Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

Nudging

Una spintarella, un pungolo, un incitamento gentile. Non un annuncio plateale, non una imposizione, non un divieto. Un modo di invogliare le persone (una folla o un singolo) a fare qualcosa senza essere troppo perentori, ma guidando in qualche modo la scelta, magari semplicemente cambiando il modo in cui una domanda viene posta, una opzione pubblicizzata oppure un divieto espresso. Un prenderci per i fondelli in maniera garbata (ma finché funziona sulla psiche umana non ho da obiettare).

La premessa psicologica è che ogni nostra scelta avviene in un contesto. Il conteso è il contorno, il nostro modo di interpretarlo una bias inconscio. Scegliamo spesso (beh, diciamo quando ci sentiamo veramente liberi di farlo) l’opzione con meno rischi, magari quella scelta dai più, magari quella che rafforza nostre profonde convinzioni. Un canale del genere può essere prontamente sfruttato (marketing, ma a che politica, ahimè)… o utilizzato (economia o psicologia).

Non è un caso se le caramelle stanno alle casse prima di uscire dal supermercato, non è un caso se i prodotti in offerta stanno nella corsia centrale. Non è casuale la disposizione dei libri nelle librerie. Negli orinatoi maschili è stata disegnata una mosca per “invogliare” a centrare il vaso. Questo studio ha provato semplicemente a raddoppiare le opzioni vegetariane in un menù della mensa per verificare come i giovani fossero in qualche modo “invogliati” a consumare meno carne… eppure nessuno glielo aveva detto, nemmeno di esser parte di un esperimento. E la lista potrebbe essere ancora lunga…

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L’approccio del silenzio-assenso è un po’ una estremizzazione del nudging: se non fai/dici nulla assumo che tu sia d’accordo. In molti paesi europei è stata utilizzato questo approccio per la donazione degli organi; “magicamente” la percentuale di donatori è aumentata considerevolmente soprattutto rispetto a quei paesi in cui devi esplicitamente dire se sei donatore. In Italia, abbiamo fatto una via di mezzo, un nudging un po’ più gentile: devi comunque dichiarare esplicitamente il tuo status di donatore, ma gli addetti comunali sono obbligati a ricordartelo in sede di rinnovo della carta di identità. Ti invoglio semplicemente sfruttando l’occasione che tu sia già qui per altro. Risultato: adesioni alla donazione degli organi quasi raddoppiate.

Con un po’ di “sano” (e quale è il confine?) nudging, è possibile alterare il comportamento delle persone per indirizzarle verso una scelta desiderata. Facendo leva su percorsi mentali inconsci e precostituiti, routine, abitudini, andiamo ad influire gentilmente su alcune decisioni “da fuori” impedendo, se possibile, una valutazione accurata ed obiettiva delle alternative a disposizione.

Poi ci sono gli estremi (cosa che guardo sempre con timore): le scelte di proposito controcorrente, magari per sperare di affermare la nostra libertà o individualità oppure le scelte che vediamo come forzate e quindi non vi dedichiamo alcun genere di riflessione.

Aggiungo anche che forse il solo nudging, dato che si basa pesantemente sull’indole e sul “libero arbitrio” (o la cosa ad esso più prossima) dell’individuo, può non essere bastevole a cambiare comportamenti ed abitudini consolidate. Ogni cambiamento richiede sforzo e lavoro, non sono certo che il nudging sia da solo sufficiente a farci vincere la nostra innata pigrizia (e dare il giusto valore alle scelte che stiamo facendo!).

WU

PS. Un approccio che non so fare un granché bene, ma sul quale credo valga decisamente la pena lavorare.

Devo anche confessare che quando ci penso un pochino mi sento osservato, comandato, controllato, quasi usato… un po’ inquietante.

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

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Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU

Carta di Santità

Lasciamo un attimo perdere l’aspetto blasfemo (per chi lo vede) e focalizziamo l’attenzione su quello provocatorio.

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Su alcuni punti, credo, non ci fossero dubbi (se non altro per storiche convenzioni… o convenzioni storiche): luogo e data di nascita, figlio di, stato civile ad esempio. Ma altri “dettagli” sono soltanto da desumersi dal “ruolo”? Tipo occhi “pieni di luce”, capelli “divini” e statura “alta”… bah… E poi residenza, professione e segni particolari? Mi pare che siano più che altro questi gli aspetti “blasfemi” della faccenda.

Per l’impronta “a sacra sindone” e la firma di San Pietro ci posso anche stare (ed un sorriso, confesso, me lo hanno strappato).

La carta d’identità in questione è stata rilasciata da Radio Maria (!) per mezzo dei suoi canali social (eh si, per chi non lo sapesse anche le sante attività sono social…). Diciamo che è quanto meno discutibile, ma la cosa che non capisco proprio è come la santa emittente possa prendersela con gli utenti che commentano in maniera irriverente la “provocazione”.

E’ chiaro che se vedo una cosa del genere mi metto a fare battutine il cui grado di eleganza (o blasfemia) poi dipende dal mio animo/momento/gradi di eleganza/etc. Una volta lanciato il sasso (e non proprio un sassolino) poi si prende quel che viene… altrimenti, mi verrebbe da dire a che serve? E radio Maria dovrebbe essere l’unica a “divertirsi”?

I commenti vanno dal tipo di shampoo da usare, al codice fiscale dell’interessato al violazioni di privacy, a richiesta di patente nautica per chi cammina sulle acque, e simpatie del genere. Che di per se non sarebbero neanche male, ma che capisco perfettamente che possano urtare sensibilità troppo spiccate riguardo il soggetto.

Da credente, non particolarmente fervido, mi domando se non sia io troppo ligio a “non nominare il nome di Dio invano”. Diciamo che se l’iniziativa doveva farci ricordare chi fosse Gesù (qualora ce ne fosse bisogno) ha centrato l’obiettivo, ogni altro scopo è stato mancato, IMHO. E sarei anche curioso di sapere la reazione dell’emittente (e di chi le sta dietro) se la carta di identità fosse stata “messa da un altro ente”…

WU

PS. Ma oggi, il suddetto, sarebbe considerato formalmente un migrante? E poi non nacque in Giudea piuttosto che in Palestina?

Europa + Africa = Atlantropa

Correva l’anno 1927. La grande depressione del ’29 era alle porte (si, qualche segnale c’era), la Prima Guerra Mondiale era alle spalle e vi era rinnovata fiducia soprattutto nelle idee ingegneristiche. Un ottimismo tecnico che faceva da volano ad una economia vacillante, direi.

In questo contesto viveva Herman Sörgel, architetto e filosofo, una fantastica ed inusitata crasi, anche per quei tempi. Fra le varie idee che coltivava Sörgel ve n’era una che ha lasciato una traccia nella storia e, per fortuna, non sul nostro pianeta.

Arrestare l’afflusso di acqua al mar Mediterraneo ed abbassare il livello delle acque  (beh, tecnicamente… di nuovo, dato che vi sono prove geologiche a supporto del fatto che in passato, e non parlo di secoli ma di millenni, di anni fa il “nostro mare” era effettivamente asciutto, ma questa è un’altra storia).

Una cosetta da nulla che avrebbe unito l’Africa e l’Europa in un solo continente. Sarebbe stato sufficiente chiudere lo Stretto di Gibilterra in maniera che l’evaporazione naturale del mare lo avrebbe fatto prosciugare. Nel giro di circa 60 anni, secondo i conti di Sörgel, le acque del Mediterraneo si sarebbero abbassate di circa 150 metri e sarebbero di conseguenza emersi circa 600.000 chilometri quadrati di nuove terre.

Genova, Messina e Napoli sarebbero divenute cittadine dell’entroterra, la Sicilia sarebbe divenuta ovviamente parte del continente, Sardegna e Corsica si sarebbero fuse in una sola grande isola e Venezia sarebbe stata automaticamente messa al riparo dai pericoli del Mediterraneo (se volevamo preservarne la bellezza, pensava sempre Sörgel, saremmo stati sempre in tempo a fare una laguna artificiale ad-hoc… semplice, no?).

Per chiudere lo stretto sarebbe stato necessario abbattere una catena montuosa in Spagna (beh, si avrebbe distrutto anche qualche città e qualche villaggio, ma si sa… in nome del progresso…), trasportare le rocce in un punto preciso dello stretto ed utilizzarle come base per una mega-diga di 35 km. Questa era la diga principale, ma per realizzare il progetto erano necessarie anche altre dighe “minori” tra la Sicilia e la Tunisia, nel canale di Suez e nel Bosforo (ah, questo Mediterraneo che non se ne sta bello gingillato…).

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Un progetto del genere avrebbe creato milioni di posti di lavoro (rilanciando l’economia di tutta l’Europa!) per qualcosa come 150 anni (10 anni solo per la diga di Gibilterra) ed avrebbe avuto un ulteriore incredibile vantaggio.

Sörgel, infatti, teorizzo e “calcolò” che tutto questo sistema di dighe poteva essere sfruttato come delle colossali centrali idroelettriche; tramite gradini, dislivelli e cascate d’acqua vi sarebbe stata energia abbondante per tutto il nuovo continente (50.000 MW che avrebbe dovuto produrre la sola centrale sullo stretto di Gibilterra). In teoria centrali idroelettriche del genere sarebbero state fattibili con le conoscenze tecnologiche dell’epoca, anche se richiedevano opere titaniche.

L’economia Europea avrebbe avuto solo benefici ed anche l’Africa (il continente dei neGri da colonizzare dal Bianco invasore!) sarebbe stata forzatamente industrializzata. Ah, un ponte fra Sicilia e nord Africa completava la visione… il ponte sullo stretto è solo un piccolo cavalcavia a confronto.

Qualche aspetto negativo lo stesso Sörgel lo aveva identificato: il ritiro del mare avrebbe portato alla luce ingenti quantità di sale… un problemino per qualsiasi tipo di coltivazione; il prosciugamento di un mare avrebbe accelerato la desertificazione e generato catastrofi mondiali… al limite addirittura una nuova era glaciale nel nord Europa.

Ma il progresso doveva andare avanti (vi ricorda, seppure in maniera più plateale, qualcosa che stiamo vivendo?). Sörgel sperava che tutta l’Europa (lo si potrebbe definire un europeista ante litteram… in un epoca in cui ancora comandava il Fuhrer che non gradiva troppo la cosa) potesse finalmente collaborare e che il progresso generato da questo mega-fanta-progetto potesse in qualche modo far digerire all’umanità intera gli effetti collaterali dell’opera. Avrebbe creato ricchezza, occupazione, futuro, progresso, cosa potevano volere di più!

Il tutto finì (meno male) con un nulla di fatto; Sörgel venne investito da un’auto pirata, mai identificata, su un rettilineo nel Natale del 1952 ed il suo istituto (fondato alla fine della WWII con il compito di diffondere le idee del suo ideatore) venne chiuso 8 anni dopo la sua morte, nel 1960.

Amen, almeno per ora.

WU

PS. Mi ricorda tanto quest’altro delirio qua.

PPSS. Ho sempre ammirato i visionari (o i matti, se preferite) di qualunque epoca. Indipendentemente dal genere di idee che partoriscono…

Il silenzio dei colpevoli – un’istantanea italiana

Momento pesantezza. Scusate, in anticipo, ma questa (triste) storia la devo proprio raccontare (profondamente diversa da quest’altra). La cosa è stata fatta da penne (fra cui un ottimo articolo di Cardone su Il fatto quotidiano) e bocche certamente migliori e più autorevoli del sottoscritto, ma è un esempio di come in questo paese non si rema tutti nella stessa direzione. E non vorrei, inoltre, che rimanesse confinata agli addetti ai lavori (quali?). Sono certo che di casi del genere abbondiamo entro i confini nazionali (forse anche fuori, ma permettetemi di dare precedenza alla speranza di risolvere prima i problemi “nel nostro piatto”).

Sono passati ormai due anni da quando l’agenzia di consulenza Deloitte ha condotto la sua due diligence sulla gestione del CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali) di Capua negli anni fra il 2011 ed il 2016 in cui è stata osservata una gestione quanto meno opaca (sempre, immagino, seguendo la regola “innocente fino a prova contraria”…).

La due diligence Deloitte ha identificato negli anni in questione una gestione anomala dei conti economici del centro con costi del personale e delle consulenze esterne lievitati a fronte di un taglio della manutenzione. Ah, il CIRA è tutt’ora considerato l’ente pubblico che paga meglio… La mancanza di manutenzione ha causato ovviamente danni, dice sempre la Deloitte (che non ha fatto certo il lavoro gratuitamente, a sua volta), alle attrezzature all’avanguardia del centro che sarebbe dovuta essere la punta di diamante della ricerca in Italia. Gli impianti sono, ovviamente, di proprietà dello stato italiano ed ora si parla di “investimenti” di venti milioni (!) per rimetterli in funzione propriamente.

I reati ipotizzati (la Deloitte non è una società di consulenza legale) sono: corruzione, abuso d’ufficio, concussione, reati societari, riciclaggio, truffa ai danni dello Stato, reati ambientali, sfruttamento del lavoro, delitti di criminalità organizzata, basta? No, la Deloitte ha fatto anche i nomi dei soggetti nei confronti dei quali siano emersi potenziali coinvolgimenti nelle vicende di interesse. Ometto la lista (26 nomi tutti ben noti nel panorama spaziale italiano e tutti ancora direttori generali o dirigenti, al CIRA o altrove… ASI inclusa). Ed è proprio nei confronti di questi soggetti che è stato richiesto di produrre delle lettere di interruzione cautelativa della prescrizione così da poter trasmettere la due diligence all’assemblea dei soci, che a sua volta doveva decidere se avviare o meno eventuali azioni di natura legale.

L’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) è socio di maggioranza del CIRA e sta chiedendo formalmente e ripetutamente che il CIRA esegua le azioni emerse a suo carico. Che nel caso specifico sono (solo, per il momento) quelle di inviare le lettere di interruzione della prescrizione ai soggetti identificati che ricoprivano ruoli di comando nel periodo 2011-2016.

Il documento prodotto della Deloitte è comunque un rapporto tecnico e le considerazioni di natura giuridica dei soggetti identificati devono “essere accertati nell’ambito di più ampie valutazioni legali”. Ora, per far partire queste “ampie valutazioni legali” la primissima cosa da fare è assicurare l’interruzione della prescrizione attraverso l’invio delle opportune lettere. Lettere mai scritte e mai inviate. E sono passati tre anni.

L’ASI ha continuato a chiedere, in un crescendo di pressing, evidenza dell’invio di queste lettere ed il risultato è solo un puro, semplice, assordante silenzio.

Constatando la mancanza di fatti concreti e qualunque forma di risposta (certamente anche dovuti ai cambi ai vertici sia dell’ASI che del CIRA…) lo scorso 11 settembre l’ASI ha mandato una nuova, durissima lettera al “numero uno” del CIRA e agli altri quindici soci privati del centro di ricerca.

Il testo è più o meno: “Prendo atto con rammarico che il CIRA, nonostante il tempo trascorso e le ripetute richieste in tal senso formulate dal socio di maggioranza, non abbia ancora provveduto all’invio degli atti di messa in mora necessari alla interruzione della prescrizione né abbia posto in essere alcuna azione finalizzata al completamento del quadro giuridico e documentale necessario all’accertamento di eventuali danni e connesse responsabilità”. A cui segue una breve cronistoria dei vari solleciti (molti, ripeto da ex dirigenti ad ex dirigenti…che hanno cambiato poltrona con la fedina pulita…).

In sostanza l’ASI ha continuato ad insistere affinché il CIRA si adoperasse “mettendo in mora tutti gli amministratori potenzialmente responsabili dei danni connessi alle circostanze oggetto della Due Diligence, al fine di interrompere la prescrizione nei loro confronti e di salvaguardare il diritto di azione in capo ai Soci ex art. 2393 cod.civ.”.

A cui è seguito un ulteriore silenzio. Immancabile.

All’ennesima richiesta ASI ha fatto coro il sollecito degli altri soci privati (aziende del calibro di Thales e Leonardo, tanto per capirci…) che chiedono al CIRA di agire e porre in essere i necessari e non più rinviabili atti di interruzione della prescrizione.

Eravamo alla fine dello scorso mese, la scadenza era data per il 20 settembre. La settimana successiva le lettere, se scritte, erano ancora in qualche cassetto del CIRA. Appunto.

Ah, ovviamente a richiesta esplicita questi “dirigenti” non rilasciano alcuna dichiarazione, come natura vuole.

WU

PS. Io ho scritto questo post con questa colonna sonora qua (in particolare il pezzo:

quel naso triste come una salita
quegli occhi allegri da italiano in gita
e i francesi ci rispettano
che le balle ancora gli girano
e tu mi fai dobbiamo andare al cine…
…e vai al cine vacci tu

Il cesso trafugato

… ve lo ricordare questo? Uno dei cessi più affascinanti a cui mi capita tutt’ora di pensare. Ovviamente quando ne uso uno “normale” e non di certo quando posso liberamente espletare… ma questa è un’altra storia.

Il cesso in questione è “America”, opera d’arte di Cattelan: 103 chilogrammi di oro per 5 milioni di valore. Ammettiamo che, arte e cesso a parte, almeno economicamente è un oggetto che farebbe gola a parecchi.

Ed infatti il water è stato recentemente rubato!

L’installazione era effettivamente un cesso funzionante installato nella residenza natale di Churchill. Il furto è stato una performance in piena regola: ladri che entrano “di forza” sfondando il cancello, water divelto di forza, lanciato dalla finestra (non deve essere stato leggerissimo…), raccolto di peso dal cortile, caricato nel furgone e fuga. Da manuale e senza troppa fantasia.

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Le indagini, sia quelle ufficiali e certamente anche quelle ufficiose, sono tutt’ora in corso. Un uomo che era stato trattenuto e che era al momento il maggiore indiziato, nonché l’unico, è stato rilasciato. Più di cento chili di oro, 5 milioni di valore (in questo periodo che la quotazione dell’ora sta anche salendo…) letteralmente svaniti nel nulla.

Fra le ipotesi di colpevolezza si è anche puntato il dito sullo stesso Cattelan, non nuovo a bravate del genere. L’artista stesso, tuttavia, smentisce tali voci confermando però la sua stima nei ladri ed invitandoli ad usare, e non fondere, il dorato cesso.

Non posso celare una velata invidia, sia per l’oggetto che per il furto.

WU

I tre setacci

Vi racconto la storiella, poi vi dico il soggetto (anche se è forse più o meno facilmente deducibile). Il frangente che mi ha fatto venire in mente questa storia (lavorativo; un lungo, prolisso, inutile, scambio di mail con un escalation di frasi fra l’inutile, il falso ed il cattivo) ve lo risparmio.

Un giorno venne qualcuno a trovarlo, e gli disse:

“Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?”

“Prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.”

“I tre setacci?”

“Certo. Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci.”

“Hai verificato se quello che mi dirai è vero?”

“No, ne ho solo sentito parlare.”

“Molto bene. Quindi non sai se è la verità. Continuiamo col secondo setaccio, quello della bontà. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?”

“Ah no! Al contrario.”

“Dunque, vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere.”

“Forse puoi ancora passare il test. È utile che io sappia cosa mi avrebbe fatto questo amico?”

“No, davvero.”

“Allora, se ciò che volevi raccontarmi non è né vero, né buono, né utile, io preferisco non saperlo. Consiglio anche a te di dimenticarlo”.

Il primo setaccio è la verità. Il secondo setaccio è la bontà. Il terzo setaccio è l’utilità.

Se ci ricordassimo di questi setacci (rigorosamente in questo ordine, dato che sono certo già al primo setaccio più della metà delle cose che diciamo, e ci diciamo, ogni giorni si fermerebbero) quando apriamo bocca, o quando ascoltiamo eviteremmo facilmente il proliferare di false notizie, bufale, immotivate voci, e via dicendo.

Ma eviteremmo anche riunioni, discorsi, lunghi ed infondati post/chat, etc. Eviteremmo il propagarsi dell’odio (mette qui un aggettivo a caso: razziale, religioso, etc.) e faremmo anche a meno di covare ed elaborare risposte ed idee (o ideologie?) che certamente non si scostano poi troppo dalla “notizia” di partenza.

Nulla di nuovo, ma un remind (mi) fa sempre piacere; se non altro per tacere una volta di più.

WU

PS. Il saggio in questione, ca va sans dire, è Socrate.

Ecco a voi… i Raggi N

René Blondlot era un professore all’Università di Nancy (oltre che membro di una serie di Academie, tipo l’Académie des Sciences). Era il 1903 quando a suo nome uscì su una rinomata rivista scientifica un articolo in cui illustrava la sua ultima scoperta. Un nuovo tipo di radiazioni, i raggi N.

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Parliamo di un periodo, l’inizio dello scorso secolo, in cui la radioattività la faceva da padrona: i raggi X erano stati scoperti meno di un decennio prima ed evidenza di radiazioni alfa, beta, gamma saltavano fuori da ogni dove. Si viveva, quindi, in un periodo in cui il nervo su nuovi possibili tipi di radiazioni era più che scoperto.

Blondlot, studiando i raggi X (più precisamente utilizzando la macchina di Röntgen al fine di scoprirne il funzionamento) notò delle anomalie luminose, per lui spiegabili solo attribuendole ad un nuovo tipo di radiazioni, i Raggi N (molto più potenti dei Raggi X!). In men che non si dica, l’osservazione divenne scoperta, la scoperta articolo e l’articolo pubblicazione.

Blondlot, di certo non l’ultimo pellegrino in tema di radiazioni, perfezionò i sistemi per rilevare ed addirittura produrre i “suoi” Raggi N. Eliminò accuratamente possibili fonti di interazioni e disturbi esterni per essere sicuro di vedere solo i raggi cercati. Blondlot scoprì che i Raggi N sono emessi da metalli riscaldati e da parecchie fonti naturali, fra cui il nostro sole.

I Raggi N potevano attraversare spesse lastre di metallo e corpi in generale opachi alla luce visibile (che a sua volta pareva interagire con i Raggi N). Acqua e cristalli di salgemma, al contrario, li assorbivano.

A partire dalle pubblicazioni e dagli esperimenti di Blondlot, la scoperta (ed il giusto entusiasmo per essa) di diffuse velocemente a tutto il mondo scientifico fino a raggiungere Charpentier, fisico-medico anch’esso di rinomata credibilità, che scoprì l’emissione di Raggi N anche da parte di nervi e muscoli, umani. Ah, l’emissione permaneva anche post-mortem. La scoperta poteva dunque essere usata per scopi medico-legali e diagnostici.

Perché fermarsi: i Raggi N potevano essere immagazzinati. Ed in maniera piuttosto semplice, bastava un semplice mattone avvolto in un foglio di carta nera ed esposto al sole. I Raggi N emessi dal sole, riemessi da mattone rimaneva intrappolati dalla superficie nera della carta.

Nel 1905 arrivò quel guastafeste di Robert W. Wood, professore di fisica alla John Hopkins University. Indovinate cosa voleva fare il signor Wood? Beh, riprodurre gli esperimenti di Blondlot & Co. Indovinate l’esito? Non ci riuscì. Consolato, si fa per dire, dall’insuccesso dei suoi colleghi d’oltreoceano, decise quindi di recarsi a Nancy per vedere i laboratori che avevano dato la luce ai Raggi N… ed imparare qualcosa (si, nella Academia vera, non ci si approccia con scetticismo/arroganza ma con Umiltà).

Blondlot ripropose al collega l’esperimento originario in cui Wood, tuttavia, non notò alcuna variazione di luminosità (le famose anomalie luminose) che avevano fatto gridare Blondlot alla scoperta. La campagna sperimentale proseguì; Blondlot intendeva misurare e far vedere al collega la deviazione subita da un fascio di Raggi N incidenti su un prisma di alluminio. L’apparato sperimentale prevedeva un prisma di alluminio (ovviamente), un sistema di focalizzazione ed uno schermo fluorescente che fungeva da rivelatore dei raggi N (quelli deflessi). Il team di Blondlot voleva dimostrare quattro differenti posizioni nella deflessione, ovvero quattro differenti lunghezze d’onda dei Raggi N. Anche in questo caso, tuttavia, Wood, non notò i risultati che Blondlot ed il suo team volevano fargli vedere.

A questo punto Wood chiese semplicemente di ripetere l’esperimento. Non visto rimosse il prisma di alluminio dall’apparato sperimentale. Inutile dire che i suoi colleghi non fecero altro che notare le stesse cose e confermare i risultati del precedente esperimento.

Wood lasciò Nancy.

Rientrato in patria pubblicò un resoconto circa ciò che aveva visto durante il suo soggiorno a Nancy, e soprattutto ciò che NON aveva visto. I Raggi N, sostenne, esistevano solo nella mente dei suoi scopritori i quali, certamente in buona fede, si erano fatti forse trascinare troppo dall’entusiasmo del periodo per le emissioni radioattive fino a voler vedere ad occhio nudo tenui (se esistenti) variazioni di luminosità che avevano evidentemente una natura assolutamente casuale. Si erano autoconviti di una grande scoperta in preda all’entusiasmo ed avevano voluto vedere (e trasmesso!) una ripetibilità delle osservazioni che non aveva attecchito in una mente “esterna”.

I sostenitori dei Raggi N, anche dopo lo smacco, giocarono le loro ultime carte. Per osservarli serviva parecchia sensibilità (tipica, sostennero, soprattutto delle razze latine). E questo è evidentemente indice che il castello era crollato.

Blondlot rifiutò di sottoporsi ad un esperimento pubblico e decisivo per provare l’esistenza o meno dei Raggi N (ulteriore indicatore che qualcosa che anche a lui non tornasse… ma evidentemente preferiva non subire “pubblica gogna”). Blondlot morì nella sua Nancy nel 1930.

Non è una storia di frodi o menzogne, è una storia di forti convinzioni che portano a distorcere le evidenze del metodo scientifico. Non erano gli anni in cui con scoperte del genere di odorava un business milionario; oggi si. All’autoconvinzione tende ad aggiungersi la truffa (io dell’E-Cat, pro cause, non ho mai parlato).

WU

PS. Ah, Raggi N, da Nancy, ovviamente.