Categoria: geografia

Dubai’s newest landmark

WORLD`S BEST NEW ATTRACTION è un diclaimer che di certo non passa inosservato.
Se poi l’apertura è anche datata Gennaio 2018, almeno la curiosità di sapere di cosa si stà parlando viene (no?!).

Un palazzo? Un monumento? Un ponte? Una cornice? Un vuoto che racchiude un’idea? Un po’ tutto.

Stiamo parlando del Dubai Frame (e dove se non nei luoghi in cui gli emiri possono esibire il lusso del petrolio?).

Diciamo che è un palazzo: 150 metri in altezza, 93 metri in larghezza, ma… completamente vuoto nel centro. Diciamo allora che è un ponte di 100 metri quadri che connette due torri alte 150 metri e che tale ponte è anche dotato di 25 metri quadri di vetro, esattamente nel centro che offrono la possibilità di una vista completa, senza confini… sospesi nel vuoto.

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Il progetto è dell’architetto Fernando Donis che ha vinto (100.000 dollaroni che non guastano mai) la ThyssenKrupp Elevator International Award fra 926 proposte; il tema: the new face for Dubai. Direi che mai architettura fu più calzante… Praticamente la nuova faccia di Dubai non è un’altro monumento, ma è la città stessa.

Costo dell’intero progetto 32.000.000 di dollari; costo del biglietto 10 dollari.

Ovviamente ci si aspetta che diventi la principale attrazione di Dubai (assieme a tutti gli altri investimenti che gli emiri stanno facendo, dimostrando come un eccesso di cassa possa essere investito anche in cultura/monumenti oltre che in sfarzo di discutibile gusto).

WU

PS. Pare (pare) che fino al 2016 ne un compenso ne un rimborso siano stati corrisposti all’architetto benché la costruzione dell’edificio fosse già in corso. Immancabile causa legale and … ” ongoing copyright dispute with architect Fernando Donis”.

Pare (pare) infatti che oltre a non aver dato un rublo al suddetto architetto i dubaiesi (??) si siano anche appropriati del progetto, lo abbiano leggermente modificato e se lo siano realizzato senza chiedere/dare nulla a Donis.

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Day Zero: 12.04.2018

… e non parliamo di qualche apocalittica previsione di numeroligisti improvvisati circa la fine del mondo. Il tema è leggermente (anzi, parecchio) più serio.

3.7 milioni di persone sulla costa ovest del Sud Africa stanno per rimanere senza acqua. E non parlo, come se la necessità d’acqua dipendesse dal dove uno si trova, di tribù sperse nel deserto; parlo di Cape Town.

Una megalopoli che sta vedendo il suo bacino di acqua ridursi giorno dopo giorno: giorno “dell’apocalisse” stimato il 12.04.18. Secondo il corrente rateo di consumo di acqua potabile, infatti, per quella data i cittadini di Cape Town avranno completamente esaurito le loro risorse idriche e dovranno far appello a dei punti di distribuzione (diciamo “il triste piano B”) distribuiti per la città.

Detta così la cosa dispiace, ma tutto sommato è una di quelle notizie sufficientemente lontane da noi tanto da finire nel dimenticatoio ben prima del giorno del giudizio. Se invece vi facessi vedere “un’animazione” (in realtà una sequenza di immagini) costruita mediante le osservazioni di un qualche satellite che monitora lo stato del nostro pianeta forse la cosa colpisce leggermente (anche se finché non ci tocca direttamente non ci colpirà mai abbastanza) di più.

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Ad oggi le più grandi scorte d’acqua della città mantengono cumulativamente solo il 26% delle risorse idriche (la più grande diga è al 13% del suo livello nominale); e stiamo parlando di un bacino che ospita “nominalmente” 898,000 megalitri di acqua potabile! E ‘è di più: l’ultimo 10% di acqua delle riserve è difficilmente utilizzabile (è praticamente come pescare dal fondo di un barile…).

Day Zero will happen when the system’s stored water drops to 13.5 percent of capacity. At that point, the water that remains will go to hospitals and certain settlements that rely on communal taps. Most people in the city will be left without tap water for drinking, bathing, or other uses.

Ed ovviamente la cosa ha messo parecchio sull’allerta le autorità cittadine che sono arrivate a stilare a riguardo un “Disaster Plan“.

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Theewaterskloof was near full capacity in 2014. During the preceding year, the weather station at Cape Town airport tallied 682 millimeters (27 inches) of rain (515 mm is normal), making it one of the wettest years in decades. However, rains faltered in 2015, with just 325 mm falling. The next year, with 221 mm, was even worse. In 2017, the station recorded just 157 mm of rain.

In queste situazioni una delle poche cose che conforta l’uomo è andare a ritroso per vedere se è proprio colpa sua o se nella storia eventi del genere si sono già verificati (dividendo così la sua parte di responsabilità con i suoi avi). Ebbene, a Cape Town così poca acqua nelle riserve idriche si verifica circa una volta ogni 1000 anni come conseguenza di una serie di anni poco piovosi (ed un consumo insensibile alla disponibilità di acqua, ma questo non è registrato negli annali).

Ma i CapeTowniani sono effettivamente lungimiranti ed hanno già varato un piano di ampliamento di uno dei maggiori bacini che era inizialmente previsto entro il 2024 e che è stato anticipato al 2019 (tra il dire ed il fare… ma almeno la lungimiranza mi pare ci sia). Ovviamente tale piano va di pari-passo con decreti ed atti per sensibilizzare la popolazione sull’uso dell’acqua potabile (forse dovrebbe essere un monito costante mondiale…), vietata per usi non strettamente necessari. Target: usare meno di 50 litri di acqua per persona al giorno (scommetto che c’è gente che non ha questa disponibilità in una settimana).

WU

Antico ed enorme

Il più grande che è anche uno dei più vecchi. Connubio comune per gli organismi viventi, anche se l’uomo spesso fa eccezione; o meglio, in base a come si intende “grande” può fare eccezione.

In questo caso per grande intendo proprio grande… circa 1.665 campi da calcio. Un record assoluto per l’organismo vivente più grande del mondo (conosciuto finora, ma come ormai sapete sono praticamente certo del potere di sorpresa della natura).

La bellezza di 8.900.000 metri quadrati per un gigante che ha ben 2.400 anni di età (stimati).

Antico, enorme, pesantissimo (almeno 7.500 tonnellate), strano, misterioso, ma di che stiamo parlando? Un fungo.

Esatto. Un Armillaria Ostoyae più precisamente. Praticamente un’unico sistema di radici che si estende nelle foreste delle Blue Mountains nell’Oregon.

Back in 1988, Greg Whipple was the first forest service employee to realize they had “something different” on their hands. Back then, it seemed to cover 400 acres. Today, it’s footprint covers more than 3 square miles.

Ed, ovviamente, letale (anche perché per sopravvivere così a lungo…). Uccide lentamente quasi tutto ciò che trova sul suo cammino.

Il fungo si estende per la maggior parte sotto terra come uno sconfinato intreccio di miceli, bianchi e tentacolati. Si conforma come un sottile stato biancastro che ricopre il terreno e si insinua nelle radici e sotto le cortecce degli alberi facendoli marcire dall’interno (e cibandosi anche dei loro resti), mentre per pochi mesi all’anno esplode in una serie di funghetti giallastri difficilmente riconducibili ad un unico organismo.

Armillaria ostoyae.png

“It’s girdled by the fungus,” Filip said. “The fungus will grow all the way around the base of the tree and then kills all the tissues. […] It could be 20, 30, 50 years maybe before it finally dies,”

La ragione del gigantismo di questo fungo potrebbe essere (ma siamo assolutamente nel campo delle ipotesi nel laboratorio che madre natura porta avanti da millenni) il clima secco dell’Oregon. Tale clima non è esattamente l’ideale per la riproduzione del fungo (che di solito lo fa per via sporigena) che ha cercato partner per mezzo dei suoi miceli. Inoltre il clima (e di certo il fungo stesso) non ha di certo favorito la nascita di organismi concorrenti.

Ed ovviamente un “bestio” del genere da non poco fastidio alla locale industria del legno. Sono stati fatti, infatti, vari tentativi di debellarlo: tagliare tutti gli alberi in una certa zona, scavare profondi fossi, rimuovere ogni singolo filamento che si trovava in una certa zona. Si è dimostrato tutto inutile, oltre che enormemente dispendioso. Tentativi “più green”, ma comunque di distruzione, stanno provando a piantare diversi tipi di alberi nella zona infestata per vedere se qualcuno sviluppa capacità di resistere all’invasore.

Per ora il vecchietto ha avuto la meglio.

WU

PS. E la specie in questione è un campione in termini di estensione e longevità. Il secondo organismo più grande al mondo è ancora un fungo, ed è ancora un Armillaria Ostoyae… Luogo: Svizzera; età: 1.000 anni (stimati). Non male.

Brucia, brucia, brucia

Giacimento di Jharia, in un distretto impronunciabile, India. 260 km2 di carbone che stiamo estraendo dal 1800. Praticamente un’immensa distesa di carbone. E cosa fa il carbone? Beh, brucia.

Il giacimento in questione è infatti lo scenario del più duraturo incendio della storia. Il primo incendio di cui si ha notizia (se ce ne fossero stati altri prima o se quello in questione fosse iniziato anni prima non è dato saperlo) data 1916.

Da allora il focolaio non si è mai spento, anzi, negli anni ’80 si sono documentati più di 70 focolai in tutta la distesa e nessuno poteva essere contenuto ne tanto meno spento. Ed allora l’idea geniale: lasciamolo bruciare, prima o poi si esauriranno da soli. Se non fosse che in presenza di tutto quel carbone questo “prima o poi” è più vicino al poi…

Altra ideona (effettivamente un po’ migliore): vediamo se riusciamo a soffocarli. Togliendo infatti la disponibilità di aria, anche in presenza di carbone, gli incendi sono destinati ad estinguersi. Ma per far ciò l’unica cosa che NON bisogna fare è trasformare la miniera in una miniera a cielo aperto… Ovviamente l’unica cosa che è stata fatta, nel 1973, ad opera della Bharat Coking Coal Ltd, è stata quella di aprire larga parte della miniera per facilitare ed economizzare l’estrazione del carbone. Con grande gioia dei condannati incendi.

Anzi, le cose sono andate ancora meglio (per gli incendi, ovviamente). Dato che la miniera era già un labirinto di gallerie scavate per l’estrazione che consentivano la circolazione dell’aria, una volta aperta anche la superficie si sono create delle belle correnti di aria che hanno dato nuova vita ai focolai creando un mega incendio. Praticamente da braci di carbone siamo arrivati a fiamme fino a 20 metri! Ottimo…

La mente va subito alle due più importanti ricadute di tutta questa mal gestione delle risorse naturali: quella economica e quella ambientale. E siam messi ovviamente malissimo su entrambi gli aspetti.

37 milioni di tonnellate di carbone, miliardi di dollari di valore, andate perse a causa di questi incendi incontrollati ed ormai incontrollabili. Ulteriori 1,4 miliardi di tonnellate di carbone ormai inaccessibili a causa degli stessi incendi. I miliardi di dollari già in fumo o in procinto di diventare tali ormai sono fuori scala.

E l’ambiente certo non ne giova. Tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera e villaggi limitrofi ridotti a spettrali set di film post-nucleari. Aria irrespirabile e terreno a temperature inaccettabili (considerando che la maggior parte degli abitanti commina a piedi nudi…). Il livello di salute della popolazione è bassissimo, ma molti tendono a rimanere per evitare di perdere ciò che gli da da mangiare: lo stesso carbone che li sta uccidendo.

Come uscirne, beh, secondo la Bharat Coking Coal Ltd ed il governo indiano (che partecipa la società mineraria) basta continuare a sfruttare la miniera… per aumentare il profitto, ovviamente.

Angosciante. Un inarrestabile delitto alla luce del sole.

WU

Il progresso elettrico

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E’ un posto che mi accoglie quando sono in qualche modo triste e pensieroso. E’ un posto che non chiede; forse non da, ma non fa domande e non vuole spiegazioni.
Basta arrivare li, parcheggiare, ed in base all’umore avvicinarsi più o meno alla sua facciata, recinzioni o tettoia.

E’ ciò che resta di una ferrovia elettrica che congiungeva il primo entroterra con il litorale Italiano durante la seconda guerra mondiale. E’ una specie di vecchio baluardo del progresso; di quando la “tranvia a vapore” faceva posto ad una moderna linea elettrificata (complice, anzi, artefice, l’impennata del turismo della costa) .

E tutto celebrava questo progresso; il binario singolo, l’alto voltaggio, lo stesso edificio (come le altre stazioni, d’altra parte) portavano proprio il marchio del progresso portato dall’elettricità.

La storia è fra il travagliato, il bellico ed il burocratico. Il finale ve lo risparmio per rispetto all’edifico stesso che, nonostante il declino, continua a portare con estrema dignità l’aurea di quello che fu il suo ruolo nello sviluppo del nostro paese. Così come “sembrava il treno stesso, un mito di progresso”, anche tutta l’infrastruttura ferroviaria ha avuto questo ruolo pratico e “morale” nel progresso dell’età moderna; e posti come questo conservano splendidamente il loro ruolo “motivante” noncuranti dell’abbandono incalzante.

Oggi ci ritorno

WU

PS. Ogni riferimento geografico è volutamente evitato, ma rintracciare la linea ferroviaria e l’Edificio non è affatto difficile.

Hunga Tonga-Hunga Ha’apa

Un tempo doveva essere una cosa abbastanza usuale. Un tempo intendo quando noi essere umani non eravamo ancora a zonzo. Un tempo quando il nostro pianeta stava decidendo come disegnarsi e che livrea presentarci.

Oggi di nuove isole che si formano a seguito di qualche guizzo della Terra ne esistono, ma che perdurano per più di qualche anno, a quanto ne sappiamo, no.

Ovviamente (altrimenti non stari qui a sbrodolare) Hunga Tonga-Hunga Ha’apa fa eccezione. Incastonata nell’arcipelago di Tonga, la nuova isola si è formata in seguito all’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Ha’apai nel 2014 e dalle prime analisi (o forse impressioni) doveva rimanere li per solo qualche mese. Ovviamente così non è stato.

L’eruzione ha riempito il cielo ed il mare di polvere e detriti che quando si sono finalmente depositati e stabilizzati hanno schiuso agli occhi del mondo (beh… più che altro dei satelliti) un bel isolotto con una sommità di ben 120 m. Ora, di solito le isole vulcaniche non sono particolarmente resistenti, dato che sono una catasta di detriti facilmente erosi da vento ed acqua. In questo caso, però, sembra che le acque tiepide dell’oceano, interagendo con la calda polvere vulcanica, abbiano formato uno strato roccioso decisamente resistente.

Siamo, invece, davanti alla prima isola “nuova” che possiamo vedere nell’era dei satelliti e nell’osservazione della Terra dallo spazio. La possiamo vedere dalla sua formazione e durante la sua evoluzione. Oggi stimiamo che dovrebbe sopravvivere almeno per una trentina d’anni, ma direi che le variabili in gioco sono troppe per credere a queste stime…

Il team della Nasa ha calcolato due potenziali scenari che ne potrebbero influenzare la durata. Il primo è un caso di erosione accelerata da abrasione delle onde che, in 6 o 7 anni, piano piano distruggerebbe il cono di tufo lasciando solo un ponte di terra tra le due isole più grandi adiacenti. Il secondo scenario presume un tasso di erosione più lento che lascerebbe intatto il cono di tufo per circa 25-30 anni.

E con l’isola si è creata una sua flora ed una sua fauna, insomma, un ecosistema completo. Completamente nuovo ed intonso; “lasciamolo stare” lo devo dire?

WU

Catopuma badia

Il catopuma mi ricorda tanto il catoblepa. E la differenza fra i due non la fa il fatto di esistere o meno dato che si potrebbe contestare la dote ad entrambi i fanta(?)-besti.

Foresta del Borneo, un bel gattone. Ovvero uno dei luoghi più inaccessibili e selvaggi del pianeta ed una delle specie animali più schive per natura (si, anche il vostro gatto lo sarebbe se non vi associasse ai croccantini).

Parliamo di un felino della taglia di un grosso gatto, dal colore rossastro, manto uniforme e molto più che schivo. In effetti una specie di fantasma. Praticamente una delle specie conosciute più sconosciute. Sappiamo che esiste (per lo più come conseguenza di eventi fortuiti), ma non abbiamo idea di nulla che lo riguardi: dalle abitudini alimentari, riproduzione, stili di caccia, aspettativa di vita, e via dicendo.

Addirittura semi-sconosciuto anche alla popolazioni locali, abbiamo per anni saputo che li c’era qualcosa solo attraverso crani e pelli mal conservate. Nulla di più. Se potesse leggere lui stesso sui libri di zoologia “status: unknow” sono certo gli darebbe un certo piacere (ed un deciso sollievo).

Più in dettaglio ci siamo imbattuti in un unico (beh, dal punto di vista del felino direi più che sfortunato) esemplare solo nel 1992 e da questo abbiamo desunto praticamente tutto (considerando che poteva essere la “pecora nera” non mi pare un grande passo avanti…). Alla cattura fortuita ha fatto seguito, sei anni dopo, nel 1998 una foto e due anni più tardi una trentina di fotogrammi grazie a delle trappole fotografiche (praticamente abbiamo sparpagliato una serie di macchine fotografiche con rilevatore di movimento per la giungla… un progetto tipo questo).

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Si dice (che in questo contesto suona tipo i bardi che tramandano leggende di draghi) sia solitario, dalle abitudini mattutine, cacciatore di qualunque cosa gli capiti a tiro (viva o morta). Testa piccola, orecchie basse, coda lunga, manto uniforme (rosso o grigiastro… pare), sugli 85 cm di lunghezza ed una 30 cm in altezza al garrese, insomma un micione abbastanza anonimo e neanche particolarmente bello. Uno di quegli animali che allo zoo gli degneremmo poco più di uno sguardo, e loro ce ne sarebbero grati.

Il gattone non è mai stato allevato in cattività (se non quelli cresciuti direttamente in cattività). Ne sono stati fortuitamente, negli ultimi 15 anni alcuni esemplari, soprattutto sottratti ai bracconieri (e non mi metto a fare paternali) che però non sono mai sopravvissute in cattività. Mi verrebbe da dire che sembra quasi preferisca farsi morire piuttosto che stare dietro le sbarre.

Praticamente un fantasma che cammina. Qualcosa ci ha concesso, ma tutto il suo fascino è nel suo mistero, suggerirei di lasciarlo li e goderci il pensiero (e chi vive sperando…).

WU