Categoria: maporca#**##

Ok

Dilbert010618.png

Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU

Annunci

Così sia ?!

DSC_0242.JPG

Nell’ameno borgo in cui conduco ultimamente la mia esistenza sono abituato (come un po’ tutti, credo) a vedere scritte e disegni sui muri. La foto di cui sopra mi ha però bloccato; tanto da farmi fermare, pensare, tornare indietro, fotografare, ed andarmene ancora più pensieroso di prima.

Senza voler ora disquisire circa la necessità, eleganza, indecenza oppure inappropriatezza di questi “graffiti”; è innegabile che questi hanno sempre rappresentato (solo per me?) simboli/segnali di protesta. Di ribellione. Di disappunto. Di una sorta di energia che volesse uscire (ripeto, forse non nella maniera più consona).

Di certo non mi hanno mai dato l’idea della resa. Non può essere così: scrivo sui muri per dire che mi sono rassegnato? Beh, tanto vale che me ne sto a casa a piangermi addosso.

Eppure i tempi sono cambiati, in tutto. Ora anche i graffiti (forse meno di una ventina di anni fa…) sono arte. E su questo non ho da ridire: fatto bene è assolutamente meglio un graffito di un muro bianco. Ora però anche “nell’arte da strada” traspare, purtroppo, una società che sta alzando le mani. Una società che subisce il futuro, non che lo vuole affrontare. Una società che si rassegna, non che brama il domani.

E c’è di peggio; i “graffiti” sono (ancora: solo per me?!) fonte di ispirazione da sempre. La gente li vede, i giovani li ammirano, i “writers” prendono spunto per replicarli. Peggio del peggio! Che facciamo mettiamo i nostri giovani sulla strada della resa? Piuttosto stiamo fermi.

Anche se inconsciamente anche io lascerei tutto come sta e mi appellerei ad un “così sia”, non voglio certo farne manifesto con il “rischio” che altri mi seguano e preferiscano la resa alla sfida (che di certo, ripeto, può essere espressa in maniera migliore che scrivendo sui muri).

Se non abbiamo intenzione di imbracciare le armi, almeno lasciamo puliti i muri.

WU

Anatocismo

L’anatocismo è un metodo di calcolo degli interessi (e fin qui tutto bene…) per cui gli interessi maturati secondo una certa periodicità maturano altri interessi (…???…), cioè sono sommati al capitale dato in prestito in modo tale da contribuire a maturare altri interessi nei periodi successivi (aspetta, aspetta… rileggiamo bene).

Vediamo di capirci un po’ di più.

Stiamo parlando della produzione (capitalizzazione, pare si dica parlando in “banchese”) di interessi da altri interessi a loro volta resi produttivi.

Ma attenzione… gli interessi da cui partiamo potrebbero benissimo essere scaduti o non pagati! Ciò nonostante contribuiscono alla base del capitale su cui calcolare gli interessi.
Vediamo di capirci ancora di più… la cosa è potenzialmente molto pericolosa. Abbiamo, infatti, cercato di mettere i puntini sulle i (i.e. una pezza):

L’anatocismo è contemplato dall’art. 1283 c.c. secondo cui gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, purché siano interessi dovuti da almeno sei mesi. Pertanto, il giudice potrà condannare al pagamento degli interessi su interessi nel caso in cui venga provato che, alla data della domanda giudiziale, erano già scaduti gli interessi principali.

Quindi: gli interessi sugli interessi scaduti si dovrebbero pagare solo a seguito di una domanda giudiziale e comunque solo se sono dovuti da almeno sei mesi… in barba alla capitalizzazione trimestrale degli interessi che invece le banche continuano a fare (e qui giù di giurisprudenza…).

In parole ancora più semplici (vediamo se ci riesco), il pagamento degli interessi sugli interessi (interessi composti) non sono autorizzati dalla legge sulle quote di debito (sia capitale che interessi) che non sono state regolarmente pagate a scadenza.

L’anatocismo è un reato. E’ l’equivalente civile del reato di usura, penale. A differenza dell’usura, comunque, le sanzioni per la pratica dell’anatocismo (istituto nato praticamente assieme al concetto di prestito ad interesse) sono molto più blande. Si tratta solitamente di dover restituire le somme indebitamente percepite con relativi interessi legali (tipicamente molto modesti). Non poteva essere diversamente essendo un reato tipico di istituti bancari…

Anatocismo: pericolo, spesso sottovalutato (solo perché meno “noto” dell’usura ed in mano alle banche), a cui si espone un debitore.

WU

PS. Secondo me è anche penalizzato dal suo stesso nome; di origine palesemente greca è la crasi della parola “usura” (non a caso) e “di nuovo”… più chiaro di così.

Attraverso le difficoltà

“Mi sembra di non andare da nessuna parte, Lloyd”

“Questo perché sta girando intorno ai problemi, sir”

“E come si spezza questo circolo, Lloyd?”

“Andando dritti per la propria strada, sir”

“Bisognerebbe riconoscere qual è…”

“Sir, ci son molte strade che si allontanano dalle difficoltà, ma solo una che le attraversa”

“Ed è la strada giusta?”

“Direi più la retta via, sir”

Come non prendere spunto da questo Lloyd…

Potrei approcciare il problema dal punto di vista della “incerta” situazione politica (anche se più che tale mi pare certissimo il fatto che giriamo attorno al problema di una fallace legge elettorale… fin troppo facile).

Potrei parlare della società che abbiamo (si, anche io e te, caro lettore) costruito che porta i giovani a fare quanto di peggio possa esistere, soprattutto per chi è nel pieno delle proprie forse per seminare: aver paura del futuro.

Potrei continuare con questi esempi che mi deprimono sempre di più, oppure potrei effettivamente essere uno dei precursori della via che “attraversa le difficoltà”. Più facile a dirsi che a farsi, più utile, incisivo, di impatto e di larga portata, a farsi.

Ora, ammesso che io (noi, tu, chi vi pare) siamo in grado di perseguire LA strada che attraversa le difficoltà (i.e. affronta il problema invece che girarci attorno) come possiamo fare a farci seguire? A camminare non sentendoci soli? A gettare le basi per non fare azioni dimostrative che muoiano nel nulla, ma per contribuire ad una forma mentis che ci migliori un po’ tutti?

Non ho LA risposta, ma sono certo che questa è LA domanda a cui rispondere per affrontare i problemi invece che far finta che non esistano, i.e. girarci attorno senza andare da nessuna parte. Una possibile risposta, senza nessuna pretesa che sia quella giusta/unica/definitiva, è che per affrontare i problemi serva umiltà (si, a volte si DEVE accettare di dover cambiare idea… altrimenti ogni confronto è solo uno scontro) e sacrificio (qui ci potete leggere lavoro, notti insonni, sbagli, cadute, e bla bla bla, ma la verità è che chi è disposto a sudare è ormai merce rara…). E queste cose vanno fatte, non chieste.

WU (a capo chino)

Ricerche su internet

… una delle perculate più intelligenti che possano venire in mente a noi figli di internet così abituati ad essere imboccati anche anche la più stupida ricerca sembra che sia uno sforzo.

Abbandonati i pesanti faldoni delle enciclopedie (chi di voi ne ha aperto un volume negli ultimi 5 anni?), e bypassato il vecchio libro di scuola siamo approdati a messere Google che risponde a tutto ciò che ci può venire in mente (e se non ci viene ce lo fa venire in mente lui…).

Praticamente ora ogni chiacchiera da bar può contenere una cazzata (o, elegantemente, un’inesattezza) per non più di qualche minuto, tempo richiesto per “googlare” la questione e leggere le prime righe restituite dall’intelligentissimo, onnisciente, Google.

Benissimo (si fa per dire), ma ormai anche questa routine ci apre scomoda, dal sapore di altri tempi, come se digitare quelle poche lettere nella barra di ricerca di Google (home page della quale confesso di averne sempre apprezzato l’assoluta assenza di pubblicità che di certo deve aver avuto negli anni un impatto non trascurabile nel bilancio dell’azienda) sia il corrispettivo moderno del prendere il faldone dalla polverosa libreria, identificare la pagina contenente il “mistero”, sfogliarlo fino alla voce cercata e finalmente “cibrasi” della fonte. Certa e verificata… almeno in quei casi, ma lasciamo perdere.

Ora siamo così pigri che ci pesa anche digitare. E qui domande a caso, richieste a terzi di aiuto, assistenti vocali, ricerche vocali e bla bla bla.

Prendiamoci quindi un po’ sanamente per i fondelli spiegandoci/ricordandoci come si fa a cercare qualcosa su Google senza dire “puoi fare una ricerca?”.

For all those people who find it more convenient to bother you with their question rather than search it for themselves.

Let Me Google That for You lo fa in maniera più che egregia (nell’esempio sotto con tanto di spiegazione su come funziona internet ed i motori di ricerca…).

http://lmgtfy.com/?iie=1&q=postils

Miracolo!

WU

PS. Con tanto di versione “fucking” qui…

http://www.lmfgtfy.com/?q=postils

Troncamento ed Elisione

Scusate se mi concedo questa divagazione puramente linguistica per (ri)attirare l’attenzione su una questione ciclica e ciclicamente dimenticata. Complici i touch o le testiere fisiche, il poco tempo (anche quando non necessario) che caratterizza l’epoca che viviamo, la necessità di semplificazione, l’ignoranza che impera, mi imbatto in ogni dove (compreso quando parlo/scrivo con me stesso) nell’incapacità di usare gli apostrofi.

Due cose preliminari. Gli apostrofi sono parte integrante della nostra lingua. Non possiamo scegliere se metterli o meno; sarebbe come saltare questa o qela letra (chiaro, no?!). Secondo punto, posso capire lo scrivere in velocità, l’errore di distrazione (il mio eterno tallone d’achille che tento di giustificare?) o la necessità di “risparmiare caratteri”, ma se la questione viene affrontata direttamente mi aspetto che almeno uno straccio di risposta il mio interlocutore lo abbia. Ovvero a domanda “ma qual è si scrive con o senza accento” vorrei/spererei/porca#**#*# che almeno la questione ce la fossimo posta (e magari di conseguenza posta anche a Mr. Google).

Ciò detto, esistono i troncamenti e le elisioni.

Troncamento è la soppressione della fine di una parola, che sia una consonante (raro), una vocale (spesso) o una sillaba (di solito). “Gran giorno” è il troncamento di “grande giorno”, “amor proprio” il troncamento di “amore proprio”, “bel tramonto” il troncamento di “bel tramonto” e via dicendo. I troncamento sono abbondanti nella nostra lingua, soprattutto con gli aggettivi e sono addirittura “obbligatori” (anche se questa parola mi fa sempre più sorridere, soprattutto in contesti linguistici) con gli aggettivi maschili “bello, buono, santo” se seguiti da un articolo tipo “il, un”.

Di regola il troncamento NON vuole l’apostrofo. Possiamo scrivercelo sotto la nostra password di Facebook!?

Poi esistono le elisioni (e fra l’altro l’etimo della parola latina ha il significato di ferita…) che sono la soppressione (la ferita) dell’ultima VOCALE di una parola se seguita da un’altra vocale. “lo amore” non si dice/scrive; “l’amore” suona meglio; idem per “lo amico”, “lo esercito”, e ce ne sono milioni. L’elisione è obbligatoria quando “lo” è seguito da una parla per vocale; facoltativa, ma molto frequente quando “la, una” sono seguiti da una parola per vocale” e facoltativa, ma molto rara quando “gli” sono seguiti da una parola per vocale “gl’indigeni”.

In questo caso segnaliamo la ferita alla parola che perde l’ultima vocale con un bel APOSTROFO. E’ obbligatorio.

Che è chiaro me lo immagino, che siamo in grado di farlo nostro ed usare automaticamente questa regola anche e soprattutto nel linguaggio quotidiano (che è quello che fa sopravvivere una lingua molto più di polverosi libroni accademici) ne dubito.

WU

PS. Tanto per completare il quadretto parliamo un momento dell’eccezione delle eccezioni: po’.

Diciamolo subito: si scrive con l’apostrofo anche se è un troncamento. E’ l’eccezione, appunto. Vi sono poche eccezioni come questa; in particolare l’apostrofo nel troncamento è obbligatorio solo se si verificano contemporaneamente due condizioni: la parola troncata risulta comunque finire per vocale e la vocale finale non richiede il raddoppiamento con la parola che segue.

Per farla breve:po’ per poco e mo’ per modo e poi basta, almeno nella maggior parte delle fesserie che diciamo/scriviamo nella nostra vita.

Chief Digital Officer

Ne avevamo proprio bisogno… Un’altra figura C-level mediamente inutile, ma certamente recepita come fondamentale di cui sentivamo la mancanza. Pare che ce ne siano ancora pochi in giro, pare che non sia un bene e pare che sia una figura che si sta diffondendo (… leggi: c’è margine per entrare sul mercato, se è questo lo scopo indipendentemente dal risultato che si vuole ottenere…).

Stiamo parlando di una nuova “figura professionale” (scusatemi un po’ di reticente scetticismo derivante da una lunga gavetta) che si sta affermando come conseguenza del fatto che le imprese vogliono dimostrare di essere vive. Dimostrare di essere presenti sul mercato, dinamiche, di saper fare marketing, trasmettere messaggi e magari dettare tendenze.

un vero e proprio manager della governance digitale con competenze che spaziano tra vari ambiti come management dell’impresa sociale, consumer service, project management, ICT, e-commerce e comunicazione multi-canale. Il campo d’azione è vasto, ma il CDO è per definizione un professionista in grado di collaborare con tutte le unità di business di un’azienda, creando un sistema che innovi ciò che già esiste.

Stiamo parlando di un ruolo che dovrebbe guidare il cambiamento digitale, ovvero gestire il cambiamento stesso, dato che se non sei presente su qualche social o semplicemente in rete rischi di essere facilmente catalogato come statico o peggio ancora morto e sepolto.

Dovrebbe essere la figura che fa da ponte fra il mercato online e quello offline, quello che rafforza le sinergie fra i vari canali di vendita, che ottimizza la presenza dell’azienda e la sua pubblicità. (Poi se volete continuo ad impilare buzz words a caso…). Non a caso le aziende più interessate a questo profilo sono quelle che lavorano su modelli ibridi e omni-canale, abbinando l’e-commerce alle attività del negozio fisico.

CDO.png

Ovviamente, neanche a dirlo, investire su queste figure è una scelta strategica delle aziende (che possono permetterselo e non che vorrebbero permetterselo…) che praticamente è come se stessero siglando un contratto con la loro evoluzione digitale. Di solito riportano al Chief Marketing Officer (e dai…) oppure direttamente al CEO (che tanto non ha di meglio a cui pensare).

Background richiesto? Responsabilità in progetti di e-commerce, di gestione in aziende digitali, di business on-line e cose del genere.

In Italia? Ovviamente non possiamo non accordarci questi trend così ghiotti. Le imprese medie e grandi si stanno già muovendo in questa direzione e la figura del CDO (che a sua volta è letta come l’evoluzione della -già fondamentale…- figura del CIO, Chief information officer) si sta diffondendo a macchia di leopardo. Ovvero non c’è un mercato ancora specifico ed anche l’esperienza richiesta è molto rara, per cui è possibile trovare sbocchi in questi ruoli anche con esperienze piuttosto limitate.

Beh, ora mi candido io; ho venduto un po’ di cosette su e-bay e trattato in lunghe nottate su AliBaBa, spero sia sufficiente.

WU

PS. Non voglio sostenere a priori che tali figure siano inutili (anche se l’impressione è molto forte; è tutta roba che un buon reparto di marketing è assolutamente in grado di fare), solo che ho la fortissima impressione che siano un aggiunta a ruoli che mancano. Non ho mai visto un revival della figura dell’idraulico (ad esempio), ma vedo spuntare questi innovativi profili professionali. Possono si beneficiare di una nuova cultura digitale, ma sono costi indiretti (e spesso improduttivi) per un’azienda che deve comunque puntare almeno in parallelo (se non prima!)con l’inclusione nel proprio organico di queste figure (che non sono certo a costo zero, anzi…) con l’incremento e la valorizzazione delle maestranze e capacità tecniche, troppo spesso mortificate a scapito di questi nuovo C-qualcosa.

PPSS. Stipendi medi fra i 50.000 e gli 80.000 euri annui e -immancabili- tanto di master dedicati. E’ veramente il nuovo business; è inutile continuare a fare gli idealisti…