Categoria: malattie

Uovo vs Gallina – remake

Ve la ricordate la storia della scelta fra l’uovo oggi o la gallina domani? Personalmente è una domanda che non mi viene rivolta più tanto spesso (… ho come il ricordo che da ragazzo fosse una frase un po’ più ricorrente) ne da me stesso ne da altri. Eppure il concetto rimane: preferiamo qualcosa ora e subito anche se di minor valore o vogliamo aspettare “domani” con la garanzia di avere qualcosa di più?

Beh, oggi questo studio (Archetypes in human behavior and their brain correlates: An evolutionary trade-off approach) affronta la domanda in maniera molto più sistematica applicando il concetto di ottimizzazione Pareto al comportamento umano (in breve quando dovendo trovare il meglio di due variabili non si può migliorare la condizione di una senza peggiorare la condizione dell’altra).

Praticamente si è cercato di definire un trade-off fra diverse funzioni cognitive, di personalità e di comportamento. Una sorta di compromesso fra tutte queste cose che dimostri, con approccio scientifico, a quale tipo di personalità apparteniamo e dunque come risponderemmo alla domanda dell’uovo o della gallina.

Sono state analizzate circa 1200 persone (coinvolte nello Human Connectome Project, praticamente stilare una mappa per navigare nel cervello) prendendo in considerazione misure legate a diverse funzioni cognitive, tratti di personalità e comportamento, variabili cerebrali funzionali e strutturali per arrivare a definire l’approccio di ciascuno alla ricompensa e all’autocontrollo.

I dati sono stati quindi organizzati nello spazio cartesiano all’interno di un triangolo ai cui tre vertici abbiamo tre archetipi di personalità. Il primo tipo incarna gli individui con una stabile preferenza verso le ricompense più grandi, anche se ritardate. Il secondo archetipo identifica gli individui che tendono a preferire le ricompense immediate, anche piccole a piacere. Il terzo archetipo, invece, corrisponde a un approccio più flessibile (viva viva): una preferenza verso le ricompense ritardate solo nel caso in cui queste siano molto grandi.

Lo studio è andato anche oltre; a ognuno dei tre archetipi, infatti, sono state associate caratteristiche legate alla personalità, alle funzioni cognitive, alle abitudini e alle strutture cerebrali.

Il risultato è stato che coloro che preferiscono aspettare per ottenere una ricompensa più grande hanno maggiore autocontrollo che è a sua volta indice di maggiore intelligenza (associato ad un maggior volume di materia grigia). Hanno maggiore memoria verbale, prestanza fisica e personalità più positiva, un più alto livello medio socio-economico e culturale, una personalità positiva e un maggior benessere e soddisfazione nella vita (che più?).

All’estremo opposto (tipo incontro di pugilato) coloro che si accontentano della “piccola”ricompensa subito che hanno più scarse prestazioni cognitive (… ed un minor volume di materia grigia), più alti livelli di aggressività, di ostilità e di stress, un indice di massa corporea più alto, un livello socio-economico più basso, fanno un maggior uso di droghe.

Nella buona regola di “in medio stat virtus” gli archetipi più flessibili bilanciano le due cose. Ora, studio a parte, mi pare l’unica cosa sensata da dire: come facciamo a rendere scientifico un comportamento umano influenzato (e questo è confermato anche dallo studio in oggetto) in maniera importante dall’ambiente e da fattori culturali, dalla razze, dall’etnia, etc?

Il mio scetticismo su questi studi “di massa” rimane così come la conferma che le “scoperte” di tali studi è solo una conferma di ciò che il buon senso già dice: essere flessibili nella vita non fa mai male. Valutiamo caso per caso l’uovo o la gallina; non penso che ci sia in assoluto una scelta giusta ed una sbagliata così come non credo che le correlazione degli archetipi identificati siano così forti da portarci a “stare lontani da coloro che preferiscono l’uovo”. Anzi, io stesso talvolta lo prediligo, e non me ne pento.

WU

PS. Poi, facendo un po’ di sana divagazione (ir)razionale. Ma l’uovo oggi, se ben curato non potrebbe essere la gallina di domani. Così la scelta è nettamente più facile, ma presuppone un investimento personale sull’uovo su cui oggi mettiamo le mani.

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Carne in provetta

Di sicuro un nome più accattivante è determinante. Mangereste mai qualcosa che si chiama “carne sintetica” o “carne da laboratorio”? Diciamo che se fosse qualcosa tipo “supperfood3.0” di certo avrebbe più chances. Ma poi (e faccio un po’ l’avvocato del diavolo) ha senso usare la parola “carne”? Sminuisce un po’ quella originale con tanto di mucco dietro?

Ok, con calma. Stiamo effettivamente parlando (cioè, io sto effettivamente blaterando) della strada che deve ancora percorrere il risultato di colture cellulari cresciute in laboratorio per arrivare sulle nostre tavole come alternativa alla carne animale.

Indipendentemente se in questo momento state facendo una smorfia di disgusto o uno slurp di apprezzamento, le autorità regolatorie statunitensi dell’agricoltura e della diffusione degli alimenti (USDA e FDA) hanno di fatto dato il nulla osta alla commercializzazione di questo “alimento”.

La produzione di questa “carne” ha ora un iter ben definito ed entrambe le agenzie lo supervisioneranno e controlleranno al fine di ottenere sinte-carni certificate sulle nostre tavole. In particolare l’Fda si occuperà della raccolta e della conservazione delle cellule, quindi della loro crescita e della differenziazione. L’USDA avverrà invece durante la fase di raccolta delle cellule e si occuperà di produrre effettivamente l’alimento ed etichettarlo. La cosa positiva (che vedo io) è che stiamo parlando di agenzie già in essere e di regolamentazioni già esistenti e non di dover metter su legislazioni dedicate ex-novo (… il che fa perdere però un po’ di esoticità al fanta-alimento).

Le cellule coltivate in vitro sono sostanzialmente cellule muscolari animali (… e ne servono veramente tante…), possibilmente con una buona percentuale di cellule grasse tanto per dare alla pseudo-carne un sapore più “tradizionale”.

carnesintetica.png

Ora che “la carta è a posto” ci aspettiamo di poter masticare (non voglio sbilanciarmi sul sapore per questo cerco di non usare il verbo assaporare) la “carne” già nel 2020. Il primo hamburger sintetico risale in effetti al 2013 quando un il primo pezzo di carne sintetica fu “degustano” da palato umano come risultato di due anni di lavoro (tralasciando il costo di 325.000$ per circa un etto, ma d’altra parte volete essere i primi o no?!).

Da allora start-up più o meno serie e titolate (fra cui la olandese Mosa Meat, fondata dallo stesso Post… il ricercatore che servì il primo incriminato hamburger) si sono messe al lavoro sul prodotto subodorando quello che condivido essere un vero business. Ora pare (PARE) che siamo attorno a 700 €/kg per la carne-coltivata; altino per tutte le bocche, ma decisamente un grande passo avanti verso la commercializzazione al dettaglio.

Secondo la coldiretti e la Cia-Agricoltori in Italia il “prodotto” non è propriamente ben visto e secondo i loro “sondaggi” (lasciatemi il beneficio del dubbio) circa il 75% di noi non sarebbero disposti, indipendentemente dal prezzo, ad acquistare la carne-elaborata.

Io personalmente non avverto (in questo caso meno che mai) problemi di natura etica nell’adozione di questo tipo di carne; qualche dubbio su eventuali ripercussioni sulla salute (specialmente a lungo termine) ce lo avrei, ma se fossi mai stato intervistato circa l’adozione sul mercato di questa new-entry di certo non mi sarei dichiarato contrario.

Pensiamo in fondo di poter sostenere l’allevamento e la macellazione, indipendentemente dalla crescita della popolazione umana (senza voler toccare il tasto di chi già oggi non può avere una fettina di carne)? No, per il momento l’opzione “tutti vegetariani” non è per me la soluzione (ammesso che sia veramente un’alimentazione sostenibile).

WU

Cravatte assassine

… ma che c##**# di notizia è?! Non abbiamo davvero di meglio da “studiare” e “proporre” in tema di salute e benessere?

Molti di noi hanno per obbligo o per abitudine (che è poi un obbligo da pigrizia) la cravatta. Me ne guardo bene, ma a volte mi tocca… Ora, la grande scoperta è che se la cravatta è troppo stretta può far diminuire l’afflusso di sangue al cervello.

Lo rileva addirittura uno studio (con tanto di pubblicazione su Neuroradiology)! E la cosa è acuita dal caldo di questo periodo; urlerei nuovamente alla scoperta! Suggerisco una candidatura ad-honorem per gli IgNobel…

Anche per questo “studio” abbiamo preso un campione di 30 ragazzi di età media 24 anni e li abbiamo divisi in quelli con la cravatta e quelli senza. Sottoposti a risonanza magnetica è risultato evidente che chi aveva indosso la cravatta, con nodo ben stretto e colletto abbottonato, aveva un flusso ematico celebrale più basso del 7.5% dopo che le cravatte sono state strette e che ha continuato a rimanere diminuito in media del 5,7% anche dopo che la cravatta è stata allentata…

A parte i dubbi su come è condotto lo studio (poche persone, solo 3 risonanze, dimensioni del collo ininfluenti, nessuna analisi di lungo periodo, etc.), nutro, per evidente naturale scetticismo, profondi dubbi proprio sul tema dello studio. La genialità che riconosco alla mente umana nel concentrarsi sui temi più disparati tende a confondersi con dubbie “scoperte” (che tra l’altro mi pare abbiano anche un inquietante andamento periodico-stagionale…).

Ah, ditemi anche che fa caldo e devo bere di più… non dimenticatevene!

WU

PS. Ci metterei questa colonna sonora qua.

PPSS. Che poi non era più simpatico questo “studio” qui?

Insensibile, piacevolmente insensibile

C’è qualcuno li?! Suona di vuoto, ma se ci sei batti un colpo, fai un cenno. Cerco qualcuno. Chiunque va bene. C’è nessuno in casa?

Dai, coraggio, rispondi. So che c’è qualcuno in casa. E so anche che ti senti triste. Fidati di me. Non è facile, ma provaci. Posso rimetterti in sesto, posso provare ad aiutarti.

Il primo punto per poterti aiutare è che tu me lo consenta. Devi farti aiutare. E per fare ciò ti devi rilassare, mi devi guardare e, fidandoti di me, dirmi esattamente e senza mentirmi dove ti fa male. Ti rimetterò in piedi se me lo lasci fare.

Il dolore è sparito, stai guarendo. Ma non ne sei ancora cosciente, non ne sei ancora convinto. Parli, provi a parlare, le tue labbra si muovono, ma io non ti sento parlare.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho avuto la febbre ed ero gonfio. Avevo le mani gonfie ed insensibili. E’ stata un’esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

Dai, vieni, una punturina e starai meglio. Non proverai più dolore, promesso. Forse un po’ di nausea; nulla di più.

Ce la fai ancora a stare in piedi; ti sto vendendo la guarigione; ti sto convincendo che sta funzionando; ciò è la base per farla funzionare. Questa punturina ti terrà in piedi ed arzillo per tutto lo spettacolo. Dai, esci di li, ora tocca a te.

Andiamo.

Dai, il dolore è sparito; stai risalendo la china come una nave in lontananza ondeggia onda dopo onda.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho visto qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. Un pericolo? Una opportunità? Mi sono girato, ma era tutto sparito. Non riuscii a capire cosa fosse. E’ stata una esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

WU

PS. Nemmeno a dirlo (e quasi mi vergogno ad averla stuprata)

I neuroni dello spirito

La spiritualità ha radici fisiche, o meglio psichiche.

Sarà anche vero, ma il sol fatto di saperlo (e/o di sapere che qualcuno lo ha studiato) fa già perdere un po’ dell’area di mistero e magia che avvolge questa parola… ma evidentemente solo a me.

Quell’aurea di superiore e trascendente che avvolge tutto ciò che non capiamo fino in fondo, che sia in qualche modo attinente a ciò che è più grande di noi, è un parto della nostra mente e non della nostra anima (qualunque accezione vogliate dare a questa parola).

Più precisamente è un parto della nostra corteccia parietale (almeno secondo questa ricerca), che è quell’area anche legata alla consapevolezza che abbiamo di noi e degli altri. E’ la stessa area che elabora le nostre emozioni e da un senso “personale” a ciò che i sensi collezionano.

Across cultures and throughout history, human beings have reported a variety of spiritual experiences and the concomitant perceived sense of union that transcends one’s ordinary sense of self. Nevertheless, little is known about the underlying neural mechanisms of spiritual experiences, particularly when examined across different traditions and practices. By adapting an individualized guided-imagery task, we investigated neural correlates of personally meaningful spiritual experiences as compared with stressful and neutral-relaxing experiences. We observed in the spiritual condition, as compared with the neutral-relaxing condition, reduced activity in the left inferior parietal lobule (IPL), a result that suggests the IPL may contribute importantly to perceptual processing and self-other representations during spiritual experiences. Compared with stress cues, responses to spiritual cues showed reduced activity in the medial thalamus and caudate, regions associated with sensory and emotional processing. Overall, the study introduces a novel method for investigating brain correlates of personally meaningful spiritual experiences and suggests neural mechanisms associated with broadly defined and personally experienced spirituality.

L’ “esperimento” si è svolto su un campione di 27 persone (tutte del Connecticut, tutte della stessa estrazione sociali e di simili esperienze… devo dire che ne penso?) in buono stato di salute. A ciascuna è stato chiesto di raccontare un episodio spirituale della propria vita e dopo una settimana sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica mentre una suadente voce femminile gli leggeva l’esperienza da loro stessi descritta.

Quando “gli intervistati” sentivano la voce fargli rivivere le loro esperienze spirituali, mostravano tutti una ridottissima attività nella parte della consapevolezza di se e degli altri e della rielaborazione delle sensazioni ed emozioni (lobo parietale inferiore sinistro, talamo e nucleo caudato).

Il risultato è quindi che l’area più attiva della corteccia parietale sia quella in cui hanno sede le nostre esperienze “con l’eterno”, “con lo spirito”.

Ripeto, che dare un senso fisico a queste esperienze mi mette un po’ di tristezza, anche se capisco che per amor di conoscenza siamo pronti a scardinare molte sfumature/certezze/ripari sicuri del nostro animo… compresa la spiritualità.

WU

Bambolatorio

Tutto si rompe; quasi tutto si aggiusta.

Avete presente quando i vostri piccoli vi portano dei rottami impresentabili di un qualche giocattolo e, dopo un trauma tipo incidente in autostrada, vorrebbero fosse (magari anche velocemente) riportato ai vecchi fasti?
Voi (io di sicuro) ci armiamo di attack, scotch e santa pazienza e partoriamo degli obbrobri ancora più inguardabili dei cadaveri pervenutici(… che ci scommetto sono alla base di molti incubi dei bambini).

Ma c’è, invece, chi questo lavoro lo sa fare. E lo sa fare così bene da permettersi di poter aprire addirittura una clinica di cura per bambole.

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Siamo a Napoli, via San Biagio dei Librai (la zona dei presepi per capirci), e qui, all’interno del cortile di un palazzo troviamo l’unico (?) Ospedale per Bambole.

E’ la fine del 1800 e Luigi Grassi realizzava scenografie e pupi per il teatro. Un giorno, uno dei tanti, una signora comparve sull’uscio della sua bottega con uno di quei cadaveri di bambola di cui dicevamo prima chiedendogli aiuto per aggiustarlo. Luigi, con la stessa professionalità che metteva nel suo lavoro si cimentò nell’impresa con ottimi risultati (evidentemente molto migliori di quelli a cui avrei mai potuto ambire io).

La voce si sparse velocemente ed in breve tempo Luigi trasformò il suo laboratorio in un ambulatorio; un ambulatorio per giocattoli rotti (che più che oggetti di plastica/porcellana aggiusta i sogni dei bambini).

Siamo alla quarta generazione e la tradizione (magicamente, neanche fosse uno degli interventi eseguiti nell’ospedale) è stata tramandata e la clinica è ancora aperta. L’ambulatorio è oggi una clinica, con tanto di cartelle cliniche compilate durante la guarigione, angolo acconciatura prima della dimissione ed ogni comfort necessario per questi poveri pazienti.

WU

PS. Mi immagino quanto debba essere inquietante il luogo. Non ci sono mai stato (ma mi riprometto di andarci), ma mi immagino scaffali pieni di teste mozzate, gambe penzoloni, occhi, capelli e braccia che si affastellano neanche fosse la fantasia di un sadico serial killer. Il fatto che siano di plastica o porcellana non so quanto allievi l’immagine…

1729

Era inverno e faceva freddo. Quel freddo londinese che ti entra nelle ossa. Nessuno aveva voglia di incamminarsi a piedi per le strade bagnate e grigie ed i taxi erano merce rara.

Godfrey Harold Hardy (…nome che, diciamocelo è proprio da romanzo noir…) ne cercava disperatamente uno. Ne cercava, magari, anche uno che potesse avere un bel numero, un numero con un qualche significato. Si, lui, matematico di professione e di vocazione, ci badava molto a queste cose.

Ma non era il giorno giusto per coccolare le sue fisse da matematico. Il tempo era inclemente e doveva assolutamente raggiungere l’ospedale. Li, infatti, il suo caro amico Srinivasa lo aspettava.

Srinivasa, matematico, e cultore della matematica, anche lui era costretto in quel letto da parecchio tempo per via delle sue cagionevoli, ed in continuo peggioramento, condizioni di salute. Le visite di Hardy erano, fra le poche che riceveva, quelle che gli facevano più piacere. I due potevano infatti interloquire amabilmente sui temi matematici più disparati alleviando la sofferenza della degenza di Srinivasa e stando ben alla larga da futili e vacui discorsi.

Quando finalmente Hardy arrivò in ospedale era tardi e mezzo bagnato si presentò al capezzale dell’amico raccontandogli la difficoltà di reperire un taxi in quella giornata ed il suo rammarico a dover essersi adattato a prendere il primo che passasse, senza neanche aver potuto scegliere i numero. E che tristezza, aggiunse Godfrey, nel costatare che il numero del taxi che aveva appena preso non aveva nessun interesse matematico: 1729.

Senza nessuna esitazione, dal candido letto in cui giaceva da giorni Srinivasa lo interruppe subito: “No Hardy, è un numero estremamente interessante: è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!”

Hardy restò immobile e senza parole. Matematico non certo di secondo piano aveva passato tutto il tragitto in taxi a cercare di dare un senso a quel maledetto numero senza trovarlo; Srinivasa, invece, aveva immediatamente identificato il senso di quel numero.

Di li a poco Srinivasa sarebbe morto, ma il 1729 fu da quel giorno in poi battezzato numero di Hardy-Ramanujan e gettò le basi dei numeri Taxicab, nome scelto ovviamente non casualmente.

WU

PS. Cambiano registro narrativo (ammesso che il mio romanzamento precedente possa essere definito un “registro”…): 1729 è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi positivi in due modi differenti.

Generalizzando 1729 è il più piccolo numero che si può rappresentare in n modi diversi come somma di due cubi positivi.

Ovvero 1729 è il più piccolo numero Taxicab. Hardy (assieme ad E.M. Wright), evidentemente molto segnato dall’episodio, ha poi dimostrato che esiste un Taxicab per ogni valore di n. La cosa però non aiuta a trovarne i valori.

Ad oggi gli unici Taxicab conosciuti sono cinque, precisamente quelli per n<6. Ta(2) = 1729 (geniale intuizione…); Ta(3)= 87539319 (che ci da subito una rapida idea di quanto possano essere maledettamente grandi i numeri Taxicab… contrariamente al numero dei taxi in circolazione quando uno li cerca…).

PPSS. I numeri Taxicab fanno il paio con i numeri Cabtaxi che ne sono sostanzialmente una generalizzazione (… quante derivazioni da una geniale intuizione di una mente superiore, sulla quale conto di ritornarci, in un letto d’ospedale…).

I numeri Cabtaxi sono infatti i più piccoli interi positivi che possono essere espressi in n modi come somma di due cubi positivi o negativi o pari a 0. I numeri Cabtaxi ad oggi conosciuti sono quelli fino ad n=10. Cabtaxi(1) = 1 (ovviamente) e Cabtaxi(2)=91 (enjoy).