Categoria: inventions

Cascone personale

Alzi la mano chi apprezza gli open space come ambienti di lavoro.

A meno che non lavoriate in una qualche officina meccanica o simili (ed io, ahimè non lo faccio) e condividete opinioni su culi e cambi, dubito di vedere pletore di mani al cielo. Se condividete con me la sorte di un qualche lavoro da scrivania dubito che apprezziate gli open space come soluzione logistica per lavorare.

Ovviamente non possiamo più sperare all’ufficio singolo (noi mortali senza alcuna poltrona di pelle umana), ma gli ambienti rumorosi, chiassosi, vociosi, chiacchierosi, stressanti che si creano quando già 5 o 6 di noi lavorano nello stesso ambiente sono decisamente controproducenti.

Ci sono tante soluzioni alla faccenda (compresa quella di essere quello che fa più casino) tra le quali l’ultima idea (… beh, onestamente non proprio un’ideona…) di uno studio ucraino di design.

Our main idea was to create a tool, which helps fully concentrate on working project, get some personal space and doesn’t allow office noise kill person’s productiveness.

helmfon.png

Helmfon è un gigantesco casco da ufficio (magari sufficiente per proteggerci dagli incidenti lavorativi) realizzato in fibra di vetro, schiuma poliuretanica, bluetooth, webcam, supporto per smartphone e cose del genere.

E’ come se stesse dentro una cabina telefonica personale nella quale potete sentire musica, fare call, vedere video, leggere documenti, telefonare e fare la vostra parte nel masochismo da logorio della vita moderna.

Ve lo immaginate questo posto pieno di gente “in batteria” ognuno con il suo cascone a farsi gli affari propri? Altro che realtà virtuale da incubo postnucleare, 1984 o Balle Spaziali… Qualche dubbio sul peso e sulla postura che induce mi viene (oppure dei metodi che poi servirebbero per attirare l’attenzione del “cascato”), ma è il prezzo da pagare per avere la nostra privacy anche in un open space.

WU

Coffephone

Frase tipica di pigri e faceti discorsi da bar, spesso riferita all’ultimo gioiellino tecnologico che ci troviamo fra le mani è: “Ma per quanto costa ti fa pure il caffè?”.

Non l’ho mai capita fino in fondo, anche considerando che in fondo un caffè ci costa un euro; l’ultimo smartphone almeno centinaia… Per prendere 100 caffè ci metto mesi.

Comunque la frase, oltre ad essere tutt’altro che spiritosa, tutt’altro che originale, ora è anche tutt’altro che veritiera. Siamo, infatti, di fronte all’ultimissimissimo ritrovato tecnologico: la cover per cellulari che ti fa ANCHE il caffè. E ne avevamo tutti bisogno.

Mokase si impone per la peculiarità e per essere la prima al mondo (… ed il solo pensare che ne potrebbero seguire altre mi fa venire i brividi) a farlo.

Sebbene esistano in giro per il mondo altre cover polifunzionali, questa attualmente è l’unica che permette di erogare una bevanda tra le più consumate sul pianeta… il caffè!

Praticamente, inseriti nella cover si trova un piccolo serbatoio di acqua ed un filtrino con il quantitativo per una piccola tazzina di caffè. Basta, con l’immancabile app in dotazione, dare il via e la magica cover scalda l’acqua nel serbatoio che fruisce attraverso il filtro di caffè fino ad un buchino posto in un angolo.

mokase.png

Immancabile il “design ricercato” (qualunque cosa significhi), i vari aromi della bevanda, l’eccezionale isolamento termico fra la cover ed il cel (non vorrete mica friggere il vostro smartphone del cuore per un caffè?!) e la tazzina integrata. C’è veramente tutto per prendersi un caffè… sull’autobus. Rilassante.

Ovviamente è un’idea tutta italiana. Perché ovviamente? Beh, ditemi quali altri paesi europei si accontenterebbero di appena 25 ml (meno di un espresso) di caffè…

WU

PS. E comunque per soli 25 euro potrebbe anche valer la pena di togliersi lo sfizio 😀

Fidget spinner, e pure virtuale

Avete presente cosa sia un fidget spinner? No?! Una cosa assolutamente fondamentale, immancabile, un must, una… cazzata incredibile di cui non potete fare a meno.

Praticamente si tratta di una specie di trottola per dita composta (ovviamente ne esistono forme e dimensioni a piacere) da un cuscinetto centrale da tenere fra due dita e tre (quattro, otto, millemila?) estremità da far roteare.

FidgetSpinner.png

Non mi dovete e non vi dovete chiedere a cosa serva.

L’unica cosa che vi posso dire è che è ampiamente usato anche nelle aule di scuola (con buona pace dei docenti e protagonista di news tipo questa) e che trova le sue origini in un qualche gadget sviluppato per gli studenti con problemi di ansia, autismo, concentrazione e simili.

Nell’epoca dei bisogni eteroindotti pompati dal web, ecco che ce lo ritroviamo un po’ in ogni dove, commercializzato come fosse un anestetico.

SI tratta di una di quelle cavolate da tenere in mano come antristress che con un costo praticamente ridicolo ci spingono a dire “ma si, tanto…”. Da circa 2 euri in su su Amazon

Ad ogni modo, se già questo vi pare una semi-follia, aspettate di vedere il resto.

Eh, si perché l’ulteriore limite a cui si può spingere e ci può spingere il web è proprio ad abbandonare la necessità dell’oggetto fisico per portare il tutto su un piano più… virtuale.
Cliccate su ffffidget.com. Vi prego. E fatevi passare tutto lo stress che avete!

The simple website lets you spin the virtual toy with your mouse or a touch screen, eliciting a rainbow of colors that change depending on the speed of your spin

Mi affascina un sacco assai notare come l’oggetto, di per se banale, che aveva come praticamente unico senso proprio quello di esistere per essere tenuto in mano e “raccogliere” il nostro stress, perde anche questo suo connotato per diventare un clic sullo stesso mouse che è spesso proprio la causa del nostro stress.

WU

Dark Side of the Moon Stout

The idea started out with a few laughs amongst a group of friends. We all appreciate the craft of beer, and some of us own our own home-brewing kits. When we heard that there was an opportunity to design an experiment that would go up on India’s moonlander, we thought we could combine our hobby with the competition by focusing on the viability of yeast in outer space.

Per i meno addicted: home-brewing kits sono quei kit per farsi la birra in casa.

Ora, anche per chi mastica con poca voglia l’inglese, quantomeno vediamo nella stessa dichiarazione la parola luna e la parola birra. Eh?! Beh, dato che sognare è la cosa migliore che possiamo ancora fare, quantomeno per motivarci ad andare avanti. Ad ogni modo, cerchiamo di raccontare la genesi di questa idea…

Si fa tanto parlare della colonizzazione del sistema solare, si fa tanto parlare di colonie marziane e lunari. Sulla luna, ad esempio, è chiaro e confermato che esista l’acqua. Tirarla fuori e renderla potabile, poi, è un’altra storia. Comunque, anche quando avremo la nostra bella casetta sulla luna con tanto di fontanella che produce l’acqua direttamente in-situ, non potremo dire di aver colonizzato la luna se è l’unica cosa che possiamo bere.

Che è poi un po’ il concetto di “la mia casa è dove poggio il mio cappello”; qualche confort ci vuole per sentirci a casa nostra anche sulla luna. Confort tipo? Beh… un bel bicchiere di birra!

Certamente qualora avessimo veramente colonizzato la luna con tanto di basi permanenti vi sarebbe un sistema di trasporto di beni Terra-Luna tra i quali farsi arrivare anche un bella bottiglia di birra (di importazione, per definizione), ma vogliamo mettere la soddisfazione di farsi la propria birra in casa, anche sulla luna?

How to make beer on the Moon?!?

Beh, la domanda che si è fatta un team di ricerca di studenti di bioingegneria dell’università di San Diego è esattamente: come faccio a spillare birra sulla luna? Ovviamente i problemi sono tanti (che valga la pena di affrontarli o meno). Ad incominciare dalla disponibilità della materia prima:

to test if yeast would be viable in a Lunar environment. As the key ingredient in the production of beer (and many other beneficial things), thieir experiment sought to determine if Lunar colonists will be capable of becoming their own brewmasters.

Il team si è dato da fare ed ha progettato un dimostratore per un sistema di produzione di birra unico nel suo genere. Si parte dall’aggiunta di lieviti per poi combinare la fase di fermentazione e carbonizzazione (che sulla terra avvengono separatamente) al fine di avere un sistema più compatto e non avere CO2 rilasciata da dover smaltire. Il sistema, inoltre, dovendo fare i conti anche con la minore gravità della luna utilizza la sovrappressione della CO2 prodotta per misurare il contenuto di zucchero invece che misurare la densità della miscela, come invece si fa sulla Terra.

MoonBeer.png

Our canister is designed based on actual fermenters. It contains three compartments—the top will be filled with the unfermented beer, and the second will contain the yeast. When the rover lands on the moon with our experiment, a valve will open between the two compartments, allowing the two to mix. When the yeast has done it’s job, a second valve opens and the yeast sink to the bottom and separate from the now fermented beer.

Per farla breve è una specie di lattina di birra… che produce birra!

Prima di immaginarci generazioni di produttori di birra lunari (e, perchè no, marziani) vediamo di far volare il barroccio. L’idea è quella di portare l’esperimento sulla luna a bordo del lander indiano della TeamIndus, uno dei team (in realtà uno dei 5 team ad aver già raggiunto la milestone del finanziamento di 1 M$…) del Google Luna XPRIZE.

WU

PS. Se state pensando “che cagata”: è vero. Può essere vero. Ma infondo è dalla passione di un hobby, associata alla ricerca/Studio/sacrificio che viene fuori entusiasmo e qualche bella idea… fosse anche molto lontana da dove eravamo partiti.

Aria pura ed idrogeno

Quando leggo questo genere di notizie la prima domanda che tipicamente mi pongo è se stiamo violando qualche principio di conservazione. In questo caso, stranamente, non mi pare.

Problema: inquinamento dell’aria. Soluzione: produrre energia. Sembra un po’ la trama di un film Disney, ma è (potrebbe essere) una invenzione vera e veramente geniale.

L’invenzione, riassunto in uno studio firmato da due gruppi di ricerca di università belga, si basa su una specie di mini-accrocchio con due camerette separate da una membrana. La membrana “filtra” lo smog producendo da un lato aria pulita e dall’altro idrogeno (si, per i più green, con qualche non-proprio-piccolo sforzo, si può anche paventare l’utilizzo di tale idrogeno come combustibile).

smogfreedevice.png

Ovviamente l’innovazione è tutta nella membrana che, disegnata con uno “speciale tipo” di nanomateriale funge da catalizzatore per i gas inquinanti portando alla produzione di eco-friendly idrogeno. Ah, riguardo all’uso dell’idrogeno come combustibile, dato che il suo ciclo di produzione non è esattamente ad impatto zero, potremmo essere davanti (immagino che purtroppo si tratti di volumi infinitesimi) ad un’ulteriore rivoluzione.

Manca solo la fonte energetica per far avvenire la magica-reazione: la luce. E la cosa rende l’apparecchietto ancora più appetitoso per scenari di green economy.

Forse non sarà il dispositivo che cambierà il mondo (dicitura che invece vedo rivogata a casaccio sulla faccenda), ma l’idea mi pare abbastanza semplice da essere geniale. Come sempre il mio dubbio è tutto il passo che serve da adesso in poi per rendere il prototipo da laboratorio qualcosa di industrialmente fruibile. E questo passo, ahimè, lo facciamo (in generale) se qualcuno ha interessi economici nella faccenda.

Sono fiducioso.

WU

PS. Ad onor del vero è solo l’ultima arrivata delle idee/invenzioni sul tema. Se goooooglate un po’ per “trasformare smog in combustibile” sarete investiti da tonnellate di risultati pseudo-scientifici negli ultimi 50 anni ed un po’ di tutto il globo (tra i quali, devo ammettere, Carbon Engineering è notevole). Se dovessi giudicare solo da questo sarei portato a dire che… parliamo per dare aria (inquinata) alla bocca.

Single Stage to Orbit

I definitely like the idea. Actually it doesn’t sound really feasible to me… but for sure because I’m not enough a far-looking man.

Since the begin of the space age, we learnt to go into space by means of rockets. These rockets, depending on the size, payload mass, target orbit and bla bla bla, were (and are) based on some stages. The first stage has the most powerful engine able to fight against Earth gravity, the second completes the ascend phase, a third one helps reaching the target orbit. And everything is often coupled with solid auxiliary solid boosters to give even more thrust.

The technical reasons behind this approach are mainly (but not only two): each engine is optimize to work in a specific range of outside pressure (where the expansion of the jet is maximum) and staging a rocket is a good way to get rid of useless mass (e.g. used stages) to avoid to bring into the target orbit already waste mass (i.e. already spent launch vehicle parts are just useless burden).

Haas 2CA (from the name of the C. Haas, the first one to propose such idea) is this innovative launcher which promises to implement this single stage to orbit approach by replacing the conventional engines with a linear aerospike engine.

arca.png

What’s that? Well… the implementation of an idea which dates back to the 1960 and “basically works by cutting a rocket engine’s bell in half, then placing the two halves back to back to form a tapering spike“. In short, it is the external air which behaves as the missing half cone adapting itself to the right size to obtain the optimum jet expansion.

This means that as the rocket flies higher, the thinner air holds the gases less tightly and they spread out more as if the rocket bell has gradually grown larger. This allows the aerospike to automatically adjust itself in flight, turning itself from a sea-level engine into a high-altitude one.

Ah, as usual, besides the (fascinating) idea… money moves the right leverage: the system is advertised as disruptive also on the economic side, 1 million dollars per launch; 10 000 dollars per pound.

WU

PS. Just some technical data for completeness: the Haas 2CA will be 16 m, 1.5 m diameter, 550 kg weight and 16290 kg fuelled… not really impressive figures, absolutely in line with the micro-mini sat market the launcher targets.

Penne e colori

Beh, non sarà proprio come catturare i sogni (qui), ma ci va molto vicino. E pare, o quanto meno viene percepito come, molto più concreto. Catturiamo i colori, quasi come se fossero una proprietà materiale da poter catturare, imbrigliare ed utilizzare a nostro piacere. In questo caso effettivamente è quasi così.

E’ la magica penna Scribble Pen.

Ora, tanto per fare un po’ il giovane figlio della tecnologia, esistono già app che se puntate su un oggetto sono in grado di captare esattamente il colore inquadrato e restituirti la sequenza RGB da utilizzare nel puntatorino per fare un disegno sul vostro smartphone con linee esattamente di quel colore.

La cosa, già abbastanza affascinante, rimane comunque confinata allo schermo di un telefono… fino all’avvento della Scribble Pen che praticamente introduce lo stesso concetto, ma su un bel pezzo di carta. Il che fa tutta un’altra scena…

Praticamente basta avvicinare per un paio di secondi la penna “magica” ad un oggetto per “rubargli il colore”; un po’ come rubargli l’anima, anche se fortunatamente poi l’oggetto non diventa di uno scialbo grigio come nelle migliori storie di fantasia…

La penna, dopo aver campionato il colore, grazie ad una cartuccia d’inchiostro ricaricabile ed una micro pompa “intelligente” (ovvero controllabile elettronicamente), offre la possibilità di trasformare il colore rilevato in reale inchiostro. Il principio non è particolarmente innovativo (ormai), ma di certo affascinante il fatto di averlo trasferito da un touchscreen al mondo reale.

Il fatto che l’inchiostro sia praticamente indelebile, che la penna vada bene anche per tavolozze virtuali e che si ricarichi via USB (con circa 15 ore di autonomia) completano il pacchetto.

… in offerta a 249$ … E questo la rende molto reale.

WU

PS. Ovviamente è una novità 2016…