Categoria: generic

Sb-SMS

Ci sono cose che capisco (poche) e cose che non capisco (tante). Fra queste ultime ci sono quelle che non mi interessano proprio e quelle che non ci arrivo anche se ci provo. Fra queste ultime ci sono quelle per le quali ci provo per un po’ e quelle che invece ci provo finché non ne posso più.

Siamo in quest’ultimo caso. Mi sono trovato davanti al poster di cui la foto sotto e mi sono reso conto che per quanto ci provi non ho speranze.

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Sono certo che mi trovo dinanzi all’ultima (la prima?) frontiera dello Space-based Sustainability Management System, ma… che è? E poi se esiste un gap da identificare, vuol dire che esiste una precedente versione dello stesso sistema?

Io non ho capito neanche di cosa si parla. Ogni aiuto è più che benvenuto.

WU

Sberleffo

… a volte mi sento uno degli ultimi romantici (e dato il soggetto vi posso assicurare che mai parola fu meno calzante) o degli ultimi stupidi (mmmhhh, no forse in questo caso, senza ultimi).

Ora ditemi quante volte (… forse sbaglio frequentazioni) avete, diciamo nell’ultimo decennio, sentito/letto la parola sberleffo. Ovviamente fuori da un qualche palco e fuori da una qualche supercazzola d’autore.

Dicesi sberleffo (come mi sento accademico) un gesto di scherno, una linguaccia, una boccaccia, una qualunque smorfia, insomma, volta a prendere un po’ in giro l’interlocutore.

Un’altra di quelle parole ormai fuori dall’utilizzo comune ed in questo caso non solo per ingerenze “barbariche” (in questo caso mi riferisco alla terminologia), ma anche perché viviamo in una società che si prende troppo sul serio.

Il prendersi in giro richiede una leggerezza che può essere solo frutto di una intelligenza profonda, che oggi (mediamente) non esibiamo più. Guai a fare uno sberleffo a qualcuno, non vorrai mica offenderlo?!

Nella mia personale interpretazione del termine ci vedo poco di derisione volta a far male e molto di leggerezza. Come se un bello sberleffo facesse ridere chi lo fa e chi lo riceve, anziché causare “irreversibili traumi” (non dirò che sono facilmente acuiti dai nuovi media).

Prendiamoci di più in giro, con sberleffo.

WU

PS. etimo incerto; forse deriv. dell’antico tedesco “leffur”: labbro.

 

Il web a portata di mano

Questa è una di quelle iniziative un po’ al confine fra le cose che mi attirano e quelle che mi paiono troppo naif per essere attuali. Ad ogni modo c’è da ammettere che è un’idea forse non tanto nuova, ma decisamente ben realizzata.

Circa un anno fa, nella paesino di Civitacampomarano (dovete leggerlo almeno tre volte per saperlo pronunciare), Biancoshock (… street art milanese, si definisce) ha provato a portare il mondo virtuale in quello reale. Praticamente una sorta di processo inverso alla virtualizzazione di ogni cosa.

545 anime in provincia di Campobasso, Molise si sono trovati a dover utilizzare “dal vivo” alcuni dei mostri del web. Google, Facebook, Wetransfer, Ebay, Twitter, etc. etc. si sono fatti reali. La spesa non si fa all’alimentati, ma da Ebay; le notizie del paese non si affiggono nella bacheca della piazza, ma si Facebook; l’iconcina di Gmail troneggia sulle cassette postali; e via dicendo.

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Come dicevo, non mi pare una genialata (ah, la proposta è stata realizzata all’interno della prima edizione del Festival CVTà – Street Fest), ma pare che l’artista l’abbia davvero ben architettata. Ovviamente con la grande collaborazione, decisamente spontanea, degli abitanti (come è facile immaginare non proprio giovanissimi) del paesino. A questi deve esser sembrato un salto nel mondo del 20XX pur senza dover cambiare cabina telefonica o panchina.

Ma quindi, che lo scopo (almeno su scale così ridotte) sia solo quello di avere una percezione del mondo “virtuale” che ci circonda? Le stesse funzioni che oggi cerchiamo quando ci connettiamo le possiamo trovare comodamente sotto casa (e forse ce le avevamo già), ma se hanno nomi più anonimi ci attirano meno?

In fondo si vive benissimo anche pensando che Google è una bella tavolata piena di gente. Su scale più grandi, ed è forse questo il vero balzo che da al mondo virtuale un respiro globale ed attuale, il progetto dubito avrebbe potuto esser realizzato. Sono i rapporti umani (si, proprio quelli che a volte ci fanno tanta paura) che hanno permesso l’esito positivo dell’esperimento.

Su una scala paesana, ovviamente tutto ciò che può essere offerto è limitato; su scala mondiale… molto meno. Ma ne abbiamo veramente bisogno (se dobbiamo chattare con quello che vive nella casa accanto forse il Web 0.0 è più che sufficiente, più che efficiente e più che soddisfacente)?

WU

PS. Chissà questo blog come sarebbe rappresentato…

Madreperla stratosferica

Ci sono tanti modi per combattere il caldo. Il mio, uno dei più inutili, è quello di pensare alle nuvole. Quando si dice “testa fra le nuvole”, ma, ahimè, non nel vero senso della parola.

Ora fra i vari tipi di nuvole più o meno note e più o meno comuni che possiamo vedere alzando gli occhi al cielo (cosa che dovremmo comunque più spesso di quanto facciamo e non solo per imprecare) vi sono le nubi madreperlacee.

E lo confesso, mi ci sono imbattuto sostanzialmente guardando qualche foto in rete e facendomi guidare dal gusto di qualche bella foto.

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Sono nubi che si formano nientemeno che nella stratosfera (non a caso note anche come Polar Stratosferic Clouds). Per intenderci più in alto di dove volano normalmente gli aerei e così in alto che tipicamente l’aria è sufficientemente secca da non consentire lo sviluppo di alcuna nube. Tra i 15 ed i 25 km sopra le nostre test, dalla forma lenticoidale, allungate, colore pallido (guarda un po’… quasi madreperlaceo).

Beh, queste formazioni nuvolose sono così alte che, anche a causa della curvatura della terra, ricevono la luce quasi dal basso ed appaino ancora più variopinte e suggestive, soprattutto al tramonto e/o nelle regioni polari (nelle quali è più facile che si formino a sia a causa della maggiore umidità degli strati alti dell’atmosfera sia a causa delle basse temperature richieste per la loro formazione: almeno -78 gradi!).

Possono essere composta da tutta una serie di elementi (non sempre è solo acqua quel che sembra) fra cui acido nitrico ed acido solforico,

Io stesso giurerei di averle viste, almeno una volta (anche se non sono un esperto meteorologo, almeno non abbastanza da leggere il meteo in tv…). Ebbene, scopro che non solo sono abbastanza rare, ma sono anche potenzialmente “pericolose”:

These high altitude clouds form only at very low temperatures help destroy ozone in two ways: They provide a surface which converts benign forms of chlorine into reactive, ozone-destroying forms, and they remove nitrogen compounds that moderate the destructive impact of chlorine.

Un raro (rarissimo) caso in cui mi sentirei di parlare dei rischi del “raffreddamento globale” (contrariamente, ad esempio, a quello che dicevamo qui). Non mi sento rinfrescato, ma guardo in su con più curiosità.

WU

Pareidolia

L’uomo ha una specie di tendenza innata a voler mettere ordine nel caos. Come se le cose disordinate non potessero esistere (… e non avete mai visto i miei cassetti) oppure fossero un errore della natura.

E’ una tendenza istintiva, sicuramente dettata da qualche meccanismo evolutivo (tipo il cacciatore che con la coda dell’occhio coglie pochi segni di una qualche figura ed automaticamente interpola i dati mancanti per figurarsi un grosso predatore da cui scappare… se non era così poco male, è di certo la soluzione più cautelativa).

Esempi classici ce ne sono a bizzeffe: costellazioni, volti umani (e la faccia di Marte?), la faccia delle Luna, le nuvole, gli animali, i test di Rorschach, le emoticons (parentesi e puntini potrebbero essere errori tipografici?) e, dulcis in fundo, fantasmi.

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Lo stesso fenomeno si manifesta, oltre che con la vista anche con l’udito. Quando pensiamo di aver sentito questo o quello (cioè mi volete dire che le canzoni dei Beatles sentite al contrario non vogliono dir nulla?!) ci troviamo spesso preda di questo fenomeno.

Preda di noi stessi. La Pareidolia (che è poi un caso particolare, non proprio patologico, di Apofenia) non fa altro che mettere a nudo le nostre paure ed il nostro bisogno di capire ogni aspetto della realtà, anche quando i dati in nostro possesso sono troppo lacunosi.

Un falso positivo del nostro meccanismo innato di ordine e regolarità.

WU

Emi-pangramma

Mi sono intrippato in un giochino stupido stupido. Tanto per cambiare.

Per una serie di motivi ho comprato un alfabeto. Non che io, come nessuno, possa mai possedere un alfabeto nel senso di proprietà, ma ho acquistato delle simpatiche letterine che mimano tutte e 26 le lettere a me note.

E da li… il dramma 🙂

Allora, le regole che mi sono dato sono relativamente semplici: usare il maggior numero di lettere in parole di senso compiuto. E’ un po’ una cosa diversa da i soliti giochini linguistici di trovare parole con più doppie, più vocali, più lunghe, palindrome, etc. etc.

Una specie di ricerca dell’emi-pangramma (poi dei pangrammi parliamo a parte) italiano più lungo.

In pratica ho a disposizione le 26 lettere e cerco di dare un senso ad il maggior numero possibile di esse. Dato che il concetto di “senso” è sostanzialmente legato, oltre che alla lingua italiana, anche alla mia conoscenza di essa, il giochino mi ha spinto a scoprire parole, come dire… inusitate.

Vi risparmio le ore perse su questa faccenda ed elenco sotto i miei tre risultati più notevoli (ed è tutto dire):

  • spugna chi feltro; tre parole per un totale di 15 lettere
  • feldspato brughi; due parole (eh, si, esistono entrambe) per un totale di 15 lettere
  • compravenduti; singola parola dalla bellezza di 13 lettere.

Ogni vostro tentativo è più che benvenuto.

Conclusione: ho ordinato un secondo alfabeto. Se mi ritrovate a fare questi discorsi con ben 52 lettere allora sono decisamente fottuto.

WU

Anacoreta

Sentite come suona bene.

Ora, tutti coloro che sanno esattamente di cosa si parla, si fermino qui.

Tutti coloro che ne hanno una vaga idea, si fermino qui.

 

 

Ora che mi sono sincerato di essere l’unico ad essere arrivato a leggere fin qui. Posso sproloquiare in tranquillità. Oltre ad avere una fonetica decisamente adorabile, il termine si riferisce ad uno stato (tipicamente di un religioso, nel vero senso del termine, ovvero indipendente dal particolare credo) di ritiro ascetico.

Praticamente di abbandono della vita sociale per dedicarsi, con diversi gradi di isolamento, alla preghiera ed alla contemplazione. L’occupazione dell’anacoreta è quindi quella della preghiera e del lavoro per garantire il proprio sostentamento. “Padri del deserto” per il loro ritirarsi, ovviamente nei secoli che furono, nei deserti egiziani.

E, dato che piove sempre sul bagnato, da wiki:

L’arte bizantina è solita raffigurare gli anacoreti nei sottarchi che sorreggono gli edifici sacri in posizione orante a indicare che con la loro ascesi reggono il peso della Chiesa.

Coloro che percorrono la via dell’hésychia, ovvero della pace interiore per elevarsi a Dio
Una soluzione un po’ troppo semplice, IMHO, per la nostra società.

WU

PS. Pillola sulla genesi del termine nella mia mente: “Manoscritto trovato a Saragozza”, di J. Potocki. In lettura, da parte mia e del mio neurone solitario; Per il momento… nulla di eccezionale.