Categoria: geografia

Paese monnezza

Avevo già blaterato a proposito della fantomatica isola di plastica e vedo che la storia continua. Sempre a nord del pacifico, sempre con superfici stimate di più di 700 km2, sempre un incubo che naviga, il Pacific Trash Vortex è nuovamente alle ribalte della cronaca.

in total eight million tonnes a year or a rubbish truck full of plastic every minute. There is now so much of it, an area the size of France has formed in the Pacific Ocean.

Gyro di correnti e venti che spostano tonnellate e tonnellate di plastica creando ammassi letali per la natura e tristi per chi li ha causati. Si tratta di regioni ad altissima densità di residui principalmente plastici, ma non di un vero e proprio nuovo continente. L’acqua circola velocemente all’esterno dei vortici e lentamente al loro interno consentendo l’accumulo di materiale galleggiante.

E dato che da cosa nasce cosa anche la natura si adegua: le alghe iniziano a fare da collante, gli animali si cibano di plastica con buona pace della catena alimentare e del benessere del pianeta.

Ed anche la mente dell’uomo di adegua di conseguenza. Se c’è un nuovo “pezzo di terra” allora deve essere di qualcuno e deve avere una qualche connotazione socio-politica. E poi, in fin dei conti, ci piace essere dei contestatori e provocatori.

La provocazione (Change.org docet) in questione è del Plastic Oceans Foundation che definisce come articolo 1 della carta dei diritti e doveri degli Stati:

per definire un territorio, formare un governo, interagire con altri Stati e avere una popolazione permanente. L’esistenza politica di uno Stato “non dipende dal riconoscimento altrui”.

E già qui non sono propriamente d’accordo (oppure domattina volte che dichiaro casa mia uno stato?). Ad ogni modo, partendo da questo assunto la fanta isola plasticosa avrebbe tutti gli estremi per essere definita uno stato e, paradossalmente, godere anche di una sorta di protezione ambientale come tutti gli altri stati!

So che vi state soffermando su “popolazione permanente”, ebbene si Al Gore (si, l’ex vice-presidente USA, ambientalista e Nobel per la pace nel 2007) è il primo cittadino onorario dell’isola. Il passo poi ad avere bandiera e passaporto è brevissimo…

AlGorePassport.png

Mossa politica di grande impatto che pone il mondo davanti alla questione: abbiamo il 196 stato fatto di plastica o no?

WU

PS. Assumo facilmente cittadino onorario, ma vogliamo vedere il domicilio!

 

 

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Consonno

La premessa è che queste cose non succedono solo in Italia. La costatazione è che alla fine dei conti, che si parli di uomini, luoghi o cose, ciò che tira un po’ tutte le file sono gli interessi economici. L’assurdità è che spesso i sogni sono fatti più per far sognare gli altri che perché ci si creda veramente. La storia è quella di Consonno.

Provincia di Lecco, anno 1962 quando Mario Bagno (“Grande Ufficiale Mario Bagno – Conte di Valle dell’Olmo”, sti ca##**#), un imprenditore immobiliare, si decise a compare l’immobiliare Consonno Brianza. E fin qui nulla di strano. Se non che l’immobiliare in questione possedeva tutte (!) le abitazioni di Consonno.

Con il cambio di proprietà ed i “sogni” dell’imprenditore tutte le abitazioni del borgo furono distrutte (in genere la demolizione è la parte più facile) per far posto alla città dei balocchi.

Nella mente dell’imprenditore c’era infatti il progetto di un mega-iper-centro commerciale, non a caso subito definito (sulla carta prima che nei fatti) la Las Vegas della Brianza (che fantasia…). Facile da raggiungere, vicino Milano, tanto spazio a disposizione ed in mano il 100% delle proprietà immobiliari. Tutto poteva andare liscio (… e come no…).

Nel progetto, integrati con il centro commerciale vi erano campetti, parchi zoologici, minigolf, un circuito automobilistico, divertimenti ed attrazioni a pioggia; con una abbondante accozzaglia di reperti e testimonianze che volevano richiamare un po’tutti i luoghi del mondo e della storia…

Il tutto, abbastanza ovviamente, non avvenne. La colpa “formale” è di qualche frana che rese difficoltosa la principale via d’accesso al borgo. La fine dei fondi dell’imprenditore (o, meglio, il loro indirizzamento verso nuovi balocchi) completarono il declino dell’idea.

consonno.png

Oggi la zona è una specie di paese fantasma, monumento all’oblio ed all’incompiuto (una Sacra Famiglia post-industriale ardirei), in balia delle forze della natura e dell’uomo.

Quel po’ ancora in sesto della struttura, infatti, subì un grave danno a seguito del Summer Alliance rave party organizzato nel 2007 proprio nelle strutture di Consonno (non sono contro i rave, ma se gli “ospiti” dell’evento avessero evitato di mettere lo stabile in ulteriore stato di decadimento avrebbero avuto un posto dove tornare… di certo poco interessati alla cosa data l’abbondanza di capannoni industriali in abbandono…). Ma ad ogni modo che siano rave o amministrazioni disinteressate le cose non sono di certo destinate a migliorare.

La cosa più triste, IMHO, è che mi pare il classico monito che nessuno guarderà mai.

WU

Si, ma quant’è alto?

… e la cosa che mi stuzzica di più è che stiamo parlando di qualcosa che è sostanzialmente noto per la sua altezza…

Le misurazioni ufficiali (e Google) sostengono 8.848 m sul livello del mare per la vetta più alta del mondo. Ma le cosa sono (potrebbero) esser cambiate, anche e soprattutto a causa delle forti scosse di terremoto del Maggio 2015 (se non ve le ricordate sono quelle che hanno fatto qualcosa come 8000 vittime in Nepal, ma dato che stiamo parlando di qualcosa sufficientemente lontano da noi ci sta benissimo che il nostro cordoglio abbia avuto un veloce decorso… come natura, ahimè, vuole). Si erosione costante, il subcontinente indiano che preme verso la Cina, e piccoli assestamenti potrebbero aver contribuito, ma a seguito delle scosse di cui sopra si stima (per il momento mediante misurazioni satellitari) che la zona della vetta, a monte della faglia, si sia abbassata di circa 1 metro.

Quindi: altezza stimata Everest 8.847 m. Ma tocca rimisurarlo (e non è proprio come prendere la rullina).

EverestComparison.png

E poi ci si mettono gli aspetti politici. Il monte in questione ha un versante nepalese ed uno cinese. La spedizione del 1954 (l’ultima ufficiale) era di matrice indiana (Survey of India) e la Cina sostiene da decenni che la cima dell’Everest sia “solo” 8.844 m , quindi 4 metri in meno del valore ufficiale. Il Nepal, d’altro canto, vuole dimostrare anche di avere la capacità e la forza di organizzare una spedizione ufficiale a tali quote (cosa non banalissima, con mesi di preparazione e due finestre l’anno “sicure” per avventurarsi in cima).

Ed inoltre, quando siamo su ed iniziamo le misurazioni, lo strato di ghiaccio sotto i nostri piedi e da considerarsi o meno? Beh, allora l’altezza dipenderebbe dal luogo esatto della misurazione, dalla stagione ed anche dall’annata!

Diciamo che il numero preciso potrebbe arrivare, dubito che le controversie a riguardo si potranno placare e comunque la fama della montagna è più che altro legato al suo fascino (ad a tutti i suoi tragici morti); non è un caso che sia chiamata dai tibetani “santa madre dell’universo”.

WU

PS. E le cose si possono ulteriormente complicare. Se misuriamo il tutto dal livello del mare, è questione di metri, ma il primato dell’Everst è ancora ben saldo (in attesa dei futuri sconvolgimenti tellurici), ma se iniziamo a misurare dal centro della Terra?
Beh, il nostro pianeta assomigli ad una sfera, ma non è perfettamente rotondo. Il che pone alcune zone più vicine al centro di altre. L’Equador, in particolare, è significativamente più lontano dal centro della terra del Nepal.
Il che vuol dire che un bel montagnone equadoregno potrebbe essere, dal centro della terra, addirittura più alto dell’Everest. E si da il caso che il monte Chimborazo, montagna a sud di Quinto, misura “solo” 6.248 metri sul livello del mare.

Quindi, il punto più lontano dal centro della Terra è la vetta del monte Chimborazo, 6.384 metri. Everest secondo classificato, con 2 km in meno, 6.382 metri.

Dal fondo dell’oceano, invece, la cosa è ancora diversa ed il primato va al Mauna Kea che misura (pare) ben 10.200 m dal fondale marino…

L’albero penta millenario

Per sua natura un albero non vive (…a meno di “delicati” interventi umani) settimane, ne mesi, ne qualche anno. Se questo sia un bene o un male non sono in grado di dirlo e comunque non è affar mio. Non ho mai sentito, se posso essere sincero e leggermente prolisso, “augurio” peggiore di “per cento anni” rivolto ad un essere umano. L’equivalente alberesco sarebbe? “Per un migliaio di anni”?

Ad ogni modo, è stato recentemente scoperto un esemplare californiano di Pinus Longaeva (e già il nome tradisce una certa propensione…) che vanta la bellezza di ben 5067 anni!

5067! L’albero singolo più vecchio al mondo (si, esiste un esemplare di abete rosso svedese di ben 9550 anni, ma è uno sporco clone).

Ha visto praticamente tutto ciò che è successo da prima delle piramidi egizie ad oggi. E direi che è molto fortunato, lui e noi, a non poter parlare e non potersi muovere.

Per motivi di sicurezza (come siamo ridotti…) l’effettiva location del pino millenario è tenuta ben segreta. Si sa solo che si trova in California, oltre i 3000 m, da qualche parte sulle White Mountains, con le radici piantate in una terra dura ed arida e a debita distanza dai suoi simili (scaltrissimo adattamento evolutivo che garantisce una resistenza agli incendi quasi innaturale).

PinusLongaeva.png

Ovviamente non il posto migliore per nascere, ma in virtù di “ciò che non ammazza fortifica” sono state probabilmente proprio le avverse condizioni naturali a far si che il pino abbia dovuto adattarsi (è praticamente un tronco con pochi ramoscelli e pochissime foglie) e tirar fuori i denti per sopravvivere così a lungo.

WU

PS. Ad onor di cronaca va detto che i suoi fratelli più giovani, diciamo di qualche centinaio di anni, sono anch’essi americani.

Di Pinus Longaeva plurimillenari in america ve ne sono almeno 3 (ovvero Matusalemme, il fu Prometeo ed il vecchietto in questione). Gli altri si nascondono molto meglio…

Salar de Uyuni

A me da l’idea di un personaggio di un romanzo di Salgari. Invece potrebbe esserne l’ambientazione. Stiamo parlando di più di 10000 km2 (grossomodo come tutto l’Abruzzo) di … sale. La più grande distesa salata del globo. Sale, sale ed ancora sale a più di 3600 m di quota in Bolivia.

L’origine? Abbastanza intuitivamente (ah ah ah) un enorme lago preistorico prosciugatosi che ha lasciato due attuali laghi salati oltre che il gigantesco letto salato. Un posto del genere ha due grandi impatti sul genere umano: pratico e poetico.

Per il primo ho ovviamente in mente il fatto che dalla distesa si estraggono più o meno 25000 tonnellate di sale all’anno (e la stima è che la distesa ne contenga 10 000 000 000!), oltre al fatto che il posto contiene un terzo di tutte le riserve di litio mondiale (oltre che altra robaccia per noi utilissima tipo boro e magnesio).

Per l’aspetto poetico, invece, non possiamo far finta di non vedere la suggestività del posto. Il cielo e la terra si confondono perfettamente divisi soltanto dalla sottile linea dell’orizzonte. L’infinito pare quasi materializzarsi.

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Meta turistica neanche a dirlo. Circondato da riserve naturali e rari habitat di accoppiamento, banale. Sede di ritrovamento di mummie ed insediamenti di ominidi, quasi ovvio. Geyser e vulcani quiescenti nella zona non potevano mancare.

Un posto decisamente fervido per le pratiche umane. Da millenni, a 360 gradi. Nonostante decisamente ostile per la nostra specie, the place to be.

WU

Bio-server eco-sostenibili

Ora ci troviamo ai confini del circolo polare artico. Luleå, Svezia. Oltre foreste di conifere e qualche IKEA in giro si annoverano meno di 45000 abitanti. Penisola affacciata sul Golfo di Botnia. Ma c’è l’aeroporto. Operativo anche in invero (quello vero) grazie ad un sistema di rompighiaccio.

Voi che fareste qui? Passeggiate nella natura? Campagne fotografiche per aurore boreali? Una segheria? Vi nascondereste dal mondo? Oppure aprireste un data center?

Un enorme ed anonimo capannone grigio-bianco di 27000 m2 che si nasconde fra conifere e betulle in the middle of nowhere è il primo data center di Facebook fuori dagli stati uniti.

Affascinante pensare, oltre la particolare location, anche il fatto che tutti i nostri/vostri dati personali che mettiamo a disposizione per milioni di persone risiedono fisicamente in strutture tipo questa. Sembrerebbe strano, ma li potremmo anche toccare (no, non come qui…).

Ad ogni modo il quartier generale della nostra privacy non ha bisogno di finestre, non ha bisogno di bagni (anche se assumo qualcuno ci sia), ma ha bisogno di tanta sorveglianza e tanta energia. Corridoi e corridoi di server continuamente raffreddati (altra cosa che ha determinato la scelta del posto), con tante lucine blu, con così tanti HD (in minima parte SSD) da far posto a quasi tutto lo scibile mondiale.

E (pare, dicono, non potrebbero dire altrimenti) che la privacy degli utenti venga tutelata anche per gli HD a fine vita che vengono letteralmente centrifugati e maciullati direttamente in loco onde evitare di lasciare scomode tracce in giro (come se distruggere un HD cancellasse il nostro modo di essere e le tracce lasciate in giro per la rete e/o la nostra predisposizione a farlo).

FBlulea.png

La posizione, oltre che per il bel freschetto (da -20 a +20 gradi, praticamente un condizionatore naturale), è stata anche scelta per via dell’ingente disponibilità di energia pulita. Di energia ai vari server ne serve a palate e le varie centrali idroelettriche della zona ne offrono a costi ridotti e ad impatto ambientale sostenibile.

What happens to the warm air that comes out of the back of Facebook’s servers? It rises into a plenum above the data hall, and then into this chamber at the end of the “penthouse” level, where it will typically be vented to the outside through the row of fans at left. On cold days, the exhaust heat can be recirculated and mixed with outside air to adjust its temperature before entering the data hall.

Concedetemi un po’ di esagerazione definendolo un esempio di bio-ingegneria; come se il capannone stesso respirasse ed, ingenerale, interagisse con l’ambiente circostante.

Ok, ok diciamo che le condizioni teoriche per una istallazione del genere c’erano tutte, ma due punti attraggono la mia attenzione:

  • “Per fortuna già a Luleå erano presenti connessioni in fibra ottica, perché la Svezia aveva investito molto nel web veloce. E infatti ci siamo limitati a collegare il data center alle più vicine centraline”
  • Facebook si è inserita nella regione con un regime di tassazione agevolata del 50%.

Beh, diciamo che o ci vuole molta fortuna o molta lungimiranza oppure una certa coerenza di scelte/investimenti sul lungo termine per attrarre investimenti…

WU

PS. Ve ne sono altri due under costruction in Europa a Clonee (Irlanda) e ad Odense (Danimarca). E’ facile immaginare che i ragionamenti sottesi siano molto simili.

Century Camp

Facciamo un po’ di complottismo. Ma poi neanche più di tanto; dato il periodo storico in cui viviamo le notizie che seguono non mi sorprendono più di tanto… almeno finché non si inizia a parlare di alieni.

Correva l’anno 1959, piana Guerra Fredda, e mentre gli URSS avevano Cuba per poter lanciare missili balistici nucleari sul territorio americano, gli Americani non avevano nulla. E come sappiamo la cosa non va assolutamente a genio ai nostri compari d’oltreoceano.

Allora c’era la Groenlandia, sufficientemente vicina al territorio russo e sufficientemente deserta da non destare troppe domande. Il fatto che non era territorio americano poteva essere un problema secondario.

2000 m sul livello del mare, nel nord ovest dell’isola, gli USA si decisero ad istallare la loro nuovissima e segretissima base militare con lo scopo ufficiale di

to test various construction techniques under Arctic conditions, explore practical problems with a semi-mobile nuclear reactor, as well as supporting scientific experiments on the icecap.

Il risultato? 3 km di tunnel sotto il ghiaccio, 200 “abitanti” (in realtà il termine è molot appropriato dato che nella base c’erano anche ospedali, negozi, teatri, etc. etc.). Ed ovviamente un reattore nucleare.

Testate nucleari, pare, mai. Il motivo fu che dopo un paio d’anni di ricerche gli americani si accorsero che il movimento del ghiaccio era molto più veloce di quanto si aspettassero ed i tunnel della base erano a rischi crollo. Il progetto terminò nel 1966 con l’evacuazione degli abitanti e la rimozione del generatore nucleare.

CenturyCamp.png

E questa è la storia. Ma la storia continua anche senza l’uomo ad abitare quei tunnel. Nel 1966 la base era coperta da 35 m di ghiaccio e tutti (gli Americani) erano confidenti (o si fecero convincere in virtù di motivazioni economiche che posso facilmente immaginare) che il ghiaccio avrebbe sepolto e nascosto tutto ciò che rimaneva della base. E ciò include, a parte il segreto militare, anche le scorie radioattive, gasolio, acque di scarico ed amenità varie. Beh, c’è da dire che “riscaldamento globale” non era neanche un termine sensato alla fine degli anni ’60.

Bene, oggi i metri di ghiaccio che celano il tutto si sono ridotti da 35 ad 8 e se il trend del riscaldamento climatico globale resta quello attuale, entro il 2090 avremo tutto alla luce del sole. Soprattutto considerando che oggi le abbondanti nevicate riescono a ricomporre un po’ dello strato di ghiaccio, ma la cosa è destinata a non continuare oltre questo secolo.

Retroscena militari a parte la questione sicurezza dell’impianto dismesso è tutt’altro che chiusa. Seppellire il passato, invece che risolverlo, è difficilmente una buona idea. Ed il fatto che i cambiamenti climatici/ambientali generati da una generazione possano essere il problema di un’altra è la cosa che mi inquieta di più.

WU

PS. Ed a completare l’alea di mistero della base e tutti gli occultamenti che sono stati fatti (a scapito dell’ambiente):

Details of the missile base project were secret for decades, but first came to light in January 1995 during an enquiry by the Danish Foreign Policy Institute (DUPI) into the history of the use and storage of nuclear weapons in Greenland.