Categoria: inventions

Zündapp Janus: autovettura bifronte

Raccontiamo questa storia, un po’ triste, forse, ma fulgido emblema di come l’arguzia è stimolata dalla necessità. Il risultato, però, non deve essere per forza un successo…

Giano bifronte. Due facce che guardano in due direzioni diverse.

Solo che se tenti di applicare la “conformazione” ad una automobile ti viene fuori una piccola forma a trapezio con sedili rivolti nelle due direzioni. Guardiamo il traffico dai due lati, come se avessimo l’opportunità di guardare il mondo da due direzioni diverse.

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La Zundapp, casa produttrice di motocicli con sede a Norimberga, si è trovata davanti ad una importante flessione di vendite dei mezzi a due ruote. La naturale (?), ed assolutamente condivisibile, opzione fu quella di guardare al mercato delle quattro ruote. E così si diede il via ad una serie di “concept” per lanciare sul mercato un oggetto che fosse innovativo … e più confortevole di una motocicletta.

Nel 1957 il progetto vide la luce con la Janus (Giano, appunto). Un “entra ed esci” caratterizzata da una doppia portiera davanti e dietro, sedili “schiena contro schiena”, e diciamocelo, una bruttezza un po’ generalizzata.

La macchinina (che effettivamente sembra un po’ un modellino) era completata da un motore da 250cc a 14 cavalli (quello, ovviamente, di uno scooter prodotto dalla stessa casa), che le consentiva di raggiungere una velocità massima di circa 80 km/h… in un sacco di tempo.

Il progetto, non propriamente definibile come di successo, si chiuse nel 1959 (solo 2 anni dopo) con “ben” 6902 esemplari venduti.

Forse era un modello che guardava troppo avanti (… ed indietro) per quei tempi. Oggi, magari con una rivisitazione stilistica un po’ più accattivante (e meno da utilitaria fai-da-te) ed un motore decente credo potrebbe essere una simpatica alternativa cittadina (ve li immaginate i passeggeri che scendono sul cofano dell’auto parcheggiata dietro?).

WU

PS. La Zündapp dopo l’abbandono del progetto chiuse i battenti e cedette lo stabilimento di Norimberga alla Bosch…

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312B

Onestamente non ricordo, onestamente non c’ero… e se c’ero dormivo. Ma l’alea di storia e le forme sinuose depongono sicuramente a favore del mito che attorno ad essa si è creato.

La 312B sembra un serbatoio di benzina schiacciato con quattro ruote appiccicate per caso. Ed invece era un vero e proprio missile: motore V12 da 485 cv di derivazione aeronautica, doppia ala frontale, mega alettone posteriore, telaio tubolare semi-monoscocca e trave posteriore alla quale era sospeso il propulsore. Nasceva dalle ceneri della 312 e fu la prima Ferrari (ed in generale la prima vettura di F1) a montare un motore Tipo 001, un 12 cilindri “boxer” da 3000 cm3.

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Il bolide debuttò nel 1970 e fu da base per i dieci anni successivi nei quali il Cavallino si portò a casa 37 Gp, 4 titoli costruttori e 3 piloti. Insomma, un po’ la macchina della rinascita, la macchina che sancì il passaggio della Ferrari da scuderia di garage a grande casa automobilistica.

Ovviamente le cose si tingono di storia e la storia di leggenda. Oggi un esemplare è stato ripescato dalla ruggine, rimesso a nuovo (ma sempre con i materiali ed i metodi di 47 anni or sono), riprovato in pista (con successo) e messo anche come attore principale di una pellicola stile amarcorde per rivivere quegli anni.

WU

PS. Altra chicca storia, il 1970, anno del debutto della 312B con tre vittorie per il Cavallino che lottò per il titolo mondiale fino alla penultima gara, il titolo piloti fu assegnato postumo, per l’unica volta nella storia (finora) ad un pilota morto (sul circuito di Monza: Jochen Rindt.

Gocce di packaging

Il tipo di idee che mi fa riguadagnare un po’ di fiducia nel genere umano. E non tanto per il suo aspetto eco-friendly, ma anche e soprattutto per la genialità dell’intuizione (dai, che in fondo non possiamo essere così stupidi…).

Praticamente abbiamo inventato il niente, anzi una goccia fatta di niente. Un design puro e minimal che non può non piacermi.

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Una membrana sottilissima fatta di sostanze vegetali non meglio specificate condite con un po’ di alghe (le alghe ci salveranno…) che fa da contenitore. Più precisamente si tratta di una membrana gel (tipo il gel che si fa in cucina per le torte) fatta di alginato di sodio e cloruro di calcio

Ooho, will revolutionise the water-on-the-go market. The spherical flexible packaging can also be used for other liquids including water, soft drinks, spirits and cosmetics, and our proprietary material is actually cheaper than plastic.

Addio alle (odiosissime) bottiglie di plastica; che sia acqua, liquore, un qualche drink, ma anche un cosmetico o una cremina a caso, basta “avvolgerla” nella goccia per averla sempre a portata di mano.

Poi ci aggiungi che la membrana e totalmente bio, che può essere colorata, che è edibile (!) e che anche il suo processo produttivo pare essere sostenibile, beh…

Come sempre il mio scetticismo inizia quando questo genere di idee esce dai laboratori per entrare nelle industrie, ma pare che già dal 2018 la membrana dovrebbe essere prodotta su scala industriale e pronta per la commercializzazione (con costo stimato per la singola bolla di appena 2cent). Il miracolo continua…

WU

PS. Ed, neanche a dirlo, l’idea nasce dai finanziamenti raccattati con un progetto di crowdfunding (che ha tirato su cmq 848 mila sterline, più del doppio del target…) che ha poi dato, ovviamente, vita all’immancabile startup.

Skipping Rocks Lab is an innovative sustainable packaging start-up based in London. We are pioneering the use of natural materials extracted from plants and seaweed, to create packaging with low environmental impact.

Itsy bitsy spacecraft

Your smartphone is something like one third of what you had only ten years ago (… yes, mobile phones are around for more than a decade now). A laptop nowadays has much more computing power of a computer of some thirty years ago taking up one room.

I’m not the first one (and I’m not a magician) to underline that we live, since years, in the era of miniaturization. Just a few stuffs make exception. The most remarkable ones, belonging to the class “the larger the better”: yachts, optical lens, televisions, forsurealotofotherstuffs, spacecraft.

Well, the last category… maybe and may be not. Of course (Actually, this holds in general), it depends of the mission goal. And mission budget.

In any case an idea like this one seems to me definitely disruptive.

We are not talking about reducing sizes, we are now talking about making an entire spacecraft over a single PCB. Practically no more “mass” and all issues related to it: costs, launch constraints, shock and vibration problems, mechanical structures, interfaces, etc.

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Bit-sized spacecraft. Yet working.

Thousand and thousand smaller than any spacecraft known, cubesat including, still maintaining the basic functionalities (of course we are looking at small and functional aspects, not performances…).

A Sprite is only 3.5 centimeters square and weighs four grams, but packs a solar panel, radio, thermometer, magnetometer for compass capabilities and gyroscope for sensing rotation.

And in future the spacecraft will be completed by cameras (…yes, the one of your smartphone might be sufficient) and MEMS sized thrusters.

In principle each Sprite is independent, but for the first demo flight these spacecraft will hitch a ride into a low Earth orbit on Max Valier and Venta-1 satellites (… yes some radio contact with the main probes are undergoing…)

Now we are definitely on the way of sending something to another star, in the STARSHOT fashion.

In the last decade and a half, rapid technological advances have opened up the possibility of light-powered space travel at a significant fraction of light speed. This involves a ground-based light beamer pushing ultra-light nanocrafts – miniature space probes attached to lightsails – to speeds of up to 100 million miles an hour.

Yes, IMHO, the very only chance that we have to send something really far from us, without thinking of using wormholes or teletransport, is to make is small and small and provide enough energy sufficient to reach some tens percent of the speed light.

WU

PS. A sort of evolution of the past space needles of the West Ford (here).

PPSS. And, in between the “attached chip satellite” version and the interstellar trip, the Sprite satellites are planned to the part of the KickSat project. A NASA project (started with Kick Starter and now part of the ELaNa program) planned to be a technology demonstration mission

It is a 3U CubeSat that will house a 1U avionics bus and a 2U Sprite deployer. KickSat […] will carry over 100 Sprites into an orbit with an altitude between 300 and 350 kilometers where they will be released as free-flying spacecraft.

Encefalofono

Non capisco una cippa di una serie di cose fra cui le neuroscienze. Tuttavia se leggo che ora siamo in grado di suonare uno strumento con la sola forza del pensiero senza muovere neanche un muscolo mi ci devo soffermare. La musica della mente.

E non certo per pigrizia fisica, bensì per le relativamente facili associazioni mentali che vanno a toccare tutti coloro che non possono più farlo, anche volendo. La potenza della musica.

Dunque, ora grazie all’Encefalofono è possibile trasformare i segnali nervosi del cervello (sia quelli associati alla vista, ovvero aprendo e chiudendo gli occhi, che quelli che si generano quando si immagina di eseguire un movimento… wow) in note e queste, mediante un sintetizzatore, in musica. La tecnica nella musica.

Fantastico. In generale e non solo come supporto a chi non può più o come strumento riabilitativo. Fantastico per la magia che trasmette e per le frontiere delle neuroscienze che fa percepire ai non addetti ai lavori. Mi immagino che non sia sostanzialmente diverso dal comandare qualche arto artificiale grazie ai segnali nervosi del cervello, ma volte mettere la magia che trasmette la musica? La magia della musica.

E’ una di quelle applicazioni, sicuramente ai limiti delle nostre competenze tecniche/mediche (…anche se è dagli anni ’40 che ci stiamo lavorando…), ma con applicazioni ludico/quotidiane che la rendono ancora più d’impatto nella mia immaginazione perché la portano ad un livello più umano. La forza della mente.

Ovviamente la cosa è ancora una specie di prototipo ed è materiale per qualche pubblicazione, ma la speranza (non solo ovviamente per soddisfare la mia immaginazione) è quella di farne un oggetto commerciale e fruibile dai più, bisognosi o sperimentatori che siano. La democrazia della musica e della tecnica.

WU

Strandbeesten

A dir la verità ero partito con l’idea di sproloquiare un po’ a vanvera sull’arte cinetica. In realtà abbastanza presto mi sono imbattuto in Theo Jansen ed ho cancellato in blocco la bozza di post.

Trattasi di un artista olandese (un binomio effettivamente non comune dai pittori fiamminghi in poi) che si cimenta soprattutto nell’arte cinetica. Appunto. Ma con punte che mi affascinano decisamente. In particolare quando iniziamo a parlare di Strandbeesten.

Per coloro che non lo sapessero l’olandese è quella lingue che prende il peggio dell’inglese e del tedesco per creare un crogiolo inascoltabile ed illeggibile (non me ne vogliano gli olandesi), quindi, senza troppa fantasia il Strandbeesten sta per “animali della spiaggia”.

L’artista è praticamente una specie di ponte fra il mondo dell’ingegneria e quello dell’arte: “i confini tra arte e ingegneria esistono solo nelle nostre menti”.

In pratica è da più di 30 anni che l’Artista si diletta nel mettere assieme tubi di PVC, nastro adesivo, fascette, sensori, pezzi di legno e pallet per dar vita ad enormi scheletri animali e/o insettoni semoventi.

La fonte di energia è il vento (decisamente abbondante sulle coste olandesi dove l’Artista ha il suo laboratorio) e negli anni le creature si sono (ovviamente, ma non naturalmente in questo caso) evolute fino ad avere anche la capacità di immagazzinare energia eolica in bottiglie di aria compressa che poi possono essere usate nei momenti di vento mancante o insufficiente.

Le arto-macchine sono completate da una serie di sensori ed algoritmi di memorizzazione che le rendono anche in grado di imparare dall’ambiente circostante ed indirizzare di conseguenza i propri movimenti.

In origine “le bestie” erano concepite per essere statue statiche da esporre sulla spiaggia, ma poi con gli anni l’Artista (che ha alle sue spalle studi ingegneristici ed esperienze universitarie) le ha egregiamente dotate di capacità deambulatorie.

Il principio base del meccanismo di deambulazione si basa su un insieme di 11 “numeri magici” che determinano la lunghezza di altrettanti segmenti si una “articolazione base” delle macchine. I “muscoli” sono tubi di PVC di diametro diverso che funzionano a mo’ di pistone. Lo “stomaco” è un insieme di bottiglie di plastica che immagazzinano aria compressa per poterla usare in caso di emergenza. Ed il cervello è un piccolo sistema pneumatico che memorizza il numero dei passi da ripetere in una configurazione binaria.

Fantastico, artistico, ignegneristico, mobile e low-cost.

WU

Cascone personale

Alzi la mano chi apprezza gli open space come ambienti di lavoro.

A meno che non lavoriate in una qualche officina meccanica o simili (ed io, ahimè non lo faccio) e condividete opinioni su culi e cambi, dubito di vedere pletore di mani al cielo. Se condividete con me la sorte di un qualche lavoro da scrivania dubito che apprezziate gli open space come soluzione logistica per lavorare.

Ovviamente non possiamo più sperare all’ufficio singolo (noi mortali senza alcuna poltrona di pelle umana), ma gli ambienti rumorosi, chiassosi, vociosi, chiacchierosi, stressanti che si creano quando già 5 o 6 di noi lavorano nello stesso ambiente sono decisamente controproducenti.

Ci sono tante soluzioni alla faccenda (compresa quella di essere quello che fa più casino) tra le quali l’ultima idea (… beh, onestamente non proprio un’ideona…) di uno studio ucraino di design.

Our main idea was to create a tool, which helps fully concentrate on working project, get some personal space and doesn’t allow office noise kill person’s productiveness.

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Helmfon è un gigantesco casco da ufficio (magari sufficiente per proteggerci dagli incidenti lavorativi) realizzato in fibra di vetro, schiuma poliuretanica, bluetooth, webcam, supporto per smartphone e cose del genere.

E’ come se stesse dentro una cabina telefonica personale nella quale potete sentire musica, fare call, vedere video, leggere documenti, telefonare e fare la vostra parte nel masochismo da logorio della vita moderna.

Ve lo immaginate questo posto pieno di gente “in batteria” ognuno con il suo cascone a farsi gli affari propri? Altro che realtà virtuale da incubo postnucleare, 1984 o Balle Spaziali… Qualche dubbio sul peso e sulla postura che induce mi viene (oppure dei metodi che poi servirebbero per attirare l’attenzione del “cascato”), ma è il prezzo da pagare per avere la nostra privacy anche in un open space.

WU