Categoria: internetcharm

Imitation mix

Non sono un fan delle grandi marche, di marchi blasonati e delle mode in generale (anche perché nel frattempo che me ne accorgo le mode spesso sono passate). Capisco tuttavia che vi siano milioni di persone che ci tengano.

Che sia il marchio trendy, il beniamino dei cartoni, un ricordo di infanzia o qualunque cosa vogliate se ce la mettiamo addosso pare che gli diamo comunque una dignità maggiore rispetto a tenerla chiusa solo nella nostra mente o nel nostro cuore (se poi in alcuni casi ciò equivale a diminuire la nostra di dignità è un’altra storia).

Capisco altresì che vi siano dei casi in cui questo essere modaioli richieda un esborso economico non indifferente, spesso non alla portata di tutti. E qui, anche se io mi tirerei subito indietro, nasce la corsa al falso, al clone, all’imitazione.

Al limite (ma proprio al limite) benvenga anche questa, ma almeno cerchiamo di imitare le cose che abbiamo in mente. Imitiamo qualcosa perché abbiamo davanti agli occhi un originale a cui vorremmo tendere. No?!

Non imitiamo tanto per imitare. Non per mettere assieme cosa un po’ a caso pur di richiamare l’attenzione. La considerazione mi è scaturita da questa foto in cui mi sono imbattuto che non rende giustizia a nulla se non ad un disperato bisogno di richiamare attenzione un po’ da tutte le parti.

temp.png

Purtroppo ho visto il mitico zainetto solo in foto. L’avessi visto dal vivo l’avrei certamente comparato (ovviamente assumendone un costo in linea con l’accozzaglia di loghi e colori che riporta) se non altro per dare soddisfazione al (perverso) ideatore.

WU

Annunci

Il cimitero dei prodotti

Era il tempo di Netscape, Google reader, Messanger, e cose del genere.
Era il tempo in cui l’umanità iniziava a conoscere la potenza di internet.
Era il tempo in cui facevamo goffi tentativi che si sono poi evoluti e sono diventate le basi per gli strumenti che usiamo oggi e che a loro volta saranno un domani visti come pezzi di antiquariato e che avranno gettato le basi per ciò che verrà. Poetico. Malinconico.

Product Graveyard, oltre alla poesia, da a questi strumenti informatici vintage anche un posto in cui coltivare le loro memorie. Come una specie di camposanto informatico qui trovano posto vita, morte e miracoli, di strumenti che hanno fatto un po’ la storia di questi ultimi 20 anni.

Commemorating the most memorable products that have gone away“; con il bellissimo sottotitolo “And finding some alternatives along the way“. Non può mancare la possibilità, su un sito del genere di lasciare anche un piccolo contributo. Beh, un po’ macabro, se faccio il parallelo con il mondo fuori da questo schermo.

Orkut, MegaUplod, LimeWire e Adobe Flash Player (praticamente un morto che cammina, almeno fino al 2020) la ricordi del genere si affiancano a (tantissimi) strumenti che io personalmente non ho mai sentito (E dei quali non posso provare nostalgia). Proprio come le lapidi di un vero cimitero. “Featured Obituaries” è una specie di Hall of Fame degli strumenti che furono. “We have registered 1,057 deceased products and counting“.

Chissà quando vedremo gli strumenti che stiamo usando in questo momento (praticamente come chiedersi quando vedremo il nostro nome su un manifesto mortuario, continua il macabro parallelismo).

WU

Orologio dell’apocalisse

Che ore sono? Cioè: quanto manca alla fine del mondo? Non che ogni volta che chiediamo l’orario (no, se lo leggiamo da soli non vale 🙂 ) pensiamo che il mondo stia per finire, ma in base al periodo ed alle persone ci potrebbe essere un doppio scopo…

Allora, nel 1947 (in piena Guerra Fredda) i membri del Bullettin of the Atomic Scientists (Bas) hanno inventato un orologio la cui mezzanotte rappresenta simbolicamente la fine del mondo ed i minuti che ad essa mancano danno una misura del rischio che stiamo correndo. Diciamo che è una specie di misura del tempo che manca a concretizzare il giorno del giudizio, in origine inteso come una catastrofe mondiale autoindotta. Ovviamente per la natura stessa dell’orologio crisi troppo brevi e veloci non vengono neanche registrate: meno male.

L’orologio in questione è stato mosso fin’ora ben 21 volte sia in avanti (ci stiamo avvicinando, si salvi chi può) sia indietro (disfate pure le valide e dissotterrate i bunker). Ogni spostamento ha fatto seguito allo sviluppo di armi nucleari, accordi e disaccordi politici, cambiamenti climatici, sviluppi tecnologici potenzialmente letale, etc.

Gli estremi delle lancette sono stati i 17 minuti del 1991 (l’anno in cui USA ed URSS firmarono gli accordi per la riduzione della armi di distruzione di massa, l’anno del definitivo collasso dell’Unione Sovietica) ed i soli 2 minuti del 1953 (anno in cui sia USA che URSS si sono dotate di bombe ad idrogeno e la guerra fredda era più viva che mai).

DoomsdayClock.png

Dal 2016 l’orologio segna soli 3 minuti a mezzanotte (come nel 1983 quando USA e URSS si rinttuzzavano malamente). E la decisione del Science and Security Board del Bas per questo 2017 è di spostarlo in avanti di 30 secondi.

For the last two years, the minute hand of the Doomsday Clock stayed set at three minutes before the hour, the closest it had been to midnight since the early 1980s. In its two most recent annual announcements on the Clock, the Science and Security Board warned: “The probability of global catastrophe is very high, and the actions needed to reduce the risks of disaster must be taken very soon.” In 2017, we find the danger to be even greater, the need for action more urgent. It is two and a half minutes to midnight, the Clock is ticking, global danger looms. Wise public officials should act immediately, guiding humanity away from the brink. If they do not, wise citizens must step forward and lead the way. See the full statement from the Science and Security Board on the 2017 time of the Doomsday Clock.

Tensioni fra tra USA e Russia, perdurare dei conflitti in Ucraina ed in Siria, attriti Russia-Turchia, modernizzazione degli arsenali nucleari di “paesi a rischio” (leggi Corea del Nord, qui), anno più caldo dal 1850, record di gas serra ed amenità simili lasciano immutato e molto alto il rischio della fine del mondo.

In attesa dei dodici rintocchi.

WU

PS. Mi chiedo solo se, nello sventurato caso del doomsday, faranno in tempo a far scoccare la mezzanotte prima che sia troppo tardi anche per loro stessi.

La rana bollita

Immaginiamo una rana piacevolmente immersa in un pentolone di acqua tiepida. La temperatura dell’acqua aumenta molto lentamente. La rana inizialmente non percepisce questo cambiamento. La temperatura dell’acqua comincia a salire sensibilmente.

La rana dà i primi segni di disagio, eppure in qualche modo si adatta. Poi la temperatura diventa davvero insopportabile, ma la rana ha perso forza e non riesce a reagire. È bollita.

Quando la temperatura ha cominciato a salire, inebriata dal tepore del momento non ha capito che era il momento di agire e non ha saputo cogliere l’attimo.

L’ho trovata qui e mi è piaciuta tanto. Anche per il contesto nel quale la metafora è calata. Devo dire che personalmente il “mal da lavoro” lo avverto benissimo ad agosto come a febbraio, ma devo anche ammettere che lo stress per tutto ciò che ruota attorno ad esso è nettamente minore in questi periodi. Meno colleghi in giro, meno telefonate, meno traffico, meno code sono certamente fattori che alleviano la quotidianità in questo periodo.

Tendo a non rimandare a Settembre (ma neanche al mese Pippo…) spietati bilanci lavorativi (e non solo). Devo tuttavia ammettere che la imminenti (brevi) ferie quasi mi impongono (beh… devo ammettere che ho sicuramente subito imposizioni meno piacevoli) di non pensare al lavoro. Ho provato a fare qualche discorso un po’ impegnato “ai miei superiori” (non mi è chiaro il significato, ma uso la locuzione); risposta “ne parliamo dopo le ferie”. Beh, sinceramente dopo le ferie sono certo che non ne parleremo e che le solite urgenze del quotidiano avranno la meglio. Un ottimo modo per non affrontare.

Allora mi chiedo: ma le ferie sono il momento giusto per fare cosa? Pensare o non pensare al lavoro?

Pausa. Per un po’. In ogni caso.

WU

Man In Black

Attenzione: non è una cazzata (almeno non completamente). I Man In Black sono merce rara, e non solo per Hollywood. Sto parlando di questo annuncio di lavoro della NASA (affisso in una specie di bacheca virtuale ufficiale, USAJobs, dove il governo degli Stati Uniti che offre opportunità di lavoro nelle organizzazioni federali):

[…] Planetary protection is concerned with the avoidance of organic-constituent and biological contamination in human and robotic space exploration. NASA maintains policies for planetary protection applicable to all space flight missions that may intentionally or unintentionally carry Earth organisms and organic constituents to the planets or other solar system bodies, and any mission employing spacecraft, which are intended to return to Earth and its biosphere with samples from extraterrestrial targets of exploration […].

Avete capito perfettamente, si sta parlando di una offerta di lavoro per proteggere il nostro pianeta da organismi viventi. Anzi, esiste un intero ufficio NASA di Planetary Protection, a cui il MIB di noi altri dovrà rispondere. Ora, tralasciando per una ttimo il fatto che come tutte le cose Ammmericane hanno un’aurea di fantascientifico, ma se pensiamo che i viaggi spaziali privati sono alle porte (anzi, alcuni già entrati), la possibilità di raccattare qualcosa lassù oppure di portare e riportare qualcosa avanti ed indietro (con associati possibili mutazioni) è reale. Ad ogni modo, come ogni job description che si rispetti, ha una serie di qualifiche richieste, in particolare:

Must be a recognized subject matter expert possess (1) advanced knowledge of Planetary Protection, its requirements and mission categories. […] (2)demonstrated experience planning, executing, or overseeing elements of space programs of national significance. […] (3) demonstrated skills in diplomacy that resulted in win-win solutions during extremely difficult and complex multilateral discussions.

Beh, che la capacità diplomatica sia fondamentale per il ruolo non stento a crederlo, ma mi aspetto una bella dotazioni di pistoloni laser e sparaflasher nel caso in cui i nostri fidatissimi MIB non riescano con le buone.

WU

PS. E parlaimo un attimo dell’aspetto schifosamente economico: la paga è compresa tra i 124 e i 187mila dollari all’anno (mica male!). Con il primo contratto di 3 anni e 2 anni di possibile estensione. Scadenza domande 14.08.17, sarei veramente curioso di vedere i CV pervenuti…

Fidget Spinner: the zombificator

Per quanto mi riguarda questa è quel genere di notizie che mi fanno dubitare della razionalità del genere umano, che mi fanno dubitare della distinzione fra cose serie e cazzate e che mi spingono a pensare che l’essere umano abbia un’innata paura del nuovo. Procedendo con ordine:

[…] directly saying fidget spinners were an “object for zombifying” and a form of “hypnosis.” The program featured a report from psychologist Svetlana Filatova, claiming that the spinners could help dexterity in children but otherwise “dulls” people’s minds.

Se non avete finito la traduzione perché vi siete messi le mani davanti agli occhi, la cosa dice più o meno che i fidget spinners (le trottoline del 2017… quelle reali) servono per fare il lavaggio del cervello.

La cosa è stata pubblicata dal New York Times che cita dei giornalisti russi che danno (ma dai!!) la colpa della popolarità dell’oggetto del demonio all’opposizione.

Posso assolutamente concordare che siano un giochino inutile, che distraggano, che siano una moda e cose del genere, ma non mi dite che servono per “un piano di zombificazione collettiva” orchestrato dall’opposizione al regime. Ho i miei dubbi in generale sulla stampa (e non solo quella Russa), ma questo mi pare davvero troppo.

Not everyone gets fidget spinners. The trendy new toy is meant to ease stress and anxiety but Russian state TV fears it could have more nefarious purposes, namely turning the nation’s youth to vandalism and acts of opposition against Russian leader Vladimir Putin.

Torno al punto (secondo me): abbiamo paura del nuovo. Ogni cosa (testi, personaggi, giochini, mode, etc. etc.) che entrano a far parte della cultura popolare DEVONO essere ad un certo punto demonizzati. Non esiste una novità sana che non mette a repentaglio lo stato delle cose.

Sicuramente c’è chi li critica perché non li capisce, chi perché gli fanno paura, chi perché cavalca l’onda e chi perché non sa cosa fare. Il mondo è pieno di cose stupide, non demonizziamole. Fanno parte di noi da millenni. Rimuoviamo piuttosto i nostri pregiudizi, se siamo capaci.

WU

Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

FBlulea.png

La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.