Categoria: internetcharm

Lale Sokolov

Raccontiamoci questa storia, ma non tanto per “non dimenticare” (slogan per me alquanto abusato… come se una storia e non le tombe mi aiutassero a non dimenticare una cosa come l’olocausto) quanto per rivivere in poche righe una di quelle vite degne di essere vissute e raccontate (… raccontate a fatica ad incominciare proprio dagli stessi attori).

Correva l’anno 1916 ed in Slovacchia, da genitori ebrei, nasceva Ludwig «Lale» Eisenberg. Tutto filò fra il liscio ed il banale fino al 1942 quando nel suo paese arrivarono i nazisti. Lale si offri volontario come “giovane forte e robusto” per prestare servizio nei campi di concentramento per salvare la sua famiglia.

32407 il numero che gli venne tatuato sul braccio.

Costruì baracche e latrine e presto si ammalò di tifo. Un tal Pepan lo accudì, lo stesso che gli aveva indelebilmente marchiato l’avambraccio sinistro. Pepan non solo lo salvò dal tifo, ma gli insegnò a tenere la testa bassa, la bocca chiusa e soprattutto a tatuare. Alla scomparsa (o forse liberazione?) del suo mentore, Lale divenne il “tatuatore di Auschwitz“. Razioni di cibo extra, una “stanza” singola e qualche ora libera.

Lale

Ma il cuore di Lele diceva altro. Non si sentiva un eletto e non si sentiva (o non voleva sentirsi) un collaborazionista. Lui era quello che toglieva l’identità alle persone; che trasformava il loro nome e cognome in cinque cifre sul loro avambraccio; marchiava indelebilmente essere umani snaturandoli a schiavi o deportati.

Cercò, per quanto nelle sue possibilità, di aiutare gli altri prigionieri. Si innamorò e sposò Gita, numero 34902 da lui stesso tatuata, cecoslovacca deportata, nel 1945. Si trasferì alla fine della guerra nella Cecoslovacchia controllata dai sovietici e cambiò il suo cognome in Sokolov. Aprì un negozio di tessuti a Bratislava e con i proventi finanziò la nascita dello stato d’Israele finché, scoperto dal governo, fu prima arrestato e poi dovette espatriare. Fuggì fra Vienna, Parigi e Sydney con la sua consorte ed alla fine approdarono in Canada dove nacque loro figlio e dove la coppia finì i propri giorni. Lale morì nel 2006 senza mai far ritorno in Europa.

Se Lale fosse da annoverarsi nella lista “dei buoni” o quella “dei cattivi” non saprei dirlo e non mi interessa particolarmente; che il tatuatore di Auschwitz deve aver vissuto per decenni con questo fardello sulla coscienza (condiviso con qualcuno solo nella sua vecchiaia) ne sono certo; che parlare di lui mi dà una misura di una vita intensa, dettata dal caso/destino e da scelte coraggiose è la mia sensazione.

WU

Annunci

The wall… of Super Mario

Come già sapete è questo il genere di cose che mi motiverebbe ogni mattina a svegliarmi per andare a lavoro. Non che pensi che sia utile passare tutto il tempo attaccando foglietti al muro per fare disegni, ma se nella frase precedente togliete il “sempre” allora togliete anche il “non”. Sempre di certo no, ma farlo per un paio di giorni e “goderne il risultato” per qualche mese di certo aiuta. Aiuta nella motivazione personale, aiuta a non alienarsi nella routine che anche il lavoro più bello del mondo nasconde, aiuta a fare gruppo, aiuta a concentrarsi, aiuta a creare, aiuta un po’ quello che vi pare, ma male non credo faccia. Sarà per questo che “non potrò mai diventare direttore generale…”.

Ad ogni modo, quelli della Viking Italia ci sono riusciti. Tanto di cappello. Sono riusciti non solo nella realizzazione, ma soprattutto nell’ideazione e nell’esecuzione (beh, un minimo di progetto e di squadra deve esser pur servito per rispettare sequenza e proporzioni, no?).

SuperMario_postit.png

L’obiettivo mi suona tanto assurdo/inutile quanto motivante. Ricreare il mondo 1-1 di Super Mario in “scala gigante” sul muro del loro ufficio. E per farlo nulla di più utile che ben 6223 (?) post-it, ed un po’ di pareti spoglie dell’ufficio.

Il primo mondo è praticamente una leggenda nella leggenda dell’idraulico. Quello che tutti (almeno noi figli degli anni ottanta) hanno visto almeno una volta. Dove ci si faceva le ossa. Potevi non sapere come continuavano i vari livelli, poteva (no… non poteva) non piacerti il gioco, ma almeno il mondo 1-1 lo dovevi fare. Per molti (per me, che tra l’altro NON avevo ne la console ne il giochino) è stata una scuola per non arrendersi (come si massaggia il passato ed i ricordi in base a ciò che si vuol trasmettere e trasmetterci) più di tante “ramanzine”.

Assurdamente geniale (ed un raro caso in cui apprezzo anche il potere dei social, … senza parlare del marketing “gratuito che ne consegue).

WU

Tatuaggi viventi, e non solo

Il genere di cose che mi fa innamorare del progresso. Se lo avessi proposto a mia nonna mi avrebbe risposto con un matterello, se ne parlassi con i miei nipoti mi direbbero (spero per loro) che sono vecchio. Parlarne con chi condivide questo periodo storico mi da l’idea che forse qualcosa di buono potremmo anche portarlo a casa…

Il tatuaggio vivo, quello progettato e realizzato al MIT. Stampato in 3D. Sottilissimo, trasparente ed animato. E già sarebbe sufficiente. Poi ci aggiungiamo pure che “l’anima” gli deriva da dei batteri genericamente modificati ed abbiamo trovato almeno un volontario per il beta test.

I batteri geneticamente corretti sono “programmati” per reagire a particolari sostanze chimiche della pelle. Sono praticamente sensori biologici che in tempo reale leggono il pH, la temperatura, luce, etc. Il tutto dando vita ad un concerto di linee e lucette che paiono appunto prendere vita sul nostro polso (o dove vi pare). Il cerotto vivente. Il tatuaggio batterico. Mettetela come vi pare.

tatoovivente.png

Per il momento prima di arrivare a stampare piattaforme computazionali viventi che possano addirittura essere indossate. Ovviamente quando inizi a fantasticare il passo è breve; i batteri programmabili li possiamo usare per tatuaggi che si assorbono/cancellano, come capsule per farmaci, per ristrutturarci parti interne/esterne del corpo e via dicendo. Lavoratori minuscoli, instancabili e sperabilmente fedelissimi.

I batteri, inoltre, sono dotati anche di una paretina esterna rispetto alla membrana cellulare, che permette di resistere anche agli stress meccanici dovuti al passaggio attraverso gli ugelli della stampante quindi… anche la stampa 3D è una valida opzione.

Immersi in una matrice gelatinosa (idrogel) arricchita di nutrienti, i batteri riescono a sopravvivere eseguendo le funzioni per cui sono stati geneticamente programmati.

Praticamente c’è un po’ di tutto. Una pletora di nuove tecnologie che già da sole fanno venir voglia di crederci che poi mischiate fanno addirittura da trama ad un film futuristico o fanno da supporto tecnologico per i deliri del ventunesimo secolo.

WU

Project 259 – Reloaded

Torniamo un po’ a cibarci (nel vero senso del termine) di… zucchero.

Avevamo già affrontato qui la questione della “lobby dello zucchero” ovvero di come la “ricerca” anni ’60 sul rapporto fra assunzione di zucchero e problemi cardiovascolari fosse finanziata dalla SRF che trae(va) a sua volta i profitti proprio dalla vendita di zucchero.

Throughout its history, the Sugar Association has embraced scientific research and innovation in an attempt to learn as much as possible about sugar, diet and health. We know that sugar consumed in moderation is part of a balanced lifestyle,1,2,3 and we remain committed to supporting research to further understand the role sugar plays in consumers’ evolving eating habits. The bottom line: the Sugar Association will always advocate for and respect any comprehensive, peer-reviewed scientific research that provides insights and aids in our understanding of the role food and nutrition serve in our lives.

Oggi ci svegliamo di nuovo provando a smuovere una pesante coperta lunga decenni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha tagliato le dosi consigliate di assunzione di zucchero portandole al 5-10% delle calorie giornaliere.

A new WHO guideline recommends adults and children reduce their daily intake of free sugars to less than 10% of their total energy intake. A further reduction to below 5% or roughly 25 grams (6 teaspoons) per day would provide additional health benefits.

Il “famoso” (abbonderò di virgolette in questo post) Progetto 259, era appunto un trial clinico per studiare sui topi il legame fra zucchero e trigliceridi; quando i risultati furono più che negativi, i fondi furono tagliati e nessun risultato fu pubblicato. Al progetto seguirono gli abbondanti fondi dati al ricercatore Pover per continuare gli stessi studi, quando anche qui venne fuori l’addirittura più inquietante possibilità che mangiare troppo zucchero potesse provocare cancro alla vescica, anche qui vennero tagliati i fondi nulla più si seppe dei risultati ottenuti. Furono inoltre “finanziati” dei “ricercatori” di Harvard per pubblicare “risultati” che minimizzassero i rischi sulla salute del cuore causati dallo zucchero spostando la colpa sui grassi.

The objective of this study was to examine the planning, funding, and internal evaluation of an SRF-funded research project titled “Project 259: Dietary Carbohydrate and Blood Lipids in Germ-Free Rats,” led by Dr. W.F.R. Pover at the University of Birmingham, Birmingham, United Kingdom, between 1967 and 1971. A narrative case study method was used to assess SRF Project 259 from 1967 to 1971 based on sugar industry internal documents. Project 259 found a statistically significant decrease in serum triglycerides in germ-free rats fed a high sugar diet compared to conventional rats fed a basic PRM diet (a pelleted diet containing cereal meals, soybean meals, whitefish meal, and dried yeast, fortified with a balanced vitamin supplement and trace element mixture). The results suggested to SRF that gut microbiota have a causal role in carbohydrate-induced hypertriglyceridemia. A study comparing conventional rats fed a high-sugar diet to those fed a high-starch diet suggested that sucrose consumption might be associated with elevated levels of beta-glucuronidase, an enzyme previously associated with bladder cancer in humans. SRF terminated Project 259 without publishing the results. The sugar industry did not disclose evidence of harm from animal studies that would have (1) strengthened the case that the CHD risk of sucrose is greater than starch and (2) caused sucrose to be scrutinized as a potential carcinogen. The influence of the gut microbiota in the differential effects of sucrose and starch on blood lipids, as well as the influence of carbohydrate quality on beta-glucuronidase and cancer activity, deserve further scrutiny.

We have solid evidence that keeping intake of free sugars to less than 10% of total energy intake reduces the risk of overweight, obesity and tooth decay.”. Non posso escludere ulteriori “finanziamenti” da parte di altre “fonti” a monte di queste affermazioni e delle “ricerche” che le hanno generate.

E parliamo (solo) di zucchero! Possiamo solo immaginare di come vengano “aiutate” le “ricerche” su tabacco, farmaci, cambiamenti climatici, etc. etc. E’ tutto molto dolce…

WU

The Creative Process

E’ stato un finesettimana creativo, direi. Benché non abbia creato nulla “di tangibile”, posso dire di aver avuto molte idee. Come dire, potevo essere papa, non sono neanche sacerdote… quelle cose che rimangono nella sfera delle possibilità, ma che ho (abbiamo)accarezzato a lungo nella mente.

Ad ogni modo, la (naturale?) conclusione del mio weekend, liberamente auto definito come creativo, è stata: chissà come si può articolare un processo creativo?

Gooooogle ovviamente ti da risposte a iosa, soprattutto per chi non sa cosa cerca di preciso. Ad ogni modo di idee ne da, ed in alcune mi ci rispecchio alla grande.

CreativeProcess.png

Mi riferisco in particolar modo alla gestione del tempo nel processo creativo… Credo di essere in piena fase “fuck off” o “Random internet surfing”, che potrebbero durare molto a lungo (chissà se il processo creativo prevede una durata massima prima che l’interesse per l’idea sfumi). In realtà credo che sia proprio in queste fasi in cui apparentemente la mente si concentra su altro che si delineano i contorni dell’idea e della sua implementazione… se solo non fosse così difficile poi metterle nero su bianco.

Altro aspetto che Goooogle mi offre come spunto di riflessione è quello degli step del processo creativo. Dire che ci sono alti e bassi è riduttivo. Dire che la “sconfitta” di un progetto che non vede mai la luce non è demotivante per la prossima idea è quasi ovvio. Dire che il processo vive in una sorta di corsi è ricorsi è… umano.

CreativeProcess1.png

Non ho aggiunto nulla alla mia (ed alla vostra) creatività, ma ho coccolato un po’ di più una serie di idee vaghe che mi passeggeranno fra i neuroni ancora per un po’. Una prima soddisfazione del processo creativo (che è insita nel processo indipendentemente dalla sua eventuale conclusione), quasi un sentirsi proprietari di un bene effimero e più che personale: un’idea.

WU

Stili architettonici di un’icona

A proposito di icone. Quelle cose che di per se sono oggetti poco più che insignificanti ma che hanno fatto crescere generazioni (almeno la mia, non saprei per le nuove). Dal chiodo di Fonzie alla casa dei Simpson.

E reinterpretare un’icona non è mai cosa facile.

La casetta in questione è una specie di stereotipo della piccola-media borghesia americana: doppio garage, camino, finestrelle sistemate, viottolo d’accesso, giardino sul retro, e via dicendo. Una bella casetta direi.

Ma la domanda (obiettivamente geniale) è come sarebbe quella casetta se le scelte di design fossero state diverse? Il che può voler dire se l’architetto di Homer e Marge fosse stato più estroso o se la famigliola fosse vissuta in un’altra epoca.

Beh, HomeAdvisor ha provato a reinterpretare la dimora della famiglia secondo gli stili architettonici americani più tipici. Ed il risultato è degno di nota.

Reimagining-The-Simpsons-House-in-8-Architectural-Styles_Option-1.gif

Si va dalle travi in legno ed i finestroni stile Tudor alle planimetrie quadrate, file diritte di finestre e colonne doriche all’ingresso dello stile Coloniale. Si reinterpreta la casa con lo stile delle di frontiera fatte di tronchi di legno e con grandi portici e la si immagina con guglie e tetti a punta dello stile Vittoriano. Si prova a disegnarla con tetti moderatamente ripidi e senza troppi fronzoli per gestire le forti nevicate tipiche del New England e la si immagina con stucchi, archi, decori e tegole rosse in pieno stile mediterraneo. Ci si lancia, infine, in bordi arrotondati, dettagli giallini, tetti planari e pareti lisce per omaggiare l’art decò oppure in forme squadrate ed ampie vetrate per immaginarla come se fosse la villetta contemporanea accanto alla nostra.

Chissà se tutte queste interpretazioni possono cambiare il marchio di un’icona e chissà se l’icona sarebbe stata tale indipendentemente dallo stile architettonico. L’unica cosa certa è che io la casa dei Simpson me la immagino proprio come l’ho sempre vista. Affezione da icona, diagnosticherei.

WU

Asgardia: la nascita della nazione?

Mi ci ero già imbattuto qui. Ma la cosa mi continua ad affascinare molto più di qualunque nazione “con i piedi a terra” (dicitura la cui interpretazione può dipendere molto dalla nazione in questione). Ad ogni modo l’idea della prima nazione spaziale è andata avanti (il che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la potenza dei soldi; non dimentichiamo che l’idea parte dalla mente dello scienziato e miliardario russo Igor Ashurbeyli…).

In data astrale 12.11.17 è stato lanciato il primo satellite della nazione spaziale. E questo, già di per se, è un indubbio successo. Praticamente un cubotto di meno di 3 kg che rappresenta il 100% del territorio asgardiano e la stessa percentuale dei suoi sogni.

media-26197-w600-q80.jpg

Fuori da qualunque vincolo (e questo è potenzialmente un bene ed un male) con le nazioni terrestri, Asgardia è la terra di tutti (open, libera, pacifica, etc. etc.), ma per il momento, di nessuno.

Il satellite è partito dalla base Nasa, Wallops Flight Facility come compagno della (estremamente più grande e… quella che pagava sostanzialmente il lancio) Cygnus destinata a rifornire la ISS; Asgardia-1 sarà rilasciato prima dell’attracco alla ISS.

Il satellitino contiene praticamente solo dati, circa mezzo tera dato che i primi 100000 abitanti della fanta-spazio-nazione avevano la possibilità di caricare fino a 500 kB ciascuno di foto, testi, immagini, e cose del genere (ai successsivi 400000 lo spazio era ridotto a 200 kB).

Praticamente una bandiera virtuale per mettere un segnaposto, piccolo ma pur sempre spaziale, al nostro sogno di liberà.

 

WU