Lo sbiadimento periferico

Continuando con la serie illusioni ottiche (vulg. giochi per flipparsi la mente mentre si cerca di non pensare o si è coscienti che si dovrebbe pensare ad altro).

La nostra mente, e tutte le “periferiche” ad essa connesse funziona in un modo geniale e sopraffino e spesso e volentieri facciamo fatica noi stessi ad accorgercene.

Se fissiamo una scena, ad esempio, la mente è in grado di concentrarsi su ogni minimo dettaglio con dei micro movimenti dell’occhio che, fra una battuta di ciglia e l’altra, ci consentono di percepire l’ambiente circostante in ogni dettaglio. Ma la mente va oltre: i dettagli immutabili vengono “scannerizzati” sono una (o poche) volte. La mente non si concentra più di tanto sulle cose statiche preferendo focalizzare la propria attenzione sulla realtà in movimento.

Benissimo. Cosa succede se forziamo la mente a concentrarsi su una scena assolutamente statica? Beh… proviamo. L’immagine sotto è esattamente questa scena fissa, statica e (diciamoci la verità) neanche troppo entusiasmante.

TroxlerImg
Forzare ma mente significa, nel caso particolare, costringersi a guardare il puntino nero nel centro evitando di sbattere le palpebre. Nel giro di qualche secondo (beh, forse qualche decina si secondi) l’immagine inizierà a dissolversi e le tenui sfumature lasceranno posto ad un bel riquadro, uniformemente ed insipidamente… grigio. Provare per credere.

Era il 1804 quando Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filoso svizzero (l’epoca in cui la commistione delle mansioni scientifiche ed umanistiche era un altro modo per aprire la propria mente), fece notare (peripheral fading) che fissare qualcosa con scarsa attenzione ed intensamente porta a far sparire, dalla nostra mente, l’immagine di ciò che stiamo guardando. Il cervello gestendo migliaia di stimoli contemporaneamente tende infatti a scartare immagini statiche ed insignificanti. Finché anche guardandole non le vediamo più.

I nostri sensi, più in generale, si abituano a sensazioni persistenti nel tempo (da cui: l’omo è quella bestia che si abitua, no?!); non ci accorgiamo del peso dei nostri vestiti, degli occhiali che abbiamo in volto oppure del profumo che ci siamo messi la mattina. Ci abituiamo, ed i sensi prima di noi. Il cervello risparmia risorse sorvolando sulle cose meno interessanti e concentrandosi sugli stimoli più salienti.

Non preoccupiamoci, è difficile che ci metteremo mai, nella vita reale, a fissare una immagine tenua e sfocata con sguardo perso e fisso. I micromovimenti dell’occhio ed il trambusto della quotidianità almeno in questo ci aiutano. Un buon modo, tuttavia, per sondare meccanismi di noi stessi a cui siamo inconsciamente abituati dalla nascita.

WU

PS. Funziona (stranamente) anche con me. Se avete qualche “problema” cambiare angolazione o la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere…

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Le Yike Bike sono fra noi (?)

E’ in giro da un po’, anche se il fatto di non vederne le strade piene un po’ mi fa sospettare (quanto meno sulla bontà del busness plan che avevano in mente…). Viene lanciata nel 2009 alla Eurobike in Germania, entra in produzione nel 2010 (notevole la velocità di ingegnerizzazione e la messa a punto dei processi produttivi) e dal 2011 è disponibile sul mercato (anche su Amazon, il punto di riferimento) allora, pare, sia il must-have della mobilità urbana (che io non ho ancora mai visto dal vivo…).

Scetticismo (da commerciale) a parte l’idea mi pare ganzissima. Forse una delle poche vere rivoluzioni al concetto di micro-mobilità urbana (non tanto una rivisitazione del concetto di bici che credo sia stato già ampiamente esteso/rivisto da Leonardo in poi).

To design a personal transportation device that was safe, manoeuvrable and as easy to ride as a bike but specifically designed to be smaller so that it can be easily taken anywhere in a congested city. Rather than take a normal bike and crunch it up like most folding bike designs we took a step back to see if there was another safe stable configuration that is vastly smaller when folded.

We started from the assumption that you need a decent sized front wheel so you can go through pot holes, up curbs and over bumps in a safe comfortable way. You can see from the development history that it took a lot of trying to find a stable easy to ride design. Although we started with pedal only versions we found that we could make a smaller lighter more useful version using latest battery, motor and controller technologies.

Stiamo parlando della Yike Bike. Una “concept bike” (si può dire?) elettrica che ricorda un po’ un velocipede con il “ruotone” vanti ed il “ruotino” dietro. Il manubrio è sotto il sedere e si guida “di spalle” guardando la strada. Chiaro no?

Ah, si può anche ripiegare, raggiunge circa i 23 km/h, percorre fino a 20 km con una carica (che dura circa un’ora e mezza) e pesa meno di una dozzina di chili. Beh, peso e concept a parte le prestazioni non sono propriamente eccezionali (rispetto alle moderne bici elettriche), ma evidentemente sono di seconda importanza rispetto alla possibilità di impacchettarla in ascensore senza sforzo (ah, si, anche di apparire, certamente).

Dicono (rinnovo i dubbi) che ne vendono più di 22 milioni l’anno, che sono presenti in 275 città (evidentemente viaggio poco o male) e che in totale sono stati percorsi con una Yike più di 3.7 milioni di Km…

… e poi mi piace parecchio il “buy your freedom” come tasto per portarti alla sezione acquisti del sito. Ah, non trascurabile, Yike Bike va dai circa 5000$ a 8000$, in base al modello. Non di certo economica (anzi, personalmente, non so se per questi importi ne vale veramente la pena…), ma d’altra parte la vostra libertà varrà pure qualche migliaio di dollari, no? Ammesso che sia questa l’unità di misura della libertà…

Stilish, costly e tante alte cose interessanti.

WU

PS. Sono neozelandesi, non mi è chiaro chi li ha finanziati (assumo da un certo punto in poi sia inevitabile per vedere “un pezzo di ferro” partendo da “un’idea”, per quanto egregia questa possa essere).

Secret Macho T

Quando si dice che è l’apparenza quella che conta. E sfatiamo, una volta per tutte caso mai ce ne fosse ancora bisogno, il mito che sono solo le donne a voler apparire (e non essere) belle.

Le magliette Secret Macho T (dal Giappone con furore) rappresentano, IMHO, un misto fra un’operazione commerciale geniale che sfrutta la stupidità della gente ed una cartina al tornasole dell’epoca in cui viviamo. Forse, mi rendo conto, qualche decennio fa si diceva la stessa cosa delle spalline…

Say goodbye to [your] bony and lanky [body]. Transform yourself into a muscular [build] by just wearing ‘Secret Macho T’.

World’s first “air-pad type” muscle undershirt. Separately inflatable pads allow you to adjust the size of your pectorals, deltoids, biceps and triceps.

Made of smooth, comfortable fabric which breathes well and dries quickly

Wearable by both men and women

SecretMachoT.png

Di per se “concettualmente semplici”: con delle speciali tasche all’altezza dei pettorali, delle spalle e dei bicipiti si ha la possibilità di “riempirle” con delle piccole imbottiture ad hoc che danno l’impressione (e solo quella) di avere a che fare con un tipo muscoloso. Come dire, visivamente ben sagomato.

Basta estenuanti sessioni in palestra, basta diete ferree, si può essere macho (ed il nome del “prodotto” è decisamente calzante) in meno di un minuto… il tempo di vestirsi.

Non voglio (per pudore, credo) cercare di capire a quale genere di persona può essere rivolta una maglietta del genere, ma mi immagino che applicazione stile cosplayer siano di certo più idonee. Un utilizzo “serio” di gente che vuole apparire in un certo modo in pubblico (beh, diciamo che mi immagino che poi a casa se la tolgano) mi rattrista alquanto.

Ah, ultimo ma non ultimo: la Secret Macho T non è gratis. La bellezza di 7,980 yen, circa € 65, serve per sembrare macho. Evidentemente ne vale la pena.

WU

Carne di unicorno in scatola

Per la serie cazzate clamorose oppure ode all’inventiva umana?

Con tanto di immagine che sembra uno spezzatino e formato della confezione stile scatoletta di latta da legumi da discount, è in vendita (?)… carne di unicorno.

No, non stiamo spezzettando animali mitologici per farne carne da macello (letteralmente), ma ci stiamo un po’ prendendo in giro, un po’ ironizzando sull’esistenza o meno del bestio, un po’ caldeggiando la causa animalista, un po’ sondando il mercato dei prodotti strani ed un po’ semplicemente giocando.

La scatoletta contiene semplicemente pezzi di un peluche di unicorno smembrato da mettere assieme. A parte forse un po’ di pubblicità ingannevole tecnicamente la scatoletta non mente: stiamo veramente acquistando carne di unicorno in scatola… solo che non si mangia ed è una rappresentazione di qualcosa in cui vogliamo credere (che ha anche personalmente un indubbio fascino).

UnicornMeat.png

Chissà se la ha un gusto delicato o molto forte. Oppure chissà se fa effetto multicolor sul nostro apparato digestivo. Oppure se va condita con una grattatina di corno o meno? Beh, domande lecite… qualora prima o poi decidessimo di macellare unicorni e venderli su Amazon

Veniamo un attimo agli aspetti più prosaici dell’idea: lo spezzatino è in vendita su Amazon alla modica cifra di 50€ circa. Non poco considerando che stiamo comprendo un peluche che vale forse un decimo di questo importo, ma d’altra parte bisogna pur riconoscere un valore “materiale” al genio, no?!

WU

PS. Decisamente divertenti le domande-risposte dei clienti

Domanda: Divento immortale come Voldemort?
Risposta: Purtroppo no, c’è la carne ma non il sangue

Domanda: Come digerisco il corno?
Risposta: In effetti non è facile, risulta un po’ indigesto . Prova con le lacrime di coccodrillo, dovrebbero venderne ancora

Domanda: Ma con questo gioco rovino l’infanzia di mia sorella di 7 anni?
Risposta: Credo proprio di si, peendiglielo subito.

Domanda: Contiene olio di palma?
Risposta: No solo olio di elfo

Ice cream Banana

Una volta tanto non centriamo nulla. Anche se sono uno spettacolo abbastanza inusuale e le immagini che girano in rete sono più che altro usate per gridare all’ennesima mutazione genetica che abbiamo operato a scapito di madre natura.

Una volta tanto non centriamo nulla: esiste veramente una varietà di banane Blue Java che hanno il sapore e la consistenza… del gelato alla vaniglia (pare). Ed è tutta un’idea di madre natura!

Una volta tanto non centriamo nulla! Sono delle tonalità del blue (ma SOLO quando sono acerbe, ovviamente per gridare alla mutazione genetica vanno molto meglio queste immagini di quelle delle banane mature che invece hanno il classico colore giallino) , un po’ più piccine, resistenti al freddo, originarie dell’isola di Java e non è una nostra idea.

BlueBananas.png

Una volta tanto non centriamo nulla; tanta inventiva non la abbiamo di certo. Anche nella grande idea del fogliame di queste blue-bananas (ricorda in maniera inquietante il blue whale…) che sono sproporzionatamente grandi ed edibili. Mente la polpa delle banane rimane bianca e può essere consumata cruda o cotta, le fogliolone possono essere impegnate in cucina per preparare cartocci o come piatti/vassoi.

Non che mi attirino particolarmente, ma il fatto che una volta tanto non centriamo nulla (l’ho già detto?) eppure le usiamo per fare un po’ di allarmismo o far circolare qualche bufala quasi quasi mi spinge a dire: “ma si, siamo stati noi. Modifichiamo di tutto (tipo officina meccanica)! Altrimenti cosa dovremmo dare da mangiare alle scimmie super-intelligenti con DNA umano?”

WU

Pigeon Ranking

… esisteva il PageRank di Google, perché fermarci? Per di più quando la cosa parte da uno scherzo (ebbene si, un pesce d’Aprile…), si trova sotto i nostri occhi tutti i giorni e motiva un bel team di ricerca che fa le cose che gli piacciono e viene anche pagato per farlo?

“When a search query is submitted to Google, it is routed to a data coop where monitors flash result pages at blazing speeds,” the copy said. “When a relevant result is observed by one of the pigeons in the cluster, it strikes a rubber-coated steel bar with its beak, which assigns the page a PigeonRank value of one. For each peck, the PigeonRank increases. Those pages receiving the most pecks, are returned at the top of the user’s results page with the other results displayed in pecking order.”

Correva il primo Aprile 2002 quando Google in una comunicazione “ufficiale” rivelò l’algoritmo alla base del proprio, super-segreto, da tanti emulato, sistema di indicizzazione delle pagine web. Il PageRank non era frutto, si disse, di Intelligenza Artificiale, bensì di Intelligenza Animale (il fatto che l’acronimo sarebbe lo stesso nei due casi quasi mi fa rabbrividire…). In particolare il sistema di ranking era affidato all’innata capacità di identificare la differenza di immagini e nel riconoscere pagine con contenuti più informativi del… piccione domestico. Le pagine con il maggior numero di beccate erano quelle che finivano ai primi posti nei criteri di ricerca, semplice no!?

Ovviamente (ovviamente) la cosa era un pesce d’Aprile ben architettato, ma anche quando si seppe la verità la cosa non morì li. Esperimenti sulle capacità di identificare e distinguere immagini da parte dei piccioni risalgono ai primi del novecento e, già all’epoca i risultati non erano affatto malvagi…

Partendo dallo scherzo per quasi un decennio un team di ricerca ha veramente provato a studiare più in dettaglio le capacità di condizionamento del Columba livia. Le abilità cognitive e visive dei piccioni sono state testate presso l’Università della California Davis nel campo della medicina diagnostica.

Quattro esemplari, in particolare, sono stati addestrati a distinguere fra le immagini di tumori al seno quelle benigne da quelle di tumori maligni. I piccioni dovevano beccare due pulsanti di differente colore in base al tipo di tumore. La ricompensa, nel caso di identificazione corretta, era ovviamente un po’ di cibo.

PigeonRank.png

Beh, già nel giro di un paio di settimane i piccioni categorizzavano correttamente l85-90% delle immagini. E c’è anche di più: sottoposti al test con un differente set di immagini tumorali (non legati al seno) gli uccelli si sono dimostrati in grado di generalizzare quanto appreso arrivando a catalogare correttamente circa 80% dei tumori.

[…] The birds proved to have a remarkable ability to distinguish benign from malignant human breast histopathology after training with differential food reinforcement; even more importantly, the pigeons were able to generalize what they had learned when confronted with novel image sets. The birds’ histological accuracy, like that of humans, was modestly affected by the presence or absence of color as well as by degrees of image compression, but these impacts could be ameliorated with further training. Turning to radiology, the birds proved to be similarly capable of detecting cancer-relevant microcalcifications on mammogram images […]

Si è quindi passati a studiare “l’effetto gruppo”, ovvero capire se ad un maggior numero di beccate di un dato bottone corrispondesse effettivamente una maggiore affidabilità nella catalogazione. La risposta è stata ancora una volta affermativa: la “saggezza dello stormo” nella catalogazione era mediamente superiore a quella dei singoli pennuti arrivando a sfiorare il 93% di accuratezza.

Se non altro è stata la conferma che la regola della “saggezza delle folle” applica benissimo anche agli stormi: ovvero quando una massa di individui (o piccioni) inesperti è capace di fornire comunque una risposta adeguata a un problema (ah, e questa teoria è effettivamente una delle componenti alla base dell’intelligenza artificiale del PageRank di Google che tende a dare più importanza alle pagine “linkate” da più fonti esterne…).

WU

PS. Google Pigeon è un’altra cosa ancora (vera)…

Kamov Perspektivny Boyevoy Vertolet

Pianta circa triangolare (che onestamente ricorda molto quella degli aerei da combattimento), ampia ala a delta, abitacolo a posti affiancati, parte posteriore occupata dai propulsori a turboventola, due impennaggi verticali (a freccia composita, per i più tecnici) che si estendono anche sotto la fusoliera.

Sembra un po’ la descrizione di un aereo, da combattimento magari. Invece stiamo parlando di… un elicottero. L’ultimo sviluppo tecnologico trapelato (mi chiedo sempre in questi casi quanto la fuga di informazioni possa essere volontaria) dal bureau Kamov. Dipartimento di progettazione della Russian helicopters, azienda di stato russa che fa praticamente tutto sugli elicotteri, e non solo in Russia… (According to our data, there are over 8,000 Russian helicopters operating in over 100 countries. Russian Helicopters products account for approximately 90% of the rotorcraft market in Russia and 10% of worldwide helicopter sales.)

KamovElicopter.png

Si tratta di un progetto per un elicottero ad alta velocità e la descrizione di cui sopra è completata da due eliche coassiali controrotanti con estremità arrotondate. L’elicottero pare combinare diversi dei tratti degli aerei da combattimento in termini di agilità, portanza e prestazioni con alcune caratteristiche proprie dell’elicottero: agilità, grandi stive, hovering, volo a quote molto basse, etc. La spinta, tuttavia, sembrerebbe più data dai due motori di coda piuttosto che dalle pale e la cosa spiegherebbe anche la velocità raggiungibile dal mezzo.

Le dimensioni non sono ufficiali (e cosa lo sarebbe?), ma scalando le dimensioni di “un sedile tipo” dovrebbero essere circa 14.5 metri di lunghezza, 5.5. di altezza e circa 11 metri di apertura alare (cioè, delle pale…).

Ma una delle cose che impressiona di più in questo strano ibrido è che la velocità dichiarata/assunta/stimata si aggira attorno ai 700 km/h! Tanto per intenderci circa tre volte quella di un normale elicottero. Questo consentirebbe inoltre uno sfruttamento più efficiente del propellente e quindi anche un raggio di azione estremamente maggiore per l’elicotterone.

Che la Russia sia attiva nel campo dei “super elicotteri” militari è cosa ben nota: ha in cantiere prototipi sperimentali più simili a classici elicotteri, sta studiando lo schema coassiale come quello qui sopra descritto ed ha, ovviamente, anche sviluppi in corso su sistemi con un rotore principale e eliche traenti sulle ali (tipo convertiplano). Non credo che tutti vedranno la luce, ma rimane il fatto che il sistema congegnato per l’elicotterone in questione non si è visto altrove e lo sforzo di fantasia (leggi ingegno) dei tecnici russi è lodevole.

WU

PS. Fatevi un giro in rete ed apprezzerete, ancora una volta, quanto frammentarie, vaghe, ma anche intriganti possono essere le notizie “fatte trapelare” da fonti russe (o soggetti ad esse vicini…). Oppure vogliamo etichettare tutto come disinformazione fatta di proposito?

PPSS. Mi torna in mente questo

In memoria di Clippy

Ma voi ve lo ricordate Clippy? Secondo me chiunque abbia usato a maneggiare un sistema Windows negli anni ’90 ne deve avere un pur vago ricordo (e non per forza positivo)… prima dell’arrivo di XP, ovviamente.

Sto parlando di quella (e qui potete metterci un “antipatica” o un “simpatica” a piacere) graffetta con gli occhioni che voleva essere il nostro primo assistente virtuale dandoci consigli e suggerimenti su come usare Office 97.

Ci diceva scorciatoie, ci chiedeva se volevamo cercare qualcosa, e ci seguiva (o inseguiva) un po’ ovunque… palesandosi spesso con un pessimo tempismo.

Clippy.png

Clippy fa ormai parte di qualche nostalgico ricordo, ma non è stato che una sorta di antesignano “help” o, meglio ancora un assistente virtuale ante litteram. Personalmente lo trovavo abbastanza fastidioso (e bruttino). Non mi ha mai dato un consiglio degno di nota e quasi quasi mi dispiaceva scrivergli di andarsene (… neanche fosse HAL…).

Dopo Office ’97, Clippy fu comunque riprogrammato in XP, anche se non abilitato di default. Per i più nostalgici vi erano alcuni escamotage da utilizzare per vedere la graffettina in giro per lo schermo. Con Office 2007, invece, alla veneranda età di 10 anni, Clippy fu assassinato. Il codice sorgente fu completamente rimosso dal programma Windows. R.I.P.

A decretare la sua morte, ad ogni modo, non fu l’opinione positiva o negativa che di essa avevano gli utenti (cosa che non mi pare Windows abbia mai tenuto troppo in considerazione), bensì: “Office XP is so easy to use that Clippy is no longer necessary, or useful. With new features like smart tags and Task Panes, Office XP enables people to get more out of the product than ever before. These new simplicity and ease-of-use improvements really make Clippy obsolete.”

Non escludo una possibile resurrezione, ma probabilmente una sorta di reincarnazione in Cortana vi è stata (se non altro per il nervosismo che mi provocano i due “assistenti”).

… ora non è che la scomparsa di Clippy sia storia recente e non è che me ne addolori neanche particolarmente, semplicemente stamane ho trovato una graffetta sulla mia scrivania e mi è “popuppato” in mente, stile la buon anima di Clippy…

WU

PS. E Microsoft Bob ve lo ricordate?

PPSS. Mi viene in mente questo

Polsi iper-f(l)essi

Sarà pure tutto normale al giorno d’oggi, sarò io che sono “vecchio”, sarà quello che vi pare, ma a me la stupidità umana affascina almeno tanto quanto il genio.

People are taking so many selfies, they’re getting “Selfie Wrist.”

Potete chiamarlo “segno dei nostri tempi” se volete. Alternativamente possiamo dire che si è ufficializzata una nuova patologia: il polso da selfie… in fondo sto semplicemente assistendo all’evoluzione del”gomito del tennista” ma non lo capirò prima di qualche lustro.

Praticamente pare che un medico di Los Angeles abbia lanciato “l’allarme” sulle conseguenze dell’uso (vorrei qui scrivere incorretto, ma non ne sono più tanto sicuro) del cellulare. A tale medico capitano sempre più spesso “pazienti” che lamentano dolori articolari oppure formicolii causati dall’uso prolungato e ripetuto dello smartphone per farsi i selfie.

Harrison said the problem begins when patients constantly hyper-flex their wrist inwards in a rush to capture that perfect angle.

La causa medica, se volete, esiste; una innaturale iper-flessione dei polsi durante i selfie che se ripetuta eccessivamente può effettivamente mettere alla prova un’articolazione che l’evoluzione non ha ancora adattato alle nostre nuove abitudini. Una sorta di tunnel carpale dei nostri tempi in cui il nervo che passa per il polso si infiamma per le strane posizioni che è costretto ad assumere.

La “cura” è insegnare la postura corretta ai “pazienti” e prescrivergli una serie di esercizi (…to do for just minutes a day. He slowly rotates his wrists and says, “Just around the world for a set of 20 and then back around the world for another set of 20.”)… tutta gente per cui “a successful selfie can raise their profile and income“. Mah.

Di geniale mi pare ci sia soprattutto il medico che ha “identificato” il “problema” e “proposto” (leggi venduto) la “cura”. Ineccepibile sfruttamento utilitaristico delle opportunità presentatesi e colte.

Non sono contro gli autoscatti (si, autoscatti) in generale, sono sempre contro ogni forma di abuso e di “legittimazione” di tali abusi. Il timore che gli smartphone sia una delle poche cose smart ancora in circolazione mi assale.

WU

Shitexpress

Vi ricordate questa storia che la merda potrebbe valere ora (nel senso proprio letterale dei termini)?

Benissimo, ora scopro (in realtà un caldo suggerimento…) che anche la materia prima potrebbe essere reperita in maniera decisamente originale… anche se sono certo non è questo lo scopo primo del servizio in questione.

Shitexpress (startup, devo dirlo?) si propone di essere un corriere espresso di escrementi. Avete presente quelle persone che vi stanno proprio sullo stomaco (per essere eleganti), ma non avete voglia, modo o non siete nella posizione per esplicitare il vostro disappunto? Benissimo, con Shitexpress è tutto risolto.

Basta scegliere il destinatario (che sono certo merita la sorpresa), decidere che genere di feci recapitargli (animali diversi, consistenze ed aromi diversi… ad ognuno il suo… chissà quale tipo di feci farebbe per me?) ed il tipo di incartamento (anonimo? nominativo? elegante?); il resto vien da se.

Shitexpress.png

Non sono certo che sia un business particolarmente remunerativo, ma d’altra parte a parte un po’ di impacchettamento e qualche costo di spedizione non credo che reperire la materia prima sia un problema e men che meno che sia costoso. In fondo in questo caso direi che è l’idea che vince, indipendentemente dal guadagno che essa porta. Anche se nel 2014 (info più recenti non abbondano e la cosa non depone certo a favore della fiorente startup..) Shitexpress ha guadagnato più di 10.000 dollari in soli 30 giorni!

Il costo non è proibitivo (ed accettano Bitcoin! … il che li rende, forse, il servizio più di punta nel ramo “consegna cacca” fra i vari competitors che si trovano in rete), ma a mio modesto parere manca una parte fondamentale, qualche sistema per vedere (o meglio immortalare) l’espressione sul volto del destinatario. Impagabile.

Ah, per il discorso di estrarne metalli preziosi, c’è solo il piccolo problema che le feci umane non sembrano fare parte del portafoglio di offerta, ma magari una richiesta esplicita…

Non so se sia un business, ripeto, ma è di certo un “marketing experiment”.

WU

PS. Mi chiedo come venga dichiarato in dogana un pacco del genere…