Categoria: history

Niata cattle

Un misto fra un bovino ed un bulldog. Dalle fattezze di una mucca con il muso di un cane. Animale che di erto non poteva passare inosservato… e che non ha di certo vissuto solo nel mondo della fantasia.

Siamo nella Pampa Argentina, attorno al 1840 quando Darwin (si, quello che abbiamo tutti almeno sentito nominare) si imbatteva nello strano incrocio. Anzi, nella strana specie!

Il punto era effettivamente questo: eravamo dinnanzi ad uno scherzo della natura in cui un canide ed un bovinide avevano generato “qualcosa” o era una specie a se stante con strane fattezze? Beh (fortunatamente direi), eravamo nel secondo caso.

Our results show that the Niata was a viable variety of cattle and exhibited anatomical differences to known chondrodysplastic forms. In cranial shape and genetic analysis, the Niata occupies an isolated position clearly separated from other cattle. Computational biomechanical model comparison reveals that the shorter face of the Niata resulted in a restricted distribution and lower magnitude of stress during biting. Morphological and genetic data illustrate the acquisition of novelty in the domestication process and confirm the distinct nature of the Niata cattle, validating Darwin’s view that it was a true breed.

La razza Niata era effettivamente un a razza di bovini molto rara… ed oggi estinta. La cosa più strana e triste è che l’estinzione della rara specie non è affatto legato al suo raro aspetto quanto al suo massivo sfruttamento ad opera dell’uomo (… non ve lo aspettavate, eh?!). In un paese dove l’allevamento fattura miliardi non si può perdere tempo con razze che non siano idonee allo sfruttamento intensivo, indipendentemente dal loro aspetto (… ed il risultato è che oggi vi sono pochissime razze di bovini argentini anche partendo da diverse decine).

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Tornando alla particolare conformazione del cow-dog, comunque, benché avesse i tratti del muso decisamente simili a quelli di un bulldog, non soffriva (per loro inutile fortuna) di tutti i problemi di alimentazione e respirazione di cui sono vittima questi cani a causa della loro particolare conformazione del volto e del cranio.

But when the scientists examined Niata skeletons, they found that the cows’ legs were not short relative to their body size. Genetic evidence told the researchers that Niata cows were a “true breed”; their shortened skulls were not the result of disease, but a persistent trait that distinguished them from other breeds. And this trait would be retained in a lineage, even if the cows interbred with other types of cattle, according to the study.

Praticamente nonostante madre natura avesse trovato ingegnose soluzioni ad annosi problemi di conformazione, a nulla è servito dinanzi alla arbitraria selezione delle specie dominante (che non ha certo l’estro e la sensibilità di madre natura).

WU

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l’Angelus e la veglia

C’era una volta un bimbo che guardava, con un misto fra ammirazione e timore un dipinto appeso nel corridoio della sua scuola. Lo guardava tutti i giorni, anzi, lo osservava proprio; non erano sguardi superficiali, era proprio un’osservazione accurata del complesso e dei dettagli di quel dipinto. Ne usciva spesso turbato, ma quasi non poteva farne a meno.

L’immagine di quel dipinto lo accompagnava in classe, a casa e la sera, nel letto, quasi poteva replicare i singoli tratti.

La cosa che lo tormentava di quel quadro era che il ragazzo non era convinto che rappresentasse quello che sembrava. Gli appariva carico di una pesantissima intenzionalità latente, tanto da convincersi che era quasi un modo per nascondere alla luce del sole qualcosa di truce e tremendo. Cos’ calmo e rasserenante in superficie, così ossessivo e tremendo sotto traccia.

Il quadro ritraeva, almeno apparentemente, una fase cruciale della vita agreste: uno dei momenti del riposo. In particolare ritraeva una coppia di contadini che messi da parte gli arnesi del mestiere ed al accompagnati da campane che paiono risuonare da un campanile appena accennato sullo sfondo, annunciano l’Angelus. Questa scena di devozione religiosa li vede semi chini, a testa bassa, all’imbrunire, intendi nella preghiera.

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Ma il quadro non lo convinceva, il bambino sentiva che quei due contadini nascondevano qualcosa, qualcosa di atroce. Sentiva che quel loro gesto poteva voler dire altro. Non gli trasmetteva la calma e la pace che voleva far trasparire.

In realtà maturò dentro se l’idea che il gesto della coppia, a testa china verso il terreno, non fosse il momento dell’Angelus, bensì una veglia. Una veglia funebre sulla bara di un (loro?) bambino. Bara abilmente nascosta dai colori del terreno, ma che al bambino non era necessario vedere per sapere che in realtà era li.

Ci doveva essere, era questa l’interpretazione giusta del quadro. Ed il ragazzo ne rimase convinto tanto da portare avanti la sua interpretazione di quella scena di infanticidio mascherata da Angelus anche crescendo.

Quando crebbe in bambino chiese ed ottenne il permesso di ottenere una scansione ai raggi X del dipinto. Non della copia appesa nella sua scuola, ma proprio dell’originale. Era quello per lui il momento della verità, il momento in cui i suoi incubi infantili potevano finalmente svanire e le sue ossessioni prendere forma (che di solito è il primo passo per sconfiggerle).

Il risultato dell’analisi fu che in mezzo ai due contadini, ad altezza del terreno, coperta con più e più pennellate di colore ed infine dal dipinto di una cesta, sembrava esserci una piccola figura rettangolare.

“Dai! guardate! c’è una piccola bara proprio li in mezzo ai due!” esclamò. Era il momento della vittoria, il momento in cui ritrovare la propria pace interiore. Ed invece no. Il quadro aveva, negli anni, maturato la sua fama ed era ormai per tutti l’Angelus; una scena di intima preghiera, non certo una veglia per un infanticidio. Un piccolo parallelepipedo, benché ambiguo, non era certo sufficiente a scardinarne la personalità.

Ormai il quadro aveva una sua identità molto più forte di quella del bimbo e presto la teoria della bara fu semplicemente etichettata come una delle vivide suggestioni di quel ragazzo. Beffardo destino.

Il quadro è l’Angelus di Millet.

Il ragazzo si chiamava Salvator Dalì.

WU

PS.

Nel giugno 1932 si presenta d’improvviso al mio spirito, senza che alcun ricordo recente né associazione cosciente possa darne un’immediata spiegazione, l’immagine dell’Angelus di Millet. Tale immagine costituisce una rappresentazione visiva nettissima e a colori. È pressoché istantanea e non dà seguito ad altre immagini. Ne sono grandemente impressionato, grandemente turbato, poiché, nonostante che nella mia visione di tale immagine tutto “corrisponda” esattamente alle riproduzioni del quadro da me conosciute, essa “mi appare” nondimeno assolutamente modificata e carica di una tale intenzionalità latente che l”Angelus di Millet diventa “d’improvviso” per me l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita

[S. Dalì, Il tragico mito dell’Angelus di Millet]

De-individualizzazione: The Standford Experiment

Proviamo a ragionare (…o piuttosto dovrei dire sproloquiare) un po’ sul concetto di esistere solo mediante la nostra appartenenza ad un gruppo sociale. Ovvero come ragioneremmo se fossimo solamente considerati come un membro di un gruppo e non anche come individualità singole?

Il terreno è molto pericoloso e le estremizzazioni sono fin troppo facili in questo contesto. Mi sono imbattuto in questo esperimento che forse vale la pena di rispolverare per comprendere i rischi che tutt’oggi si corrono ad aderire al gregge senza cervello(per i complottisti: è in corso una massiccia campagna di deindividualizzazione a mezzo internet e social network che ci vuole tutti automi non pensanti).

1971, Philip Zimbardo, Stanford University: un esperimento carcerario.

Negli scantinati dell’università fu fedelmente riprodotto un ambiente carcerario ed un gruppo di 24 studenti volontari (scelti a caso fra quelli che risposero ad un annuncio sul giornale locale) furono divisi in due gruppi: guardie e detenuti. Gli studenti erano tutti di ceto medio, equilibrati, maturi, grossomodo normali direi.

Ai prigionieri fu fatta indossare una divisa da carcerato e catene, furono numerati e furono inoltre obbligati a seguire una serie di stringenti regole… proprio come se fossero in carcere, insomma. Alle guardie, invece, fu chiesto di indossare divise kaki, occhiali a specchio, fischietto e manganello e non gli furono imposte regole, ma fu data loro ampia discrezionalità sui metodi da utilizzare per mantenere l’ordine “nel penitenziario”.

Sono bastati due giorni prima di assistere alle prime violenze. I primi furono (ovviamente?!) i prigionieri che si strapparono le divise di dosso ed iniziarono ad inveire contro le guardie barricandosi nelle loro celle. Le guardie di tutta risposta iniziarono con umiliazioni e metodi violenti. Si erano a questo punto creati forti rapporti di solidarietà nei due gruppi che avevano creato “il gruppo”, un’entità superiore all’individuo che si muoveva e (s)ragionava autonomamente.

La situazione peggiorò ulteriormente fra tentativi di evasione dei detenuti ed ulteriori umiliazioni corporali e psicologiche inflitte dalle guardie fino al quinto giorno. A questo punto le guardie ormai erano un unico organismo sadico e vessatorio, mentre i prigionieri si erano deindividualizzati e poi disgregati come gruppo, erano ormai allo sbando. Zimbardo ed il suo team dovettero sospendere l’esperimento… con grande piacere dei prigionieri e con grande disappunto dei carcerieri.

La prigione, per entrambi i gruppi era diventata vera. Le regole erano per loro realtà ed i loro comportamenti erano ormai propri di quel mondo. Il tutto in cinque giorni, e praticamente senza accorgersene. La realtà era stata velocemente ridefinita e la “morale” (assieme alla percezione della responsabilità personale) si era adattata di conseguenza; c’era una situazione “critica” ed il gruppo vi rispondeva in una maniera che non era messa in discussione; le azioni del “singolo” erano solo una parte di quelle del gruppo; erano allineate non contava se erano giuste o sbagliate.

In primo luogo l’abbigliamento, poi il posto ed in generale tutto il contesto avevano posto gli studenti in una situazione di forte deindividualizzazione. Ovvero gli studenti non avevano più nome, erano solo parte di un gruppo. E come conseguenza era stata sopita la loro coscienza, consapevolezza e senso di responsabilità; come dire: è il gruppo che fa questo, non certo io!

D’accordo che quella della prigionia è un’esperienza molto più forte di quelle che possiamo vivere quotidianamente e che il senso del gruppo in questi contesti ha una forza molto maggiore di quello della combriccola-del-sabato-sera, ma il rischio della deindividualizzazione rimane e l’incoscienza del singolo delle azioni del gruppo è un dato di fatto della psicologia sociale umana.

Nel processo di deindividualizzazione si perde la percezione delle conseguenze delle proprie azioni; ecco il rischio più grande che stiamo ancora oggi correndo, tutti.

WU

PS. Trasposizioni a recenti e meno recenti fatti di cronaca fin troppo facili.

La cassaforte invalicabile per la formula segreta

Altro che Fort Knox. Uno dei posti più segreti e protetti d’America si trova all’interno di una azienda che conosciamo, per forza, tutti. E tale posto, va da se, custodisce uno dei segreti più segreti dell’intera nazione e (forse) di tutto il mondo. No, non è la Dichiarazione d’Indipendenza.

E’ una di quelle cose che, volenti o nolenti si imparano a conoscere fin da piccoli. Non ne sono un grande estimatore, ma non posso non conoscerla (e neanche dire di non averla mai assaggiata).

Sto parlando della Coca-cola; forse il segreto industriale meglio custodito della storia (sicuramente quello più pubblicizzato, il che aggiunge pubblicità a pubblicità).

Sappiamo tutti (assumo) che la formula è super segreta da sempre… ed è ancora gelosamente custodita in un posto che trasuda Mission Impossible da tutte le parti. 125 anni di storia custoditi su un pezzetto di carta dietro spesse pareti di cemento armato, pesanti porte blindate e omoni armati alla porta.

Siamo ad Atlanta, nel Word of Coca-Cola (…e già il nome…), di fronte ad una giga-cassaforte costruita per lo scopo. Alta circa 2 metri, rivestita di acciaio e con una singola porta che può essere aperta solo da uno scanner di impronte digitali (…); praticamente come avere in mano le chiavi del paradiso (sicuramente di quello economico).

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Era l’otto maggio 1886 quando il dottor John Stith Pemberton inventò la Coca-Cola. Doveva essere un qualche rimedio per il mal di testa e per la stanchezza (… e doveva anche chiamarsi “Pemberton’s French Wine Coca” essendo una sua variante personale del “vino di coca” in cui la parte alcolica era sostituita dall’estratto di noci di Cola…).

Dalla sua invenzione la formula non fu mai messa per iscritto se non in caso di estrema necessità. Correva l’anno 1919 quando Ernest Woodruff rilevò l’azienda da Asa Candle, unico proprietario della piccola azienda dal 1891 (che a sua volta la acquistò per ben 2300 dollari da Pemberton, sommerso dai debiti). Per finanziare l’acquisto Woodruff dovette chiedere un prestito e per ottenerlo (dato che la storia ci dimostra che alcune cose rimangono uguali nei secoli dei secoli) dovette fornire una garanzia: la formula della Coca-Cola.

In quella occasione Woodruff chiese al figlio di Candler di mettere la formula per la prima volta (pare, si dice, come è giusto che sia in questa aurea di mistero… chissà perché non c’è un film di Indiana Jones a riguardo…) per iscritto. Il documento venne quindi custodito nel caveau della Guaranty Bank di New York fino all’estinzione del mutuo. Correva l’anno 1925 quando la formula segreta fu riscattata da Woodruff che la portò ad Atlanta. Prima nel caveau della SunTrust Bank e poi, nel 2011 (evidentemente quando la cassaforte super sicura costruita all’uopo era pronta), nel Word of Coca-Cola dove giace ancor oggi.

Si è anche vociferato di averla “scoperta“, anche più di una volta. L’episodio in cui siamo andati più vicini è forse quando si è pubblicata una foto di un taccuino di Pemberton:

Secondo quanto si legge nel taccuino fotografato sul quotidiano di Atlanta, la formula originale della Coca Cola sarebbe questa:
– estratto fluido di coca e noci di cola (4once);
– acido citrico (3 once);
– citrato di caffeina (1 oncia);
– zucchero (30 libbre),
– acqua (due galloni e mezzo, un gallone corrisponde a 4,546 litri);
– succo di lime (un quarto);
– vaniglia (1 oncia);
– caramello (quanto basta);
– aromi, cioè il famoso 7X (2 once e mezza). Secondo il taccuino questa miscela sarebbe composta da alcool (8 once), olio di arancia (20 gocce), olio di limone (30 gocce), olio di noce moscata (10 gocce), coriandolo (5 gocce), olio di arancio amaro (10 gocce), cannella (10 gocce).

Una nota: il 7X è davvero un estratto della foglie di coca, private di tutte le tossine varie che si produce direttamente in America e che si vende ad una sola azienda…

Ovviamente e giustamente il mistero rimane anche se va sottolineato che sicuramente parte degli ingredienti base della bevanda non ci sono più. Il fluido di pianta di coca è stato eliminato nel 1900 e l’estratto di noci di cola è stato sostituito con la più economica caffeina purificata. Chissà cosa c’è scritto su quel pezzo di carta in quella cassaforte…

Lasciamo poi perdere che (come gran parte, solo per non dire tutte, delle cose americane) è stato trasformato in una specie di parco giochi, per amore del business… Ci possiamo (virtualmente) avvicinare (tanto per sentirne il profumo nell’aria) come non mai… separati solo dalla invalicabile cassaforte. D’altra parte quale modo migliore per mettere al sicuro qualcosa se non esporta alla mercè di tutti?

Then you can test how well you protect the secret through an immersive full body interactive experience that leads you through three virtual environments—the Triangle Room, Secure Train Car and Bank Vault—all locations where the secret formula has been kept. You can also participate in group game play as you trigger animations and watch these environments magically change and come to life. Challenge your friends and family to see how well you protect the secret.

Il vero grande segreto americano (altro che l’omicidio di JFK…)

WU

Pyramiden: città fantasma 79° parallelo

A nord, ma tanto a nord. Nelle Svalbard esiste(va) un posto. Un posto che ha una storia, un posto che testimonia il nostro passaggio, un posto che ha oggi il sapore del tempo.

Pyramiden (il cui nome deriva da una montagna di forma vagamente piramidale che sovrasta l’area) è un insediamento fondato da minatori svedesi nel 1910. Il passaggio di mano ad una compagnia mineraria russa avvenne nel 1927 e da li, di passaggio in passaggio (neanche fosse un’utilitaria) l’insediamento è passato ad altre compagnie russe fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1998.

Al suo apice, fra gli anni ’60 ed ’80, l’insediamento arrivò ad ospitare fino a 1000 persone ed era dotato di tutti i comfort: piscina riscaldata, stalla, palestre, biblioteche, cinema, teatro e bla bla bla.

Ma c’è di più; il luogo, pur essendo in territorio norvegese, era un emblema della Russia (ed ancor prima dell’URSS) stessa, ma qui vi si poteva accedere senza necessità di particolari procedure e visti. Era praticamente un assaggio di Russia liberamente visitabile (a patto di andar lassù, a due passi dal polo nord…) e doveva quindi dare l’impressione della potenza della madre patria; motivo per cui fu dotato di ogni comfort (inclusa a buon diritto una sede del KGB ed il busto di Lenin più a nord del mondo).

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E sullo “sfondo” del posto c’era il vero motivo per cui la gente si trovava a vivere in un luogo così remoto. Il carbone. Circa 9 milioni prodotti fra il 1995 ed il 1998 e circa 6 milioni necessari al sostentamento della stessa Pyramiden durante il suo periodo di operatività. Ma come tutte le cose (ed a maggior ragione le risorse fossili) anche il carbone era destinato ad esaurirsi e quando l’estrazione mineraria divenne troppo impegnativa e poco remunerativa i giacimenti furono abbandonati e con essi la città.

Ma, a parte furti ed atti vandalici, il clima molto rigido, l’umidità bassa e la poca frequentazione umana stanno mantenendo questo posto come una specie di capsula del tempo che potrebbe tranquillamente sopravviverci.

Arriviamo ai giorni nostri. La storia di Pyremiden non è affatto finita. Dal 2011 la Russia ha visto in questo posto il business del turismo (ehmmm, poche strade parallele e perpendicolari ed edifici stile siberiano, tanto per intenderci). Attualmente l’insediamento è ambientato da 6 persone in pianta stabile (e vorrei sapere come si trovano a vivere solitari in questo ambiente spettrale…) e sono in fase di recupero alcune strutture della città, compreso un albergo, una caffetteria ed un piccolo museo.

Insomma, finito il periodo dello sfruttamento minerario sottoponiamo il posto allo sfruttamento turistico (anche se non lo definirei proprio un turismo di massa, vedo comunque che in rete è pieno di siti che consigliano come viaggiare da queste parti) … in fondo sensato, considerando che siamo già li a rompere le balllls.

Abbandonato ed inospitale: intrigante .

WU

PS. Ed ovviamente:

La Guerra fredda in questo luogo non esisteva. [Cit.]

Borghild: che bambola!

Un’altra di quelle storie (tipo questa’altra) che meritano per lo meno di essere raccontate.

Seconda guerra mondiale, soldati nazisti al fronte francese; militari devoti al Reich (bah, qui qualche dubbio sul concetto di devozione)… ma pur sempre uomini. E come tali, complice anche la prolungata distanza da casa e dall’amata, l’ambiente “mascolino” da caserma, il testosterone galoppante durante le sessioni di guerra, diciamo che le naturali pulsioni umane trovavano una ambiente legittimo e naturale per chiedere a gran voce il loro espletamento.

La cosa non era, ovviamente, indifferente al capo supremo. Il Fhuler, infatti, sapeva benissimo dei costumi dei suoi uomini al fronte, ma la sua preoccupazione non era di natura morale, bensì di natura “genetica” (e qui sogghigni a manetta).

Hitler, praticamente, non sopportava (nella sua mente, a quanto si dice) che i suoi ariani soldati, durante l’occupazione francese sporcassero la razza, inquinassero il loro puro e superiore sangue con le prostitute dei bordelli francesi.

Il pericolo più grande a Parigi lo costituiscono le prostitute selvagge, che esercitano la loro oscura arte sulla strada e nei Café, Ristoranti, Bar e luoghi di piacere. È nostro compito facilitare ai soldati l’eliminazione degli impulsi.

Inammissibile, la situazione andava sanata!

Allora, pensa che ti ripensa, finalmente un’alba del 1941 ecco la grande trovata del capo delle SS Himmler: Borghild! Pelle chiara, occhi azzurri, capelli biondi, seni grandi, 1,76 di altezza, gonfiabile e sempre disponibile. Praticamente una donna ariana modello in formato sex toys.

Non c’è dubbio, l’oggetto e lo scopo della bambola è la regolazione degli impulsi del soldato. I nostri soldati devono combattere e non girovagare o far visita a persone femminili estranee al popolo.
Ma nessun vero uomo preferirà una bambola a una vera donna se i seguenti criteri non sono garantiti:
1. la carne sintetica non dovrebbe distinguersi troppo dalla vera carne;
2. la mobilità delle bambole dovrebbe essere conforme alla gamma di movimento degli arti reali;
3. “l’organo” della bambola dovrebbe essere assolutamente a sensibilità reale.

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Le bambole dovevano essere messe a disposizione delle truppe e seguire i soldati fedelmente custodite dentro cabine trasportabili e disinfettabili, proteggendo i soldati dissuadendoli dal far visita a “focolai di infezioni”.

Tuttavia quei maledetti alleati (cattivoni) nella foga della distruzione degli asset militari tedeschi bombardano anche la fabbrica di Dresda incaricata della produzione delle bambole. Fine della brevissima storia della bella Borghild ed affari assicurati (come in effetti furono) per i bordelli francesi.

WU

PS. Se sia vero o meno (storicamente parlando; la rete è piena di link più o meno seri… motivo per cui non ne metto neanche uno) non lo so, ma una storia a cui mi piace credere.

Furono pianificati tre tipi di bambola di dimensioni diverse: tipo A: 168; tipo B: 176; tipo C: 182 cm.
Per il momento doveva essere preparata solo una forma di bronzo (tipo B).
C’era disaccordo riguardo il seno. Le SS lo volevano pieno e tondo, ma il dottor Hannussen insistì su una “forma cinorroide e maneggevole ” e la fece accettare.
La prima bambola Borghild fu completata nel settembre del 1941.
Essa corrispondeva esattamente al “tipo nordico”.
Il nostro taglio di capelli aveva praticamente previsto un taglio con trecce a chiocciolina, ma il dottor Hannussen era contrario a esso. Lui era del parere che il taglio di capelli corto doveva sottolineare che la Borghild era parte essenziale delle truppe combattenti “una puttana da campo” e non una madre onorabile.
La presentazione della Borghild a Berlino fu un successo. Anche il Reichsführer delle SS Heinrich Himmler fu presente. E il dottor Chargesheimer.
Durante l’esaminazione delle aperture artificiali da parte dei signori presenti Franz Tschakert era molto nervoso.
Himmler fu così eccitato che ordinò 50 pezzi in incarico.
Si parlò di impostare uno specifico impianto di produzione, dal momento che i laboratori del Museo d’Igiene furono ritenuti insufficienti per un progetto del genere.
Considerati gli sviluppi sul fronte orientale, lo stanziamento fu ridotto già una settimana più tardi e il progetto Borghild, fondato all’inizio del 1942 poco dopo Stalingrado, fu messo da parte. Tutti i documenti di costruzione vennero raccolti e inviati all’Istituto d’Igiene SS.
Lo stampo di bronzo per la produzione in serie della bambola non venne mai costruito.
Riguardo all’ubicazione della bambola non so nulla. Suppongo che sia stata trasferita “come tutti gli altri calchi in gesso e studi” a Berlino.
Nel caso in cui, tuttavia, fosse stata custodita nel museo, è probabile che sia stata distrutta dai bombardamenti alleati a febbraio 1945.

Esperimento di Milgram

Mi capita spesso di pensare che i giorni di festa siano ottimi banchi di prova per esperimenti sociali, più o meno involontari. Sapete quando si riuniscono attorno ad un tavolo (e già, perché se non ci fosse il cibo non sapremmo come festeggiare, o quale scusa usare per incontrarci…) più persone del normale molte delle quali si incontrano ciclicamente praticamente solo in queste occasioni? Avete mai fatto caso ai temi di discussione, agli sguardi, la disposizione attorno al tavolo, ai ruoli che si delineano, e cose del genere?

Ovviamente, non potendo collegare elettrodi ai presenti, mi sono limitato a fantasticare su come si declinasse l’esperimento di Milgram ad una di queste occasioni. Allora, funziona così: vi sono tre soggetti, uno sperimentatore, un collaboratore-complice ed una cavia. Lo sperimentatore svolge effettivamente il ruolo del ricercatore, il soggetto “da analizzare” il ruolo dell’insegnante ed il complice (che il soggetto non sa essere in combutta con il ricercatore) quello dell’allievo.

L’insegnate, ignaro, è posto davanti ad un quadro che genera corrente elettrica e che con degli elettrodi impartisce una scossa all’allievo. Il quadro si compone di diverse levette: da tensioni leggere a molto molto forti (da 15 a 450 V). Per convincere il soggetto della veridicità dell’esperimento gli viene fatta provare una delle scosse medio-basse, ma in realtà all’allievo non viene impartita alcuna tensione.

Il ricercatore ordina all’insegnante di impartire scosse crescenti all’allievo e l’esperimento si propone di misurare quando il soggetto esaminato decide (se decide) di fermarsi, andando quindi contro alle direttive del ricercatore (che in questo contesto è percepito come l’autorità) per seguire i suoi principi morali.

In realtà viene chiesto di impartire le scosse come punizione per risposte errate che l’allievo può/finge di dare. L’insegnante deve infatti leggere all’allievo coppie di parole che questo dovrebbe memorizzare; successivamente l’insegnate ripete la seconda parola di ogni coppia accompagnata da quattro alternative per la prima parola che l’allievo dovrebbe ricordare. Se l’allievo sbaglia all’insegnante è chiesto di punirlo con scosse di tensione via via crescente… attorno ai 350V l’allievo finge di svenire non emettendo più alcun gemito (finora, invece, atroci lamenti avrebbero dovuto accompagnare ogni fanta-scossa), ma … l’esperimento deve continuare ed il ricercatore, di tutta risposta, ha il ruolo di continuare ad incitare l’insegnante.

Per farla breve: la maggior parte dei soggetti sottoposti a questo esperimento decide di continuare, praticamente obbedisce allo sperimentatore violando i propri principi morali. E la cosa è tanto più vera quanto minore è la distanza fra insegnante ed allievo. Se l’insegnate non può ne vedere se sentire l’allievo la percentuale di “ubbidienza” arriva al 65%, se lo può ascoltare ma non vedere gli ubbidienti arrivano al 62.5% (cambia poco…), se lo può vedere ed ascoltare, invece, un po’ di valori morali vengono a galla con una percentuale di ubbidienti che si ferma al 40% ed infine se per infliggere la scossa-punizione l’insegnate deve prendere la mano dell’allievo e premerla su una piastra di fanta-tensione allora ci fermiamo al 30%.

Sono comunque numeri abbastanza alti, se consideriamo che il soggetto si sente praticamente privato del suo libero arbitrio solo perché qualcuno gli ha detto che c’è un esperimento in corso. Tecnicamente si parla di uno stato eteronomico indotto da una figura percepita come autoritaria che praticamente induce il soggetto a diventare uno strumento di azione non pensante.

Ci sono almeno tre fattori che entrano in gioco nel generare tale stato eteronomico: la percezione di una data autorità come legittima, l’aderenza al sistema di autorità imposto, le pressioni sociali che si riceverebbero disobbedendo.

L’esperimento fu ideato da Stanley Milgram nel 1961 cercando di dimostrare che Adolf Eichmann ed i suoi uomini stessero “soltanto” eseguendo degli ordini durante lo sterminio degli ebrei nella Germania nazista e fossero in qualche modo stati privati del loro libero arbitrio.

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Ad ogni modo, tornando a contesti più prosaici, mi immagino spesso un esperimento del genere in cui, senza collaboratori e con vere scosse, ciascun commensale dovesse chiedere agli altri partecipanti di uno di questi banchetti che pensa di questo o di quello, che considerazione ha di tizio e di caio o se avesse preferito fare altro. La scossa da darsi semplicemente a seguito di personale valutazione circa l’approvazione della risposta. Praticamente qualcosa come “uhm, hai detto che mia suocera è antipatica (tanto per cavalcare uno stereotipo)? Forse sono d’accordo, ti grazio.”. “Che ne pensi del mio trisavoro?”,”non lo conosci neanche?!”,”Peccato mortale! 200V per te!”.

Una specie di macchina della verità in cui però mi immagino che sia l’uomo a misurarsi con i suoi simili evitando completamente alcuna figura autoritaria. Sono certo del caos più completo (ma forse a lungo andare pur di non subire tremende ritorsioni riscopriremmo la menzogna).

La banalità del male.

WU