Ecco a voi… i Raggi N

René Blondlot era un professore all’Università di Nancy (oltre che membro di una serie di Academie, tipo l’Académie des Sciences). Era il 1903 quando a suo nome uscì su una rinomata rivista scientifica un articolo in cui illustrava la sua ultima scoperta. Un nuovo tipo di radiazioni, i raggi N.

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Parliamo di un periodo, l’inizio dello scorso secolo, in cui la radioattività la faceva da padrona: i raggi X erano stati scoperti meno di un decennio prima ed evidenza di radiazioni alfa, beta, gamma saltavano fuori da ogni dove. Si viveva, quindi, in un periodo in cui il nervo su nuovi possibili tipi di radiazioni era più che scoperto.

Blondlot, studiando i raggi X (più precisamente utilizzando la macchina di Röntgen al fine di scoprirne il funzionamento) notò delle anomalie luminose, per lui spiegabili solo attribuendole ad un nuovo tipo di radiazioni, i Raggi N (molto più potenti dei Raggi X!). In men che non si dica, l’osservazione divenne scoperta, la scoperta articolo e l’articolo pubblicazione.

Blondlot, di certo non l’ultimo pellegrino in tema di radiazioni, perfezionò i sistemi per rilevare ed addirittura produrre i “suoi” Raggi N. Eliminò accuratamente possibili fonti di interazioni e disturbi esterni per essere sicuro di vedere solo i raggi cercati. Blondlot scoprì che i Raggi N sono emessi da metalli riscaldati e da parecchie fonti naturali, fra cui il nostro sole.

I Raggi N potevano attraversare spesse lastre di metallo e corpi in generale opachi alla luce visibile (che a sua volta pareva interagire con i Raggi N). Acqua e cristalli di salgemma, al contrario, li assorbivano.

A partire dalle pubblicazioni e dagli esperimenti di Blondlot, la scoperta (ed il giusto entusiasmo per essa) di diffuse velocemente a tutto il mondo scientifico fino a raggiungere Charpentier, fisico-medico anch’esso di rinomata credibilità, che scoprì l’emissione di Raggi N anche da parte di nervi e muscoli, umani. Ah, l’emissione permaneva anche post-mortem. La scoperta poteva dunque essere usata per scopi medico-legali e diagnostici.

Perché fermarsi: i Raggi N potevano essere immagazzinati. Ed in maniera piuttosto semplice, bastava un semplice mattone avvolto in un foglio di carta nera ed esposto al sole. I Raggi N emessi dal sole, riemessi da mattone rimaneva intrappolati dalla superficie nera della carta.

Nel 1905 arrivò quel guastafeste di Robert W. Wood, professore di fisica alla John Hopkins University. Indovinate cosa voleva fare il signor Wood? Beh, riprodurre gli esperimenti di Blondlot & Co. Indovinate l’esito? Non ci riuscì. Consolato, si fa per dire, dall’insuccesso dei suoi colleghi d’oltreoceano, decise quindi di recarsi a Nancy per vedere i laboratori che avevano dato la luce ai Raggi N… ed imparare qualcosa (si, nella Academia vera, non ci si approccia con scetticismo/arroganza ma con Umiltà).

Blondlot ripropose al collega l’esperimento originario in cui Wood, tuttavia, non notò alcuna variazione di luminosità (le famose anomalie luminose) che avevano fatto gridare Blondlot alla scoperta. La campagna sperimentale proseguì; Blondlot intendeva misurare e far vedere al collega la deviazione subita da un fascio di Raggi N incidenti su un prisma di alluminio. L’apparato sperimentale prevedeva un prisma di alluminio (ovviamente), un sistema di focalizzazione ed uno schermo fluorescente che fungeva da rivelatore dei raggi N (quelli deflessi). Il team di Blondlot voleva dimostrare quattro differenti posizioni nella deflessione, ovvero quattro differenti lunghezze d’onda dei Raggi N. Anche in questo caso, tuttavia, Wood, non notò i risultati che Blondlot ed il suo team volevano fargli vedere.

A questo punto Wood chiese semplicemente di ripetere l’esperimento. Non visto rimosse il prisma di alluminio dall’apparato sperimentale. Inutile dire che i suoi colleghi non fecero altro che notare le stesse cose e confermare i risultati del precedente esperimento.

Wood lasciò Nancy.

Rientrato in patria pubblicò un resoconto circa ciò che aveva visto durante il suo soggiorno a Nancy, e soprattutto ciò che NON aveva visto. I Raggi N, sostenne, esistevano solo nella mente dei suoi scopritori i quali, certamente in buona fede, si erano fatti forse trascinare troppo dall’entusiasmo del periodo per le emissioni radioattive fino a voler vedere ad occhio nudo tenui (se esistenti) variazioni di luminosità che avevano evidentemente una natura assolutamente casuale. Si erano autoconviti di una grande scoperta in preda all’entusiasmo ed avevano voluto vedere (e trasmesso!) una ripetibilità delle osservazioni che non aveva attecchito in una mente “esterna”.

I sostenitori dei Raggi N, anche dopo lo smacco, giocarono le loro ultime carte. Per osservarli serviva parecchia sensibilità (tipica, sostennero, soprattutto delle razze latine). E questo è evidentemente indice che il castello era crollato.

Blondlot rifiutò di sottoporsi ad un esperimento pubblico e decisivo per provare l’esistenza o meno dei Raggi N (ulteriore indicatore che qualcosa che anche a lui non tornasse… ma evidentemente preferiva non subire “pubblica gogna”). Blondlot morì nella sua Nancy nel 1930.

Non è una storia di frodi o menzogne, è una storia di forti convinzioni che portano a distorcere le evidenze del metodo scientifico. Non erano gli anni in cui con scoperte del genere di odorava un business milionario; oggi si. All’autoconvinzione tende ad aggiungersi la truffa (io dell’E-Cat, pro cause, non ho mai parlato).

WU

PS. Ah, Raggi N, da Nancy, ovviamente.

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Mesmerismo – il magnetismo animale

Il nostro corpo funziona basandosi anche sui diversi fluidi che in esso scorrono (e fin qui anche un WU qualunque non avrebbe da obiettare). Fra questi ve ne è uno (…attenzione attenzione) in particolare che ne regola il corretto funzionamento.

Il fluido in questione è una sorta di fluido magnetico (maccheccazzo, si può dire?!) il cui blocco o in generale difficoltà di scorrimento genera malattie e disfunzioni. Tale fluido deve essere sempre in armonia con quello universale (ora sparo col mitra allo schermo…) ed ha caratteristiche molto affini a quelle delle calamite.

Stiamo parlando di quello che è a tutti gli effetti (la cazzata del) “magnetismo animale“. Ma attenzione, il parallelismo con le calamite serve solo come paragone per chiarire la natura magnetica di questo fluido; il fluido in questione è una cosa completamente diversa. Ah, ora si…

La natura magnetica del (fanta)-fluido può comunque esser sfruttata per curarlo e liberarlo. Mediante l’applicazione di una serie di calamite in parti chiave del corpo, infatti, il fluido poteva essere sbloccato e fluidificato. Questo almeno nelle prime rudimentali cure del magnetismo animale; in seguito si realizzò (embbè…) che il fluido era molto più condizionato dallo stesso fluido presente negli altri corpi umani… da cui una ulteriore conferma della “natura animale” del fluido e del suo magnetismo.

Stiamo parlando di una pseudoteoria, in realtà molto diffusa, che prese piede alla fine del settecento grazie al “medico” tedesco Franz Anton Mesmer. Inutile dire che non appena un comitato scientifico si fece carico di verificare/smentire queste teorie le basi “scientifiche” si vaporizzarono all’istante e le teorie stesse furono accantonate. Ma (e non poteva non esserci un ma…) gettarono le basi per l’ipnosi, la pranoterapia, il sonno magnetico e tutte quelle pseudo-scienze (e pratiche della cultura popolare, oltre che trame per racconti fantastici) che faranno pure bene (non lo metto assolutamente in dubbio, se non altro ci rilassano…), ma non le definirei assolutamente come curative.

WU

PS. Questo lo metterei nella serie: “se oggi siamo così potevamo aspettarcelo”. L’uomo ha da sempre (ed oserei un per sempre) avuto una innata, insana, passione per le bufale (o come le volete chiamare). Niente, ci aiutano a sognare, a stare meglio, in qualche strano modo.

PPSS. Ci starebbe bene una “audio-citazione” di Raf, ma sinceramente mi rifiuto…

Impostori intellettuali – l’affare Sokal

David Sokal è un professore di fisica presso la New York University. Sconosciuto ai più (compreso il sottoscritto) se non fosse per la sua beffa che nel 1996 ha iniziato (e sono certo non abbiamo finito!) ad accendere i riflettori sui meccanismi di selezione degli articoli scientifici/culturali. Qualche passo avanti è stato fatto, certo, ma come ormai saprete, la peer-review non è, IMHO, la soluzione, ma solo un male (lo stesso male: la mancanza di oggettività) edulcorato.

Ad ogni modo, 1996, Sokal pubblica un notevole articolo: Transgressing the Boundaries: Towards a Trasformative Hermeneutics of Quantum Gravity.

Eh?! Letteralmente qualcosa tipo: Violare le frontiere: verso una ermeneutica trasformativa della gravità quantistica.

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Già il titolo non si capisce o non vuol dire nulla (ma suona bene! E vedremo fra poco che questo è un must!); l’articolo, poi, non era altro che un collage di frase senza senso. Si sosteneva una fanta-tesi secondo cui la gravità quantistica non fosse altro che un costrutto, tutto umano, sociale e linguistico.

Effettivamente più che una beffa potrebbe essere descritto come un esperimento sociale, in cui l’autore vuole dimostrare (e ci riesce egregiamente) che il meccanismo di selezione dei contenuti scientifici e divulgativi non è sano. In particolare si basa, secondo l’autore, sul fatto che le frasi (ripeto, appiccicate l’un l’altra senza senso) suonino bene e, soprattutto, che fossero in qualche modo in accordo con i presupposti ideologici dei redattori/curatori della rivista specifica.

Here my aim is to carry these deep analyses one step further, by taking account of recent developments in quantum gravity: the emerging branch of physics in which Heisenberg’s quantum mechanics and Einstein’s general relativity are at once synthesized and superseded. In quantum gravity, as we shall see, the space-time manifold ceases to exist as an objective physical reality; geometry becomes relational and contextual; and the foundational conceptual categories of prior science — among them, existence itself — become problematized and relativized. This conceptual revolution, I will argue, has profound implications for the content of a future postmodern and liberatory science

Questo secondo punto fu declinato da Sokal inserendo il termine femminista (tema caro alla rivista su cui l’articolo fu pubblicato, “Social Text”) ben 35 volte all’interno dell’articolo… che non dimentichiamoci parlava di gravità quantistica! La cosa fu fatta con locuzioni (tipo “algebra femminista”… qualunque cosa significhi) o mediante similitudini (“proprio come le femministe liberali…”).

Sokal descrisse l’articolo (ed anche questa sembrerebbe un pezzo dell’articolo stesso…) come “un pastiche di ideologie di sinistra, riferimenti ossequiosi, citazioni grandiose e prive di senso, strutturato attorno alle più sciocche frasi di accademici postmodernisti che avevo potuto trovare riguardo alla fisica e alla matematica“.

Quello che ci (mi) rimane è che l’attendibilità delle riviste scientifiche o di settore è comunque molto bassa (e di certo un articolo che “suona bene” e compiace l’editore ha molte chances di essere pubblicato…), tanta tristezza per l’egregia riuscita dell’esperimento, ma principalmente il fatto di aver capito da dove il Conte Mascetti ha tirato fuori l’idea della sua Supercazzola.

WU

The Ocean Dam

Correva l’anno 1956, si pensava in grande. In tutto il mondo. E l’Unione Sovietica pensava veramente in grande (non che ora non lo faccia, sia chiaro), tanto lo spazio sembrava lontano…

Il piano super segreto del URSS di quell’anno era qualcosa che oggi stiamo vedendo. E non per mano loro (questa volta mi sento di placare subito gli spiriti complottisti).

Sciogliamo i ghiacciai. Riscaldiamo i mari.

Il progetto originario era appunto quello di… accelerare il riscaldamento globale per sciogliere il ghiaccio dell’artico fino a liberare gran parte dell’acqua contenuta nelle calotte polari. Come? Beh, semplicissimo, costruendo una diga nell’oceano, ovvio no?!

Il mega-progetto, infatti, prevedeva la costruzione di una iper-diga sullo stretto di Bering. 88 km di diga (alla faccia! come dire una diga che va da Bologna a Parma!). I flussi di ghiaccio e tutte le correnti fredde dell’artico sarebbero state intrappolate a nord della diga consentendo alle correnti calde di portare l’acqua calda più a nord.

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Praticamente un muro fra Siberia ed Alaska avrebbe permesso ai russi di avere le loro coste ben più miti (mi immagino il pullulare di stabilimenti balneari sulle coste della Siberia…). Come se non bastasse una mega centrale nucleare da due milioni di kilowatt sarebbe stata installata per pompare acqua calda oltre la diga creando una sorta di corrente del golfo artificiale riscaldando un po’ tutto l’artico. Praticamente si trattava del primo progetto di cambiamento climatico globale che doveva modificare definitivamente il clima di nord America, nord Asia e nord-est Europa… rendendo il tutto un immenso prato verde.

Il mare del Giappone si sarebbe dovuto riscaldare attorno ai 35 gradi fino alle coste della Korea. La diga sarebbe stata profonda massimo 30 piedi ed ovviamente progettata per resistere sia all’acqua che agli iceberg.

Il piano era pazzesco (e, secondo me e con un po’ di senno di poi, fatto più che altro per propaganda che perché vi si credesse davvero), ok. Ma c’è di peggio. Gli Americani lo giudicarono fattibile. Il governo degli Stati Uniti, infatti, considerò seriamente la proposta investendo risorse e tempo nel capire i rischi ed i costi. Alla fine si convinsero (loro e prima di loro i Russi) che il costo del progetto sarebbe stato smisurato ed il tutto fu accantonato (…e meno male, una volta tanto, che esiste il Dio Denaro!).

Ringrazio, in questo caso, la storica mancanza di collaborazione fra Russi ed Americani.

WU

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

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Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

Spaceboy

Ok, oggi non potevo parlare di una cosa diversa dall’anniversario dello sbarco sulla Luna. Non potevo proprio farlo. Ho però cercato di evitare didascaliche descrizioni di quel giorno, ricordi (che non ho, come non ce li ha la metà di quelli che scrivono qualcosa a riguardo) oppure propositi. Mi sono però imbattuto nella notizia sulla quale divago che è un po’ triste (da un po’ quell’aria di saudade alla ricorrenza), ma magari mette un po’ i riflettori su tutti i sacrifici, gli incidenti (e non parlo di quello recente del Vega) e dello zampino che il destino ha messo e sta mettendo nella nostra esplorazione (no, di conquista non credo sia ancora il caso di parlare) dello spazio.

Mandla Maseko, trent’anni, africano di origine; Nato e cresciuto alle porte di Pretoria, nell’epoca in cui i bianchi avevano appena finito (o dicevano di averlo fatto) di segregare i neGri.

Era stato scelto assieme ad altri 23 colleghi (nessun altro africano, va detto) fra oltre un milione di aspiranti astronauti. Si era candidato facendosi scattare una foto “in volo”, ovvero saltando da un muretto di un paio di metri; il salto che aveva sancito l’inizio della sua carriera (beh, diciamo formazione va…) e l’inizio della realizzazione dei suoi sogni.

Aveva iniziato la sua formazione nel 2013 ed il lancio della sua missione, sulla navetta Lynx, era previsto per il 2015. Il destino della Lynx non fu fra i più felici: dapprima il lancio fu ritardato per problemi tecnici a data da destinarsi e poi, nel 2017 la XCor Aerospace, responsabile della Lynx, falli.

Il sogno di Mandla si allontanava un pochino, ma il ragazzo non aveva nessuna intenzione di arrendersi. Si teneva allenato, si addestrava privatamente come pilota, era entrato nell’esercito e comunque faceva parte della “riserva di astronauti” da cui la Nasa poteva attingere. Insomma, il suo biglietto per lo spazio se lo sentiva, a buon diritto, in tasca.

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Era innamorato della sua carriera, era innamorato della sua bandiera. “voglio che i bambini sappiano che se ce l’ho fatta io, tutto è possibile” era La sua frase (ah, si guadagnava da vivere facendo sessioni motivazioni in giro per il Sud Africa…). Lui che era la cosa più vicina a portare l’Africa nello spazio; l’ “afronauta” di riferimento che sono certo ispirerà le prossime generazioni.

Mandla è morto il 6 Luglio 2019 in un incidente motociclistico. Aveva 30 anni.

WU

PS. Mi chiedo un paio (ok, sono tre) di cose. Ma il destino (o la divinità che preferite) vuole così darci una lezione o ha semplicemente colpito a caso (di certo non è il primo che muor ein un incidente di moto, ma è uno a caso o è stato in qualche modo “selezionato” anche in questo caso)? Mandla avrebbe fatto la storia (inteso come “far parlare di se” ed “ispirare giovani virgulti”) di più volando nello spazio o andandosene così? Che cosa ci colpisce di più il fatto che  un ragazzo stava per realizzare il suo sogno oppure il fatto che questo ragazzo venisse da un posto nel quale le massime ambizioni di un ragazzo potevano essere fare il poliziotto o il dottore?

Le risposte non ce le ho, ma un po’ l’amaro in bocca questa storia me lo lascia, anche nell’anniversario odierno.

L’incendio nel pozzo

Darvaza, Turkmenistan. Un posto che non avete mai sentito, giustamente. Pieno deserto, un posto nel bel mezzo del nulla. Nel posto c’è un pozzo, ed fin qui nulla di troppo particolare. Nel pozzo c’è un incendio, beh, magari non comunissimo, ma anche fino a questo punto più o meno nulla di eclatante. Beh, l’incendio va avanti da quattro decenni, anzi, quasi cinque. Ora si che la cosa richiama la mia attenzione.

Siamo nel 1971, a Darvaza, appunto. Un gruppo di geologi russi decise di perforare la zona in cerca di petrolio. I rischi legati all’abbondanza di gas naturale furono allegramente trascurati. La perforazione causò un cedimento nel terreno sabbioso liberando una grossa sacca di gas naturale di circa 60 metri di diametro e 30 di profondità. Il cedimento del terreno si portò dietro tutta l’attrezzatura, nessun uomo (pura fortuna). I gas tossici ovviamente iniziarono a sprigionarsi appena ebbero la via spianata rendendo il proseguo delle operazioni fra il difficile e l’impossibile.

E qui la grande idea: diamo fuoco a questi gas che ce li togliamo davanti. Nella speranza che l’incendio si sarebbe estinto in breve tempo. Supposizione (calcoli?) quanto mai errati. L’incendio è ancora in corso tanto che il pozzo è oggi diventato “la porta dell’inferno“, attrazione turistica. Per i per i più impavidi, ovvio.

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Ad oggi il cratere ha un diametro di circa 70 metri ed è profondo 20. E l’incendio che arde al suo interno lo rende visibile da diversi km di distanza (oltre che distinguibile per il suo odore di zolfo/metano/bruciato). Non è chiaro quanto gas sia stato bruciato finora nella porta dell’inferno ne quanto ne può ancora bruciare. Nonostante tutto le autorità del Terkmennistan hanno deciso di procedere con lo sfruttamento della riserva di gas (come se la lezione di lasciare in pace la natura, almeno in quel luogo, non fosse servita a nulla). E’ stato infatti ordinato di chiudere (ma davvero si può fare?)il cratere o comunque di adottare misure che possano limitare la perdita di gas in maniera da favorire lo sviluppo (e lo sfruttamento) degli altri giacimenti di gas naturale nell’area.

Un incidente che è diventato una fortuna per la zona. Ho qualche dubbio che anche madre natura abbia la stessa interpretazione.

WU

PS. Ah, Darvaza (che è poi il nome del paese più prossimo alla voragine) è una parola di origine turkmena, con radici persiane che significa niente meno che… porta. Quando si dice che il destino è nel nome…

PPSS. Mi ricorda, quest’altro delirio umano ed incandescente.

Silbervogel

Uccello d’argento, che potrebbe benissimo essere il nome di un Cavaliere dello Zodiaco, invece si tratta di un progetto bellico tedesco decisamente avveniristico per la sua epoca (e sotto molti tratti ancora oggi…).

Un così detto “bombardiere antipodale” che aveva come suo tratto distintivo quello di combinare l’utilizzo di un motore a razzo e di una forma portante (stile aereo); praticamente lo stesso connubio che è alla base degli svariati progetti degli “spazioplani”, da quelli più storici (X-20, Space Shuttle) a quelli più avveniristici (qui la lista sarebbe lunga…).

L’uccello d’argento era una specie di mega-proiettile di circa 10 tonnellate, 30 metri e 15 metri di larghezza alare. Era progettato per “rimbalzare sull’atmosfera” e grazie a questo principio raggiungere enormi distanze. Veniva lanciato lungo una slitta di 3 km sui quali un carrello (spinto da 12 razzi stile V2) lo accelerava fino a 1900 km/h, velocità sufficiente a generare portanza nelle sue ali e quindi decollare. Praticamente un decollo assistito che però lo sollevava dall’onere di portarsi dietro il propellente ed i booster per accelerare (come faceva, invece, lo Shuttle).

Dopo il lancio e l’ascesa in atmosfera, Silbervogel raggiungeva (beh, avrebbe dovuto raggiungere) una quota di circa 145 km grazie all’utilizzo del proprio motore che lo avrebbe spinto fino ad oltre 22000 km/h. Una volta raggiunta questa quota, il velivolo sarebbe naturalmente rientrato fino a scendere sino alla stratosfera, circa 40 km di quota, ove la maggiore densità dell’aria avrebbe generato una portanza sulla pancia piatta dell’ “aereo” tale da avergli fatto riprendere quota e quindi ripetere il processo.

Il velivolo poteva volare (secondo i calcoli) fra i 19000 ed i 24000 km; poteva attraversare l’oceano atlantico equipaggiato di una bella bomba e poteva, una volta sganciata, “rimbalzare” fino ad atterrare in un “porto sicuro” (la faccio più semplice: lanciato dalla Germania, l’uccellaccio volava fino agli Stati Uniti ben equipaggiato della sua atomica – che comunque i tedeschi non avevano -, rilasciava il suo prezioso carico su una città a sua scelta, e se ne “rimbalzava” fino al Giappone dove avrebbe potuto atterrare).

Il progetto non lasciò mai la galleria del vento (praticamente un prototipino davanti un ventilatore) e fu chiuso a causa dei suoi costi (cosa effettivamente non comune nella dotazione finanziaria degli anni delle guerre mondiali). Da un certo punto di vista fu un bene (oltre, evidentemente, che per il fatto che non abbiamo sganciato bombe nucleari sugli Stati Uniti), dato che (in base alle analisi svolte nel dopoguerra) le temperature raggiunte per via dell’attrito dall’aereo erano state abbondantemente sottostimato e l’aereo si sarebbe sciolto per i materiali di cui era fatto (non a caso lo Space Shuttle fu poi dotato di degli scudi termici…).

I suoi inventori (Sänger e Bredt) passarono da un governo all’altro dopo la fine della guerra, dovettero subire le classiche iniziative della guerra fredda (rapimento?), ma alla fine il Silbervogel non vide mai la luce. Il suo lascito confluì nel progetto (americano, questa volta) del X-20 Dyna-Soar in cui la Boing voleva fare sostanzialmente una copia dell’uccello di argento. Anche in questo caso il progetto non vide mai la luce (660 milioni spesi fra il 1957 ed il 1963), ma molte delle tecniche e tecnologie sviluppate confluirono nella progettazione dello Shuttle.

Oggi l’Europa sta provando a fare qualcosa di vagamente simile con XIV e con lo Space Rider; gli scopi sono assolutamente non bellici (anche se l’utilizzo duale della tecnologia aiuta, diciamo così, il reperimento di fondi): dall’idea di andare a bombardare qualcuno siamo passati all’idea di avere uno “spazioplano” (che richiede, evidentemente, uno spazioporto) per portare turisti (ben paganti) nello spazio. Le basi della “new space economy” (qualunque cosa sia) partono da lontano, lontanissimo… quelle tecniche, sia chiaro.

WU

La mia casa è la

Haneda Internatinal Airport, Tokyo, Giappone, 1954. Una giornata normale, forse un po’ più torrida della media (in base alla fonte ove si reperisce l’informazione).

Un passeggero fra i milioni in transito nell’aereoporto si avvicina alla dogana per espletare le normali formalità richieste (dal governo nipponico e non solo). Un uomo come tanti, mezza età, tratti caucasici, un po’ più alto della media, ben vestito. Nulla attira particolarmente l’attenzione su di lui, nulla fa percepire la sua provenienza.

Si avvicina al banco della dogana, presenta il passaporto. Dice di essere in viaggio per affari (con tanto di indicazione della ditta) per la terza volta in Giappone. Il diligente impiegato dell’ufficio doganale prestava particolare attenzione a tutti gli stranieri che arrivavano in Giappone della’Europa (…e faceva bene; siamo negli anni subito dopo WWII ed il Giappone stave cercando di ricostruirsi sia internamente che in termini di relazioni internazionali).

Tutto in regola sul passaporto (con tanto di timbri di varie nazioni) se non per un particolare. Un particolare che forse neanche tutti ci avrebbero fatto caso (beh, magari non è vero se di lavoro fai l’ufficiale della dogana…): il paese di provenienza.

Taured Passaport.

Ovviamente il primo pensiero andò ad un documento falso. Ovviamente nessuno aveva mai sentito parlare di Taured. Ovviamente (altrimenti non saremmo qui a raccontare questa storia) tutte le pagine del passaporto risultarono assolutamente originali, oltre che timbrate da varie dogane in giro per l’Europa (il passaporto era quindi già stato utilizzato, e non una sola volta!).

Ma oltre al danno (quale?) la beffa: alcuni timbri (tralasciando la domanda: come aveva fatto a fare avanti e dietro per l’Europa un passaporto di Taured?) erano anche della dogana Giapponese! Il passaporto confermava quanto detto dall’uomo: non era il primo viaggio in Giappone per lui.

E non era tutto, la presenza di molte banconote autentiche di vari paesi che l’uomo portava con se confermavano la veridicità delle informazioni fornite.

Ulteriori controlli erano d’obbligo. Il viaggiatore parlava fluentemente il francese, oltre che un modesto giapponese. Fornì tutta la documentazione richiesta per attestare la sua identità. Collaborativo e senza creare problemi.

Carta di identità, patente ed ogni altro documento risultavano originali ed emessi (ovviamente) dalla Repubblica (ah, era una repubblica?) di Taured. E come se non bastasse (si narra che) lo stesso viaggiatore si dimostrasse quanto mai sorpreso dal constatare tutti questi problemi, a suo dire mai occorsi durante i suoi innumerevoli viaggi. A questo punto era troppo (non è mai troppo in questi casi…): gli agenti, esasperati, presero una bella crtina geografica, la misero davanti al Taurediano e gli chiesero di mettere il ditino sul posto dove lui sapeva trovarsi il suo paese.

L’uomo dichiarò che Taured si trovava esattamente tra la Francia e la Spagna e li appoggiò il suo dito. Ma con stupore anche dello stesso viaggiatore il punto su cui il dito si era poggiato non indicava Taured (ma dai?!) bensì… Andorra. Le cose a questo punto degenerarono: era il viaggiatore a sentirsi preso in giro, gli avevano evidentemente dato una cartina vecchia o errata. Taured era li da secoli!

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Che Paese è Taured? Dove si trova di preciso? Chi era il viaggiatore? Da dove veniva? Come avrebbe potuto viaggiare in mezzo mondo? Come poteva tornare a casa (ammesso si riuscisse a capire quale fosse)?

Le autorità procedettero con l’investigazione. Chiamarono innanzitutto l’azienda per la quale l’uomo disse di lavorare: un nulla di fatto dato che l’azienda non solo disse di non a vere l’uomo nel suo organico, ma anche (e soprattutto) di non avere idea ci cosa/dove fosse Taured. Venne quindi chiamata l’azienda nipponica (il misterioso viaggiatore era in un viaggio d’affari, no?!) con cui l’uomo avrebbe dovuto chiudere un importante affare: un altro nulla di fatto, non avevano idea di chi fosse l’uomo ed anche loro non avevano mai sentito nominare Taured. Fu chiamato l’albergo che avrebbe dovuto ospitare l’uomo… indovinate un po’? Nessuna stanza a suo nome.

I viaggiatori di origine ignota seguono uno specifico protocollo che prevedeva il coinvolgimento delle autorità, cosa che sarebbe successa il giorno seguente e pertanto l’uomo venne trasferito in una struttura per passare la notte, piantonato (ovviamente) da un paio di guardie (armate, in base alle versioni) alla porta. Il viaggiatore non oppose ovviamente resistenza (devono essere ovviamente tutti molto pacifici a Taured), chiese una pastiglia per il mal di testa (ci credo, ti ritrovi senza nazionalità…) ed augurò la buona notte.

Come ogni mistero che si rispetti, quella fu l’ultima volta che il misterioso Taurediano fu visto.

Il mattino seguente, in forze (agenti di spionaggio, polizia, agenti della dogana, agenti della sicurezza e chi più ne han più ne metta), si presentarono alla porta del viaggiatore. Le guardie riferirono che era tutto in ordine, che il viaggiatore non era mai uscito dalla stanza, che non avevano udito rumori di sorta e che “l’ospite” non si era ancora svegliato. Aperta la porta: nessuno. Finestra ovviamente ben chiusa e bloccata (beh, volevano proprio evitare la fuga d’altra parte…).

Non vi era nessuna traccia né del viaggiatore né dei suoi effetti personali (i famosi documenti originali di Taured). Ovviamente la beffa era troppa e (si dice che) la reazione del fiero Giappone fu quella di seppellire tutta la faccenda e non parlarne più… a meno delle storie che si raccontano fra decenni fra gli operatori aeroportuali…

Ciò detto potete pensare ad una bufala aiutata a diffondersi grazie alla rete. Potete aver letto la solita storiella su universi paralleli o su viaggi nel tempo. Potete etichettarla come una cazzata pazzesca. Forse potreste pensare che è successo veramente e non abbiamo capito ancora nulla delle leggi che regolano il nostro universo. Potreste mediare dicendo che forse c’è qualche base di verità condita da tanto complottismo. Personalmente mi piace pensare (e mi “rinfresco storielle del genere tanto per avere una misura di quello a cui ci piace, in quanto umani/mortali, credere) che ha trovato il modo di tornare a casa, ovunque e quantunque essa fosse.

WU

PS. Ovviamente la mente va alla trama di The Terminal (almeno in parte). Che a sua volta si basa sulla (vera) storia di Mehran Karimi Nasseri. Apolide, ma iraniano, non taurediano.

PPSS. Questo (che però pare essere un racconto decisamente più vero) ve lo ricordate?

Le dodici impronte (sulla luna)

Se vi chiedessi chi era Neil Armstrong sono certo che la maggior parte saprebbe almeno dire che centra qualcosa con la luna. In un modo o nell’altro il primo allunaggio umano è entrato nella storia, nell’immaginario collettivo, nella nostra conoscenza, un po’ nel nostro DNA.

Neil tuttavia fu solo (fortunatamente) il primo essere umano a metter piede sulla luna, ma non l’unico. Prima che il programma Apollo fosse chiuso altre undici persone ebbero l’onore di calpestare il suolo del nostro satellite (per chi crede che sia tutta una messa in scena possiamo dire che in quel fanta-studio di registrazione entrarono almeno dodici persone).

Era il 20 Luglio 1969 quando due astronauti misero per la prima volta piede sulla luna. Neil fu il primo, Edwin Aldrin il secondo che arrivò “tardi”, ovvero solo/ben diciannove minuti dopo il collega. Un tempo evidentemente sufficiente affinché la storia lo ricordasse, ma molto meno la cultura collettiva. Per non parlare delle successive dieci persone. Meritano, tutte, se non altro un breve richiamo in questo blog (di certo molto di più). La mia nota (personalmente triste) è nel seguito che, chi di questi astronauti ancora fra noi, ha dato alla sua vita dato che diversi di loro si sono pagati da vivere dopo le loro imprese girando per raccontarle, pubblicando libri, vendendo apparizioni e cose del genere (…l’ho sempre trovato un po’ triste, ma d’altra parte il business è business e la luna non fa eccezione…):

  • Neil Armstrong (Apollo 11): “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Sicuramente incarna il mito dell’uomo sulla luna.
  • Edwin Aldrin (Apollo 11): fu il secondo uomo a toccare il suolo lunare. Questo esser secondo determinò la sua “fama” ed anche la sua vita, fu infatti colpito da depressione forse proprio perché voleva esser lui il primo esser umano ad allunare. E’ ancor oggi uno dei più grandi fautori del ritorno alla luna come trampolino per Marte.
  • Pete Conrad (Apollo 12): volò sulla Gemini-5 e poi Gemini-11. Allunò con la missione Apollo 12 ed era stato già selezionato per la missione Apollo 20, poi cancellata. Parodizzò Armstrong nella sua citazione scendendo dalla scaletta: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Frase che ironizzava sulla sua piccola statura ed in qualche modo “scommessa” con la Fallaci. Un incidente motociclistico lo ha portato via.
  • Alan Bean (Apollo 12): quarto uomo a camminare sulla luna, passeggiò assieme a Conrad. Fu lui a prendersi l’ingrato compito di attivare il generatore nucleare che alimentava i vari esperimenti sulla superficie lunare. Dopo la luna volò sullo Skylab prima di arrivare a fare quello che veramente voleva nella vita: il pittore. Dipinse parecchi quadri, guarda caso quasi tutti con soggetto lunare… Passato a miglior vita lo scorso anno.
  • Alan Shepard (Apollo 14): il primo a salire sulla capsula Mercury ed il primo a testarla nello spazio. Lottò a lungo con il suo stato di salute che voleva allontanarlo dallo spazio, vincendo. Era anche a capo di una sua società e ci è stato portato via da una leucemia.
  • Edgard Mitchell (Apollo 14): dalla facoltà di economia aziendale a pilota della marina. Volò sulla luna assieme a Shepard pilotando il LEM. Sostenne di aver provato un’esperienza mistica sulla luna ed infatti fondò al suo rientro (lasciando ed essendo allontanato prontamente dalla Nasa) un istituto di scienze neotiche. Ufologo convinto ci ha lasciato nel 2016.
  • David Scott (Apollo 15): volò prima sulla Gemini assieme a Neil Armstrong e poi collaudò il LEM (modulo di allunaggio) attorno alla terra. Conosceva certamente bene la “nostra” navetta tanto da esser comandante della missione Apollo 15 ed ebbe l’onore di metter piede sulla luna. Condusse sulla luna “l’esperimento di Galileo”: fece cadere una piuma ed un martello che in assenza di atmosfera toccarono terra (luna, pardon) nello stesso momento.
  • James Irwin (Apollo 15): pilota del LEM ed ottavo uomo a metter piede sulla luna. Assieme a Scott si muoveva sul rover elettrico lunare, come navigatore. Rientrato a terra abbandonò la Nasa e divenne (badate bene) predicatore biblico. Testimoniò la sua fede a bordo di una roulotte in giro per gli Stati Uniti e cercò in lungo e largo l’Arca di Noè in Turchia. Stroncato da un infarto (quando si dice il destino…).
  • John Young (Apollo 16): a bordo di due navicelle Gemini e due volte sulla Luna: la prima volta con la missione Apollo 10, senza allunaggio, e poi con l’Apollo 16, da comandante. Comandò in seguito il primo volo dello Space Shuttle e poi a missione STS-9. E’ morto lo scorso anno.
  • Charles Duke (Apollo 16): era quello che teneva il collegamento a terra durante l’allunaggio di Armstrong. Allunò con il LEM e comandò il rover elettrico, stabilendo il record di velocità (27 km/hr) sulla luna. Lasciò come “ricordino” sulla luna una foto di tutta la sua famiglia.
  • Eugene Cernan (Apollo 17): terzo uomo al mondo a compiere una passeggiata spaziale uscendo dalla Gemini-9. Provò lo sbarco, senza allunaggio, già com la missione Apollo 10 e poi comandò la missione Apollo 17 che lo vide effettivamente calpestare il suolo lunare… l’ultima missione che ci portò sulla luna (finora).
  • Harrison Schmitt (Apollo 17): geologo lunare che addestrò molti degli astronauti che hanno calpestato il suolo lunare. Mise piede sulla luna in quanto rappresentate della comunità scientifica (che fece pressione affinché non fossero solo piloti o ingegneri a metter piede sulla luna). Allunò con Cernan. Dopo la spedizione si dedicò alla politica, occupazione ancora attuale dato che nel 2017 era con Trump a firmare l’ordine per ritornare (per restare ?) sulla Luna.

… tanto per ricordarcelo in attesa della prossima missione umana sulla luna (beh, se ne parla tanto, almeno sappiamo da dove partiamo). Mi suona un po’ come riscoprire l’acqua calda (che in questo caso non costa poco), ma che sono certo darà nuova benzina all’esplorazione umana dello spazio.

Decenni di ISS ci hanno un po’ “illuso” di andare nello spazio anche se non abbiamo fatto altro che rimanere sull’uscio di casa. Atterrare sulla luna, con un essere umano, riportarlo a casa, sano e salvo ci ri-metteranno davanti ad alcune sfide tecnologiche (ed economiche) che dagli ultimi allunaggi in poi abbiamo ignorato, ma che sono forse gli ostacoli più grandi se su Marte ci vogliamo un giorno veramente andare e non solo dire di farlo (ovviamente gli studi cinematografici sono fuori dalla faccenda…).

WU