Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

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Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

Il Trou de Bozouls

Il Buco di Bozouls, e già il nome ha un alone di magia (e forse anche un che di sinistro). E’ uno di quei posti che mi piacerebbe visitare (non direi almeno una volta nella vita, non direi che è il mio sogno nel cassetto, non direi che organizzerei un viaggio apposito, ma mi piacerebbe vederlo, chissà magari trovandomi in zona oppure andando a far vista a qualcuno da quelle parti… boh, per questo lasciamo fare alla vita).

Francia, Francia meridionale, Occitania (che bel suono questa parola), regione dei Midi-Pirenei, dipartimento di Aveyron, paesino di Bozouls. Il paese in questione ha una particolarità che lo rende paesaggisticamente unico e lo avvolge in un’aurea di mistero. Sfida la forza di gravità avvolto da un incantesimo che lo tiene stabile sulla cima di un precipizio.

Va bene, forse così è un po’ troppo romanzato, ma il punto è che Bozouls è un borgo di circa 3000 anime che nasce in cima ad un suggestivo canyon a forma di cavallo con un diametro di circa 400 metri e 100 metri di profondità.

Bozouls.png

Un bucone naturale che la leggenda (ovviamente) attribuisce a Lucifero in persona. Il bordo di Bozouls ha l’ardire di sfidare tale formazione naturale standosene li, arroccato in cima allo strapiombo come se niente fosse. Il canyon ospita sul suo fondo il torrente Dourdou che ne è anche l’artefice (beh, certo, ci avrà messo qualche millennio) che aumenta l’aurea di mistero del bordo. Poi ci metti che le case sono praticamente a picco su questo buco e che paiono anche messe li in modo alquanto disordinato e per forza che devi pensare che un qualche incantesimo le tiene su ed evita che la voragine le possa inghiottire (beh, magari un giorno finirà così, ma per il momento il paese tiene duro).

Da vedere sicuramente, ma una domanda mi viene spontanea: che vantaggio ci hanno visto i nostri avi a scegliere tale posizione per stabilire un centro abitato? Davvero la vista (sicuramente spettacolare) li abbia suggestionati così tanto?

WU

Spaceboy

Ok, oggi non potevo parlare di una cosa diversa dall’anniversario dello sbarco sulla Luna. Non potevo proprio farlo. Ho però cercato di evitare didascaliche descrizioni di quel giorno, ricordi (che non ho, come non ce li ha la metà di quelli che scrivono qualcosa a riguardo) oppure propositi. Mi sono però imbattuto nella notizia sulla quale divago che è un po’ triste (da un po’ quell’aria di saudade alla ricorrenza), ma magari mette un po’ i riflettori su tutti i sacrifici, gli incidenti (e non parlo di quello recente del Vega) e dello zampino che il destino ha messo e sta mettendo nella nostra esplorazione (no, di conquista non credo sia ancora il caso di parlare) dello spazio.

Mandla Maseko, trent’anni, africano di origine; Nato e cresciuto alle porte di Pretoria, nell’epoca in cui i bianchi avevano appena finito (o dicevano di averlo fatto) di segregare i neGri.

Era stato scelto assieme ad altri 23 colleghi (nessun altro africano, va detto) fra oltre un milione di aspiranti astronauti. Si era candidato facendosi scattare una foto “in volo”, ovvero saltando da un muretto di un paio di metri; il salto che aveva sancito l’inizio della sua carriera (beh, diciamo formazione va…) e l’inizio della realizzazione dei suoi sogni.

Aveva iniziato la sua formazione nel 2013 ed il lancio della sua missione, sulla navetta Lynx, era previsto per il 2015. Il destino della Lynx non fu fra i più felici: dapprima il lancio fu ritardato per problemi tecnici a data da destinarsi e poi, nel 2017 la XCor Aerospace, responsabile della Lynx, falli.

Il sogno di Mandla si allontanava un pochino, ma il ragazzo non aveva nessuna intenzione di arrendersi. Si teneva allenato, si addestrava privatamente come pilota, era entrato nell’esercito e comunque faceva parte della “riserva di astronauti” da cui la Nasa poteva attingere. Insomma, il suo biglietto per lo spazio se lo sentiva, a buon diritto, in tasca.

Mandla.png

Era innamorato della sua carriera, era innamorato della sua bandiera. “voglio che i bambini sappiano che se ce l’ho fatta io, tutto è possibile” era La sua frase (ah, si guadagnava da vivere facendo sessioni motivazioni in giro per il Sud Africa…). Lui che era la cosa più vicina a portare l’Africa nello spazio; l’ “afronauta” di riferimento che sono certo ispirerà le prossime generazioni.

Mandla è morto il 6 Luglio 2019 in un incidente motociclistico. Aveva 30 anni.

WU

PS. Mi chiedo un paio (ok, sono tre) di cose. Ma il destino (o la divinità che preferite) vuole così darci una lezione o ha semplicemente colpito a caso (di certo non è il primo che muor ein un incidente di moto, ma è uno a caso o è stato in qualche modo “selezionato” anche in questo caso)? Mandla avrebbe fatto la storia (inteso come “far parlare di se” ed “ispirare giovani virgulti”) di più volando nello spazio o andandosene così? Che cosa ci colpisce di più il fatto che  un ragazzo stava per realizzare il suo sogno oppure il fatto che questo ragazzo venisse da un posto nel quale le massime ambizioni di un ragazzo potevano essere fare il poliziotto o il dottore?

Le risposte non ce le ho, ma un po’ l’amaro in bocca questa storia me lo lascia, anche nell’anniversario odierno.

Le dodici impronte (sulla luna)

Se vi chiedessi chi era Neil Armstrong sono certo che la maggior parte saprebbe almeno dire che centra qualcosa con la luna. In un modo o nell’altro il primo allunaggio umano è entrato nella storia, nell’immaginario collettivo, nella nostra conoscenza, un po’ nel nostro DNA.

Neil tuttavia fu solo (fortunatamente) il primo essere umano a metter piede sulla luna, ma non l’unico. Prima che il programma Apollo fosse chiuso altre undici persone ebbero l’onore di calpestare il suolo del nostro satellite (per chi crede che sia tutta una messa in scena possiamo dire che in quel fanta-studio di registrazione entrarono almeno dodici persone).

Era il 20 Luglio 1969 quando due astronauti misero per la prima volta piede sulla luna. Neil fu il primo, Edwin Aldrin il secondo che arrivò “tardi”, ovvero solo/ben diciannove minuti dopo il collega. Un tempo evidentemente sufficiente affinché la storia lo ricordasse, ma molto meno la cultura collettiva. Per non parlare delle successive dieci persone. Meritano, tutte, se non altro un breve richiamo in questo blog (di certo molto di più). La mia nota (personalmente triste) è nel seguito che, chi di questi astronauti ancora fra noi, ha dato alla sua vita dato che diversi di loro si sono pagati da vivere dopo le loro imprese girando per raccontarle, pubblicando libri, vendendo apparizioni e cose del genere (…l’ho sempre trovato un po’ triste, ma d’altra parte il business è business e la luna non fa eccezione…):

  • Neil Armstrong (Apollo 11): “un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Sicuramente incarna il mito dell’uomo sulla luna.
  • Edwin Aldrin (Apollo 11): fu il secondo uomo a toccare il suolo lunare. Questo esser secondo determinò la sua “fama” ed anche la sua vita, fu infatti colpito da depressione forse proprio perché voleva esser lui il primo esser umano ad allunare. E’ ancor oggi uno dei più grandi fautori del ritorno alla luna come trampolino per Marte.
  • Pete Conrad (Apollo 12): volò sulla Gemini-5 e poi Gemini-11. Allunò con la missione Apollo 12 ed era stato già selezionato per la missione Apollo 20, poi cancellata. Parodizzò Armstrong nella sua citazione scendendo dalla scaletta: “Whoopie! Man, that may have been a small one for Neil, but that’s a long one for me”. Frase che ironizzava sulla sua piccola statura ed in qualche modo “scommessa” con la Fallaci. Un incidente motociclistico lo ha portato via.
  • Alan Bean (Apollo 12): quarto uomo a camminare sulla luna, passeggiò assieme a Conrad. Fu lui a prendersi l’ingrato compito di attivare il generatore nucleare che alimentava i vari esperimenti sulla superficie lunare. Dopo la luna volò sullo Skylab prima di arrivare a fare quello che veramente voleva nella vita: il pittore. Dipinse parecchi quadri, guarda caso quasi tutti con soggetto lunare… Passato a miglior vita lo scorso anno.
  • Alan Shepard (Apollo 14): il primo a salire sulla capsula Mercury ed il primo a testarla nello spazio. Lottò a lungo con il suo stato di salute che voleva allontanarlo dallo spazio, vincendo. Era anche a capo di una sua società e ci è stato portato via da una leucemia.
  • Edgard Mitchell (Apollo 14): dalla facoltà di economia aziendale a pilota della marina. Volò sulla luna assieme a Shepard pilotando il LEM. Sostenne di aver provato un’esperienza mistica sulla luna ed infatti fondò al suo rientro (lasciando ed essendo allontanato prontamente dalla Nasa) un istituto di scienze neotiche. Ufologo convinto ci ha lasciato nel 2016.
  • David Scott (Apollo 15): volò prima sulla Gemini assieme a Neil Armstrong e poi collaudò il LEM (modulo di allunaggio) attorno alla terra. Conosceva certamente bene la “nostra” navetta tanto da esser comandante della missione Apollo 15 ed ebbe l’onore di metter piede sulla luna. Condusse sulla luna “l’esperimento di Galileo”: fece cadere una piuma ed un martello che in assenza di atmosfera toccarono terra (luna, pardon) nello stesso momento.
  • James Irwin (Apollo 15): pilota del LEM ed ottavo uomo a metter piede sulla luna. Assieme a Scott si muoveva sul rover elettrico lunare, come navigatore. Rientrato a terra abbandonò la Nasa e divenne (badate bene) predicatore biblico. Testimoniò la sua fede a bordo di una roulotte in giro per gli Stati Uniti e cercò in lungo e largo l’Arca di Noè in Turchia. Stroncato da un infarto (quando si dice il destino…).
  • John Young (Apollo 16): a bordo di due navicelle Gemini e due volte sulla Luna: la prima volta con la missione Apollo 10, senza allunaggio, e poi con l’Apollo 16, da comandante. Comandò in seguito il primo volo dello Space Shuttle e poi a missione STS-9. E’ morto lo scorso anno.
  • Charles Duke (Apollo 16): era quello che teneva il collegamento a terra durante l’allunaggio di Armstrong. Allunò con il LEM e comandò il rover elettrico, stabilendo il record di velocità (27 km/hr) sulla luna. Lasciò come “ricordino” sulla luna una foto di tutta la sua famiglia.
  • Eugene Cernan (Apollo 17): terzo uomo al mondo a compiere una passeggiata spaziale uscendo dalla Gemini-9. Provò lo sbarco, senza allunaggio, già com la missione Apollo 10 e poi comandò la missione Apollo 17 che lo vide effettivamente calpestare il suolo lunare… l’ultima missione che ci portò sulla luna (finora).
  • Harrison Schmitt (Apollo 17): geologo lunare che addestrò molti degli astronauti che hanno calpestato il suolo lunare. Mise piede sulla luna in quanto rappresentate della comunità scientifica (che fece pressione affinché non fossero solo piloti o ingegneri a metter piede sulla luna). Allunò con Cernan. Dopo la spedizione si dedicò alla politica, occupazione ancora attuale dato che nel 2017 era con Trump a firmare l’ordine per ritornare (per restare ?) sulla Luna.

… tanto per ricordarcelo in attesa della prossima missione umana sulla luna (beh, se ne parla tanto, almeno sappiamo da dove partiamo). Mi suona un po’ come riscoprire l’acqua calda (che in questo caso non costa poco), ma che sono certo darà nuova benzina all’esplorazione umana dello spazio.

Decenni di ISS ci hanno un po’ “illuso” di andare nello spazio anche se non abbiamo fatto altro che rimanere sull’uscio di casa. Atterrare sulla luna, con un essere umano, riportarlo a casa, sano e salvo ci ri-metteranno davanti ad alcune sfide tecnologiche (ed economiche) che dagli ultimi allunaggi in poi abbiamo ignorato, ma che sono forse gli ostacoli più grandi se su Marte ci vogliamo un giorno veramente andare e non solo dire di farlo (ovviamente gli studi cinematografici sono fuori dalla faccenda…).

WU

Anomalia metallica lunare

Una astronave aliena sepolta sul nato nascosto della luna. Un enorme giacimento di adamantio celato da secoli di polveri. Un indizio della civiltà che ci sta osservando come fossimo pesci rossi in un acquario. O quello che vi viene in mente… in fondo una delle più belle ed intriganti ripercussioni dell’esplorazione spaziale è proprio quella di alimentare la fantasia. Che poi sia poco (o nulla) attinente con la realtà poco importa, basta che non diventa pseudo-scienza o alimenti qualche bufala on line… d’altra parte la fantascienza è sempre esistita, no?

Tornando a noi, la notizia di questi giorni è che è stato rilevato da ben due missioni Nasa in orbita attorno alla Luna una strana massa. Li, sul nato nascosto del nostro satellite c’è un immenso cratere, ad occhio simile a tanti altri, ma che “visto bene” (in realtà osservato diversamente) cela uno strano segreto.

Il Bacino Polo Sud-Aitken è un enorme cratere da impatto del diametro di circa 2.500 chilometri che copre circa un quarto della superficie lunare. Li, sia le due sonde Grail (Gravity Recovery and Interior Laboratory) che la sonda Lro (Lunar Reconnaissance Orbiter), hanno misurato (quella che tecnicamente si chiama anomalia gravitazionale, tipo questa…) qualcosa di decisamente anomalo. Le informazioni ricavate hanno infatti indicato che il bacino ha una densità nettamente superiore alla media della superficie lunare non giustificabile anche assumendo che in quel punto la superficie sia ricca di materiali ferrosi.

MoonMetallicBulge.png

Si è dunque, forzosamente, dovuti giungere alla conclusione che una grande (qui l’articolo Deep Structure of the Lunar South Pole-Aitken Basin), grandissima, enorme massa metallica si estende per circa 300 chilometri sotto la superficie di quel cratere. Se la volessimo paragonare a qualcosa stiamo parlando di una massa che è cinque volte più grande ella Big Island delle Hawaii (ovvero circa cinque volte più grande del piemonte…).

Fantascienza a parte potrebbe trattarsi di un oceano di magma solidificato, verosimilmente ricco di ossidi di titanio; oppure proprio del nucleo dell’asteroide impattato che è ancora incorporato nel mantello della luna. Secondo alcune simulazioni, infatti, se il nucleo della Luna non è abbastanza fuso, la massa di ferro-nichel di un asteroide caduto addirittura 4 miliardi di anni fa può rimanere sospesa fino ai giorni nostri nel mantello superiore (tra crosta e nucleo) invece che piombare diretta versa il nucleo del satellite.

Il mistero permane, ma i dati che stiamo acquisendo aumentano (e non mi aspetto che ci saranno buone sorprese per i complottisti/ufologi). Il rover Yutu2 della missione cinese Chang’e 4, infatti, sta attualmente attraversando il cratere, raccogliendo dati mirati per trarre una conclusione definitiva sull’anomalia.

Credere è bello, scoprire, almeno in teoria, di più.

WU

Carta d’imbarco per Marte

In questi giorni sta rimbalzando sui canali di informazione (e sicuramente i social) la notizia di un passeggero che con un biglietto per Cagliari si è ritrovato a Bari. Tralasciando la reazione del tipo, quello che avrei detto/fatto io ed eventuali opinioni mi è tornato in mente che ho recentemente letto che stiamo iniziando a prenotare “voli” per ben altre destinazioni… chissà come reagirebbe “il nostro eroe” (se non è chiara l’ironia ci metto altre virgolette) se in questi contesti sbagliasse destinazione.

Sto parlando di Marte e dei voli commerciali che pensiamo/speriamo di poter implementare (“Ma siete scemi! Mi avete fatto arrivare su Marte, io avevo un biglietto per Callisto! Rimettetemi a bordo! Vi querelo!”). Passeranno anni (dicono, e ne sono certo) prima che colonizziamo Marte, ma intanto la Nasa ci sta già dando la possibilità di inviare il nostro nome (in formato digitale, ovviamente) da mettere a bordo del rover Mars 2020 (che comunque dovrebbe arrivare su Marte nel 2021).

TickeToMars

L’obiettivo è (tanto per cambiare) cercare tracce di vita su Marte, tracce attuali di vita biologica e tracce magari di vita microbica passata. Poi vorremmo che il rover stoccasse anche alcuni campioni geologici in modo che eventuali future missioni possano poi riportarli a Terra per studiarli.

The opportunity to send your name to Mars comes with a souvenir boarding pass and “frequent flyer” points. This is part of a public engagement campaign to highlight missions involved with NASA’s journey from the Moon to Mars. Miles (or kilometers) are awarded for each “flight,” with corresponding digital mission patches available for download.

La mossa del nome sulla carta d’imbarco è ovviamente un’operazione pubblicitaria (con tanto di punti stile “frequent flyer”) per avvicinarci un po’ tutti a questa esplorazione (e non solo i Tecnici), ma in fondo ci inizia a dare un’idea del fatto che domani ci imbarcheremo su questo genere di voli e per questo genere di destinazioni (sempre, ovviamente, sperando di non sbagliare gate…).

WU

PS. Non è certo la prima volta che la Nasa cerca di avvicinare il grande pubblico ad iniziative di “deep space exploration” e Marte è il porta bandiera; la missione InSight ve la ricordate?

PPSS. Luglio 2020 come data d’imbarco mi sembra veramente dietro l’angolo. Onestamente troppo…

La baia, il battello e la foresta

Homebush Bay a Sydney (si, dove abbiamo speso soldi e coltivato speranze con lo stadio delle olimpiadi del 2000), è una baia immersa nella natura in cui l’uomo non si è potuto esimere dal lasciare la sua impronta. La baia è infatti diventata una sorta di cimitero di scafi di navi catturate ad abbandonate durante la seconda guerra mondiale (rifiuti tossici, versamenti, inquinamento, etc etc, lo devo sottolineare?) ormai in disuso abbandonate al loro destino ed agli agenti atmosferici. Fin qui sembra quasi che non vi sia nulla di strano, se non fosse che la vendetta migliore della natura è l’ironia.

La SS Ayrfield era un battello a vapore di quasi 80 metri e 1140 tonnellate, costruito nel 1911 a Newcastle. L’imbarcazione era in origine impiegata per il trasporto del carbone fra Newcastle e Sydney fino alla seconda guerra mondiale quando fu adoperata per trasportare i rifornimenti alle truppe americane nell’Oceano Pacifico. Nel 1972 fu portata nella baia (già destinata a far marcire gli altri relitti) per essere smantellata; le operazioni di demolizione evidentemente non furono mai concluse e lo scafo fu lasciato semplicemente li.

Nel suo scafo arrugginito, nell’ultimo secolo, una lussureggiante foresta di mangrovie ha deciso di regalarci un insolito (ed un po’ spettrale) spettacolo. Come una sorta di “il mondo dopo l’uomo”, si vede ora la rivincita della natura che si è appropriata dei resti della nave creando un nuovo ecosistema di quella che è, tecnicamente, una foresta galleggiante.

FloatingForest.png

Oggi facciamo (finta ?) di aver dimenticato il disastro ecologico (e ci consoliamo un po’ vedendo che in qualche modo Madre Natura, che si è comunque ripresa il possesso dei nostri abbandoni, se la cava sempre) e vediamo la foresta galleggiante come una meta turistica. La verità, IMHO, è che abbiamo una memoria troppo corta, specialmente per le cose che vogliamo dimenticare ed anche quando abbiamo dinanzi emblemi che dovrebbero farcele ricordare riusciamo comunque ad consolarci tuffandoci nel bello che ci circonda.

Abbiamo messo insieme (beh, diciamo in relazione, una baia, un battello ed una foresta in quella che però non mi sembra esattamente una fiaba alla Esopo…

WU

Skypunch

In questi giorni nuvolosi guardo spesso il cielo vestendomi da bambino per vedere se riesco ancora ad immaginare qualche figura delineata dalle nuvole in cielo oppure se ogni mio connotato infantile si è estinto. Rimango spesso sorpreso, un po’ di sforzo ma in fondo soddisfatto.

Ad ogni modo, guardando una di queste nubi negli scorsi giorni ho notato una sorta di bucone nel centro di una di queste dalla forma vagamente circolare. Partendo da questo ricordo (ah, per la cronaca, la nube bucata mi ricordava vagamente una mezza forbice) mi sono imbattuto nel Fallstreak hole.

Si tratta effettivamente di questo fenomeno da “nube bucata” che si verifica quando la temperatura dell’acqua nella nube è al disotto di quella di congelamento, ma l’acqua in uno stato sopraffuso (raffreddata al di sotto della sua temperatura di solidificazione, ma senza che sia effettivamente solida) non si è effettivamente congelata (in genere per la mancanza di punti di nucleazione del ghiaccio). Quando i cristalli di ghiaccio iniziano a formarsi una sorta di effetto domino fa evaporare velocemente l’acqua ancora liquida e fa velocemente formare cristalli di ghiaccio. Il risultato è che la parte di nuvole circostante “evapora” lasciando il buco ed i cristalli di ghiaccio (se presenti in concentrazione non troppo elevata) crescono fino al punto di cadere (e diventare dolci e rade goccioline di pioggia).

SatBuchi.gif

Di solito questi buchi si formano quando vengono introdotti dei cristalli di ghiaccio in questi ambienti sottosaturi per l’acqua liquida, ma supersaturi per il ghiaccio; ad esempio in seguito a forti raffiche di vento in quota o dopo il passaggio di un aereo. I ghiacciolini così introdotti si trovano circondati da goccioline supraffuse e causano l’effetto domino di cui sopra che ci lascia visibili buconi (the Bergeron process); praticamente fungono da punti di nucleazione per ghiaccioli che crescono sempre di più facendo velocemente congelare le gocce d’acqua vicine, finché una parte di nube “si consuma” ed il ghiacciolo precipita lasciando una hole punch cloud.

Formazioni del genere sono spettacolari se viste da satellite (beh, avete ragione, vista da lissù un po’ tutta questa Terra sembra spettacolare…). Ovviamente non voglio dire che fenomeno atmosferici del genere vengono facilmente (e volentieri) scambiati per segni di qualche intelligenza extra qualcosa (ma l’ho appena detto).

Mi da un po’ l’idea di una ferita nelle nuvole o di una forma d’arte di Madre Natura.

WU

Vulcan Point: geografia ricorsiva

L’isola dentro al vulcano che è dentro l’isola che è dentro il vulcano.

Non è uno scioglilingua, anche se sembra. E comunque è una di quelle cose che devo leggere almeno un paio di volte… Ad ogni modo sto parlando di una piccola isola lacustre delle Filippine. Disabitata, piccolina, ma con una “frattalica proprietà”.

L’isola è contenuta all’interno del Crater Lake, questo lago è all’interno della caldera del cratere (da cui il nome?!) del vulcano Taal. Il vulcano è in realtà un’isola (da cui il nome?!) che sorge all’interno del Lago Taal. E sapete dove si trova il lago Taal? Beh, ovviamente, sull’isola di Luzon, la principale dell’arcipelago filippino.

VulcanPoint.png

In questa specie di geografia a scatole cinesi, il Crater Lake è anche il più grande lago al mondo su un’isola in un lago che a sua volta si trova su un’isola (e sarei proprio curioso di sapere quanti posti al mondo ci sono con questa caratteristica…).

La natura vulcanica della situazione è indubbia, ma di certo Madre Natura si è divertita non poco in questo caso. L’evoluzione a lungo termine della conformazione non è chiara, ma non mi aspetto che “le isole a scatole cinesi” sopravvivano al prossimo sconvolgimento tellurico a cui la zona è soggetta. Il vulcano Taal è altamente attivo (il secondo più attivo delle Filippine) e fa anche dignitosamente parte del “cerchio di fuoco” del Pacifico.

Un’isola del terzo ordine, insomma. Mi intriga forse più l’idea che il posto in se. Sono certo rimarrei deluso se lo vedessi…

WU

PS. Mi ricorda questa