La propulsione più veloce del suono

Nella classe degli esoreattori vi sono due eminenti soggetti. Stiamo parlando di motori, motori per aerei (diciamo) o che comunque sono in grado di lavorare in aria sfruttando l’ossigeno normalmente presente nell’atmosfera come ossidante per una reazione di combustione.

Prima di presentarvi questi due eminenze ingegneristiche consentitemi una brevissimissima digressione. Il numero di Mach (oltre ad essere un rasoio per uomini) è il rapporto fra la velocità (di volo) e la velocità del suono nelle stesse condizioni atmosferiche (attenzione attenzione: la velocità del suono NON è costante, dipende dalla temperatura e dalle caratteristiche chimiche dell’aria).

E’ quindi chiaro che uno stesso corpo che viaggia alla stessa velocità a due quote diverse (caratteristiche dell’aria e temperatura diverse) ha due numeri di Mach (M) diversi. In particolare in un caso il rapporto potrebbe essere maggiore di uno ed in un caso minore. Ovvero in un caso il corpo viaggerebbe in condizioni supersoniche (M>1) e nell’altro caso subsoniche (M<1). Anzi, a quote molto alte (o a velocità estremamente elevate) M potrebbe essere molto molto alto, condizioni ipersoniche (M>5).

D’accordo. Facciamo ora un ultimo sforzo:

  • un flusso subsonico, in un condotto convergente, aumenta la propria velocità e diminuisce la propria pressione. Il viceversa accade in un condotto divergente;
  • un flusso supersonico, in un condotto convergente, diminuisce la propria velocità e aumenta la propria pressione; Il viceversa in un condotto divergente.

Ciò detto è chiaro che in regime supersonico un condotto divergente seguito da una camera di combustione che riscalda la miscela di ossigeno e carburante seguita da un ugello finale (condotto divergente) è sostanzialmente un modo per accelerare l’aria. E’ praticamente un motore. Ma senza parti rotanti o comunque in movimento (compressori e/o turbine).

Ramjet e Scramjet (le due eminenze di cui sopra) sono proprio questi due oggetti in grado di produrre spinta sfruttando questo principio. La sostanziale differenza tra i due sistemi consiste nel processo di combustione: mente lo Scramjet prevede che non solo il flusso in ingresso ma anche la combustione avvenga in regime supersonico, il Ramjet ha un ingrasso d’aria supersonico rallentato fino ad una combustione subsonica e poi accelerato nuovamente.

RamjetScramjet.png

Il Ramjet prevede una prima zona di compressione (sostanzialmente una presa d’aria) che riduce la velocità del flusso, e quindi aumenta la pressione, fino a raggiungere un Mach di 0.3 – 0.4, valore ottimale per la combustione. Per raggiungere tali valori la presa d’aria sfrutta opportune onde d’urto “normali” che rallentino il flusso. Il tratto successivo è la camera di combustione in cui viene direttamente iniettato combustibile nebulizzato. In questo modo è come se il flusso venisse “energizzato”, fino a raggiungere un regime sonico (M=1) nella sezione di gola posta a valle della camera. Il tratto finale è un canale divergente (l’ugello) in cui si raggiunge di fatto un notevole aumento di velocità (e quindi spinta).

Lo Scramjet, invece, prevede un ciclo molto simile a quello del Ramjet, ma con la fondamentale differenza che la combustione avviene in regime supersonico (cosa assolutamente non semplice soprattutto per problematiche legate al tempo fluidodinamico di reazione). La presa d’aria deve quindi essere in grado di di rallentare solo un po’ il flusso in ingresso alla camera di combustione. Ciò è possibile con delle onde d’urto “oblique”, decisamente meno dissipative di quelli “normali”. Inoltre l’architettura dello Scramjet non prevede particolari “strettoie” e gole tipiche del Ramjet: in questo caso, infatti, la camera di combustione deve essere un condotto già divergente per favorire l’aumento di velocità prima ancora di entrare nell’ugello di espansione.

Ovviamente il diavolo si nasconde nei dettagli: le temperature raggiunte in questi sistemi raggiungo facilmente i 2500 gradi (a causa della così detta temperatura di ristagno), una sfida ingegneristica molto ambiziosa per i materiali oggi disponibili. Le fore aerodinamiche (che variano con il quadrato della velocità) inducono importanti sollecitazioni sul veicolo. Necessità di compensare importanti fenomeni di instabilità legati al non perfetto parallelismo del flusso in ingresso. Tanto per citane alcuni…

Ah, qualora non fosse chiaro, è ovvio che ne Ramjet ne Scramjet sono in grado di garantire il decollo del veicolo per cui vanno affiancati a sistemi più tradizionali.

Insomma, facile non di certo, ma se vogliamo fare il prossimo passo (prima di parlare di sistemi ancora più esotici di propulsione… per questo più affascinanti) dobbiamo darci una mossa (più veloci del suono!) in questa direzione.

WU

PS. Per quanto riguarda il livello di sviluppo: per lo Scramjet per il momento stiamo parlando di (tanti) studi e qualche prototipo in giro per il mondo, ad esempio il programma Hyper-X della NASA (X-43). Mentre il Ramjet è una realtà, almeno per applicazioni balistiche che vengono sganciate direttamente da aerei in volo già in regime supersonico.

PPSS. Divulgativo e qualitativo, come di consueto. Tanto per un’infarinatura, per rinfrescarci la memoria o per motivare ulteriori approfondimenti a riguardo.

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Le Yike Bike sono fra noi (?)

E’ in giro da un po’, anche se il fatto di non vederne le strade piene un po’ mi fa sospettare (quanto meno sulla bontà del busness plan che avevano in mente…). Viene lanciata nel 2009 alla Eurobike in Germania, entra in produzione nel 2010 (notevole la velocità di ingegnerizzazione e la messa a punto dei processi produttivi) e dal 2011 è disponibile sul mercato (anche su Amazon, il punto di riferimento) allora, pare, sia il must-have della mobilità urbana (che io non ho ancora mai visto dal vivo…).

Scetticismo (da commerciale) a parte l’idea mi pare ganzissima. Forse una delle poche vere rivoluzioni al concetto di micro-mobilità urbana (non tanto una rivisitazione del concetto di bici che credo sia stato già ampiamente esteso/rivisto da Leonardo in poi).

To design a personal transportation device that was safe, manoeuvrable and as easy to ride as a bike but specifically designed to be smaller so that it can be easily taken anywhere in a congested city. Rather than take a normal bike and crunch it up like most folding bike designs we took a step back to see if there was another safe stable configuration that is vastly smaller when folded.

We started from the assumption that you need a decent sized front wheel so you can go through pot holes, up curbs and over bumps in a safe comfortable way. You can see from the development history that it took a lot of trying to find a stable easy to ride design. Although we started with pedal only versions we found that we could make a smaller lighter more useful version using latest battery, motor and controller technologies.

Stiamo parlando della Yike Bike. Una “concept bike” (si può dire?) elettrica che ricorda un po’ un velocipede con il “ruotone” vanti ed il “ruotino” dietro. Il manubrio è sotto il sedere e si guida “di spalle” guardando la strada. Chiaro no?

Ah, si può anche ripiegare, raggiunge circa i 23 km/h, percorre fino a 20 km con una carica (che dura circa un’ora e mezza) e pesa meno di una dozzina di chili. Beh, peso e concept a parte le prestazioni non sono propriamente eccezionali (rispetto alle moderne bici elettriche), ma evidentemente sono di seconda importanza rispetto alla possibilità di impacchettarla in ascensore senza sforzo (ah, si, anche di apparire, certamente).

Dicono (rinnovo i dubbi) che ne vendono più di 22 milioni l’anno, che sono presenti in 275 città (evidentemente viaggio poco o male) e che in totale sono stati percorsi con una Yike più di 3.7 milioni di Km…

… e poi mi piace parecchio il “buy your freedom” come tasto per portarti alla sezione acquisti del sito. Ah, non trascurabile, Yike Bike va dai circa 5000$ a 8000$, in base al modello. Non di certo economica (anzi, personalmente, non so se per questi importi ne vale veramente la pena…), ma d’altra parte la vostra libertà varrà pure qualche migliaio di dollari, no? Ammesso che sia questa l’unità di misura della libertà…

Stilish, costly e tante alte cose interessanti.

WU

PS. Sono neozelandesi, non mi è chiaro chi li ha finanziati (assumo da un certo punto in poi sia inevitabile per vedere “un pezzo di ferro” partendo da “un’idea”, per quanto egregia questa possa essere).

Carne di piselli

… e non carne con piselli (che è un connubio che non mi spiace affatto).

Planted chicken è la nuova frontiera della “carne” sostenibile. La proposta arriva, questa volta, da una startup svizzera che ha sapientemente mescolato addirittura acqua e farina di piselli per ottenere “il cibo del futuro“. Non è onestamente la prima volta che sentiamo parlare di surrogati di carne (da quella in provetta in poi è più o meno tutto lecito) a base di vegetali: dalle carote, al tofu alle alghe e bla bla bla, ma evidentemente la cosa fa ancora notizia ed il fatto che la diffusione non sia ancora così estesa tanto quanto il vociare che se ne fa qualcosa vorrà pur dire…

Praticamente idratando e pressando farina di piselli si produce una simil-carne a base di piselli che non solo assomiglia visivamente al pollo, ma ne ha anche il sapore. Mi permetterete un certo scetticismo (infondato, decisamente, dato che non l’ho assaggiata…), ma non mi sembra certo una scoperta sconvolgente. Non capisco, inoltre, perché dobbiamo avere come scopo quello di ricreare un dato alimento con altre “materie prime”: magari acqua e piselli è veramente un ottimo connubio, è sostenibile, è il cibo del futuro, ma non deve per forza ricordarci la carne, no? Aggiungo anche per per me vegetale non è assolutamente sinonimo di sostenibile; vi sono (e gli esempi sono così tanti e così facili che li evito) innumerevoli colture assolutamente non sostenibili, mentre è certamente possibile metter su allevamenti che lo sono. Ma dato che “sostenibile” non è un numero o un valore misurabile (ancora) per il momento queste rimangono considerazioni personali.

Tornando a noi, l’idea (perché alla fine è questo quello che mi colpisce) degli statupper svizzeri (che hanno anche, va detto, saputo usufruire di fondi nazionali per la ricerca… vegetale) è quella di sfruttare la capacità dei lunghi filamenti di alcuni vegetali (tipo rape e piselli) di assorbire molta acqua prendendo le sembianze di una specie di idrogel naturale. Pressando queste proteine vegetali ed aggiungendo acqua (in base, pare, ad un processo completamente termomeccanico e non chimico) si ottiene un impasto che cotto assomiglia in tutto e per tutto al pollo. Addirittura (questo per i nuovi prodotti, sia chiaro 🙂 ) è teoricamente possibile regolare la lunghezza delle fibre e la quantità di acqua assorbita da questi filamenti tanto da produrre “carne” di manzo, pollo, maiale o addirittura “pesce”.

PlantedChicken.png

La carne di piselli si sta facendo (pare) anche apprezzare dai consumatori. E’ infatti in distribuzione presso diversi ristoranti fra Lucerna Ginevra e Zurigo e dicono esser molto gettonata, tanto che i nostri bravi startuppari stanno ponderando di abbandonare l’incubatore (ed i fondi) che li ha visti iniziare per spostarsi in stabilimenti più grandi e produzione industriale.

Leggendo qualche recensione su questa idea ho anche scoperto che non è destinata propriamente ai vegetariani (che del pollo non vogliono neanche sentir parlare, neanche fosse vegetale… credo), bensì ai flexitariani. Una tribù che non ha abbandonato la carte, ma ne ha diminuito l’utilizzo per abbattere il proprio impatto ambientale. Sarò mica flexariano?

WU

Silbervogel

Uccello d’argento, che potrebbe benissimo essere il nome di un Cavaliere dello Zodiaco, invece si tratta di un progetto bellico tedesco decisamente avveniristico per la sua epoca (e sotto molti tratti ancora oggi…).

Un così detto “bombardiere antipodale” che aveva come suo tratto distintivo quello di combinare l’utilizzo di un motore a razzo e di una forma portante (stile aereo); praticamente lo stesso connubio che è alla base degli svariati progetti degli “spazioplani”, da quelli più storici (X-20, Space Shuttle) a quelli più avveniristici (qui la lista sarebbe lunga…).

L’uccello d’argento era una specie di mega-proiettile di circa 10 tonnellate, 30 metri e 15 metri di larghezza alare. Era progettato per “rimbalzare sull’atmosfera” e grazie a questo principio raggiungere enormi distanze. Veniva lanciato lungo una slitta di 3 km sui quali un carrello (spinto da 12 razzi stile V2) lo accelerava fino a 1900 km/h, velocità sufficiente a generare portanza nelle sue ali e quindi decollare. Praticamente un decollo assistito che però lo sollevava dall’onere di portarsi dietro il propellente ed i booster per accelerare (come faceva, invece, lo Shuttle).

Dopo il lancio e l’ascesa in atmosfera, Silbervogel raggiungeva (beh, avrebbe dovuto raggiungere) una quota di circa 145 km grazie all’utilizzo del proprio motore che lo avrebbe spinto fino ad oltre 22000 km/h. Una volta raggiunta questa quota, il velivolo sarebbe naturalmente rientrato fino a scendere sino alla stratosfera, circa 40 km di quota, ove la maggiore densità dell’aria avrebbe generato una portanza sulla pancia piatta dell’ “aereo” tale da avergli fatto riprendere quota e quindi ripetere il processo.

Il velivolo poteva volare (secondo i calcoli) fra i 19000 ed i 24000 km; poteva attraversare l’oceano atlantico equipaggiato di una bella bomba e poteva, una volta sganciata, “rimbalzare” fino ad atterrare in un “porto sicuro” (la faccio più semplice: lanciato dalla Germania, l’uccellaccio volava fino agli Stati Uniti ben equipaggiato della sua atomica – che comunque i tedeschi non avevano -, rilasciava il suo prezioso carico su una città a sua scelta, e se ne “rimbalzava” fino al Giappone dove avrebbe potuto atterrare).

Il progetto non lasciò mai la galleria del vento (praticamente un prototipino davanti un ventilatore) e fu chiuso a causa dei suoi costi (cosa effettivamente non comune nella dotazione finanziaria degli anni delle guerre mondiali). Da un certo punto di vista fu un bene (oltre, evidentemente, che per il fatto che non abbiamo sganciato bombe nucleari sugli Stati Uniti), dato che (in base alle analisi svolte nel dopoguerra) le temperature raggiunte per via dell’attrito dall’aereo erano state abbondantemente sottostimato e l’aereo si sarebbe sciolto per i materiali di cui era fatto (non a caso lo Space Shuttle fu poi dotato di degli scudi termici…).

I suoi inventori (Sänger e Bredt) passarono da un governo all’altro dopo la fine della guerra, dovettero subire le classiche iniziative della guerra fredda (rapimento?), ma alla fine il Silbervogel non vide mai la luce. Il suo lascito confluì nel progetto (americano, questa volta) del X-20 Dyna-Soar in cui la Boing voleva fare sostanzialmente una copia dell’uccello di argento. Anche in questo caso il progetto non vide mai la luce (660 milioni spesi fra il 1957 ed il 1963), ma molte delle tecniche e tecnologie sviluppate confluirono nella progettazione dello Shuttle.

Oggi l’Europa sta provando a fare qualcosa di vagamente simile con XIV e con lo Space Rider; gli scopi sono assolutamente non bellici (anche se l’utilizzo duale della tecnologia aiuta, diciamo così, il reperimento di fondi): dall’idea di andare a bombardare qualcuno siamo passati all’idea di avere uno “spazioplano” (che richiede, evidentemente, uno spazioporto) per portare turisti (ben paganti) nello spazio. Le basi della “new space economy” (qualunque cosa sia) partono da lontano, lontanissimo… quelle tecniche, sia chiaro.

WU

Zampette ad origami per razzi spaziali

Tutte quelle attività che sono un po’ un misto fra scienza ed arte esercitano su di me un discreto fascino. Si, tipo usare l’arte degli origami per migliorare le nostre capacità di rientro dallo spazio.

Sembra un po’ una barzelletta (e dal punto di vista di maturità della tecnologia un po’ lo è effettivamente), ma l’idea di provare ad usare una specie di “zampette retrattili” piegate ad origami per costruire sistemi di atterraggio dei razzi riutilizzabili e ridurre gli effetti dell’impatto con il suolo è decisamente saporita. Per me, ovvio 🙂 .

Come sapete tutti gli ultimi lanciatori sono progettati per essere riutilizzabili (Falcon 9, New Shepard, etc.) la cosa migliora sostanzialmente il costo delle missioni (certo, pone sfide tecnologiche non da poco, è inefficiente dal punto di vista della gestione del propellente, ma dinanzi a Dio Denaro…). Lanciatori spaziali di questo tipo non “muoiono” con un singolo lancio, ma la loro vita utile continua grazie al rientro a terra controllato. Tale rientro è reso possibile da motori frenanti e da quattro strutture retrattili. Questi ultimi sono praticamente quattro gambe robotiche che si aprono a pochi metri dalla superficie terreste e consentono allo stadio del lanciatore di atterrare dolcemente in piedi (… quando tutto va bene, ovvio).

Il rientro è una fase molto delicata (ed anche molto suggestiva c’è da dire) di tutta la missione. Minimi errori significano la perdita del razzo (certo, il suo carico utile è stato ormai rilasciato, ma la voglia di riusarlo è tantissima…). Ricerche sui sistemi di “landing” abbondano e tra queste spicca quella dell’università di Washington che sta proponendo un sistema in grado di assorbire gran parte della forte compressione dovuta all’atterraggio di questi bestioni. Come fare ad attutire il colpo? Beh, usando gli origami, ovviamente (è esattamente il genere di “pensiero trasversale” che mi affascina).

Un “metamateriale” piegato a forma di origami consente di star chiuso durante le fasi di ascesa, essere dispiegato per l’atterraggio e comprimersi per assorbire l’impatto con il suolo. E che vogliamo di più? Ah, forse il fatto che sono assolutamente modulari e che basta replicare a piacere una sezione per avere zampe più o meno lunghe, robuste ed assorbenti. Sono celle unitarie che, a seconda di come sono progettate, sono in grado di dar vita a zampe modulari ed, almeno in teoria, a basso costo.

Per il momento siamo all’idea (che è poco per vedere impiegata la tecnologia sul prossimo lanciatore, ma è lo sforzo visionario più grande). I prototipi creati sono fatti effettivamente di carta: dopo aver disegnato e costruito uno stampo di carta, i ricercatori hanno tratteggiato le piegature necessarie (il trucco è tutto li…) e poi hanno creato una unità seguendo queste piegature.

OrigamiAtterraggio.png

La forma di queste strutture è tendenzialmente cilindrica in cui la cella unitaria si ripete formando una catena (venti celle, per il momento). Le strutture così create sono state quindi provate al fine di valutare la loro capacità di attutire e smorzare i colpi ricevuti.

Il risultato? La forza esercitata ad un capo della catena ha prodotto una compressione che è stata assorbita dalle varie celle e che non ha mai raggiunto l’altro capo della catena. Cioè la parte dell’arto meccanico che sul razzo tocca la superficie terrestre non ha esercitato alcuna pressione sulla struttura del razzo (idealmente). Pare che la compressione ed il successivo recupero della forma originaria delle celle crei una forza diretta verso il suolo che si propaga lungo la catena facendo in modo che le ultime celle non sentano forze di compressione.

A parte l’utilizzo per cui è stato pensato (e che non vedo prossimo alla realizzazione…) il problema di attutire un urto è decisamente comune; strutture ripiegate pare offrano un’egregia soluzione. Ve lo immaginate un telaio di bicicletta fatto ad origami? Oppure il cruscotto della macchina? O ancora un guardrail? Bell’esempio di trasferimento tecnologico (si, anche se la tecnologia non esiste quanto tale per il momento mi diletto a trasferire l’idea)

WU

PS. D’altra parte basta copiare (tipo dai coleotteri), no?

Vecchio, Bifronte Pescatore

VecchioPescatore1.png

Uno di quei quadri che varrebbe la pena vedere almeno una volta nella vita (ah, per informazione il dipinto è oggi visitabile al Museo Ottó Herman di Miskolc) se non altro per l’alea di mistero che, giustamente, si porta dietro.

A prima vista il Vecchio Pescatore, di Tivadar Kosztka Csontváry, datato 1902 è il ritratto, appunto, di un pesatore. Vecchio, in una strana posa e, personalmente, neanche particolarmente bello (beh, io che non sono e non voglio essere un critico d’arte trovo molto più belli altri suoi dipinti).

Kosztka fu un pittore (per vocazione, dato che, farmacista per occupazione, pare avesse udito una voce comunicargli che sarebbe stato IL pittore… e già si intuisce il soggetto) espressionista ceco. Abbastanza eccentrico, vegetariano, anti-alcolista, anti-tabagista, visionario e schizofrenico, non fu particolarmente apprezzato in vita e men che meno in patria (come storia vuole).

Diciamo che a primo acchito il vecchio pescatore è un quadro, forse come tanti. E fino alla morte dell’artista in effetti il quadro fu considerato un anonimo ritratto. Fu però dopo qualche anno che qualcuno si prese la briga di fare uno strano esperimento.

Osservando meglio il quadro si nota una certa asimmetria fra la parte destra e quella sinistra. Lo sfondo, il volto del pescatore, le ombre, le mani, tutti particolari che sono in qualche modo diversi fa il lato destro e quello sinistro del dipinto.

L’esperimento fu, infatti, proprio quello di prendere uno specchio e piazzarlo al centro del dipinto in maniera da raddoppiare prima il lato destro del quadro e poi quello sinistro. Il mistero (ed in questo caso sono portato a crederci affettivamente dato che mi pare troppo strana come coincidenza per non esser stata pensata e realizzata di proposito) fu svelato.

Il vecchio pescatore si trasforma in due personaggi, antitetici. Il lato destro sembra un anziano in posizione di preghiera, su uno sfondo luminoso e con un mare calmo. Il lato destro, invece, è esattamente l’opposto; una figura inquietante, scura, minacciosa.

VecchioPescatore2.png

L’interpretazione (una delle possibili, effettivamente) del doppio ritratto in un singolo personaggio può essere quella della doppia natura, sempre co-presente e mai scindibile, dell’animo umano: il bene ed il male. Il lato divino e quello diabolico. Il Dio ed il diavolo che ciascuno cela (è il caso di dirlo) dentro di se.

Interpretazione a parte, ritengo notevole la realizzazione ed il modo di celare il messaggio da parte dell’artista. Una vera chicca.

WU

Secret Macho T

Quando si dice che è l’apparenza quella che conta. E sfatiamo, una volta per tutte caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il mito che sono solo le donne a voler apparire (e non essere) belle.

Le magliette Secret Macho T (dal Giappone con furore) rappresentano, IMHO, un misto fra un’operazione commerciale geniale che sfrutta la stupidità della gente ed una cartina al tornasole dell’epoca in cui viviamo. Forse, mi rendo conto, qualche decennio fa si diceva la stessa cosa delle spalline…

Say goodbye to [your] bony and lanky [body]. Transform yourself into a muscular [build] by just wearing ‘Secret Macho T’.

World’s first “air-pad type” muscle undershirt. Separately inflatable pads allow you to adjust the size of your pectorals, deltoids, biceps and triceps.

Made of smooth, comfortable fabric which breathes well and dries quickly

Wearable by both men and women

SecretMachoT.png

Di per se “concettualmente semplici”: con delle speciali tasche all’altezza dei pettorali, delle spalle e dei bicipiti si ha la possibilità di “riempirle” con delle piccole imbottiture ad hoc che danno l’impressione (e solo quella) di avere a che fare con un tipo muscoloso. Come dire, visivamente ben sagomato.

Basta estenuanti sessioni in palestra, basta diete ferree, si può essere macho (ed il nome del “prodotto” è decisamente calzante) in meno di un minuto… il tempo di vestirsi.

Non voglio (per pudore, credo) cercare di capire a quale genere di persona può essere rivolta una maglietta del genere, ma mi immagino che applicazione stile cosplayer siano di certo più idonee. Un utilizzo “serio” di gente che vuole apparire in un certo modo in pubblico (beh, diciamo che mi immagino che poi a casa se la tolgano) mi rattrista alquanto.

Ah, ultimo ma non ultimo: la Secret Macho T non è gratis. La bellezza di 7,980 yen, circa € 65, serve per sembrare macho. Evidentemente ne vale la pena.

WU

La lampada a gravità

Questa mi pare un’idea semplice, e quindi geniale (e voglio anche dire, non per fare il presuntuoso anche perché parlerei senza poter esibire un pezzo di ferro che corrobori l’asserto, che è un’idea che mi è balenata più di una volta in mente).

Una bella lampada (ma sostanzialmente una fonte di elettricità) che funziona con una forma di energia che tutti noi, indipendentemente da ceto, religione, nazionalità, possibilità, e quello che vi pare, abbiamo a disposizione: la forza di gravità.

Anche se iniziamo solo a capire la sua origine (tipo qui), riassumerei brevemente che per il solo fatto di nascere, la Terra ci regala la forza di gravità. Sfruttarla poi sta a noi. In parte lo facciamo di già (cascate, piani inclinati, ma anche l’attrito che fa camminare le nostre auto sono in fondo riconducibili alla gravità), ma possiamo evidentemente fare di meglio.

Due designer londinesi si sono inventati un oggetto decisamente utile, evidentemente rivolto a chi non ha accesso alla corrente elettrica (ma che non disdegnerei anche per una vita più green o per utilizzi occasionali). Si tratta di una lampada che funziona … a gravità.

Gravitylight è praticamente un casso (riempito di quello che vi pare) attaccato ad un nastro che scorrendo alimenta una lampada led. Una frizione ed un po’ di ingranaggi consentono, con uno scorrimento di soli 3 secondi, una alimentazione di 30 minuti!

Premi e riconoscimenti non sono mancati, ma al momento (e questo, come ormai saprete, è una delle mie più grandi paure in questi casi…) la lampada rimane solo un prototipo… probabilmente in attesa di un grande finanziatore che vorrà vedere documenti e documenti (Spesso inutili), business plan (spesso inventati), rischi, opportunità e bla bla bla che se da un lato servono a parare le spalle (a chi evidentemente ce le ha già larghe) dall’altro frenano (sperando che non fermino) idee che già sul nascere “gattonano” per loro stessa natura. L’alternativa, già messa in atto è una bella (e speranzosa) operazione di crowdfunding con l’obiettivo di produrne almeno 1000 da mandare in giro per villaggi africani.

Con almeno 400.000 dollari, una singola Gravitylight potrebbe essere venduta a meno di 4 euro! Il target che l’operazione di finanziamento si era data era di 55.000 dollari, ad oggi siamo al 726%!

WU

PS. Ad oggi la versione “elegante” della lampada sta a circa 75$ su Amazon… non proprio ad un prezzo accessibile a tutti…

Carne di unicorno in scatola

Per la serie cazzate clamorose oppure ode all’inventiva umana?

Con tanto di immagine che sembra uno spezzatino e formato della confezione stile scatoletta di latta da legumi da discount, è in vendita (?)… carne di unicorno.

No, non stiamo spezzettando animali mitologici per farne carne da macello (letteralmente), ma ci stiamo un po’ prendendo in giro, un po’ ironizzando sull’esistenza o meno del bestio, un po’ caldeggiando la causa animalista, un po’ sondando il mercato dei prodotti strani ed un po’ semplicemente giocando.

La scatoletta contiene semplicemente pezzi di un peluche di unicorno smembrato da mettere assieme. A parte forse un po’ di pubblicità ingannevole tecnicamente la scatoletta non mente: stiamo veramente acquistando carne di unicorno in scatola… solo che non si mangia ed è una rappresentazione di qualcosa in cui vogliamo credere (che ha anche personalmente un indubbio fascino).

UnicornMeat.png

Chissà se la ha un gusto delicato o molto forte. Oppure chissà se fa effetto multicolor sul nostro apparato digestivo. Oppure se va condita con una grattatina di corno o meno? Beh, domande lecite… qualora prima o poi decidessimo di macellare unicorni e venderli su Amazon

Veniamo un attimo agli aspetti più prosaici dell’idea: lo spezzatino è in vendita su Amazon alla modica cifra di 50€ circa. Non poco considerando che stiamo comprendo un peluche che vale forse un decimo di questo importo, ma d’altra parte bisogna pur riconoscere un valore “materiale” al genio, no?!

WU

PS. Decisamente divertenti le domande-risposte dei clienti

Domanda: Divento immortale come Voldemort?
Risposta: Purtroppo no, c’è la carne ma non il sangue

Domanda: Come digerisco il corno?
Risposta: In effetti non è facile, risulta un po’ indigesto . Prova con le lacrime di coccodrillo, dovrebbero venderne ancora

Domanda: Ma con questo gioco rovino l’infanzia di mia sorella di 7 anni?
Risposta: Credo proprio di si, peendiglielo subito.

Domanda: Contiene olio di palma?
Risposta: No solo olio di elfo

Speedgate

Questo lo vedo bene per la serie: chissà come sarebbe se fosse fatto da un’Intelligenza Artificiale? (ve lo ricordate questo?).

In genere uno sport con le sue regole (ed i suoi sponsor…) per come lo conosciamo oggi è più che altro il frutto di una lenta e continua evoluzione partendo da tradizioni locali e giochi festosi o goliardici. Ovviamente non è che possiamo (perché?) attendere qualche altro secolo per vedere un nuovo sport (ma poi, ne sentiamo veramente il bisogno? Non mi ci sono mai soffermato, ma forse la risposta è si…) affacciarsi all’orizzonte. Quindi quale metodo migliore se non che chiedere ad un qualche software: “ma tu, che gioco faresti?”.

Diciamo che questa è più o meno la domanda fatta dall’agenzia AKQA che ci ha recentemente presentato Speedgate, il primo gioco “pensato” da una intelligenza artificiale (affascinante). Il processo è partito dando in pasta ad una rete neurale (la smetto con i paroloni, ma non è nulla di trascendente) circa 400 sport esistenti e chiedendogli di “migliorarli” (concetto molto lato) in un’unico sport, con tanto di regole e punteggi.

La gran parte degli sport concepiti da questo codice sono sostanzialmente irrealistici (tipo frisbee che esplodono…), ma con un po’ di iterazioni (che durano nettamente meno di secoli!) sono stati identificati tre possibili candidati dai quali Speedgate è emerso vincitore a seguito di un “play testing” reale (che lavoro figo…).

In soldoni il gioco (mi pare personalmente un gran mischione fra rugby, basket, calcio e pallamano) prevede due squadre di sei atleti (tre attaccanti, due difensori e un “portiere”) che si fronteggiano su un campo composto da tre cerchi uguali posti uno accanto all’altro. Al centro di ciascuna circonferenza si trova una porta senza rete composta due pali. Lo strumento di gioco è una palla ovale stile rugby (da calciare o prendere con le mani). Per fare un punto bisogna calciare la palla attraverso la porta centrale (che però non può però essere attraversata dai giocatori) ed a quel punto la squadra ha diritto a tirare verso una delle porte esterne. PEr ogni “attraversamento” di palla si ottengono due punti, ma visto che non c’è una rete nelle porte, si può guadagnare un punto extra se la palla passata attraverso la porta, un compagno di squadra la raccoglie e la fa passare nuovamente attraverso il portiere. Il tutto considerando che i giocatori non possono stare fermi e la palla non può essere trattenuta per più di tre secondi…

Mi pare più facile a farsi (forse) che a dirsi…

The event has six-player teams competing on a field with three open-ended gates. Once you’ve kicked the ball through a center gate (which you can’t step through), your team can score on one of the end gates — complete with an extra point if you ricochet the ball through the gate. You can’t stay still, either, as the ball has to move every three seconds.

Da cui il motto, anch’esso rigorosamente scritto dalla solita intelligente intelligenza: Speedgate: “face the ball to be the ball to be above the ball”.

Speedgate.png

Il gioco è stato “inventato” quasi per gioco dall’agenzia, ma AKQA sta discutendo con l’Oregon Sports Authority al fine di farlo ufficialmente riconoscere… e promette addirittura la possibilità di fare un torneo questa estate!

Diciamo che non mi aspetto (ed in fondo neanche gli stessi “ideatori”) che il gioco diventi la nuova fissa dell’umanità, ma di certo è un’altra fulgida dimostrazione di come oggi un codice è in grado di prendere “decisioni” o fare “scelte” anche in campi molto umani, come quello dello sport.

Le regole di Speedgate, in fondo, non sono particolarmente complesse e ci le poteva concepire anche una “vecchia intelligenza umana” (quindi non è che avevamo assolutamente bisogno di un codice per integrare equazioni differenziali altrimenti irrisolvibili…), ,a dubito che qualcuno ci avrebbe mai pensato. Ora il gioco può piacere o meno (io personalmente almeno lo vorrei provare), ma sicuramente è un’opzione in più sul tavolo che non avremmo avuto altrimenti. Lascio a voi elucubrazioni e divagazioni sul futuro che potrebbe attenderci.

WU