Rotazioni cangianti di una curva

Prendete a caso il filosofo che preferite, da Platone a Kant tutti (beh… più o meno) vi diranno che la realtà non è oggettiva, ma è come la percepiamo. E’ filtrata dai nostri sensi e dall’elaborazione che ne facciamo degli stimoli che raccolgono. Le illusioni ottiche sono un ottimo modo per prenderli in giro, e noi con essi (non so se rientrano, formalmente, nell’autoironia).

Esiste un concorso in cui ogni anno ci si sfida “a fare la migliore illusione ottica”; va detto che spesso partecipano ricercatori o scienziati che non le trovano/inventano a caso, ma le propongono proprio a seguito di test circa i limiti della nostra cognizione e della nostra mente.

Dual Axis Illusion è il vincitore 2019 (3000€, circa). L’illusione è fighissima.

Praticamente una sorta di nodo (tecnicamente una curva di Lissajous) sembra ruotare contemporaneamente sia attorno al suo asse verticale che a quello orizzontale. Per i più scettici, lo stesso autore conferma che si tratta di un video continuo in loop senza tagli o variazioni del moto (… anche se a me sembra quasi di percepirne una, proprio da rotazione verticale ad orizzontale…)

Spostare la testa da un lato all’altro oppure inclinarla mi è servito, personalmente a… confondermi ancora meglio le idee. Direi che l’illusione ha colto nel centro.

WU

PS. E prima di “giudicare” (boh, nel caso voleste farlo…) guardate anche quest’altra realizzazione della nostra eclettica curva.

Orgoglio di genere

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Non sottovaluto le questioni di genere, non le sopravvaluto. Mi pare la classica situazione in cui si sposa una bandiera più per posizione e per ostentazione che per vera sostanza. Magari mi sbaglio (certamente, facendo un discorso di massa), ma il dubbio mi rimane sempre.

Affrontando la spinosa questione da un punto di vista più ironico: lui, lei, la cosa sono un misto fra retaggi sociali/culturali/linguistici, necessità di identificare meglio qualcuno/qualcuna/qualcosa e la necessità innata dell’uomo di distinguersi in qualche modo dalla massa.

Pare che alle origini della storia delle lingue indo-europee non esistesse maschile/femminile/neutro bensì due generi: uno per le cose animate ed uno per quelle inanimate (… e già così non saprei bene che genere assegnare al robot di questo Dilbert a meno di non aprire una mega-parentesi sulla questione di “anima”). Ovviamente con l’affinarsi della lingua e il complicarsi della società abbiamo visto nascere il maschile ed il femminile… ed ora lo stiamo vedendo vacillare o estendersi (gender neutral? genitore 1 e genitore 2? Genere:altri, preferisco non dichiarare. Etc.).

Poi c’è l’aspetto più biologico di questa divisione: maschile e femminile servono (o meglio, hanno una certa rilevanza) solo nelle specie che hanno “inventato” la riproduzione sessuata. In tantissime specie di batteri (se poi da questo si evince che i batteri sono una razza superiore… approvo.), o piante, esistono si maschi e femmine, ma la riproduzione asessuata semplifica la vita sui pronomi e li mette al sicuro da sofismi, correnti, bandiere, ostentazioni, e tutte quelle storture della “questione genere” proprie della razza umana, maschile e femminile (… beh in questa vignetta anche l’orgoglio del robot di sentirsi definire “it” mi pare abbassarlo alla stregua di noi mortali).

WU (con il pronome che preferite… il mio avatar è spesso femminile, ho problemi di genere?)

PS. Da notare l’assoluta inespressività “del boss” per tutta la striscia. Che pensi agli affari suoi? Che non sappia di che si parli? Che tratti la cosa con la consueta superficialità? O semplicemente, una volta tanto (ma magari è una pura mia illusione) che sappia dare alla questione genere, anche riferita ad un robot, il giusto peso?

Tempi duri per Babbo Natale

… senza voler demonizzare le nuove tecnologie, ma se i nostri bambini oggi sono un po’ più tristi di come eravamo noi alla loro età, un po’ di colpa ce l’abbiamo anche noi e quel satanasso di internet (:D).

Il titolo acchiappaclick sarebbe qualcosa tipo “Google sta rovinando il natale”; “Migliaia di bambini tristi per colpa della rete” oppure “Babbo Natale ucciso da internet”. La notizia è che oggi, epoca in cui si cerca di tutto e di più in rete e ci si fida più di qualche post online che di chi si ha difronte, si cercano prove o conferme dell’esistenza di Babbo Natale su internet.

I “richiedenti informazioni” sono ovviamente i nostri bambini (… che, neanche a dirlo, hanno accesso ad internet ed a tutta la mola di informazioni che contiene… se poi sono in grado di discernere o semplicemente di sopportarle tutte è una questione, ahimè, di secondo piano).

Esiste un punto della vita in cui tutti i bambini si chiedono se Banno Natale esiste o meno. E’ un passaggio quasi obbligato per la vita adulta, è il momento in cui forse bisognerebbe dosare la sincerità… E Google non lo sa fare: la sua sincerità distrugge ogni sana illusione infantile.

Le solite statistiche di fine anno riportano che mediamente circa 187000 bambini chiedono a Google se Babbo Natale esiste o meno (seguiti da domande circa l’ubicazione della sua abitazione, la capacità delle renne di volare e l’esistenza degli elfi… tutte domande lecite a cui bisogna saper filtrare la risposta…).

Gli algoritmi che Google usa per ordinare i risultati delle ricerche si basa sull’attendibilità delle fonti ed ovviamente quelle “sincere” in questo caso sono fra i primi risultati, ahimè.

Senza voler demonizzare la tecnologia, ripeto, il punto credo che sia che non tutto va bene per tutto e forse Google non è in questo caso la “persona giusta” a cui chiedere questo genere di cose. Un po’ di sana umanità, almeno a Natale, vale la pena riscoprirla; nel bene e nel male, piccole bugie comprese.

WU

PS. Ho fatto la prova poco fa; ma alla domanda “Babbo Natale esiste o no?” i risultati sono tutti inerenti alla notizia di cui stiamo parlando…

Amara Norvegia

Ve la ricordate la lobby dello zucchero?

In Norvegia si sono messi in testa (in realtà è frutto di un po’ di statistiche, picchi di consumo, ed aumento dei casi clinici) che il consumo di dolciumi e bevande zuccherate era eccessivo.

Già nel 1922 nel paese scandinavo il governo si inventò la “tassa sullo zucchero“. All’epoca con l’evidente intento di aumentare le entrate statali. Dopo il picco di consumo degli anni novanta, tuttavia, la tassa non è stata affatto abolita, ma rivista ed incrementata. Lo scopo, in questo caso, non era tanto quello di aumentare il gettito statale, ma di migliorare lo stile di vita dei cittadini. Certamente possiamo assumere che il governo norvegese sia particolarmente altruista, ma ammettiamo che è soprattutto lungimirante: meno zuccheri, meno malattie, meno costi in una prospettiva (parola che nel nostro paese sento usare sempre più di rado) di lungo termine.

Il risultato è che dal duemila in poi in Norvegia il consumo medio di zucchero pro-capite si è ridotto di circa un chilo all’anno, precisamente da 43kg per persona per anno a 24. La previsione è che nel 2021 sarà raggiunto il consumo medio pro-capite raccomandato.

Lo strumento della tassa per disincentivare il consumo è quello più vecchio e più efficiente del mondo (quando si mette la mano nelle tasche dei cittadini la soglia dell’attenzione aumenta magicamente). Ed in Norvegia non vanno tanto per il sottile: nel 2018 il prelievo fiscale su dolciumi e cioccolato è arrivato a circa 13.55 €/kg (aumentando del 83!) e a circa 1.5 €/kg su zucchero e bevande dolcificate (aumentando di “solo” il 42%).

Ah, assolutamente non trascurabile il fatto che il paese non ha solo tassato zuccheri e dolciumi, ma l’incremento della “sugar tax” è parte di un insieme di norme volte a ridurre il consumo di zuccheri (azioni sinergiche, credo si dica, altro termine non tanto in voga dalle nostre parti). Fra queste spiccano le regolamentazioni statali per produttori e fornitori di alimenti dolcificati che ne regolamentano la pubblicità e vietano la vendita a minori di anni 13.

Mi sembra chiaro che dato un fine i mezzi si trovano. E senza neanche troppa fantasia… Sarei solo curioso di sapere quanti piedi si sono pestati “ad alti livelli” per raggiungere questo risultato.

WU

PS. Continuiamo questo “ciclo dello zucchero” con questa domanda (quanto mai attuale): ed in Italia? Beh, stiamo vivendo il periodo “della manovra” che assieme alla tassa sulla plastica sta proponendo di introdurre anche quella sullo zucchero. Tale tassa, in Italia, colpirebbe soprattutto la Coca Cola che dalle nostre parti arruola (includendo l’indotto) circa 30000 persone.

Ovviamente colossi del genere si sono subito mobilitati per mettere le mani avanti: incremento della tassazione, associato ad un aumento dei costi in generale e contrazione del mercato (chissà perché due temi che vengono sempre fuori quando bisogna giustificare qualcosa…) potrebbe avere ricadute occupazionali. Ovviamente. Ah, anche un aumento dei prezzi, altrettanto ovviamente.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #2

Il sistema solare è ancora casa, e mentre mi allontano immagino di scorgerli tutti, i pianeti erranti che obbediscono alla gravità del Sole, che se li trascina tutti, in un vortice che viaggia attorno al centro galattico. Vedrò la fascia di asteroidi tra Marte e Giove, e poi la fascia di Kuiper, il ventre gravido da dove provengono le stelle cadenti che uomini e donne imbarazzati cercano nel cielo estivo, senza sapere mai cosa desiderare, e perché.

Scuoto la testa, mi allontano dalla mappa. Esco sul terrazzo, guardo in alto. Ho imparato presto come non sentirmi perduto nel cielo notturno, i segreti che tengono insieme le costellazioni e le vedo, le stelle che sono state le mie prime guide solitarie. Ricordo Arturo, la splendente gigante rossa nella costellazione di Boote, Altair dell’Aquila, Deneb del. Cigno, che se ne stava appesa al centro esatto del mio cielo. La destinazione però deve essere un’altra, molto più lontana di così. Torno dentro, mi siedo al tavolo di nuovo. I confini di questa mappa sono i sono i confini stessi dell’Universo, fino a dove siamo riusciti a pensare.

Martin Amis scriveva che la storia dell’astronomia è la storia di una crescente umiliazione, come la creazione di storie. Dagli dèi all’io, dal geocentrismo all’universo infinito. A mano a mano che la Terra perdeva il suo centro l’uomo sapeva di non essere nemmeno il centro di sé stesso. Ci arriveremo.

La prossima tappa è Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole. Le distanze cambiano, le stelle si fanno più rare. I chilometri diventano anni luce: 4,2 per l’esattezza. Per raggiungerla con un vecchio shuttle impiegherei 160 mila anni terrestri. Situata nella costellazione del Centauro, Proxima Centauri fa parte di un sistema stellare triplo, tre stelle che girano una intorno all’altra. E intorno alle stelle più vicine alla Terra che sono stati studiati i primi esopianeti. Forse farò un giro su Proxima B, e mi godrò il freddo inverno eterno di quella prima superterra.

Poi mi verrà voglia di inseguire la grandezza e prima di uscire dalla galassia punterò UY Scuti, la stella più glande che sia mai stata scoperta. Velata di polvere, la vedrò apparire solo all’ultimo e so già che verrò sconvolto dalla sua enormità. Se fosse al posto del Sole arriverebbe a occupare l’intera orbita di Giove, facendo apparire il pianeta più grande del Sistema solare un ragazzino poco cresciuto. Sono mai anche solo riuscito a pensare, a qualcosa di tanto grande? L’universo nasconde la grandezza delle cose, rimette i pensieri al loro posto, un ordine di scala. E a questo che servono viaggi, a ordinare le cose secondo la loro grandezza, la loro importanza. Da qui la Terra è solo un piccolo accidente fortunato, uno dei modi che ha usato l’Universo di percepire sé stesso, si dice. Che cos’è la vita di un uomo al cospetto della grandezza di UY Scuci? A questa distanza perfino le divinità si misurano in chilometri, in raggi solari. Poco più di un miliardo di chilometri: ecco quanto sono grandi gli dèi.

Le altre galassie saranno come sogni di materia luminosa. Andromeda, la galassia a spirale più vicina alla Via Lattea rappresenta il futuro: tra quattro miliardi di anni e mezzo collideranno, dando vita a una grande galassia ellittica. Il suo nome scientifico è M31, un’istituzione nel cielo, visibile anche a occhio nudo nelle notti senza Luna. Poi la Galassia Sombrero e quella del Sigaro e poi Arp 273, due galassie che si danzano intorno, come in un rituale d’accoppiamento. Se mi allontanassi ancora avrei in un colpo d’occhio tutto il Gruppo Locale, come viene chiamato l’ammasso di galassie in cui siamo dentro. Ce ne sono altri, molto più grandi di così. Ammassi e superammassi che si affastellano gli uni sugli altri, come insiemi teorici impossibili anche soltanto da pensare. Sarà difficile andare più in là. Ipoteticamente sarei nello spazio cosmico, pieno di materia oscura, e tutto quello che vedrei sarebbero fasci di luce che mantengono in piedi la struttura cosmica, con il nulla alle spalle.

Tornerei a casa, seguendo una linea dritta; ma prima di prendere la via del ritorno avrei un ultimo desiderio, più intimo, da esaudire. All’interno della Via Lattea, nella direzione della costellazione del Sagittario, andrei alla ricerca di Sagittarius A, il buco nero attorno a cui tutti i nostri mondi ruotano. E’ un buco nero supermassiccio, che non riuscirei a vedere, perché ingloberebbe tutto, anche la luce. Forse, se avrò fortuna, scorgerò il suo disco di accrescimento, ma senza avvicinarmi troppo, perché la sua gravità modellerebbe a suo piacimento il tempo, e lo spazio. Ci sarà una vertigine, pensando che è attorno a quel punto che ruotiamo, mentre viviamo la vita di tutti i giorni.

Respiro forte, davanti alla mappa. Tutte le cose che mi sono immaginato saranno diverse, quando ci sarò vicino. Ci andrò. Domani, ci andrò.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Ora, a parte essermi deliziato con lo stile di scrittura di questa che più che una recensione potrebbe essere il capitolo di un libro, mi sono intrippato su questo brano (tanto da rileggerlo per un paio di sere a ripetizione) più che altro per gli spunti di riflessione “trasversali” che offre. Probabilmente sono temi tipici del viaggio, ma sono espressi in un contesto che di solito non intendiamo come tale (beh, a meno di quel gota ristretto di “turisti spaziali”, ovvio, e che comunque non osano spingersi fino alle destinazioni qui presentate).

Salutare i conoscenti per non esser certi dello stato d’animo in cui si tornerà, esser certi che quello che si immagina sarà diverso quando lo si vedrà da vicino, pensare a Giove o Saturno come fossero Manhattan o Tokyo, dimensionare le divinità (in miliardi di km!), etc. sono tanti pezzetti su cui mi costruisco un bel pensiero. Per non parlare di tutte le metafore che mi immagino esser celate nel testo: il buco nero, sogni di materia luminosa, il sistema solare come casa, e via dicendo.

Un sorriso abbozzato anche in una giornata anonima o quando sono immerso nel traffico quotidiano (fisico e mentale), grazie lettura.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #1

Sono sempre stato abituato a desiderare i luoghi più che le cose. Voglio vedere le città, disegnare i confini, camminare nelle periferie e sulle creste dei monti, immaginare me stesso nell’atto di occupare uno spazio diverso da casa: a lungo è stata la sola ricchezza che ho ricercato, la sola che mi sono augurato.

E per questo che il prossimo viaggio è così importante, così denso di significati, perché nessuno sarà mai arrivato così lontano. Lo spazio cosmico è sempre stato l’allusione più prossima della distanza. La luce tremula degli oggetti del cielo è il controcanto della loro stessa inaccessibilità. Ma solo fino a domani. Sul tavolo del salotto, sulla Terra, ho approntato da mesi una mappa diversa da tutte le altre. E piena di segnalini, di post-it e di appunti che ho ricavato a una guida appena uscita. Questa mappa è qualcosa di simile a un’iniziazione, a un programma di conoscenza: è un itinerario di viaggio.

Uno zaino, piccolo e leggero, è pronto vicino alla porta. Nella tuta pressurizzata ho messo i documenti e i biglietti e ho salutato le persone che amo, perché l’inquietudine prima di ogni partenza riguarda lo stato in cui tornerò. Quello che vedrò mi cambierà? In che modo?

Scegliere l’itinerario è stato difficile, ma il punto di partenza non poteva che essere la Luna. L’ho considerato a lungo il museo più lontano dalla Terra. Atterrerò sul Mare della Tranquillità, dopo un viaggio di tre giorni e 384 mila chilometri, immagino il momento in cui mi chinerò sopra le impronte di Armstrong e di Aldrin come ho fatto per quelle di dinosauri, sulle Alpi francesi, e mi guarderò intorno alla ricerca di una bandiera americana.

Anche se conosco la forza delle radiazioni solari mi stupirò, trovandola bianca. Il simbolo di una resa. Non avrò molto tempo, ma so che aspetterò che la Terra sorga solenne dall’orizzonte lunare, per scattare la replica di una vecchia foto che conosco a memoria, Earthrise, con tutta l’umanità e la sua storia davanti, e il niente dietro. Forse sarà l’unico attimo di commozione che potrò concedermi, perché è da lì che comincerà il vero viaggio.

Con le dita a compasso traccio le distanze sulla mappa, bevo un sorso di tè. Dalla Luna a Marte, che da qui è solo una piccola stella vagamente rossastra. Sorvolerò le sue calotte polari e atterrerò ai piedi del Monte Olimpo, alto venticinque chilometri. Sarà impossibile non pensare a quello terrestre, e pensare a quali dèi abbiano abitato lassù, secondo quale mitologia. Dovremmo costruirne una completamente nuova. Ma il monte Olimpo marziano qui è mi enorme vulcano, con una superficie paragonabile a quella dell’Italia. Mentre ripartirò mi sembrerà un grosso tendone da circo.

Sarà la volta di Saturno, che raggiungerò passando per Giove, con i suoi anelli di polvere. La Grande Macchia Rossa apparirà presto dagli oblò della navicella. E una tempesta che imperversa da secoli, un gigantesco tornado più grande della Terra, l’occhio rosso di un dio che scruta le sue lune. La missione che ha avuto l compito di esplorare Giove ha il nome della dea sua consorte: Juno. lo, Europa e Callisto – tre delle sue molte lune sono altre figure mitologiche. Saluterò di sfuggita Ganimede, il loro coppiere e l’ultimo dei satelliti galileiani e la luna più grande del nostro sistema solare.

Sfrutterò la gravità ciel maggiore dei pianeti e come una fionda mi lancerò all’inseguimento di Saturno, il guardiano della soglia, il pianeta più lontano visibile a occhio nudo. Ci vorranno giorni. Sogno Saturno da sempre. L’immagine dei suoi anelli sospesi nell’oculare del mio pomo telescopio è una visione che è rimasta impressa nel fondo della mia retina, come un marchio di appartenenza a una stirpe che ancora non esiste. Eppure Saturno è un pianeta leggero. Galleggerebbe, se immerso in una vasca grande abbastanza da sostenerlo. Ma so che quando mi tufferò nell’interstizio tra i suoi anelli di ghiaccio, come la sonda Cassini, tutto quello a cui riuscirò a pensare saranno i suoi poli esagonali, e le brillanti aurore create dal suo campo magnetico e dalle particelle espulse dalle sue lune.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Quando andiamo in vacanza, almeno per sfizio, una guida Lonely Planet l’abbiamo sfogliata. Non dico acquistata, non dico seguita, ma almeno sfogliata distrattamente in libreria si. E’ un marchio che non ha bisogno di presentazione (a ragione, IMHO). Onestamente però non avrei mai pensato si sarebbe messo a fare una sorta di “Guida Galattica per Autostoppisti” versione “consumer” per chi vuole lasciarsi questo pianeta alle spalle.

Universo – Guida di Viaggio è questa specie di guida per sognare (per ora) di andare a spasso per l’universo. Incominciando dal nostro sistema solare, passando in rassegna i nostri fratelli incatenati alla gravità del Sole per poi muoversi sempre più lontano; focalizzandosi sugli oggetti extrasolari che conosciamo un po’ meglio, oggetti stellari, galassie ed ammassi di galassie.

Lo stile è quello alla Lonely Planet: consigli su cosa vedere, come muoversi, indicazioni per arrivare, etc. Una guida al viaggio a tutti gli effetti. Il tutto contornato da storia delle esplorazioni, immagini mozzafiato e tanta tanta benzina per i nostri sogni di viaggiatori.

Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

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Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.

 

Le merendine, quelle paralizzanti

Non so se avete avuto modo di seguire questa “cosa” (allora: non posso chiamarla notizia per ovvi motivi e non posso iniziare il posto definendola bufala o fakenews sia per non bruciarmi l’effetto sorpresa sia per non darvi l’impressione di partire prevenuto… anche se in questo caso, confesso, lo sono parecchio).

Se la risposta è si, mi spiace per voi (ed in parte per me che ne sono venuto comunque a conoscenza e mi ha colpito l’espansione anche se non sono propriamente un fruitore dei canali social…). Se la risposta è no, suggerisco di non leggere il post.

Ad ogni modo si parla di un video che ha fatto parecchio clamore dato che “smaschera” addirittura delle merendine in grado di paralizzarci! Sono merendine Luppo, di origine turca, imbottite di pilloline bianche paralizzanti! Attenti! Non mangiatele! La cosa è ovviamente vera dato che è documentata in questo video (ah, beh… allora…).

Praticamente all’interno delle merendine Luppo in questione si devono delle pastiglie bianche che dovrebbero paralizzarci. Io che sono un utente normale della rete e non un cacciatore di bufale vedo così tante assurdità in questa storia ed in questo video che non mi sfiora neanche l’idea di crederci.

Allora, ammettiamo che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci. Con tutte le possibili soluzioni (polvere? sciroppo?) proprio delle macroscopiche (e facilmente individuabili) pillole bianche dovevano mettere? Non è che si può trattare del ripieno stesso delle merendine (cocco, mi pare)? Ipotesi molto meno affascinante, ma onestamente più realistica.

Non mi è chiaro su quali basi si affermi che le pasticche (ammesso che siano tali) dovrebbero paralizzarci e soprattutto che prove si portano a supporto. Scusate, sarò vecchio, la storia del metodo scientifico è roba del passato… Ah, ma poi è una paralisi temporanea? Perenne? Totale? Boh, mi pare proprio una cosa detta a caso; potevano anche dire che le pasticche ci trasformavano in zombi, per me era ugualmente (in)credibile.

Poi il video in se mi pare fatto per non essere creduto: non è datato, non si vedono volti, si prende una merendina e se ne scarta un’altra, non è chiaro se le merendine stesse sono scadute, etc… Insomma, una “prova” che puzza di fasullo a chilometri di distanza.

Siamo partiti dall’ipotesi che le merendine siano state effettivamente prodotte con l’intento di paralizzarci (o qualcosa del genere), ok, ma… perché? La Luffo (in realtà la Solen, azienda turca che ne detiene il marchio) ha deciso di paralizzare gente a caso in giro per il mondo? Certo! Oppure è uno specifico lotto quello paralizzante? Ah, strano che non vi siano segnalazioni ufficiali a riguardo (abbiamo un Ministero della Salute che segnala proprio anomalie alimentari)… forse sono stati tutti paralizzati e non possono segnalarlo.

L’unica cosa che mi viene in mente è proprio la nazionalità delle merendine. In questo periodo in cui la Turchia di Erdogan si muove su precari equilibri internazionali e non disdegna azioni armate (ovviamente ben supportate dagli “stati amici”) contro Siria e Kurdistan, una “notizia” del genere è un modo per screditare un po’ il paese (la voce del video è araba!).

Questa interpretazione mi pare abbia avuto diverse declinazioni, ma di fondo è quella di considerare il fake-video una sorta di tassello per una diffamazione generalizzata ai danni del paese (che, concordo, non sta propriamente mantenendo un comportamento etico in questo periodo, ma non credo che video del genere siano in alcun modo utili, anzi…).

E si, mangerei certamente una merendina Luppo (se la trovassi in commercio, non mi pare di averle mai viste in Italia). E si, in questo periodo boicotterei la Turchia (se di questo si tratta!) ma su piani molto più concreti (economici) se solo avessi il potere di farlo che gli stati centrali hanno. E no, non condividerei un video a caso, soprattutto di questa specie, sui canali social.

WU

Alieno altocumulo lenticolare

Oggi mi sono messo a vedere un po’ di foto meteorologiche (sapete, in questi giorni piovosi guardo il cielo più spesso e devo riconoscere che offre spunti molto più interessanti di un “piattume celeste” 😀 ). Esiste, a riguardo, ovviamente, anche un concorso. Praticato da specialisti, cacciatori di tempeste, inseguitori di fulmini, amatori e fissati.

Lungi da me dal voler fare da giuria (ne titoli, ne voglia), mi sono semplicemente fatto conquistare “dall’occhio” per decretare il io vincitore: Bingyin Sun che ha fotografato… una astronave.

Altocumulus_lenticularis.png

Stiamo parlando di una formazione nuvolosa che in gergo si chiama… altocumulo lenticolare (nel caso della foto immortalata sulla laguna di Jökulsárlón, Islanda).

Sono formazioni “a lente” che si generano quando forti venti di quota (fra i 15 ed i 20 km) impattano catene montuose; Si generano vortici e turbolenze (soprattutto nella componente verticale del moto) che si avvolgono in forma lenticolare e che sono non poco pericolosi per il volo. Insomma, nuvole belle, ma da cui stare lontani (soprattutto con alienati, parapendio ed ultraleggeri).

In breve le correnti d’aria, esattamente come quelle di acqua, quando si trovano davanti un ostacolo devono in qualche modo superarlo. I flussi eolici si spostano a quote più alte modificando il moto verticale (generando le così dette “onde orografiche“. Salendo lungo la cresta la massa d’aria tende a dilatarsi e a raffreddarsi facendo così condensare il vapore in minuscole goccioline d’acqua che la gravità tende a spingere verso il basso. Le nube a preso vita oscillando attorno al suo punto di equilibrio.

Si, gli alieni esistono! E se qualcuno non vede un ufo in questa foto ci sta nascondendo la verità! E’ un palese sistema di camuffamento Klingon generato da uno campo magnetico che confina del gas… 😛

WU

PS. Ovviamente facendo seguito a questo e quest’altro sproloquio, oppure questo?

La musica del fuoco

… prendete uno scatolozzo di ferro, metteteci dentro del fuoco ed otterrete, in base alle proporzioni, una fornace o un pirofono :D.

Ok, ok, a parte gli scherzi, oggi ho scoperto che esiste uno strumento musicale che ha un nonsocchè di diabolico. Un corpo ferroso messo in vibrazione attraverso il calore del fuoco emette delle tonalità gravi, lunghe, basse.

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L’organo del fuoco, con tanto di canne e tastiera, ma alimentato a benzina, propano o gas. Ideato nel 1870 da Frédéric Kastner e presentato all’esposizione universale di Vienna del 1873, non solo emette note musicali (spesso modulate per mezzo di una serie di piccoli motorini elettrici), ma anche segnali luminosi (note luminose?).

Non l’ho mai sentito dal viso (confesso) e non ne avevo neanche mai sentito parlare; mi da l’idea di voler trovare un suono in un’epoca post industriale in cui ci si arrangia con quel che si ha (… e non è certo detto che i risultati siano scadenti…). In odore steampunk d’avanguardia

Una nota bassa e prolungata che sembra quasi un filo da seguire per entrare nelle viscere della terra, di un vulcano, in un altoforno, in uno stabilimento industriale.

Strumento si, ma decisamente di forte impatto visivo (credo si dica, in questi casi, una istallazione). Me lo immagino un po’ come il campanello dell’inferno.

WU