscita dell’esperimento, ma principalmente il fatto di aver capito da dove il Conte Mascetti ha tirato fuori l’idea della sua Supercazzola.

WU

L’incendio nel pozzo

Darvaza, Turkmenistan. Un posto che non avete mai sentito, giustamente. Pieno deserto, un posto nel bel mezzo del nulla. Nel posto c’è un pozzo, ed fin qui nulla di troppo particolare. Nel pozzo c’è un incendio, beh, magari non comunissimo, ma anche fino a questo punto più o meno nulla di eclatante. Beh, l’incendio va avanti da quattro decenni, anzi, quasi cinque. Ora si che la cosa richiama la mia attenzione.

Siamo nel 1971, a Darvaza, appunto. Un gruppo di geologi russi decise di perforare la zona in cerca di petrolio. I rischi legati all’abbondanza di gas naturale furono allegramente trascurati. La perforazione causò un cedimento nel terreno sabbioso liberando una grossa sacca di gas naturale di circa 60 metri di diametro e 30 di profondità. Il cedimento del terreno si portò dietro tutta l’attrezzatura, nessun uomo (pura fortuna). I gas tossici ovviamente iniziarono a sprigionarsi appena ebbero la via spianata rendendo il proseguo delle operazioni fra il difficile e l’impossibile.

E qui la grande idea: diamo fuoco a questi gas che ce li togliamo davanti. Nella speranza che l’incendio si sarebbe estinto in breve tempo. Supposizione (calcoli?) quanto mai errati. L’incendio è ancora in corso tanto che il pozzo è oggi diventato “la porta dell’inferno“, attrazione turistica. Per i per i più impavidi, ovvio.

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Ad oggi il cratere ha un diametro di circa 70 metri ed è profondo 20. E l’incendio che arde al suo interno lo rende visibile da diversi km di distanza (oltre che distinguibile per il suo odore di zolfo/metano/bruciato). Non è chiaro quanto gas sia stato bruciato finora nella porta dell’inferno ne quanto ne può ancora bruciare. Nonostante tutto le autorità del Terkmennistan hanno deciso di procedere con lo sfruttamento della riserva di gas (come se la lezione di lasciare in pace la natura, almeno in quel luogo, non fosse servita a nulla). E’ stato infatti ordinato di chiudere (ma davvero si può fare?)il cratere o comunque di adottare misure che possano limitare la perdita di gas in maniera da favorire lo sviluppo (e lo sfruttamento) degli altri giacimenti di gas naturale nell’area.

Un incidente che è diventato una fortuna per la zona. Ho qualche dubbio che anche madre natura abbia la stessa interpretazione.

WU

PS. Ah, Darvaza (che è poi il nome del paese più prossimo alla voragine) è una parola di origine turkmena, con radici persiane che significa niente meno che… porta. Quando si dice che il destino è nel nome…

PPSS. Mi ricorda, quest’altro delirio umano ed incandescente.

Mio caro pangolino

Ecco a voi un piccolo, dolce, squamoso… pangolino. Sulla scia dell’ennesima notizia di questi giorni circa il bestio di turno minacciato dall’uomo mi sono imbattuto in questo simpatico animaletto. Già il nome lo rende abbastanza simpatico, ma anche guardandolo “in faccia” l’impressione (mia) perdura.

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Una specie di incrocio fra un armadillo ed un formichiere, il pangolino è l’unico mammifero vivente coperto da scaglie. Una vera e propria corazza degna di un dinosauro: scaglie belle grosse sul dorso che vanno via via assottigliandosi per arti e muso per consentire la mobilità necessaria senza precludere la protezione (beh, l’uomo fa ovviamente eccezione).

Allora, ricapitoliamo: squamosi, piccolini (fra i 30 ed i 100 cm), territoriali, si cibano soprattutto di formiche, solitari, dalle abitudini per lo più notturne, (dell’ordine dei Folidoti, di cui sono anche gli unici rappresentati, se volete saperlo), circa otto specie, diffuso dell’Asia meridionale al Sud Est e dell’Africa subsahariana.

Fra gli animali meno pericolosi al mondo e (poveri loro) oggetti di tanto tanto tanto interesse da parte del predatore uomo. Le sue squame sono usate nella medicina tradizionale cinese e vietnamita (fonti di poteri taumaturgici e magici), la sua carne è ottima (soprattutto se servita in zuppa… pare). Ah, e poi come non mettere a rischio la specie aggiungendo il piacere di adottare un pangolino come animale domestico? Un bel pet-pangolino (da catturare, allevare in cattività, se sopravvive, abbandonare all’uopo e comunque sottrarre al suo ambiente naturale)! Il Pangolin Specialist Group vorrebbe proprio preservare questi animali, anche se le stime di esemplari catturati ed uccisi (1.000.000 !) non è certo confortante… uno stato di conservazione della specie tra vulnerabile e fortemente a rischio di estinzione completa lo scenario.

WU

PS. E due parole sul nome? Da “pang-goling” o “peng-goling” o “peng-gulung“: colui che si arrotola. Soprannominato anche carciofo a quattro zampe, il nome rende subito merito alla strategia difensiva del pangolino: mi arrotolo e lascio che il predatore non veda altro che le mie squame. Non funzione, evidentemente, con l’uomo.

La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

Taured.png

Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

Il destino dei disattenti

… è la disoccupazione.

Per quel che mi concerne queste sono semplicemente cazzate. E quasi mi vergogno a dargli ulteriore rilevanza parlandone (anche se passa sotto il cappello di “ricerca” con tanto di fondi, ne sono certo, e pubblicazioni associate…). Oltre al fatto che mi pare anche una conseguenza abbastanza banale che in qualche modo potevamo anche immaginarci.

In this large population-based sample of kindergarten children, behavioral ratings at 5-6 years were associated with employment earnings 3 decades later, independent of a person’s IQ and family background. Inattention and aggression-opposition were associated with lower annual employment earnings, and prosociality with higher earnings but only among male participants; inattention was the only behavioral predictor of income among girls. Early monitoring and support for children demonstrating high inattention and for boys exhibiting high aggression-opposition and low prosocial behaviors could have long-term advantages for those individuals and society.

I bambini di meno di sei anni hanno già il loro destino segnato. Se a quella età sono disattenti ed irrequieti hanno un’alta probabilità di restare disoccupati e fancazzisti, se invece sono attenti, socialmente integrati (praticamente bimbi da manuale) allora per loro la strada è tutta in discesa.

Ora, a parte le correlazioni, che tanto si potranno sempre trovare, fra il comportamento di un bimbo in età prescolare ed il suo destino da adulto, vi pare una cosa sensata ignorare tutto quello che sarà poi l’effettiva crescita del “giovane adulto” dai sei ai trentacinque anni?

Bimbi “pro-sociali”, interessati agli altri, integrati nel contesto in cui vivono, proattivi nelle attività, etc etc, hanno più probabilità di avere uno sfolgorante futuro, fare carriera e guadagnare tanti bei soldoni. Per tutti gli altri è meglio saltare dalla rupe.

La ricerca di per se vuole mettere in correlazione l’approccio comportamentale dei bimbi a livello scolastico/sociale/didattico con i possibili risvolti, positivi o negativi, nella vita professionale che poi avranno da adulti. Lo studio ha analizzato 2850 bambini che hanno frequentato l’asilo a partire dal 1985 e li ha “seguiti” fino al 2015… anno in cui avrebbero dovuto ormai essere nel pieno delle loro occupazioni lavorative. Il legame che la ricerca ha (voluto) evidenziare è quello fra la disattenzione nell’età dell’infanzia con esiti lavorativi avversi a lungo termine. Boh… per me poteva anche correlare il colore dei capelli con le inclinazioni sessuali, sarebbe stato altrettanto valido…

Mi rendo conto di stare un po’ estremizzando una analisi statistica che può anche avere un fondamento, ma la cosa su cui vorrei portare l’attenzione è che è (anche e soprattutto) come il bimbo cresce a determinare il suo futuro. Le inclinazioni personali, che di certo dominano fino a sei anni, contribuiscono si ad un futuro sfavillante o meno, ma non direi che la strada è segnata. Ne in un verso, ne nell’altro.

L’unica cosa che apprezzo di tale “ricerca” è che non si è tirato in ballo il quoziente intellettivo dei giovani virgulti, lasciando il destino della disoccupazione solo al non aver condiviso la merenda con il compagno di banco 🙂 .

WU

La teiera celeste

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

[B. Russell, Is there a God?, 1952]

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E’ una citazione che mi viene in mente quando mi confronto con chi è dell’idea (o quando io stesso sono dell’idea) che spetti allo scettico confutare affermazioni non verificabili. Con un po’ di razionalità si fa presto a capire che è forse un compito che dovrebbe spettare più che altro a chi propone tali affermazioni (e su che basi lo fa, soprattutto), ma la quotidianità, almeno la mia, mi mette spesso davanti “lo scettico” che adduce fanta-motivazioni per confutare affermazioni che, verificabili o meno (e questo dovrebbe già essere sufficiente) non gli aggradano.

Mi rendo conto che è un po’ un abuso della suddetta teiera che fu in origine pensata soprattutto per argomentazioni religiose. L’idea è quella di confutare le pretese dei credenti sull’esistenza di un qualche dio senza che siano fornite evidenze empiriche. La teiera contesta, allo stesso tempo, il fatto che la “non falsificabilità” (da Karl Popper che sosteneva che una teoria, per essere scientifica, deve poter essere falsificata) delle religioni sia sintomo dell’impossibilità di giustificare il loro essere credibili (le religioni si basano su presupposti non dimostrabili, non falsificabili, ma non per questo credibili). Tuttavia, da Occam ad Atkins, la sua applicazione in ambito di fede vacilla un po’. Soprattutto perché in tale ambito, a differenza dell’evidenza scientifica, le “evidenze religiose” passano anche e soprattutto attraverso la rivelazione personale, che non può essere oggettivamente verificata e/o condivisa.

In breve ricordo (e mi ricordo) che in ogni caso in cui vi sono asserti che mancano di evidenze logiche o sperimentali (o che semplicemente non ci piacciono, ma non ne sappiamo abbastanza…), non si può asserire la verità (o falsità, in base a cosa ci serve, no?!) di un argomento semplicemente dal fatto che sia impossibile provarlo (o confutarlo).

Questo è un dato di fatto logico. Che poi non sia applicabile alla religione me ne faccio velocemente una ragione, ma che non vogliamo applicarlo a questa o quella notizia/informazione/scoperta/etc. mi disturba alquanto. Preferisco, a questo punto, credere alla teiera celeste.

WU

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU