Jeanne Baret

E’ stata celebrata qualche giorno fa (il 27 luglio, giorno del suo compleanno, per la precisione) in un doodle. La mia profonda ignoranza mi ha fatto storcere il naso prima di gooooglare il suo nome (e ringrazio che la pigrizia non abbia vinto sulla curiosità).

Siamo nel 1766 ed il botanico e medico Philibert Commerson era imbarcato a bordo dell’Etoile, la nave che accompagnava il barone Louis Antoine de Bougainville a fare il giro del mondo.

Philibert Commerson, rimasto vedovo, aveva un amante, Jeanne appunto, a cui era al tempo precluso imbracarsi. Jeanne, era di origini molto umili, probabilmente orfana, ma istruita. La donna, circa ventiseienne all’epoca dei fatti, non era certo la tipa da farsi fermare da queste sciocchezze ed utilizzò il trucco più vecchio del mondo per seguire il suo amato: travestirsi da uomo.

Jeanne assunse l’identità del domestico di Commerson e con lui navigò in giro per il globo, il che la rese de facto la prima donna ad acer circumnavigato il mondo.

JeanneBaret

Come domestico, Jeanne, non si sottrasse a nessuna mansione; pare fosse in grado di trasportare carichi molto pesanti in tutte le condizioni climatiche, prendesse parte attiva alle ricerche botaniche sul campo (era essa stessa un esperta botanica) e tenesse ordine fra quaderni ed armamenti del capitano e del suo medico-botanico-amante (e fatemi dire, un po’ maschilista).

Jeanne contribuì dunque attivamente al progresso del sapere scientifico senza mai veder riconosciuto alcun merito, se non quello di essere un valente domestico. Almeno finché non venne scoperta. La sua identità infatti passò inosservata a tutti i membri dell’equipaggio per buona parte della navigazione finché non venne smascherata dagli indigeni tahitiani (evento registrato nel giornale di bordo della nave e grazie al quale siamo oggi venuti a conoscenza di questa storia).

La sua identità non era dunque più occultabile, ma al ritorno in patria il governo francese non si comportò bigottamente come ci si potrebbe aspettare, ma riconobbe l’impresa della donna, i suoi meriti botanici e gli assegnò anche una generosa pensione di 200 livree l’anno con la seguente motivazione:

Jeanne Barré, grazie ad un travestimento, circumnavigò il globo su uno dei vascelli comandati da de Bougainville. Si dedicò in particolare ad assistere de Commerson, dottore e botanico, e condivise con grande coraggio il lavoro ed i pericoli di costui. Il suo comportamento fu esemplare e de Bougainville le riconobbe numerosi meriti…. Sua Altezza è stato così gentile da concedere a questa donna straordinaria una pensione di 200 livree da prelevare dal fondo per invalidi, e questa pensione verrà pagata dal 1° gennaio 1785

Non so se è una storia di amore, di avventura, di incoscienza, di maschilismo o femminismo, o di legislazioni obsolete, ma vale la pena ricordarla e raccontarla.

WU

L’ annus horribilis

Non quello che ciascuno di noi potrebbe aver avuto (assumendo di parlare di eventi passati), ma quello per antonomasia.

Nel caso in cui una ipotetica classifica fosse possibile ho trovato in giro per la rete, su siti più o meno attendibili (e tantissimi catastrofisti) una specie di palmares per L’anno peggiore della storia.

Correva l’anno 536 d.c.

Siamo nell’alto medioevo, all’inizio del regno di Giustiniano e dell’impero Romano d’Oriente.

Il Sole ha generato la sua luce non luminosa, come quella la Luna, durante tutto l’anno, e sembrava eccezionalmente simile ad un’eclissi di Sole, perché i raggi diffusi non erano chiari né predisposti per illuminare.

[Procopio]

Ecco quello che gli storici dell’epoca vedevano. Una eccezionalmente duratura ed eccezionalmente densa nebbia che avvolse per ben 18 mesi Europa, il Medio Oriente e parte dell’Asia. Il sole fu letteralmente oscurato e mezzo globo si ritrovò in anno “buio” (ed orribile).

Le conseguenze sono facilmente immaginabili. La decade 536-545 fu la più fredda negli ultimi due millenni. Il clima pareva impazzito, si registrarono nevicate anche a quote bassissime ed in regioni a basse latitudini. Carestie, fame ed epidemie furono il passo successivo.

Da recenti studi pare che la “nebbia” di cui parlano gli storici del tempo non fosse altro che la polvere vulcanica di due imponenti eruzioni avvenute in Islanda agli inizi di quell’anno (che con tutta probabilità si assommarono alla recente eruzione del Krakatoa). Pertanto la “nebbia” era un misto di anidride carbonica e solfuri che oscurarono letteralmente il sole e resero l’aria irrespirabile per un anno e mezzo!

Inoltre (quando si dice che le sciagure non vengono mai sole) quattro anni dopo, nel 540 d.c., pare (dalle analisi fatte su ghiacciai europei ed islandesi) vi fu una ulteriore eruzione che abbassò ulteriormente le temperature ed immise nell’atmosfera altrettanti gas tossici.

L’appetito vien mangiando ed un anno dopo, nel 541 d.c., vi fu, non casualmente, la prima grande pandemia della storia di cui abbiamo traccia: la peste di Giustiniano che in 24 mesi fece fra le regioni europee e quelle mediterranee la bellezza di 25 milioni di morti.

La “fase oscura della Terra”. Dalla quale ne uscimmo con tanta fortuna (i grandi cataclismi si placarono) e con una spinta mostruosa all’economia ed al commercio data dalla separazione del piombo dall’argento ed il conio delle prime monete di scambio.

Ovviamente non mi pare una classifica oggettiva, ma un consiglio: caro 2020, lascia perdere la competizione.

WU

PS. Almeno da citare in questa fante-classifica:

  • 1348, la peste nera fu la più grande epidemia di cui abbiamo traccia e memoria (vi ricordate questo?). Si parla di trenta milioni di morti in Europa su un totale di circa 80 milioni a cui si aggiungono altri 50 milioni di decessi “di coda” nei 50 anni successivi. Praticamente una svecchiata di massa del vecchio continente.
  • 1492, la scoperta dell’America. Evento epocale per la storia umana ma che causò il crollo demografico dei nativi americani per le malattie portate “dal vecchio continente”. Una stima è ovviamente impossibile, ma volendo dare a questo evento, e questo anno, la colpa di tutto si può dire che causò qualcosa come 100 milioni di morti
  • 1919, WWI appena finita ed influenza spagnola dilagante. Sempre come se la colpa fosse dell’anno in se, questo ha mietuto circa 50 milioni di morti (oltre i 26 milioni deceduti nei quattro anni precedenti a causa della guerra stessa).
  • 1945, WWII alle spalle e fra ebrei e morti vari si contano 45 milioni di teste in meno al mondo.
  • 1959, iniziano i tre anni bui della repubblica popolare cinese colpita da una incredibile carestia che lascia dietro di se 40 milioni di morti, di cui 15 milioni per fame (e siamo a meno di un secolo fa!)

La repubblica di Minerva

M. J. Oliver (che per il sol fatto di esser qui a scrivere il suo nome ha probabilmente raggiunto il suo scopo) era un attivista politico americano. Ah, si, era anche milionario,.

Nel 1971 il milionario acquistò in Australia delle chiatte cariche di sabbia. Destinazione del carico, l’atollo di Minerva. Una sperduta “isola” (in realtà all’epoca spuntava a malapena dal livello del mare) a sud delle isole Figi.

L’osservazione (in realtà abbastanza acuta di Oliver) fu che Minerva, per quanto claudicante nel suo esistere e spersa nella mappa del pacifico, era una “terra” non reclamata da alcun governo. Un piatto ghiotto per chi ha sogni di glori a(e qualche milioncino da spendere per realizzarli).

La sabbia serviva, nella mente del magnate, a portare il livello del suolo al di sopra del pelo dell’acqua e quindi consentire l’edificazione di una qualche impronta umana nel territorio più che vergine; una piccola torre, in particolare.

Era il 19 gennaio 1972, quando M. J. Oliver vide il suo sogno concretizzarsi ed issò la nuova bandiera della repubblica indipendente di Minerva sulla sua nuova torre. Un mese dopo M. C. Davis venne “eletto” (non ho ben capito da chi, forse dal solo Oliver) presidente provvisorio della repubblica e chiese subito agli stati confinanti di riconoscere ufficialmente il neonato regno. Ben 5 ettari.

RepubblicaMinerva

Stranamente (ma davvero?!) gli altri paesi del pacifico non accolsero proprio positivamente la dichiarazione di indipendenza del micro atollo nel bel mezzo del nulla. Certo che se ogni “magnate” (o utopista, o contestatore, o pirata) si mette a fondare la propria nazione (e nel caso della Repubblica di Minerva anche con tanto di valuta nazionale nuova di zecca!) i problemi, già non pochi, di rapporti politici internazionali possono solo aumentare…

Pochi giorni dopo infatti si riunì una conferenza straordinaria degli stati confinati (Australia, Nuova Zelanda, Tonga, Figi, Nauru, Samoa Occidentali, Isole Cook) durante la quale nientepopodimeno che il governo di Tonga decise di reclamare l’atollo di Minerva per sé. Si trattava comunque a tutti gli effetti di un’invasione; infatti nel Settembre 1972 l’armata di Tonga (non la conosco, ma me la immagino) entrò ufficialmente nel territorio della Repubblica di Minerva annettendo la più piccola e meno duratura repubblica mondiale. La bandiera della Repubblica di Minerva fu ammainata per sempre. Nessuno spargimento di sangue.

Lunga vita alle micronazioni (in questo caso direi anche micro-temporalmente esistite)! 😀

WU

PS. Storia che fa scopa con questa altra qua.

PPSS. Certo, in perfetto stile ucronistico, le cose sarebbero anche potute andare diversamente…

La naja

Siamo durante la Prima guerra mondiale. Fare il militare non è di certo una passeggiata. Per noi italiani men che meno, ma il nostro spirito (inteso proprio come una forma unica di approccio alla vita che Italia abbiamo, e che spero, anche se temo, non “avevamo”) ci consente almeno di battezzare la vita militare come più ci aggrada.

Un termine desueto, raro ma non troppo (che ho raramente, ma puntualmente in certe circostanze -tipicamente ricordando eventi non troppo piacevoli da parte dei miei geni-nonni-) che identificava la vita militare nei suoi aspetti più pesante, più gravosi -fisicamente e mentalmente- ed in generale più duri da sopportare.

Naja: la vita militare vista da un esterno, la definirei. Non una parola che mi piaccia più di tanto (ne nel suono che nel significato) e di certo anche abbastanza “dialettale” come termine, ma non voglio fare il “razzista lessicale”.

L’etimo potrebbe essere quello di “razza, genie”: “naja” in veneto antico (la diffusione del termine durante il grande conflitto pare iniziò proprio nel nord-est d’Italia); l’origine a sua volta risale al latino “natalia” riferito alla nascita, con ovvio riferimento alla generazione ogni anno veniva “portata via” dalle leva militare.

Etimologia alternativa (mi crogiolo quando una parola può esser figlia di due famiglie…) vuole che il termine derivi sempre dal dialetto venero (per tener fede all’origine della diffusione), ma da “te-naja”, ovvero morsa, tenaglia che indicherebbe in senso dispregiativo la vita militare che ti strappa dai tuoi affetti (per poi finire subordinato in qualche gerarchia, ma questa è un’altra storia).

Non credo di sentirmi portato per la naja (anche se non ho questa esperienza da scrivere nel mio CV), ma è anche vero che oggi la “sofferenza” della vita militare intesa come frustrazione del proprio libero arbitrio e subordinazione a “qualche c@@°[[” è oggi molto comune anche fuori dalle fila dell’esercito.

WU

PS. So che non vi interessa, ma il termine ha oggi catturato la mia labile attenzione sentendo questa canzone (in odor di malinconia estiva). A voi trovarlo nel testo.

Octave Monjoin: siamo la nostra memoria

Era il primo febbraio del 1918. La WWI era ormai alle spalle (da pochissimo, in effetti). Alla stazione di Lyone scese dal treno un uomo. Evidentemente un reduce di guerra, assieme a tanti commilitoni. Disorientato, traumatizzato. Senza documenti, senza averi. E senza memoria.

All’uomo fu subito chiesto chi fosse, da dove venisse, dove andasse (neanche uno possa sapere tutte queste cose…). Vuoto; con una diagnosi di demenza precoce ed amnesia post-traumatica. L’uomo era evidentemente uno dei soldati traumatizzati dalla guerra (uno come tanti, tantissimi) rientrato in Francia neanche fosse guidato da un qualche automatico istinto.

Nessuno a reclamarlo, nessun nome da diffondere. Il misterioso militare fece un po’ la spola fra un ricovero ed un altro prima di “ricordarsi” il suo nome che, almeno secondo lui, suonava più o meno come Anthelme Mangin. Con questo nome e con una sua foto si iniziò finalmente a cercare una famiglia, un parente, un conoscente, qualcuno a cui quest’uomo potesse ricongiungersi.

OctaveMonjoin

La cosa sorprendete fu che in breve tempo, dopo la diffusione di questo nome e della sua foto oltre 300 famiglie (!) si fecero avanti reclamando “il loro caro Anthelme Mangin!”. La diffusione delle informazioni del primo dopoguerra non era il massimo ed un po’ tutti volevano riabbracciare qualche caro, se non altro per illudersi di non averlo perso in guerra. Mangin era il reduce di tutti, e di nessuno.

Fu trasferito dapprima a Rodez dove una famiglia sosteneva di aver ritrovato il loro figlio scomparso in guerra. Ma nessuno degli amici e parenti “di un tempo” riconobbero in fondo l’uomo e lui stesso continuava a non ricordare nulla. Uno sconosciuto fra sconosciuti (epopea dei tempi moderni, ma mi cheto).

La cosa passò sul livello di analisi biologiche che confermarono la non-parentela con la famiglia di Rodez. Nel 1934, dopo un ulteriore “round di ricerca” ed una scremature dei candidati più verosimili, Mangin fu accompagnato a Saint-Maur. Li Mangin camminò autonomamente dalla stazione fino alla casa della famiglia Monjoin, che effettivamente lo aveva “reclamato”. Non riconobbe gli abitanti della casa, ma notò il diverso aspetto del campanile della chiesa del villaggio (effettivamente modificato a seguito di un fulmine).

Le autorità riconobbero effettivamente nel misterioso soldato Octave Monjoin ma alcune lungaggini burocratiche nei confronti degli altri “pretendenti” non resero così agevole l’assegnazione del reduce alla famiglia Monjoin. Quando finalmente Octave fu affidato alle cure del padre e del fratello, nel 1938, entrambi erano ormai morti (senza troppi traumi per il povero Octave che non recuperò mai la memoria). Octave finì la sua vita nell’ospedale psichiatrico di Sainte-Anne a Parigi dove si spense nel 1942.

Ancor oggi le spoglie di quest’uomo giacciono sotto una pietra con su scritto Octave Monjoin, sperando che giustizia gli sia stata resa ed almeno il tempo abbia portato la pace a questo reduce.

WU

Zelota

Dall’evidente radice di zelo, zelante. A sua volta di origine greca dal significato di ammiratore, seguace. Con una accezione nella direzione di emulazione, fanatismo.
Lo zelota è colui che segue scrupolosamente (ed a tratti bovinamente) un precetto o un’istruzione. Un passo prima del fanatico radicale, un attimo dopo il fedele ed il praticante (non solo con accezioni religiose).

Il termine nasce all’inizio del I secolo d.c. per identificare i membri di una associazione politico-religiosa (binomio particolarmente interlacciato sin dalla notte dei tempi, evidentemente) costituita da elementi che seguivano la legge ebraica in maniera particolarmente zelante e che erano pronti a conseguire l’indipendenza della Giudea con ogni mezzo (i.e. armi alla mano).

Gli zeloti (quelli originali) erano i difensori dell’ortodossia ebraica, quelli che chiameremmo oggi integralisti. Gli “invasori” da combattere erano i romani. Una specie di terroristi-sovranisti ante litteram (tanto per il ciclo “corsi e ricorsi storici”) che partono da locali violenze (tipicamente nei ceti meno abbienti) per arrivare a vere e proprie rivolte.

Oggi gli zeloti mi pare si mascherino bene, ma non siano meno presenti. Mi pare si camuffino, neghino, dissimulino (non vedremo uno zelota sulla croce, al più lo vedremo suicida dopo questo o quel massacro), ma abbiano sempre un invasore da combattere (“neGro, eBBreo, Comunista!”) concentrandosi più sui “maneschi” mezzi che sulle motivazioni che li spingono al gesto. Diciamo che li vedo un po’ come una sorta di automi che imparato un dettame lo portano avanti staccando il cervello.

L’unico (beh, forse il principale) dubbio che mi resta è come si identifica il limite fra zelante e zelota. Come si capisce quando si è fatto il passaggio? Come si diventa uno zelota in qualcosa? è colpa di un leader errato? di convinzioni superficiali? di fanatismo che nasconde povertà di idee?

WU

PS. La bibbia è piena di richiami a Zeloti (Giuda Iscariota, Simone il Carnaneo, Simone detto Pietro, etc.), anche se il termine in se compare solo due volte.

Salineras de Maras: la valle cristallizzata

Il grande impero Incas deve le sue origini a quattro fra fratelli e sorelle nati in una caverna dal dio Wiracocha. Ayar Cachi, uno dei quattro, lanciò un sasso contro una montagna dando origine ad un burrone. Gli altri tre, timorosi della sua forza e del suo potere, lo imprigionarono nella caverna ove era nato condannandolo all’oblio per sempre. Le sue lacrime sgorgano ancor oggi dalle viscere della terra. Beh, questo almeno secondo una leggenda Inca.

Ma le lacrime, si sa, sono salate. Quel che sia l’origine (lacrime o -solo con a una leggerissima probabilità in più- una sorta di sorgente sotterranea ipersalina originatasi 110 milioni di anni fa assieme alle Ande) nel bel mezzo di questa valle (in realtà abbastanza facilmente accessibile, sfruttata fin dal 200 d.c. ed a circa 1.5h di macchina da Cusco) c’è una unica sorgente di acqua altamente salata: Qoripujio (che poi in realtà si divide in qualche centinaio di pozzi naturali…). E l’acqua salina sgorgando in superficie va sfruttata. Specialmente le la cosa accade a 3380 metri di quota, fra le montagne che circondano Maras, Perù.

SalinerasdeMaras

L’acqua viene deviata (già dai tempi degli antichi Incas) in migliaia di piccole piscinette di circa 4 metri quadri ed una trentina di cm di profondità per aumentare al massimo l’esposizione al sole dell’acqua. Il calore fa, ovviamente, evaporare l’acqua, lasciando piscine colme di cristalli di sale che vengono raccolti (a mano, oggi come allora, per mezzo di pezzi di legno depositati nelle piscine da cui il sale viene poi raschiato per essere depositato in piccoli cestini per “l’essiccatura finale”.

Il risultato è stato per anni (secoli) la principale fonte di sostentamento per gli abitanti della valle, oggi la produzione è “concentrata” sul raffinato sale rosa andino e le saliere sono diventate una indubbia attrazione turistica (… oggi ad accesso contingentato dato l’elevata concentrazione di contaminanti ritrovata anche in questo sale… uno dei luoghi a rischio di scomparsa -o almeno profonda mutazione- come conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, specialmente antropici… ma mi sono ripromesso di star lontano dal sermone ammorbante..-).

Il sistema idraulico (oltre ad essere fulgida testimonianza della perizia Inca) è estremamente ingegnoso e le varie piscinette possono essere isolate e riempite in base al momento “della raccolta”. Inoltre il sistema a terrazze rende lunga la discesa dell’acqua verso valle facilitando la deposizione del maggior quantitativo possibile di sale.

Si, un posto suggestivo, mozzafiato, panorama “lunare”, setting fotografico di un altro livello, etc. (si, in rete si legge questo genere di recensioni anche se io personalmente lo vedrei bene come set per una prossima avventura di Indiana…), ma anche segno tangibile che con una buona dose di volontà le cose si possono fare, ed anche egregiamente.

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altro posto quà… mi sa che il sale sta diventando uno degli elementi naturali che creano fascino con la sua sola presenza (l’acqua lo sapevamo già).

Ucronia

Dicesi ucornia (adoro questo tipo ti incipit didascalico che poi sfuma in una supercazzola) una sorta di teoria alternativa in cui la reale storia del nostro mondo è rivisitata (per non dire reinventata) assumendo che alcuni eventi non siano mai accaduti o siano andati diversamente.

L’etimo è greco e deriva dalla fascinosa crasi delle parole “non” e “tempo” (sulla scia di utopia che è “non” e “luogo”), ucronia si colloca quindi in “nessun tempo”. Appunto.

Una fantastoria storica la definirei. Cosa ci sarebbe accaduto se questo o quell’evento storico fossero andati diversamente? Se l’impero romano non fosse mai caduto? Se la WWII fosse stata vinta dai nazisti (beh… questo è facile)? Se questo o se quello… anche se il punto è che noi siamo qui a domandarcelo esattamente perché non è successo. E se lo fosse non sarebbe, per definizione, un’ucronia.

L’uconia è un terreno molto fertile per poeti, scrittori, sceneggiatori, etc. Lo è sempre stato. Abbiamo una pletora di film “ucronici” e, tanto per fare un esempio, 1984 di Orwell (scitto nel 1948) non è altro che la descrizione di un’uconia. Non sono bravissimo (e neanche bravo) con le serie televisive, ma mi ci gioco la mano di Scevola che ne esiste almeno una descrivente un’uconia.

Fantasticare mi (ci) piace, la storia come la conosciamo ci sta a tratti stretta, essere in un certo stato ci spinge quanto meno a porci domande su cosa sarebbe stato se…, tutto ciò mi porta a considerare l’uconia come un interessante banco di prova per la nostra fantasia e le nostre frustrazioni (ciò che ci sta stretto in questa realtà è qualcosa vorremmo vedere almeno diverso se la storia avesse preso un altro corso). Si, un vezzo da fumettista incallito, ma con una base di verità che mi strappa una riflessione oltre che un sorriso.

Tanto per farvi due “risate” e due “riflessioni” ecco cosa sarebbe successo (…beh, almeno secondo qualcuno che sta vivendo in un’altra storia…) se Cristoforo Colombo non avesse mai scoperto l’America, anzi se non avesse trovato assolutamente nulla.

Le uconie sono ovviamente non univoche, ma mi chiedo se poi tutte le “linee temporali” (e mi sento Doctor Strange…) siano veramente diverse a seconda di singoli eventi andati diversamente o se poi “il destino” “Dio” “i casi della vita”, qualcosa insomma, non tenda a far riconfluire alcune evoluzioni temporali lungo evoluzioni storiche affini se non proprio uguali.

WU

PS. Ovviamente il passaggio ad un qualche distopico futuro è piuttosto che semplice, a tratti anche banalizzante.

PPSS. @ 21.07.2020 Mi accorgo solo oggi che ho ben due post (questo è l’altro, quello vecchio… o originale che dir si voglia) con lo stesso titolo “Ucronia”. Per tornare a distanza di circa quattro anni su simili divagazioni. Non so se è un bene o un male, ma non mi paiono comunque troppo contradditori fra loro. Prima o poi sarebbe successo, ed ora vediamo se trovo anche gli altri “doppioni” che certamente ci saranno.

L’albero delle oche

In questi giorni di Pasqua-nonPasqua mi sono impelagato in una serie di “miti” riguardanti questa ricorrenza per il semplice gusto di elucubrare su cosa diranno fra cent’anni della Pasqua 2020 e quale “mito” potrebbe essere ad essa associato.

Ovviamente, partendo a questo (di certo non nobile) scopo mi sono perso su questo o quel mito che mi hanno particolarmente colpito. Ed ho eletto il mio personalissimo vincitore con “l’albero delle oche”.

Le oche non sono animali, bensì i frutti di un albero. E si possono dunque mangiare durante il periodo quaresimale. O almeno lo si poteva fare nel tardo Medioevo (o forse anche oggi… ammesso che vi sia ancora chi rispetta in maniera ferrea l’astensione dalla carne – e dalle tentazioni?- durante la quaresima).

Dai, non possiamo dargli tutti i torti… l’europa conosceva sostanzialmente solo “l’oca facciabianca” (o barnache) che è un uccello migratore. Non si riproduce alle nostre latitudini, bensì solo nel nord Europa ed anche in luoghi parecchio impervi. I nostri avi si vedevano quindi arrivare stormi e stormi di oche, specialmente nel periodo marzo-aprile, senza aver visto ne un pulcino ne un uovo. Se poi ci aggiungi che nel’ottocento non sapevano neanche cosa fosse la migrazione degli uccelli… viene abbastanza naturale pensare che “le oche crescessero sugli alberi” ed in quanto vegetali fosse consentito mangiarli durante la quaresima.

Certo l’albero delle oche non fu mai individuato, ma possiamo anche dire che era un dettaglio… anzi, in parte la prova necessaria fu costruita ad-hoc. Sulle spiagge, infatti, si trovavano di frequente resti di legname ricoperto da cerripedi (crostacei filtratori che si aggrappano un po’ dove capita). Beh, l’aspetto di tali “relitti” assomigliava nella forma e nel colore a resti di “legno d’oca” con i cerripedi che, ad un occhio che vede ciò che cerca, sembrano piccolissime ochette attaccata al legno. Da qualche parte dovevano quindi esistere piantagioni di alberi -o una serie di pezzi di legno alla deriva nell’oceano- da cui pendevano oche perfettamente formate e che una volta matura si sganciavano dai loro rami per volare sui nostri cieli (e sulle nostre tavole).

Permutando (assolutamente fuori contesto) una grande citazione “un volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità” e per i nostri predecessori l’albero delle oche era abbastanza improbabile quanto veritiero.

WU

PS. Si dovette aspettare Papa Innocenzo III che nel 1215 emise una bolla contro questa pratica… anche senza essere profondamente convinto della natura animale delle oche. E soltanto nel 1751 un botanico inglese, John Hill, scrisse un articolo scientifico che smentiva la credenza. D’altra parte anche di recente tronchi carichi di cerripedi sono stati facilmente etichettati come “alieni”…

PPSS. L’eco di questa credenza sopravvive ancora in un paio di nomi scientifici di due specie di cirripedi, entrambe descritte da Linneo nel 1758: la “Lepas anatifera” e la “Lepas anserifera” che suonano più o meno come “patella portatrice di anatre” e “patella portatrice di oche”.

Poyekhali!

Era il 27 Marzo del 1968 quando le radio Russe parlavano cosi: “Il primo uomo nello Spazio, il russo Yuri Gagarin, è morto in un misterioso incidente aereo: sono trascorsi solo 7 anni dalla sua storica impresa”.

L’impresa di cui si parla, datata 12 Aprile 1961 era una di quelle cose per cui si rimane nella storia, per cui si alimenta la fantasia delle generazioni a venire; insomma una di quelle cose per cui vale la pena vivere. Ah, e durò 108 minuti appena (beh, certo, gli anni di preparativi sono molto meno eccitanti da ricordare…).

Gagarin

Gagarin nacque il 9 Marzo del 1934 in un piccolo villaggio a circa 200 km da Mosca. La sua istruzione fu interrotta nel 1941 dalla guerra e Gagarin si iscrisse all’aeronautica. Prese il suo brevetto e si iscrisse come volontario ad un non meglio specificato “programma per pilotare un nuovo tipo di apparato”.

Dopo una quindicina di anni di accademia aeronautica ed allenamenti speciali, nel 1961 Gagarin si sedette a bordo della capsula Volstok 1 e questa era a sua volta seduta su un bestione pronto ad esplodere: il vettore Semyorka, sostanzialmente un razzo bellico malamente riconvertito.

La Volstok 1 (Orizzonte, in russo) era una minuscola (4,7 tonnellate,alta 4,4 metri), poco rassicurante e piena di luci e bottoni capsula spaziale. Composta in due sezioni: una per ospitare il cosmonauta e l’altra con moduli di servizio e serbatoi per il rientro. Aveva a bordo cibo per dieci giorni in caso di avaria dei retrorazzi, era dotata di tre oblò e di un sedile eiettabile che era quello che doveva effettivamente salvare la vita a Gagarin (non si prevedeva che il cosmonauta rientrasse con la capsula).

Alle ore 09.07 del 12 Aprile (con una moglie ed una figlia di meno di due mesi a casa), con l’adrenalina che gli scorreva nelle vene, Gagarin pronuncio il suo poyekhali! (andiamo!). La storia era cambiata.

La capsula fu inizialmente indirizzata verso la Siberia, sorvolò il Pacifico e più o meno all’altezza dell’Africa fu iniziata la manovra di rientro. L’altitudine massima raggiunta fu di circa 302 chilometri ad una velocità di 27400 chilometri orari.

Al suo rientro Gagarin era già una specie di eroe, era il simbolo del progresso, era la soddisfazione della Russia (che a quell’epoca voleva dire il marchio che il paese era più avanti tecnologicamente -e quindi potenzialmente bellicamente- degli Stati Uniti). Gli furono riservate le onorificenze del caso e diventò una personalità che viaggiava in giro per il mondo per tenere seminari ed incontrare delegati, principi, consoli, etc.

Gagarin voleva tornare nello spazio, ma la Russia non poteva rischiare di perdere il suo simbolo: la sua carriera da cosmonauta, durata meno di due ore, era finita. Gagarin non la prese benissimo e per qualche anno si abbandonò a sregolatezze e depressioni, ma alla fine chiese di essere riammesso almeno a pilotare aerei militari. Anche questo gli fu negato (ancora troppo rischioso) e venne riconvertito a pilota di jet.

Durante un volo a bordo di un jet, il 27 Marzo 1968 (nato e morto nello stesso mese), Gagarin perse la vita: il suo MiG-15 UTI entrò in avvitamento ad alta velocità per sfracellarsi al suolo.

Le teorie complottistiche ovviamente abbondano: si va da una manomissione del jet per sabotare l’uomo simbolo della Russia, ad una manovra sbagliata per evitare un pallone meteorologico ad una seconda missione spaziale segretissima.

Funerali di stato, bandiera nazionale, commemorazione trasmessa per mezzo (se non tutto) mondo e poi solo il suo ricordo: il primo uomo andato, e soprattutto tornato, nello spazio. La sua immagine è ancora oggi oggetto di culto e venerazione (da francobolli e pellegrinaggi a scuole di volo a lui intitolate), la sua tristezza dopo aver visto la Terra da lassù è morta con lui.

WU