Il calciatore e La rovesciata

Probabilmente lo sappiamo già tutti, ma vale la pena ricordarcelo un attimo.

Calciatori o calciofili, piccoli o grandi, millenials o quel che vi pare, almeno una volta nella vita ciascuno di noi un album di figurine di calciatori Panini lo avremo visto. Non dico aver completato la collezione (io mai, personalmente), non dico aver acquistato album e figurine, ma almeno il simbolo di questo album lo conosciamo; è in qualche modo parte della nostra memoria collettiva.

Si tratta di un calciatore colto nell’attimo di una spettacolare rovesciata acrobatica. Ne il nome del calciatore, ne tanto meno la sua squadra, sono riportati sulle figurine in questione.

Basta googlare pochissimo (o chiederlo ai più esperti, meglio) per scoprire che il calciatore.simbolo è Carlo Parola, giocatore della Juventus e della Nazionale negli anni ’50. La rovesciata in questione è colta dal fotografo Corrado Bianchi nel corso di un match Fiorentina-Juventus datato 15 gennaio 1950 (all’ottantesimo minuto, per la precisione).

La foto compare come simbolo della raccolta dei calciatori Panini nel 1955-1956 leggermente rielaborata rimuovendo, in particolare, i colori della squadra di Parola. Da allora l’atleta-simbolo veste una neutrale (credo, ma non ci giurerei) maglietta rossa, calzoncini bianchi e calzettoni giallo-neri. 200 milioni di copie vendute con didascalie in quasi tutte le lingue…

Parola

Come piccola curiosità: Parola non era un attaccante, bensì un difensore e la rovesciata non è colta nell’attimo di segnare un goal, bensì di “spazzare” la palla dalla propria area di rigore. Ah, fu lui uno dei primi (se non il primo) ad utilizzare la rovesciata come gesto tecnico abbastanza ricorrente nelle sue giocate.

Si, ok, oggi avremo i mitici attaccanti strapagati (principalmente non-Italiani) che troneggiano nelle news/rotocalchi/copertine/premiazioni/FIFA/PES/equant’altro, ma il fatto che l’immagine iconica del nostro calcio (quella che per intenderci ispira ancora le nuove leve) sia un italianissimo difensore mi fa in fondo piacere.

WU

Iato

Parola che ho sentito per puro caso (e non sono neanche certo onestamente di aver inteso bene) qualche giorno fa. Mi ha colpito sia per la sua rarità (… e nel caso specifico mi pareva anche usata fuori contesto…), sia per il suo suono.

hiatus = apertura.

Nasce come termine per indicare un fenomeno linguistico in cui due sillabe o due vocali che normalmente sarebbero pronunciate assieme vengono accostate ma pronunciate con due distinte emissioni vocali. Per capirci, provate a pronunciare come dittonghi “ao” in baobab, “ae” in aeroplano, “oe” in coesione o coacervo, “oa” in oasi”, etc… è chiaro che non capiremmo di che parola si tratta. Insomma, il contrario di un dittongo (in cui invece la pronuncia di due vocali attigue viene unificata).

Per estensione lo iato identifica, in maniera aulica probabilmente, tutte quelle aperture spazio/logico/temporali fra due eventi/pensieri/luoghi che dovrebbero essere invece attigui.

Uno iato in un manoscritto, l’interruzione/diminuzione dell’intensità di qualcosa (e.g. un segnale), una perforazione in una struttura cellulare, etc. tutte situazioni in cui l’utilizzo della parola è calzante, anzi auspicabile (sempre nell’ottica di quella vana crociata di salvare alcuni termini dal dimenticatoio della morte certa). Lo iato in una serie televisiva credo sia una crasi delle nostre radici e del nostro presente (è questo il contesto in cui ho sentito recentemente usare il termine…).

Insomma, una interruzione più che la parola fine messa in maniera definitiva.

Lo iato nel mio flusso di pensiero è probabilmente troppo vasto da lasciar entrare un sacco di robaccia inutile.

WU

PS. Forse più comune la sua forma aggettivata: l’ernia iatale (tanto per dirne una) è l’ernia dello stomaco… attraverso lo iato dell’esofago.

… ed è il turno del rodio…

Ve la ricordate la storia del palladio? Oggi vediamo quella di suo fratello, il rodio…

La storia è pressoché simile… Si tratta, anche in questo caso, di un metallo raro si, ma che fino a quando non è stato considerato come essenziale per una cerata applicazione (e quindi per un certo settore industriale) è stato più che altro un vezzo da chimici/fisici.

Il rodio, invece, è oggi diventato il metallo più prezioso al mondo (non è che vi trovate una collanina di rodio per caso?). La valutazione del rodio è in crescita da anni (da 500 €/oncia del 2016 siamo arrivati a 6700 €/oncia!), ha superato di ben cinque volte l’oro ed ha infine sfidato e vinto il palladio. Nel solo ultimo mese la sua crescita è stata di ben il 32%! Ah, ad aver acquistato qualche derivato del rodio a tempo debito…

RodioQuot

Anche in questo caso a muovere le fila è l’industria automobilistica ed in particolare la possibilità di utilizzare il rodio nei catalizzatori. Il mercato più promettente (ed anche quello che ha messo in moto la bolla economica del metallo) è quello asiatico che continua, nonostante i rallentamenti, a crescere a ritmi che il “il vecchio continente” non immagina neanche.

Ancora una volta, proprio come per il palladio, non esistono (finora?) giacimenti dedicati di rodio, ma il metallo è estratto come un sotto prodotto del nichel e le sue concentrazioni sono miserrime (qualcosa tipo 0.0001 g ogni tonnellata di roccia o giù di li…). La richiesta del mercato non sembra poter essere soddisfatta dall’attuale rateo di produzione (non più di 28 tonnellate annue) ed ovviamente ora siamo tutti alla ricerca di un valido sostituto (magari artificiale, magari a basso costo).

A parte gli aspetti economici, a parte gli aspetti ambientali (ma le auto elettriche che se ne faranno del rodio?), ed a parte gli aspetti speculativi, ogni volta che leggo una notizia del genere mi soffermo affascinato sul fatto che la nostra mente e la nostra inventiva riescono a rendere “prezioso” quasi qualunque cosa madre natura ci ha dato. Basta squilibrare domanda-offerta di qualcosa che abbiamo fra le mani da secoli con un qualche utilizzo ingegnoso et voilà, ecco creata la ricchezza, ecco creato il valore.

WU

La nostra bandiera

Art12

Quello sopra è l’articolo 12 della costituzione italiana (1946).

Ma non illudetevi di prendere dal cestello dei pennarelli un verde, un bianco e un rosso a caso: il verde è “verde felce”, il “bianco acceso” ed il “rosso scarlatto” (colori Pantone).

Con un brevissimo excursus, la scelta dei colori risale ai moti giacobini di fine ’700 e alla campagna italiana di Napoleone. Entrambi eventi che importarono da noi lo stile (ed in parte i colori e gli ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà… immagino vadano rivisti…) dei cugini francesi.

Senza troppa fantasia solo il blu fu sostituito dal verde: colore delle uniformi della Guardia civica milanese, volontari che combattevano per l’Italia. Il bianco ed il rosso, invece, furono mantenuti in quanto già presenti nello stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco).

La nostra bandiera fu “varata” nel 1797 come bandiera della Repubblica cispadana, reparti militari (di una Italia in fieri) costituiti per affiancare l’esercito di Bonaparte. Gli stessi colori furono poi adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati Emiliani e Romagnoli. Vi furono dei brevi tentativi (e qualche obiezione in sede di delibera del decreto legislativo) di inserire nella fascia bianca lo stemma dei Savoia, ma si optò (fortunatamente, IMHO) per il tricolore “sincero” che vediamo ancor oggi.

Nel periodo fascista la bandiera era il simbolo della sovranità dello Stato (che si ergeva, sotto questo aspetto giustamente, a depositario dei valori nazionali) e successivamente con la nascita della Repubblica italiana divenne emblema del nostro stato e dei suoi valori (che, ripeto, forse andrebbero rinfrescati oppure rivisti…).

Il vilipendio alla bandiera è ancora un reato (lo vedo come un rispetto dei simboli di uno stato e non come una limitazione della libertà di opinione) così come non è formalmente consentito esporre bandiere di altri stati in luoghi pubblici senza apposita autorizzazione.

WU

PS. Va detto che l’impatto della rivoluzione francese in Europa fu vastissimo e molte delle bandiere che oggi vediamo sono di chiara ispirazione a quella francese (nella quale, fra l’altro, il bianco della monarchia era unito ai colori di Parigi: blu e rosso).

PPSS. Mi è tornato alla mente questo delirio qua… ormai di anni addietro.

Rotazioni cangianti di una curva

Prendete a caso il filosofo che preferite, da Platone a Kant tutti (beh… più o meno) vi diranno che la realtà non è oggettiva, ma è come la percepiamo. E’ filtrata dai nostri sensi e dall’elaborazione che ne facciamo degli stimoli che raccolgono. Le illusioni ottiche sono un ottimo modo per prenderli in giro, e noi con essi (non so se rientrano, formalmente, nell’autoironia).

Esiste un concorso in cui ogni anno ci si sfida “a fare la migliore illusione ottica”; va detto che spesso partecipano ricercatori o scienziati che non le trovano/inventano a caso, ma le propongono proprio a seguito di test circa i limiti della nostra cognizione e della nostra mente.

Dual Axis Illusion è il vincitore 2019 (3000€, circa). L’illusione è fighissima.

Praticamente una sorta di nodo (tecnicamente una curva di Lissajous) sembra ruotare contemporaneamente sia attorno al suo asse verticale che a quello orizzontale. Per i più scettici, lo stesso autore conferma che si tratta di un video continuo in loop senza tagli o variazioni del moto (… anche se a me sembra quasi di percepirne una, proprio da rotazione verticale ad orizzontale…)

Spostare la testa da un lato all’altro oppure inclinarla mi è servito, personalmente a… confondermi ancora meglio le idee. Direi che l’illusione ha colto nel centro.

WU

PS. E prima di “giudicare” (boh, nel caso voleste farlo…) guardate anche quest’altra realizzazione della nostra eclettica curva.

Adermatoglifia

Non mi è chiaro quale sia precisamente il ruolo del fato, ma è inequivocabile che l’unicità delle nostre impronte digitali derivi sostanzialmente dal caso.

Anche due gemelli le hanno diverse, tutti noi siamo associati ad una particolare di esse (nel bene e nel male) e ce le portiamo con noi dalla nascita alla morte.

Sto parlando delle impronte digitali.

Quelli microscopiche creste di pelle che abbiamo sui polpastrelli e che trasferiscono su ogni cosa che tocchiamo un segno unico di riconoscimento. Anzi… pare possano dirci molto di più: la sudorazione della pelle, quello che mangiamo, le nostre abitudini di vita, i farmaci che assumiamo, etc. tutto viene rilasciato su quell’improntina che inevitabilmente depositiamo al solo contatto di una mano (… e che pare possa permanere fino a mezzo secolo indisturbata su una superficie!).

Bene, il impronte digitali sono parte di noi. A parte di coloro che sono affetti da adermatoglifia. Eh? Confesso: è esattamente con questa parola che oggi mi è partito il trip delle impronte digitali.

La adermatoglifia è in pratica una malformazione della pelle umana che si sostanzia nell’assenza di impronte digitali, sia sulle mani che sui piedi (si, dai, le impronte ce le abbiamo anche sui piedi… anche se le “usiamo” meno spesso…).

adermatoglifia.png

Si tratta di una malattia genetica (rarissima, certamente… quattro famiglie in tutto identificate dal 2011 ad oggi!) che rende tutto “un po’ più difficile” per il mondo un cui viviamo. Senza voler pensare a scene di crimine (CSI andrebbe in crisi) dai passaporti allo sblocco di un nuovo telefono le impronte “ci servono”.

Adermatoglifia a parte, le impronte possiamo anche, forzatamente, perderle… o meglio attenuarle: chi fa un duro lavoro manuale oppure chi se le brucia con fiamme o acidi (onde evitare riconoscimenti incriminanti… ovviamente) rimane privo delle nostre piccole, uniche creste epidermiche.

Chiudo la divagazione con la menzione che in futuro potrebbero essere usati alcuni dei molteplici segni univoci che ci identificano: siamo già nell’era dell’utilizzo dell’iride e del DNA e ci stiamo avvicinando all’epoca in cui sarà sufficiente la nostra flora batterica intestinale a dirci chi siamo. Attenti anche a sputare… se avete qualcosa da nascondere!

WU

PS. Ve la immaginate l’analisi (si, richiederebbe strumenti che non sono propriamente alla portata di tutti…) che si potrebbe fare di ciascuno di noi solo dalla nostra tastiera o lo schermo del nostro telefono? Inquietante ed affascinante.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #2

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…

E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. Belluca è semplicemente (più facile a dirsi che a farsi) evaso dalla realtà. Si è reso conto, per poco, certamente, il tempo del fischio di un treno, che esiste anche un altro mondo, oltre al suo (nostro?) fatto da routine, lavoro, famiglia, fretta e vacui impegni. Si, poi Belluca si scusa ed ha anche la sua “ora d’aria”, ma una volta provate certe emozioni non si dimenticano.

Per quest’anno, da parte mia, un augurio di Natale un po’ diverso: che il treno possa fischiare per ciascuno di noi.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #1

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. … e che vuoi aggiungere? La pena del vivere? La rabbia folle nascosta da una coltre di grigiume tipico (un tempo solamente, oggi credo che “la malattia” sia molto più estesa) della piccolissima borghesia, magari impiegatizia? L’alienamento soppresso della quotidianità che prima o poi deve trovare sfogo (… ed è meglio che glielo diamo noi evitando gli eccessi delle esplosioni)? L’evento banale che scatena la ribellione alla realtà? Oppure, semplicemente e senza voler aggiungere troppo ad un brano che ho scoperto forse troppo tardi ed invito tutti a leggere almeno una volta: è la normale quotidianità la vera follia.

Mostri di grasso, figli nostri

Sembra il nome d un cattivo di Spiderman, ed effettivamente se li antropomorfizziamo un po’, con una maschera ed un mantello il ruolo di cattivo spaventoso lo ricoprirebbero perfettamente.

Sto parlando dei Fatberg. nome mutuato, con grande fantasia, da quello degli iceberg (berg fra l’altro credo sia “montagna” in tedesco) solo che non sono fatti di ghiaccio bensì di … grasso. I Fatberg sono infatti quegli ammassi mostruosi che vivono (e crescono!) nella pancia (per non usare altri organi meno nobili per la metafora) delle nostre città.

caused by a combination of cooking fats, grease and other items such as wet wipes. Our sewer systems are only designed for water, toilet paper and human waste to flow through and not the increasing volume of fat and other items such as wet wipes

Sono creature figlie della nostra società. E parliamo di agglomerati di ghiaccio di decine di tonnellate. Quest’anno nella sola Londra ne sono stati rimossi due: uno di 63 tonnellate ed l’altro di “sole” 30. Il record è di un Fatberg di ben 400 tonnellate trovato (e solo parzialmente rimosso) nella città di Liverpool (una domanda mi nasce spontanea: come facciamo a stimarne il peso?).

Sono veri e propri mostri che crescono unendo in cumuli immondi grasso e liquami vari a tutti gli oggetti di scarto che finiscono, volenti o nolenti, nelle nostre fogne. Inutile dire che a parte l’aspetto scenografico i mostri in questione sono una seria minaccia ai sistemi fognari di mezzo mondo e vanno quindi opportunamente rimossi (un lavoro da supereroi, appunto).

La rimozione è tutt’altro che semplice e spesso parte dal principio che il mostro deve essere diviso in più parti per essere sconfitto. Vi sono dei super-sommozzatori che fanno questo di lavoro (mi verrebbe da dire che è una specie di business del nuovo millennio auto-alimentato da una società opulenta destinata a perire sotto il suo grasso… ma forse esagero). I super-sommozzatori sono anche aiutati da speciali robot che affrontano il cattivo (come una armatura stile Ironman) armati di “pistole ad acqua”. Ma l’acqua è un getto ad altissima pressione che taglia, letteralmente, a pezzi il mostro di grasso.

Ci piace visualizzarli come mostri da combattere, ma mi pare siano un’ottima incarnazione (è proprio il caso di dirlo…) di come il nostro spreco finirà per ritorcesi contro e ci conferma che tutto quello che sprechiamo è pagato due volte, almeno. Ritengo che sottolineare gli aspetti economici di questi fenomeni sia il miglior modo di “sensibilizzare l’opinione pubblica”. Se ora scrivessi “prevenire è meglio che curare” mi sentirei inutilmente monotono e lapalissiano…

WU

K-329 Belgorod Progetto 09852

Sembra uscito direttamente da un film di spionaggio futuristico. Invece è stato varato solo qualche mese fa (Aprile 2019, per l’esattezza) a testimoniare che il futuro è adesso. Ah, stiamo parlando di uno degli equipaggiamenti in dotazione alla marina Russa, ovviamente.

Stiamo parlando di un sottomarino della classe Oscar II, Progetto 949 A. Praticamente uno di quei sottomarini, che girano nei nostri oceani da metà degli anni ottanta, a propulsione nucleare. Si tratta di sottomarini “estremi” concepiti con lo specifico scopo di… abbattere portaerei.

Il Belgorod misura 178 metri per 18 (misure che gli assegnano il palmare del più grande sottomarino mai costruito), si spinge fino a 600 metri di profondità e raggiunge la bellezza di trentasette miglia l’ora. Il Belgorod ha però una caratteristica che lo rende effettivamente un pioniere: è equipaggiato con sei/otto testate termonucleari… oltre tutta la dotazione standard” per questo genere di oggetti (tipo droni, siluri antinave e piccoli sommergibili).

Lo scafo interno dei sottomarini classe Oscar II Progetto 949A è diviso in dieci scomparti, sono armati con 24 missili antinave lunghi dieci metri e pesanti otto tonnellate che si abbattono sull’obiettivo a circa Mach 2.5 (!). Sono alimentai da due reattori nucleari da circa 190 MW ciascuno collegati, tramite due turbine a vapore, a due eliche enormi e silenziose.

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A Severodvinsk, dove è stato varato il Belgorod, i sottomarini Oscar II hanno visto la loro evoluzione. Ovviamente le specifiche tecniche del sottomarino sono super segrete e la sua missione ufficiale è quella di svolgere attività di attacco e ricerca scientifica di profondità senza equipaggio a bordo (per quel che ne so potevano dire la qualunque). Attività scientifica di profondità: come ad esempio trasportare e ad installare sul fondo del mare dei micro reattori nucleari per alimentare il sistema di sensori sottomarini HARMONY; una rete sonar che i russi intendono dispiegare nelle acque artiche. Tranquillizzante.

Il Belgorod potrebbe servire da nave madre subacquea per sottomarini con e senza equipaggio, anche di notevoli dimensioni; una specie di porto sicuro nelle profondità dell’oceano. Il Belgorod ha infatti una sezione centrale modificata con una baia di aggancio in cui questi sottomarini “parassiti” si agganciano.

Il Belgorod è equipaggiato con siluri della classe Poseidon, a propulsione nucleare, capace di trasportare una testata atomica (se volete dettagli “per la distruzione e la contaminazione di aree portuali”).

Mi fa un po’ specie pensare che un bestione del genere (si, per i più catastrofisti potrebbe essere sufficiente a scatenare una guerra nucleare) se ne sta acquattato nelle profondità buie e silenziose quando mi incanto a guardare il mare; non vado oltre la superficie o poco più e si sa che i pericoli sono nascosti in fondo in fondo alle cose.

WU