Categoria: genetic

Postille di propositi

2017.png

La mia attuale visione (generica q.b.) del passato e del futuro della mia soddisfazione. Dando una rilevanza speciale a questo anno che ci attende, solo perché, giustamente, sta per incominciare.

WU

PS. auguri per questo nuovo 2017; un embrione, per definizione, migliore di quanto ci lasciamo alle spalle.

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Cemento geneticamente modificato

Di per se la notizia mi ricorda molto l’inizio di un qualche film apocalittico in cui un super virus ci trasforma tutti in mangia budella (facciamo un tributo alla Umbrella Corporation?).

Ma non è così, almeno per ora. Anzi, l’idea è potenzialmente molto valida.
Come sempre mi rimangono molti dubbi sulla sua industrializzazione e commercializzazione (insomma sul suo cammino dal laboratorio al consumatore), ma questa è un’altra storia…

Agli eventi sismici di questi giorni si può reagire in diversi modi, fra cui quello di concepire (e qui, nell’idea stessa, che vedo una grande innovatività) un cemento “vivente”.

We are trying to create a responsive material which could have broad architectural applications, for example creating foundations for buildings without needing to dig trenches and fill them with concrete.

Eh!?

Un cemento che si auto ripara a seguito di eventi catastrofici sfruttando la laboriosità di alcuni batteri muratori. Questi batteri, infatti, a seguito di una modifica del loro genoma sarebbero in grado di riparare il cemento di fondazioni, mura, pilastri e simili.

La cosa simpatica è che il batterio “originale” è un banalissimo, comunissimo e dolcissimo (si fa per dire) Escherichia coli. Il DNA del povero batterio è stato modificato per far si che esso reagisca a variazioni di pressione del suolo producendo una specie di colla a base di zuccheri e carbonato di calcio.

E questa l’idea di un gruppo di ricerca dell’università di Newcastle che potrebbe, potenzialmente, portare a case più che sicure oppure alla fine del genere umano… Quantomeno un approccio diverso.

WU

Sinallagma

Dall’unione delle due parole (di origine greche, ma lo devo dire?) “prendere”-“insieme” abbiamo il termine dall’esotico suono e dall’oscuro significato.

Il sinallagma sancisce l’elemento base di un contratto: ogni parte si impegna a fare qualcosa nei confronti dell’altra in un contratto. Praticamente in obbligazioni vicendevolmente assunte ciascuna viene vincolata alle altre così come il loro adempimento.

Nulla di trascendentale: facciamo un contratto/patto/accordo/sputosullamano ed in quel momento stabiliamo un rapporto sinallagmatico con la controparte. Se penso a quante volte l’ho fatto e non ho mai (chi dice beata ignoranza?!) potuto usare questo termine me ne rammarico. Do ut des!

Ovviamente (e questo è pane anche per i giurisperiti più in erba) al primo vizio che si riscontra l’obbligazione viene meno e la base sinallagmatica del contratto cede. E da qui il motto: Inadimplenti non est adimplendum (all’inadempiente non è dovuto l’adempimento) che sancisce il diritto di una parte a non adempiere alle proprie obbligazioni nel momento che anche l’altra viene meno. Su questo sono certo siamo tutti più ferrrati…

Mettiamola così: il senso ci è chiaro dal nostro vivere (civile?) e siamo praticamente obbligati ad adempiere a questo genere di obblighi, ma almeno sapere e poter dire che lo facciamo in virtù di contratti sinallagmatici allevia la pena accarezzando le lettere del termine.

WU (con derive giuridiche)

Skalugsuak

One day, many years ago an old woman washed her hair in urine and as she dried it with a cloth, a gust of wind pulled the cloth from her grasp. The cloth blew into the ocean and in the pot where the Sedna urinates. Transforming the cloth into the great monster Skalugsuak, who tips over kayaks and consuming the people that fall into the water.

Che più o meno si riassume in “una vecchia si lavò i capelli con la propria urina e li asciugò con uno straccio. Da questo straccio, gettato nell’oceano, ebbe origine Skalugsuak”.

La leggenda tratta del (mitico) Somniosus microcephalus aka lo squalo della Groenlandia. Un bestione di 6 metri e 1000 kg (cioè più grande di un’utilitaria…) che abbiamo recentemente scoperto essere una specie di matusalemme dei mari. Ebbene si, dalle datazioni al carbonio 14 si è potuto apprezzare che il bestio può vivere fino 400 anni, con una vita media di 270!

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Decisamente il vertebrato più longevo del pianeta (cioè ci sono squali che hanno visto le due guerre, l’unità d’Italia, la rivoluzione Francese, etc.)… anche se poi scopro che il margine di incertezza è ben 120 anni. Avrei da ridire su queste dichiarazioni in pompa magna con margini d’incertezza così ampi, ma… un’altra volta.

La maturità sessuale viene raggiunta attorno ai 150 anni, per cui devono sperare che nessuno gli rompa le scatole prima di un secolo e mezzo se vogliamo evitare estinzione della specie. Eppure il mostro non è (ancora) a rischio. Io lo avrei già dato per estinto, ma, come la leggenda ci ricorda, l’essere pieno di urea (ed avere carni piene di l’ossido di trimetilammina… velenosa), lo ha reso un vero e proprio mostro dei mari.

Il segreto della longevità? Soprattutto in un ambiente buio, pericoloso e con relativamente poco cibo come l’oceano artico? Ovviamente… non si sa, ma il loro tasso di crescita molto lento (circa 1 cm/anno) è un ottimo candidato.

Artico, abissale, enorme, longevo, velenoso, inquietante e misterioso. Tutti gli ingredienti per farne il protagonista di miti e leggende.

WU

PS. Al secondo posto dei vertebrati più longevi si piazza, con “soli” 220 anni di vita stimata, nientemeno che… la Balena della Groenlandia. A riprova del fatto che la il ghiaccio è uno dei migliori modi di mettere al sicuro la longevità (per chi la cerca).

Piantana

Quando si dice un nuovo punto di vista. Gli OGM non più come alimento (e non mi dilungherò qui sul tema), ma come illuminazione. Wow.

Almeno sulla carta è quello che propone questo nuovo progetto che ha dalla sua l’essere stato finanziato con kickstarter. Per quanto mi riguarda decisamente un pro. Questa campagna ha raccolto 484,013 $ da 8433 finanziatori.

Glowing Plant è il progetto che prevede di cambiare fin nelle radici (è proprio il caso di dirlo) il concetto di illuminazione ed ingegneria genetica. Con questo (notevole) disclaimer: “The glowing plant inspires hope in a more sustainable future and educates people about this wonderful and mis-understood technology”.

Con i finanziamenti messi insieme hanno sintetizzato in laboratorio un nuovo genoma per crescere piante bioluminescenti da usare come lanterne. Cioè, prendiamo la luciferasi (enzima di lucciole, qualche fungo, etc.), con il Genoma Compiler modifichiamo il genoma di alcune piante. Una volta ottenuta la sequenza giusta con una stampante 3D sintetizziamo il nuovo genoma e con una (a questo punto banalissima) pistola genetica lo iniettiamo nella pianta candidata. Che ci vuole. Effettivamente sempre dal loro sito imparo che la prima pianta biolumiescente con enzima di lucciola fu fatta già nel 1986…

Per il momento hanno provato tutta la procedura su una piccola pianta chiamata Arabidopsis e sono riusciti ad avere tutta una serie di pianta-lanterne che vivono illuminando una stanza buia. Nonostante pare che il dipartimento dell’agricoltura americano non abbia sollevato obiezioni, rimangono (immancabili) i dubbi su questo utilizzo della biogenetica (ma infondo non se ne può fare sempre una questione etica…).

Bello se addirittura altre piante potessero crescere alla luce di queste piante; se state pensando che mi sto spingendo troppo in là allora non avete capito che per molti aspetti con la realtà siamo già oltre l’immaginazione…

WU

PS. Indipendentemente dal successo o meno dell’idea, la più grande conquista che riconosco a questi signori è l’aver affiancato due concetti tipo lampade ed OGM che difficilmente si sentono nella stessa frase ed addirittura stanno cercando di farne un business… Io ordino la mia.