Categoria: geografia

Il desiderio di Kahn

Una storia di altri tempi [cit.].

Lasciò un impero che si estendeva dalla Siberia al Kashmir, al Tibet, al Mar Caspio, al Mar del Giappone. Certo, si macchiò anche di molto sangue, morti, genocidi, deportazioni di massa e città distrutte. Innegabilmente fu una di quelle figure che lasciano il segno, non solo nel suo paese, ma su tutto l’assetto societario mondiale… per secoli. Possiamo averne una reputazione più o meno buona, ma è innegabile che Gengis Kahn fu una di quelle figure alle quali non si può rimanere indifferenti.

Non sappiamo bene il motivo (fra le altre cose di lui che non sappiamo), forse per la veneranda età, per le fatiche dell’ultima battaglia, per qualche ferita di guerra, fatto sta che il “grande” sovrano spirò attorno all’anno 1227. Neanche i Mongoli sanno esattamente la causa della sua morte… come si confà ad un sovrano carismatico e passato (ripeto, nel bene e nel male) in quel limbo che sta fra la storia ed il mito.

Forse per aumentare l’aurea di mistero cresciuta attorno alla sua figura o, altrettanto probabilmente, con quel desiderio di pace e riposo che spesso sopraggiunge al termine di una grande fatica (eh si, la vita rientra fra queste); Gengis Kahn espresse in punto di morte il suo ultimo (di certo non unico avendo conquistato mezzo continente) desiderio: lasciare segreto il luogo della sua sepoltura.

Ovviamente li per li la cosa fu accettata (e c’erano anche cose più serie da fare, fra cui continuare a far convivere tutte le etnie mongole come era riuscito a fare lui), ma si sa, i tempi cambiano e con essi le priorità.

La tradizione vuole che alla sua morte le sue spoglie mortali furono riportate in Mongolia da una possente armata che distrusse ogni cosa al suo passaggio (come dire… funerali assolutamente in stile Kahn, ma sempre meglio dell’approccio Casamonica) ed il sovrano fu sepolto assieme a qualche centinaio di schiavi sacrificati all’uopo (… si era truce, ma comunque questa era una consuetudine diffusa all’epoca per i grandi sovrani; inoltre gli schiavi venivano anche uccisi per mantenere il segreto del luogo della sepoltura).

Si narra che un migliaio di cavalli furono chiamati a calpestare tutta la zona dove era stato sepolto per evitare di lasciare qualunque traccia. Le tipiche tombe mongole erano sostanzialmente camere di tronchi scavate nel terreno e profonde fino a 20 metri (… ed ovviamente mi immagino che il sovrano doveva meritare il massimo…) identificate in cima solo da mucchietti di pietre. Vien da se che rimuovendo le pietre e “massaggiando” tutta la superficie con migliaia di zoccoli attorno allo scavo le possibilità di identificare il luogo scemino vertiginosamente.

Fatto sta che negli 800 anni che seguirono la sua morte lui (almeno lui) riposò in pace e nessuno (se non altro per rispetto, superstizione e tradizione) si mise a cercare la sua tomba. Ovviamente la cosa non poteva andare avanti all’infinito (… anzi, direi che proprio il mistero è la prima molla alla ricerca… e forse questo concetto potrebbe essere anche meglio utilizzato); e nel 1990 si organizzò una spedizione Mongolo-Nipponica che avrebbe dovuto identificare le spoglie del sovrano.

Le ricerche si concentrarono nella regione natale di Gengis Kahn, nella provincia di Khentii, ma presto la popolazione locale protestò così vivacemente da costringere le autorità ad interrompere le ricerche. Forse il più grande lascito di queste figure è proprio la “fedeltà” a distanza di secoli della gente del suo popolo.

Qualche anno dopo si cimentò nella ricerca una spedizione coordinata dalla National Geographic. Le tecnologie si erano evolute e con l’ausilio di immagini satellitari si procedette ad una mappatura completa del territorio dell’Asia centrale. I risultati non furono quelli sperati. Stiamo parlando di un’area impervia e vasta 1.566.000 km quadrati abitata da poco più di 3 milioni di persone (e vi lascio immaginare quante poche vie di comunicazione ci siano).

Poi fu il turno, nel 2001, di una serie di ricerche condotte dal Dipartimento di Archeologia dell’Università Statale di Ulaanbaatar. Oggetto dello studio erano una serie di tombe appartenenti all’epoca della morte di Gengis Kahn (con la speranza di trovare quella giusta). Le ricerche tesero a focalizzarsi attorno alla montagna Burkhan Khaldun, a 160 km di Ulaanbaatar. E’ qui che la tradizione vuole che il sovrano sia stato sepolto. Anche in questo caso la ricerca non arrivò ad alcun risultato.

L’area in questione è molto impervia e montagnosa (… e mi dovete poi spiegare come hanno fatto a farci galoppare 100 cavalli…) ed era, un tempo, accessibile solo ai membri maschi della discendenza reale del Khan(il che la rende un ottimo candidato ad ospitare la tomba che vogliamo a tutti i costi scoprire). Oggi è patrimonio dell’Unesco, off-limits per i ricercatori di tombe.

Arriviamo quindi ai giorni nostri, nel 2016, quando dei lavoratori impiegati nella costruzione di una strada nei pressi del fiume Onon (… che guarda caso si trova esattamente nella provincia di Khentii…), hanno scoperto una fossa comune contenente i resti di molte decine di esseri umani (… fulgido esempio in cui la serendipity è una dell poche possibilità…). L’epoca della struttura sarebbe compatibile con la data della morte di Gengis Kahn ed i numerosi scheletri confermerebbero che si tratta della sepoltura di un sovrano.

Il contenuto della tomba è molto deteriorato, probabilmente perché il sito è rimasto sotto il letto del fiume almeno fino a quando l’Onon non ha cambiato corso nel XVIII secolo. Ad ogni modo nella tomba sono stati individuati i resti di un maschio di elevata statura accompagnato anche da e sedici scheletri femminili, oltre centinaia di manufatti in oro e argento. Non è confermata che sia la tomba del sovrano, ma è di certo un ritrovamento sufficiente ad approfondire ulteriormente le nostre conoscenze su quel popolo e per continuare a gettare benzina sul fuoco della nostra ricerca.

Escluderei che il segreto di Kahn sia al sicuro in eterno. Di certo il sovrano sapeva come costruire un impero, come tramandare la sua volontà ed anche come cautelare i suoi desideri dalle insidie del tempo e, soprattutto, degli uomini.

WU

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Montaña Vinicunca

Qualcosa come “montagna dai sette colori”… e non è l’ambientazione del prossimo Kung Fu Panda. Anzi, esiste veramente! … ed ovviamente è una di quelle bellezze naturali messe a rischio dall’uomo.

Siamo in Perù, al cospetto della montagna arcobaleno, una sorta di incidente geologico. Solo una quarantina di anni fa, con il progressivo sciogliersi delle nevi (… ora mi volete dire che è uno dei potenziali lati positivi del riscaldamento globale?) la montagna ha iniziato a mostrare il suo vero aspetto.

Un effettivo spettacolo della natura: 5100 metri sul livello del mare, al confine tra Pitumarca e Cusipata abbiamo uno scorcio che sembra finto. A causa dei vari depositi minerali del terreno, la montagna esibisce un profilo arcobaleno.

montagnaArcobaleno.png

Ovviamente l’aspetto più che unico della montagna attrae milioni di turisti ogni anno. La comunità di Pitumarca gestisce autonomamente tutta l’attività turistica nel posto.

Basta pagare 3 dollari per avere accesso al cospetto del monte. Qui si trovano aree ristoro (… e quindi immondizia), pascoli (… e quindi feci) ed attrazioni turistiche varie (e.g. passeggiate a cavallo, percorsi per escursioni, etc.).

E fin qui, a parte un po’ di rischio legato ad una potenziale cattiva gestione di queste attività, siamo più o meno nella norma. Se non fosse che nel 2010 è stata data una concessione per l’estrazione mineraria nella montagna alla compagnia mineraria canadese Minquest Perú.

Non mi metto qui a sproloquiare su tutti gli accordi più o meno puliti che ci devono esser stati sotto, ma a seguito di fervide proteste da parte della popolazione la compagnia mineraria ha scritto una lettera di rinuncia alla licenza.

Ma la storia, ovviamente, non è finita. La concessione riguardava un’aria già parco naturale (vi ricorda nulla, seppur lontanamente, della storia del petrolio in Basilicata o dei vari siti “candidati” ad ospitare le nostre scorie nucleari?) e la stessa minaccia potrebbe ripresentarsi in futuro.

Praticamente la compagnia potrebbe tornare alla carica per rivendicare la sua licenza oppure altre licenze (tanto si sa come si concedono certe cose…) potrebbero esser date a compagnie “meno virtuose” della Minquest Perú.

I politici locali di vari livelli si sperticano (almeno nel loro lato pubblico) in dichiarazioni di salvaguardia e rispetto per il sito (… e vorrei vedere… almeno una sicura entrata economica la costituisce…), ma la tranquillità della montagna (… che forse meriterebbe una sorta di ZTL tipo quella che stiamo in questi giorni proponendo sulle nostre Alpi…) è ancora ben lontana.

WU

Penitentes

I penitenti (io? noi? sicuramente più di quelli che effettivamente lo fanno).

Ma, prima che io parta con divagazioni sociali opportunamente fuori luogo, facciamo che mi concentro sul concetto di questa parola che ho trovato, come natura vuole, per puro caso oggi.

I frati con quei lunghi cappucci bianchi davano proprio l’idea di essere dei penitenti (e non voglio illaizonare che lo fossero solo in parte), ma da questa immagine il termine è subito passato ad identificare delle strane conformazioni di … ghiaccio.

Esatto, esistono (io, con questi due occhietti non li ho mai visti) delle specie di coni di ghiaccio alti ed appuntiti che ricordano molto i cappelloni dei suddetti frati. Ne ereditano il nome e, forse, il loro monito alla nostra penitenza (così il termine mi piace molto di più).

Quando il punto di rugiada (il punto oltre il quale si ha la presenza di solo vapore ed al di sotto del quale coesistono lo stato liquido e quello gassoso) è costantemente sotto zero accade che il ghiaccio sublimi; ovvero non passi dallo stato solido a quello liquido, ma direttamente a quello aeriforme. Quando tale processo si innesca, in un blocco di ghiaccio iniziano a formarsi picchi e concavità. Su queste ultime i raggi solari (e tutti gli altri fattori atmosferici) accentueranno ulteriormente l’evaporazione del ghiaccio, mentre sui picchi, sempre più fini e solitari, il processo sarà sempre più blando.

penitentes

Il risultato è un campo di penitentes in cui queste strutture giacciono tutte una accanto all’altra, senza parlarsi e con il capo chino (mi piace questo mischione di concetti che sto facendo…).

Non li vedremo dalle nostre parti e nei climi temperati, ma oltre i 4000 metri, dove difficilmente vi saranno penitenti di altra sorta a zonzo, sono abbastanza comuni.

E lo sono ancora di più su altri mondi. Su Plutone, freddo e lontano dal Sole, i penitentes potrebbero (pare e condizionali a iosa… qui si parla di simulazioni, non osservazioni) raggiungere altezze anche di 500 metri separati da valli di 4000 metri! Praticamente come vedere delle sculture di ghiaccio enormi (ed uno scenario un po’ anche da casa di Frozen).

WU

Bambolatorio

Tutto si rompe; quasi tutto si aggiusta.

Avete presente quando i vostri piccoli vi portano dei rottami impresentabili di un qualche giocattolo e, dopo un trauma tipo incidente in autostrada, vorrebbero fosse (magari anche velocemente) riportato ai vecchi fasti?
Voi (io di sicuro) ci armiamo di attack, scotch e santa pazienza e partoriamo degli obbrobri ancora più inguardabili dei cadaveri pervenutici(… che ci scommetto sono alla base di molti incubi dei bambini).

Ma c’è, invece, chi questo lavoro lo sa fare. E lo sa fare così bene da permettersi di poter aprire addirittura una clinica di cura per bambole.

OspBambole.png

Siamo a Napoli, via San Biagio dei Librai (la zona dei presepi per capirci), e qui, all’interno del cortile di un palazzo troviamo l’unico (?) Ospedale per Bambole.

E’ la fine del 1800 e Luigi Grassi realizzava scenografie e pupi per il teatro. Un giorno, uno dei tanti, una signora comparve sull’uscio della sua bottega con uno di quei cadaveri di bambola di cui dicevamo prima chiedendogli aiuto per aggiustarlo. Luigi, con la stessa professionalità che metteva nel suo lavoro si cimentò nell’impresa con ottimi risultati (evidentemente molto migliori di quelli a cui avrei mai potuto ambire io).

La voce si sparse velocemente ed in breve tempo Luigi trasformò il suo laboratorio in un ambulatorio; un ambulatorio per giocattoli rotti (che più che oggetti di plastica/porcellana aggiusta i sogni dei bambini).

Siamo alla quarta generazione e la tradizione (magicamente, neanche fosse uno degli interventi eseguiti nell’ospedale) è stata tramandata e la clinica è ancora aperta. L’ambulatorio è oggi una clinica, con tanto di cartelle cliniche compilate durante la guarigione, angolo acconciatura prima della dimissione ed ogni comfort necessario per questi poveri pazienti.

WU

PS. Mi immagino quanto debba essere inquietante il luogo. Non ci sono mai stato (ma mi riprometto di andarci), ma mi immagino scaffali pieni di teste mozzate, gambe penzoloni, occhi, capelli e braccia che si affastellano neanche fosse la fantasia di un sadico serial killer. Il fatto che siano di plastica o porcellana non so quanto allievi l’immagine…

La cassaforte invalicabile per la formula segreta

Altro che Fort Knox. Uno dei posti più segreti e protetti d’America si trova all’interno di una azienda che conosciamo, per forza, tutti. E tale posto, va da se, custodisce uno dei segreti più segreti dell’intera nazione e (forse) di tutto il mondo. No, non è la Dichiarazione d’Indipendenza.

E’ una di quelle cose che, volenti o nolenti si imparano a conoscere fin da piccoli. Non ne sono un grande estimatore, ma non posso non conoscerla (e neanche dire di non averla mai assaggiata).

Sto parlando della Coca-cola; forse il segreto industriale meglio custodito della storia (sicuramente quello più pubblicizzato, il che aggiunge pubblicità a pubblicità).

Sappiamo tutti (assumo) che la formula è super segreta da sempre… ed è ancora gelosamente custodita in un posto che trasuda Mission Impossible da tutte le parti. 125 anni di storia custoditi su un pezzetto di carta dietro spesse pareti di cemento armato, pesanti porte blindate e omoni armati alla porta.

Siamo ad Atlanta, nel Word of Coca-Cola (…e già il nome…), di fronte ad una giga-cassaforte costruita per lo scopo. Alta circa 2 metri, rivestita di acciaio e con una singola porta che può essere aperta solo da uno scanner di impronte digitali (…); praticamente come avere in mano le chiavi del paradiso (sicuramente di quello economico).

CocaColaVault.png

Era l’otto maggio 1886 quando il dottor John Stith Pemberton inventò la Coca-Cola. Doveva essere un qualche rimedio per il mal di testa e per la stanchezza (… e doveva anche chiamarsi “Pemberton’s French Wine Coca” essendo una sua variante personale del “vino di coca” in cui la parte alcolica era sostituita dall’estratto di noci di Cola…).

Dalla sua invenzione la formula non fu mai messa per iscritto se non in caso di estrema necessità. Correva l’anno 1919 quando Ernest Woodruff rilevò l’azienda da Asa Candle, unico proprietario della piccola azienda dal 1891 (che a sua volta la acquistò per ben 2300 dollari da Pemberton, sommerso dai debiti). Per finanziare l’acquisto Woodruff dovette chiedere un prestito e per ottenerlo (dato che la storia ci dimostra che alcune cose rimangono uguali nei secoli dei secoli) dovette fornire una garanzia: la formula della Coca-Cola.

In quella occasione Woodruff chiese al figlio di Candler di mettere la formula per la prima volta (pare, si dice, come è giusto che sia in questa aurea di mistero… chissà perché non c’è un film di Indiana Jones a riguardo…) per iscritto. Il documento venne quindi custodito nel caveau della Guaranty Bank di New York fino all’estinzione del mutuo. Correva l’anno 1925 quando la formula segreta fu riscattata da Woodruff che la portò ad Atlanta. Prima nel caveau della SunTrust Bank e poi, nel 2011 (evidentemente quando la cassaforte super sicura costruita all’uopo era pronta), nel Word of Coca-Cola dove giace ancor oggi.

Si è anche vociferato di averla “scoperta“, anche più di una volta. L’episodio in cui siamo andati più vicini è forse quando si è pubblicata una foto di un taccuino di Pemberton:

Secondo quanto si legge nel taccuino fotografato sul quotidiano di Atlanta, la formula originale della Coca Cola sarebbe questa:
– estratto fluido di coca e noci di cola (4once);
– acido citrico (3 once);
– citrato di caffeina (1 oncia);
– zucchero (30 libbre),
– acqua (due galloni e mezzo, un gallone corrisponde a 4,546 litri);
– succo di lime (un quarto);
– vaniglia (1 oncia);
– caramello (quanto basta);
– aromi, cioè il famoso 7X (2 once e mezza). Secondo il taccuino questa miscela sarebbe composta da alcool (8 once), olio di arancia (20 gocce), olio di limone (30 gocce), olio di noce moscata (10 gocce), coriandolo (5 gocce), olio di arancio amaro (10 gocce), cannella (10 gocce).

Una nota: il 7X è davvero un estratto della foglie di coca, private di tutte le tossine varie che si produce direttamente in America e che si vende ad una sola azienda…

Ovviamente e giustamente il mistero rimane anche se va sottolineato che sicuramente parte degli ingredienti base della bevanda non ci sono più. Il fluido di pianta di coca è stato eliminato nel 1900 e l’estratto di noci di cola è stato sostituito con la più economica caffeina purificata. Chissà cosa c’è scritto su quel pezzo di carta in quella cassaforte…

Lasciamo poi perdere che (come gran parte, solo per non dire tutte, delle cose americane) è stato trasformato in una specie di parco giochi, per amore del business… Ci possiamo (virtualmente) avvicinare (tanto per sentirne il profumo nell’aria) come non mai… separati solo dalla invalicabile cassaforte. D’altra parte quale modo migliore per mettere al sicuro qualcosa se non esporta alla mercè di tutti?

Then you can test how well you protect the secret through an immersive full body interactive experience that leads you through three virtual environments—the Triangle Room, Secure Train Car and Bank Vault—all locations where the secret formula has been kept. You can also participate in group game play as you trigger animations and watch these environments magically change and come to life. Challenge your friends and family to see how well you protect the secret.

Il vero grande segreto americano (altro che l’omicidio di JFK…)

WU

Il silenzio al 38° parallelo

Dovete e dobbiamo immaginarci un posto che è un non-posto. Una terra di confine, demilitarizzata, area cuscinetto, arido nulla senza padrone. Un posto che ha un solo scopo (il che è già un lusso se confrontato con i tanti posti senza alcun significato): dividere altri territori.

Al 38° parallelo giace il confine fra le due Coree. E Seul, se non può essere presente li fisicamente, ne militarmente, non ha di certo rinunciato ad esserci vocalmente. La terra di nessuno è infatti quotidianamente, interrottamente, rumorosamente sferzata dalla propaganda di confine. Megafoni perennemente accesi che ci raccontano da che parte stare in una “guerra” che non ha ormai origine ne futuro.

I 4 km di questa zona cuscinetto sono infatti delimitati da un lato e dall’altro da solide ed impenetrabili recinzioni di filo spinato corredate da centinaia di altoparlanti che trasmettono musichette e slogan politici ostili all’altra metà.

Ma ora, da qualche giorno, un po’ di silenzio. Seul ha infatti deciso di zittire per un po’ i suoi megafoni per ridurre le tensioni alla vigilia del vertice tra Seul e Pyongyang previsto in questi giorni in un altro villaggio limitrofo a questa terra senza padrone, ove forse legalmente esiste un’autorità la cui percezione deve essere per forza di cose molto blanda.

Gli altoparlanti sono stati messi a tacere per la prima volta da tre anni a questa parte, a sottolineare come il clima di colloqui pacifici che si dice di voler instaurare questa volta forse potrebbe essere reale. A supporto di questa “distensione” vi è anche la non trascurabile notizia della sospensione dei test missilistici e nucleari e lo smantellamento del sito nucleare di Punggye-ri della corea del Nord (anche se la notizia non vuol dire dimenticarsi in un sol corpo di questo armamento…). Addirittura qualche mese fa Pyongyang aveva abbassato (… beh, ora non esageriamo…) il volume dei suoi slogan di confine in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Questo sarebbe il terzo vertice fra le due coree dal 2000 e ci si aspetta sia preparatorio a quello tanto atteso (e giustamente ancora misterioso) tra Kim e Donald.

Chissà se questo “silenzio stampa” in questa terra di mezzo ha in qualche modo alleviato realmente il peso delle giornate di chi ascolta(va) questa propaganda ogni giorno o se è solo la “notizia da pubblicizzare”, l’emblema (e ritorna il concetto di propaganda politica…) di un disgelo cercato, per ovvia comodità del frangente, dai vertici in uno (anzi due) paese martoriato nello spirito.

Guardo sempre con scetticismo la pubblicizzazione dell’anti-propaganda; mi ricorda la propaganda stessa… in stile orwelliano 1984…

WU

Pyramiden: città fantasma 79° parallelo

A nord, ma tanto a nord. Nelle Svalbard esiste(va) un posto. Un posto che ha una storia, un posto che testimonia il nostro passaggio, un posto che ha oggi il sapore del tempo.

Pyramiden (il cui nome deriva da una montagna di forma vagamente piramidale che sovrasta l’area) è un insediamento fondato da minatori svedesi nel 1910. Il passaggio di mano ad una compagnia mineraria russa avvenne nel 1927 e da li, di passaggio in passaggio (neanche fosse un’utilitaria) l’insediamento è passato ad altre compagnie russe fino ad essere definitivamente abbandonato nel 1998.

Al suo apice, fra gli anni ’60 ed ’80, l’insediamento arrivò ad ospitare fino a 1000 persone ed era dotato di tutti i comfort: piscina riscaldata, stalla, palestre, biblioteche, cinema, teatro e bla bla bla.

Ma c’è di più; il luogo, pur essendo in territorio norvegese, era un emblema della Russia (ed ancor prima dell’URSS) stessa, ma qui vi si poteva accedere senza necessità di particolari procedure e visti. Era praticamente un assaggio di Russia liberamente visitabile (a patto di andar lassù, a due passi dal polo nord…) e doveva quindi dare l’impressione della potenza della madre patria; motivo per cui fu dotato di ogni comfort (inclusa a buon diritto una sede del KGB ed il busto di Lenin più a nord del mondo).

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E sullo “sfondo” del posto c’era il vero motivo per cui la gente si trovava a vivere in un luogo così remoto. Il carbone. Circa 9 milioni prodotti fra il 1995 ed il 1998 e circa 6 milioni necessari al sostentamento della stessa Pyramiden durante il suo periodo di operatività. Ma come tutte le cose (ed a maggior ragione le risorse fossili) anche il carbone era destinato ad esaurirsi e quando l’estrazione mineraria divenne troppo impegnativa e poco remunerativa i giacimenti furono abbandonati e con essi la città.

Ma, a parte furti ed atti vandalici, il clima molto rigido, l’umidità bassa e la poca frequentazione umana stanno mantenendo questo posto come una specie di capsula del tempo che potrebbe tranquillamente sopravviverci.

Arriviamo ai giorni nostri. La storia di Pyremiden non è affatto finita. Dal 2011 la Russia ha visto in questo posto il business del turismo (ehmmm, poche strade parallele e perpendicolari ed edifici stile siberiano, tanto per intenderci). Attualmente l’insediamento è ambientato da 6 persone in pianta stabile (e vorrei sapere come si trovano a vivere solitari in questo ambiente spettrale…) e sono in fase di recupero alcune strutture della città, compreso un albergo, una caffetteria ed un piccolo museo.

Insomma, finito il periodo dello sfruttamento minerario sottoponiamo il posto allo sfruttamento turistico (anche se non lo definirei proprio un turismo di massa, vedo comunque che in rete è pieno di siti che consigliano come viaggiare da queste parti) … in fondo sensato, considerando che siamo già li a rompere le balllls.

Abbandonato ed inospitale: intrigante .

WU

PS. Ed ovviamente:

La Guerra fredda in questo luogo non esisteva. [Cit.]