Categoria: generic

The Creative Process

E’ stato un finesettimana creativo, direi. Benché non abbia creato nulla “di tangibile”, posso dire di aver avuto molte idee. Come dire, potevo essere papa, non sono neanche sacerdote… quelle cose che rimangono nella sfera delle possibilità, ma che ho (abbiamo)accarezzato a lungo nella mente.

Ad ogni modo, la (naturale?) conclusione del mio weekend, liberamente auto definito come creativo, è stata: chissà come si può articolare un processo creativo?

Gooooogle ovviamente ti da risposte a iosa, soprattutto per chi non sa cosa cerca di preciso. Ad ogni modo di idee ne da, ed in alcune mi ci rispecchio alla grande.

CreativeProcess.png

Mi riferisco in particolar modo alla gestione del tempo nel processo creativo… Credo di essere in piena fase “fuck off” o “Random internet surfing”, che potrebbero durare molto a lungo (chissà se il processo creativo prevede una durata massima prima che l’interesse per l’idea sfumi). In realtà credo che sia proprio in queste fasi in cui apparentemente la mente si concentra su altro che si delineano i contorni dell’idea e della sua implementazione… se solo non fosse così difficile poi metterle nero su bianco.

Altro aspetto che Goooogle mi offre come spunto di riflessione è quello degli step del processo creativo. Dire che ci sono alti e bassi è riduttivo. Dire che la “sconfitta” di un progetto che non vede mai la luce non è demotivante per la prossima idea è quasi ovvio. Dire che il processo vive in una sorta di corsi è ricorsi è… umano.

CreativeProcess1.png

Non ho aggiunto nulla alla mia (ed alla vostra) creatività, ma ho coccolato un po’ di più una serie di idee vaghe che mi passeggeranno fra i neuroni ancora per un po’. Una prima soddisfazione del processo creativo (che è insita nel processo indipendentemente dalla sua eventuale conclusione), quasi un sentirsi proprietari di un bene effimero e più che personale: un’idea.

WU

Annunci

Stili architettonici di un’icona

A proposito di icone. Quelle cose che di per se sono oggetti poco più che insignificanti ma che hanno fatto crescere generazioni (almeno la mia, non saprei per le nuove). Dal chiodo di Fonzie alla casa dei Simpson.

E reinterpretare un’icona non è mai cosa facile.

La casetta in questione è una specie di stereotipo della piccola-media borghesia americana: doppio garage, camino, finestrelle sistemate, viottolo d’accesso, giardino sul retro, e via dicendo. Una bella casetta direi.

Ma la domanda (obiettivamente geniale) è come sarebbe quella casetta se le scelte di design fossero state diverse? Il che può voler dire se l’architetto di Homer e Marge fosse stato più estroso o se la famigliola fosse vissuta in un’altra epoca.

Beh, HomeAdvisor ha provato a reinterpretare la dimora della famiglia secondo gli stili architettonici americani più tipici. Ed il risultato è degno di nota.

Reimagining-The-Simpsons-House-in-8-Architectural-Styles_Option-1.gif

Si va dalle travi in legno ed i finestroni stile Tudor alle planimetrie quadrate, file diritte di finestre e colonne doriche all’ingresso dello stile Coloniale. Si reinterpreta la casa con lo stile delle di frontiera fatte di tronchi di legno e con grandi portici e la si immagina con guglie e tetti a punta dello stile Vittoriano. Si prova a disegnarla con tetti moderatamente ripidi e senza troppi fronzoli per gestire le forti nevicate tipiche del New England e la si immagina con stucchi, archi, decori e tegole rosse in pieno stile mediterraneo. Ci si lancia, infine, in bordi arrotondati, dettagli giallini, tetti planari e pareti lisce per omaggiare l’art decò oppure in forme squadrate ed ampie vetrate per immaginarla come se fosse la villetta contemporanea accanto alla nostra.

Chissà se tutte queste interpretazioni possono cambiare il marchio di un’icona e chissà se l’icona sarebbe stata tale indipendentemente dallo stile architettonico. L’unica cosa certa è che io la casa dei Simpson me la immagino proprio come l’ho sempre vista. Affezione da icona, diagnosticherei.

WU

Epigone

Altra parola che trova posto più in qualche polveroso scaffale che sulla nostra (quantomeno la mia) bocca. Credo mi sarebbe piaciuto studiare (non sparlare) il come ed il perché del destino di alcune parole.

Epigone, ad esempio. Dal greco, letteralmente “nato dopo”. In origine (mi viene da dire, per quel che ci abbiamo capito) il termine fu usato nella mitologia greca, per indicare i dei 7 principi che combatterono contro Tebe (ovviamente per vendicare i padri e rinnovare, una decade dopo, la guerra paterna). Già in questa prima connotazione si identifica con il termine chi riprende, chi segue l’opera (beh, la guerra lo è di sicuro!) altrui.

Per estensione il termine indica (per quanto ho potuto vedere, specialmente al plurale), chi imita l’operato altrui; i seguaci, praticamente. Un discepolo, un allievo, un apostolo (per esagerare); un epigono, insomma.

Se poi vogliamo parlare dell'(in)utilità di scrivere di cosa è stato già scritto e di come (e se) ciò si differenzia da rielaborare ciò che è già stato scritto e tramandarlo alle generazioni future, allora possiamo anche lasciare in pace il bel termine che non ha colpa alcuna.

WU (ennesimo epigone del nostro tempo)

PS. Ovviamente mi ci sono imbattuto qualche tempo fa qui e poi mi è rimasta la parola li, a gironzolare nel cervello trovando il momento giusto per uscire.

Zündapp Janus: autovettura bifronte

Raccontiamo questa storia, un po’ triste, forse, ma fulgido emblema di come l’arguzia è stimolata dalla necessità. Il risultato, però, non deve essere per forza un successo…

Giano bifronte. Due facce che guardano in due direzioni diverse.

Solo che se tenti di applicare la “conformazione” ad una automobile ti viene fuori una piccola forma a trapezio con sedili rivolti nelle due direzioni. Guardiamo il traffico dai due lati, come se avessimo l’opportunità di guardare il mondo da due direzioni diverse.

ZündappJanus.png

La Zundapp, casa produttrice di motocicli con sede a Norimberga, si è trovata davanti ad una importante flessione di vendite dei mezzi a due ruote. La naturale (?), ed assolutamente condivisibile, opzione fu quella di guardare al mercato delle quattro ruote. E così si diede il via ad una serie di “concept” per lanciare sul mercato un oggetto che fosse innovativo … e più confortevole di una motocicletta.

Nel 1957 il progetto vide la luce con la Janus (Giano, appunto). Un “entra ed esci” caratterizzata da una doppia portiera davanti e dietro, sedili “schiena contro schiena”, e diciamocelo, una bruttezza un po’ generalizzata.

La macchinina (che effettivamente sembra un po’ un modellino) era completata da un motore da 250cc a 14 cavalli (quello, ovviamente, di uno scooter prodotto dalla stessa casa), che le consentiva di raggiungere una velocità massima di circa 80 km/h… in un sacco di tempo.

Il progetto, non propriamente definibile come di successo, si chiuse nel 1959 (solo 2 anni dopo) con “ben” 6902 esemplari venduti.

Forse era un modello che guardava troppo avanti (… ed indietro) per quei tempi. Oggi, magari con una rivisitazione stilistica un po’ più accattivante (e meno da utilitaria fai-da-te) ed un motore decente credo potrebbe essere una simpatica alternativa cittadina (ve li immaginate i passeggeri che scendono sul cofano dell’auto parcheggiata dietro?).

WU

PS. La Zündapp dopo l’abbandono del progetto chiuse i battenti e cedette lo stabilimento di Norimberga alla Bosch…

Statistiche

e ci volevo aggiungere “inutili” nel titolo. Mi sono astenuto, ma lo penso.

Inutili, evidentemente non per chi le fa (e per il compenso che riceve) ne per chi da la risposta di rito o di cortesia, ma inutili per chi le legge in prima battuta, ed a seguire per chi spera di leggerci aruspici per il futuro.

Ad ogni modo, queste fantastiche statistiche abbondano, e se ce le hai sotto mano sue ragionamenti a caso ce li puoi fare (il cui valore è evidentemente proporzionale all’inutilità della statistica stessa).

Italia, un po’ tutti, 1309 persone da 15 anni in su, pretese di letture generazionali.

  • A che età una persona è vecchia?
    Ma che ca##*#* di domanda è. Io personalmente a 355.4 anni. Oppure in base alla media degli anni bisestili vissuti moltiplicati per il tempo perso. No, non ce la faccio a prendere queste domande seriamente. Ad ogni modo, secondo la statistica, a 76 anni. Ah, stranamente, chi è già abbastanza vicino a tale età (campione con età maggiore di 72 anni) ha sparato un bel 80…

DemosCOOP_1.png

  • lei in che misura direbbe di sentirsi solo?
    La risposta va data in unità di misura di peso, lunghezza o tempo? Sono troppo ingegnere? E va bene, allora diamola in percentuale. Ah, beh, allora… Il numero magico in questo caso è 30%. Anche qui, stranamente, chi vive una fase della vita in cui è potenzialmente autosufficiente e con una potenziale famiglia (o assimilabili) avviata dichiara un bel 18% (vuol dire poco soli, no?!), mentre i “millenials” sparano un altissimo 39%. Mi serviva la statistica.

DemosCOOP_2.png

  • Quanta fiducia prova nei confronti del futuro? E di internet? E nell’Europa? E nella globalizzazione?
    Mia nonna mi avrebbe chiesto di includere anche il Festivàl nel sondaggio. Annovero fra i punti notevoli:

    • se hai più di 72 anni hai meno fiducia nel futuro (un misero 27%), inaspettato
    • se sei un millenials o sei un fruitore accanito di google (dalla rete) la tua fiducia in internet è nettamente maggiore la media. Chissà come mai… Forse perché internet ti ha dato l’opportunità di partecipare a questo sondaggio?
    • la fiducia nell’Europa di tutti coloro che sono in età lavorativa (i.e. si sbattono) è bassissima, fortunatamente la media pesata tiene conto di ciò…
    • ha fiducia nella globalizzazione solo chi la legge come parola su un monitor. Ciò alza, ingiustamente, la media del relativo sondaggio.

DemosCOOP_3.png

“le passioni tiepide”, bah… le passioni hanno il calore e la forza che ciascuno gli da, non quello che gli attribuiscono valori medi e dispersioni: “stato ponderato in base alle variabili socio-demografiche (margine di errore 2.7 %)“… no comment.

WU

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

Dilbert301117.png

Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

CB241017.png

Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

Lloyd241017.png

Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

FotoAutunno.png