Intelligenza intuitiva

Oggi, onestamente, ho avuto un po’ di difficoltà ad astrarmi dalle mia quotidiana lotta per focalizzare la mia attenzione su qualcosa di totalmente inutile che fosse solo un po’ di allenamento ed alienamento per la mente. Mi sono reso conto che la difficoltà deriva (non so perché questa cosa mi abbia colpito solo oggi) dalla mole di informazioni, dati, notizie, etc. che processo. Ormai in gran parte (e forse come tutti) in maniera quasi automatica, incosciente e quindi sommaria.

Mi sono quindi ravveduto del fatto che (come tutti, ma ora la smetto di ripeterlo) spesso il primissimo filtro a tutto quello che mi passa davanti gli occhi e mi stuzzica la mente lo faccio in maniera istintiva, ad intuito. Aspetti della nostra mente che forse un tempo ci salvavano la vita mettendoci al riparo da qualche predatore e che oggi si sono con noi evoluti per salvarci la pelle, e la mente, dalla pletora di informazioni cui siamo esposti.

L’intuizione opera praticamente in maniera inconscia come meccanismo di sopravvivenza, oggi come un tempo (questo titolo lo leggo o no? questa news è affidabile? questo soggetto lo posso conoscere? etc.). Ravando un po’ in rete (fra siti che la mia intuizione ha classificato come para-affidabili, olistici, fancazzisti, click-biting, parolai, etc. etc.) ho scoperto che l’intuizione rientra nel concetto di intelligenza intuitiva la quale a sua volta si articola in quattro sottolivelli. Per come li ho capiti io:

  • Istinto animale – intelligenza istintiva di primo livello, quella che ci garantisce sicurezza e sopravvivenza. Tutti lo abbiamo intrinsecamente adottato, spesso inconsciamente. L’istinto come versione base dell’intuizione, quella che ci faceva scappare dai predatori e ci faceva “sentire” i pericoli senza averli per forza visti, ma semplicemente percepiti. E’ il livello più semplice dell’intuizione anche se non sempre sufficiente ad esprimerci al meglio e tanto meno elevarci.
  • Intelligenza emotiva – intelligenza istintiva di secondo livello, quella che ci garantisce capacità di comunicazione ed empatia (o almeno il tentativo di quest’ultima). E’ il livello di intuizione che ci mette in grado di relazionarsi con gli altri, che ci da coraggio, che ci fa andare oltre il mero istinto animale. L’intuizione che ci guida su cosa è appropriato dire o fare in certi contesti (si, a livello intuitivo prima che di educazione o condizionamenti sociali). E’ il livello della comunicazione non verbale (livello messo a dura prova dal contingente social distancing)
  • Potere visionario – intelligenza emotiva di terzo livello, più raffinata. La madre della capacità creative e visionarie, ed estremizzando anche delle nostre (e qui mi sono un po’ insospettito sulle mie “fonti”) eventuali capacità di percezione extrasensoriale o in generale altri eventi psichici (si sprecano…). Il livello della capacità straordinarie di fare o vedere le cose, di far scaturire idee nuove, di pensare in maniera trasversale.
  • Saggezza universale – intelligenza emotiva di quarto livello, quella che ci avvicina alla consapevolezza universale, all’unità del tutto (si, faccio un po’ di fatica…). Vi si accede spesso dopo profonda meditazione o pratiche dedicate (beh, si, da qualche parte si parla anche di esperienze pre-morte… anche se non so quanto siano classificabili come intuizioni…). Il livello più elevato di intuizione che ci permette di raggiungere il livello più profondo della realtà. Il livello che ci permette di poter realizzare i nostri obiettivi più intimi (che evidentemente abbiamo definito grazie ai livelli precedente… ed io sono ancora indietro) e soprattutto ci danno il potere di cambiare, ed in qualche modo “guarire” la nostra vita.

Sono fermo al primo livello con qualche capatina al secondo. Il terzo solo come frutto di impegno estremamente razionale (e quindi non intuitivo), mentre al quarto livello credo di accedere solo mediante la trama di qualche film 🙂 . Nonostante questo mi piace scavare in questi anfratti, al limite del razionale, al limite della fuffa, solo per cercare di spingermi un po’ più in la del mio “istinto animale”. Stasera medito; cioè, ci provo.

WU

Capo Pitso e la Mercedes

Nel mio “peregrinare digitalmente distratto ed assorto”, mi imbatto spesso in personaggi particolarmente eccentrici che catturano la mia attenzione per il sol fatto di avere delle idee, dei sogni ed essere in grado di “combattere” per questi (le virgolette per non limitare l’accezione che ciascuno vuole dare a questo termine). Per quanto discutibili questi sogni siano sono spesso almeno ben definiti, ben chiari e soprattutto esistono, a differenza che nella maggior parte delle persone. Se poi questi sogni hanno risvolti particolarmente negativi (tipo limitare la libertà di altri) quest’ultimo aspetto prende il sopravvento e tento ad inquadrarli come squilibrati (come se fossi nella posizione di affidare questo genere di etichetta a qualcuno), mentre se non fanno del male a nessuno (a parte spesso a loro stessi), allora ne lodo l’aspetto sognatore. E, ripeto, indipendentemente dal sogno che coltivavano anche, anzi soprattutto, se non lo capisco o condivido fino in fondo. Tipo: essere seppellito in una Mercedes (vecchia e non funzionante è un corollario).

Capo Pitso era uno dei capi del Movimento Democratico Unito (UDM) in Sudafrica; partito anti-separatista molto attento al concetto di libertà e con un forte senso morale e sociale.

A Pitso gli piacevano molto le macchine, soprattutto le Mercedes. Ne aveva, ad un certo punto della sua vita, una vera e propria flotta. Flotta che ha dovuto poi man mano mettere in vendita a causa delle difficoltà economiche che si è trovato ad affrontare.

Ma un sogno è un sogno e Pitso riuscì, nonostante tutto, a racimolare una somma sufficiente ad acquistare una Mercedes E500 usata, e non funzionante (da una velocissima ricerca oggi se ne può comprare una per circa 10.000 euro con suppergiù 200.000 km!).

Pitso amava passare il suo tempo seduto nella sua Mercedes ad ascoltare musica dall’autoradio e riflettere. Pitso è stato colto da un malore proprio mentre andava nella sua alcova.

I familiari hanno deciso di rispettare una delle ultime volontà del Capitano: essere seppellito con e nella sua adorata E500. La cosa non è stata ne burocraticamente (che si fa in questi casi, si dichiara l’auto come rottamata?) ne logisticamente (già le dimensioni della fossa sono ben più imponenti di quelle standard…) semplice, ma un desiderio è un desiderio e se sei uno dei Capi del UDM hai ben diritto a vedere almeno l’ultimo realizzato.

MercedesPitso

Pitso giace ora sotto tre metri di terra, nella sua Mercedes. Al posto di guida, con le mani al volante; e con la cintura allacciata. Mi chiedo cosa penseranno i paletnologi del 5000 d.c. quando rinverranno la tomba. Chissà se esisterà ancora il concetto di “realizzare un desiderio”.

WU

How old are you?

Premesso che è meglio non pensarci, tanto la risposta non ci piacerebbe comunque. Ribadita la premessa.

C’è un momento in cui qualcuno ci vede “vecchi”. Si, è uno stato della mente; si, si è giovani dentro; si, non è l’età anagrafica che conta; si quello che vi pare, ma esiste un momento (tipicamente ben più tardi di quanto è effettivamente accaduto) che la gente ci guarda con occhi diversi.

Da quando ci danno del “lei” in ascensore, quando il “ciao” diventa “buongiorno”, quando le spiegazioni non le riceviamo più, ma dobbiamo darle, et similia. Tutte piccole tappe che ci portano ad “invecchiare” inteso come un cambiamento della percezione che gli altri hanno di noi.

Da cui la “domanda”, ma quando si è effettivamente definibili come “vecchi”? Di risposte ce ne sono a iosa, nessuna giusta, nessuna sbagliata. Questa di PBS mi piace particolarmente (e con l’emergenza COVID fresca fresca mi fa anche un po’ accapponare la pelle).

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La mia risposta sarebbe abbastanza simile a questa, anche senza richiamare, almeno in prima battuta, il concetto di morte. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti arrendi; noi stessi, non lo ammetteremo mai, ci meraviglieremo e biasimeremo sempre per esserci arresi. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti lasci andare a sproloqui, invettive, tristezze, ricordi in maniera improvvisa, automatica, noncurante del contesto. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti concentri su qualcosa di irrilevante (o anche su nulla) nel bel mezzo di altro. E via dicendo.

Evidentemente il significato di vecchio è oggettivo, ed ha anche senso associarlo all’idea della morte. Se non alla nostra idea quella che “il senso comune” (espressione che ho sempre visceralmente odiato) ha. Un pensiero “diverso” per i “giovani” e per i “vecchi” portati via da questa pandemia.

WU

PS. Fanno bene gli inglesi che tagliano corto: “quanto vecchio sei tu?”, partendo dalla nascita e non se ne parla più.

E per gli animali (ergendoci a giudici della loro età), come la mettiamo?

Octave Monjoin: siamo la nostra memoria

Era il primo febbraio del 1918. La WWI era ormai alle spalle (da pochissimo, in effetti). Alla stazione di Lyone scese dal treno un uomo. Evidentemente un reduce di guerra, assieme a tanti commilitoni. Disorientato, traumatizzato. Senza documenti, senza averi. E senza memoria.

All’uomo fu subito chiesto chi fosse, da dove venisse, dove andasse (neanche uno possa sapere tutte queste cose…). Vuoto; con una diagnosi di demenza precoce ed amnesia post-traumatica. L’uomo era evidentemente uno dei soldati traumatizzati dalla guerra (uno come tanti, tantissimi) rientrato in Francia neanche fosse guidato da un qualche automatico istinto.

Nessuno a reclamarlo, nessun nome da diffondere. Il misterioso militare fece un po’ la spola fra un ricovero ed un altro prima di “ricordarsi” il suo nome che, almeno secondo lui, suonava più o meno come Anthelme Mangin. Con questo nome e con una sua foto si iniziò finalmente a cercare una famiglia, un parente, un conoscente, qualcuno a cui quest’uomo potesse ricongiungersi.

OctaveMonjoin

La cosa sorprendete fu che in breve tempo, dopo la diffusione di questo nome e della sua foto oltre 300 famiglie (!) si fecero avanti reclamando “il loro caro Anthelme Mangin!”. La diffusione delle informazioni del primo dopoguerra non era il massimo ed un po’ tutti volevano riabbracciare qualche caro, se non altro per illudersi di non averlo perso in guerra. Mangin era il reduce di tutti, e di nessuno.

Fu trasferito dapprima a Rodez dove una famiglia sosteneva di aver ritrovato il loro figlio scomparso in guerra. Ma nessuno degli amici e parenti “di un tempo” riconobbero in fondo l’uomo e lui stesso continuava a non ricordare nulla. Uno sconosciuto fra sconosciuti (epopea dei tempi moderni, ma mi cheto).

La cosa passò sul livello di analisi biologiche che confermarono la non-parentela con la famiglia di Rodez. Nel 1934, dopo un ulteriore “round di ricerca” ed una scremature dei candidati più verosimili, Mangin fu accompagnato a Saint-Maur. Li Mangin camminò autonomamente dalla stazione fino alla casa della famiglia Monjoin, che effettivamente lo aveva “reclamato”. Non riconobbe gli abitanti della casa, ma notò il diverso aspetto del campanile della chiesa del villaggio (effettivamente modificato a seguito di un fulmine).

Le autorità riconobbero effettivamente nel misterioso soldato Octave Monjoin ma alcune lungaggini burocratiche nei confronti degli altri “pretendenti” non resero così agevole l’assegnazione del reduce alla famiglia Monjoin. Quando finalmente Octave fu affidato alle cure del padre e del fratello, nel 1938, entrambi erano ormai morti (senza troppi traumi per il povero Octave che non recuperò mai la memoria). Octave finì la sua vita nell’ospedale psichiatrico di Sainte-Anne a Parigi dove si spense nel 1942.

Ancor oggi le spoglie di quest’uomo giacciono sotto una pietra con su scritto Octave Monjoin, sperando che giustizia gli sia stata resa ed almeno il tempo abbia portato la pace a questo reduce.

WU

Com’è l’acqua?

“Ci sono due giovani pesci che nuotano ed a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua? –
[D. F. Wallace, 2005]

Il succo è chiaro quanto triste: le realtà più ovvie, importanti e spesso presenti ovunque tutto intorno a noi sono le più difficili da capire, sono i tempi più spinosi da approfondire e spesso conduciamo una vita intera immersi (letteralmente) in esse senza rendercene neanche conto o, nel migliore dei casi, scalfendone solo la superficie.

Noi (ed io di certo) viviamo nella nostra acqua senza renderci non solo conto di “come essa sia” (dalla domanda del pesce anziano), ma senza neanche avere contezza della sua esistenza. Un po’ come il feto che vive nel suo liquido amniotico, il suo tutto.

Ora, il modo per declinare il significato di questa “acqua” è abbastanza soggettivo (e credo dipenda anche dalle stagioni della vita di ciascuno), certo è che ci sono alcuni valori che dati troppo per scontati finiscono per passare sottotraccia facendoci perdere proprio la possibilità di comprendere il contesto in cui ci muoviamo. Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza, solidarietà, etc. sono parole che scrivo con l’impressione di star ribadendo dei cliché o di dar “fiato” a scheletri vuoti di significato, pura retorica. Ci stiamo dimenticando quale sia la nostra acqua (… e nel dubbio ce l’avveleniamo anche).

Mi sento un po’ “annegato” in schemi vacui in cui l’apparenza (evidentemente eretta ad un certo punto alla stregua di un valore) sta cercando di prendere il posto dell’acqua e “vecchi valori” sono massi da spostare, problemi da risolvere (quantomeno per mettersi la coscienza a posto) o parole vuote e non concetti da approfondire. Sto diventando sempre più cieco ed imprigionato (questa la vera prigionia, non tutte le moine che abbiamo fatto per questo lockdown…) nelle mie quattro idee, scarne e discutibili, da far fatica a rendermi conto della realtà che mi circonda e, soprattutto, quella che lasceremo ai nostri posteri.

Aspetto il mio prossimo incontro con qualche anziano (e non per forza anagraficamente) pesce che mi faccia un po’ rinsavire.

WU

PS. Usare la domanda “Com’è l’acqua?” come mantra per cercare di far cadere qualche preconcetto o abitudine – qualora abbia la prontezza di accorgermene – mi pare un primo passo

Zelota

Dall’evidente radice di zelo, zelante. A sua volta di origine greca dal significato di ammiratore, seguace. Con una accezione nella direzione di emulazione, fanatismo.
Lo zelota è colui che segue scrupolosamente (ed a tratti bovinamente) un precetto o un’istruzione. Un passo prima del fanatico radicale, un attimo dopo il fedele ed il praticante (non solo con accezioni religiose).

Il termine nasce all’inizio del I secolo d.c. per identificare i membri di una associazione politico-religiosa (binomio particolarmente interlacciato sin dalla notte dei tempi, evidentemente) costituita da elementi che seguivano la legge ebraica in maniera particolarmente zelante e che erano pronti a conseguire l’indipendenza della Giudea con ogni mezzo (i.e. armi alla mano).

Gli zeloti (quelli originali) erano i difensori dell’ortodossia ebraica, quelli che chiameremmo oggi integralisti. Gli “invasori” da combattere erano i romani. Una specie di terroristi-sovranisti ante litteram (tanto per il ciclo “corsi e ricorsi storici”) che partono da locali violenze (tipicamente nei ceti meno abbienti) per arrivare a vere e proprie rivolte.

Oggi gli zeloti mi pare si mascherino bene, ma non siano meno presenti. Mi pare si camuffino, neghino, dissimulino (non vedremo uno zelota sulla croce, al più lo vedremo suicida dopo questo o quel massacro), ma abbiano sempre un invasore da combattere (“neGro, eBBreo, Comunista!”) concentrandosi più sui “maneschi” mezzi che sulle motivazioni che li spingono al gesto. Diciamo che li vedo un po’ come una sorta di automi che imparato un dettame lo portano avanti staccando il cervello.

L’unico (beh, forse il principale) dubbio che mi resta è come si identifica il limite fra zelante e zelota. Come si capisce quando si è fatto il passaggio? Come si diventa uno zelota in qualcosa? è colpa di un leader errato? di convinzioni superficiali? di fanatismo che nasconde povertà di idee?

WU

PS. La bibbia è piena di richiami a Zeloti (Giuda Iscariota, Simone il Carnaneo, Simone detto Pietro, etc.), anche se il termine in se compare solo due volte.

La giornata della Terra 2020

Ieri (si, sempre con i miei tempi e devo dire che in questo caso ne sono un po’ fiero, per il sol fatto che non vorrei fosse uno di quei casi “se ne parla oggi e festa finita” ed essere un po’ in ritardo è quanto meno una coda per la memoria di qualcuno, fosse anche di un solo giorno), era la “giornata della Terra”.

Non sono un fan delle ricorrenze, e questa entra nel mucchio, ma mi rendo conto che sono pretesti (e basta) per portare l’attenzione dei più su temi specifici (da San Valentino a Dante, dal Pi Greco alle Giraffe, per intenderci). E l’attenzione sullo stato di salute di questo nostro pianeta (come se ne avessimo uno di scorta…) vale la pena esser tenuta ben alta.

In genera penso alla giornata della terra fra i 10 ed i 30 secondi (chessò, spegnendo l’interruttore e la sera o fissando uno schermo nero di un pc), ma quella del 2020 effettivamente è stata una giornata un po’ particolare. Uno dei pochi risvolti positivi di questa pandemia è infatti stato proprio il miglioramento di salute di diverse aree del globo (da New Delhi a Monza).

Potrebbe essere l’occasione giusta per fare da volano ad un cambiamento radicale delle nostre abitudini. Non lo sarà, lo sappiamo tutti. Tutti vorremmo lo fosse. Il divario fra le nostre volizioni sono i soldi, la produttività, l’affermazione, gli svaghi, gli status sociali, etc. etc. Insomma un po’ tutto il modo di vivere che abbiamo messo in piedi (si, un passaggio “vero” dalla gery-economy alla green-economy, magari traghettato da qualche aiuto fiscale “vero” sarebbe una possibile strada per colmare questo divario; strada che onestamente vedo decisamente in salita).

Ok, forse (spero di sbagliarmi, ma “il pancino” mi dice di no…) non cambierà nulla e fra un anno o anche meno saremmo nuovamente a leccarci le ferite su come abbiamo ridotto il globo, ma almeno ci ricorderemo (e di questo sono più sicuro) di questa pandemia come del periodo in cui gli animali sono tornati nelle città, del periodo in cui la qualità dell’aria è aumentata a dismisura, del periodo in cui si sono riviste cose (dall’Himalaya a 200 km di distanza alle meduse a Venezia, alle rilevazioni del rumore sismico di base) che pensavamo di non rivedere più. Prendiamolo, sotto questo aspetto, come un promemoria della nostra vulnerabilità.

… è solo che mi spiace serva una pandemia per ricordarci di tutto questo. Che devo dire: alla prossima?

WU

PS. Ho trovato, in particolare, notevole questo video (beh, forse un po’ troppo “romantico”, ma credo dipenda più che altro dalla voce narrante…).

Sprouts

Voi lo conoscevate, io certamente no. Ed è uno di quei casi in cui ringrazio la mia ignoranza per darmi la possibilità di sorprendermi delle piccole cose: in questo caso di un pezzo di carta, due matite, due regole (oltre a tanto tempo… una scusa che è venuta meno a tanti in questo periodo…).

Allora, il gioco prevede due giocatori ed un foglio sul quale vengono disegnati una serie di punti. A turno i due giocatori devono unire i vari punti rispettando due regole semplici:

  • Una linea che collega due punti può essere dritta o curva, ma non può intersecare o toccare altre linee
  • Da ciascun punto non possono partire più di tre linee (linee chiuse che partono ed arrivano allo stesso punto conta quindi come due linee attaccate a quel punto)

Perde il giocatore che non è più in grado di disegnare una linea fra due punti “liberi” rispettando le regole di cui sopra

Nuovi punti devono essere aggiunti ad ogni turno dai giocatori posizionandoli, ove preferito, lungo una linea già esistente, ma non su una delle sue estremità; ed ovviamente hanno in questo caso già due linee attaccate ad essi.

Spourts1

Il “giochino” (che ha ovviamente basi di teoria dei giochi ben più profonde di quelle che noi -io?- profano sono in grado di acchiappare) non è chiaro dopo quante mosse termini, ma è possibile dimostrare che se inizia con n punti non terminerà in meno di 2n e non più di 3n-1 mosse. Il numero di punti che guida l’evoluzione del gioco è, ovviamente, quello dei “punti vivi” (quelli con meno di tre linee attaccate) e non quello dei punti totali.

Ne esiste una variante che modifica leggermente la seconda regola. Nel “Brussels Sprouts”, oltre i punti sul foglio sono presenti una serie di croci dalle quali è possibile far partire addirittura quattro linee. In questo caso il gioco termina dopo 5n-2 mosse con n il numero di croci (quindi se nè un numero dispari, conviene iniziare per primi 🙂 ).

In breve, per i più curiosi un terreno in cui cimentarsi con qualche elucubrazione param-matematica (i matematici, quelli veri, fanno ovviamente eccezione), per i romantici un giochino “carta e penna” pieno di sorprese.

WU

PS. Poi vi racconto come mi ci sono imbattuto, diciamo che conoscevo l’autore (e non per questo), ma non il giochino…

Ma dove vanno le mascherine…

Ora, mi rendo perfettamente conto che è un problemino all’interno di un problemone, ma è uno di quegli aspetti che se gestito per tempo non lascia traccia alternativamente nel prossimo decennio (se va bene) saremo ancora qui a leccarci le ferite.

L’emergenza sanitaria globale ha ovviamente causato una impennata nel consumo di alcuni beni, come le ben note ed in questo periodo mai sufficienti mascherine. Non passa giorno senza che vediamo qualcuno che fino a poco tempo fa ci immaginavamo “normale” indossare una di queste (e se si fa solo un selfie in fondo poco male…).

Ora la domanda (in realtà abbastanza ovvia e banale) è: ma le smaltiamo propriamente? Considerando, soprattutto che sono -almeno in teoria- usa e getta il loro smaltimento improprio è una concreta minaccia all’ecosistema marino che si protrarrà ben oltre l’emergenza Covid-19 che ne ha generato l’impennata di utilizzo.

Come se non bastasse la mole di rifiuti plastici che si riversa nei nostri mari annualmente (si, con buona pace di Greta, è ancora così) l’emergenza covid-19 sta richiedendo la produzione e lo smaltimento di questi oggetti ad un ritmo che finora non eravamo abituati a considerare. Vengono spesso accumulate e smaltite “alla buona” (leggi anche non differenziate, gettate in ogni dove, etc.) ed alla fine, come un po’ tutto, finiscono per arrivare nei nostri mari.

Il problema è già attuale. OceansAsia, un team di ricerca che sta conducendo dei progetti per mappare l’inquinamento degli oceani, si è imbattuta sulle spiagge dell’isola di Soko (un posticino che dovrebbe essere ameno ed intonso, al largo della costa sud occidentale di Hong Kong) in una specie di deposito non autorizzato di mascherine respiratorie usate. Un centinaio (per ora) che si sono dimostrate accumularsi al ritmo di circa una trentina a settimana (su una evidentemente sfortunata spiaggia). Ed il dato forse ancora più allarmante è che dato che l’emergenza è ancora in atto e se vogliamo in Cina è “fresca fresca” queste mascherine sono in acqua da poco tempo ed il loro accumulo a questa velocità desta ancor più preoccupazioni.

Mascherine_OceansAsia

Ripeto, capisco che in questo momento è (forse) l’ultimo dei nostri problemi; d’altra parte se continuiamo con la filosofia “siamo in guerra” non ci curavamo di certo dell’inquinamento dei nostri armamenti, di affondare sommergibili oppure di abbattere aerei che giacciono ancora sui fondali marini… ma almeno a livello di civilizzazione e sensibilizzazione qualche passo avanti lo abbiamo fatto o no? Se consideriamo che queste mascherine sono in parte tessuto ed in parte polipropilene il loro destino (se non facciamo un po’ di attenzione ora) è quello di trasformarsi da plastiche in micro-plastiche ed andare ad aumentare la massa di roba che è ormai parte del ciclo di vita dei nostri oceani e dei loro abitanti (oltre che, cosa che i interessa meno, anche di chi se ne ciba).

WU

Intemerata

in-temeratus, ovvero non-violato. Latinus, ça vas sans dire.

Termine che odora di aulico, di ricercato. L’intemerato è l’onesto l’integro, colui che si è conservato puro, scevro da ogni forma di corruzione.

Il termine era in origine usato come incipt di un’antica lunga orazione alla Vergine Maria e come tale il suo etimo conferisce un colore sacro a questo termine. L’intemerato non è solo l’onesto, è qualcosa di più: è il puro, il probo.

Termine raro forse perché da usarsi con particolare proprietà e rivolto a situazioni e persone sempre più rare al giorno d’oggi. Certamente sbaglio, ma lo vedo molto bene associato alla figura del nonno/a. Ah, ovviamente, in questo contesto il termine trova certamente maggiori applicazioni nella sua forma ironica: l’intemerata lealtà di questo o quel politico, l’intemerata castità del libertino, l’intemerato senso civico (di noi tutti).

Intemerata, nella sua versione femminile, trova utilizzo anche in altri contesti ben più quotidiani (anche se rimane una parola che suona, IMHO, aulica, ancor prima di pronunciarla). Dicesi di discorso lungo e noioso (beh, direi come molti dovevano percepire l’ovazione alla Vergine Maria…), di una tiritera (altro termine bellissimo!) o di un insieme di frasi fatte, insipide e monotone.

Ancora più comunemente (se di utilizzo comune del termine si può parlare), fare una intemerata a qualcuno si applica benissimo a fargli un violento rimprovero, una sgridata, un lungo discorso d’ammonimento.

Due soltanto i criteri ai quali possono ispirarsi i votanti: l’intemerato patriottismo che sia arra dell’italianità dell’eletto e la cospicuità sociale che gli permetta di svolgere la propria missione con l’indipendenza che dà guanto di disinteresse e di sincerità.
[I Vicerè, F. De Roberto, 1894]

WU

PS. Se volete proprio sapere come sono incappato nel termine (nella sua versione femminile, ad essere onesti): leggendo uno di quegli articoli polemico-nazionalisti (anche se in questo caso non mi sento di esser completamente contrario) che commentavano/maciullavano l’ultimo discorso della Lagarde. Uscite infelici di chi è profumatamente pagato sostanzialmente per pesare bene le parole.