Categoria: malattie

Tatuaggi viventi, e non solo

Il genere di cose che mi fa innamorare del progresso. Se lo avessi proposto a mia nonna mi avrebbe risposto con un matterello, se ne parlassi con i miei nipoti mi direbbero (spero per loro) che sono vecchio. Parlarne con chi condivide questo periodo storico mi da l’idea che forse qualcosa di buono potremmo anche portarlo a casa…

Il tatuaggio vivo, quello progettato e realizzato al MIT. Stampato in 3D. Sottilissimo, trasparente ed animato. E già sarebbe sufficiente. Poi ci aggiungiamo pure che “l’anima” gli deriva da dei batteri genericamente modificati ed abbiamo trovato almeno un volontario per il beta test.

I batteri geneticamente corretti sono “programmati” per reagire a particolari sostanze chimiche della pelle. Sono praticamente sensori biologici che in tempo reale leggono il pH, la temperatura, luce, etc. Il tutto dando vita ad un concerto di linee e lucette che paiono appunto prendere vita sul nostro polso (o dove vi pare). Il cerotto vivente. Il tatuaggio batterico. Mettetela come vi pare.

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Per il momento prima di arrivare a stampare piattaforme computazionali viventi che possano addirittura essere indossate. Ovviamente quando inizi a fantasticare il passo è breve; i batteri programmabili li possiamo usare per tatuaggi che si assorbono/cancellano, come capsule per farmaci, per ristrutturarci parti interne/esterne del corpo e via dicendo. Lavoratori minuscoli, instancabili e sperabilmente fedelissimi.

I batteri, inoltre, sono dotati anche di una paretina esterna rispetto alla membrana cellulare, che permette di resistere anche agli stress meccanici dovuti al passaggio attraverso gli ugelli della stampante quindi… anche la stampa 3D è una valida opzione.

Immersi in una matrice gelatinosa (idrogel) arricchita di nutrienti, i batteri riescono a sopravvivere eseguendo le funzioni per cui sono stati geneticamente programmati.

Praticamente c’è un po’ di tutto. Una pletora di nuove tecnologie che già da sole fanno venir voglia di crederci che poi mischiate fanno addirittura da trama ad un film futuristico o fanno da supporto tecnologico per i deliri del ventunesimo secolo.

WU

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Project 259 – Reloaded

Torniamo un po’ a cibarci (nel vero senso del termine) di… zucchero.

Avevamo già affrontato qui la questione della “lobby dello zucchero” ovvero di come la “ricerca” anni ’60 sul rapporto fra assunzione di zucchero e problemi cardiovascolari fosse finanziata dalla SRF che trae(va) a sua volta i profitti proprio dalla vendita di zucchero.

Throughout its history, the Sugar Association has embraced scientific research and innovation in an attempt to learn as much as possible about sugar, diet and health. We know that sugar consumed in moderation is part of a balanced lifestyle,1,2,3 and we remain committed to supporting research to further understand the role sugar plays in consumers’ evolving eating habits. The bottom line: the Sugar Association will always advocate for and respect any comprehensive, peer-reviewed scientific research that provides insights and aids in our understanding of the role food and nutrition serve in our lives.

Oggi ci svegliamo di nuovo provando a smuovere una pesante coperta lunga decenni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tagliato le dosi consigliate di assunzione di zucchero portandole al 5-10% delle calorie giornaliere.

A new WHO guideline recommends adults and children reduce their daily intake of free sugars to less than 10% of their total energy intake. A further reduction to below 5% or roughly 25 grams (6 teaspoons) per day would provide additional health benefits.

Il “famoso” (abbonderò di virgolette in questo post) Progetto 259, era appunto un trial clinico per studiare sui topi il legame fra zucchero e trigliceridi; quando i risultati furono più che negativi, i fondi furono tagliati e nessun risultato fu pubblicato. Al progetto seguirono gli abbondanti fondi dati al ricercatore Pover per continuare gli stessi studi, quando anche qui venne fuori l’addirittura più inquietante possibilità che mangiare troppo zucchero potesse provocare cancro alla vescica, anche qui vennero tagliati i fondi nulla più si seppe dei risultati ottenuti. Furono inoltre “finanziati” dei “ricercatori” di Harvard per pubblicare “risultati” che minimizzassero i rischi sulla salute del cuore causati dallo zucchero spostando la colpa sui grassi.

The objective of this study was to examine the planning, funding, and internal evaluation of an SRF-funded research project titled “Project 259: Dietary Carbohydrate and Blood Lipids in Germ-Free Rats,” led by Dr. W.F.R. Pover at the University of Birmingham, Birmingham, United Kingdom, between 1967 and 1971. A narrative case study method was used to assess SRF Project 259 from 1967 to 1971 based on sugar industry internal documents. Project 259 found a statistically significant decrease in serum triglycerides in germ-free rats fed a high sugar diet compared to conventional rats fed a basic PRM diet (a pelleted diet containing cereal meals, soybean meals, whitefish meal, and dried yeast, fortified with a balanced vitamin supplement and trace element mixture). The results suggested to SRF that gut microbiota have a causal role in carbohydrate-induced hypertriglyceridemia. A study comparing conventional rats fed a high-sugar diet to those fed a high-starch diet suggested that sucrose consumption might be associated with elevated levels of beta-glucuronidase, an enzyme previously associated with bladder cancer in humans. SRF terminated Project 259 without publishing the results. The sugar industry did not disclose evidence of harm from animal studies that would have (1) strengthened the case that the CHD risk of sucrose is greater than starch and (2) caused sucrose to be scrutinized as a potential carcinogen. The influence of the gut microbiota in the differential effects of sucrose and starch on blood lipids, as well as the influence of carbohydrate quality on beta-glucuronidase and cancer activity, deserve further scrutiny.

We have solid evidence that keeping intake of free sugars to less than 10% of total energy intake reduces the risk of overweight, obesity and tooth decay.”. Non posso escludere ulteriori “finanziamenti” da parte di altre “fonti” a monte di queste affermazioni e delle “ricerche” che le hanno generate.

E parliamo (solo) di zucchero! Possiamo solo immaginare di come vengano “aiutate” le “ricerche” su tabacco, farmaci, cambiamenti climatici, etc. etc. E’ tutto molto dolce…

WU

Acromegalico letterario

Gli occhi spiritati dell’eredoluetico oltreché luetico in proprio, le mandibole da sterratore analfabeta del rachitoide acromegalico riempivano di già l’Italia Illustrata: già principiavano invaghirsene, appena unte de cresima, tutte le Marie Barbise d’Italia, già principiavano invulvarselo, appena discese d’altare, tutte le Magde, le Milene, le Filomene d’Italia: in vel bianco, redimite di zàgara, fotografate dal fotografo all’uscire dal nartece, sognando fasti roteanti e prodezze del manganello educatore. Le dame a Maiano o a Cernobbio, già si strangullavano né su’ singhiozzi venerei all’indirizzo der potenziatore d’Italia.

[C.E. Gabba, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957]

Personalmente ho dovuto leggere il pezzo una decina di volte… per capirci la metà. Non si può dire che l’autore non faccia un uso più che sapiente della lingua italiana e con la sua maestria celi al volgo (ma non a lettore colto ed arguto) il suo duro pensiero sul soggetto che fa poi da sfondo a varie vicende del romanzo senza tuttavia prenderne parte.

Non è il cosa dire, ma il come dirlo a dare dignità in primis al personaggio, poi al lettore (al solito, quello attento) e dulcis in fundo all’autore, il quale si crogiola nella sua soddisfazione prima che nel suo diletto e la dignità acquisita.

WU

PS. Si, si sta riferendo al Duce, nella Roma del ’27.

PPSS. Mi ci sono imbattuto, crogiolandomi in dolci ricordi liceali bighellonando sulla parola “acromegalica“. Dal greco, crescita delle estremità, si tratta di una patologia clinica che causa la crescita sproporzionata di mani, piedi, mandibola, labbra, etc (… in casi ancora più estremi anche di organi interni) a causa dell’esposizione prolungata all’ormone della crescita. Per non addentrarmi troppo negli scabrosi risvolti della malattia (ah, conoscete di certo attori, pugili, wrestelr, etc. affetti da tale patologia) ho preso una deriva più letteraria che mi ha portato a Gadda.

Encefalofono

Non capisco una cippa di una serie di cose fra cui le neuroscienze. Tuttavia se leggo che ora siamo in grado di suonare uno strumento con la sola forza del pensiero senza muovere neanche un muscolo mi ci devo soffermare. La musica della mente.

E non certo per pigrizia fisica, bensì per le relativamente facili associazioni mentali che vanno a toccare tutti coloro che non possono più farlo, anche volendo. La potenza della musica.

Dunque, ora grazie all’Encefalofono è possibile trasformare i segnali nervosi del cervello (sia quelli associati alla vista, ovvero aprendo e chiudendo gli occhi, che quelli che si generano quando si immagina di eseguire un movimento… wow) in note e queste, mediante un sintetizzatore, in musica. La tecnica nella musica.

Fantastico. In generale e non solo come supporto a chi non può più o come strumento riabilitativo. Fantastico per la magia che trasmette e per le frontiere delle neuroscienze che fa percepire ai non addetti ai lavori. Mi immagino che non sia sostanzialmente diverso dal comandare qualche arto artificiale grazie ai segnali nervosi del cervello, ma volte mettere la magia che trasmette la musica? La magia della musica.

E’ una di quelle applicazioni, sicuramente ai limiti delle nostre competenze tecniche/mediche (…anche se è dagli anni ’40 che ci stiamo lavorando…), ma con applicazioni ludico/quotidiane che la rendono ancora più d’impatto nella mia immaginazione perché la portano ad un livello più umano. La forza della mente.

Ovviamente la cosa è ancora una specie di prototipo ed è materiale per qualche pubblicazione, ma la speranza (non solo ovviamente per soddisfare la mia immaginazione) è quella di farne un oggetto commerciale e fruibile dai più, bisognosi o sperimentatori che siano. La democrazia della musica e della tecnica.

WU

Pareidolia

L’uomo ha una specie di tendenza innata a voler mettere ordine nel caos. Come se le cose disordinate non potessero esistere (… e non avete mai visto i miei cassetti) oppure fossero un errore della natura.

E’ una tendenza istintiva, sicuramente dettata da qualche meccanismo evolutivo (tipo il cacciatore che con la coda dell’occhio coglie pochi segni di una qualche figura ed automaticamente interpola i dati mancanti per figurarsi un grosso predatore da cui scappare… se non era così poco male, è di certo la soluzione più cautelativa).

Esempi classici ce ne sono a bizzeffe: costellazioni, volti umani (e la faccia di Marte?), la faccia delle Luna, le nuvole, gli animali, i test di Rorschach, le emoticons (parentesi e puntini potrebbero essere errori tipografici?) e, dulcis in fundo, fantasmi.

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Lo stesso fenomeno si manifesta, oltre che con la vista anche con l’udito. Quando pensiamo di aver sentito questo o quello (cioè mi volete dire che le canzoni dei Beatles sentite al contrario non vogliono dir nulla?!) ci troviamo spesso preda di questo fenomeno.

Preda di noi stessi. La Pareidolia (che è poi un caso particolare, non proprio patologico, di Apofenia) non fa altro che mettere a nudo le nostre paure ed il nostro bisogno di capire ogni aspetto della realtà, anche quando i dati in nostro possesso sono troppo lacunosi.

Un falso positivo del nostro meccanismo innato di ordine e regolarità.

WU

Progetto umano

Certo che se ci pensi un momento fa quasi impressione. Ed effettivamente è meglio che ci pensi Randall qui che qualunque mio sproloquio…

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Siamo fatti di così tante parti, così complesse, tutte fondamentali, tutte fra loro interdipendenti, che se una sola dovesse avere una defiance non avremmo molto futuro (a meno di non affidarci a sapienti meccanici). Ed effettivamente in molti casi è cosi, ma dato che non ci siamo (ancora) estinti direi che il progetto può dichiararsi funzionante. Molto più di tanti altri frutto della mano umana…

Fluidi in pressione, connessioni elettriche, articolazioni meccaniche, sistemi di pompaggio e ricircolo, e via dicendo sarebbero facilmente catalogati come pezzi usurabili in qualunque sistema elettromeccanico. Il che darebbe via a tutto il mercato di parti di ricambio (obsolescenza programmata qui ci sta bene), revisioni, manutenzioni, tagliandi, e … tanto-se-inizi-a-mettere-mano-ti-conviene-cambiare…

Beh, per il corpo umano, nella grande maggioranza dei casi per fortuna, il progetto è abbastanza robusto (anche se non lo direi semplicemente guardandolo) e le varie componenti abbastanza ben progettate da macinare ore ed ore ed ore ed ore di funzionamento senza dover essere sostituite.

Ovviamente il tutto dipende anche da come lo si usa questo bel progetto… “può essere un progetto a prova di idiota, ma non di maledetto idiota” [cit.]. Non mi metto a fare il salutista-moralista, ma un po’ di buon senso credo (i.e. qualche abuso, ma di tanto in tanto) sia spesso sufficiente per sentirsi dire “yeah, yu’re fine”; non male come progetto.

WU

Efelidi

Non solo un’isola tropicale (anche se, ora che ci penso a sentire gli Squallor potrebbero esserlo…). Ovviamente è la stata la parola (unita alla mia ignoranza) ad attrarmi.

Quei piccoli puntini, rotondeggianti, piatti che avete da qualche parte sulla vostra pelle sono efelidi. Si, anche io avrei detto che sono lentiggini. Ed anche io, da buon ignorante, avrei sbagliato.

Le efelidi sono sostanzialmente zone in cui vi è un’abbondanza do melanina, pigmento prodotto localmente in abbondanza, spesso a causa dei raggi UV del sole. Quando di estate fate tipo aragosta ben cotta avrete di certo notato un accentuarsi delle vostre efelidi (no, non sono lentiggini anche se io le avrei chiamate così) che si affievoliscono invece d’inverno.

Le lentiggini (finalmente) assomigliano molto, ma sono di origine ben diversa. Sono infatti causate da un aumento di melanociti negli stati bassi della cute in cellule ben concentrate. Si tratta sempre di melanina in abbondanza, ma negli strati bassi della cute ed anche di un aumento di cellule pigmentate. Sono pertanto abbastanza costanti indipendentemente dalla esposizione della pelle al sole ed hanno forma leggermente irregolare. Ovviamente essendo anche esse legate ad una sovrapproduzione di melanina esposizioni solari prolungate ne possono produrre di nuove, ma… una lentiggine non scompare (o si affievolisce) in inverno.

Ok, a parte lo spiegone (semi-inutile, tanto mi aspetto che le continueremo a chiamare tutte indistintamente lentiggini), la fonetica della parola ed il fatto di aver imparato, seppur in un passaggio estemporaneo, un nuovo termine mi donano un sorriso infantile.

WU

PS. E quindi…