Categoria: exploration

blaNDM-1

Facciamo un po’ di divulgazione con sottofondo di allarmismo.

Pare che siamo davanti a qualcosa che ci spaventa e che supera le nostre attuali competenze in campo medico e batteriologico. Diciamolo diversamente: pare che tutta la sicurezza che ci da il fatto di saperci curare (con qualche eccezione, ovviamente) si trovi davanti ad una specie di muro. Questa cosa da un lato ci fa sentire vulnerabili, dall’alta ci spinge (non dico dovrebbe, dato che quando si parla di salute di solito le cose si fanno più o meno seriamente) a cercare una soluzione e capire “dove sbagliamo”.

… ed è tutta colpa di un piccolo batterio, dal molto criptico nome di blaNDM-1.

NDM-1 raises fears that diseases in the future will not respond to antibiotics. If NDM-1 crosses over into other bacteria, secondary diseases will emerge, causing a health crisis as they spread around the world. […] This superbug is widespread in India, and, by 2015, researchers and medical experts detected it in more than 70 countries worldwide.

Ci siamo praticamente imbattuti in una specie di super-batterio resistente a tutti gli antibiotici conosciuti. Lo abbiamo scovato prima nel sud dell’India (dall’India con furore) fin sotto i ghiacci dell’artico. Dal 2008 sembra addirittura (tanto per far aumentare un po’ la paura che il super-gene ci incute…) che il batterio stia evolvendo e colonizzando le zone più remote del pianeta. Il batterio potrebbe esser stato trasportato in giro per il globo (… e chissà dove ancora si nasconde… brivido 🙂 ) da uccelli, animali e forse anche dall’uomo.

Il fatto di non saperlo sconfiggere e che potenzialmente noi stessi lo stiamo aiutando a colonizzare (buzz word per aumentare l’allarmismo) il “nostro” mondo, sottolinea la nostra vulnerabilità e l’accelerato ciclo di vita ed evoluzione di questi batteri. Anche in regioni ove l’impatto umano è minimo possiamo trovare forme batteriche resistenti ai nostri antibiotici.

It initially occurred mainly in India and Pakistan, and specifically in New Delhi, where the climate encourages its persistence year round. Since then, it has occurred in drinking water and the holy rivers of India, such as the Ganges. Bacteria expressing NDM-1 have surfaced in countries around the world, including the United States, Japan, Australia, and the United Kingdom, in patients who spent time in India, traveled through it, or have family members there.

Capire tutti i percorsi che hanno portato il super-batterio ad espandersi ed evolversi così velocemente sarebbe il primo passo per capire come “sconfiggerlo” prima che si evolva in maniera nociva per noi. Inoltre blaNDM-1 ci offre anche la possibilità di capire i limiti dei nostri antibiotici e come svilupparne di migliori (… salvo poi saperli utilizzare ed aspettare che i batteri si evolvano a loro volta inventando soluzioni ancora migliori…).

Ora non voglio dire che l’abuso (non l’uso) degli antibiotici sviluppa ceppi batterici sempre più resistenti che inconsciamente trasportiamo in giro per il globo, ma l’occasione potrebbe essere effettivamente quella giusta… (l’ho detto?).

WU

PS. la voce di NDM-1 su wiki si chiude con un lapidario ed inquietante

All’inizio di agosto 2010 un composto chimico, denominato GSK-299423, è stato in grado di lottare significativamente contro i batteri resistenti agli antibiotici, rendendo tali batteri non più in grado di riprodursi, ottenendo così un probabile trattamento al ceppo NDM-1

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Misteriose, Nottilucenti Nubi

Li, all’apice dell’atmosfera, vive un gruppetto di strane nubi. Di uno strano colore blu elettrico, che si mostrano solo durante il crepuscolo, che preferiscono i mesi estivi e le medie latitudini (fra i 50 ed i 70°, per la precisione)… praticamente sono una sorta di nubi fantasma che solo la luce del tramonto fa comparire.

Si formano davvero molto in alto, anzi, sono le nubi più alte dell’atmosfera terrestre (tecnicamente si collocano nella mesosfera a 75-85 km di quota) e le riusciamo a vedere solo quando tutti gli strati inferiori dell’atmosfera sono in qualche modo più oscuri; ovvero quando i raggi del tramonto le illuminano da sotto l’orizzonte.

E, dulcis in fundo, non abbiamo neanche capito bene come si formano. Le nubi “ordinarie” difficilmente riescono a raggiungere quote così alte e d’altra parte nella mesosfera non c’è così tanto vapore acqueo da formare facilmente una nuvola. Pare (e dico pare…) che siano correlate con i minimi solari; anzi il loro numero aumenta quando diminuiscono le macchie solari e viceversa. Ma siamo, evidentemente, ancora nel campo delle correlazioni più che delle spiegazioni scientifiche.

NubiNottilucenti.png

Noctilucent clouds coalesce as ice crystals on tiny meteor remnants in the upper atmosphere. The results make brilliant blue rippling clouds that are visible just after the Sun sets in polar regions during the summer. These clouds are affected by what’s known as atmospheric gravity waves — caused by the convecting and uplifting of air masses, such as when air is pushed up by mountain ranges. The waves play major roles in transferring energy from the lower atmosphere to the mesosphere.

Ah, dato che non sappiamo un granché di loro anche la loro storia è abbastanza peculiare. Sembra (e già questo pare strano) che siano un fenomeno abbastanza recente. Furono osservate per la prima volta nel 1885 dopo l’eruzione del Krakatoa. E da qui la primissima ipotesi che fossero formate da cenere vulcaniche… ipotesi poi smentita dai dati satellitari che hanno invece confermato che le nubi nottilucenti sono formate sostanzialmente di cristalli di ghiaccio. E’ stato ipotizzato fossero legate ai cambiamenti climatici (in particolare potrebbero essere le missioni di idrogeno a generare tale fenomeno), che siano composte dai gas di scarico degli shuttle, che addirittura possano esserci parte di detriti spaziali e cose simili, ma la verità è che abbiamo poche idee e ben confuse.

NubiNottilicucenti.gif

Studi, ovviamente, ancora in corso. Esplorazioni in-situ e da remoto, immancabili. Tera e tera di immagini oggi disponibili ed evidenze di fenomeni simili anche su altri pianeti (Marte). In breve un sacco di strada ancora da fare e solo per capire cosa ci succede sopra (veramente ad un palmo, in termini astronomici) la testa prima di poterci spingere più in su e prima di poter migliorare le nostre previsioni (che, nella vita di tutti i giorni, si traduce in fenomeni meteo -più o meno innocui-, inquinamento, crescita vegetazione, catastrofi climatiche, etc.) sull’evoluzione del nostro pianeta: sensitive indicators for what is going on in the atmosphere at higher, and from there to lower, altitudes.

WU

PS. Queste e queste ve le ricordate?

The Metalaw

The practical and philosophical significance of a successful contact with an extraterrestrial civilization would be so enormous as to justify the expenditure of substantial efforts… The technological and scientific resources of our planet are already large enough to permit us to begin investigations directed towards the search for extraterrestrial intelligence… For the first time in human history, it has become possible to make serious and detailed experimental investigations of this fundamental and important problem

Facciamo un passo oltre la ricerca della vita extraterrestre: se ci fosse come ci comporteremmo? Praticamente l’idea è quella di evitare di trovarsi sguarniti tipo Colombo quando non solo scoprì nuove terre, ma si vide davanti degli “alieni” ed ovviamente non era pronto a comportarsi di conseguenza (e quindi furto-baratti, traffici di donne, malattie trasferite, colture impiantate e via dicendo). Se oggi ci trovassimo veramente davanti gli alieni che dovremmo fare?

Ovviamente la cosa è trattata ad al livello semi-serio (e decisamente più serio di codesto blog). Il CETI (Communication with Extraterrestrial Intelligence) è l’organo che si occupa di Xenologia, ovvero degli studi scientifici di vita, intelligenza e civiltà extraterrestre. Il CETI copre aree tipo abiogenesi, zone abitabili di altri sistemi planetari, exobiologia, & co (tipo il Viking lander biology instrument packages o il messaggio di Arecibo). Oltre alla metalaw, ovviamente.

La metalaw è praticamente lo studio di un sistema di leggi che possa essere applicato ad ogni possibile interazione con intelligenze aliene. La fuffologia è dietro l’angolo, ma proviamo ad immedesimarci nell’universo di Star Trek.

But to suggest that first contact will necessarily terminate a culture, that dominance or submission are the only alternatives, is to deny the immense complexity of the problem. Trade, war, quarantine or blockade, abject indifference, negotiation and treaty, evangelism, integration and homogenization are just a few of the myriad possibilities. The destinies of the two races will merge, for better or worse. And the interests of both partners will best be served if a metalegal order can be established to help regulate this interaction.

Ora, solo perché il problema in questa forma finora non si è mai posto non è detto che non possiamo preoccuparcene (fantasticare?) per tempo. Se fossimo noi, nel contatto alieno, la specie “superiore” che obblighi avremmo nei confronti dell’altra razza? Dovremmo interferire nella loro evoluzione o no? Colonizzare? Se invece fossimo noi ad esser contattati? Dovremmo metterci sulle difensive? Iniziare contatti diplomatici o amichevoli? Dovremmo farli “entrare” nel nostro pianeta/sistema solare?

Ad ogni modo il CETI ha stilato un insieme di leggi auto-consistenti per la metalaw che dovrebbero essere abbastanza basilari e di “portata cosmica” (leggi pure: si basano sul nostro buon senso e speriamo che gli alieni possano condividerlo):

  1. No partner of Metalaw may demand an impossibility.
  2. No rule of Metalaw must be complied with when compliance would result in the practical suicide of the obligated race.
  3. All intelligence races of the universe have in principle equal rights and values.
  4. Every partner of Metalaw has the right of self-determination.
  5. Any act which causes harm to another race must be avoided.
  6. Every race is entitled to its own living space.
  7. Every race has the right to defend itself against any harmful act performed by another race.
  8. The principle of preserving one race has priority over the development of another race.
  9. In case of damage, the damager must restore the integrity of the damaged party.
  10. Metalegal agreements and treaties must be kept.
  11. To help the other race by one’s own activities is not a legal but a basic ethical principle.

Mi piace l’idea di muoverci per tempo (anche se è una cosa che potenzialmente non si verificherà mai, vige una specie di principio generale di “legislazione generale”: una cosa non va fatta a meno che non si conosca il perimetro, seppur vago, in cui muoversi) ma il mio principale dubbio rimane quello di chi applica queste leggi. Se siamo solo noi a “crederci” ed il nostro “visitatore” non è così affabile o democratico a poco sarà valso l’esercizio. Come dire che se anche i popoli dell’Amazzonia centrale (un esempio a caso) avessero avuto un sistema di regole tipo questo non credo che nessun conquistadores avrebbe avuto voglia di ascoltarlo e men che meno applicarlo.

Aspetto “the first contact” per vedere se tali leggi abbiano una speranza di essere applicate o meno, e continuo a pensare che l’idea di base dovrebbe essere (per noi e per gli alieni) sempre quella di trattare l’altro come si vorrebbe esser trattati. Abbastanza semplice. Ce lo dimentichiamo fra noi, ma forse un incontro alieno ci rinfrescherebbe la memoria.

WU

PS. In questo caso credo che la definizione di “razza intelligente” equivalga a “razza in grado di viaggiare nello spazio interstellare” il che ci evita di interrogarci su che forma di vita potremmo trovarci davanti e ci colloca automaticamente nella categoria delle razze NON intelligenti.

L’isola che non c’è

… e non parliamo di quella di plastica. Ma di una Isola con tutti i crismi, fatta di sabbia a rocce, forse con l’unico neo di non essere abbastanza resistenze alle intemperie della vita…

Giappone, a 500 metri dall’isola di Hokkaido, sorge(va) un isolotto come tanti: Esanbe Hanakita Kojima. Abbastanza insulso ed anonimo, ma un posto da cui i pescatori del luogo sanno (sapevano) dover star lontani. Le sue coste nascondevano aguzzi scogli che associati alle forti correnti del luogo rendevano la navigazione in quelle acque particolarmente pericolosa.

Questa è storia passata… fino a qualche giorno fa. Nel giro di una notte (beh, in realtà non è certo dato che l’isolotto, oltre ad essere disabitato, non era neanche oggetto pi particolare interesse), infatti, dell’isolotto Esanbe Hanakita Kojima non vi è più traccia. Anche se sembra è abbastanza improbabile sia il furto di qualche super-cattivo da cartoni animati. L’innalzamento del livello dei mari, le burrasche degli ultimi tempi, l’incessante moto delle acque e la conformazione delle rocce dell’isola (… effettivamente alta solo 1.40 metri sul livello del mare) hanno determinato la sua fine. Una lenta erosione ha poi portato l’isolotto ad inabissarsi nel giro di una notte. Affascinante ed un po’ inquietante.

Rising sea levels caused by climate change are putting many remote islands at risk, even if those in this particular region aren’t in immediate danger. […] Wind and waves are also a threat, and scientists are worried about the potential impact of increased storm activity and erosion on barrier islands – islands which help protect the mainland coast from the brunt of the weather.

Ok, ok, fin qui strano (tipo quest’altra isola), ma tutto sommato naturale. La cosa di per se irrilevante ha però una grande ripercussione politica.

While the tiny piece of land was too small to be of any use, it had an importance beyond its size: before it disappeared, it marked the western edge of a disputed island chain Japan calls the Northern Territories, while Russia says it’s the Kuril islands.

L’isola in questione faceva parte di un gruppo di isolotti nelle acque a nord del Giappone storicamente condivise con la Russia. Anzi, l’isola era quella più a nord del gruppo e demarcava in qualche modo la fine delle acque territoriali giapponesi (… non a caso il Giappone si era battuto per farla riconoscere come isola, appunto).

EsanbeHanakitaKojima.png

La scomparsa dell’isola, quindi riduce automaticamente le acque di pertinenza del Giappone (a beneficio delle acque internazionali) dato che uno dei punti di demarcazione, quello più a nord, è venuto meno. anche nell’eventualità di rintracciare “i resti” dell’isolotto, è abbastanza improbabile che i confini nautici del Giappone possano essere ripristinati.

“Le mie acque per un’isola!” oppure “li dove c’era l’isola ora c’è …il  nulla”

WU

Pianeta Goblin

Del fantomatico-agognato-sperato-temuto-vociferato Pianeta 9 abbiamo parlato abbondantemente a sproposito (tipo qui e qui e qui).

Non lo abbiamo trovato, nel senso che non abbiamo trovato esattamente quello che cercavamo, ma di certo abbiamo scoperto che oltre Plutone (un tempo considerato il limite del nostro sistema solare) vi sono un sacco di nuovi mondi.

2015 TG387 è l’ultimo arrivato. 300 km di diametro (decisamente più piccolo del bestione che stiamo cercando) ed un periodo orbitale di 40.000 anni (!). Praticamente è così piccolo (al limite per essere definito un pianeta e non un asteroide) e così lontano (non si avvicina mai più di 65 unità astronomiche al nostro Sole) che, ammettiamolo, lo abbiamo avvistato per puro caso. Un colpo di fortuna planetario.

Goblin è stato osservato per la prima volta a ben 80 unità astronomiche (… Plutone, tanto per fare un paragone, è attualmente a circa 34 unità astronomiche dal Sole). Assieme ai suoi compari Sedna e 2012-VP113 è fra gli oggetti più lontani dal Sole che abbiamo mai osservato. Non è quello con il perielio più distante, ma è quello che durante l’orbita si allontana di più dal Sole (… ha il semi-asse maggiore più lungo). Goblin raggiunge infatti 2.300 unità astronomiche nel suo punto più lontano dal Sole ed ha la “fortuna” di non avvicinarsi mai abbastanza da avere interazioni gravitazionali significative con i giganti gassosi del nostro sistema solare. Praticamente, considerando solo i pianeti finora noti, la sua orbita è abbastanza stabile… a meno delle ingerenze del Pianeta X, ovviamente.

Goblin.png

Praticamente stiamo scalfendo la superficie della Nube di Oort (inner) che è una sorta di nuvolone composto da centinaia o addirittura migliaia di questi oggetti. L’interesse è di certo per loro direttamente, ma anche e soprattutto per usarli come “sonde gravitazionali” per capire se ai confini del nostro sistema solare si celano altri pianeti… massicci.

Oltre la scoperta (che per definizione è già una scoperta 🙂 ) in se di Goblin, l’esistenza e l’orbita del pianeta sono un’ulteriore conferma dell’esistenza del pianeta Nove. L’orbita di questo corpo, quella di Sedna e quella di 2012-VP113 sembrano essere raggruppate insieme il che suggerisce che ci sia un corpo massiccio che ne guida le orbite. E la ricerca continua… e la serendipity che si porta dietro.

WU

PS. Il nome Goblin, dato che sono certo siete curiosi, deriva semplicemente dal fatto che per la prima volta il corpo è stato avvistato nel periodo di Halloween. Poco poetico.

La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

CollaCarlsberg.png
Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

Cosa c’è sull’Ararat?

Sempre sulla scia del Credere (… che ci volete fare, questa settimana mi è presa così).

Possiamo aver fede o meno, ma non possiamo tollerare che la Bibbia racconti solo una storia di pura fantasia. Indipendentemente se l’approcciamo con fare ateo o religioso abbiamo bisogno di prove. Che è poi un po’ la negazione del credere

Ad ogni modo è dagli anni ’40 che il monte Ararat, in Turchia, è oggetto delle nostre elucubrazioni. Ed in particolare la zona della sua cima è sede della ormai consolidata Anomalia dell’Ararat.

Si tratta di un monte al confine fra Turchia ed Armenia, zona di altissimo interesse strategico, militare ed anche dalla conformazione geografica decisamente ostile.

Li, un po’ nel mezzo del nulla, a 4724 metri di quota, sull’altopiano orientale, a 2200 metri dalla cima della montagna, c’è qualcosa. Che cosa sia non lo sappiamo di preciso, ed è qui che entra in gioco la nostra passione per… Credere, soprattutto in ciò che non capiamo.

Sembra, sembra, esserci un oggetto. un qualcosa. Troppo grande per essere di origine naturale, troppo lineare, squadrato. Li, sotto il ghiaccio vogliamo Credere ci possa essere… l’Arca di Noè (o ciò che ne resta).

Ararat.png

Osservato per la prima volta nel corso si una missione aerea del US Air forse e poi dalla Defense Intelligence Agency, l’anomalia ha alimentato le nostre più recondite fantasie di trovare una traccia chiara ed inequivocabile dell’ira divina.

A quella prima osservazione hanno fatto seguito osservazioni satellitari ed affini e tutta la documentazione fotografica raccolta è stata analizzata più e più volte per gridare al mitologico ritrovamento.

Nel 2004 qualcuno ha anche cercato di organizzare (e soprattutto finanziare) una spedizione dedicata in loco per risolvere il mistero. Spedizione prontamente fermata dalla mancanza di autorizzazione da parte delle autorità turche. Ovviamente gli interessi militari sull’area sono troppo alti ed il mistero non vale la candela (per qualcuno).

Arriviamo quindi al 2010 quando pare (e dico pare) qualcuno è veramente riuscito a raggiungere l’altopiano dell’Ararat. Una spedizione congiunta turca e di Hong Kong della “Noah’s Ark Ministries International” (beh… non voglio illazionare, ma diciamo che mi pare decisamente di parte) ha annunciato di aver trovato un’enorme caverna di legno ad un’altitudine in cui non risulta mai esservi stato alcun insediamento umano. La scoperta dell’arca è stata proclamata al 99% ed anche la loro (… e mica era il caso di farla fare ad altri…) datazione del legno al carbonio 14 ha confermato l’età dell’arca.

… ora lasciamo perdere che poi membri del gruppo della spedizione si sono dissociati dalla proclamazione del ritrovamento sostenendo che alcuni reperti lignei fossero stati portati lì appositamente da manovali curdi che erano a conoscenza della spedizione…
Come tutte le grandi scoperte questa deve essere giustamente tribolata. E come tutti i nostri sforzi di Credere, anche questo deve giustamente essere alimentato.

WU

PS. Questo, ovviamente, al nostro livello. I servizi segreti statunitensi (che sicuramente hanno molti più dati di me a disposizione) ipotizzano in quella sede la bellezza di una base segreta, ovviamente sovietica. Complottismo a go go… una scusa come un’altra per Credere.

PPSS. Avevo iniziato a mettere un po’ di link, ma il numero di siti di para-cultura che sono venuti fuori mi ha imbarazzato ed ho tolto tutto limitandomi a Wiki.