Sono già arrivati i minolli?

Non che ne sia chiarissima la conformazione: bipede, lungo naso, orecchie tipo un foglio di giornale accartocciato e, soprattutto, tanta tanta tanta immaginazione (cosa che evidentemente a Troisi non mancava).

Il minollo è il travestimento (dopo aver provato con il gufo, cerbiatto, coniglio, tigre, etc.) con cui Troisi cerca di salvarsi dal diluvio universale salendo sull’Arca assieme al Patriarca (“leggermente” miope…) e suo figlio Cam.

Partendo dall’intuizione comica (e sono contro qualunque attribuzione filosofica a riguardo: no, non credo che lo scopo fosse creare un animale che impersonasse quello che siamo ma non vogliamo essere, la parte peggiore di noi stessi, imprecisi, superficiali, pasticcioni… troppe sovrastrutture. Una gag, ben riuscita, e basta… ma d’altra parte se lo sketch dell’Annunciazione aveva fatto indignare la Sacra Chiesa… basta, ora chiudo questa parentesi) il minollo è diventato un animale del nostro (almeno dell’Italia meridionale) immaginario collettivo.

“Fare minolli” o “cacciare minolli” sono comicamente-ricercati modi per dire perder tempo o fare un buco nell’acqua. Eppure il minollo, un tempo, esisteva veramente. Solo che non era un’animale (ma solo una parola che suona già ridicola) bensì si trattava dei lavoratori che, in ambito portuale, erano incaricati di provvedere allo zavorramento delle navi. La cosa avveniva, ad opera dei minolli, tramite il trasporto di materiali sabbiosi che venivano collocati sul fondo della chiglia quando la nave era scarica, in maniera da poter garantire stabilità durante la navigazione.

Inseguo minolli, almeno da stamane. Almeno la prendo a ridere.

WU

PS. Troisi, accorgendosi che l’Arca ospitava già minolli (allora ci sono! si sono salvati! voglio vederli!) tenta di cambiare imitazione menzionando i “famosi” Rostocchi…

Ora passo a cercare Rostocchi.

James Gatz, ovvero “Il grande Gatsby”

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo. Di conseguenza, tendo a evitare ogni giudizio, un’abitudine che mi ha fatto incontrare molti tipi curiosi e reso vittima di non pochi inveterati scocciatori. La mente anormale è rapida nell’individuare e attaccarsi a questa qualità quando si rivela in una persona normale, e perciò al college sono stato ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero a conoscenza dei dolori segreti di uomini sconosciuti e sfrenati.

Molte confidenze non erano cercate – spesso ho finto di dormire, di essere preoccupato, oppure mostravo un’ostile frivolezza quando mi rendevo conto da qualche segno inconfondibile che si profilava all’orizzonte una rivelazione intima; perché le rivelazioni intime dei giovani, almeno nei termini in cui sono espresse, tendono a plagiare e sono alterate da evidenti omissioni. Astenersi dal giudicare implica un’infinita speranza. Ho ancora paura di perdermi qualcosa se mi dimentico che, come mio padre snobbisticamente suggeriva, e io snobbisticamente ripeto, il senso di un’indispensabile decenza è suddiviso in modo ineguale alla nascita.

E dopo essermi vantato della mia tolleranza, ammetto che ha un limite. La condotta può essere basata su una dura roccia o su un’instabile palude, ma dopo un certo punto non m’importa su cosa è fondata.

[Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925]

WU

PS. Altro notevole passaggio che da voce ad un mio sogno nel cassetto, giustamente irrealizzabile direi.

La sua vita era stata confusa e disordinata… Ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava.

PPSS. Il libro, confesso, non l’ho mai letto integralmente. Ho mangiucchiato pezzetti qui e li (ed anche del film). Ne sono legato da un rapporto che definirei contrastato: mi attira, ma non abbastanza da leggerlo in maniera antologica.

Sono certo che prima o poi lo farò; mi da l’idea di una accurata ed ironica descrizione di un mondo in cui l’indifferenza e la mancanza di autentici affetti la fa da padrona.

Intanto ogni tanto ci ripenso; all’incipit, più che altro.

Lupululà e Castellululì

Che questo film sia un capolavoro non devo certo dirlo io.

Oggi, nello sfogo di una fanta-riunione, mi è tornato in mente questo sketch (e vai a sapere il perché… forse perché avrei di gran lunga preferito sganasciarmi di risate davanti questa scena che farlo davanti a quello che vedevo/sentivo…).

Mi sono messo quindi a gigioneggiare sull’origine di questo dialogo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula…
Igor: There! Là!
Frankenstein: What? Cosa?
Igor: There… wolf… and There… castle! Lupu… ululà e Castellu… ululì!
Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?
Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato.
Frankestein: No, I don’t want to! No, non è vero!
Igor: Suit yourself, I’m easy! Non insisto, è lei il padrone!

Effettivamente mi pare molto più brillante e divertente la versione italiana di quella originale, che pure si basa su un giochetto di parole, ma che mi pare rimanga più letterale e meno estrosa (ecco, sto parlando come un qualche critico di qualche cosa… me ne vergogno già…).

Pare che la traduzione originaria del film (di tutto il film, non solo di questo passaggio) fosse stata affidata ad un tal De Leonerdis che aveva già tradotto diverse opere, anche di grande successo. La sua traduzione, pare a causa del direttore commerciale della Fox Italia che forse non aveva previsto il grande successo che avrebbe avuto la pellicola (…alla faccia del direttore commerciale…), risultava troppo pedissequa e letterale ed il dialogo sopra, in particolare, rendeva male il suo potenziale comico.

Senonché un tal Mario Maldesi, che era stato il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film originale di Mel Brooks, decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura e sul doppiaggio. Maldesi aveva visto il film originale e ne aveva colto il genio e non poteva evidentemente tollerare che (beh, direi che si chiama passione… in fondo era anche un po’ la sua creatura) fosse destinato ad una fine mediocre proprio a causa del doppiaggio… almeno in Italia.

E così si dedicò a rivedere il doppiaggio di De Leonardis, sbizzarrendosi, specialmente nella scena in cui Igor, andato in stazione a prendere il dottor Frankenstein guida il suo carretto verso il castello. Mentre Inga si spaventa all’ululare di alcuni lupi Igor ed il dottore si lanciano in un breve, surreale dialogo che si basa su un gioco di parole che (in inglese: Where wolves e Werewolves) difficilmente traducibile in italiano… a meno di non introdurre un bel “Lupululà e Castellululì”.

Altro che “There Wolves! There Castle!”.

WU

A strange game, by Wargames

Oggi mi hanno fatto tornare in mente questo film. Fa parte dei miei ricordi di infanzia (e già avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava… 😀 ) anche se non mi è mai rimasto impresso più di tanto.

Sto parlando di una specie di tecno-fantasy da guerra fredda in cui l’arsenale nucleare americano si arma quasi fosse un gioco… appunto.

In brevissimo (è un film del 1983 non credo si possa chiamare spolier, ma in case saltate allegramente): Settle, un giovane hacker amante dei videogiochi componendo numeri telefonici a caso riesce a raggiungere il supercomputer che si occupa di difendere la buona America dalla cattiva Russia. Il computer in questione è una sorta di intelligenza artificiale ante litteram che si allena con simulazioni di guerra e giochi di strategia per farsi trovare pronto a fare la contromossa ad un eventuale attacco russo. Vedendo la lista dei giochi su quel pc il nostro amico hacker si convince di esser entrato nell’azienda produttrice di videogiochi che cercava ed inizia a giocare contro il super computer ad una guerra termonucleare in cui, guarda un po’, lui assume il ruolo dei sovietici. Per il ragazzo è solo un gioco, per il computerone una seria minaccia. Le mosse del ragazzo sono scambiate per veri attacchi e tutto lo stato maggiore dell’esercito allertato per l’imminente attacco. La commistione fra “realtà reale” e “realtà virtuale” dilaga: i russi prendono i movimenti delle truppe americane come una dichiarazione di guerra e gli amMericani a loro volta sono insospettiti dalle strategie sovietiche. Il “gioco” si autoalimenta fino a delineare l’inizio di una guerra termonucleare. E’ praticamente tutto in mano al computer con una “sapente” esclusione del fattore umano che continua a decidere la strategia migliore per sterminare il nemico. L’algoritmo inizia a provare tutti i codici di lancio per avviare la sua offensiva.

Viene qui la parte che mi ha più colpito oggi del vecchio film: il modo con cui si cerca di fermare l’intelligenza artificiale ormai convinta di voler sterminare l’umanità: giocare a tris.

Praticamente l’idea del ragazzo per riuscire a fermare il computer è semplicemente quella di sovraccaricarlo. Al computer viene chiesto di giocare a tris contro se stesso: le partite finiscono velocemente in condizioni di stallo una dopo l’altra e lo stesso avviene con le varie simulazioni di guerra. Il pc “tralascia” (con tanto di scintille dai monitor come i fantasy anni ottanta-novanta volevano) le operazioni di lancio fino a convincersi che tutte le varie opzioni di guerra portano allo stesso risultato:

A strange game. The only winning move is not to play.

Il computer interrompe qualunque simulazione e chiede al suo creatore se non sia meglio giocare a scacchi.

Beh, diciamo che a parte un po’ l’effetto amarcord mi ha colpito molto l’approccio del “tris contro se stessi”. Praticamente un egregio modo per distogliere l’attenzione da compiti più seri è quello di focalizzare l’attenzione su processi abbastanza inutili, ripetitivi e senza speranza di vittoria. La condizione di stallo che si ripete ad ogni partita mi ricorda tanto le molteplici discussioni con i muri di gomma che trovo (troviamo, ne sono certo) qui e li.

WU

PS. Sotto la “scena madre” (nell’opinione di questo fesso) del film.

Ormai è tardi

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

[Benjamin Button]

In fondo, anche se spesso siamo portati a crederlo, non siamo alberi. Meglio un tentativo, magari un errore che la stasi o il nulla.

Ve lo ricordo, me lo ricordo… sforzandomi di stare alla larga dalle varie quote e frasi motivazionali che vanno ormai di moda solo per mettere uno stato su qualche social e mi lasciano un po’ di amaro in bocca sulla reale comprensione delle stesse da parte dei loro “fruitori”.

WU

PS. E’ un film che, forse immotivatamente, mi mette sempre tanta tristezza.

Il tempo assoluto

Chi siamo? Dove andiamo? Ed io che ne so… ma in compenso non vi chiederò neanche il fiorino.

Ad ogni modo, piuttosto che ambire a dare risposte a caso a domande che per loro natura non ne devono avere, stamane impelagato in questo genere di riflessioni mi è tornata alla mente “la lezione” di Bellavista.

Il presente è la separazione fra il futuro che non è ancora (e quindi non esiste) ed il passato che non è più (e quindi non esiste). Come fa, quindi il presente, e con esso il concetto stesso di tempo, ad esistere?

Cosa accade ora? Ed ora? Questo post l’ho scritto nel passato o nel presente?

Che il futuro inizi ora (anzi no… ora!), fra un minuto, un’ora o un giorno non sarò io a dirlo, ma mi piace pensare che riporre in esso tutte le speranze è un po’ come darci un momento in cui partire per iniziare a lavorare per vederle realizzate. E soprattutto l’assenza di un concetto di presente colloca nel passato tutti i miei sbagli… an che quelli che commetterò.

Pronti, attenti, via.

WU (intrinsecamente avverso all’orologio)

PS. Divertente e profondo … incluso il total watch sul filosofo greco 😀

Scelte di vita

Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?

[Trainspotting)

Potrei, anzi forse dovrei, non mettere neanche la fonte della citazione. E’ uno dei monologhi che preferisco. Lo riascolto ciclicamente (… di lunedì mattina, poi…).

Rimango attonito dinanzi alla sfilza di luoghi comuni, anche se forse non proprio attuali, e dinanzi alla scelta di non scegliere… per l’eroina o altro poco mi importa. La motivazione serve solo per chi ascolta non per chi sceglie, o non sceglie. Ed il pezzo, sottolineando che non ci sono ragioni incarna egregiamente questo concetto.

Diciamo che il pezzo mi da certamente l’idea dell’inutilità di molte vite, ma anche della fatica a cui tanti, molti, troppi si sottraggono semplicemente etichettando questo o quello come un luogo comune. Si, forse perirò ridotto a motivo di imbarazzo, ma non per questo mi getto oggi da un ponte, no?! Diciamo che piuttosto, se e quando lo riterrò il nodo da sciogliere, dovrei almeno provare a realizzare una fine diverse.

La verità è che non saperei (a valle del monologo, ma in generale quando mi metto a divagare sulla faccenda), dare una definizione di vita e men che meno di soddisfazione per la vita.

WU

PS. E dato che sono sulla scia di citazioni (cambiando decisamente registro)…

Esistere significa “poter scegliere”; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una “possibilità che sí” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro.

[Soren Kierkegaard]

Jackson-patented shoes

 

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Questa rimane per me una delle scene più epiche del mondo dei videoclip. La scena (forse) che ha portato i videoclip al livello di piccoli film (si, forse sto esagerando, ma forse secondo solo a Thriller il videoclip di Smooth Criminal mi pare un vero e proprio corto).

Sicuramente la scena che ha condizionato molto del mio concetto di ballo (tutt’ora completamente assente e più prossimo a scoordinate convulsioni). In particolare la “mossetta” di tutto il gruppo che pende in avanti è veramente mitica.

Può piacervi o meno il soggetto e/o la canzone, ma non potete dire che non vi siete mai chiesti, almeno una volta, come diavolo hanno fatto a realizzarla.

Onestamente pensavo a qualche cavo nascosto o effetti speciali digitali (anche se parliamo forse di anni in cui tale opzione era fra il recondito e l’impossibile). Invece la scarpetta brevettata Jackson pare essere la risposta… almeno secondo questo utente reddit.

Praticamente un tacco rinforzato con attacco a baionetta che si incastra in un perno nel pavimento (che mi auguro esser retrattile) consentiva ai ballerini la mossetta pendente. La cosa interessante è comunque notare la naturalezza con cui i ballerini riescono ad incastrare il piede e pendere riprendendo subito dopo il normale svolgimento del video.

L’idea è geniale, ma la realizzazione e la scioltezza nell’applicazione lo è di più (… e per me denota anche l’innegabile estro del non-citato artista).

WU

PS. Godetevi il video completo… per più di 9 minuti (attorno al minuto 7.10 per la scena pendente)

Profezia che si autoadempie

Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank e il suo ufficio è quello di presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti, a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno; anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito in conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito in conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita.

Fulgido esempio (ovviamente non mio) di una “profezia che si autoavvera“.

E’ una di quelle previsioni che si auto avverano per il sol fatto di essere state espresse. Se ci pensate è una cosa molto più comune di quel che sembra (soprattutto se sostituiamo “situazione” con “profezia”), e che poi è un po’ all’origine delle varie superstizioni di “portarsi jella da soli” o “darsi la zappa sui piedi”. Si tratta di una di quelle situazioni “circolari” nelle quali una predizione genera una situazione che a sua volta realizza la predizione.

Di esempi se ne trovano a bizzeffe nella vita di tutti i giorni, dai mercati finanziari al campo sociologico, dalla politica alla psicologia (d’altra parte l’auto-convincimento è una profezia che si autoavvera, no?!).

Ed è anche terreno molto fertile per trami cinematografiche e fantascientifiche: da Star Wars, Minotiry Report, Kung Fu Panda, Terminator e bla bla bla.

La cosa che mi affascina è che lo facciamo spesso e volentieri del tutto inconsciamente, sia nel bene, sia nel male. Poi la mente umana deve in qualche modo cautelarsi ed auto-giustificarsi per cui parliamo di destino, fato, predeterminazione e cose del genere, ma mai di “colpa” o anche solo “ruolo” nostro.

Ah, la cosa non mi pare un buon alibi per non fare, piuttosto una chiave di lettura del nostro ruolo nella (nostra) storia, nella quale determiniamo (ripeto, spesso involontariamente) il nostro futuro senza per forza dover fare viaggi nel nostro passato.

Diciamo che rendiamo reali le conseguenze delle nostre azioni.

WU

PS. Mi viene subito alla mente

Frankly, my dear, I don’t give a damn

Frankly.png

[Gone with the wind – 1939]

Rhett Butler che da il suo ultimo saluto alla sua Rossella O’Hara mentre si accinge a lasciarla.

Dove andrai? Cosa farai? In fondo, cara, chi se ne frega.

Una di quelle frasi memorabili per il contesto in cui viene recitata e sufficientemente profonde da trovarne milioni di altri contesti calzanti (anche a distanza di quasi un secolo, dimostrando, se vogliamo, che con il tempo la morale cambia, ma l’animo umano molto meno). Non è un caso che sia praticamente l’epilogo di un rapporto, la dimostrazione che la relazione è finalmente superata e può pertanto esser vissuta (o deliberatamente non vissuta) in maniera più sana.

Purtroppo infischiarsene è anche un ottimo scudo per non fare. Non ci infischiamo di qualcosa solo avendolo superato, ma anche ignorandolo e basta. I problemi sociali, umani, politici, economici, etici, morali, etc. etc. tendono purtroppo a coinvolgerci solo qualora ci toccano da sufficientemente vicino. No, in questi casi non ce ne stiamo infischiando, lo stiamo ignorando.

Caliamo la frase nella giusta prospettiva e non riempiamoci la bocca simulando un’indifferenza che sa di disinteresse solo come paravento. Non è necessario svuotare di significato frasi così profonde solo per infarcire frasi fatte di menefreghismo.

Francamente, mia cara, me ne infischio (o purtroppo no).

WU

PS. Nell’elenco (e non proprio in ultima posizione…) delle 100 battute cinematografiche più memorabili di tutti i tempi secondo l’American Film Institute. Anche se il suo debutto sul grande schermo ha avuto una genesi abbastanza travagliata:

Rhett Butler’s “Frankly my dear, I don’t give a damn” was nearly cut because it didn’t meet the industry’s standards at the time. “It is my contention that this word as used in the picture is not an oath or a curse. The worst that could be said of it is that it’s a vulgarism,” the movie’s producer, David O. Selznick, argued.