Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

PitagoraFave.png

Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande
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Scemo di guerra

Un modo di dire che è più che altro una specie di eredità della Prima Guerra mondiale; un regalo fatto alla gran parte delle famiglie che inviavano qualche caro al fronte… La demenza con cui spesso tornavano è poi diventata un modo di dire, almeno per noi che la guerra (quella guerra) non l’abbiamo fatta.

Tremori irrefrenabili, ipersensibilità al rumore, assoluta inespressività facciale, roba un po’ da “Qualcuno volò sul nido del cuculo”… Soggetti che camminano con le mani penzoloni, che piangono in silenzio (beh, ad essere sincero questa non mi pare una cosa poi tanto patologica), che mangiano quello che capita che sia edibile o meno, che camminano come automi, che hanno tutti i muscoli irrigiditi e così via.

Insomma una descrizione clinica abbastanza patologica, ma non riconducile a traumi specifici se non quello di … essere stati “semplicemente” in guerra. Oggi questa “assenza di traumi specifici”, è passata dall’esser definita shell shock (shock da bombardamento) a “disturbo da stress post-traumatico” (disagio clinicamente riconosciuto che non ci sogneremmo, oggi, di chiamare “scemità da guerra”).

A lungo si sono cercate cause fisiche di questo disturbo (il frastuono dei bombardamenti? il monossido di carbonio?), ma non sono state mai univocamente identificate. E’ stata poi la volta dell’ipnosi per curare questa specie di isteria (disturbo che un tempo si associava solo al gentil sesso), anche senza capirne bene il motivo. Ipnosi che effettivamente funzionava (?), ma che al contempo ha accesso un po’ la lampadina sulla possibilità che gli “scemi di guerra” potessero essere semplicemente abili simulatori che volevano evitare di tornare al fronte.

Con il dubbio che si trattasse di simulazioni iniziarono anche campagne di semi-tortura per questi soggetti con scosse elettriche, aggressioni verbali e metodi di questo tipo che volevano avere l’effetto di “svegliare” il paziente da quella specie di catalessi che esibiva mentre non facevano altro che affossarlo sempre più.

La guerra, inoltre, in qualche modo serviva al paese e non poteva quindi essere tacciata di far diventare stupidi i soldati che vi partecipavano. Il fenomeno fu dunque trattato con relativa superficialità e quindi insabbiato. Circa 40.000 persone furono richiuse nei manicomi di stato, ma un numero che possiamo solo stimare esser stato decisamente maggiore fece ritorno nelle loro case (… contribuendo alla diffusione del modo di dire, evidentemente).

Gli scemi di guerra erano un tempo quindi effettivamente vittime di traumi di guerra che avevano lasciato profonde ed indelebili ferite nella loro psiche, e che per giunta venivano anche additati come stupidi e come tali trattati. Oggi “scemo di guerra” è un modo di dire abbastanza scherzoso, non troppo feroce, ma che affonda le origini in mali profondi e tutt’ora difficili da debellare mentre ci stiamo facilmente dimenticando pian piano per cosa abbiamo veramente combattuto e per cosa siamo (sono, e dovremmo essergliene grati) diventati stupidi.

WU

Sangue blu

… io non ce l’ho, sia ben chiaro. Ma devo confessare che l’espressione mi ha fatto sempre sorridere prima di arrivare (oggi, per puro caso) a chiedermi l’origine di questa espressione.

Sono certo che tutti sappiamo a cosa si riferisce il modo di dire, ma “spulciare” riguardo alla motivazione è certamente meno ovvio. Gooogle propone almeno tre possibili origini dell’espressione, tutte, IMHO abbastanza dubbie; ma infondo lo scopo qui e sentire più campane, non trovare quella “giusta” (ammesso che ci sia).

I nobili erano (sono) ovviamente sollevati dall’obbligo del lavoro (farlo poi per passione o per diletto lo rende intrinsecamente più simile ad un hobby), specialmente quello manuale all’aria aperta. Motivo per cui la colorazione della loro pelle era spesso e volentieri molto chiaro, quasi diafano. In tale situazione le vene, specialmente quelle più superficiali tipo quelle della gola o dei polsi, assumono una colorazione bluastra, da cui, pare, il modo di dire. Mi fa ridere come oggi (beh, da anni in vero) siamo alla ricerca della “tintarella” o dell’abbronzatura che un tempo denotava le classi meno abbienti, costrette, appunto, a lavorare nei campi non potendo esibire delle belle vene blu…

Altra possibile etimologia dell’espressione è da ricercarsi nella argiria, malattia della pelle che induce colorazione (indovina un po…) bluastra. Un’alterazione cutanea causata (come il nome stesso) suggerisce da contatto prolungato, ingestione o comunque ingestione di argento e suoi composti. Il metallo tende a depositarsi sotto pelle e se esposto alla luce solare forma un insolubile e perenne… solfuro di argento. I noBBili dovevano mangiare abbondantemente e per lo più con posate/piatti/calici di argento. Sarebbe da ricercarsi quindi proprio nella loro argenteria la causa del loro epiteto di … sangue blu (evidentemente pelle blu suonava troppo di puffo…). In questo caso sarebbe stata, in qualche modo, proprio la ricchezza di queste persone a diventare un indelebile marchio sulla loro pelle. Letteralmente.

E come non pensare all’emofilia? Malattia molto diffusa fra la nobiltà europea degli scorsi secoli. L’emofilia è una patologia che consiste sostanzialmente in un difetto di coagulazione sanguigna favorendo emorragie e lividi. La colorazione bluastra di queste persone vien da se. I noBBili, ovviamente, tendono ad incrociarsi fra loro (come fosse una strana razza) e ciò favorisce il tramandarsi dell’emofilia, malattia ereditaria recessiva. Gli incroci fra consanguinei favorivano quindi una prole debole, malaticcia e blu… sia nel senso di nobile che di emofiliaca.

Qual che sia l’origine, più o meno certa, ormai celata dalla polvere del tempo, l’espressione “sangue blu” mi continua far sorridere e mi rimanda inconsciamente ad un lignaggio elitario, educato nei modi più che ricco nelle tasche.

WU

PS. Ovviamente:

L’attacco sonico (dell’ignaro grillo)

Correva l’anno 2017 ed a Cuba successe una cosa strana. Diciamo pure che secondo me l’evento ha subito assunto le proporzioni di “stranezza” (leggi pure: allarme, attentato!!) perché è successa a Cuba ed ha interessato personale diplomatico americano, ma lasciamo correre…

Metà del personale diplomatico USA all’Havana accusò misteriosi malesseri (… e non volevi gridare all’attentato?!) e sapete in quale circostanza? Beh, dopo aver udito un misterioso (non potevamo certo dire che era chiaramente identificabile, vero?!) ronzio acuto e penetrante.

Una presunta arma sonora è la prima cosa a cui bisogna pensare. Poi magari le possibili alternative vengono in mente (e/o a galla), ma la prima idea deve andare a qualche forma di complotto (ah, teoria ovviamente sapientemente mai smentita, anzi anche ventilata in qualche modo, dal FBI..-)!

Beh, pare che il suono ad alta frequenza, certamente penetrante e fastidioso, fosse udibile in un’ampia zona dell’Havana e sia stato sia di intensità così elevata che di durata così lunga da arrivare a causare nausea, vertigini, giramenti di testa e simili. Il (fantomatico) attacco acustico sarebbe stato messo a segno c on armi soniche (una specie di test, prima di usarle per uccidere, evidentemente…).

Sembra la trama di un film di spionaggio anche e sopratutto perché non vi sono troppe evidenze della capacità del suono di uccidere esseri umani (e comunque si parla di 150-200 decibel che dovrebbero essere puntati direttamente sull’orecchio!). Strumenti in grado di danneggiare l’udito umano, ovviamente esistono e non sono neanche troppo difficili da congegnare. Possono produrre ultrasuoni, onde sonore con frequenze molto alte, al limite dell’udibilità dall’orecchio umano, che provocherebbero un riscaldamento delle strutture interne dell’orecchio con conseguenti danni. Oppure potrebbero sfruttare infrasuoni, onde sonore a frequenza più bassa di quella udibile dall’orecchio umano, in grado di causare perdita dell’udito, stato confusionale, nausea e apatia. Ah, beh, in entrambi i casi il “cannone sonico” per essere efficace dovrebbe essere sparato direttamente contro la testa del malcapitato più che diffuso “a pioggia” (che so, magari via radio?).

Dopo un paio d’anni di complotti, teorie e (ahimè per i compottisti) studi scientifici è venuta fuori una possibile spiegazione… molto meno da spy movie.

L’Anurogryllus celerinictus è un piccolo grillo che come tanti grilli emette un sibilo come richiamo amoroso per il gentil sesso. Nel caso specifico il grillo canticchia a circa 7 kHz ed a tutto volume. Se poi considerate che di solito il periodo dell’accoppiamento coincide per tanti, tantissimi grilli… ecco a voi il vostro suono continuo, penetrate ed ad alta frequenza.

Ovviamente il canto del grillo è stato identificato, isolato e poi sovrapposto alla traccia sonora in mano alle agenzie investigative per certificare l’esatta sovrapponibilità dei due suoni. La coincidenza è stata quasi perfetta con l’unica differenza che il suono registrato all’Havana soffriva di uno strano “effetto eco”, spiegabile (come d’altra parte il fatto che il fastidio non abbia colpito tutta la popolazione cittadina) assumendo che il suono avvertito dai diplomatici provenisse dall’interno delle loro abitazioni e che quindi fossero mobili e pareti a farne “eco”.

Ovviamente il fatto di aver trovato un colpevole non vuol dire che abbiamo trovato il colpevole. Non possiamo escludere che i diplomatici sono stati anche vittima di un qualche attacco sonoro e non è comunque chiaro il perché tale suono abbia causato malessere in alcune persone.

I want to believe è salvo, ma voglio tranquillizzare tutti coloro che verificheranno le “tracce” in rete (abbondano e volutamente le ometto): ascoltare la registrazione non vi ucciderà ed a me non ha neanche causato più fastidio di tante chiacchiere che si sentono nei corridoi.

WU

PS. Mi torna in mente questo.

Ode allo Psoas

… e non ditemi che lo conoscevate (anche se in realtà sono certo siete mediamente più ferrati di me su questi temi “new age” -credo-).

Si tratta di un muscolo (o meglio, sono due muscoli separati, ma lasciamo stare…) fusiforme interno all’anca che costituisce il principale muscolo flessore della coscia. Non mi metto a farvi una presentazione anatomica del muscolo (che ovviamente non sarei in grado di fare), ma la cosa che mi ha colpito di più è che lo psoas è definito … “il muscolo dell’anima”, “il muscolo della felicità”, oppure qualunque derivazione iperbolica che lo leghi al nostro io più profondo.

Cerco di essere più o meno serio.

Una sua sofferenza ci porta ad assumere posture scorrette che incidono sul nostro umore. Una postura sbagliata ha ripercussioni psicologiche (bella scoperta) e lo psoas è spesso all’origine di una postura scorretta. Per questo è uno dei muscoli a cui si tende a prestare più attenzione negli esercizi di yoga e di tutte quelle discipline che “ci curano la mente attraverso il corpo” (il pilates, secondo voi, rientra fra queste?).

In tutto il muscoletto misura circa quaranta cm e sostanzialmente connette il tronco alle gambe (praticamente ci tiene insieme). Un psoas in forma ci fa stare belli dritti e quindi promuove il coraggio e l’autostima: “vedi che psoas sodo che ho, ora si che posso affrontare le avversità della vita!”.

Di contro uno psoas infiammato causa dolori alla zona lombare e quindi ca va sans dire, anche tristezza e difficoltà a relazionarsi col prossimo (il mio psoas deve stare malissimo… 😛 ).

Lo psoas, per di più, è praticamente invisibile ben nascosto da altri muscoli ed ossa. Il suo stato si evince soprattutto dal portamento, dal passo, dalla postura, dal respiro (lo psoas ed il diaframma sono come burro e marmellata, si sa…). Il posturologo (?!?!?) ne deduce una sua sofferenza dalla curva lombare, ovviamente molto accentuata proprio nel caso di sofferenza del muscolo.

psoas.png

Un muscolo così importante non poteva non avere anche un ruolo “religioso”: nel taoismo lo psoas presiede il centro di energia deputato alla connessione tra uomo e Terra; è il fulcro dello scambio di energie. Un bel massaggio allo psoas e siamo riconnessi a Pan!

Ovviamente esercizi per tenerlo in forma abbondano (lungi da me mettere un singolo link…) e vanno da massaggi ad affondi. Bisogna vestirsi comodi per non comprimerlo e rimanere nei limiti di peso per non affaticarlo. Posso essere sincero? Mi pare si carichi il muscolo in questione di tutta una serie di “responsabilità” che sicuramente ha e che condivide con tutti gli altri muscoli del nostro corpo. “Mens sana in corpore sano” mi pare più affidabile e comprensivo di “mens sana cum psoas sano”…

Non mi immagino di mettermi li a prendermi cura solo del mio psoas, per quanto strategico esso possa essere… Diciamo che se abbiamo bisogno di un punto su cui focalizzare l’attenzione può anche andare bene (questo come qualunque altro muscolo per me), ma non mi illuderei che lucidandolo io abbia miracolosamente un ottimo umore..

WU

PS. Ma a questo punto si potrebbe pensare ad una prossima generazione di esseri umani con lo Psoas opportunamente geneticamente modificato? Ecco la svolta!

Due mesi allettati e retribuiti

Sono certo che per molti sarebbe il lavoro dei sogni. Ed in parte la dicitura è decisamente calzante… nel senso che essere pagati per stare due mesi a letto qualche pisolino lo si potrà pur schiacciare, no!?

La NASA ed il DLR (agenzia spaziale tedesca) stanno collaborando ad un esperimento che ha come scopo quello di capire cosa succede quando il nostro corpo è esposto a prolungata assenza di gravità ed immobilismo. Praticamente come ci dovremmo equipaggiare per i prossimi (?) voli verso Marte ed oltre…

Lo studio “long-term bed-rest study” cerca 24 candidati per … stare a letto due mesi. Letteralmente. Mai scendere da un lettino progettato ad hoc sul quale i volontari dovranno… vivere: mangiare, vestirsi, allenarsi, lavarsi, etc. sempre stando stesi su un lettino singolo.

Inoltre, per facilitare l’afflusso di sangue al cervello i lettini non sono perfettamente orizzontali, ma con la testa leggermente inclinata verso il basso (scomodissimo!) per facilitare l’afflusso di sangue al cervello.

BedExperiment.png

I volontari saranno inoltre divisi in due gruppi: il primo “fermo” ed il secondo collocato in una speciale centrifuga (la Short-Arm Human Centrifuge -forse la parte più innovativa dell’esperimento-) che ruoterà per simulare una gravità artificiale che dovrebbe aiutare a far scorrere il sangue per tutto il corpo.

Età richiesta fra i 24 ed i 55 anni, inizio previsto per il “riposo” Dicembre 2019 a Colonia (DLR Institute of Aerospace Medicine) e lingua tedesca obbligatoria. Ah, la retribuzione è di 19.000$!

In realtà un esperimento del genere è stato già fatto nel 2017 (… oltre tutti i test “ridotti” condotti dagli astronauti sulla ISS) solamente dalla NASA (11 volontari sdraiati per 60 giorni) e pare che l’esito sia stato che è molto più facile del previsto per il corpo adattarsi a questo prolungato immobilismo di quanto possiamo aspettarci.

Chissà se la cosa varrà anche quando saremo richiusi in pochi metri quadrati a milioni di chilometri dalla terra con fuori solo il vuoto cosmico. Rimango dell’idea che le implicazioni psicologiche su questo genere di studi sia fondamentale (come d’altra parte lo è, IMHO, per “guarire” o “ammalarsi” a terra, in condizioni normali) e queste simulazioni colgono solo parzialmente i processi mente-corpo che determinano il successo o meno dell’esperimento (e della nostra capacità di colonizzare lo spazio, ma questo va da se, è un problema di la da venire…).

WU

Polsi iper-f(l)essi

Sarà pure tutto normale al giorno d’oggi, sarò io che sono “vecchio”, sarà quello che vi pare, ma a me la stupidità umana affascina almeno tanto quanto il genio.

People are taking so many selfies, they’re getting “Selfie Wrist.”

Potete chiamarlo “segno dei nostri tempi” se volete. Alternativamente possiamo dire che si è ufficializzata una nuova patologia: il polso da selfie… in fondo sto semplicemente assistendo all’evoluzione del”gomito del tennista” ma non lo capirò prima di qualche lustro.

Praticamente pare che un medico di Los Angeles abbia lanciato “l’allarme” sulle conseguenze dell’uso (vorrei qui scrivere incorretto, ma non ne sono più tanto sicuro) del cellulare. A tale medico capitano sempre più spesso “pazienti” che lamentano dolori articolari oppure formicolii causati dall’uso prolungato e ripetuto dello smartphone per farsi i selfie.

Harrison said the problem begins when patients constantly hyper-flex their wrist inwards in a rush to capture that perfect angle.

La causa medica, se volete, esiste; una innaturale iper-flessione dei polsi durante i selfie che se ripetuta eccessivamente può effettivamente mettere alla prova un’articolazione che l’evoluzione non ha ancora adattato alle nostre nuove abitudini. Una sorta di tunnel carpale dei nostri tempi in cui il nervo che passa per il polso si infiamma per le strane posizioni che è costretto ad assumere.

La “cura” è insegnare la postura corretta ai “pazienti” e prescrivergli una serie di esercizi (…to do for just minutes a day. He slowly rotates his wrists and says, “Just around the world for a set of 20 and then back around the world for another set of 20.”)… tutta gente per cui “a successful selfie can raise their profile and income“. Mah.

Di geniale mi pare ci sia soprattutto il medico che ha “identificato” il “problema” e “proposto” (leggi venduto) la “cura”. Ineccepibile sfruttamento utilitaristico delle opportunità presentatesi e colte.

Non sono contro gli autoscatti (si, autoscatti) in generale, sono sempre contro ogni forma di abuso e di “legittimazione” di tali abusi. Il timore che gli smartphone sia una delle poche cose smart ancora in circolazione mi assale.

WU

Lethologica

… come si dice…

Avete presente quando avete una parola sulla punta della lingua, ma non vuole uscire? A volte capita di confonderla con una assonante, altre con il suo equivalente inglese(altra lingua (… che da l’illusione di esser figo), altre volte non a conosciamo proprio.

Comunque l’inabilità di ricordare una data parola è un problema. Ed è un problema tanto sentito da… meritarsi una parola tutta per se: “lethologica“. Di indubbia etimologia greca: da lḗthē e lógos, ovvero la dimenticanza della parola.

Lo stato di non essere in grado di ricordare la parola che si vorrebbe usare in un dato momento.

Certamente è una condizione transitoria che si verifica in tutti noi, ma un po’ il dubbio che possa celare una ignoranza di termini specifici mi viene. Non vorrei che celandosi dietro un momento di lethologica, vi siano anni di ignoranza e monotono riutilizzo di terminologia comune. Dubito che possiamo incappare in momenti di lethologica parlando la lingua di tutti i giorni; diciamo che sono abbastanza certo che ci imbattiamo in essa quando ripeschiamo nella memoria parole che non usiamo spesso. L’italiano (ovvero litagliano) ha un lessico ampio, vario e decisamente bello, vale la pena allenarci su tutto il repertorio.

Il nostro cervello non è di certo un computer che richiama termini a comando. Conoscere tutte le parole di un dato vocabolario è di certo un impresa titanica, ma diciamo che abbiamo un vocabolario attivo dei termini che usiamo quotidianamente ed uno passivo (di certo mooolto più ampio del precedente) di parole che comprendiamo ma che raramente, se non mai, usiamo. Beh, una situazione lethologica si verifica di sovente quando cerchiamo di usare in maniera attiva un termine che appartiene al nostro vocabolario passivo.

Purtroppo tutti i termini del vocabolario passivo, nonché tutte le parole che non ci vengono sono destinate, in un futuro più o meno lontano, a scomparire. Piuttosto che rimanere con la bocca aperta in una situazione lethologica cerchiamo ovviamente un’alternativa… che vi viene a primo acchito.

Lethologica is both the forgetting of a word and the trace of that word we know is somewhere in our memory. Perhaps it is necessary for us to drink from the river Lethe to help us temporarily forget the trivial and unnecessary, so we can prioritise the information that is important to our lives.

Chissà se ci ricorderemo di questa parola la prossima volta che non ci viene il termine per esprimere quello stato in cui non ci viene una parola… una specie di dimenticanza lessicale ricorsiva 🙂

WU

blaNDM-1

Facciamo un po’ di divulgazione con sottofondo di allarmismo.

Pare che siamo davanti a qualcosa che ci spaventa e che supera le nostre attuali competenze in campo medico e batteriologico. Diciamolo diversamente: pare che tutta la sicurezza che ci da il fatto di saperci curare (con qualche eccezione, ovviamente) si trovi davanti ad una specie di muro. Questa cosa da un lato ci fa sentire vulnerabili, dall’alta ci spinge (non dico dovrebbe, dato che quando si parla di salute di solito le cose si fanno più o meno seriamente) a cercare una soluzione e capire “dove sbagliamo”.

… ed è tutta colpa di un piccolo batterio, dal molto criptico nome di blaNDM-1.

NDM-1 raises fears that diseases in the future will not respond to antibiotics. If NDM-1 crosses over into other bacteria, secondary diseases will emerge, causing a health crisis as they spread around the world. […] This superbug is widespread in India, and, by 2015, researchers and medical experts detected it in more than 70 countries worldwide.

Ci siamo praticamente imbattuti in una specie di super-batterio resistente a tutti gli antibiotici conosciuti. Lo abbiamo scovato prima nel sud dell’India (dall’India con furore) fin sotto i ghiacci dell’artico. Dal 2008 sembra addirittura (tanto per far aumentare un po’ la paura che il super-gene ci incute…) che il batterio stia evolvendo e colonizzando le zone più remote del pianeta. Il batterio potrebbe esser stato trasportato in giro per il globo (… e chissà dove ancora si nasconde… brivido 🙂 ) da uccelli, animali e forse anche dall’uomo.

Il fatto di non saperlo sconfiggere e che potenzialmente noi stessi lo stiamo aiutando a colonizzare (buzz word per aumentare l’allarmismo) il “nostro” mondo, sottolinea la nostra vulnerabilità e l’accelerato ciclo di vita ed evoluzione di questi batteri. Anche in regioni ove l’impatto umano è minimo possiamo trovare forme batteriche resistenti ai nostri antibiotici.

It initially occurred mainly in India and Pakistan, and specifically in New Delhi, where the climate encourages its persistence year round. Since then, it has occurred in drinking water and the holy rivers of India, such as the Ganges. Bacteria expressing NDM-1 have surfaced in countries around the world, including the United States, Japan, Australia, and the United Kingdom, in patients who spent time in India, traveled through it, or have family members there.

Capire tutti i percorsi che hanno portato il super-batterio ad espandersi ed evolversi così velocemente sarebbe il primo passo per capire come “sconfiggerlo” prima che si evolva in maniera nociva per noi. Inoltre blaNDM-1 ci offre anche la possibilità di capire i limiti dei nostri antibiotici e come svilupparne di migliori (… salvo poi saperli utilizzare ed aspettare che i batteri si evolvano a loro volta inventando soluzioni ancora migliori…).

Ora non voglio dire che l’abuso (non l’uso) degli antibiotici sviluppa ceppi batterici sempre più resistenti che inconsciamente trasportiamo in giro per il globo, ma l’occasione potrebbe essere effettivamente quella giusta… (l’ho detto?).

WU

PS. la voce di NDM-1 su wiki si chiude con un lapidario ed inquietante

All’inizio di agosto 2010 un composto chimico, denominato GSK-299423, è stato in grado di lottare significativamente contro i batteri resistenti agli antibiotici, rendendo tali batteri non più in grado di riprodursi, ottenendo così un probabile trattamento al ceppo NDM-1

I dottori della peste

Una lunga e nera tonaca, guanti, scarponi, cappello a tesa larga, una lunga canna in mano e, soprattutto, una maschera a tutto volto con un lungo becco. Espressione vuota, presenza inquietante. Direi che è un abbigliamento che potrebbe tranquillamente popolare i più vividi incubi di grandi e piccini… eppure sono figure realmente esistite.

MedicoDellaPeste.png

L’origine della mise si perde facilmente nell’origine dei tempi, ma attorno ai primi del 1600 abbiamo le prime documentazioni di un indumento completo ufficiale per… i medici della peste. Siamo nell’epoca delle epidemie e delle scarse competenze scientifiche, o forse sarebbe più corretto dire magico-alchemiche. Le epidemie, tanto per fare un esempio, erano diffuse dai cattivi odori che si sprigionavano dai contagiati/morti (dottrina miasmatico-umorale?).

Ed è proprio in tali convinzioni che si trova la genesi del tratto sicuramente più inquietante dell’abbigliamento dei “medici” in questione: la maschera “a becco”. Il becco, infatti, era una specie di respiratore che doveva filtrare i miasmi contagiosi e doveva dunque preservare la salute (e la -dubbia- funzione) dei medici. Il becco era riempito di una serie di essenze, più o meno stravaganti tipo: lavanda, timo, mirra, ambra, menta, canfora, chiodi di garofano, aglio, spugne imbevute di aceto e via dicendo. Praticamente tutti quelli che all’epoca si consideravano “antidoti”.

L’abito (pare) venne effettivamente indossato dai medici di Nimega durante la peste del 1636, durante le epidemie del 1630 a Venezia, durante la peste del 1656 a Roma e Napoli. Ed un po’ per tutto il secolo che decimò la popolazione Europea.

A parte la dubbia efficacia contro il propagarsi delle epidemie, sicuramente l’idea di filtrare l’aria che si respirava non era sbagliata, anzi era sicuramente pionieristica sotto molti punti di vista… diciamo che avrei solo da ridire sulla forma data al respiratore che, in un’epoca di milioni di morti, di certo non serviva a tenere alto l’umore: ve lo immaginate un “medico” che vi viene a curare a casa con la mise di un medico della peste? Diciamo che mi sentirei già un po’ più vicino alla morte.

WU

PS. Ma vi immaginate quando si spogliavano la sera? E che inquietanti ombre dovevano proiettare nella notte quei macabri vestiti e quell inquietanti maschere… per di più accasciate senza vita su qualche sedia.

PPSS. Oggi (e se cercate in rete trovate più che altro questo genere di risultati) i medici della peste sono maschere carnevalesche o tatuaggi. Quindi direi che l’aspetto creepy-ludico della maschera è quello che ha preso il sopravvento. chissà se ricorderemo a lungo l’origine di quella che è ormai “una maschera”.