Categoria: exploration

L’isola che non c’è

… e non parliamo di quella di plastica. Ma di una Isola con tutti i crismi, fatta di sabbia a rocce, forse con l’unico neo di non essere abbastanza resistenze alle intemperie della vita…

Giappone, a 500 metri dall’isola di Hokkaido, sorge(va) un isolotto come tanti: Esanbe Hanakita Kojima. Abbastanza insulso ed anonimo, ma un posto da cui i pescatori del luogo sanno (sapevano) dover star lontani. Le sue coste nascondevano aguzzi scogli che associati alle forti correnti del luogo rendevano la navigazione in quelle acque particolarmente pericolosa.

Questa è storia passata… fino a qualche giorno fa. Nel giro di una notte (beh, in realtà non è certo dato che l’isolotto, oltre ad essere disabitato, non era neanche oggetto pi particolare interesse), infatti, dell’isolotto Esanbe Hanakita Kojima non vi è più traccia. Anche se sembra è abbastanza improbabile sia il furto di qualche super-cattivo da cartoni animati. L’innalzamento del livello dei mari, le burrasche degli ultimi tempi, l’incessante moto delle acque e la conformazione delle rocce dell’isola (… effettivamente alta solo 1.40 metri sul livello del mare) hanno determinato la sua fine. Una lenta erosione ha poi portato l’isolotto ad inabissarsi nel giro di una notte. Affascinante ed un po’ inquietante.

Rising sea levels caused by climate change are putting many remote islands at risk, even if those in this particular region aren’t in immediate danger. […] Wind and waves are also a threat, and scientists are worried about the potential impact of increased storm activity and erosion on barrier islands – islands which help protect the mainland coast from the brunt of the weather.

Ok, ok, fin qui strano (tipo quest’altra isola), ma tutto sommato naturale. La cosa di per se irrilevante ha però una grande ripercussione politica.

While the tiny piece of land was too small to be of any use, it had an importance beyond its size: before it disappeared, it marked the western edge of a disputed island chain Japan calls the Northern Territories, while Russia says it’s the Kuril islands.

L’isola in questione faceva parte di un gruppo di isolotti nelle acque a nord del Giappone storicamente condivise con la Russia. Anzi, l’isola era quella più a nord del gruppo e demarcava in qualche modo la fine delle acque territoriali giapponesi (… non a caso il Giappone si era battuto per farla riconoscere come isola, appunto).

EsanbeHanakitaKojima.png

La scomparsa dell’isola, quindi riduce automaticamente le acque di pertinenza del Giappone (a beneficio delle acque internazionali) dato che uno dei punti di demarcazione, quello più a nord, è venuto meno. anche nell’eventualità di rintracciare “i resti” dell’isolotto, è abbastanza improbabile che i confini nautici del Giappone possano essere ripristinati.

“Le mie acque per un’isola!” oppure “li dove c’era l’isola ora c’è …il  nulla”

WU

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Pianeta Goblin

Del fantomatico-agognato-sperato-temuto-vociferato Pianeta 9 abbiamo parlato abbondantemente a sproposito (tipo qui e qui e qui).

Non lo abbiamo trovato, nel senso che non abbiamo trovato esattamente quello che cercavamo, ma di certo abbiamo scoperto che oltre Plutone (un tempo considerato il limite del nostro sistema solare) vi sono un sacco di nuovi mondi.

2015 TG387 è l’ultimo arrivato. 300 km di diametro (decisamente più piccolo del bestione che stiamo cercando) ed un periodo orbitale di 40.000 anni (!). Praticamente è così piccolo (al limite per essere definito un pianeta e non un asteroide) e così lontano (non si avvicina mai più di 65 unità astronomiche al nostro Sole) che, ammettiamolo, lo abbiamo avvistato per puro caso. Un colpo di fortuna planetario.

Goblin è stato osservato per la prima volta a ben 80 unità astronomiche (… Plutone, tanto per fare un paragone, è attualmente a circa 34 unità astronomiche dal Sole). Assieme ai suoi compari Sedna e 2012-VP113 è fra gli oggetti più lontani dal Sole che abbiamo mai osservato. Non è quello con il perielio più distante, ma è quello che durante l’orbita si allontana di più dal Sole (… ha il semi-asse maggiore più lungo). Goblin raggiunge infatti 2.300 unità astronomiche nel suo punto più lontano dal Sole ed ha la “fortuna” di non avvicinarsi mai abbastanza da avere interazioni gravitazionali significative con i giganti gassosi del nostro sistema solare. Praticamente, considerando solo i pianeti finora noti, la sua orbita è abbastanza stabile… a meno delle ingerenze del Pianeta X, ovviamente.

Goblin.png

Praticamente stiamo scalfendo la superficie della Nube di Oort (inner) che è una sorta di nuvolone composto da centinaia o addirittura migliaia di questi oggetti. L’interesse è di certo per loro direttamente, ma anche e soprattutto per usarli come “sonde gravitazionali” per capire se ai confini del nostro sistema solare si celano altri pianeti… massicci.

Oltre la scoperta (che per definizione è già una scoperta 🙂 ) in se di Goblin, l’esistenza e l’orbita del pianeta sono un’ulteriore conferma dell’esistenza del pianeta Nove. L’orbita di questo corpo, quella di Sedna e quella di 2012-VP113 sembrano essere raggruppate insieme il che suggerisce che ci sia un corpo massiccio che ne guida le orbite. E la ricerca continua… e la serendipity che si porta dietro.

WU

PS. Il nome Goblin, dato che sono certo siete curiosi, deriva semplicemente dal fatto che per la prima volta il corpo è stato avvistato nel periodo di Halloween. Poco poetico.

La colla della Carlsberg

In una deriva un po’ green (anche se ogni volta che mi etichetto così temo di essere politicamente inquadrato facendo sfumare il vero intento del termine… vi assicuro che non è cosi.), mi sono addentrato un po’ in questa notizia.

Uno di quei trafiletti ai quali si e no ci si presta attenzione nella “colonnina cazzate” dei quotidiani (… rigorosamente on-line) in cui ci ricordano che gli anellini di plastica che tengono assieme le lattine sono pericolosi per l’ambiente e gli animali.

Immagini di pinguini (boh, non so perché mi vengono in mente i pinguini… o forse albatross? gabbiani? tartarughe?) impigliati in quegli anellini che si usano per tenere assieme le lattine sono nella nostra memoria collettiva. Non che siano l’unico pericolo che l’uomo è in grado di creare per l’ambiente, ma di certo è uno di quei tasselli che se risolto ci può far solo piacere.

Partendo da questo “bisogno” è notevole lo sforzo (notevole se non altro per averlo identificato, averci investito, anche a fronte di un ritorno economico potenzialmente nullo ed averlo quindi messo sul mercato) della Carlsberg.

La casa produttrice di birra (e dunque di lattine) in questione ha commercializzato confezioni di lattine in cui i tradizionali pericolosissimi anellini sono sostituiti da… colla.

CollaCarlsberg.png
Esatto, le lattine sono tenute insieme fra loro semplicemente da una speciale colla spalmata sul fianco stesso della lattina. L’azienda dichiara una riduzione del 67% (!!) degli inquinanti plastici usati per l’imballaggio. 1220 le tonnellate di plastica che si dovrebbero risparmiare.

Ovviamente la colla è in grado di resistere alle variazioni di temperatura e consente allo stesso tempo di separare facilmente le lattine… con tanto di sciocco caratteristico. Scommetto anche che i consumatori più green (e ridaglie con questa parola) saranno attratti dall’iniziativa per cui anche il mercato potenziale della Carlsberg dovrebbe giovarne.

Per ora si vedranno le lattine “Snap pack” sugli scaffali dei supermercati inglesi e norvegesi, ma l’idea mi pare decisamente vincente per cui spero che a breve il sistema si estenderà ad altri paesi ed altri produttori di lattine (non per forza solo di birra)… e spero vivamente di non essere sconfessato dalla “dura legge del mercato”.

WU

Cosa c’è sull’Ararat?

Sempre sulla scia del Credere (… che ci volete fare, questa settimana mi è presa così).

Possiamo aver fede o meno, ma non possiamo tollerare che la Bibbia racconti solo una storia di pura fantasia. Indipendentemente se l’approcciamo con fare ateo o religioso abbiamo bisogno di prove. Che è poi un po’ la negazione del credere

Ad ogni modo è dagli anni ’40 che il monte Ararat, in Turchia, è oggetto delle nostre elucubrazioni. Ed in particolare la zona della sua cima è sede della ormai consolidata Anomalia dell’Ararat.

Si tratta di un monte al confine fra Turchia ed Armenia, zona di altissimo interesse strategico, militare ed anche dalla conformazione geografica decisamente ostile.

Li, un po’ nel mezzo del nulla, a 4724 metri di quota, sull’altopiano orientale, a 2200 metri dalla cima della montagna, c’è qualcosa. Che cosa sia non lo sappiamo di preciso, ed è qui che entra in gioco la nostra passione per… Credere, soprattutto in ciò che non capiamo.

Sembra, sembra, esserci un oggetto. un qualcosa. Troppo grande per essere di origine naturale, troppo lineare, squadrato. Li, sotto il ghiaccio vogliamo Credere ci possa essere… l’Arca di Noè (o ciò che ne resta).

Ararat.png

Osservato per la prima volta nel corso si una missione aerea del US Air forse e poi dalla Defense Intelligence Agency, l’anomalia ha alimentato le nostre più recondite fantasie di trovare una traccia chiara ed inequivocabile dell’ira divina.

A quella prima osservazione hanno fatto seguito osservazioni satellitari ed affini e tutta la documentazione fotografica raccolta è stata analizzata più e più volte per gridare al mitologico ritrovamento.

Nel 2004 qualcuno ha anche cercato di organizzare (e soprattutto finanziare) una spedizione dedicata in loco per risolvere il mistero. Spedizione prontamente fermata dalla mancanza di autorizzazione da parte delle autorità turche. Ovviamente gli interessi militari sull’area sono troppo alti ed il mistero non vale la candela (per qualcuno).

Arriviamo quindi al 2010 quando pare (e dico pare) qualcuno è veramente riuscito a raggiungere l’altopiano dell’Ararat. Una spedizione congiunta turca e di Hong Kong della “Noah’s Ark Ministries International” (beh… non voglio illazionare, ma diciamo che mi pare decisamente di parte) ha annunciato di aver trovato un’enorme caverna di legno ad un’altitudine in cui non risulta mai esservi stato alcun insediamento umano. La scoperta dell’arca è stata proclamata al 99% ed anche la loro (… e mica era il caso di farla fare ad altri…) datazione del legno al carbonio 14 ha confermato l’età dell’arca.

… ora lasciamo perdere che poi membri del gruppo della spedizione si sono dissociati dalla proclamazione del ritrovamento sostenendo che alcuni reperti lignei fossero stati portati lì appositamente da manovali curdi che erano a conoscenza della spedizione…
Come tutte le grandi scoperte questa deve essere giustamente tribolata. E come tutti i nostri sforzi di Credere, anche questo deve giustamente essere alimentato.

WU

PS. Questo, ovviamente, al nostro livello. I servizi segreti statunitensi (che sicuramente hanno molti più dati di me a disposizione) ipotizzano in quella sede la bellezza di una base segreta, ovviamente sovietica. Complottismo a go go… una scusa come un’altra per Credere.

PPSS. Avevo iniziato a mettere un po’ di link, ma il numero di siti di para-cultura che sono venuti fuori mi ha imbarazzato ed ho tolto tutto limitandomi a Wiki.

San Giorgio, la nave fantasma

… una storia stile Pirati dei Caraibi, ma ambientata nella nostra pianura Padana come la vedete?

Immaginiamoci questo grande vascello (e va beh, da guerra più che dei pirati), avvolto dalla nebbia (ed in pianura padana forse ve ne più che ai Caraibi) che solca solitario e misterioso le acque del Po.

La “leggenda” parla della nave San Giorgio affondata nelle acque del fiume Po oltre settanta anni fa e da allora vista, supposta, cercata, ma mai definitivamente trovata.
Finora. Il che rende abbastanza entusiasmante la scoperta, ma altrettanto deprimente la fine della leggenda (addio sogni di bambino – e mi ricollego al Credere di ieri – di vedere il vascello muoversi nelle notti di luna piena…).

54 metri di lunghezza, 8 metri di larghezza ed una invidiabile stazza di ben 363,61 tonnellate.

Fabbricata a Trieste nel 1914 dagli austriaci e passata subito in forza alla marina tedesca al tempo del Reich, dopo il Settembre del 1943 la nave fu sequestrata all’esercito tedesco ed usata dall’esercito italiano per pattugliare le coste dell’Adriatico.

Fino al 12 febbraio 1944. Notte ingloriosa per l’imbarcazione e per il suo equipaggio (direi più che altro per il suo equipaggio). Il sottotenente di vascello Wienbek con i suoi 52 uomini di equipaggio, in difficoltà nella navigazione in mare aperto a causa di una forte tempesta cercarono rifugio all’interno del Po. Evidentemente insidioso e sconosciuto all’equipaggio.

In breve la nave incappò in una secca. Inutile tutto l’equipaggiamento bellico. Inutili i possenti motori. La nave iniziò pian piano ad inclinarsi (tremo al ricordo di più recenti inchini…) su un fianco segnando la sua fine. Per fortuna fu una fine abbastanza docile tanto da consentite a tutto l’equipaggio di raggiungere la riva con le scialuppe di salvataggio (almeno in questo la differenza con l’inchino è sostanziale).

SanGiorgio.png

Da allora la nave fu abbandonata. A Punta della Maestra. Pian piano le sabbie e le acque la inglobarono tanto che in breve affiorò solo il cannone da 76 mm posto a prua della nave.

Pian piano (dopo le razzie del caso, ovviamente) della nave venne persa praticamente ogni traccia. Principalmente a causa dell’allargarsi del Delta del Po che pian piano rubò (e ruba) spazio all’Adriatico come conseguenza dell’innalzarsi delle sabbie trasportate dal fiume stesso al suo ingresso nel mare.

Oggi tanta tecnologia (un bel georadar fa miracoli) ed un po’ di memoria storica hanno
consentito di ritrovare il relitto sommerso placidamente a circa 7 metri di profondità.

Il fatto che la nave sia stata ritrovata non significa che verrà salvata dalle acque del fiume, dato il costo non trascurabile dell’operazione: il dio denaro è sicuramente più impietoso del dio delle acque. Ed in fondo è forse questo un bene, chissà che fra qualche decennio non ne perdiamo nuovamente le tracce e sommerso il relitto riportiamo a galla la leggenda.

WU

PS. Questo ve lo ricordate?

Caccia al tesoro (sommerso)

Siamo a bordo della Dmitri Donskoi, da qualche parte a largo della Corea, in qualche momento (tipo il 29 Maggio) del 1905.

Il vascello batte bandiera russa e non si trova in una piacevole situazione. Lontano dalle acque di casa, in balia dell’assolto dei Giapponesi, l’equipaggio prende una drastica e tragica decisione: lasciar affondare la nave.

Per il vascello la storia volgeva all’epilogo. Varato nel 1883, l’incrociatore partecipava in quell’anno alla battaglia di Tsushima. I danni riportati erano ingenti, ma la nave (beh, si, anche l’equipaggio…) combatté fino alla fine. Dopo l’inevitabile disfatta la nave si era diretta verso nord, per raggiungere Vladivistok, ma la flotta giapponese non ne aveva ancora abbastanza ed intercettò il vascello.

Deve essere una di quelle scelte per cui non dormi ne’ prima ne’ dopo indipendentemente se le cose vanno come “sperato” o meno. Ad ogni modo la decisione è presa; il vascello trasporta un carico troppo prezioso perché cada in mani nemiche, meglio consegnarlo all’oblio degli abissi.

Ed effettivamente la stiva del Dmitri Donskoi trasportava un bottino da Mille ed Una Notte: 5500 forzieri stipati di monete e lingotti d’oro per un valore stimato di 133 miliardi di dollaroni di oggi!

La Donskoi pare trasportasse, infatti, i fondi necessari alla flotta imperiale russa per pagare carburante, tasse portuali, equipaggi e via dicendo… la guerra non si face (come non si fa) certo a costo zero.

Una cifra tale da sola vale una spedizione, figuriamoci quando queste diventano “a buon mercato”, ovvero quando si può far affidamento su una flotta di mini-sommergibili (con equipaggio!) invece che mandare palombari o affini. E’ esattamente quello che la compagnia di Seul, Shinil Group, specializzata (guarda caso) in recupero marittimi ha fatto.

DmitriDonskoi.png

Ed i risultati non sono tardati ad arrivare. Lo squadrone ha infatti individuato il relitto della nave a ben 434 metri di profondità a circa 1,3 chilometri a largo di Ulleungdo.
Lo scafo della nave pare riportare ancora i segni dei pesanti bombardamenti giapponesi, mentre il ponte e le fiancate del vascello appaiono tutto sommato abbastanza integri.

La Shinil Group ha intenzione di riportare il relitto sulla terra ferma tra ottobre e novembre di quest’anno e (dato che l’aspetto economico muove un po’ tutta l’operazione di recupero) che ha già raggiunto un accordo con il governo russo per cedere metà dell’oro che verrà rinvenuto.

Una parte del “tesoretto” (il 10%… pare), inoltre, verrà investito in progetti per sviluppare il turismo sull’isola di Ulleungdo.

Ora mi pare tutto bellissimo, ma mi affascina pensare che la ricerca possa portare inattesi risultati… chissà, magari la storia del vascello nasconde pieghe a noi ancora non ben note ed una fine diversa potrebbe attendere (o aver atteso…) il grande tesoro.

WU

Il desiderio di Kahn

Una storia di altri tempi [cit.].

Lasciò un impero che si estendeva dalla Siberia al Kashmir, al Tibet, al Mar Caspio, al Mar del Giappone. Certo, si macchiò anche di molto sangue, morti, genocidi, deportazioni di massa e città distrutte. Innegabilmente fu una di quelle figure che lasciano il segno, non solo nel suo paese, ma su tutto l’assetto societario mondiale… per secoli. Possiamo averne una reputazione più o meno buona, ma è innegabile che Gengis Kahn fu una di quelle figure alle quali non si può rimanere indifferenti.

Non sappiamo bene il motivo (fra le altre cose di lui che non sappiamo), forse per la veneranda età, per le fatiche dell’ultima battaglia, per qualche ferita di guerra, fatto sta che il “grande” sovrano spirò attorno all’anno 1227. Neanche i Mongoli sanno esattamente la causa della sua morte… come si confà ad un sovrano carismatico e passato (ripeto, nel bene e nel male) in quel limbo che sta fra la storia ed il mito.

Forse per aumentare l’aurea di mistero cresciuta attorno alla sua figura o, altrettanto probabilmente, con quel desiderio di pace e riposo che spesso sopraggiunge al termine di una grande fatica (eh si, la vita rientra fra queste); Gengis Kahn espresse in punto di morte il suo ultimo (di certo non unico avendo conquistato mezzo continente) desiderio: lasciare segreto il luogo della sua sepoltura.

Ovviamente li per li la cosa fu accettata (e c’erano anche cose più serie da fare, fra cui continuare a far convivere tutte le etnie mongole come era riuscito a fare lui), ma si sa, i tempi cambiano e con essi le priorità.

La tradizione vuole che alla sua morte le sue spoglie mortali furono riportate in Mongolia da una possente armata che distrusse ogni cosa al suo passaggio (come dire… funerali assolutamente in stile Kahn, ma sempre meglio dell’approccio Casamonica) ed il sovrano fu sepolto assieme a qualche centinaio di schiavi sacrificati all’uopo (… si era truce, ma comunque questa era una consuetudine diffusa all’epoca per i grandi sovrani; inoltre gli schiavi venivano anche uccisi per mantenere il segreto del luogo della sepoltura).

Si narra che un migliaio di cavalli furono chiamati a calpestare tutta la zona dove era stato sepolto per evitare di lasciare qualunque traccia. Le tipiche tombe mongole erano sostanzialmente camere di tronchi scavate nel terreno e profonde fino a 20 metri (… ed ovviamente mi immagino che il sovrano doveva meritare il massimo…) identificate in cima solo da mucchietti di pietre. Vien da se che rimuovendo le pietre e “massaggiando” tutta la superficie con migliaia di zoccoli attorno allo scavo le possibilità di identificare il luogo scemino vertiginosamente.

Fatto sta che negli 800 anni che seguirono la sua morte lui (almeno lui) riposò in pace e nessuno (se non altro per rispetto, superstizione e tradizione) si mise a cercare la sua tomba. Ovviamente la cosa non poteva andare avanti all’infinito (… anzi, direi che proprio il mistero è la prima molla alla ricerca… e forse questo concetto potrebbe essere anche meglio utilizzato); e nel 1990 si organizzò una spedizione Mongolo-Nipponica che avrebbe dovuto identificare le spoglie del sovrano.

Le ricerche si concentrarono nella regione natale di Gengis Kahn, nella provincia di Khentii, ma presto la popolazione locale protestò così vivacemente da costringere le autorità ad interrompere le ricerche. Forse il più grande lascito di queste figure è proprio la “fedeltà” a distanza di secoli della gente del suo popolo.

Qualche anno dopo si cimentò nella ricerca una spedizione coordinata dalla National Geographic. Le tecnologie si erano evolute e con l’ausilio di immagini satellitari si procedette ad una mappatura completa del territorio dell’Asia centrale. I risultati non furono quelli sperati. Stiamo parlando di un’area impervia e vasta 1.566.000 km quadrati abitata da poco più di 3 milioni di persone (e vi lascio immaginare quante poche vie di comunicazione ci siano).

Poi fu il turno, nel 2001, di una serie di ricerche condotte dal Dipartimento di Archeologia dell’Università Statale di Ulaanbaatar. Oggetto dello studio erano una serie di tombe appartenenti all’epoca della morte di Gengis Kahn (con la speranza di trovare quella giusta). Le ricerche tesero a focalizzarsi attorno alla montagna Burkhan Khaldun, a 160 km di Ulaanbaatar. E’ qui che la tradizione vuole che il sovrano sia stato sepolto. Anche in questo caso la ricerca non arrivò ad alcun risultato.

L’area in questione è molto impervia e montagnosa (… e mi dovete poi spiegare come hanno fatto a farci galoppare 100 cavalli…) ed era, un tempo, accessibile solo ai membri maschi della discendenza reale del Khan(il che la rende un ottimo candidato ad ospitare la tomba che vogliamo a tutti i costi scoprire). Oggi è patrimonio dell’Unesco, off-limits per i ricercatori di tombe.

Arriviamo quindi ai giorni nostri, nel 2016, quando dei lavoratori impiegati nella costruzione di una strada nei pressi del fiume Onon (… che guarda caso si trova esattamente nella provincia di Khentii…), hanno scoperto una fossa comune contenente i resti di molte decine di esseri umani (… fulgido esempio in cui la serendipity è una dell poche possibilità…). L’epoca della struttura sarebbe compatibile con la data della morte di Gengis Kahn ed i numerosi scheletri confermerebbero che si tratta della sepoltura di un sovrano.

Il contenuto della tomba è molto deteriorato, probabilmente perché il sito è rimasto sotto il letto del fiume almeno fino a quando l’Onon non ha cambiato corso nel XVIII secolo. Ad ogni modo nella tomba sono stati individuati i resti di un maschio di elevata statura accompagnato anche da e sedici scheletri femminili, oltre centinaia di manufatti in oro e argento. Non è confermata che sia la tomba del sovrano, ma è di certo un ritrovamento sufficiente ad approfondire ulteriormente le nostre conoscenze su quel popolo e per continuare a gettare benzina sul fuoco della nostra ricerca.

Escluderei che il segreto di Kahn sia al sicuro in eterno. Di certo il sovrano sapeva come costruire un impero, come tramandare la sua volontà ed anche come cautelare i suoi desideri dalle insidie del tempo e, soprattutto, degli uomini.

WU