Il cerchio, dal passato

Questo è per il ciclo di “lettere dal passato”.

Il me stesso, di ben quattro anni fa, su questo blog, vaneggiava di un cerchio. Oggi, a distanza di quattro anni ho visto per caso questo post e mi sono soffermato sulla stessa domanda: mi pare ancora un cerchio? più di prima?

No, dico io, a parte che può o non può parere (io personalmente ho risposto di no), ma mi volete davvero convincere che ora ne sapete più su di me?

Se vi sembra un cerchio allora siete più liberali, avete una personalità aperta, siete quindi favorevoli ai matrimoni omo, alla legalizzazione delle droghe leggere e via dicendo.

Se invece siete come me convinti che sia una specie di patata stilizzata, ma di certo non un cerchio allora siete conservatori, tendenzialmente nazionalisti, contro gli immigrati e bla bla bla.

Allora, premetto che penso ancora (ed ora che vogliamo dire, che sono addirittura coerente?!) che giudicare la personalità e l’apertura mentale di una personalità dalla visione di un simil-cerchio mi pare un passo troppo grande.

Devo però ammettere che forse forse, “incantandomi” un po’ sull’immagine effettivamente mi pare abbastanza circolare (e nella sua versione piccola ancora di più…).

Anni fa chiudevo dicendo “ribadisco che le basi scientifiche saranno di certo solide, ma io in questa descrizione non mi ci rivedo; evidentemente devo cambiare per adeguarmici”… che sia effettivamente cambiato?

Non mi reputo più liberale, ma so di non poter essere troppo obiettivo a riguardo (anzi, se dovessi anche sbilanciarmi sui recenti avvenimenti socio-politici -Bibbiano?!- lo sarei ancora meno…), ma se lo dice il cerchio…

WU

PS. A dire tutta la vera verità non sono incappato in questo post per caso, ma il fatto che nelle statistiche odierne qualche matto avesse visto questo post mi ha in qualche modo colpito spingendomi a rileggere il post e rifarmi le stesse domande. Chissà se è tutto un caso, mi piace ovviamente fantasticare.

Platinum Level Promotions – warning!

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma evidentemente non grandi paghe (e d’altra parte ad un supereroe a che servono…).

Il datore di lavoro che non trova dipendenti (spesso per motivi economici, ma questo le notizione spesso lo omettono), head hunter che offre mansioni “di rilevo” (spesso con paghe minori dell’impiego attuale), il responsabile che cerca un malcapitato a cui assegnare una “promozione” (salvo poi verificare nei dettagli che si tratta solo di extra lavoro) sono esempi che ogni dipendente ha vissuto sulla pua pelle di come toccare il discorso dell’inquadramento economico in una azienda è ancora (ahimè) un taboo.

Non lavoriamo (in teoria) solo per soldi, ma sono questi di certo una parte del lavoro. Non continuiamo ad illuderci (ed eventualmente illudere chi di competenza) che siamo degli stacanovisti dediti all’azienda in cambio di nulla. Un progresso di carriera, di mansioni, di responsabilità (o anche semplicemente uno straordinario o un extra-lavoro) sono si fattibili, ma non sistematicamente in maniera gratuita.

Mi ricordano un po’ quelle offerte da supermercato: “prendi due mansioni al prezzo di una”, “nove ore al prezzo di otto” oppure (tanto la direzione è quella…) facciamo direttamente “due dipendenti al prezzo di uno”?

Sentire una cosa propria da certamente una dedizione diversa alla mansione specifica ed anche una “percezione alterata” degli aspetti economici; non è un caso se, almeno agli inizi, i “CEO delle start-up” abbiano remunerazioni miserrime. Ma sono ovviamente sacrifici limitati nel tempo che sono un po’ il seminare per raccogliere risultati in prospettiva. La stessa cosa è, sempre teoricamente (almeno in Italia…), fattibile anche per i dipendenti delle aziende… ma gli incentivi, per far sentire in questo caso il dipendente parte della macchina aziendale, passano anche (inutile e deleterio da nascondere) dagli aspetti economici.

Quante insidie si nascondo oggi sotto la parola “promozione”. Facciamo attenzione, tutti, quando la sentiamo e quando la diciamo.

WU

PS. Il tutto, ovviamente, scatenato da questo notevole Dilbert di qualche giorno fa. Anzi, in relazione alla striscia mi viene da chiedermi se i “platinum level engineers” esistano veramente o siano della categoria degli invisibili unicorni rosa

Mostri di grasso, figli nostri

Sembra il nome d un cattivo di Spiderman, ed effettivamente se li antropomorfizziamo un po’, con una maschera ed un mantello il ruolo di cattivo spaventoso lo ricoprirebbero perfettamente.

Sto parlando dei Fatberg. nome mutuato, con grande fantasia, da quello degli iceberg (berg fra l’altro credo sia “montagna” in tedesco) solo che non sono fatti di ghiaccio bensì di … grasso. I Fatberg sono infatti quegli ammassi mostruosi che vivono (e crescono!) nella pancia (per non usare altri organi meno nobili per la metafora) delle nostre città.

caused by a combination of cooking fats, grease and other items such as wet wipes. Our sewer systems are only designed for water, toilet paper and human waste to flow through and not the increasing volume of fat and other items such as wet wipes

Sono creature figlie della nostra società. E parliamo di agglomerati di ghiaccio di decine di tonnellate. Quest’anno nella sola Londra ne sono stati rimossi due: uno di 63 tonnellate ed l’altro di “sole” 30. Il record è di un Fatberg di ben 400 tonnellate trovato (e solo parzialmente rimosso) nella città di Liverpool (una domanda mi nasce spontanea: come facciamo a stimarne il peso?).

Sono veri e propri mostri che crescono unendo in cumuli immondi grasso e liquami vari a tutti gli oggetti di scarto che finiscono, volenti o nolenti, nelle nostre fogne. Inutile dire che a parte l’aspetto scenografico i mostri in questione sono una seria minaccia ai sistemi fognari di mezzo mondo e vanno quindi opportunamente rimossi (un lavoro da supereroi, appunto).

La rimozione è tutt’altro che semplice e spesso parte dal principio che il mostro deve essere diviso in più parti per essere sconfitto. Vi sono dei super-sommozzatori che fanno questo di lavoro (mi verrebbe da dire che è una specie di business del nuovo millennio auto-alimentato da una società opulenta destinata a perire sotto il suo grasso… ma forse esagero). I super-sommozzatori sono anche aiutati da speciali robot che affrontano il cattivo (come una armatura stile Ironman) armati di “pistole ad acqua”. Ma l’acqua è un getto ad altissima pressione che taglia, letteralmente, a pezzi il mostro di grasso.

Ci piace visualizzarli come mostri da combattere, ma mi pare siano un’ottima incarnazione (è proprio il caso di dirlo…) di come il nostro spreco finirà per ritorcesi contro e ci conferma che tutto quello che sprechiamo è pagato due volte, almeno. Ritengo che sottolineare gli aspetti economici di questi fenomeni sia il miglior modo di “sensibilizzare l’opinione pubblica”. Se ora scrivessi “prevenire è meglio che curare” mi sentirei inutilmente monotono e lapalissiano…

WU

Tempi duri per Babbo Natale

… senza voler demonizzare le nuove tecnologie, ma se i nostri bambini oggi sono un po’ più tristi di come eravamo noi alla loro età, un po’ di colpa ce l’abbiamo anche noi e quel satanasso di internet (:D).

Il titolo acchiappaclick sarebbe qualcosa tipo “Google sta rovinando il natale”; “Migliaia di bambini tristi per colpa della rete” oppure “Babbo Natale ucciso da internet”. La notizia è che oggi, epoca in cui si cerca di tutto e di più in rete e ci si fida più di qualche post online che di chi si ha difronte, si cercano prove o conferme dell’esistenza di Babbo Natale su internet.

I “richiedenti informazioni” sono ovviamente i nostri bambini (… che, neanche a dirlo, hanno accesso ad internet ed a tutta la mola di informazioni che contiene… se poi sono in grado di discernere o semplicemente di sopportarle tutte è una questione, ahimè, di secondo piano).

Esiste un punto della vita in cui tutti i bambini si chiedono se Banno Natale esiste o meno. E’ un passaggio quasi obbligato per la vita adulta, è il momento in cui forse bisognerebbe dosare la sincerità… E Google non lo sa fare: la sua sincerità distrugge ogni sana illusione infantile.

Le solite statistiche di fine anno riportano che mediamente circa 187000 bambini chiedono a Google se Babbo Natale esiste o meno (seguiti da domande circa l’ubicazione della sua abitazione, la capacità delle renne di volare e l’esistenza degli elfi… tutte domande lecite a cui bisogna saper filtrare la risposta…).

Gli algoritmi che Google usa per ordinare i risultati delle ricerche si basa sull’attendibilità delle fonti ed ovviamente quelle “sincere” in questo caso sono fra i primi risultati, ahimè.

Senza voler demonizzare la tecnologia, ripeto, il punto credo che sia che non tutto va bene per tutto e forse Google non è in questo caso la “persona giusta” a cui chiedere questo genere di cose. Un po’ di sana umanità, almeno a Natale, vale la pena riscoprirla; nel bene e nel male, piccole bugie comprese.

WU

PS. Ho fatto la prova poco fa; ma alla domanda “Babbo Natale esiste o no?” i risultati sono tutti inerenti alla notizia di cui stiamo parlando…

Amara Norvegia

Ve la ricordate la lobby dello zucchero?

In Norvegia si sono messi in testa (in realtà è frutto di un po’ di statistiche, picchi di consumo, ed aumento dei casi clinici) che il consumo di dolciumi e bevande zuccherate era eccessivo.

Già nel 1922 nel paese scandinavo il governo si inventò la “tassa sullo zucchero“. All’epoca con l’evidente intento di aumentare le entrate statali. Dopo il picco di consumo degli anni novanta, tuttavia, la tassa non è stata affatto abolita, ma rivista ed incrementata. Lo scopo, in questo caso, non era tanto quello di aumentare il gettito statale, ma di migliorare lo stile di vita dei cittadini. Certamente possiamo assumere che il governo norvegese sia particolarmente altruista, ma ammettiamo che è soprattutto lungimirante: meno zuccheri, meno malattie, meno costi in una prospettiva (parola che nel nostro paese sento usare sempre più di rado) di lungo termine.

Il risultato è che dal duemila in poi in Norvegia il consumo medio di zucchero pro-capite si è ridotto di circa un chilo all’anno, precisamente da 43kg per persona per anno a 24. La previsione è che nel 2021 sarà raggiunto il consumo medio pro-capite raccomandato.

Lo strumento della tassa per disincentivare il consumo è quello più vecchio e più efficiente del mondo (quando si mette la mano nelle tasche dei cittadini la soglia dell’attenzione aumenta magicamente). Ed in Norvegia non vanno tanto per il sottile: nel 2018 il prelievo fiscale su dolciumi e cioccolato è arrivato a circa 13.55 €/kg (aumentando del 83!) e a circa 1.5 €/kg su zucchero e bevande dolcificate (aumentando di “solo” il 42%).

Ah, assolutamente non trascurabile il fatto che il paese non ha solo tassato zuccheri e dolciumi, ma l’incremento della “sugar tax” è parte di un insieme di norme volte a ridurre il consumo di zuccheri (azioni sinergiche, credo si dica, altro termine non tanto in voga dalle nostre parti). Fra queste spiccano le regolamentazioni statali per produttori e fornitori di alimenti dolcificati che ne regolamentano la pubblicità e vietano la vendita a minori di anni 13.

Mi sembra chiaro che dato un fine i mezzi si trovano. E senza neanche troppa fantasia… Sarei solo curioso di sapere quanti piedi si sono pestati “ad alti livelli” per raggiungere questo risultato.

WU

PS. Continuiamo questo “ciclo dello zucchero” con questa domanda (quanto mai attuale): ed in Italia? Beh, stiamo vivendo il periodo “della manovra” che assieme alla tassa sulla plastica sta proponendo di introdurre anche quella sullo zucchero. Tale tassa, in Italia, colpirebbe soprattutto la Coca Cola che dalle nostre parti arruola (includendo l’indotto) circa 30000 persone.

Ovviamente colossi del genere si sono subito mobilitati per mettere le mani avanti: incremento della tassazione, associato ad un aumento dei costi in generale e contrazione del mercato (chissà perché due temi che vengono sempre fuori quando bisogna giustificare qualcosa…) potrebbe avere ricadute occupazionali. Ovviamente. Ah, anche un aumento dei prezzi, altrettanto ovviamente.

Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

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Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.

 

Le merendine, quelle paralizzanti

Non so se avete avuto modo di seguire questa “cosa” (allora: non posso chiamarla notizia per ovvi motivi e non posso iniziare il posto definendola bufala o fakenews sia per non bruciarmi l’effetto sorpresa sia per non darvi l’impressione di partire prevenuto… anche se in questo caso, confesso, lo sono parecchio).

Se la risposta è si, mi spiace per voi (ed in parte per me che ne sono venuto comunque a conoscenza e mi ha colpito l’espansione anche se non sono propriamente un fruitore dei canali social…). Se la risposta è no, suggerisco di non leggere il post.

Ad ogni modo si parla di un video che ha fatto parecchio clamore dato che “smaschera” addirittura delle merendine in grado di paralizzarci! Sono merendine Luppo, di origine turca, imbottite di pilloline bianche paralizzanti! Attenti! Non mangiatele! La cosa è ovviamente vera dato che è documentata in questo video (ah, beh… allora…).

Praticamente all’interno delle merendine Luppo in questione si devono delle pastiglie bianche che dovrebbero paralizzarci. Io che sono un utente normale della rete e non un cacciatore di bufale vedo così tante assurdità in questa storia ed in questo video che non mi sfiora neanche l’idea di crederci.

Allora, ammettiamo che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci. Con tutte le possibili soluzioni (polvere? sciroppo?) proprio delle macroscopiche (e facilmente individuabili) pillole bianche dovevano mettere? Non è che si può trattare del ripieno stesso delle merendine (cocco, mi pare)? Ipotesi molto meno affascinante, ma onestamente più realistica.

Non mi è chiaro su quali basi si affermi che le pasticche (ammesso che siano tali) dovrebbero paralizzarci e soprattutto che prove si portano a supporto. Scusate, sarò vecchio, la storia del metodo scientifico è roba del passato… Ah, ma poi è una paralisi temporanea? Perenne? Totale? Boh, mi pare proprio una cosa detta a caso; potevano anche dire che le pasticche ci trasformavano in zombi, per me era ugualmente (in)credibile.

Poi il video in se mi pare fatto per non essere creduto: non è datato, non si vedono volti, si prende una merendina e se ne scarta un’altra, non è chiaro se le merendine stesse sono scadute, etc… Insomma, una “prova” che puzza di fasullo a chilometri di distanza.

Siamo partiti dall’ipotesi che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci (o qualcosa del genere), ok, ma… perché? La Luffo (in realtà la Solen, azienda turca che ne detiene il marchio) ha deciso di paralizzare gente a caso in giro per il mondo? Certo! Oppure è uno specifico lotto quello paralizzante? Ah, strano che non vi siano segnalazioni ufficiali a riguardo (abbiamo un Ministero della Salute che segnala proprio anomalie alimentari)… forse sono stati tutti paralizzati e non possono segnalarlo.

L’unica cosa che mi viene in mente è proprio la nazionalità delle merendine. In questo periodo in cui la Turchia di Erdogan si muove su precari equilibri internazionali e non disdegna azioni armate (ovviamente ben supportate dagli “stati amici”) contro Siria e Kurdistan, una “notizia” del genere è un modo per screditare un po’ il paese (la voce del video è araba!).

Questa interpretazione mi pare abbia avuto diverse declinazioni, ma di fondo è quella di considerare il fake-video una sorta di tassello per una diffamazione generalizzata ai danni del paese (che, concordo, non sta propriamente mantenendo un comportamento etico in questo periodo, ma non credo che video del genere siano in alcun modo utili, anzi…).

E si, mangerei certamente una merendina Luppo (se la trovassi in commercio, non mi pare di averle mai viste in Italia). E si, in questo periodo boicotterei la Turchia (se di questo si tratta!) ma su piani molto più concreti (economici) se solo avessi il potere di farlo che gli stati centrali hanno. E no, non condividerei un video a caso, soprattutto di questa specie, sui canali social.

WU

Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

Nudging

Una spintarella, un pungolo, un incitamento gentile. Non un annuncio plateale, non una imposizione, non un divieto. Un modo di invogliare le persone (una folla o un singolo) a fare qualcosa senza essere troppo perentori, ma guidando in qualche modo la scelta, magari semplicemente cambiando il modo in cui una domanda viene posta, una opzione pubblicizzata oppure un divieto espresso. Un prenderci per i fondelli in maniera garbata (ma finché funziona sulla psiche umana non ho da obiettare).

La premessa psicologica è che ogni nostra scelta avviene in un contesto. Il conteso è il contorno, il nostro modo di interpretarlo una bias inconscio. Scegliamo spesso (beh, diciamo quando ci sentiamo veramente liberi di farlo) l’opzione con meno rischi, magari quella scelta dai più, magari quella che rafforza nostre profonde convinzioni. Un canale del genere può essere prontamente sfruttato (marketing, ma a che politica, ahimè)… o utilizzato (economia o psicologia).

Non è un caso se le caramelle stanno alle casse prima di uscire dal supermercato, non è un caso se i prodotti in offerta stanno nella corsia centrale. Non è casuale la disposizione dei libri nelle librerie. Negli orinatoi maschili è stata disegnata una mosca per “invogliare” a centrare il vaso. Questo studio ha provato semplicemente a raddoppiare le opzioni vegetariane in un menù della mensa per verificare come i giovani fossero in qualche modo “invogliati” a consumare meno carne… eppure nessuno glielo aveva detto, nemmeno di esser parte di un esperimento. E la lista potrebbe essere ancora lunga…

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L’approccio del silenzio-assenso è un po’ una estremizzazione del nudging: se non fai/dici nulla assumo che tu sia d’accordo. In molti paesi europei è stata utilizzato questo approccio per la donazione degli organi; “magicamente” la percentuale di donatori è aumentata considerevolmente soprattutto rispetto a quei paesi in cui devi esplicitamente dire se sei donatore. In Italia, abbiamo fatto una via di mezzo, un nudging un po’ più gentile: devi comunque dichiarare esplicitamente il tuo status di donatore, ma gli addetti comunali sono obbligati a ricordartelo in sede di rinnovo della carta di identità. Ti invoglio semplicemente sfruttando l’occasione che tu sia già qui per altro. Risultato: adesioni alla donazione degli organi quasi raddoppiate.

Con un po’ di “sano” (e quale è il confine?) nudging, è possibile alterare il comportamento delle persone per indirizzarle verso una scelta desiderata. Facendo leva su percorsi mentali inconsci e precostituiti, routine, abitudini, andiamo ad influire gentilmente su alcune decisioni “da fuori” impedendo, se possibile, una valutazione accurata ed obiettiva delle alternative a disposizione.

Poi ci sono gli estremi (cosa che guardo sempre con timore): le scelte di proposito controcorrente, magari per sperare di affermare la nostra libertà o individualità oppure le scelte che vediamo come forzate e quindi non vi dedichiamo alcun genere di riflessione.

Aggiungo anche che forse il solo nudging, dato che si basa pesantemente sull’indole e sul “libero arbitrio” (o la cosa ad esso più prossima) dell’individuo, può non essere bastevole a cambiare comportamenti ed abitudini consolidate. Ogni cambiamento richiede sforzo e lavoro, non sono certo che il nudging sia da solo sufficiente a farci vincere la nostra innata pigrizia (e dare il giusto valore alle scelte che stiamo facendo!).

WU

PS. Un approccio che non so fare un granché bene, ma sul quale credo valga decisamente la pena lavorare.

Devo anche confessare che quando ci penso un pochino mi sento osservato, comandato, controllato, quasi usato… un po’ inquietante.

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.