Le frequenze del fastidio

Per la serie “studio-non studio”, ovvero “basta un campione di volontari ritenuto arbitrariamente ampio ed affidabile per dimostrare tutto ed il contrario di tutto”. Anche se in questo caso mi ritrovo in diversi dei “risultati”.

La domanda di partenza è quanto mai lecita e certamente sperimentata da tutti noi almeno una volta nella vita: ci sono rumori che ci risultano particolarmente fastidiosi, perché? L’idea del team di neuroscienziati è quella di ricondurre l’avversione umana nei confronti di certi rumori ai circuiti neuronali che connettono la corteccia uditiva all’amigdala. Essendo quest’ultima proprio l’area del cervello (ancora non completamente compresa nel suo funzionamento…) deputata al controllo delle emozioni. Nel caso dei suoni (e dei rumori) l’amigdala svolge il ruolo di modularli (e non decifrarli) per associarli ad una emozione di calma, agitazione, piacere o, nel caso specifico, fastidio. Le così dette “reazioni comportamentali” che associamo inconsciamente a certi suoni/rumori è il risultato dell’elaborazione dell’amigdala.

All’interno della ricerca (si è un articolo del 2012, embè? Credo che gran parte della nostra ignoranza sia proprio quella di non ricercare, a meno di rare eccezioni, pubblicazioni che vanno oltre 4-5 anni addietro…) Ad un insieme di 13 volontari è stato chiesto di ascoltare un insieme di 74 suoni e valutarne “il grado -soggettivo- di sgradevolezza” assegnando un valore da 1 a 5. Allo stesso tempo veniva misurata tramite una risonanza magnetica l’attività all’interno delle loro aree cerebrali.

L’intervallo “magico” è quello delle frequenze comprese fra i 2000 e 5000 Hertz. A tutti i suoni in questo range è stata associata una reazione negativa, di fastidio, di “non vedo l’ora di smettere”. Un range da cui stare alla larga (ed a cui il nostro orecchio è particolarmente sensibile). All’interno di questo range ed in presenza di rumori particolarmente molesti (“universalmente” riconosciuti come tali) l’attività dell’amigdala è risultata molto pronunciata.

Il range in questione comprende suoni particolarmente acuti (termine spesso associato a “fastidioso” specialmente cambiando il termine suono con rumore). Non è un caso, infatti, che i rumori che reputiamo più piacevoli sono spesso quelli a bassa frequenza: gorgogliare di acqua, applausi, etc. Rumori ben lontani dal range molesto. Secondo i nostri volontari e secondo la naturale percezioni di molti di noi la top-ten dei rumori più molesti è:

  • coltello su una bottiglia
  • forchetta su vetro
  • gesso sulla lavagna
  • righello su una bottiglia
  • unghie sulla lavagna
  • urlo di una donna
  • una smerigliatrice angolare
  • freni stridenti di una moto
  • il pianto di un bambino
  • un trapano elettrico

Personalmente metterei il secondo ed il terzo al primo posto, pari-merito. Ed aumenterei di qualche posizione l’urlo di donna ed il pianto di bambino. Mi immaginavo, inoltre, che la quinta posizione fosse almeno sul podio. Ma tant’è… mi tappo le orecchie istantaneamente dopo pochi secondi di qualunque di questi suoni e chiedo alla mia amigdala di smettere così emozionale :).

WU

PS. La faccio facile, come ogni buon ignorante, ma in realtà studi di questo genere aiutano a comprendere il comportamento dell’amigdala ed il suo ruolo in gravi disfunzioni, di certo ben più disabilitanti di un rumore molesto.

La matematica della spazzatura

C’è un detto, credo tipico di qualche nerd-programmatore, che recita “garbage-in, garbage-out”. Il senso è più o meno “le macchine/codici/algoritmi/etc. sono alquanto stupidi, macino degli input per dare un output se l’input non vale nulla… vien da se il valore dell’output”.

Possiamo anche fare un ulteriore passo (in questo delirio); credo possiamo concordare facilmente sul fatto che anche se una parte degli input è valida (affidabile, coerente, di buon livello, etc) e solo una piccola parte è “garbage” il risultato sarà… garbage (questo mi ricorda un po’ la legge “del cucchiaino di merda” che renda merda qualunque cosa a cui venga aggiunto per quanto piccola la quantità di merda possa essere).

Esiste, dunque una vera e propria “garbage math” (e, scusate se torno sul punto, ma i grafici covid di questo periodo sembrano abbondarne) che ci ricorda l’evoluzione della robaccia che fatta macinare ad un algoritmo, ancorché assieme a “precise numbers” risulta in… tanta tanta tanta spazzatura (o merda, certo).

Questo Randall enumera, nel solito egregiamente nerd-ironico modo, il ruolo del garbage nella matematica, forse la più grande invenzione a riguardo dopo lo zero!

GarbageMath

Ora mi chiedo, ma non è che esiste una legge di conservazione del garbage? Una specie di “integrale primo” che si conserva (quasi) qualunque cosa accada, ovvero: (quasi) qualunque massaggio facciamo al garbage alla fine produciamo più garbage oppure no? Beh, temo che il garbage possa aumentare a dismisura ed incontrollatamente. Al limite può essere usato (un po’ alla stregua di una “entalpia della nostra ignoranza”) per determinare la direzione nella quale evolviamo le nostre elucubrazioni per ricostruire l’evoluzione temporale dal “seme di merda” al grafico/conto/statistica/risultato.

Legge utilissima per dimostrare sempre ed incondizionatamente quello che ci serve. Basta aggiungere un po’ di garbage ad un insieme di input validi in un qualunque algoritmo/automa/etc. ed evolverlo secondo il set di operazioni più opportuno per poter così raggiungere il livello di garbage (che non può mai essere nullo – corollario WU) desiderato… e con esso il risultato cercato.

Provare per credere 🙂

WU

PS. La matematica della spazzatura e non la spazzatura della matematica.

Ucronia

Dicesi ucornia (adoro questo tipo ti incipit didascalico che poi sfuma in una supercazzola) una sorta di teoria alternativa in cui la reale storia del nostro mondo è rivisitata (per non dire reinventata) assumendo che alcuni eventi non siano mai accaduti o siano andati diversamente.

L’etimo è greco e deriva dalla fascinosa crasi delle parole “non” e “tempo” (sulla scia di utopia che è “non” e “luogo”), ucronia si colloca quindi in “nessun tempo”. Appunto.

Una fantastoria storica la definirei. Cosa ci sarebbe accaduto se questo o quell’evento storico fossero andati diversamente? Se l’impero romano non fosse mai caduto? Se la WWII fosse stata vinta dai nazisti (beh… questo è facile)? Se questo o se quello… anche se il punto è che noi siamo qui a domandarcelo esattamente perché non è successo. E se lo fosse non sarebbe, per definizione, un’ucronia.

L’uconia è un terreno molto fertile per poeti, scrittori, sceneggiatori, etc. Lo è sempre stato. Abbiamo una pletora di film “ucronici” e, tanto per fare un esempio, 1984 di Orwell (scitto nel 1948) non è altro che la descrizione di un’uconia. Non sono bravissimo (e neanche bravo) con le serie televisive, ma mi ci gioco la mano di Scevola che ne esiste almeno una descrivente un’uconia.

Fantasticare mi (ci) piace, la storia come la conosciamo ci sta a tratti stretta, essere in un certo stato ci spinge quanto meno a porci domande su cosa sarebbe stato se…, tutto ciò mi porta a considerare l’uconia come un interessante banco di prova per la nostra fantasia e le nostre frustrazioni (ciò che ci sta stretto in questa realtà è qualcosa vorremmo vedere almeno diverso se la storia avesse preso un altro corso). Si, un vezzo da fumettista incallito, ma con una base di verità che mi strappa una riflessione oltre che un sorriso.

Tanto per farvi due “risate” e due “riflessioni” ecco cosa sarebbe successo (…beh, almeno secondo qualcuno che sta vivendo in un’altra storia…) se Cristoforo Colombo non avesse mai scoperto l’America, anzi se non avesse trovato assolutamente nulla.

Le uconie sono ovviamente non univoche, ma mi chiedo se poi tutte le “linee temporali” (e mi sento Doctor Strange…) siano veramente diverse a seconda di singoli eventi andati diversamente o se poi “il destino” “Dio” “i casi della vita”, qualcosa insomma, non tenda a far riconfluire alcune evoluzioni temporali lungo evoluzioni storiche affini se non proprio uguali.

WU

PS. Ovviamente il passaggio ad un qualche distopico futuro è piuttosto che semplice, a tratti anche banalizzante.

Covid-19: interpretato (?) in grafici

Vivo da ormai tanto, troppo tempo in una specie di routine fuori dal tempo (ebbene si, il giochetto di parole è proprio voluto 🙂 ). Queste infinite giornate praticamente domestiche fra “smartworking” e “domusduties” sembrano sovrapporsi esattamente l’una sull’altra e lavoro su lavoro.

Fino a qualche tempo fa cercavo anche di star dietro la causa che ci ha portato a questo. Fino a qualche tempo fa seguivo il mamma-mia-che-ansia bollettino serale della protezione civile. Fino a qualche tempo fa elucubravo (qui giusto la punta dell’icesberg…) su possibili modelli di evoluzione del contagio. Ho praticamente smesso di fare tutte queste cose, soccombendo alla routine di cui sopra, quando mi sono accorto che i “risultati” o “i numeri” mi rattristavano molto più di quel barlume di distrazione che mi dava sentire il bollettino o modellare la pandemia.

XKCD210420

Si, l’ho presa un po’ alla larga, ma questo Randall mi ha effettivamente (ri)aperto gli occhi su come siamo sommersi di strani grafici, stranissime stime, particolari previsioni e se cerchiamo un numero (anche se mi chiedo chi lo cerchi effettivamente e se non sia diventato per i più una specie di “rumore bianco”) dobbiamo prima destreggiarci fra fonti contraddittorie e visualizzazioni abbastanza “sfidanti” (inutili?).

Oggi non so bene quale numero sia in calo per la prima volta (quello dei nuovi contagi totali in qualche regione oppure il rapporto fra contagiati e guariti, o qualcosa del genere o una combinazione di qualcosa del genere), ma il punto è che ora più di prima esser sommersi da questi numeri/stime/statistiche che abbracciano dati (discutibili) su scala planetaria ci disorienta più che informarci.

Mi spingo anche oltre e non so se la cosa sia limitata a questa emergenza sanitaria o siamo oramai assuefatti ad avere davanti curve “non tecniche” e digerirle tirando fuori l’informazione che ci serve. Un po’ vanificando tutta la base teorico-scientifica che ha generato tali curve (…anche se forse dato un enorme database a disposizione qualcosa ne dobbiamo pur fare…). Forse ci bastano pochi (pochissimi) numeri nella maniera più asettica possibile, per definirla informazione e poi lascerei al singolo la voglia e la capacità di tirar fuori trend, previsioni (gioie o tristezze). Si richiede un po’ di lavoro in più, ma per quanto sia un approccio più soggettivo inizia ad apparirmi più oggettivo delle varie curve che ci propinano.

WU

PS. Poi l’alt-text del XKCD in questione è ancora meglio “adding data from South Korea but when their cases scaled to match the population of Japan and the land area of Australia, and vice-versa“: una supercazzola degna di qualche bollettino covid-status-update.

Sprouts

Voi lo conoscevate, io certamente no. Ed è uno di quei casi in cui ringrazio la mia ignoranza per darmi la possibilità di sorprendermi delle piccole cose: in questo caso di un pezzo di carta, due matite, due regole (oltre a tanto tempo… una scusa che è venuta meno a tanti in questo periodo…).

Allora, il gioco prevede due giocatori ed un foglio sul quale vengono disegnati una serie di punti. A turno i due giocatori devono unire i vari punti rispettando due regole semplici:

  • Una linea che collega due punti può essere dritta o curva, ma non può intersecare o toccare altre linee
  • Da ciascun punto non possono partire più di tre linee (linee chiuse che partono ed arrivano allo stesso punto conta quindi come due linee attaccate a quel punto)

Perde il giocatore che non è più in grado di disegnare una linea fra due punti “liberi” rispettando le regole di cui sopra

Nuovi punti devono essere aggiunti ad ogni turno dai giocatori posizionandoli, ove preferito, lungo una linea già esistente, ma non su una delle sue estremità; ed ovviamente hanno in questo caso già due linee attaccate ad essi.

Spourts1

Il “giochino” (che ha ovviamente basi di teoria dei giochi ben più profonde di quelle che noi -io?- profano sono in grado di acchiappare) non è chiaro dopo quante mosse termini, ma è possibile dimostrare che se inizia con n punti non terminerà in meno di 2n e non più di 3n-1 mosse. Il numero di punti che guida l’evoluzione del gioco è, ovviamente, quello dei “punti vivi” (quelli con meno di tre linee attaccate) e non quello dei punti totali.

Ne esiste una variante che modifica leggermente la seconda regola. Nel “Brussels Sprouts”, oltre i punti sul foglio sono presenti una serie di croci dalle quali è possibile far partire addirittura quattro linee. In questo caso il gioco termina dopo 5n-2 mosse con n il numero di croci (quindi se nè un numero dispari, conviene iniziare per primi 🙂 ).

In breve, per i più curiosi un terreno in cui cimentarsi con qualche elucubrazione param-matematica (i matematici, quelli veri, fanno ovviamente eccezione), per i romantici un giochino “carta e penna” pieno di sorprese.

WU

PS. Poi vi racconto come mi ci sono imbattuto, diciamo che conoscevo l’autore (e non per questo), ma non il giochino…

Crea il tuo complotto

E’ passato in questi giorni in tantissime delle catene di sant’Antonio di cui faccio parte (Ed ora mi sovviene la domanda del perché di questo termine…) che credo si chiamino, al giorno d’oggi, gruppi di Whatsapp.

Sono certo che fra qualche mese non ci ricorderemo più di questo “meme” (anche se di certo questo periodo non lo dimenticheremo facilmente) e come i tantissimi altri che stanno circolando in questo periodo nelle nostre chat, credo con l’intento di mitigare la “sofferenza della nostra quarantena” (ma lo è davvero? cioè aver tempo ci ha messo faccia a faccia con la nostra mediocrità, la nostra indolenza, la nostra svogliatezza nel tirar fuori questo o quel sogno/progetto dal cassetto… proprio ora che potremmo… e la chiamiamo sofferenza?… ok, ok, metto tutto fra parentesi per evitare io stesso di derivare in questa direzione pessimistica).

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Lo trovo semplicemente geniale. Una supercazzola fatta a mestiere che va benissimo per questo, ma anche per ogni ulteriore caso in cui la nostra vena complottistica venisse pizzicata come una corda in attesa di emettere la melodia che ci piacerebbe sentire.

Nel mio caso il risultato è: “il coronavirus è stato creato dalla lobby gay per aumentare l’utilizzo dei pesticidi, si trasmette attraverso gli OGM e lo so perché lo dicono anche i medici (in tv, ovvio)”.

Annovero fra le varie combinazioni che reputo degne di nota:

  • “il coronavirus è stato creato dalla NASA per creare una specie ibrida, si trasmette attraverso il buco nell’ozono (che fra l’altro pare stia anche chiudendosi di questi tempi…) e lo so perché conosco qualcuno con gli agganci”
  • “il coronavirus è stato creato dalla lega per indebolire il movimento 5 stelle, si trasmette attraverso i migranti e lo ha detto Burioni alla tv (l’unico che mentre 60 milioni di italiani si sono auto-eletti virologi si è auto-eletto opinionista)”
  • “il coronavirus è stato creato dai poteri forti per non farci sapere la verità sull’11 Settembre, si trasmette attraverso la sodomia e lo so perché le prove non lasciano alcun dubbio”
  • “il coronavirus è stato creato dall’esercito americano per distruggere l’Italia, si trasmette attraverso le radiazioni del 5G e lo so perché non puoi provare che non sia così”
  • “il coronavirus è stato creato da Bill Gates per avere accesso ai nostri dati, si trasmette attraverso i vaccini e lo so perché è logico che sia così”

Potrei continuare all’infinito (e sto anche pensando ad una estensione della lista, ma diciamo pure che rientra fra i flussi logici base per mettere in giro una qualche bufala. A voi la parola.

WU

Assione si, assione no, assione fantasma

Allora: cerchiamo di farla semplice e, quindi, di vedere se a mia volta ci ho capito qualcosa.

Una delle quattro forze fondamentali della natura è l’interazione forte, ovvero quella forza che tiene uniti i quark all’interno di uno stesso protone o neutrone e che, su scala leggermente più grande, tiene assieme protoni e neutroni all’interno del nucleo di un atomo.

L’interazione forte è trattata dalla teoria quantistica dei campi, si rifà al modello standard ed è in particolare modellizzata dalla così detta (nome certamente suggestivo) cromodinamica quantistica (QKD).

La QKD descrive sostanzialmente l’interazione fra i vari quark. Me ne guardo bene dall’entrare nei dettagli della teoria, ma mi limito a sottolineare che secondo le sue equazioni vi è la possibilità che in alcune situazioni l’interazione nucleare forte possa violare due simmetrie: quella di carica (che garantisce l’equivalenza della legge fisica quando si coniughi lo scambio delle particelle con le corrispondenti antiparticelle) sia quella di parità (che garantisce l’equivalenza della legge fisica quando si invertono le coordinate spaziali della particella, come nel riflesso di uno specchio), in breve la simmetria CP.

Ora, tale variazione compare nel modello standard come un parametro indipendente (theta). Maggiore è il valore di tale parametro e maggiore sarebbe il dipolo elettrico del neutrone: cosa finora mai osservata. Pertanto nei vari modelli il valore di theta è sempre tenuto molto basso, prossimo a zero, per far contenta sia la QKD che le osservazioni sperimentali.

La domanda, ovviamente, nasce spontanea: cosa rende tale parametro così basso nella realtà? La teoria accetta che il parametro potrebbe sparire dalla QKD se almeno un quark avesse massa, nulla ma dato che tutte le osservazioni sperimentali dicono il contrario la questione rimane aperta, il parametro incluso nei modelli e la violazione della CP mai osservata.

Sembra, in effetti, un po’ una pezza.

Nel 1977 l’idea di due ricercatori fu quella di cambiare approccio. Peccei e Quinn proposero di associare un campo quantistico al parametro theta. Tale approccio risulta possibile solo aggiungendo una nuova simmetria al modello standard che deve venir spontaneamente violata. Cosa fattibile, in fondo si tratta di un modello che si può complicare a piacere purché rispecchi quello che succede nella realtà. L’approccio funzionava abbastanza bene, ma l’aggiunta di questo nuovo campo portava con se l’inclusione di una nuova particella nel modello standard: l’assione.

Gli assioni ci si aspetta che:

  • non siano dotati di carica
  • abbiano un massa incredibilmente piccola (miliardi di volte più piccola di quella di un elettrone)
  • non abbiano spin
  • possano trasformarsi in fotoni e viceversa in presenza di intensi campi magnetici
  • interagiscano poco e di mala voglia con la materia ordinaria

Quest’ultima caratteristica, in particolare è quella che li rende particolarmente ostici da identificare… oltre che degli ottimi candidati per essere i costituenti (beh… almeno una parte dato che si prevede abbiano una massa molto piccola) della materia oscura, la cui “presenza” ancora ci tortura.

La caccia a questa sfuggente particella è quindi aperta, beh, da qualche decennio in effetti…

Nel 2005 lo studio PVLAS sembrava aver trovato le tracce della sua esistenza. L’esperimento prevedeva il passaggio di un fascio di luce polarizzata attraverso intensi campi magnetici: una rotazione anomala nella direzione della polarizzazione sarebbe stata l’indice dell’esistenza di un assione. I risultati (contrastanti e smentiti da successivi esperimenti) hanno si identificato qualcosa di anomalo, ma con masse certamente non riconducibili ad un assione: o c’era qualcosa che non andava nell’apparato sperimentale oppure si era in presenza di un altro tipo di particella.

Oltre PVLAS c’è CAST. Esperimento che mira ad osservare assioni derivanti dalla conversione in raggi gamma più facili da rilevare. L’idea è in questo caso quella di cercare assioni di origine cosmica e “scovarli” quando si trasformano in fotoni (gli assioni potrebbero essere prodotti nel nucleo del Sole quando elettroni e protoni emettono raggi X che si trasformano appunto in assioni.

Poi c’è ADMX (Axion Dark Matter Experiment) che mira ad identificare gli assioni che si assume siano presenti in abbondanza nell’alone di materia oscura che circonda la nostra galassia: un forte campo magnetico dovrebbe convertire questi questi assioni in fotoni, più facili da rilevare.

Per farla breve: nonostante le difficoltà sperimentali per la loro osservazione la loro esistenza non può essere ad oggi esclusa sulla base delle osservazioni sperimentali. Tuttavia, almeno a livello cosmologico, confermare l’esistenza degli assioni creerebbe problemi fisici più rilevanti di quelli che dovrebbe risolvere e, dato che non sono stati mai effettivamente osservati, c’è chi non vede ragione di continuare con la ricerca della loro esistenza.

Ah, tanto per conferma che o siamo sulla giusta strada, e/o la natura è abbastanza coerente con se stessa e/o stiamo mettendo pezze su pezze al modello: l’assione è una particella fondamentale per tenere in piedi -oggi- anche tutta la teoria delle stringhe.

WU

Di pandemia in pandemia

Sempre sulla scia “pandemia si, ma non troppo”, ho visto oggi questa “simpatica” infografica che mette un po’ in serie ed in scala le varie pandemie della storia (che scopro essere ufficialmente 20 anche se qualcosa mi dice che ve ne sono parecchie altre che sono passate sotto traccia).

Pandemie

Spiccano, ovviamente:

  • La morte nera (e non quella di Star Wars): originatasi nei ratti e poi passata agli uomini a mezzo di pulci infette (coadiuvate da un periodo con condizioni igienico-sanitarie discutibili). Ha fatto fuori mezza europa e ci sono voluti qualcosa come 200 anni al Vecchio Continente per riprendersi… medaglia nera per numero di morti.
  • Vaiolo (smallpox): si stima abbia ucciso il 90% dei nativi americani oltre a far fuori circa 400.000 persone all’anno! La spinta definitiva a creare il primo vaccino fu proprio per combattere il vaiolo. La prima (ed in scarsissima compagnia) malattia eradicata nella storia dell’umanità.
  • Influenza spagnola e peste di Giustiniano: hanno fatto fuori, in epoche ben diverse, fino a 50 milioni di persone (e per la cronaca si tratta dello stesso ceppo batterico che causò secoli dopo la peste in Europa). Ovviamente nel caso della peste di Giustiniano i dati sono parecchio confusi e contrastanti, ma fu di certo un evento che segnò il crollo dei simboli dell’impero bizantino sancendo il passaggio dall’antichità al Medioevo. La Spagnola, invece, fu una pandemia con un tasso altissimo di mortalità. L’origine non è chiara (di certo non nacque in Spagna…) e fu scatenata dal virus N1H1, lo stesso della Suina…
  • HIV/ADS: che dire, uno degli spauracchi degli anni ’80; ancora non debellata (se mai lo sarà) ed una infezione virale che da parecchi grattacapi a medici e ricercatori (retovirus particolarmente aggressivo e benché vi sono diversi vaccini candidati una vera cura alla malattia non è ancora stata trovata). Originatasi molto probabilmente, nelle sue due varianti, dagli scimpanzé ha ben nota trasmissione sessuale o ematica.
  • Covid-19: on-going, certo, ma ancora un novellino a confronto (ed egoisticamente spero davvero lo rimanga “a vita”).

Altro dato interessante nella caratterizzazione di fenomeni pandemici è il cosiddetto R0 (ho sentito milioni di esperiti-virologi-improvvisati-con-lettura-sommaria-su-Google in questi giorni ripeterlo e fingendo di padroneggiarlo) che è sostanzialmente un coefficiente del modello di propagazione dell’infezione (modelli quasi tutti basati su andamenti esponenziali o logistici) che ci dice quante persone in media potrebbero essere infettate da un singolo soggetto infetto. Se minore di 1, l’epidemia tende velocemente a regredire, se pari ad 1 può succedere un po’ di tutto, maggiore di uno indica che bisogna mettere in pratica metodi contenitivi per evitare il dilagare dell’infezione.

R0

Palma d’oro al morbillo, seguito da vaiolo e rosolia (e fin qui, contiamo una malattia debellata e per le altre due un vaccino consolidato). Anche fuori dal podio abbiamo parotite, SARS, Covid-19 (anche se di questo specifico numero non è che siamo ancora sicurissimi…), Ebola (con un tristissimo 2.0…), Influenza (ceppo che annualmente si diffonde praticamente in tutto il mondo, fortunatamente non particolarmente mortale, ma decisamente un ottimo candidato pandemico) e MERS (la meno infettiva fra queste che ha mietuto “solo” 850 morti dalla sua comparsa).

The more civilized humans became – with larger cities, more exotic trade routes, and increased contact with different populations of people, animals, and ecosystems – the more likely pandemics would occur.

Non voglio fare il pessimista, ma non sarà di certo l’ultima.

WU

cocciuto? ostinato? testardo? caparbio?

Vi siete mai accorti di quante sfumature ci sono attorno ai termini cocciuto-ostinato-testardo-caparbio? E quanti modi di dire abbiamo poi creato noi: testardo come un mulo, testa dura, testone, etc.

Facciamo una piccola analisi della differenza fra questi quattro termini prima di abbandonarci a quello che mi ha effettivamente colpito: la traduzione di una di queste parole in inglese ha una pletora di possibilità ancora più ampia che in italiano.

Allora, per come la vedo io (ma un rapido giro su Goooogle pare darmi ragione anche se in questo caso non è facile orientarsi fra le varie fonti e molte mi paiono anche in contraddizione fra loro…) le sfumature potrebbero essere queste.

Il cocciuto è colui che si ostina nell’agire/pensare a modo suo senza curarsi di cosa gli viene detto. Il testardo si rifiuta addirittura di ascoltare il parere altrui, non si lascia convincere, è profondamente convito della bontà delle proprie idee. Il caparbio è un determinato, chi persegue un obiettivo con tutte le sue forse e non si fa facilmente mettere i piedi in testa. L’ostinato è un fissato, chi, anche quando realizza delle manchevolezze/pericoli nei suoi comportamenti/parole ritorna a compierle/dirle come se il suo scopo fosse quello indipendentemente dal risultato.

Ma gli inglesi, in questo, ci battono alla grande:

  • stubbon -> il cocciuto, la versione base.
  • bloody-minded -> tecnicamente è un “irragionevole testardo”, e non saprei perché il termine indichi anche sanguinario (mi viene in mente che storicamente chi ha commesso i più sanguinari massacri deve esser stato un bel po’ testardo, ma mi pare un volo pindarico eccessivo…).
  • obdurate -> più che altro caparbio, ostinato; quasi inflessibile, duro (effettivamente una sfumatura di secondo livello che sarei curioso di chiedere ad un madre lingua inglese).
  • stout -> versione informale che mi sembra più che altro una estensione del termine che applicato ad una persona (per la birra la faccenda è diversa 🙂 ) vuol dire tozzo, tarchiato, ma anche intrepido, valoroso, coraggioso… per esser tale un po’ di caparbietà ci deve pur essere…
  • bullheaded -> beh, questo è facile: dalla testa dura. Esattamente come da noi chi ha la testa dura è testardo. Ora se è testardo o cocciuto o ostinato o caparbio non è chiarissimo semplicemente dalla durezza della testa, ma di certo aver la testa dura (se non troppo dura) è una dote, quantomeno per resistere ai colpi.
  • balky -> è il testardo irrigidito, quello difficile da smuovere dalle proprie convinzioni (lo tradurrei personalmente più come ostinato). Colui che è così fissato sulle proprie posizioni da essere praticamente inamovibile (ah… quanti ne conosco! Ah… quante vole lo sono stato io stesso!). Interessantissimo il fatto che la parola inglese venga anche (anzi, principalmente) tradotta in italiano con “ottimista”…
  • bullish -> mi pare più che altro si applichi a chi fa il sostenuto partendo dalle proprie convinzioni. Un cocciuto che oltre a non ascoltare consigli e suggerimenti si colloca anche nella posizione “dall’altro in basso”.
  • cussed -> usiamo il termine per “maledetto” (potrebbe essere “maledetto testardo”); si applica specialmente a testardi polemici, quelli che argomentano in maniera eccessiva (… personalmente quelli che per sfinimento pretendono di aver ragione… forse li chiamerei più maledetti che testardi…).
  • hard-headed -> leggermente diverso dal bullheaded; il capoccione “dalla testa indurita” è colui che ha già passato lo stadio della cocciutaggine per avvicinarsi a quello della testardaggine (neanche fosse un’escalation…). Colui che ormai si continua a rifiutare di ascoltare il suggerimento altrui anche quando è evidente che le cose non sono andate (o stanno andando) per il verso desiderato; si ormai la testa si è eccessivamente indurita da non esser più utilizzabile.
  • mule -> ed ecco il nostro mulo (bardotto 🙂 ). Testardo come un mulo è una di quelle espressioni che quanto la sento mi spingono istintivamente a figurarmi il soggetto con orecchie lunghe e muso da asino il che mi distrae e mi fa più sorridere che capire effettivamente la testardaggine del mulo (animale che, a quanto ne so, ama seguire il proprio percorso e si muove solo quando effettivamente lo decide… non ho evidenze sperimentali, ma se confermato questo comportamento mai modo di dire fu più calzante…).
  • obstinate -> il nostro ostinato, caparbio. C’è una sottile differenza fra testardo ed ostinato (immagino anche in inglese). Mentre il primo mi da l’idea di essere una specie di fissato che non ascolta neanche i consigli di chi lo circonda il seconda mi ha l’idea di una persona determinata, molto risoluta. Il confine è flebile: l’ostinazione estrema è effettivamente cocciutaggine.
  • pig-headed -> versione più colloquiale (anche perché significa letteralmente “testa di maiale”… neanche i maiali fossero testardi…).
  • stiff-necked -> dal collo rigido: “proud and unwilling to do what other people want”. Evidentemente per esser cocciuti la testa dura deve esser sorretta da un rigido collo. In italiano non trovo equivalenti, ma l’idea di associare la testardaggine a qualcosa che non sia la testa non mi spiace affatto.
  • tough nut to crack -> questo è il più bello: una noce dura da aprire (quasi poetico considerando che si parla di testoni…). Vuol si dire testardo/cocciuto, ma anche “gatta da pelare”. Una noce dura da aprire, una gatta difficile da pelare, una situazione che mette alla prova tutta la nostra testardaggine… non che ci voglia poi molto a farla uscire alla luce.
  • dogged -> ero indeciso se metterlo o meno. Mi sa che rende più che altro il nostro tenace, colui che non si arrende. Un po’ meno di caparbio è uno che prova, prova e riprova, ma è ad un certo punto cosciente di dove doversi fermare (oltre ad essere il terzo animale che chiamiamo in causa per spiegare la testa dura di noi umani).

WU

PS. Posso dire tranquillamente che dopo tutto questo sproloquio continuerò a tradurre in inglese testardo esattamente come cocciuto con stubbon.

PPSS. Metterei ostinatamente questa qua come colonna sonora di questo arzigogolo linguistico.

Il Parelio, quello vero

Attenzione, attenzione, siamo in odore di pu##@@ata (o bufala, come suol dirsi). Mi hanno mandato l’immagine sotto su whatsapp (anche se credo sia di qualche tempo fa…).

post_fake

Diciamolo subito e chiaramente: la nostra Terra orbita attorno ad un solo Sole e non ci è alcuna correlazione fra la contemporanea presenza del Sole e della Luna in cielo (cosa peraltro comunissima) e l’inclinazione dell’asse di rotazione terreste.

Partiamo dalle basi della dinamica del nostro pianeta (che si, è grossomodo sferico, ma questa è un’altra storia…). La Terra ruota attorno ad una asse la cui inclinazione varia costantemente e ciclicamente descrivendo, nella bellezza di circa 41.000 anni un cono fra 22.5 e 24.5 gradi (inclinazione assiale terrestre). E’ stato sempre così e sarà sempre cosi (ove sempre si riferisce a scale temporali umane e non cosmiche). L’asse di rotazione ruota anche leggermente rispetto alla perpendicolare dell’eclittica (il piano su cui la Terra ruota attorno al Sole); anche in questo caso per un giro completo ci vogliono circa 25772 anni (precessione degli equinozi).

Non basta? L’asse di rotazione è perturbato da tutta una serie di forse esterne che tendono a fargli compiere delle piccolissime oscillazioni (circa 20′) anche queste periodiche ma “solo” di 18.6 anni (nutazione). La nutazione è il moto dell’asse di rotazione terreste che più influenza il sorgere e calare della Luna nel cielo (l’orario ed il colore). Anche qui, nulla di nuovo, almeno da millenni.

Tutto questo è dinamica orbitale “classica”, poi c’è il Sun Dog, ovvero il parelio. Si tratta di un fenomeno ottico dell’atmosfera dovuto alla rifrazione della luce del sole da parte dei piccolissimi cristalli di ghiaccio sospesi nelle nubi che fungono da prismi rifrangendo la luce del Sole un po’ ovunque.

Una delle conseguenze del parelio è proprio quella di far apparire delle macchie luminose su uno o entrambi i lati del Sole… dando l’illusione che il nostro Sole si raddoppi/triplichi. Tale fenomeno ottico è abbastanza comune nei nostri cieli, anche se spesso “nascosto” dall’abbagliante luce del Sole stesso.

Per tornare al post sensazionalistico/disinformantivo (non capirò mai la vera motivazione che spinge a scrivere certe cose, le fonti a cui queste attingono ed il risultato a cui mirano…) di cui sopra, si tratta verosimilmente di pareli accentuati, di elaborazioni grafiche e/o semplicemente di qualche riflesso (soprattutto la foto in basso a sinistra).

La razza umana finirà, stiamone pure certi. La terra, i suoi movimenti, le stagioni, cambieranno e molto probabilmente non saranno più adatti alla vita. Ma la cosa non succederà domani, non succederà in maniera sensazionalistica e, soprattutto, non sarà un post o qualche foto a rivelarcelo.

WU

PS. Ah, tanto per completezza. Hunters moon non vuol dire nulla. Esiste la Hunter’s moon (luna del cacciatore o luna del raccolto). E’ il nome che i nativi americano danno alla luna piena di Ottobre (accade quindi una volta ogni anno…). I campi sono stati mietuti ad Agosto e Settembre ed è piuttosto facile individuare volpi e altri animali nei campi, ottimo per i cacciatori. Questa Luna, forse per l’imminente inverno, è stata sempre storicamente particolarmente riverita, ma nulla di più.