Categoria: malattie

I neuroni dello spirito

La spiritualità ha radici fisiche, o meglio psichiche.

Sarà anche vero, ma il sol fatto di saperlo (e/o di sapere che qualcuno lo ha studiato) fa già perdere un po’ dell’area di mistero e magia che avvolge questa parola… ma evidentemente solo a me.

Quell’aurea di superiore e trascendente che avvolge tutto ciò che non capiamo fino in fondo, che sia in qualche modo attinente a ciò che è più grande di noi, è un parto della nostra mente e non della nostra anima (qualunque accezione vogliate dare a questa parola).

Più precisamente è un parto della nostra corteccia parietale (almeno secondo questa ricerca), che è quell’area anche legata alla consapevolezza che abbiamo di noi e degli altri. E’ la stessa area che elabora le nostre emozioni e da un senso “personale” a ciò che i sensi collezionano.

Across cultures and throughout history, human beings have reported a variety of spiritual experiences and the concomitant perceived sense of union that transcends one’s ordinary sense of self. Nevertheless, little is known about the underlying neural mechanisms of spiritual experiences, particularly when examined across different traditions and practices. By adapting an individualized guided-imagery task, we investigated neural correlates of personally meaningful spiritual experiences as compared with stressful and neutral-relaxing experiences. We observed in the spiritual condition, as compared with the neutral-relaxing condition, reduced activity in the left inferior parietal lobule (IPL), a result that suggests the IPL may contribute importantly to perceptual processing and self-other representations during spiritual experiences. Compared with stress cues, responses to spiritual cues showed reduced activity in the medial thalamus and caudate, regions associated with sensory and emotional processing. Overall, the study introduces a novel method for investigating brain correlates of personally meaningful spiritual experiences and suggests neural mechanisms associated with broadly defined and personally experienced spirituality.

L’ “esperimento” si è svolto su un campione di 27 persone (tutte del Connecticut, tutte della stessa estrazione sociali e di simili esperienze… devo dire che ne penso?) in buono stato di salute. A ciascuna è stato chiesto di raccontare un episodio spirituale della propria vita e dopo una settimana sono stati sottoposti ad una risonanza magnetica mentre una suadente voce femminile gli leggeva l’esperienza da loro stessi descritta.

Quando “gli intervistati” sentivano la voce fargli rivivere le loro esperienze spirituali, mostravano tutti una ridottissima attività nella parte della consapevolezza di se e degli altri e della rielaborazione delle sensazioni ed emozioni (lobo parietale inferiore sinistro, talamo e nucleo caudato).

Il risultato è quindi che l’area più attiva della corteccia parietale sia quella in cui hanno sede le nostre esperienze “con l’eterno”, “con lo spirito”.

Ripeto, che dare un senso fisico a queste esperienze mi mette un po’ di tristezza, anche se capisco che per amor di conoscenza siamo pronti a scardinare molte sfumature/certezze/ripari sicuri del nostro animo… compresa la spiritualità.

WU

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Bambolatorio

Tutto si rompe; quasi tutto si aggiusta.

Avete presente quando i vostri piccoli vi portano dei rottami impresentabili di un qualche giocattolo e, dopo un trauma tipo incidente in autostrada, vorrebbero fosse (magari anche velocemente) riportato ai vecchi fasti?
Voi (io di sicuro) ci armiamo di attack, scotch e santa pazienza e partoriamo degli obbrobri ancora più inguardabili dei cadaveri pervenutici(… che ci scommetto sono alla base di molti incubi dei bambini).

Ma c’è, invece, chi questo lavoro lo sa fare. E lo sa fare così bene da permettersi di poter aprire addirittura una clinica di cura per bambole.

OspBambole.png

Siamo a Napoli, via San Biagio dei Librai (la zona dei presepi per capirci), e qui, all’interno del cortile di un palazzo troviamo l’unico (?) Ospedale per Bambole.

E’ la fine del 1800 e Luigi Grassi realizzava scenografie e pupi per il teatro. Un giorno, uno dei tanti, una signora comparve sull’uscio della sua bottega con uno di quei cadaveri di bambola di cui dicevamo prima chiedendogli aiuto per aggiustarlo. Luigi, con la stessa professionalità che metteva nel suo lavoro si cimentò nell’impresa con ottimi risultati (evidentemente molto migliori di quelli a cui avrei mai potuto ambire io).

La voce si sparse velocemente ed in breve tempo Luigi trasformò il suo laboratorio in un ambulatorio; un ambulatorio per giocattoli rotti (che più che oggetti di plastica/porcellana aggiusta i sogni dei bambini).

Siamo alla quarta generazione e la tradizione (magicamente, neanche fosse uno degli interventi eseguiti nell’ospedale) è stata tramandata e la clinica è ancora aperta. L’ambulatorio è oggi una clinica, con tanto di cartelle cliniche compilate durante la guarigione, angolo acconciatura prima della dimissione ed ogni comfort necessario per questi poveri pazienti.

WU

PS. Mi immagino quanto debba essere inquietante il luogo. Non ci sono mai stato (ma mi riprometto di andarci), ma mi immagino scaffali pieni di teste mozzate, gambe penzoloni, occhi, capelli e braccia che si affastellano neanche fosse la fantasia di un sadico serial killer. Il fatto che siano di plastica o porcellana non so quanto allievi l’immagine…

1729

Era inverno e faceva freddo. Quel freddo londinese che ti entra nelle ossa. Nessuno aveva voglia di incamminarsi a piedi per le strade bagnate e grigie ed i taxi erano merce rara.

Godfrey Harold Hardy (…nome che, diciamocelo è proprio da romanzo noir…) ne cercava disperatamente uno. Ne cercava, magari, anche uno che potesse avere un bel numero, un numero con un qualche significato. Si, lui, matematico di professione e di vocazione, ci badava molto a queste cose.

Ma non era il giorno giusto per coccolare le sue fisse da matematico. Il tempo era inclemente e doveva assolutamente raggiungere l’ospedale. Li, infatti, il suo caro amico Srinivasa lo aspettava.

Srinivasa, matematico, e cultore della matematica, anche lui era costretto in quel letto da parecchio tempo per via delle sue cagionevoli, ed in continuo peggioramento, condizioni di salute. Le visite di Hardy erano, fra le poche che riceveva, quelle che gli facevano più piacere. I due potevano infatti interloquire amabilmente sui temi matematici più disparati alleviando la sofferenza della degenza di Srinivasa e stando ben alla larga da futili e vacui discorsi.

Quando finalmente Hardy arrivò in ospedale era tardi e mezzo bagnato si presentò al capezzale dell’amico raccontandogli la difficoltà di reperire un taxi in quella giornata ed il suo rammarico a dover essersi adattato a prendere il primo che passasse, senza neanche aver potuto scegliere i numero. E che tristezza, aggiunse Godfrey, nel costatare che il numero del taxi che aveva appena preso non aveva nessun interesse matematico: 1729.

Senza nessuna esitazione, dal candido letto in cui giaceva da giorni Srinivasa lo interruppe subito: “No Hardy, è un numero estremamente interessante: è il minimo intero che si può esprimere come somma di due cubi in due modi diversi!”

Hardy restò immobile e senza parole. Matematico non certo di secondo piano aveva passato tutto il tragitto in taxi a cercare di dare un senso a quel maledetto numero senza trovarlo; Srinivasa, invece, aveva immediatamente identificato il senso di quel numero.

Di li a poco Srinivasa sarebbe morto, ma il 1729 fu da quel giorno in poi battezzato numero di Hardy-Ramanujan e gettò le basi dei numeri Taxicab, nome scelto ovviamente non casualmente.

WU

PS. Cambiano registro narrativo (ammesso che il mio romanzamento precedente possa essere definito un “registro”…): 1729 è il più piccolo numero che possa essere espresso come la somma di due cubi positivi in due modi differenti.

Generalizzando 1729 è il più piccolo numero che si può rappresentare in n modi diversi come somma di due cubi positivi.

Ovvero 1729 è il più piccolo numero Taxicab. Hardy (assieme ad E.M. Wright), evidentemente molto segnato dall’episodio, ha poi dimostrato che esiste un Taxicab per ogni valore di n. La cosa però non aiuta a trovarne i valori.

Ad oggi gli unici Taxicab conosciuti sono cinque, precisamente quelli per n<6. Ta(2) = 1729 (geniale intuizione…); Ta(3)= 87539319 (che ci da subito una rapida idea di quanto possano essere maledettamente grandi i numeri Taxicab… contrariamente al numero dei taxi in circolazione quando uno li cerca…).

PPSS. I numeri Taxicab fanno il paio con i numeri Cabtaxi che ne sono sostanzialmente una generalizzazione (… quante derivazioni da una geniale intuizione di una mente superiore, sulla quale conto di ritornarci, in un letto d’ospedale…).

I numeri Cabtaxi sono infatti i più piccoli interi positivi che possono essere espressi in n modi come somma di due cubi positivi o negativi o pari a 0. I numeri Cabtaxi ad oggi conosciuti sono quelli fino ad n=10. Cabtaxi(1) = 1 (ovviamente) e Cabtaxi(2)=91 (enjoy).

Esperimento di Milgram

Mi capita spesso di pensare che i giorni di festa siano ottimi banchi di prova per esperimenti sociali, più o meno involontari. Sapete quando si riuniscono attorno ad un tavolo (e già, perché se non ci fosse il cibo non sapremmo come festeggiare, o quale scusa usare per incontrarci…) più persone del normale molte delle quali si incontrano ciclicamente praticamente solo in queste occasioni? Avete mai fatto caso ai temi di discussione, agli sguardi, la disposizione attorno al tavolo, ai ruoli che si delineano, e cose del genere?

Ovviamente, non potendo collegare elettrodi ai presenti, mi sono limitato a fantasticare su come si declinasse l’esperimento di Milgram ad una di queste occasioni. Allora, funziona così: vi sono tre soggetti, uno sperimentatore, un collaboratore-complice ed una cavia. Lo sperimentatore svolge effettivamente il ruolo del ricercatore, il soggetto “da analizzare” il ruolo dell’insegnante ed il complice (che il soggetto non sa essere in combutta con il ricercatore) quello dell’allievo.

L’insegnate, ignaro, è posto davanti ad un quadro che genera corrente elettrica e che con degli elettrodi impartisce una scossa all’allievo. Il quadro si compone di diverse levette: da tensioni leggere a molto molto forti (da 15 a 450 V). Per convincere il soggetto della veridicità dell’esperimento gli viene fatta provare una delle scosse medio-basse, ma in realtà all’allievo non viene impartita alcuna tensione.

Il ricercatore ordina all’insegnante di impartire scosse crescenti all’allievo e l’esperimento si propone di misurare quando il soggetto esaminato decide (se decide) di fermarsi, andando quindi contro alle direttive del ricercatore (che in questo contesto è percepito come l’autorità) per seguire i suoi principi morali.

In realtà viene chiesto di impartire le scosse come punizione per risposte errate che l’allievo può/finge di dare. L’insegnante deve infatti leggere all’allievo coppie di parole che questo dovrebbe memorizzare; successivamente l’insegnate ripete la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro alternative per la prima parola che l’allievo dovrebbe ricordare. Se l’allievo sbaglia all’insegnante è chiesto di punirlo con scosse di tensione via via crescente… attorno ai 350V l’allievo finge di svenire non emettendo più alcun gemito (finora, invece, atroci lamenti avrebbero dovuto accompagnare ogni fanta-scossa), ma … l’esperimento deve continuare ed il ricercatore, di tutta risposta, ha il ruolo di continuare ad incitare l’insegnante.

Per farla breve: la maggior parte dei soggetti sottoposti a questo esperimento decide di continuare, praticamente obbedisce allo sperimentatore violando i propri principi morali. E la cosa è tanto più vera quanto minore è la distanza fra insegnante ed allievo. Se l’insegnate non può ne vedere se sentire l’allievo la percentuale di “ubbidienza” arriva al 65%, se lo può ascoltare ma non vedere gli ubbidienti arrivano al 62.5% (cambia poco…), se lo può vedere ed ascoltare, invece, un po’ di valori morali vengono a galla con una percentuale di ubbidienti che si ferma al 40% ed infine se per infliggere la scossa-punizione l’insegnate deve prendere la mano dell’allievo e premerla su una piastra di fanta-tensione allora ci fermiamo al 30%.

Sono comunque numeri abbastanza alti, se consideriamo che il soggetto si sente praticamente privato del suo libero arbitrio solo perché qualcuno gli ha detto che c’è un esperimento in corso. Tecnicamente si parla di uno stato eteronomico indotto da una figura percepita come autoritaria che praticamente induce il soggetto a diventare uno strumento di azione non pensante.

Ci sono almeno tre fattori che entrano in gioco nel generare tale stato eteronomico: la percezione di una data autorità come legittima, l’aderenza al sistema di autorità imposto, le pressioni sociali che si riceverebbero disobbedendo.

L’esperimento fu ideato da Stanley Milgram nel 1961 cercando di dimostrare che Adolf Eichmann ed i suoi uomini stessero “soltanto” eseguendo degli ordini durante lo sterminio degli ebrei nella Germania nazista e fossero in qualche modo stati privati del loro libero arbitrio.

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Ad ogni modo, tornando a contesti più prosaici, mi immagino spesso un esperimento del genere in cui, senza collaboratori e con vere scosse, ciascun commensale dovesse chiedere agli altri partecipanti di uno di questi banchetti che pensa di questo o di quello, che considerazione ha di tizio e di caio o se avesse preferito fare altro. La scossa da darsi semplicemente a seguito di personale valutazione circa l’approvazione della risposta. Praticamente qualcosa come “uhm, hai detto che mia suocera è antipatica (tanto per cavalcare uno stereotipo)? Forse sono d’accordo, ti grazio.”. “Che ne pensi del mio trisavoro?”,”non lo conosci neanche?!”,”Peccato mortale! 200V per te!”.

Una specie di macchina della verità in cui però mi immagino che sia l’uomo a misurarsi con i suoi simili evitando completamente alcuna figura autoritaria. Sono certo del caos più completo (ma forse a lungo andare pur di non subire tremende ritorsioni riscopriremmo la menzogna).

La banalità del male.

WU

Disease X

Non si può avere paura di tutto, ma di qualcosa si. La paura è la madre dell’errore, verissimo, ma anche la completa assenza di essa non garantisce scelte serene ed obiettive. Direi che l’eccesso di paura è la madre dell’errore e che una giusta dose di paura è un buon parente del buon esito di decisioni azzardate.

Ad ogni modo, di paura ne abbiamo e la dose la possiamo malamente percepire, figuriamoci se la possiamo in qualche modo decidere.

Ogni anno l’OMS stila una lista delle malattie potenzialmente pandemiche che ci preoccupano di più. Praticamente una lista di quelle cose da cui difenderci, ma non sappiamo ancora esattamente come. Non abbiamo armi di difesa di massa per un’epidemia su scala globale di Ebola, Marburg, Zika, febbre Lassa, febbre emorragica Congo-Crimea, Sars, Mers, Nipah, febbre della Rift Valley (ANAS, ENEL, FIAT ed altre sigle a caso 🙂 ).

Ma soprattutto non abbiamo un’arma di difesa trasversale, di larga portata, semi universale (si, e magari a buon mercato) contro una ignota (ma molto probabile) malattia X. E qui, giù di incidenti biologici, mutazioni, alieni e trame fanta-complottistiche a pioggia…

Ma non è uno scherzo; all’ultimo posto della classifica delle malattie potenzialmente pandemiche compare proprio questa malattia X. Praticamente una patologia sconosciuta dalla quale dobbiamo iniziare a pensare (anche se onestamente faccio fatica a pensare ad una soluzione “buona in ogni occasione”) come difenderci. Un rimedio contro un known unknown, un male oscuro.

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L’inserimento dell’agente patogeno sconosciuto, mira ovviamente a mantenere alto il livello di attenzione di governi ed istituzioni per rimanere pronti a questo genere di minaccia. L’obiettivo è (credo e spero) quello di creare consapevolezza.

La cosa ovviamente non si limita a gettare il sasso nello stagno e tirare indietro la mano. La prossima minaccia potrebbe essere un virus o un batterio ancora non conosciuto. Esiste pertanto un ambizioso progetto di mappatura del DNA di tutti i virus esistenti: Il Global Virome Projec. Secondo le stime di questo progetto, infatti, esistono 1,67 milioni di virus nel mondo, di cui lo 0,1% è conosciuto; tra questi un numero imprecisato fra i 631000 ed i 827000 potrebbero avere la capacità di infettare l’uomo. Mica poco…

L’unica speranza è quella che la famigerata malattia X non si sviluppi mai; abbiamo già difficoltà a difenderci da quelle che conosciamo.

WU

Fascicolo arcuato

Quando si dice che ci sono problemi di comunicazione. Anzi, di interazione.

Ma secondo voi il fatto che chi abbiamo di fronte può pensarla diversamente da noi, o semplicemente può pensare, è una cosa naturale o no?

Fin’ora sono stato sempre intrinsecamente ed un po’ rassegnatamente convinto che fosse una di quelle doti innate dell’essere umano. Pare invece (e non nascondo un filo di soddisfazione) che la cosa non sia proprio così automatica…

Fino a circa tre anni, infatti, i bambino non si immaginano neanche che gli essere viventi (ovviamente non sono quelli umani) che hanno davanti possono pensarla in maniera diversa da loro, ne si immaginano che possono proprio avere qualche facoltà intellettiva; anzi, non sanno neanche che significa pensare. Ed è un bene.

A quattro anni, improvvisamente, il dramma ( 🙂 ). Il così detto “fascicolo arcuato” si sviluppa ed i bambini cambiano il loro (bel) modo di vedere il mondo: si trovano davanti altri essere pensanti; loro stessi sono in grado di pensare.

Il fascicolo arcuato è una specie di ponte che connette due regioni del cervello. Da una parte una regione posteriore del lobo temporale nella quale prende vita il pensiero sugli altri (l’Area di Wernicke, coinvolta anche nella comprensione del linguaggio), dall’altra una regione del lobo frontale nella quale prendono vita i concetti astratti (l’Area di Broca, coinvolta anche nell’elaborazione del linguaggio) . Quando le due regioni vengono “cortocircuitate” ci accorgiamo di cosa sia il “pensare” e del fatto che anche gli altri sono in grado di farlo.

Praticamente iniziamo ad immaginare i pensieri altrui. E di solito non ne siamo particolarmente entusiasti.

WU

Tatuaggi viventi, e non solo

Il genere di cose che mi fa innamorare del progresso. Se lo avessi proposto a mia nonna mi avrebbe risposto con un matterello, se ne parlassi con i miei nipoti mi direbbero (spero per loro) che sono vecchio. Parlarne con chi condivide questo periodo storico mi da l’idea che forse qualcosa di buono potremmo anche portarlo a casa…

Il tatuaggio vivo, quello progettato e realizzato al MIT. Stampato in 3D. Sottilissimo, trasparente ed animato. E già sarebbe sufficiente. Poi ci aggiungiamo pure che “l’anima” gli deriva da dei batteri genericamente modificati ed abbiamo trovato almeno un volontario per il beta test.

I batteri geneticamente corretti sono “programmati” per reagire a particolari sostanze chimiche della pelle. Sono praticamente sensori biologici che in tempo reale leggono il pH, la temperatura, luce, etc. Il tutto dando vita ad un concerto di linee e lucette che paiono appunto prendere vita sul nostro polso (o dove vi pare). Il cerotto vivente. Il tatuaggio batterico. Mettetela come vi pare.

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Per il momento prima di arrivare a stampare piattaforme computazionali viventi che possano addirittura essere indossate. Ovviamente quando inizi a fantasticare il passo è breve; i batteri programmabili li possiamo usare per tatuaggi che si assorbono/cancellano, come capsule per farmaci, per ristrutturarci parti interne/esterne del corpo e via dicendo. Lavoratori minuscoli, instancabili e sperabilmente fedelissimi.

I batteri, inoltre, sono dotati anche di una paretina esterna rispetto alla membrana cellulare, che permette di resistere anche agli stress meccanici dovuti al passaggio attraverso gli ugelli della stampante quindi… anche la stampa 3D è una valida opzione.

Immersi in una matrice gelatinosa (idrogel) arricchita di nutrienti, i batteri riescono a sopravvivere eseguendo le funzioni per cui sono stati geneticamente programmati.

Praticamente c’è un po’ di tutto. Una pletora di nuove tecnologie che già da sole fanno venir voglia di crederci che poi mischiate fanno addirittura da trama ad un film futuristico o fanno da supporto tecnologico per i deliri del ventunesimo secolo.

WU