Categoria: inventions

Brabham BT46: the fan car

Erano gli anni del dominio Lotus in Formula 1. Era il 1978. La Brabham, scuderia di proprietà di un non-ancora-ricco-sfondato B. Ecclestone annaspava. Le direttive del boss al suo team tecnico erano chiare: “piuttosto non dormite, ma trovate un modo per battere la Lotus. Inventatevi qualcosa.

E cosi i progettisti si misero (liberamente…) all’opera per cercare di rendere più competitiva la loro vettura. Il team tecnico era guidato da Murray, ma l’idea geniale venne (giustamente) dai suoi assistenti. Ed in realtà anche loro l’avevano permutata dalla Chaparral 2J; monoposto degli anni ’70.

La vettura in questione era una delle monoposto più originale che si siano mai viste (no, non era quella con 6 ruote…). L’autovettura montava un motore V8 da 760 cavalli, abbastanza spumeggiante per mettere in difficoltà la tenuta di strada della macchina che non aveva un’aerodinamica propriamente all’avanguardia. Tuttavia il problema fu genialmente risolto integrando nella parte posteriore dell’automobile… due ventoloni da circa 40 cm di diametro. Erano due ventole da motoslitta che avevano il compito di risucchiare l’area dalla parte bassa dell’autovettura creando una deportanza che la manteneva praticamente appiccicata al suolo… praticamente enfatizzava in maniera attiva il così detto “effetto suolo”. L’idea praticamente incollava l’autovettura al suolo a qualunque velocità e ne aumentava contemporaneamente la manovrabilità.

La Chaparral 2J corse solo nel 1970 e si confermò come l’auto più veloce di tutto il mondiale (anche se non vinse mai una gara) prima di essere vietata dal regolamento (… o meglio dalla pressione di alcuni team influenti, primo fra tutti la McLaren che vedeva scalzato il suo primato di velocità).

Ad ogni modo, tornando alla nostra Brabham, nel 1978. I dispositivi aerodinamici mobili (come appunto le ventole che aumentavano drammaticamente l’aderenza delle autovetture) erano ancora vietati; il vero lascito della Chaparral 2J. Inoltre nella versione originale i ventoloni erano attaccati ad un motore dedicato che aveva anche il (non propriamente marginale) effetto collaterale di aumentare la cilindrata totale dell’autovettura rendendola ulteriormente fuori regolamento.

Ma il team Brabham non si fece scoraggiare; lo studio passò dalle soluzioni tecniche a quello delle norme del regolamento… ed in particolare sull’interpretazione della norma “Se un dispositivo mobile ha un effetto aerodinamico sulla vettura, è regolare a patto che la sua funzione primaria sia diversa”. Era quello che serviva.

Brabham_BT46.png

Gli ingegneri misero il radiatore appositamente sopra il motore e nella parte posteriore dell’autovettura, che a questo punto andava raffreddato. E per raffreddarlo… serviva un ventolone, che ovviamente poteva avere come “effetto collaterale” quello di aumentare la deportanza dell’automobile. La ventola era inoltre collegata ad un’estensione dell’albero primario per cui non aumentava la cilindrata totale del mezzo. Diciamo che la soluzione era inattaccabile da dalle vigenti norme regolamentari.

La vettura debuttò al Gran Premio di Svezia 1978 (per quel che ne so ultimo gran premio disputato in Svezia. La Brabham, motorizzata Alfa Romeo, era guidata da un già-famoso Niki Lauda. Il team aveva pochi dubbi sulla genialità della soluzione e sul fatto che il regolamento non avrebbe potuto bandire la vettura. Anzi, erano così certi della propria superiorità che tentarono addirittura di “rallentare” la vettura imbarcando più carburante possibile. Il dominio fu netto, nettissimo: secondi e terzi in griglia di partenza e stravittoria per Lauda.

Brabham_BT46_1.png

La prima gara della Brabham BT46 coincideva con un successone. Anche l’ultimo. L’unico.

Ancora una volta l’idea del ventolone rompeva le uova nel paniere a troppi “big team” e le scuderie non avevano tutte voglia (chissà se era solo questione di voglia…) di modificare in maniera così importante il design delle loro autovetture. Il regolamento fu dunque aggirato dichiarando la ventola fuori regolamento dato che i piloti delle altre vetture che incappavano nella scia della Brabham BT46 dichiararono di soffrire di una “pioggia” di ghiaia e polvere sollevata dall’aspiratore che ne impediva la visuale.

La Brabham BT46 rimane tutt’oggi l’unica autovettura di Formula 1 ad aver mai corso con una ventola posteriore. La maggior parte del lavoro tecnico e burocratico fu vano (se non atto a dimostrare il drammatico incremento delle prestazioni), spazzato (è il caso di dirlo) da regole fatte ad-hoc.

Una storia forse un po’ triste, ma che conferma che i progressi tecnici sono solo uno (IMHO dovrebbero essere il principale) degli aspetti della vittoria di un prodotto (e non solo in Formula 1); purtroppo aver a che fare con leggi, cavilli e “personaggi influenti” è spesso molto più complicato di studi aerodinamici.

WU

Annunci

come si chiamava? Sans Forgetica!

Quanto è facile leggere? Quanto è difficile leggere? Diciamo che dipende sostanzialmente da: quanto ci interessa ciò che stiamo leggendo (no, in questo senso, io non credo nell’esistenza degli stupidi, solo dei disinteressati), quanto difficile è ciò che stiamo leggendo (diciamo che se mi date un testo in burocratese, anche se mi interessasse, farei molta fatica a digerirlo…), in che carattere è scritto.

In mancanza di argomentazioni più profonde ( 🙂 ), soffermiamoci un attimo su quest’ultimo aspetto. Sans Forgetica è un carattere tipografico studiato per essere… difficile. Alcuni ricercatori della Royal Melbourne Institute of Technology volevano proprio un carattere difficile.

Ora, la domanda, più che legittima è: ma perché vogliamo un carattere difficile da leggere? Perché l’essere umano ha una solida costante: se non fa fatica non ricorda. Le cose troppo facili tendiamo a cancellarle presto dalla memoria; non hanno richiesto troppo sforzo (e, consentitemi una divagazione, credo sia questo uno dei problemi principali dell’attuale facilità di accesso alle informazioni che ci porta ad essere tutti tuttologhi senza però sapere veramente nulla).

Tornando a noi; un carattere difficile da leggere ci fa fare più sforzo e ci porta a ricordare meglio ciò che leggiamo. Almeno in teoria. Nel senso che uno sforzo maggiore nella lettura ci forza ad un’analisi più approfondita del testo che pertanto ci rimane automaticamente più impresso.

Sans Forgetica is a font designed using the principles of cognitive psychology to help you to better remember your study notes

La base psicologica/comportamentale è quello della “difficoltà desiderabile“; in breve: se ti sfido a fare qualcosa di leggermente al di fuori della tua zona comfort (che si riduce velocemente con la banalità delle mansioni), allora lo sforzo che ci metterai aiuterà le tue prestazioni a lungo termine. In questo caso lo sforzo nella lettura aumenta i risultati cognitivi e mnemonici.

San Forgetica è inclinato dal lato opposto rispetto ad un normale corsivo (il che già lo rende poco familiare per noi) ed alcune sezioni di alcune lettere sono rimosse così che l’occhio richiede qualche istante in più per identificarle (mi viene da dire… finché non impariamo a renderle familiari…). Il font è scaricabile da qui (… che è anche un sito ben fatto per provarlo on line).

Ah, non è la panacea di tutti i mali, ne il sacro Graal dell’apprendimento. Per imparare e ricordare qualcosa bisogna studiarla. Bastasse un carattere per essere tutti geni …

SansForgetica.png

WU

PS. Sono personalmente un fanatico dei caratteri da videoscrittura. Arial NON è Times, innanzitutto. PReferisco quelli senza grazie, ma non disdegno segni “di abbellimento). Ne esistono a paccate, come sapete, secondo me molto più belli, puliti e leggibili e … sconosciuti. Garamond? Bell MT? Più che aperto a suggerimenti :).

Sinclair C5

La premessa è che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Tuttavia la Sinclair C5 mi pare proprio un caso raro di “brutto oggettivo” 🙂 . Mi sembra un incrocio fra un golf-cart ed uno scooterone.

Stiamo parlando di uno dei più grandi flop dell’industria automobilistica del dopoguerra.
La Sinclair C5 fu un pioniere della mobilità elettrica. Era un ibrido auto-moto-bici che fu commercializzato nel Regno Unito per alcuni mesi del 1985.

Sinclair c5.png

Il veicolo era dotato di tre ruote, due pedali ed un motore elettrico da 250 W.
Una sorta di tre ruote a pedalata assistita in cui i pedali erano da usarsi “da sdraiati” (credo si definiscano mezzi recumbent…).

Il dubbio mezzo pesava circa 40 kg e raggiungeva la non-invidiabile velocità di 24 km/h. L’autonomia era limitata ad una ventina di km e non sopportava (ne il mezzo, ne evidentemente il conducente dato che era esposto alle intemperie… cosa che non lo rendeva proprio adatto al mercato UK) condizioni di forte freddo.

La trazione elettrica era da attuarsi a mano e… le frecce ed il clacson facevano parte di un kit da acquistare a parte… A parte il design discutibile, il momento storico forse poco favorevole, opinioni di stampa non proprio favorevoli, il Sinclair C5 era anche affetto da dei difetti strutturali che ne determinarono il pronto declino.

La trasmissione era tutta in plastica, per alleggerire il mezzo e ridurre la richiesta di lubrificazione, ma allo stesso tempo rendeva il mezzo fragile e e suscettibile ad usura. L’elettronica di bordo era di bassa qualità. Il conducente era completamente esposto agli agenti atmosferici (… neanche a dirlo che una specie di mantellina anti-pioggia faceva parte di un altro kit opzionale da comprare a parte). Non aveva marce ed il motore si surriscaldava facilmente… serve altro?

Il Sinclair C5 fu commercializzato per soli 10 mesi. Furono venduti non più di 8000 esemplari anche se ne furono assemblati circa 12000. Il bilancio per la Sinclair fu una perdita netta di circa 8 milioni di sterline. Oltre che 6 anni fra sviluppo e produzione ed una figuraccia colossale.

Forse oggi, con le accortezze del caso e sfruttando tutti i progressi tecnologici dell’ultimo trentennio, il mezzo avrebbe più fortuna… ed effettivamente veicoli ibridi (anche se non così tanto ibridi) si vedono circolare ed in fondo non sono neanche così bruttini.

WU

PS. Mi torna in mente quest’altra chicca

La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

CollaCarlsberg.png
Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

Jackson-patented shoes

 

DeDpS78MuBJZpDzyhxsQrCkh7mg8BT6oaMbz0YdXCJo.gif

Questa rimane per me una delle scene più epiche del mondo dei videoclip. La scena (forse) che ha portato i videoclip al livello di piccoli film (si, forse sto esagerando, ma forse secondo solo a Thriller il videoclip di Smooth Criminal mi pare un vero e proprio corto).

Sicuramente la scena che ha condizionato molto del mio concetto di ballo (tutt’ora completamente assente e più prossimo a scoordinate convulsioni). In particolare la “mossetta” di tutto il gruppo che pende in avanti è veramente mitica.

Può piacervi o meno il soggetto e/o la canzone, ma non potete dire che non vi siete mai chiesti, almeno una volta, come diavolo hanno fatto a realizzarla.

Onestamente pensavo a qualche cavo nascosto o effetti speciali digitali (anche se parliamo forse di anni in cui tale opzione era fra il recondito e l’impossibile). Invece la scarpetta brevettata Jackson pare essere la risposta… almeno secondo questo utente reddit.

Praticamente un tacco rinforzato con attacco a baionetta che si incastra in un perno nel pavimento (che mi auguro esser retrattile) consentiva ai ballerini la mossetta pendente. La cosa interessante è comunque notare la naturalezza con cui i ballerini riescono ad incastrare il piede e pendere riprendendo subito dopo il normale svolgimento del video.

L’idea è geniale, ma la realizzazione e la scioltezza nell’applicazione lo è di più (… e per me denota anche l’innegabile estro del non-citato artista).

WU

PS. Godetevi il video completo… per più di 9 minuti (attorno al minuto 7.10 per la scena pendente)

Raddrizza-banane

Quando mi trovo dinanzi qualcuno che riesce a mettere un eternità per portare a termine i più semplici compiti e contestualmente frustare l’interlocutore per atteggiamento fintamente oberato e le risposte da “muro di gomma”; oppure davanti a richieste continue ed incalzanti anche di mansioni con dubbia priorità, sono solito esordire con “non stiamo mica raddrizzando le banane”.

A parte il plurale utilizzato per ammorbidire l’esternazione, il concetto di avere una banana dritta mi è sempre sembrato una di quelle cose contro natura, inutili ed inutilmente dispendiose qualora qualcuno le avesse volute fare.

Ma mi sono sempre “consolato” all’idea che nessuno avrebbe mai provato a farle. Ovviamente anche gli scenari più truci devono prender forma prima o poi… raddrizzatore di banane incluso.

Karl-Friedrich Lentze è un “artista congetturale” tedesco che fra le varie idee esotiche riesce a far parlare di se (ed è forse questo lo scopo del suo “lavoro”) in quanto propositore di uno splendido sistema di per raddrizzare le banane.

E come sappiamo benissimo quando si ha un’idea in mente, il giustificarla è solo questione di tempo ed inventiva.

This is the biggest thing since sliced bread – the straight banana. Depending on the degree of the curve, chunks will be cut out of the banana, which are then resealed using a biologically safe plaster.”

Il sigaro-banana sarebbe facilmente immagazzinabile, trasportabile e più comodamente maneggiabile ed ovviamente mangiabile. Il sistema geniale richiede di aprire la banana tagliarne le parti ricurve e ri-sigillare dunque il cilindrotto ottenuto. Le parti tagliate sarebbero perfette per macedonia in scatola ed il tutto potrebbe essere splendidamente automatizzato.

Io non mi approccerei ad un sistema di tal sorta neanche per errore (Se non altro per non togliere l’aurea di inutilità nella locuzione del raddrizzamento di banane), ma evidentemente faccio eccezione.

L’artista ha infatti dichiarato di aver avuto numerosissimissime richieste per il sistema sigaro-banana e lo ha prontamente sottoposto all’ufficio brevetti di Berlino.

Dopo uova quadrate, meloni baby e mi fermo per pudore, mi mancava la banana cilindrica. Non si potranno neanche più raddrizzare le banane in pace.

WU

PS. Beh, poteva sempre proporre di rincollare i pezzi tagliati con colla edibile…

La macchina per firmare

Io replicavo le firme dei miei genitori a manina sul diario per giustificare assenza che non erano proprio lecite… diciamo cosi (io?! nooo, non l’ho mai fatto e mai detto! 🙂 ).

Anche in questo i tempi sono cambiati (o forse no). Ad ogni modo diciamo che oggi (a patto da avere un bel gruzzolo da parte, motivo per cui la sQuola potresti anche pensare che non ti serva, per cui troverai sicuramente applicazioni migliori per il congegno) esiste un’alternativa.

Si tratta di un congegno tanto geniale quanto complicato per poter replicare alla perfezione, un numero illimitato di firme una firma. Esatto. Esiste davvero. Ovviamente non è una scatola magica, ma un congegno meccanico “da orologiaio”… ed infatti è stato proprio un orologiaio a progettarla e realizzarla.

MacchinaFirma.png

Una cosa va subito detta: una macchina uguale una firma. Ogni macchina è progettata specificatamente per replicare una firma specifica. Ed ovviamente un oggetto del genere va difeso con accortezza; non è un caso che sia attivabile solo con un codice segreto.
viviamo nell’era del digitale e “clonare” una firma digitale è diventato più o meno semplice; si va dalla semplice immagine all’ID digitale certificata, ma tutto sommato un buon spippolone ci firmare quello che vogliamo. Non è un bene, è una costatazione. Spesso le firme sono messe li tanto per metterle e spesso, invece, le mettiamo con criterio e con (in)soddisfazione.

Farle manualmente è ovviamente un’altra cosa (anche se di certo merce più rara nella quotidianità dei mortali), oltre al fatto che si “esigono” anche in contesti diversi (l’aggeggio in questione potrebbe firmare assegni a ripetizione per conto nostro… ammesso di avere bisogno e disponibilità).

Tornando comunque all’aggeggio: è piccola, portatile, elegante e ci si può “montare” la nostra penna (certamente una BIC da tabaccheria…) preferita. 585 pezzi da orologio che con ingranaggi e molle muovono un braccio retrattile che “danza” per conto nostro sul foglio.

Dulcis in fundo: 365.000 dollaroni… ne deve valere proprio la pen(n)a…

WU

PS. Certo che per tantissimi aspetti il progetto dell’uomo è veramente eccezionale… me ne convinco sempre di più (qualora ce ne fosse bisogno) e lo noto soprattutto quando vedo la complessità e la difficoltà nel realizzare questo genere di invenzioni che fanno con fatica e parzialmente ciò che noi impariamo a fare a 5 anni.