Categoria: generic

Bisticcio

Per tornare al ciclo di parole che per andrebbero premiate/rivalutate (IMHO) se non per il loro significato almeno per la loro sonorità e che invece vivono in un cantuccio del gergo colloquiale dei nostri tempi (… almeno finché usiamo ancora qualche parola e non parliamo solo per emoticons).

Litigare è una parte delle relazioni interpersonali, personali, di quelle con una qualche divinità, con un animale e per quelli più irosi anche dei rapporti con gli oggetti. Può essere più o meno frequente, acuto, intenso, passeggero e via dicendo.

Alcuni litigi, in particolare quelli passeggeri, quelli che non lasciano strascichi, gli scambi vivaci di parole ed opinioni sono i più sani. Sono quelli che in fondo fanno crescere, che non minano le relazioni in essere ma al contempo ci stimolano a riflettere sulla posizione dell’altro. Ecco, questi sono i bisticci.

In genere relegati al (fortunato) mondo dei bambini, i bisticci si perdono con l’età adulta. Come si si tendesse ad imporre in maniera sempre più decisa la propria posizione fino a bendarsi nei confronti della posizione dell’altro che va subito arginata, quasi duramente.

Bisticciare, invece (oltre che avere un suono che già mette di buon umore), ci da la possibilità di sfancularci vicendevolmente senza toglierci il saluto. Ci offre una situazione in cui alzare anche un po’ la voce già sapendo che tutto finirà li.

Si, bisognerebbe dichiarare un bisticcio prima che inizi onde evitare di generare in sterili, lunghi, noiosi e pericolosi litigi (ovviamente all’ordine del giorno, e ne scopriamo tristemente il culmine nei fatti di cronaca, nel nostro tempo). Se basta dirlo procedo subito.

Bisticciate!

WU

PS.

Sempre sul tema lessicale la divagazione al bisticcio di parole mi pare più che lecita. Anzi, alla Paronomasia, ovvero l’affiancamento di parole con suono simile anche se con significati diversi: carta canta, fischi per fiaschi, volente o nolente e così via.

Anche in questa interpretazione, fortunatamente e giustamente, l’aurea di scherzo rimane.

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Penitentes

I penitenti (io? noi? sicuramente più di quelli che effettivamente lo fanno).

Ma, prima che io parta con divagazioni sociali opportunamente fuori luogo, facciamo che mi concentro sul concetto di questa parola che ho trovato, come natura vuole, per puro caso oggi.

I frati con quei lunghi cappucci bianchi davano proprio l’idea di essere dei penitenti (e non voglio illaizonare che lo fossero solo in parte), ma da questa immagine il termine è subito passato ad identificare delle strane conformazioni di … ghiaccio.

Esatto, esistono (io, con questi due occhietti non li ho mai visti) delle specie di coni di ghiaccio alti ed appuntiti che ricordano molto i cappelloni dei suddetti frati. Ne ereditano il nome e, forse, il loro monito alla nostra penitenza (così il termine mi piace molto di più).

Quando il punto di rugiada (il punto oltre il quale si ha la presenza di solo vapore ed al di sotto del quale coesistono lo stato liquido e quello gassoso) è costantemente sotto zero accade che il ghiaccio sublimi; ovvero non passi dallo stato solido a quello liquido, ma direttamente a quello aeriforme. Quando tale processo si innesca, in un blocco di ghiaccio iniziano a formarsi picchi e concavità. Su queste ultime i raggi solari (e tutti gli altri fattori atmosferici) accentueranno ulteriormente l’evaporazione del ghiaccio, mentre sui picchi, sempre più fini e solitari, il processo sarà sempre più blando.

penitentes

Il risultato è un campo di penitentes in cui queste strutture giacciono tutte una accanto all’altra, senza parlarsi e con il capo chino (mi piace questo mischione di concetti che sto facendo…).

Non li vedremo dalle nostre parti e nei climi temperati, ma oltre i 4000 metri, dove difficilmente vi saranno penitenti di altra sorta a zonzo, sono abbastanza comuni.

E lo sono ancora di più su altri mondi. Su Plutone, freddo e lontano dal Sole, i penitentes potrebbero (pare e condizionali a iosa… qui si parla di simulazioni, non osservazioni) raggiungere altezze anche di 500 metri separati da valli di 4000 metri! Praticamente come vedere delle sculture di ghiaccio enormi (ed uno scenario un po’ anche da casa di Frozen).

WU

Pania

Molliccia, vischiosa, amalgama di vischio e bacche. I tutto cotto a puntino fino a fare una matassa vischiosa e tenace.

E la pania (ode alla mente dell’uomo geniale che ha iniziato ad industriarsi quando la natura gli ha messo dinanzi le prime sfide) non è una specie di colla vegetale inventata per diletto.

Opportunamente cosparsa su fuscelli o bastoncini, la pania realizza trappole perfette per piccoli volatili che, una volta posate le delicate zampette sull’appiccicosa rametto, hanno ben poca speranza di svolazzare ulteriormente.

Materia tenace, prodotta da bacche di vischio frutice, che nasce sopra i rami d’alcuni alberi, e per lo più sulle querce, e su’ peri, e su’ castagni, colla quale impiastrando verghe, o fuscelletti, si pigliano gli uccelli, che vi si posano sopra; e le verghe così impaniate si dicono Paniuzze

L’estensione alle vicende umane è d’obbligo (oltre che storicamente già sottolineata). La pania identifica per estensione anche quel tipo di attrazione amorosa che attrae così profondamente da legare indissolubilmente, quasi imprigionare, i due amanti.

Estendiamo ancora oltre; un rapporto così vischioso ha molti punti in comune con una trappola, con un raggiro. In un atteggiamento incantatore l’insidia è dietro l’angolo.

Chi mette il piè sull’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non ‘inveschi l’ale: ché non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale; e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? [L. Ariosto]

Schivando le panie della vita.

WU

Anniversarium … e tre

Ieri (da cui, confesso, il delirio del Punto Omega a cui mi illudo di tendere…) era il terzo (da questo inizio) anniversario di questo Blog.

Non volevo scrivere nulla (dopo qui e qui), per non acuire la mia percezione di avere fra le mani il mio personale dinosauro della rete.

Sono cresciuto, e con esso anche il senso stesso di questo blog. I suoi contenuti ed i miei ritmi sono cambiati. La sua funzione di vomitatoio per alleggerire un po’ (e vanamente cercare di dargli forma) il marasma che mi si agita in mente, invece, rimane.

Non faccio promesse, non voglio fare punti ne tirare somme. Tutto sommato non voglio dire nulla (come nelle migliori tradizioni…).

Scrivo queste poche righe solo per “celebrare” la ricorrenza e per mia (tua, oh lettore?) memoria.

Grazie

WU

Il Punto Omega

Siamo in continua evoluzione (almeno sulla carta, se poi vogliamo vederla come involuzione non avrei nulla da obiettare). Ci muoviamo, ad ogni modo, verso una direzione di crescente complessità, maturità tecnologica, scoperte scientifiche, invenzioni… anche coscienza ardirei.

Questo processo potrebbe non avere mai fine (ci destabilizza pensarla così), o potrebbe averla. Almeno secondo la teoria di Pierre Teilhard de Chardin; il punto di arrivo di questo processo, il punto supremo di complessità, l’apice della nostra crescente conoscenza (e, ci riprovo, coscienza) è il Punto Omega.

Ma c’è di più, secondo la teoria, il Punto Omega non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo dell’intero universo, ma anche la causa della sue evoluzione. Come se fosse una sorta di attrattore che ci traina nella direzione della crescente complessità. Il Punto Omega è il punto massimo dell’evoluzione ed è, indipendentemente dall’universo stesso, anche il punto verso il quale l’universo si evolve.

Ora, se caliamo (come ha fatto d’altra parte anche il suo cristianissimo ideatore) il Punto Omega nell’ortodossia cristiana abbiamo una sua fortissima identificazione con il Logos (Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Dio vero da Dio vero” e “attraverso di Lui tutte le cose furono create”); i.e. Gesù Cristo… A tal proposito credo che il concetto della parola che si incarna sia uno dei temi che mi ha da sempre affascinato, ed al contempo fatto storcere il naso, della religione cristiana… se non altro fertile terreno di riflessioni notturne.

Il nostro punto di arrivo ha, tornando a noi, cinque attributi identificanti:

  • Esiste da sempre: non ha tempo, è fuori dal tempi, altrimenti come faremmo a spiegare l’evoluzione costante dell’universo verso livelli di crescente complessità?
  • E’ trascendente: il Punto esiste prima ed al di fuori del processo evolutivo; è il punto apicale di un processo del quale non fa parte.
  • E’ irreversibile: deve offrirci la possibilità di essere raggiunto (benché moooolto lontano), ma non quella di tornare indietro (e su questo avrei un po’ da ridire).
  • E’ autonomo: il Punto non può essere condizionato dallo spazio o dal tempo; esiste al di fuori dei vincoli della natura.
  • E’ personale: l’incremento della complessità dell’universo e della materia ci ha portati (e continua a portarci) verso livelli sempre più elevati di personalizzazione (e.g. vedi la natura umana); il Punto Omega potrebbe addirittura essere una persona, la super-personalizzazione della materia e degli individui.

Se esiste, ed in fondo mi piace crederci, mi pare siamo ancora molto lontani (e ciò potrebbe anche essere un bene). Ho qualche dubbio sulla teoria, soprattutto sul concetto di irreversibilità del processo evolutivo e sul fatto che l’aumento di complessità e consapevolezza (rieccoci…) equivalga ad una unificazione dell’universo piuttosto che ad una eliminazione dell’individualità (sicuramente un “retaggio” molto cristiano).

WU

Di nomi e di tatuaggi

Sulla scia dei recenti fatti di nomi colorati (… del qual Blu avevo iniziato a scrivere, ma che realizzo ora vorrei evitare di parlare dato l’altissimo numero di cazzate che si sono lette a riguardo in questi giorni) sono incappato in una notizia che si colloca a metà strada fra l’assurdo e l’inquietante.

Quale buon genitore non vorrebbe tatuarsi il nome del proprio figlio sul corpo?
Tanti sicuramente. Come tanti, invece, vorrebbero farlo… e lo fanno.

Il “pericolo” è ovviamente dietro l’angolo. Non tanto quello che il nome che ci siamo tatuati sul nostro prezioso corpicino possa cambiare bandiera (è quantomeno un’ipotesi molto più remota che se fosse il nome della nostra bella che ci ha mollato in tronco), quanto quello che il tatuatore possa umanamente errare.

Ed è proprio quello che è successo alla madre protagonista di questa storia.
Kevin è stato infatti confuso (?) con Kelvin. La mamma si è accorta del “problemino” solo una volta a casa e si è dovuta scontrare con la dura realtà.

Non so se posso usare la locuzione “buon senso” in questo contesto, ma ad ogni modo “molti di noi” avrebbero certamente, dopo svariate bestemmie, cercato di capire come rimuovere o modificare il tatuaggio incriminato. Ed è (forse) anche quello che ha fatto la mammina in questione.

Dopo aver ricevuto le scuse (utili?) del tatuatore (ammesso che poi si possa effettivamente identificare una colpa), la donna ha iniziato a capire i costi ed il dolore associati alla modifica del tattoo.

Dopo un po’ di costi, stime e (spero) qualche notte insonne, la mamma in questione si è risolta per una soluzione “diversa”… e per molti aspetti geniale. Se non posso (senza troppi soldi, tempo e dolore) cambiare il tatuaggio forse posso cambiare il nome del piccolo. Come dire: se Maometto non va dalla montagna…

Pensa che ti ripensa ed ecco che il piccolo (due anni, in fondo un piccolo trauma), a causa del tatuaggio sbagliato si è trovato nomato da Kevin a Kelvin (che personalmente mi piace anche di più, forse sono stato “plagiato” dalla motivazione del nome abbastanza insolito).

Un elogio al pensiero trasversale.

WU

The Pac Man Theory

E’ fantastica! Assolutamente fantastica.

Per quanto assurda (e poi chi lo dice?) è un’ulteriore prova (se ce ne fosse davvero bisogno) della genialità della mente umana. Una conferma della nostra capacità di dare un senso tutto personale alla realtà “oggettiva” che ci circonda e piegare i fatti alla nostra interpretazione.

La terra è piatta. E di questo i terrapiattisti ci hanno ormai convinto (…), ma ora le teorie si sono evolute. Si è appena conclusa, infatti, la Flat Earth Convention 2018 (tranquilli… è solo la prima), a Birmingham e qui la convinzione sulla forma della nostra Terra si è fusa con il lascito storico di noi giovani degli anni ’80: i videogames 2D. Principe fra questi il mai-dimenticato Pac Man.

Uno degli annosi problemi dei terrapiattisti è il fatto che arrivati ad un bordo della mappa non vi sono modo ovvi per passare all’altro. Ovvero se arrivi in Giappone per tornare agli USA devi riattraversare tutto il globo, anche se sappiamo (e lo sanno anche loro) che non è così. Ed ecco quindi la nuova teoria che viene in soccorso a questo annoso problema, confermando (…) la forma del nostro globo (o lo dovrei forse chiamare quadro di gioco?).

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Esattamente come in Pac Man, arrivati ad un bordo del quadro vi sono delle “porte” che ti riportano direttamente all’estremità opposta senza dover fare nessuna fatica. Beh, per i terrapiattisti queste “porte” sono il nostro oceano pacifico che ci consente appunto di passare dal Giappone agli USA senza dover riattraversare tutto il mondo. Ecco risolto il (loro) rebus.

One logical possibility for those who are truly free thinkers is that space-time wraps around and we get a Pac-Man effect,” he told the convention, suggesting that planets in the sky teleport from one side of the Earth to the other once they reach the horizon, like Pac-Man characters do when they move off the left side of the screen and then appear instantly on the right.

Praticamente la teoria consente di giustificare la realtà “oggettiva” (mi vengono i brividi ad usare questa parola) secondi cui viaggiando sempre nella stessa direzione riusciamo a tornare al punto di partenza. Cosa assolutamente impossibile senza la Pac Man Theory… e senza una terra piatta.

Ovviamente i terrapiattisti “sanno” che la Terra è piatta perché nessuno vive a testa in giù, perché non vedono curvature (dall’altezza dei loro occhi), perché non bisogna credere alle notizie preconfezionate dei media.

E’ chiaramente più facile (anche se sicuramente è più affascinate) credere all’esistenza di queste porte piuttosto che ad una forma sferoidale della nostra Terra. Giustissimo! Inoltre volete mettere il significato allegorico di questa teoria? Viviamo come Pac Man fuggendo fantasmi ed evitando ostacoli nel labirinto (rigorosamente 2D) della vita, e solo i più bravi riescono a procrastinare il solito, immancabile, angosciante game over (ed in fondo immaginarsi queste teorie è il senso del gioco).

WU

PS.

That seems true. The average number of online searches for ‘flat Earth’ has increased by a factor of 10 since 2014, according to Google Trends. Those searches yield a variety of theories about the true shape of the Earth. Some say the flat Earth is surrounded by a giant ice wall. Some argue Earth is a disc that’s protected by an invisible dome called the firmament.