Categoria: internetcharm

Take a resume

Non riesco ancora a capire se questa notizia mi lascia un po’ triste o un po’ sorpreso, un po’ felice per il protagonista o un po’ deluso da questa società. Forse un misto di tutte, forse nessuna delle precedenti… forse coltivo ancora un po’ le mie sensazioni e mi attengo a raccontare questa “notizia“.

David Casarez era uno “startupparo”, un figlio di questa new economy in cui micro imprese (soprattutto nel ramo information technology e soprattutto se ti muovi nella Silicon Valley) nascono e muoiono ad una velocità impressionante ed altrettanto velocemente riescono a tirar su fior di milioni (la cui origine ed il cui fine mi lasciano un po’ di dubbi… mi ricorda una potenziale struttura Ponzi, no?!).

Ad ogni modo, il “poveretto” in questione si è ritrovato per strada a seguito del fallimento dells sua startup. Riconoscendogli una certa flessibilità, un pensiero trasversale decisamente sviluppato ed un approccio “nuovo” (beh, più che altro vecchio, ma in una ottica “New Economy” direi decisamente … diverso), David non si è perso d’animo.

Armato di cartello (in una rivisitazione 4.0 degli uomini-sandwitch) che recita più o meno “Vagabondo avido di successo. Prendete pure un mio curriculum” si è piazzato ad uno degli incroci più trafficati di Mountain View (beh… non proprio alla periferia del mondo) in cerca di attenzioni.

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E le attenzioni non sono tardate. Un passante (sicuramente più di uno ardirei) si è fermato a prendere un curriculm e scattare una foto “all’imprenditore”. La foto è rimbalzata su Twitter e da li … la problematica è tornata sotto la gestione-internet (a cui questo post evidentemente partecipa). David è stato infatti sommerso di offerte di lavoro… e non esattamente da aziendine sconosciute.

David stanotte dormirà di nuovo su una panchina, ma è innegabile l’ingegno e l’individuazione di una strategia decisamente perfetta per l’occasione. Da farne tesoro per capire in che mondo viviamo ed in che direzione stiamo (vogliamo?) andando.

WU

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Secondi al vento

… poi dite che sono io…

ho capito che c’è gente che non ha molto da fare… vogliamo dire che non vuole fare molto? che ha bisogno di ritagliarsi momenti di svago? che spazia con la mente fra cose diverse e disparate? Benissimo, tutto vero, mettetela come più vi piace.

Affianchiamo a questa “umana pulsione” la potenza di uno strumento come Internet ad abbiamo migliaia di posti dove spendere tempo (neanche fosse una moneta…) cazzeggiando.

Non sono personalmente un grande fautore di questo approccio (probabilmente per la scarsa soglia dell’attenzione che mi contraddistingue o perché non sono buono a trovare qualche sito che mi faccia passare ore al cazzeggio… a questo punto preferisco i vedeogames!), ma non posso negarne l’esistenza ed il fascino.

Credo, però, che vi sia un limite. Ovvero va bene cazzeggiare nei modi più disparati; dai quiz alla musica, dai social ai gattini, ma almeno è qualcosa! Ora mi dovete spiegare come diamine si fa a cazzeggiare su un sito come questo.

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Il concetto (geniale, evidentemente, dal punto di vista dello sviluppatore del sito… se non altro per vendere spazi pubblicitari) è semplicemente stare sul sito. Esatto, niente di più… o io non l’ho capito.

Il sito conta quanti secondi lo lasciate aperto (lo fissate?) e poi fa una bella graduatoria, un tempo cumulativo e cazzate del genere.

Menzione d’onore all’utente “chizz” (nella Top10 in alto a destra) che ha “speso” ben 260.476.503 secondi sul sito (wow! bravissimo! ma come ha fatto! che allenamento!); la medaglia di “black hole” è più che meritata… ed anche i “time water” a seguire hanno conseguito egregi risultati.

Beh, che dire, il concetto di “pointless” credo sia celebrato, il fatto che la gente passi così il proprio tempo mi fa un po’ paura. Sono le cose che mi lasciano un po’ di amaro in bocca ed un piacevole pensiero che aleggia: allora c’è posto proprio per tutti.

L’invito non è (me ne guardo benissimo!) al non cazzeggiare, ma a riconoscere un valore al proprio tempo.

WU

PS. Almeno esiste una tab del sito in cui si possono convertire le unità di tempo ed il tempo da numeri a lettere… ora si che il sito ha un suo significato; non è cge rovinerà quell’area di pointless?

Le mail ed il CC

Oggi lavoriamo tutti (e va beh… io) quotidianamente con un client di posta elettronica aperto. Smistiamo tutti (e va beh… io) quotidianamente decine (almeno) di mail.

Va beh, facendola breve, almeno una volta al giorno, una persona media, riceve e legge una mail (e sono stato veramente basso…). Molte di queste sono da cancellare direttamente e poche, pochissime, sono interessanti. Una parte di quelle che riceviamo, inoltre, non sono per noi. Nel senso che il nostro nome figura nella seconda riga, in CC.

Ci mandano le mail in CC per farci sapere qualcosa? Per dimostrare qualcosa? Per rimproverarci di qualcosa? I motivo sono di certo disparati, vari e forse a volte anche legittimi. Questa infografica in cui mi sono imbattuto oggi mi ha illuminato… in particolare voglio ancora vedere quando mi tocca il triangolino grigio (il giallo ed i verdi sono degli standard!)

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Non sono personalmente un fan di questo tipo di utilizzo della posta elettronica, ma sono molto più propensa al CC che al CCN che, invece, aborro letteralmente. Se mi vuoi dire qualcosa me la dici, non che me la dici di nascosto… magari per dire non dicendo, far vedere che potrei sapere e cose del genere.

Ad ogni modo, rimanendo sul CC (no, ripeto, CCN no!), si sta diffondendo una strana abitudine (o dovrei dire stortura comunicazionale?): “ah, ma se ero in CC non ho letto la mail.”. E cosa ti ci avrei messo a fare? Praticamente è come dire, se stai parlando ad un gruppo e non guardi direttamente me allora chiudo le orecchie?

E poi, già la mail è uno strumento altamente passibile di interpretazioni (si, è vero che scripta manent, ma non ci prendiamo quasi mai il tempo necessario a scrivere una mail e riflettiamo in poche righe il casino/stress/confusione/incazzatura del momento), poi facciamo anche gli schizzinosi su che riga siamo… Non voglio pensare che sia una trincea per far finta di non sapere e con questo avere un alibi per non fare… troppo facile, vero?

Non facciamo un uso sapiente del CC (e spesso neanche proprio delle mail), ma cerchiamo di non fare troppo gli schizzinosi altrimenti si dovranno inventare anche il CCPPC (Copia Carbone Per Puro Caso) :).

WU

PS. L’ho già detto CCN=morte della comunicazione?

Mafasumi Nagasaki

Certo che abbiamo l’abilità di andare a rompere le balls proprio a tutti. E non è un understatemnt… è proprio letterale la cosa. Quasi ci generi un inconscio piacere a dare fastidio (o, nel peggiore dei casi, rovinare) l’esistenza altrui.

Allora, parliamo di Mafasumi Nagasaki, questo tipo qui.

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E chi è?! Esatto, un emerito sconosciuto che semplicemente voleva restare tale. Anzi, non voleva avere alcun contratto con il nostro mondo. Al di la delle motivazioni, logiche ed opinioni sulla scelta… la cosa chiara era “non rompetemi le balls”.

Lui, almeno, aveva scelto. Ed era addirittura riuscito a coronare il suo sogno per ben 30 anni. Si era ritirato su un’isola deserta e viveva a contatto ed armonia con la natura come mamma lo aveva fatto. Non dava fastidio a nessuno (deserta, ripeto, deserta); semplicemente conduceva la sua esistenza lontano dalla nostra civiltà.

Sull’isola giapponese di Sotobanari, a sud dell’arcipelago di Okinawa, nel mezzo del nulla dell’Oceano Pacifico, il simpatico-nudo-e-barbuto vecchietto viveva da solo dal 1989.

Finché. Già, deve esseri per forza un finché.

Venuti a sapere della sua esistenza (…beh, forse ci deve esser stato qualche altro in cerca di solitudine nella stessa isoletta?) i connazionali hanno deciso che non poteva andare avanti cosi. La notizia lo ha tenuto per un po’ tenuto sotto i riflettori (… con sua grande gioia) e poi, seguendo l’iter delle pratiche burocratiche per farlo “rimpatriare” (ma perché?!) la cosa è finita nel dimenticatoio… con magno gaudio del nonnetto che semplicemente non chiedeva nulla (è ancora consentito?).

Il mondo si era dimenticato nuovamente di lui e tutto sembrava andare liscio. Finché (il secondo finché della storia) la sua pratica non è venuta nuovamente a galla, emergendo fra pile di faldoni sulla scrivania di un qualche funzionario fin troppo solerte (ma perché?!).

Evidentemente era la cosa più seria/importante che aveva da fare, o forse era una questione di principio o semplicemente il rimpatriare “l’eremita nudo” avrebbe fatto parlare di lui (… un bel paradosso che per placare la sete di fama di qualcuno si sia dovuto ricorrere a cancellare il sogno di anonimato di qualcun altro) e ciò gli bastava.
Fatto sta che il funzionario ha ripreso la faccenda in mano fino ad arrivare a prelevare il vecchietto con l’elicottero… nonostante le sue fervide rimostranze (ma perché ?!).

Secondo i servizi sociali giapponesi il vecchietto (87 gloriosi anni) è stato reputato troppo fragile per continuare a fare l’eremita. E ciò (in un paese che non ha un vero servizio assistenziale per gli anziani!) è evidentemente intollerabile.

Ora il vecchietto, esiliato dalla “sua isola”, vive in un’isolotto vicino dove la civiltà gli sta dando le “cure di cui ha bisogno” !!! Vive in una casa, è vestito ed è assistito. Prevedo, ahimè un futuro non propriamente roseo per il vecchietto che sicuramente sperava di finire la propria esistenza in altro modo.

… meno male che gli abbiamo salvato la vita…

Sono certo che non è l’unico ad aver questo sogno, uno dei pochi ad averlo (seppur per un po’) coronato, e tempo non l’unico “naufrago per scelta” a cui andremo a rompere le balls.

WU

PS. Solo per quanto si parla di lui in rete (… e forse dovrei anche chiedergli scusa per questo post), credo che il suo sogno di abbandonarci sia fallito. Gli auguro di non saperlo mai.

Jackson-patented shoes

 

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Questa rimane per me una delle scene più epiche del mondo dei videoclip. La scena (forse) che ha portato i videoclip al livello di piccoli film (si, forse sto esagerando, ma forse secondo solo a Thriller il videoclip di Smooth Criminal mi pare un vero e proprio corto).

Sicuramente la scena che ha condizionato molto del mio concetto di ballo (tutt’ora completamente assente e più prossimo a scoordinate convulsioni). In particolare la “mossetta” di tutto il gruppo che pende in avanti è veramente mitica.

Può piacervi o meno il soggetto e/o la canzone, ma non potete dire che non vi siete mai chiesti, almeno una volta, come diavolo hanno fatto a realizzarla.

Onestamente pensavo a qualche cavo nascosto o effetti speciali digitali (anche se parliamo forse di anni in cui tale opzione era fra il recondito e l’impossibile). Invece la scarpetta brevettata Jackson pare essere la risposta… almeno secondo questo utente reddit.

Praticamente un tacco rinforzato con attacco a baionetta che si incastra in un perno nel pavimento (che mi auguro esser retrattile) consentiva ai ballerini la mossetta pendente. La cosa interessante è comunque notare la naturalezza con cui i ballerini riescono ad incastrare il piede e pendere riprendendo subito dopo il normale svolgimento del video.

L’idea è geniale, ma la realizzazione e la scioltezza nell’applicazione lo è di più (… e per me denota anche l’innegabile estro del non-citato artista).

WU

PS. Godetevi il video completo… per più di 9 minuti (attorno al minuto 7.10 per la scena pendente)

La macchina per firmare

Io replicavo le firme dei miei genitori a manina sul diario per giustificare assenza che non erano proprio lecite… diciamo cosi (io?! nooo, non l’ho mai fatto e mai detto! 🙂 ).

Anche in questo i tempi sono cambiati (o forse no). Ad ogni modo diciamo che oggi (a patto da avere un bel gruzzolo da parte, motivo per cui la sQuola potresti anche pensare che non ti serva, per cui troverai sicuramente applicazioni migliori per il congegno) esiste un’alternativa.

Si tratta di un congegno tanto geniale quanto complicato per poter replicare alla perfezione, un numero illimitato di firme una firma. Esatto. Esiste davvero. Ovviamente non è una scatola magica, ma un congegno meccanico “da orologiaio”… ed infatti è stato proprio un orologiaio a progettarla e realizzarla.

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Una cosa va subito detta: una macchina uguale una firma. Ogni macchina è progettata specificatamente per replicare una firma specifica. Ed ovviamente un oggetto del genere va difeso con accortezza; non è un caso che sia attivabile solo con un codice segreto.
viviamo nell’era del digitale e “clonare” una firma digitale è diventato più o meno semplice; si va dalla semplice immagine all’ID digitale certificata, ma tutto sommato un buon spippolone ci firmare quello che vogliamo. Non è un bene, è una costatazione. Spesso le firme sono messe li tanto per metterle e spesso, invece, le mettiamo con criterio e con (in)soddisfazione.

Farle manualmente è ovviamente un’altra cosa (anche se di certo merce più rara nella quotidianità dei mortali), oltre al fatto che si “esigono” anche in contesti diversi (l’aggeggio in questione potrebbe firmare assegni a ripetizione per conto nostro… ammesso di avere bisogno e disponibilità).

Tornando comunque all’aggeggio: è piccola, portatile, elegante e ci si può “montare” la nostra penna (certamente una BIC da tabaccheria…) preferita. 585 pezzi da orologio che con ingranaggi e molle muovono un braccio retrattile che “danza” per conto nostro sul foglio.

Dulcis in fundo: 365.000 dollaroni… ne deve valere proprio la pen(n)a…

WU

PS. Certo che per tantissimi aspetti il progetto dell’uomo è veramente eccezionale… me ne convinco sempre di più (qualora ce ne fosse bisogno) e lo noto soprattutto quando vedo la complessità e la difficoltà nel realizzare questo genere di invenzioni che fanno con fatica e parzialmente ciò che noi impariamo a fare a 5 anni.

Di nomi e di tatuaggi

Sulla scia dei recenti fatti di nomi colorati (… del qual Blu avevo iniziato a scrivere, ma che realizzo ora vorrei evitare di parlare dato l’altissimo numero di cazzate che si sono lette a riguardo in questi giorni) sono incappato in una notizia che si colloca a metà strada fra l’assurdo e l’inquietante.

Quale buon genitore non vorrebbe tatuarsi il nome del proprio figlio sul corpo?
Tanti sicuramente. Come tanti, invece, vorrebbero farlo… e lo fanno.

Il “pericolo” è ovviamente dietro l’angolo. Non tanto quello che il nome che ci siamo tatuati sul nostro prezioso corpicino possa cambiare bandiera (è quantomeno un’ipotesi molto più remota che se fosse il nome della nostra bella che ci ha mollato in tronco), quanto quello che il tatuatore possa umanamente errare.

Ed è proprio quello che è successo alla madre protagonista di questa storia.
Kevin è stato infatti confuso (?) con Kelvin. La mamma si è accorta del “problemino” solo una volta a casa e si è dovuta scontrare con la dura realtà.

Non so se posso usare la locuzione “buon senso” in questo contesto, ma ad ogni modo “molti di noi” avrebbero certamente, dopo svariate bestemmie, cercato di capire come rimuovere o modificare il tatuaggio incriminato. Ed è (forse) anche quello che ha fatto la mammina in questione.

Dopo aver ricevuto le scuse (utili?) del tatuatore (ammesso che poi si possa effettivamente identificare una colpa), la donna ha iniziato a capire i costi ed il dolore associati alla modifica del tattoo.

Dopo un po’ di costi, stime e (spero) qualche notte insonne, la mamma in questione si è risolta per una soluzione “diversa”… e per molti aspetti geniale. Se non posso (senza troppi soldi, tempo e dolore) cambiare il tatuaggio forse posso cambiare il nome del piccolo. Come dire: se Maometto non va dalla montagna…

Pensa che ti ripensa ed ecco che il piccolo (due anni, in fondo un piccolo trauma), a causa del tatuaggio sbagliato si è trovato nomato da Kevin a Kelvin (che personalmente mi piace anche di più, forse sono stato “plagiato” dalla motivazione del nome abbastanza insolito).

Un elogio al pensiero trasversale.

WU