TOI 700 d, l’ interessante candidato

Data astrale Gennaio 2020, l’umanità ha scoperto una seconda terra abitabile.

Ok, ok, un intro che fa molto Kolossal (e che forse chiuderei con un “, ma ormai è tardi per la razza umana”), e suona anche un po’ come annuncio trionfalistico di testate scientifiche finto-divulgative; ma non è poi lontano dalla verità.

Il telescopio spaziale TESS (NASA) in questo mese ha infatti individuato, con il metodo del transito, ben tre pianeti rocciosi extrasolari che orbitano attorno alla stella madre TOI 700 (nana rossa di classe M, per i puristi). La scoperta è stata poi anche confermata dal team di ricerca che lavora sui dati dell’altro telescopio spaziale, Spitzer.

Il più esterno dei tre, TOI 700 d, si trova nel bel mezzo della cosiddetta fascia abitabile della stella dove si suppone che le condizioni per la vita (come la intendiamo noi) siano soddisfatte: il pianeta è solido e non gassoso, la distanza è giusta per avere acqua liquida in superficie, il pianeta è verosimilmente dotato di una atmosfera (anche se non ne è ancora chiara la densità e la composizione), etc.

TOI700d.png

Mentre il periodo orbitale del pianeta (circa 37 giorni) e la sua distanza dalla stella (circa 0,163 UA medie) sono noti con buona precisione le stime sulla sua massa (il che vuol dire la sua gravità, il che vuol dire la speranza di trovare forme di vita) sono ancora abbastanza incerte; anche se in un intervallo che ci fa molto ben sperare. Fra 1.4 e 2 volte la massa della Terra con un raggio che è del 20% maggiore di quello del nostro pianeta.

TOI 700 si trova a circa 101,5 anni luce dal nostro Sole (non proprio dietro l’angolo, ma su scale cosmiche praticamente qui accanto) ed è molto meno luminosa della nostra stella per cui anche pianeti molto vicini, tipo TOI 700 d appunto, risultano potenzialmente abitabili.

Prima di cantare vittoria (ed ancora non ho capito perché identificheremmo la scoperta di vita extraterrestre come una vittoria e non solo come il risultato di una ricerca… per quanto rivoluzionario esso possa essere) teniamo a mente che:

  • il pianeta è comunque in rotazione sincrona con la sua stella (un po’ come la Luna con noi); praticamente su metà pianeta è sempre giorno (caldo), sull’altra sempre notte (freddo);
  • anche per pianeti orbitanti all’interno della zona abitabile, la possibilità che si sia sviluppata la vita è legata al comportamento della stella madre. Stelle particolarmente turbolente inondano i malcapitati pianeti di flares e radiazioni che spolverano ogni possibilità di vita. TOI sembra (anche se l’abbiamo osservata solo per una decina di mesi…) una stella abbastanza tranquilla;
  • anche ammesso che vi sia qualcuno lassù, prima di riuscire a parlarci ci vorrebbe qualcosa come 200 anni (andata e ritorno di un segnale)… viaggiando alla velocità della luce…;
  • il pianeta potrebbe ospitare vita, ma non intelligente (qualunque cosa voi intendiate: non ci risponderebbe) oppure una concezione completamente diversa della parola “vita”.

In breve: TOI 700 d è un interessantissimo candidato da continuare ad osservare; il primo test da superare per lui sarà se è dotato o meno di una atmosfera e di che natura. Poi vediamo il resto… Prossima osservazione prevista: luglio 2020, quando TESS si troverà nuovamente in posizione idonea.

Affascinante, prima ancora che abitabile.

WU

PS. Con grande fantasia: TOI = TESS Object of Interest.

Rotazioni cangianti di una curva

Prendete a caso il filosofo che preferite, da Platone a Kant tutti (beh… più o meno) vi diranno che la realtà non è oggettiva, ma è come la percepiamo. E’ filtrata dai nostri sensi e dall’elaborazione che ne facciamo degli stimoli che raccolgono. Le illusioni ottiche sono un ottimo modo per prenderli in giro, e noi con essi (non so se rientrano, formalmente, nell’autoironia).

Esiste un concorso in cui ogni anno ci si sfida “a fare la migliore illusione ottica”; va detto che spesso partecipano ricercatori o scienziati che non le trovano/inventano a caso, ma le propongono proprio a seguito di test circa i limiti della nostra cognizione e della nostra mente.

Dual Axis Illusion è il vincitore 2019 (3000€, circa). L’illusione è fighissima.

Praticamente una sorta di nodo (tecnicamente una curva di Lissajous) sembra ruotare contemporaneamente sia attorno al suo asse verticale che a quello orizzontale. Per i più scettici, lo stesso autore conferma che si tratta di un video continuo in loop senza tagli o variazioni del moto (… anche se a me sembra quasi di percepirne una, proprio da rotazione verticale ad orizzontale…)

Spostare la testa da un lato all’altro oppure inclinarla mi è servito, personalmente a… confondermi ancora meglio le idee. Direi che l’illusione ha colto nel centro.

WU

PS. E prima di “giudicare” (boh, nel caso voleste farlo…) guardate anche quest’altra realizzazione della nostra eclettica curva.

Ipotesi di legislazione marziana

Il titolo potrebbe essere, senza troppa fantasia, “Mars 2025 or 2035?”. Quella che ci piace chiamare (forse per ricordare i nostri trascorsi, forse per darci un’area di conquistatori) la “corsa al pianeta rosso” è ormai inequivocabilmente iniziata. E non da poco.

Sono fiducioso che “anno più, anno meno” saremo in breve tempo in grado di metterci in condizione di mettere un piede umano sulla superficie di Marte e riportare quello stesso piede a casa sano e salvo. Tecnologicamente.

Non credo, tuttavia (e come spesso succede) che saremmo in grado di recepire a livello societario, umano, legale, la portata di un passo del genere. E’ stato così per le grandi scoperte (conquiste?) del passato, è stato così per le grandi invenzioni, è stato così per gli enormi progressi tecnologici: noi li costruiamo, li faccio, ma ci colgono puntualmente impreparati. Marte non farà eccezione.

E’ comunque il caso di pensare a come potrebbe esser fatto un sistema governativo e legislativo marziano. Ah, si parte dalle ipotesi sottese che l’umanità sarà comunque più matura di quanto successo con i conquistadores, che su Marte non abbiamo nessun autoctono a cui dar retta (si, ahimè, convincetevi, ma è così) e che le leggi che abbiamo qui sulla Terra non saranno replicabili sul altri pianeti.

L’insediamento marziano dovrà in ogni caso essere indipendente da quello terrestre e non una sua propaggine (è un asserto che condivido profondamente: York e New York, England e New England, etc. sono esempi che evidentemente non hanno retto…). In questo modo si avrebbe sostanzialmente la possibilità di “partire da zero” nell’organizzazione di una società completamente nuova che sperabilmente impara dagli errori che abbiamo già commesso (ed a cui è sempre più difficile rimediare) qui sulla Terra.

Ovviamente questo è terreno fertile per le ipotesi più disparate che, almeno a parole, partono sempre da equilibri razziali, assenza di divisioni, povertà e bla bla bla. Recentemente ha detto (immancabilmente) anche la sua Elon Musk (quello che su Marte ci vuole andare nel 2025, senza aspettare il 2035 pronosticato dalla NASA).

MuskMarsGovernment.png

Mi pare un approccio molto liberale, ugualitario e saggiamente basato sugli errori che abbiamo qui da noi commesso (vogliamo parlare di testi di legge così lunghi che mi perdo già dopo il preambolo?). Un po’ utopico, cero, ma mi pare proprio il contesto giusto per essere utopici.

Il punto che mi lascia più meditabondo è come tale approccio possa concretamente realizzarsi ad una situazione in cui il concetto stesso alla vita sarà in mano a qualche tecnologia. Sulla Terra possiamo essere ricchi o poveri, morire di fame o di sete, ma abbiamo l’aria, il sole che non sono “proprietà” di nessuno. Su Marte anche il respirare sarà grazie ad una qualche macchina (… per non parlare del resto) ed il dubbio profondo che chi avrà in mano “le chiavi della macchina” avrà in mano la “democrazia del pianeta” mi rimane.

Avrò visto troppe volte Atto di Forza? Ah, per chi non lo sapesse, anche questo tratto da “We Can Remember It For You Wholesale” di Philip K. Dick, ovviamente.

WU

L’ingegnere, la sonda e la vita

Questa è una storia che sento ciclicamente da anni, o forse decenni. Non so, onestamente, bene da che parte schierarmi, ma sono convinto che se invece di titoli sensazionalistici e notizie parziali si specificasse che potremmo al più parlare di qualche invisibile microbo marziano e non di forme intelligenti (e mimetiche) la cosa farebbe molto meno clamore.

Per passi.

Siamo stati (beh, sonde e rover, chiaramente) su Marte forse più volte di quante non siamo stati nella fossa delle Marianne (non ne sono certissimo, mi è venuta di getto) ed è chiaro che in passato ha ospitato acqua liquida. E’ chiaro che contiene ghiaccio qua e la. Ed è chiaro che dal suo suolo viene rilasciato metano.

Il metano è uno di quegli indicatori della vita. Una forma biologica vivente (magari microbica) metabolizzando rilascia metano. Non è chiaro (o quanto meno sufficientemente confermato) nessun processo geologico che rilasci metano.

Nonostante questo, nessuno “di rilievo” (ovvero che non sia un cazzaro o un complottista conclamato) ha mai confermato o si è sbilanciato a sostenere seriamente l’esistenza della vita su Marte.

Gilbert Levin fa eccezione. Gilbert è uno ingegnere (di professione) che ha collaborato a diversi degli esperimenti che furono messi a bordo delle Viking (sonde degli anni settanta progettate, lanciate ed operate per le prime esplorazioni del pianeta rosso). Levin sostanzia, tecnicamente, il suo asserto.

Le Viking ospitavano a bordo un Molecular Analysis Experiment che serviva per rilevare il rilascio di anidride carbonica “marcata” da un processo biologico. Tutti i microorganismi terrestri che metabolizzano sostanze organiche, liberano anidride carbonica; almeno qui sulla terra. L’esperimento consisteva sostanzialmente nel prendere un campione di terreno (marziano, ovviamente), spruzzarlo con acqua e nutrienti radioattivi. Se fossero stati presenti dei microorganismi questi avrebbero rilasciato anidride carbonica radioattiva che sarebbe quindi stata rilevata dal Molecular Analysis Experiment.

L’esperimento non rilevò nessuna molecola. Ma continuava a misurare emissioni di metano; rimaste sostanzialmente inspiegabili nonostante diverse proposte.

Levin ha una sua spiegazione. Non si sono trovate tracce di composti organici perché il sistema di rilevazione di allora non era così evoluto, almeno non abbastanza per trovare le flebili tracce di microorganismi marziani. Ragionevole e probabile, quanto meno. Ed aggiunge anche lo stesso esperimento, con lo stesso analizzatore, fu provato a terra (e mi chiedo, ma solo dopo la prova su Marte?) ed anche in questo caso l’anidride prodotta dai microbi terresti (che beh, direi siamo certi esserci…) non fu rilevata.

Levin è un tecnico, non uno scienziato. Per questo, dice (e qui onestamente ci vedo un po’ di vittimismo e mania di protagonismo), le sue tesi non sono considerate abbastanza seriamente. Ma c’è anche da dire che nonostante tutte le volte che siamo andati su Marte negli ultimi quaranta anni, dai tempi delle Viking, non è mai stato più mandato uno strumento che rilevasse traccie di anidride carbonica.

Le cose, in teoria, dovrebbero chiarirsi, con il lancio, previsto il prossimo anno del rover Rosalind Franklin dell’agenzia spaziale europea. Chissà perchè mi aspetto sia l’inizio di una nuova fanta-storia-extraterrestre.

WU

Goldschmidtite

Sudafrica, la patria dell’estrazione mineraria. Una terra dell’evidente passato geologico travagliato che è oggi uno dei luoghi in cui si estraggono fra i più preziosi minerali al mondo. Diamanti, in particolare. Minerali che si sono formati nelle viscere della terra in condizioni di temperatura e pressione estreme ancora oggi presenti nelle profondità del nostro pianeta.

E già di per se per fare un diamante bisogna spingere parecchio. Se poi in questo diamante troviamo consistenti tracce di niobio, potassio, lantanio, cerio ed amenità del genere vuol dire che effettivamente vi sono processi geologici (o extra qualcosa?) di cui non siamo completamente a conoscenza.

E’ esattamente quello che ha osservato una studentessa dell’università dell’Alberta che in Sudafrica per analizzare diamanti, all’interno di uno di essi ha identificato un nuovo, sconosciuto minerale. Nel mantello terrestre abbiamo abbondanza di minerali tipo fetto e magnesio per cui un minerale formatosi (e quindi risalito “di poco”) a profondità di qualche decina di chilometri dovrebbe presentare abbondanza di questi elementi.

Goldschmidtite

Nel caso della Goldschmidtite (dalla poetica composizione (K,REE,Sr)(Nb,Cr)O3 e dal nome quasi impronunciabile), invece, dobbiamo pensare a profondità di almeno 170 km (e temperature di 1200°C, ma a questo punto cosa volete che sia…) per trovare concentrazioni sufficienti degli elementi rinvenuti all’interno del nuovo minerale.

Con le attuali tecnologie è certamente più facile andare nello spazio che esplorare le profondità marine e men che meno scendere a 1700 km nella crosta terrestre. Pertanto la “fortuna” di trovare minerali del genere all’interno di diamanti che li hanno in qualche modo “isolati” da contaminazioni esterne ed hanno fatto da “vettori” per farli risalire fino a profondità alla nostra portata è l’unico modo per scoprire minerali così esotici e capire su cosa, in fondo in fondo, stiamo appoggiando i nostri piedi.

Una scoperta più unica che rara; mi resta solo il dubbio di cosa abbia fatto vincere “l’amore per la ricerca” sul “Dio denaro” sacrificando un diamante per vedere cosa c’era dentro…

WU

Fordlândia

Henry Ford “faceva” macchine… ed a tempo perso fondava città. Riusciva più nelle macchine che come fondatore. Ma evidentemente era uno che non si tirava indietro, ragionava alla grande ed aveva i suoi buoni agganci.

Leggermente (ma non troppo) più in maniera antologica. 1928, piena foresta amazzonica, nel bel mezzo del nulla, ove popolazioni di indigeni vivevano senza problemi, terreno roccioso e collinare… il posto migliore per fondare una “città americana”, no? Ed infatti no…

Ford aveva un cruccio: le “mie” macchine, hanno ed avranno sempre le gomme. Le gomme sono e saranno, ca vas san dire, fatte di gomma. La gomma, gli Stati Uniti, la importavano dall’odiata Inghilterra (che a sua volta la prendeva dalla Malesia, ma questo era il male minore…).

Dato che, appunto, Henry pensava veramente in grande ed aveva i giusti canali, ottenne dal governo brasiliano la concessione per sfruttare 10 000 km2 di foresta, sulle rive del Tapajos. La merce di scambio era (nell’epoca in cui i soldi la facevano da padrona, un epoca ormai lontana… no?!) la cessione del 9% dei profitti generati dallo sfruttamento del terreno.

Ford decise che quello era il posto giusto per metter su una bella città. Stile America, cibo americano, usanze americane, ma abitata da indigeni. Che dovevano lavorare per rendere la Ford indipendente dalla gomma inglese.

Furono infatti impiantati filari e filari di alberi della gomma. Nell’Amazzonia. A Fordlandia.

Fordlandia.png

I filari furono impiantati molto serrati dato che il fabbisogno di gomma era ingente ed il terreno non era mai abbastanza. La poca distanza fra gli alberi ed il clima tropicale aiutò il proliferare della peronospora e degli insetti. In breve tutta la piantagione fu compromessa.

Già si delineava un fallimento, ma Ford era evidentemente uno che non si arrendeva (e che aveva i mezzi economici per non farlo…). Si spostò più a valle, verso Belterra pronto a rimettere su la sua Fordlandia ed i suoi alberi di gomma. Fordlandia venne abbandonata dal 90% dei suoi abitanti nel 1934 e fino ai primi anni del 2000 contava la bellezza di 90 residenti.

Era testardo, era visionario, non era stupido. Nel 1945 venne sviluppata la gomma sintetica facendo definitivamente naufragare il progetto di Henry Ford e la sua Fordlandia senza mai esser stato capace di esportare una sola goccia di lattice verso gli Stati Uniti.

Cosa ci insegna questa storia non lo (e non lo voglio forse neanche sapere), ma passeggiare oggi nella giungla e vedere resti del sogno americano deve essere certamente suggestivo. Scempi, sfruttamenti, disastri ecologici a parte (come se fosse poco), ho una certa venerazione per chi ragiona in grande, ma veramente in grande (e non è una morale!).

Fordlandia, the place (not) to be.

WU

Ciao, sono ET.

Sotto l’ombrellone (come se ci fossi stato) mi sono messo a fare questo sondaggio qui. Beh, ok, non è forse la prima cosa che vi verrebbe in mente di fare durante le vacanze, ma sono certo che dopo un po’ di sudoku vi dedichereste anche voi a questo (… tanto il livello è quello, no?).

Sappiamo tutti di cosa si occupa il progetto SETI (in due righe, il progetto che scandaglia un po’ tutto l’universo alla ricerca di un segnale etichettabile come alieno

On a blueish rocky planet orbiting a star in a galaxy they call the “Milky Way”, an intelligent carbon-based species communicates by means of radio waves.
Any moment, they could receive a signal from their counterparts living in a distant corner of the vast Universe or a place in their vicinity. Likewise, their signals, leaking into outer space, could be discovered.
This species is us…
We don’t know whether this is ever going to happen, but what are we going to do if it does? Do we want this to happen, and how do we influence whether it does?
What would it tell about our existence?
What does it mean to be human?

La domanda che il sondaggio vuole affrontare è: ma se gli alieni ci contattassero come dovremmo reagire? Una cosa tipo colossal americano in cui un team ristretto di scienzo-politici gestisce la cosa alla faccia di una ignara umanità? Scatenare isterie di massa rilevando la notizia a tutti? Un eroe solitario che si immola per “salvarci” (ammesso che sia da i nostri extra-visitatori che debba salvarci)? Oppure potremmo semplicemente non rispondere? Far finta che non ci sia nessuno qui sulla terra (ma ve lo immaginate se loro facessero lo stesso? SETI non ha nessuna chances…)?

In teoria proprio il SETI ha una bozza di procedura per eventi di questo tipo (… e sarei proprio curioso di sapere se nell’eventualità di un contatto del genere sarebbe seguita…); dopo un primo riesame del segnale per essere certi non sia di natura terrestre sarebbero allertati diversi centri di ricerca sparsi nel mondo per un cross-check. Se anche loro hanno rilevato il segnale in maniera indipendente si passerebbe alla procedura di primo contatto. Il Central Bureau for Astronomical Telegrams dell’Unione Astronomica Internazionale ed il Segretario Generale delle Nazioni Unite sarebbero i primi ad essere informati e sarebbero loro a decidere some e quando (non se, pare) dare la notizia al mondo intero. Nessuno, secondo procedura, dovrebbe rispondere al segnale prima che l’umanità (non mi è chiaro in che forma/veste) non abbia deciso in modo corale cosa e se rispondere.

Ad ogni modo direi che, anche ad un occhio inesperto, non si può mettere una decisione di tale portata solo nelle mani di pochissimi individui, per quanto eccelsi questi possano essere (sono certo anche loro avrebbero delle cose di cui ci vergogniamo, come umanità, e che vorrebbero omettere). Per non dire che chiunque riceva un segnale di potenziale natura aliena (scienziati del progetto SETI compresi) non esiterebbe a divulgare la notizia: in fondo stiamo parlando di una svolta epocale per l’umanità intera! Ah, non dimentichiamoci l’ampia classe dei complottisti che gongolerebbe neanche fosse natale per un bambino…

La mia posizione nel rispondere al sondaggio è stata più o meno: che ciascuno dica la sua, direttamente ai nostri extra visitatori. Evitiamo figure intermedie, filtri e censure. Inondiamoli di informazioni. Facciamogli subito vedere in che casino si stanno ficcando e facciamo subito capire che se non altro (assumo che non siamo noi la tecnologia più all’avanguardia altrimenti saremmo stati noi ad andare a trovare loro) abbiamo dalla nostra la pluralità di pensiero.

Potere al popolo! 😀 … almeno in questo.

WU

Gli specchi della luna

Questo per chiudere il mio personalissimo ed inutilissimo ciclo (oltre che distribuito qui e li e fuori da “ricordi mainstream”) di tributo in questo ultimo periodo dedicato al mezzo secolo dell’esplorazione lunare.

Siamo stati sulla luna (per chi ci crede, ovvio), e la nostra presenza sia volutamente che inconsciamente non è certo passata inosservata. Accanto all’impronta di Neil Armstrong (o meglio a circa a cento miglia, per la precisione) si trova un altro oggetto che testimonia lo sbarco dell’uomo sulla luna. Una delle prime cose che abbiamo deciso di depositare, infatti, è un sistema molto interessante (ed in uso ancora oggi!). Sostanzialmente siamo stati fin lassù (anche) per rispondere accuratamente alla domanda: quanto è distante la luna, oggi e domani?

Beh, per avere questa informazione con le missioni Apollo (11, 14 e 15, per la precisione) abbiamo lasciato sulla superficie lunare una serie (beh… tre, per la precisione uno per ogni missione) di specchi riflettori che costituiscono il cuore del Lunar Laser Ranging.

Ringed by footprints, sitting in the moondust, lies a 2-foot wide panel studded with 100 mirrors pointing at Earth: the “lunar laser ranging retroreflector array.” Apollo 11 astronauts Buzz Aldrin and Neil Armstrong put it there on July 21, 1969, about an hour before the end of their final moonwalk. Thirty-five years later, it’s the only Apollo science experiment still running.

LunarLaserRanging.png

Il concetto dell’esperimento è abbastanza semplice: una volta che abbiamo una serie di riflettori sulla luna è sufficiente inviare dalla Terra una serie di impulsi laser che vengono riflessi dagli specchi ritornando alla sorgente; calcolando il tempo di andata e ritorno del segnale è possibile ottenere con ottima precisione la posizione del nostro satellite.

Here’s how it works: A laser pulse shoots out of a telescope on Earth, crosses the Earth-moon divide, and hits the array. Because the mirrors are “corner-cube reflectors,” they send the pulse straight back where it came from. “It’s like hitting a ball into the corner of a squash court,” explains Alley. Back on Earth, telescopes intercept the returning pulse–“usually just a single photon,” he marvels.

L’esperimento è ancora in funzione dagli anni delle missioni Apollo. E ci ha consentito una serie di scoperte/conferme non da poco: sappiamo che la luna è a 385.000,6 km da noi, sappiamo che questa si allontana dalla Terra a circa 3,8 centimetri l’anno, sappiamo che il nostro satellite ha un nucleo fluido, sappiamo calcolare con estrema precisione il ciclo lunare e tutte le sue eclissi (passate, presenti e future), la costante di gravitazione universale di Newton è cambiata di meno di una parte su un miliardo da quando abbiamo iniziato l’esperimento e chicche del genere.

L’esperimento è stato “esteso” già negli anni ottanta con un paio di pannelli riflettenti russi ed oggi pensiamo sia pronto per il passo successivo. Il Next Generation Lunar Retroreflectors (NGLR) prevede di installare sulla superficie lunare ulteriori tre pannelli (con le prossime missioni Artemis) che dovrebbero essere fino a 100 volte più accurati e sensibili di quelli già presenti. I nuovi pannelli amplierebbero il reticolo di punti che “contattiamo” sulla superficie della luna garantendo così misurazioni più estese e precise.

WU

Il Trou de Bozouls

Il Buco di Bozouls, e già il nome ha un alone di magia (e forse anche un che di sinistro). E’ uno di quei posti che mi piacerebbe visitare (non direi almeno una volta nella vita, non direi che è il mio sogno nel cassetto, non direi che organizzerei un viaggio apposito, ma mi piacerebbe vederlo, chissà magari trovandomi in zona oppure andando a far vista a qualcuno da quelle parti… boh, per questo lasciamo fare alla vita).

Francia, Francia meridionale, Occitania (che bel suono questa parola), regione dei Midi-Pirenei, dipartimento di Aveyron, paesino di Bozouls. Il paese in questione ha una particolarità che lo rende paesaggisticamente unico e lo avvolge in un’aurea di mistero. Sfida la forza di gravità avvolto da un incantesimo che lo tiene stabile sulla cima di un precipizio.

Va bene, forse così è un po’ troppo romanzato, ma il punto è che Bozouls è un borgo di circa 3000 anime che nasce in cima ad un suggestivo canyon a forma di cavallo con un diametro di circa 400 metri e 100 metri di profondità.

Bozouls.png

Un bucone naturale che la leggenda (ovviamente) attribuisce a Lucifero in persona. Il bordo di Bozouls ha l’ardire di sfidare tale formazione naturale standosene li, arroccato in cima allo strapiombo come se niente fosse. Il canyon ospita sul suo fondo il torrente Dourdou che ne è anche l’artefice (beh, certo, ci avrà messo qualche millennio) che aumenta l’aurea di mistero del bordo. Poi ci metti che le case sono praticamente a picco su questo buco e che paiono anche messe li in modo alquanto disordinato e per forza che devi pensare che un qualche incantesimo le tiene su ed evita che la voragine le possa inghiottire (beh, magari un giorno finirà così, ma per il momento il paese tiene duro).

Da vedere sicuramente, ma una domanda mi viene spontanea: che vantaggio ci hanno visto i nostri avi a scegliere tale posizione per stabilire un centro abitato? Davvero la vista (sicuramente spettacolare) li abbia suggestionati così tanto?

WU

Spaceboy

Ok, oggi non potevo parlare di una cosa diversa dall’anniversario dello sbarco sulla Luna. Non potevo proprio farlo. Ho però cercato di evitare didascaliche descrizioni di quel giorno, ricordi (che non ho, come non ce li ha la metà di quelli che scrivono qualcosa a riguardo) oppure propositi. Mi sono però imbattuto nella notizia sulla quale divago che è un po’ triste (da un po’ quell’aria di saudade alla ricorrenza), ma magari mette un po’ i riflettori su tutti i sacrifici, gli incidenti (e non parlo di quello recente del Vega) e dello zampino che il destino ha messo e sta mettendo nella nostra esplorazione (no, di conquista non credo sia ancora il caso di parlare) dello spazio.

Mandla Maseko, trent’anni, africano di origine; Nato e cresciuto alle porte di Pretoria, nell’epoca in cui i bianchi avevano appena finito (o dicevano di averlo fatto) di segregare i neGri.

Era stato scelto assieme ad altri 23 colleghi (nessun altro africano, va detto) fra oltre un milione di aspiranti astronauti. Si era candidato facendosi scattare una foto “in volo”, ovvero saltando da un muretto di un paio di metri; il salto che aveva sancito l’inizio della sua carriera (beh, diciamo formazione va…) e l’inizio della realizzazione dei suoi sogni.

Aveva iniziato la sua formazione nel 2013 ed il lancio della sua missione, sulla navetta Lynx, era previsto per il 2015. Il destino della Lynx non fu fra i più felici: dapprima il lancio fu ritardato per problemi tecnici a data da destinarsi e poi, nel 2017 la XCor Aerospace, responsabile della Lynx, falli.

Il sogno di Mandla si allontanava un pochino, ma il ragazzo non aveva nessuna intenzione di arrendersi. Si teneva allenato, si addestrava privatamente come pilota, era entrato nell’esercito e comunque faceva parte della “riserva di astronauti” da cui la Nasa poteva attingere. Insomma, il suo biglietto per lo spazio se lo sentiva, a buon diritto, in tasca.

Mandla.png

Era innamorato della sua carriera, era innamorato della sua bandiera. “voglio che i bambini sappiano che se ce l’ho fatta io, tutto è possibile” era La sua frase (ah, si guadagnava da vivere facendo sessioni motivazioni in giro per il Sud Africa…). Lui che era la cosa più vicina a portare l’Africa nello spazio; l’ “afronauta” di riferimento che sono certo ispirerà le prossime generazioni.

Mandla è morto il 6 Luglio 2019 in un incidente motociclistico. Aveva 30 anni.

WU

PS. Mi chiedo un paio (ok, sono tre) di cose. Ma il destino (o la divinità che preferite) vuole così darci una lezione o ha semplicemente colpito a caso (di certo non è il primo che muor ein un incidente di moto, ma è uno a caso o è stato in qualche modo “selezionato” anche in questo caso)? Mandla avrebbe fatto la storia (inteso come “far parlare di se” ed “ispirare giovani virgulti”) di più volando nello spazio o andandosene così? Che cosa ci colpisce di più il fatto che  un ragazzo stava per realizzare il suo sogno oppure il fatto che questo ragazzo venisse da un posto nel quale le massime ambizioni di un ragazzo potevano essere fare il poliziotto o il dottore?

Le risposte non ce le ho, ma un po’ l’amaro in bocca questa storia me lo lascia, anche nell’anniversario odierno.