Salineras de Maras: la valle cristallizzata

Il grande impero Incas deve le sue origini a quattro fra fratelli e sorelle nati in una caverna dal dio Wiracocha. Ayar Cachi, uno dei quattro, lanciò un sasso contro una montagna dando origine ad un burrone. Gli altri tre, timorosi della sua forza e del suo potere, lo imprigionarono nella caverna ove era nato condannandolo all’oblio per sempre. Le sue lacrime sgorgano ancor oggi dalle viscere della terra. Beh, questo almeno secondo una leggenda Inca.

Ma le lacrime, si sa, sono salate. Quel che sia l’origine (lacrime o -solo con a una leggerissima probabilità in più- una sorta di sorgente sotterranea ipersalina originatasi 110 milioni di anni fa assieme alle Ande) nel bel mezzo di questa valle (in realtà abbastanza facilmente accessibile, sfruttata fin dal 200 d.c. ed a circa 1.5h di macchina da Cusco) c’è una unica sorgente di acqua altamente salata: Qoripujio (che poi in realtà si divide in qualche centinaio di pozzi naturali…). E l’acqua salina sgorgando in superficie va sfruttata. Specialmente le la cosa accade a 3380 metri di quota, fra le montagne che circondano Maras, Perù.

SalinerasdeMaras

L’acqua viene deviata (già dai tempi degli antichi Incas) in migliaia di piccole piscinette di circa 4 metri quadri ed una trentina di cm di profondità per aumentare al massimo l’esposizione al sole dell’acqua. Il calore fa, ovviamente, evaporare l’acqua, lasciando piscine colme di cristalli di sale che vengono raccolti (a mano, oggi come allora, per mezzo di pezzi di legno depositati nelle piscine da cui il sale viene poi raschiato per essere depositato in piccoli cestini per “l’essiccatura finale”.

Il risultato è stato per anni (secoli) la principale fonte di sostentamento per gli abitanti della valle, oggi la produzione è “concentrata” sul raffinato sale rosa andino e le saliere sono diventate una indubbia attrazione turistica (… oggi ad accesso contingentato dato l’elevata concentrazione di contaminanti ritrovata anche in questo sale… uno dei luoghi a rischio di scomparsa -o almeno profonda mutazione- come conseguenza dei cambiamenti climatici in atto, specialmente antropici… ma mi sono ripromesso di star lontano dal sermone ammorbante..-).

Il sistema idraulico (oltre ad essere fulgida testimonianza della perizia Inca) è estremamente ingegnoso e le varie piscinette possono essere isolate e riempite in base al momento “della raccolta”. Inoltre il sistema a terrazze rende lunga la discesa dell’acqua verso valle facilitando la deposizione del maggior quantitativo possibile di sale.

Si, un posto suggestivo, mozzafiato, panorama “lunare”, setting fotografico di un altro livello, etc. (si, in rete si legge questo genere di recensioni anche se io personalmente lo vedrei bene come set per una prossima avventura di Indiana…), ma anche segno tangibile che con una buona dose di volontà le cose si possono fare, ed anche egregiamente.

WU

PS. Mi fa venire in mente quest’altro posto quà… mi sa che il sale sta diventando uno degli elementi naturali che creano fascino con la sua sola presenza (l’acqua lo sapevamo già).

lungo e impossibile

Siamo al largo delle coste australiane, più precisamente a bordo di uno di quei robot subacquei (il ROV SuBastian) che raggiungono profondità inaccessibili per gli esseri umani. Nel caso particolare siamo nel uno dei canyon Ningaloo, a ben 630 metri di profondità.

E’ chiaro che siamo ben lontani dal mondo (e dai suoi abitanti) come lo conosciamo noi, e ci aspettiamo un po’ di trovare “esseri alieni” che si sono evoluti in ambienti buoi, con elevate pressioni e ben lontani dall’influsso umano. Il fatto che conosciamo di più quello che ci sta sopra la testa (beh, almeno vicino al nostro pianeta) rispetto a quello che ci sta sotto i piedi (o a maggior ragione nelle profondità oceaniche) non è solo un modo di dire.

Beh, in queste acque il team a bordo della nave da ricerca Falkor dello Schmidt Ocean Institute ha trovato un “animale” lunghissimo… forse (e tanto chi può confermare o smentire questa tesi?) il più lungo del mondo.

Si tratta di un genere di sinoforo apolemia (e che è?!). In pratica un insieme di colonie di “zooidi” ognuno dei quali è una sorta di animale mosto specializzato che svolge un ruolo specifico all’interno della colonia. Il sinoforo apolemia è dunque una lunga (in questo caso lunghissima!) catena gelatinosa che unisce le varie colonie, ciascuna composta da milioni di zooidi, che si uniscono per lavorare “in squadra”.

Questo “animale” è sostanzialmente un lungo filamento gelatinoso galleggiante che si compone di molteplici cerchi concentrici. Quello più esterno stimato attorno ai 15 metri… per una lunghezza totale (ovviamente stimata) di 47 metri! Beh, c’è da dire che il “record best” batte le precedenti stime sulle misure massime raggiungibili dall’animale che erano “solo” di 40 metri…

Il robot sottomarino ha solo osservato da lontano l’animale senza avvicinarsi troppo ed ovviamente senza toccarlo, se non altro per non turbare il delicato equilibrio di convivenza delle colonie.

Quando si dice che tutto in natura è interconnesso (mi sento come un Na’vi di Avatar).

WU

Anak Krakatau: dalla lava al ghiaccio

In quest’epoca di catastrofi di portata mondiale mi sono imbattuto in questo storia che mi ha colpito sostanzialmente per il paradosso del “vulcano congelante”. Beh, se poi continuate a leggere effettivamente il vulcano era ben caldo, ma sono state più che altro le sue ripercussioni ad abbassare la temperatura (ci manca solo questo in questo periodo e spero di non gufarmela…).

Era il 22 Dicembre del 2018 quando il vulcano indonesiano Anak Krakatau decise di dare prova della sua forza con una esplosione degna di nota (per la cronaca, il vulcano in questione è tecnicamente -ed anche il nome gli rende giustizia- il figlio del Krakatoa, altro vulcano esplosivo distruttosi con la sua stessa foga, nato nella caldera del defunto padre). L’eruzione fu colossale, tonnellate e tonnellate da roccia e polvere espulse in aria oltre ad una buona parte della struttura stessa del vulcano collassata e caduta in acqua con conseguente tsunami.

AnakKrakatau

Solo di recente si sono messi in correlazione i dati dell’eruzione con un modello della colonna eruttiva e le osservazioni satellitari di quel periodo per arrivare alla conclusione che il vulcano ha causato un abbassamento della temperatura dell’alta atmosfera, oltre che un picco nella generazione di fulmini in tutto il mondo.

Secondo la correlazione fra modello ed osservazioni la colonna dell’eruzione ha raggiunto un altezza compresa fra i 16 ed i 18 km andando a modificare la temperatura della Troposfera. Il calore generato dall’attività vulcanica, unito all’atmosfera umida e tropicale hanno causato un temporale vulcanico di porta e durata inaspettate.

Il trasferimento di calore ha causato uno spostamento importante di vapore acqueo negli strati alti dell’atmosfera, dove le temperature sono nettamente più basse “che dalle noste parti”. Si è stimato che la punta della colonna vulcanica abbia raggiunto i -80°C (!). A queste temperature l’iniezione di vapore acqueo è congelata generando qualcosa come dieci ilioni di tonnellate di ghiaccio (!!).

La troposfera è anche ricca di correnti ascensionali che quando si sono trovate davanti questa imponente massa di ghiaccio non hanno fatto alto che tenerla in quota per giorni e giorni (6, si stima), causando un abbassamento della temperatura degli strati d’aria più bassi e la generazione di un numero mostruoso di fulmini: fino a 72 al minuto.

Eventi simili sono estremamente rari anche per “normali temporali meteorologici”, figuriamoci per un evento vulcanico. Eh, no, in questo momento direi che siamo già apposto, qualora potessimo scegliere una piccola dispensa a riguardo da parte di Madre Natura sarebbe cosa gradita.

WU

Dove va il polo nord?

… e lui cammina cammina. Indifferente a modelli, previsioni, serie storiche e speranze umane.

Premettiamo che non è una novità, questo anche i più catastrofisti dovrebbero averlo realizzato. Fin da quando ne teniamo tracce i poli magnetici continuano a muoversi. Il polo nord, in particolare, ha passeggiato per secoli nei territori canadesi spostandosi regolarmente verso Ovest con velocità sempre abbastanza modeste.

Ultimamente, stranamente, inaspettatamente il polo si è messo a correre. E nella direzione sbagliata.

Il polo nord si è infatti spostato nell’ultimo anno di ben 50 km (alla faccia!) ed in direzione della Siberia; quindi verso Est. Che facciamo, lo consideriamo in migrante?

MigrazionePoloNord.png

Ovviamente una spiegazione rigorosa e scientifica a questo fenomeno non siamo ancora in grado di darla (per la cronaca, la posizione die poli magnetici del nostro pianeta è determinata dal flusso di metallo fuso che ci scorre qualche migliaia di km sotto i piedi… tutt’altro che facile da modellare). Il processo di spostamento dei poli magnetici è comunque quel processo che causa l’inversione dei poli magnetici.

Tale inversione (ancora una volta, attenzione attenzione, cari allarmisti) è già successa più di una volta nella storia del nostro pianeta e NON è un evento istantaneo; bensì un processo lento anche su scale geologiche. Lo spostamento del polo nord magnetico è parte di tale processo.

Sicuramente un po’ di scombussolamento lo spostamento dei poli lo darà, ma non direi che vederemo estinzioni di massa e maga-terremoti. Il campo magnetico, che è quello scudo che ci protegge da tutte le radiazioni del nostro Sole, continuerà ad esistere. Magari un po’ scombussolato, magari con più di un solo polo nord ed un solo polo sud per un po’ (affascinante, ma è solo un’ipotesi), ma non scomparirà del tutto (di nuovo: è legato al movimento dei metalli fluidi nel mantello che non prevede certo di fermarsi…).

I disagi maggiori saranno probabilmente avvertiti dalle nostre tecnologie, che, oltre a basarsi in maniera importante sul campo magnetico terrestre, potrebbero trovarsi anche più esposte alle radiazioni solari in caso di modifiche sostanziali alla forma attuale della magnetosfera terrestre. Le tempeste solari potrebbero danneggiare i satelliti e quindi causare interruzione di comunicazioni e di altri servizi basati su “asset spaziali”.

Si, poi ci vorrebbe qualche decennio affinché specie tipo api, salmoni, tartarughe, balene, piccioni, etc. riacquistino il senso dell’orientamento evitando di andare a sud convinte di andare a nord, ma madre natura sa il fatto suo.

WU

PS. Ancora più inquietante è il fatto che il polo sud magnetico, almeno per il momento, se ne sta bello fermo… suggerendo maggiori chances per uno scenario “a più poli”.

Amara Norvegia

Ve la ricordate la lobby dello zucchero?

In Norvegia si sono messi in testa (in realtà è frutto di un po’ di statistiche, picchi di consumo, ed aumento dei casi clinici) che il consumo di dolciumi e bevande zuccherate era eccessivo.

Già nel 1922 nel paese scandinavo il governo si inventò la “tassa sullo zucchero“. All’epoca con l’evidente intento di aumentare le entrate statali. Dopo il picco di consumo degli anni novanta, tuttavia, la tassa non è stata affatto abolita, ma rivista ed incrementata. Lo scopo, in questo caso, non era tanto quello di aumentare il gettito statale, ma di migliorare lo stile di vita dei cittadini. Certamente possiamo assumere che il governo norvegese sia particolarmente altruista, ma ammettiamo che è soprattutto lungimirante: meno zuccheri, meno malattie, meno costi in una prospettiva (parola che nel nostro paese sento usare sempre più di rado) di lungo termine.

Il risultato è che dal duemila in poi in Norvegia il consumo medio di zucchero pro-capite si è ridotto di circa un chilo all’anno, precisamente da 43kg per persona per anno a 24. La previsione è che nel 2021 sarà raggiunto il consumo medio pro-capite raccomandato.

Lo strumento della tassa per disincentivare il consumo è quello più vecchio e più efficiente del mondo (quando si mette la mano nelle tasche dei cittadini la soglia dell’attenzione aumenta magicamente). Ed in Norvegia non vanno tanto per il sottile: nel 2018 il prelievo fiscale su dolciumi e cioccolato è arrivato a circa 13.55 €/kg (aumentando del 83!) e a circa 1.5 €/kg su zucchero e bevande dolcificate (aumentando di “solo” il 42%).

Ah, assolutamente non trascurabile il fatto che il paese non ha solo tassato zuccheri e dolciumi, ma l’incremento della “sugar tax” è parte di un insieme di norme volte a ridurre il consumo di zuccheri (azioni sinergiche, credo si dica, altro termine non tanto in voga dalle nostre parti). Fra queste spiccano le regolamentazioni statali per produttori e fornitori di alimenti dolcificati che ne regolamentano la pubblicità e vietano la vendita a minori di anni 13.

Mi sembra chiaro che dato un fine i mezzi si trovano. E senza neanche troppa fantasia… Sarei solo curioso di sapere quanti piedi si sono pestati “ad alti livelli” per raggiungere questo risultato.

WU

PS. Continuiamo questo “ciclo dello zucchero” con questa domanda (quanto mai attuale): ed in Italia? Beh, stiamo vivendo il periodo “della manovra” che assieme alla tassa sulla plastica sta proponendo di introdurre anche quella sullo zucchero. Tale tassa, in Italia, colpirebbe soprattutto la Coca Cola che dalle nostre parti arruola (includendo l’indotto) circa 30000 persone.

Ovviamente colossi del genere si sono subito mobilitati per mettere le mani avanti: incremento della tassazione, associato ad un aumento dei costi in generale e contrazione del mercato (chissà perché due temi che vengono sempre fuori quando bisogna giustificare qualcosa…) potrebbe avere ricadute occupazionali. Ovviamente. Ah, anche un aumento dei prezzi, altrettanto ovviamente.

Il pesto dell’orto di Nemo

Ariel, la sirenetta, era molto brava a fare il pesto. E va bene, non credo la storia inizi proprio così, ma chissà, se questa sperimentazione dovesse effettivamente continuare, un domani potremmo effettivamente leggere ai nostri nipoti una Sirenetta 2.0… (e magari immaginarci una agricoltura completamente subacquea…).

L’idea alla base dell'”Orto di Nemo” è quella di andare a realizzare un sistema di agricoltura alternativo, magari per quelle (tante) zone in cui le condizioni economiche o ambientali rendono difficile coltivare la qualunque. Il pensiero “trasversale” del progetto è quella di abbandonare la coltura “a livello del suolo” per spostarsi… più in fondo.

Praticamente le piante, per ora piante verdi e piante aromatiche, vendono “insacchettate” in delle biosfere di metraclitato (avete presente delle mongolfiere?) e dolcemente adagiate sui fondali marini. Attorno ai dieci metri di profondità, in questo caso a largo delle coste di Savona, vi è un panorama da città sottomarina, composto da serre subacquee.

OrtoDiNemo.png

All’interno di ciascuno di questi palloni di un paio di metri vi sono poco meno di un centinaio di piantine che “respirano” grazie all’aria intrappolata nella biosfera che, più leggera dell’acqua, agisce da cuscinetto spingendo l’acqua sul fondo della sfera. Un’idea del genere, deve (per forza!) dimostrare di essere autosostenibile e green; infatti le sfere si alimentano con energie rinnovabili (sole -poco- e moto ondoso -tanto-) e sfruttano la stessa acqua marina, che distilla dalle pareti, per l’irrigazione (ah, l’acqua è dolce! infatti il poco sole è sufficiente a far evaporare l’acqua dal fondo della sfera lasciando residui di sale, questa si condensa poi sulle pareti e gocciola sulle piantine, facile no?!).

La stessa preparazione di queste sfere è tutt’altro che banale: basta riempire un pallone con un po’ di terra e tanti semi per avere… una specie di voliera subacquea. La terra infatti contiene parecchie larve e microorganismi che in una cultura idroponica (ed isolata) come quella delle sfere non consente lo sviluppo delle piantine. Si utilizza infatti un substrato inerte, che non è terra, arricchito con nutrienti e sali minerali (che di “naturale” parrebbe non avere nulla…).

Le piante crescono in un ecosistema abissalmente (è il caso di dirlo) diverso da quello terrestre, in termini di luce, pressione ed umidità. Tale ambiente ha ovviamente un effetto sulla crescita delle piante sotto molteplici aspetti: fisiologico, chimico e morfologico.

Il risultato, almeno nel caso del basilico, è ottimo! Risulta infatti essere più ricco di sostanze antiossidanti e di pigmenti fotosintetici (conseguenza abbastanza ovvia dato che deve cercare di catturare quel poco di luce che riceve),ed è anche più ricco di metileugenolo. Che è? Beh, l’aroma caratteristico del basilico genovese.

In breve, il pesto marino parrebbe essere molto migliore di quello terreste. Non sono esattamente uno che va a caccia di esperienze gourmet, ma questo credo valga la pena assaggiarlo. Trovo l’idea una sorta di intestazione fra ricerca, suggestione, futurismo, alimentazione, sostenibilità, genetica e pazzia. Non male.

WU

La Grande Adria

Un tempo era la Grande Adria. Un tempo era anche Atlantide, forse. No, chiariamo subito che le due cose (o forse dovrei dire i due continenti, anche se sono più confidente che il termine calzi ad Adria più che ad Atlantide) non coincidono.

Ok, ok, un preambolo un po’ contorto ed involuto (tanto da obbligarmi a rileggerlo) tanto per raccontarvi di questa notizia di qualche giorno fa in cui sostanzialmente ci siamo accorti che in quello che è oggi il Mediterraneo un tempo albergava un intero continente. Una “zolla” di terra a se stante che apparteneva ad una placca tettonica diversa da quella europea e quella africana.

Tutto ebbe inizio qualche milione di anni fa (come fosse ieri…) quando le terre emerse erano fuse in un unico super continente, la Pangea. Ora, senza farla troppo lunga (sia per non banalizzare qualche milione di anni di tettonica a zolle sia per non impelagarmi in discussioni più tecniche di quelle che sarei in grado di sostenere) la Pangea si è suddivisa in due componenti più piccoli: la Laurasia a nord e il Gondwana a sud. Dalla Laurasia nacque l’Europa, il Nord America e l’Asia; dalla Gondwana nasceranno poi Australia, Africa, Antartide, Sud America e … la Grande Adria. Quest’ultima finora rimasta sottotraccia/sconosciuta.

La Grande Adria era un continente grande grossomodo come la Groenlandia (ve la immaginate la Groenlandia in mezzo al mar Mediterraneo?) in origine attaccata all’Africa ed alla penisola Iberica.

GrandeAdria.png

Il suo destino venne segnato fra i 100 ed i 120 milioni di anni fa quando il continente iniziò a sprofondare, Cenerentola fra le due placche ben più grandi che lo spingevano, letteralmente, da tutti i lati. Lo sprofondare della Grande Adria diede vita a tutta una serie di catene montuose, sulla terre emerse (incluse le principali catene montuose in Italia) e nel Mediterraneo (che diventarono poi splendidi isolotti nel Mediterraneo).

Lo studio ha identificato la nascita, la vita e la morte di questo continente identificando la parte sommersa oggi più profonda che giace a 1500 chilometri sotto la Grecia ed identificando pezzi del ex-continente un po’ ovunque ai margini del Mediterraneo inclusa l’Italia su Alpi, Appennini, Puglia ed isole.

Affascinante saper di passeggiare su un continente diverso spostandoci a qualche metro da casa, no? Chissà come lo vivranno i nostri discendenti dei discendenti dei discendenti e così via quando passeggeranno sulla terra del domani.

WU

PS. Questa è la parte bella della storia, il lavoro che c’è dietro sono giorni e giorni di esplorazioni, analisi mineralogiche, campioni e notti in laboratorio, scrittura report ed articoli ed ovviamente reperimento fondi per fare tutto questo. Il team di ricerca era un crogiolo di università internazionali: Utrecht (Olanda), Oslo (Norvegia), Witwatersrand (Sudafrica), ETH (Zurigo, Svizzera) etc… mi immagino il solo lavoro di coordinamento…

Europa + Africa = Atlantropa

Correva l’anno 1927. La grande depressione del ’29 era alle porte (si, qualche segnale c’era), la Prima Guerra Mondiale era alle spalle e vi era rinnovata fiducia soprattutto nelle idee ingegneristiche. Un ottimismo tecnico che faceva da volano ad una economia vacillante, direi.

In questo contesto viveva Herman Sörgel, architetto e filosofo, una fantastica ed inusitata crasi, anche per quei tempi. Fra le varie idee che coltivava Sörgel ve n’era una che ha lasciato una traccia nella storia e, per fortuna, non sul nostro pianeta.

Arrestare l’afflusso di acqua al mar Mediterraneo ed abbassare il livello delle acque  (beh, tecnicamente… di nuovo, dato che vi sono prove geologiche a supporto del fatto che in passato, e non parlo di secoli ma di millenni, di anni fa il “nostro mare” era effettivamente asciutto, ma questa è un’altra storia).

Una cosetta da nulla che avrebbe unito l’Africa e l’Europa in un solo continente. Sarebbe stato sufficiente chiudere lo Stretto di Gibilterra in maniera che l’evaporazione naturale del mare lo avrebbe fatto prosciugare. Nel giro di circa 60 anni, secondo i conti di Sörgel, le acque del Mediterraneo si sarebbero abbassate di circa 150 metri e sarebbero di conseguenza emersi circa 600.000 chilometri quadrati di nuove terre.

Genova, Messina e Napoli sarebbero divenute cittadine dell’entroterra, la Sicilia sarebbe divenuta ovviamente parte del continente, Sardegna e Corsica si sarebbero fuse in una sola grande isola e Venezia sarebbe stata automaticamente messa al riparo dai pericoli del Mediterraneo (se volevamo preservarne la bellezza, pensava sempre Sörgel, saremmo stati sempre in tempo a fare una laguna artificiale ad-hoc… semplice, no?).

Per chiudere lo stretto sarebbe stato necessario abbattere una catena montuosa in Spagna (beh, si avrebbe distrutto anche qualche città e qualche villaggio, ma si sa… in nome del progresso…), trasportare le rocce in un punto preciso dello stretto ed utilizzarle come base per una mega-diga di 35 km. Questa era la diga principale, ma per realizzare il progetto erano necessarie anche altre dighe “minori” tra la Sicilia e la Tunisia, nel canale di Suez e nel Bosforo (ah, questo Mediterraneo che non se ne sta bello gingillato…).

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Un progetto del genere avrebbe creato milioni di posti di lavoro (rilanciando l’economia di tutta l’Europa!) per qualcosa come 150 anni (10 anni solo per la diga di Gibilterra) ed avrebbe avuto un ulteriore incredibile vantaggio.

Sörgel, infatti, teorizzo e “calcolò” che tutto questo sistema di dighe poteva essere sfruttato come delle colossali centrali idroelettriche; tramite gradini, dislivelli e cascate d’acqua vi sarebbe stata energia abbondante per tutto il nuovo continente (50.000 MW che avrebbe dovuto produrre la sola centrale sullo stretto di Gibilterra). In teoria centrali idroelettriche del genere sarebbero state fattibili con le conoscenze tecnologiche dell’epoca, anche se richiedevano opere titaniche.

L’economia Europea avrebbe avuto solo benefici ed anche l’Africa (il continente dei neGri da colonizzare dal Bianco invasore!) sarebbe stata forzatamente industrializzata. Ah, un ponte fra Sicilia e nord Africa completava la visione… il ponte sullo stretto è solo un piccolo cavalcavia a confronto.

Qualche aspetto negativo lo stesso Sörgel lo aveva identificato: il ritiro del mare avrebbe portato alla luce ingenti quantità di sale… un problemino per qualsiasi tipo di coltivazione; il prosciugamento di un mare avrebbe accelerato la desertificazione e generato catastrofi mondiali… al limite addirittura una nuova era glaciale nel nord Europa.

Ma il progresso doveva andare avanti (vi ricorda, seppure in maniera più plateale, qualcosa che stiamo vivendo?). Sörgel sperava che tutta l’Europa (lo si potrebbe definire un europeista ante litteram… in un epoca in cui ancora comandava il Fuhrer che non gradiva troppo la cosa) potesse finalmente collaborare e che il progresso generato da questo mega-fanta-progetto potesse in qualche modo far digerire all’umanità intera gli effetti collaterali dell’opera. Avrebbe creato ricchezza, occupazione, futuro, progresso, cosa potevano volere di più!

Il tutto finì (meno male) con un nulla di fatto; Sörgel venne investito da un’auto pirata, mai identificata, su un rettilineo nel Natale del 1952 ed il suo istituto (fondato alla fine della WWII con il compito di diffondere le idee del suo ideatore) venne chiuso 8 anni dopo la sua morte, nel 1960.

Amen, almeno per ora.

WU

PS. Mi ricorda tanto quest’altro delirio qua.

PPSS. Ho sempre ammirato i visionari (o i matti, se preferite) di qualunque epoca. Indipendentemente dal genere di idee che partoriscono…

Fordlândia

Henry Ford “faceva” macchine… ed a tempo perso fondava città. Riusciva più nelle macchine che come fondatore. Ma evidentemente era uno che non si tirava indietro, ragionava alla grande ed aveva i suoi buoni agganci.

Leggermente (ma non troppo) più in maniera antologica. 1928, piena foresta amazzonica, nel bel mezzo del nulla, ove popolazioni di indigeni vivevano senza problemi, terreno roccioso e collinare… il posto migliore per fondare una “città americana”, no? Ed infatti no…

Ford aveva un cruccio: le “mie” macchine, hanno ed avranno sempre le gomme. Le gomme sono e saranno, ca vas san dire, fatte di gomma. La gomma, gli Stati Uniti, la importavano dall’odiata Inghilterra (che a sua volta la prendeva dalla Malesia, ma questo era il male minore…).

Dato che, appunto, Henry pensava veramente in grande ed aveva i giusti canali, ottenne dal governo brasiliano la concessione per sfruttare 10 000 km2 di foresta, sulle rive del Tapajos. La merce di scambio era (nell’epoca in cui i soldi la facevano da padrona, un epoca ormai lontana… no?!) la cessione del 9% dei profitti generati dallo sfruttamento del terreno.

Ford decise che quello era il posto giusto per metter su una bella città. Stile America, cibo americano, usanze americane, ma abitata da indigeni. Che dovevano lavorare per rendere la Ford indipendente dalla gomma inglese.

Furono infatti impiantati filari e filari di alberi della gomma. Nell’Amazzonia. A Fordlandia.

Fordlandia.png

I filari furono impiantati molto serrati dato che il fabbisogno di gomma era ingente ed il terreno non era mai abbastanza. La poca distanza fra gli alberi ed il clima tropicale aiutò il proliferare della peronospora e degli insetti. In breve tutta la piantagione fu compromessa.

Già si delineava un fallimento, ma Ford era evidentemente uno che non si arrendeva (e che aveva i mezzi economici per non farlo…). Si spostò più a valle, verso Belterra pronto a rimettere su la sua Fordlandia ed i suoi alberi di gomma. Fordlandia venne abbandonata dal 90% dei suoi abitanti nel 1934 e fino ai primi anni del 2000 contava la bellezza di 90 residenti.

Era testardo, era visionario, non era stupido. Nel 1945 venne sviluppata la gomma sintetica facendo definitivamente naufragare il progetto di Henry Ford e la sua Fordlandia senza mai esser stato capace di esportare una sola goccia di lattice verso gli Stati Uniti.

Cosa ci insegna questa storia non lo (e non lo voglio forse neanche sapere), ma passeggiare oggi nella giungla e vedere resti del sogno americano deve essere certamente suggestivo. Scempi, sfruttamenti, disastri ecologici a parte (come se fosse poco), ho una certa venerazione per chi ragiona in grande, ma veramente in grande (e non è una morale!).

Fordlandia, the place (not) to be.

WU

Il Trou de Bozouls

Il Buco di Bozouls, e già il nome ha un alone di magia (e forse anche un che di sinistro). E’ uno di quei posti che mi piacerebbe visitare (non direi almeno una volta nella vita, non direi che è il mio sogno nel cassetto, non direi che organizzerei un viaggio apposito, ma mi piacerebbe vederlo, chissà magari trovandomi in zona oppure andando a far vista a qualcuno da quelle parti… boh, per questo lasciamo fare alla vita).

Francia, Francia meridionale, Occitania (che bel suono questa parola), regione dei Midi-Pirenei, dipartimento di Aveyron, paesino di Bozouls. Il paese in questione ha una particolarità che lo rende paesaggisticamente unico e lo avvolge in un’aurea di mistero. Sfida la forza di gravità avvolto da un incantesimo che lo tiene stabile sulla cima di un precipizio.

Va bene, forse così è un po’ troppo romanzato, ma il punto è che Bozouls è un borgo di circa 3000 anime che nasce in cima ad un suggestivo canyon a forma di cavallo con un diametro di circa 400 metri e 100 metri di profondità.

Bozouls.png

Un bucone naturale che la leggenda (ovviamente) attribuisce a Lucifero in persona. Il bordo di Bozouls ha l’ardire di sfidare tale formazione naturale standosene li, arroccato in cima allo strapiombo come se niente fosse. Il canyon ospita sul suo fondo il torrente Dourdou che ne è anche l’artefice (beh, certo, ci avrà messo qualche millennio) che aumenta l’aurea di mistero del bordo. Poi ci metti che le case sono praticamente a picco su questo buco e che paiono anche messe li in modo alquanto disordinato e per forza che devi pensare che un qualche incantesimo le tiene su ed evita che la voragine le possa inghiottire (beh, magari un giorno finirà così, ma per il momento il paese tiene duro).

Da vedere sicuramente, ma una domanda mi viene spontanea: che vantaggio ci hanno visto i nostri avi a scegliere tale posizione per stabilire un centro abitato? Davvero la vista (sicuramente spettacolare) li abbia suggestionati così tanto?

WU