Categoria: history

Propulsion principles

During Eighties the modern aerospace principles were set. Before they were still the same defined by the ancient Chinese, since the black powder discovery. All of these principle rely on a single, consolidated, sacrosanct dynamic law: the reactive force..

Based on these principle we arrived, somehow to atmospheric supersonic propulsion and satellites send here and there in our solar system (and beyond).

Still during Eighties, the Russian engineer Tsiolkowsky (which, by the way was the same to define the propulsion principles actually allowing us to fly still today) defined the 15 steps required for the “cosmonaut development program”:

  • Arranged rocket for flight training on it.
  • Subsequent aircraft wings are reduced, speed increase.
  • Penetrate very close atmosphere.
  • Flights above the atmosphere and low-gravity planning.
  • Create satellites that return to Earth after the flight.
  • Satellites are settled around the Earth, but can come back to Earth.
  • Provide breathing and feeding cosmonauts by plants.
  • Landing modules, satellites for broadcasting and connection.
  • Widely used greenhouses to ensure the independence of man from the Earth.
  • Arranging of extensive settlements around the Earth.
  • Use solar energy, not only for a comfortable life, but also to move through the solar system (Solar sails).
  • Founded the colony in the asteroid belt and other places of the solar system.
  • Develop and expand the number of space colonies.
  • The population of the Solar system is multiplied. Settling around the Milky Way starts.
  • Sun is cooling down. Mankind is removed to other Suns.

As usual below my humble, free and lovely useless comments:

  • Done. The concept of flight training is now a sort of video gaming…
  • Done. Two or more wings planes are not common any more and supersonic planes have relatively reduced wings
  • Done. Almost at any altitude and also with or without planes…
  • Done. Should I mention any manned low Earth orbit mission?
  • Done. Should I mention the space shuttle?
  • Done. Should I mention the MIR, Space Station or the Tiangong?
  • Almost done. We are working on it. Astronauts do not yet eat plants, but they cultivated them in space.
  • Done. Done. Done. Extensively.
  • Not done. Actually from now our achievements did’t reach yet the Tsiolkowsky’s targets. We are still far from reaching any of the following points and even working on them, with our current propulsion principles knowledge, it seems unrealistic to target all of them.

Let’s say that we have rather good chances of setting up space colonies and use solar sails, but I’m rather skeptical that we have any other option (at the moment?) than staying around our Sun. The last two points, in particular, do not seem to me (only?) actually feasible within a human being lifetime (… unless we reach such evolution stages).

I can not avoid, however, to note how accurate the Tsiolkowsky predictions were until today (I’m talking about someone which was able to tell these stuffs in a century when noting man-made wasn’t moving above our heads), thus I should at least assume that he can not be completely wrong regarding what will happen in future.

This is the only reason motivating me to leave a glimmer in believing in propulsion systems other than action-reaction (here I should list a rather long list of potential/Iwanttobelieve/flyingsaucer/bullshit/semi-bullshit ideas and technologies).

WU

Century Camp

Facciamo un po’ di complottismo. Ma poi neanche più di tanto; dato il periodo storico in cui viviamo le notizie che seguono non mi sorprendono più di tanto… almeno finché non si inizia a parlare di alieni.

Correva l’anno 1959, piana Guerra Fredda, e mentre gli URSS avevano Cuba per poter lanciare missili balistici nucleari sul territorio americano, gli Americani non avevano nulla. E come sappiamo la cosa non va assolutamente a genio ai nostri compari d’oltreoceano.

Allora c’era la Groenlandia, sufficientemente vicina al territorio russo e sufficientemente deserta da non destare troppe domande. Il fatto che non era territorio americano poteva essere un problema secondario.

2000 m sul livello del mare, nel nord ovest dell’isola, gli USA si decisero ad istallare la loro nuovissima e segretissima base militare con lo scopo ufficiale di

to test various construction techniques under Arctic conditions, explore practical problems with a semi-mobile nuclear reactor, as well as supporting scientific experiments on the icecap.

Il risultato? 3 km di tunnel sotto il ghiaccio, 200 “abitanti” (in realtà il termine è molot appropriato dato che nella base c’erano anche ospedali, negozi, teatri, etc. etc.). Ed ovviamente un reattore nucleare.

Testate nucleari, pare, mai. Il motivo fu che dopo un paio d’anni di ricerche gli americani si accorsero che il movimento del ghiaccio era molto più veloce di quanto si aspettassero ed i tunnel della base erano a rischi crollo. Il progetto terminò nel 1966 con l’evacuazione degli abitanti e la rimozione del generatore nucleare.

CenturyCamp.png

E questa è la storia. Ma la storia continua anche senza l’uomo ad abitare quei tunnel. Nel 1966 la base era coperta da 35 m di ghiaccio e tutti (gli Americani) erano confidenti (o si fecero convincere in virtù di motivazioni economiche che posso facilmente immaginare) che il ghiaccio avrebbe sepolto e nascosto tutto ciò che rimaneva della base. E ciò include, a parte il segreto militare, anche le scorie radioattive, gasolio, acque di scarico ed amenità varie. Beh, c’è da dire che “riscaldamento globale” non era neanche un termine sensato alla fine degli anni ’60.

Bene, oggi i metri di ghiaccio che celano il tutto si sono ridotti da 35 ad 8 e se il trend del riscaldamento climatico globale resta quello attuale, entro il 2090 avremo tutto alla luce del sole. Soprattutto considerando che oggi le abbondanti nevicate riescono a ricomporre un po’ dello strato di ghiaccio, ma la cosa è destinata a non continuare oltre questo secolo.

Retroscena militari a parte la questione sicurezza dell’impianto dismesso è tutt’altro che chiusa. Seppellire il passato, invece che risolverlo, è difficilmente una buona idea. Ed il fatto che i cambiamenti climatici/ambientali generati da una generazione possano essere il problema di un’altra è la cosa che mi inquieta di più.

WU

PS. Ed a completare l’alea di mistero della base e tutti gli occultamenti che sono stati fatti (a scapito dell’ambiente):

Details of the missile base project were secret for decades, but first came to light in January 1995 during an enquiry by the Danish Foreign Policy Institute (DUPI) into the history of the use and storage of nuclear weapons in Greenland.

Le sabbie del tempo

Nabibia meridonale. Deserto, sole e sabbia. Nulla e nulla per km. E Kolmanskop.

Kolmanskop.png

Erano i primi del 1900 e la corsa all’oro muoveva l’economia, le migrazioni e gli insediamenti. Quando un operaio che lavorava in zona (erano anche gli anni in cui mettevano binari per ferrovie che dovevano essere futuro e progresso) trovò un diamante non si pensò di certo ad un caso isolato.

Con brevi e sommarie analisi (e chi sono io per dirlo, ma mi piacere pensare che sia andata così) si dichiarò che il territorio era pieno zipillo di diamanti. In quattro e quattrotto il governo tedesco dichiarò tutta la zona come “ristretta” e ci si mise a sfruttare il “giacimento” di diamanti.

Ovviamente era tutta una questione di tempo. I primi cercatori trovarono effettivamente ricchezze degne di nota e misero su una vera e propria città in stile crucco: ospedale, casinò, centrale elettrica, teatro, bordello (immagino) e via dicendo. La stazione praticamente era a due passi, c’erano i diamanti, Kolmanskop proliferava.

Ed intorno, troneggiava, non curante, il deserto.

Passarono quasi 50 anni e l’unica fonte di sostentamento dell’insediamento iniziò a scarseggiare. In mezzo ci furono anche le due guerre mondiali (e la Germania non stava certo al palo a guardare) e le comunicazioni/commerci con la madre patria si fecero difficili.

Non ci volle poi tanto che Kolmanskop si spopolò. Completamente. Ed il deserto si prese (e si prende da allora) la sua rivincita.

Vecchi baluardi di uno stile assolutamente fuori contesto per il deserto della Nabibia tentano di resistere alle dune di sabbia dando vita ad un’atmosfera spettrale (… ovviamente meta turistica).

Bella storia, come ce ne sono forse tante. L’errore, credo, sia in questi casi investire tutto su un’unica fonte di sostentamento; non ci si ciba mai di un sola pietanza. Cerco di ricordarmelo (e dovremmo farlo forse u po’ tutti) spesso, prima che le sabbie del tempo prendano anche me.

WU

PS. Immagino il fascino del posto, che pare essere ulteriormente aumentato dalla nebbia che si alza dal mare ed arriva fin li, ma mi chiedo: vale davvero un viaggio nel deserto? Beh, se dovessi mai passare di li mi ci fermo di sicuro.

PPSS. Immagini a iosa in rete. Tra cui questo bel servizio fotografico.

Baciato del Sole

… e non su una spiaggia caraibica. Bensì in Egitto.

Ieri, sempre per la serie arrivo in ritardo (anche se devo confessare che in questo caso ieri avevo visto la notizia ma non ero dell’umore giusto per parlarne), non era un giorno qualunque. Almeno non per il faraone Ramses II. Beh, ok, diciamo almeno per la sua effige.

Nel tempio di Abu Simbel, infatti il 22 Febbraio ed il 22 Ottobre non sono giorni qualunque. Un po’ al confine fra scienza, architettura, astronomia, archeologia, magia e culo, nelle due date accade un fenomeno particolare.

I raggi del Sole (maiuscolo perché sto parlando del Dio Sole, non per sano fanatismo stellare) entrano infatti attraverso la piccola porta del tempio scavato nella roccia e ben difeso dalle quattro enormi statue fino a colpire, nelle profondità del tempio proprio la statua del Faraone.

Ramses.png

Riguardo alle due date ci sono (ovviamente) più interpretazioni: il 22.02 era considerata la data di nascita del Faraone (e quindi l’inizio dell’anno egizio) ed il 22.10 la data della sua incoronazione. Oppure il 22.02 era la data della raccolta ed il 22.10 la data della fine della piena del Nilo. Ad ogni modo di motivi ne avevano di certo…

Nei giorni vicini alle due date magiche, inoltre, vengono illuminate un po’ a turno le altre divinità presenti nel tempio con un’unica, notevole eccezione: Seth, il dio delle tenebre, rimane escluso dalla carrellata di luce. E’ forse questo l’aspetto dell’evento per me più suggestivo.

WU

PS. Non metto link, basta googlare per “Miracolo del Sole” o simili e… magia della rete.

Gerione

Non mi chiedete ne come ne perché. Quando: stanotte. Chi: Gerione.

Una specie di mostro gigantesco con due sole enormi gambe e che dal bacino in su si biforca in tre busti con sei braccia e tre teste. Re dell’isola di Eritea e guardiano, assieme e al pastore Euritrione ed al cane bicefalo Orto, di bellissime giovenche rosse. Muore a mezzo di dardi avvelenati per mano di Eracle, nella sua decima fatica, che gli sottrae anche le pregiate giovenche.

Tre, dal busto in su. Mi è venuto in mente dato che si parla di solito di doppia faccia, personalità duale, gemini bifronte e metafore del genere che paiono lasciar intravedere un solo lato nascosto della natura umana. Probabilmente il mito di Gerione non rende ancora giustizia a tutte le maschere che indossiamo, ma siamo un po’ più vicini alla verità.

E poi non era tre il numero perfetto?

WU

PS. Per amor di cronaca è leggermente diverso il Gerione dantesco: mostro demoniaco dal volto umano, zampe di leone, corpo di serpente e coda di scorpione. Ancora più inquietante, ma non è ciò che avevo in mente.

Già Mauritia

Sempre per questa storia che il concetto, e quindi il numero, di continente è un qualcosa di opinabile, mi sono re-imbattuto in questo scoop (!) che sta rimbalzando agli onori della cronaca.

Pare, e dico pare, che al largo delle Mauritius, oltre un mare fantastico ed una natura incontaminata (che stuzzica quanto meno la fantasia di pigri e squattrinati viaggiatori) si possano anche trovare i resti di un antico continente.

La prova, che suffraga tutti i pare che volete, sta in antichi zirconi che datano qualcosa come 3000000000 anni fa. Li, tra Madagascar ed India (come dire fra Loreto e Turro…), ci sono oggi quelle che un tempo furono le terre di Mauritia; parte della disgregazione di Rodinia (no, non è una supercazzola).

Secondo le stime dei ricercatori il frammento di crosta continentale presente sul fondo dell’oceano si estenderebbe per 4000-4500 chilometri quadrati, con uno spessore medio di 33 chilometri.

… e se lo dice Nature Communications un po’ ci si può credere…

Ovviamente non è che ci siamo messi a studiare zirconi a caso (anche se non me ne sarei poi meravigliato tanto); piuttosto siamo andati a cercare una contro-prova ad una teoria già proposta. Al largo delle Mauritius, infatti, il campo gravitazionale terrestre presenta della anomalie che lasciavano supporre che sul fondale vi fosse uno spessore di crosta terreste ben più denso della media dei fondali oceanici. E quindi, tanto che fantasticare poi ci piace tanto, perché non pensare subito ad un antico continente inabissato?

Mauritia.png

E questa volta, diciamolo piano… esatto!

Le rocce del continente scomparso si devono essere formate già nell’Archeano per poi confluire nel corso di centinaia di milioni di anni – e superando indenni molte traversie geologiche – nel supercontinente Rodinia.

Poi successe che terremoti e vulcani separarono Madagascar ed India condannando Mauritia ad inabissarsi. Il tutto circa 80000000 di anni fa, in quello che è oggi l’oceano Indiano.

Un’altra possibile interpretazione e legittimazione del mito di Atlantide era quello che mi ci voleva.

WU

Il mistero degli Stradivari

Ci sono quelli che come me suonano il citofono e quelli che suonano roba seria. Si, credo ci sia anche una pletora di musicisti in erba che si accontenterebbero di suonare strumenti di ogni livello, ma per il momento dimentichiamocene.

Ciò detto, almeno per nome, direi che lo Stradivari lo conosco. Faccio riferimento al mastro liutaio di Cremona che ha fabbricato fra il 1644 ed il 1737 fior fiore di violini che sono ancora oggi il punto di riferimento per talentuosi artigiani e suonatori.

Ne parlo (oltre che per dare aria alla bocca) anche perché mi è capitato sott’occhio questa notizia. Beh, pare che ancor oggi i violini del maestro celino il segreto del loro suono.

I ricercatori dell’università di Taiwan hanno infatti pubblicato questo studio che riassume una serie di analisi condotte su quattro campioni (fra violini e violoncelli) di Stradivari e li paragona con altri “violini da museo” e pezzi più recenti.

Spettroscopia, risonanza magnetica, diffrazione con luce di sincrotrone, analisi termogravimetrica, calorimetria differenziale a scansione, etc. etc. hanno rivelato che i violini “fatti a mestiere” hanno subito un ridottissimo consumo di cellulosa ad opera del tempo e ciò ha consentito di preservare la struttura cristallina del legno, la sua resistenza meccanica, ed in ultima analisi il suono in maniera impeccabile nonostante gli anni che scorrono implacabili.

In their current state, maples in Stradivari violins have very different chemical properties compared with their modern counterparts, likely due to the combined effects of aging, chemical treatments, and vibrations. These findings may inspire further chemical experimentation with tonewood processing for instrument making in the 21st century.

Ma come è stato possibile preservare tale stato? Viene la parte bella. Le analisi hanno infatti rivelato che il legno degli Stradivari è stato trattato con sostanze conservanti alluminio, calcio, rame, sodio, potassio, zinco e robaccia del genere. Inutile dire che tale/i intruglio/i è tuttora sconosciuto alle attuali generazioni di liutai. Un ottimo punto di partenza per dare quell’aria di mistero alla faccenda che non può fare che bene al fine di continuare (e finanziare) la ricerca.

WU

PS. E’ la classica notizia che non catturerà più la mia attenzione fino al prossimo bit di informazione riguardo al misterioso trattamento. Senza seguire la parte stancante e frustante del lavoro: la ricerca. Peto venia.