Categoria: exploration

Si, ma quant’è alto?

… e la cosa che mi stuzzica di più è che stiamo parlando di qualcosa che è sostanzialmente noto per la sua altezza…

Le misurazioni ufficiali (e Google) sostengono 8.848 m sul livello del mare per la vetta più alta del mondo. Ma le cosa sono (potrebbero) esser cambiate, anche e soprattutto a causa delle forti scosse di terremoto del Maggio 2015 (se non ve le ricordate sono quelle che hanno fatto qualcosa come 8000 vittime in Nepal, ma dato che stiamo parlando di qualcosa sufficientemente lontano da noi ci sta benissimo che il nostro cordoglio abbia avuto un veloce decorso… come natura, ahimè, vuole). Si erosione costante, il subcontinente indiano che preme verso la Cina, e piccoli assestamenti potrebbero aver contribuito, ma a seguito delle scosse di cui sopra si stima (per il momento mediante misurazioni satellitari) che la zona della vetta, a monte della faglia, si sia abbassata di circa 1 metro.

Quindi: altezza stimata Everest 8.847 m. Ma tocca rimisurarlo (e non è proprio come prendere la rullina).

EverestComparison.png

E poi ci si mettono gli aspetti politici. Il monte in questione ha un versante nepalese ed uno cinese. La spedizione del 1954 (l’ultima ufficiale) era di matrice indiana (Survey of India) e la Cina sostiene da decenni che la cima dell’Everest sia “solo” 8.844 m , quindi 4 metri in meno del valore ufficiale. Il Nepal, d’altro canto, vuole dimostrare anche di avere la capacità e la forza di organizzare una spedizione ufficiale a tali quote (cosa non banalissima, con mesi di preparazione e due finestre l’anno “sicure” per avventurarsi in cima).

Ed inoltre, quando siamo su ed iniziamo le misurazioni, lo strato di ghiaccio sotto i nostri piedi e da considerarsi o meno? Beh, allora l’altezza dipenderebbe dal luogo esatto della misurazione, dalla stagione ed anche dall’annata!

Diciamo che il numero preciso potrebbe arrivare, dubito che le controversie a riguardo si potranno placare e comunque la fama della montagna è più che altro legato al suo fascino (ad a tutti i suoi tragici morti); non è un caso che sia chiamata dai tibetani “santa madre dell’universo”.

WU

PS. E le cose si possono ulteriormente complicare. Se misuriamo il tutto dal livello del mare, è questione di metri, ma il primato dell’Everst è ancora ben saldo (in attesa dei futuri sconvolgimenti tellurici), ma se iniziamo a misurare dal centro della Terra?
Beh, il nostro pianeta assomigli ad una sfera, ma non è perfettamente rotondo. Il che pone alcune zone più vicine al centro di altre. L’Equador, in particolare, è significativamente più lontano dal centro della terra del Nepal.
Il che vuol dire che un bel montagnone equadoregno potrebbe essere, dal centro della terra, addirittura più alto dell’Everest. E si da il caso che il monte Chimborazo, montagna a sud di Quinto, misura “solo” 6.248 metri sul livello del mare.

Quindi, il punto più lontano dal centro della Terra è la vetta del monte Chimborazo, 6.384 metri. Everest secondo classificato, con 2 km in meno, 6.382 metri.

Dal fondo dell’oceano, invece, la cosa è ancora diversa ed il primato va al Mauna Kea che misura (pare) ben 10.200 m dal fondale marino…

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Man In Black

Attenzione: non è una cazzata (almeno non completamente). I Man In Black sono merce rara, e non solo per Hollywood. Sto parlando di questo annuncio di lavoro della NASA (affisso in una specie di bacheca virtuale ufficiale, USAJobs, dove il governo degli Stati Uniti che offre opportunità di lavoro nelle organizzazioni federali):

[…] Planetary protection is concerned with the avoidance of organic-constituent and biological contamination in human and robotic space exploration. NASA maintains policies for planetary protection applicable to all space flight missions that may intentionally or unintentionally carry Earth organisms and organic constituents to the planets or other solar system bodies, and any mission employing spacecraft, which are intended to return to Earth and its biosphere with samples from extraterrestrial targets of exploration […].

Avete capito perfettamente, si sta parlando di una offerta di lavoro per proteggere il nostro pianeta da organismi viventi. Anzi, esiste un intero ufficio NASA di Planetary Protection, a cui il MIB di noi altri dovrà rispondere. Ora, tralasciando per una ttimo il fatto che come tutte le cose Ammmericane hanno un’aurea di fantascientifico, ma se pensiamo che i viaggi spaziali privati sono alle porte (anzi, alcuni già entrati), la possibilità di raccattare qualcosa lassù oppure di portare e riportare qualcosa avanti ed indietro (con associati possibili mutazioni) è reale. Ad ogni modo, come ogni job description che si rispetti, ha una serie di qualifiche richieste, in particolare:

Must be a recognized subject matter expert possess (1) advanced knowledge of Planetary Protection, its requirements and mission categories. […] (2)demonstrated experience planning, executing, or overseeing elements of space programs of national significance. […] (3) demonstrated skills in diplomacy that resulted in win-win solutions during extremely difficult and complex multilateral discussions.

Beh, che la capacità diplomatica sia fondamentale per il ruolo non stento a crederlo, ma mi aspetto una bella dotazioni di pistoloni laser e sparaflasher nel caso in cui i nostri fidatissimi MIB non riescano con le buone.

WU

PS. E parlaimo un attimo dell’aspetto schifosamente economico: la paga è compresa tra i 124 e i 187mila dollari all’anno (mica male!). Con il primo contratto di 3 anni e 2 anni di possibile estensione. Scadenza domande 14.08.17, sarei veramente curioso di vedere i CV pervenuti…

Armalcolite

Partiamo con la genesi del nome: Arm-al-col-ite. A parte il suffisso -ite le altre tre sillabe non sono altro che le iniziali dei nomi: Armstrong, Aldrin e Collins.

Vi dicono nulla? Sono gli astronauti della missione Apollo 11. Si quella “That’s one small step for a man, but a giant leap for mankind“. Quella che consentì ai primi esseri umani di mettere piede sulla luna. Quella che affascinò, motivò ed ispirò un’intera generazione.

L’armalcolite è un minerale che aveva tutte le caratteristiche per essere considerato alieno; fu infatti scoperto per la prima volta nella parte sudoccidentale del Mare della Tranquillità, sulla Luna! Cioè gli astronauti della suddetta missione inciamparono in alcune rocce che riportate a terra ed analizzate non avevano, all’epoca dei fatti, corrispettivo nel nostro mondo. Ma la storia (ahimè) finisce qui, dato che dal 1969 in poi l’armalcolite è stata scoperta in parecchie località della Terra (US, Germania, Messico, Sud Africa, etc. etc.), oltre ad esser stata sintetizzata in laboratorio.

Armalcolite.png

E’ un minerale a base di Ferro, Magnesio e Titanio. E’ una pietra è abbastanza rara sia sul nostro pianeta che sulla nostra luna e si forma a pressioni relativamente basse associate ad un rapido raffreddamento da circa 1000°C fino a temperatura ambiente (tempra). Condizioni abbastanza tipiche della fase di raffreddamento lunare, anche accoppiate a mancanza di ossigeno, “Titanium-rich basalt” ed abbondanza di materiale ferroso.

E’ grignolina, opaca, composta da cristalli allungati. Insomma esteticamente non particolarmente accattivante, ma decisamente suggestiva per la sua origine e per il fatto di darci una prova di un passato condiviso (e non entrerò qui nella varie teorie di formazione lunare) fra noi e la nostra Luna.

WU

PS. Condivide la sua “origine extraterreste” con altri due minerali: tranquillityite and pyroxferroite. Entrambe successivamente trovate sulla Terra.

Messaggio di Arecibo

Correva l’anno 1974. Il 16 Novembre per la precisione. Era un giorno qualunque, mediamente uggioso (assumo) nei cieli sopra Porto Rico.

Il direttore del radiotelescopio di Arecibo (una struttura decisamente affascinante, devo ricordarmi di dedicargli un post) si preparava alla trasmissione. Frank Drake, con la collaborazione di Carl Sagan. Neanche fosse una prima televisiva mondiale. Si trattava di spedire 1679 cifre binarie (1 e 0 in una qualche sequenza) in un punto un po’ a caso del cosmo. Per la precisione verso l’ammasso globulare Ercole M13, a 25000 anni luce da noi.

Tutto era pronto. Tre minuti di trasmissione. Il nostro segnale WOW (e simili) era stato mandato. Poi il silenzio, esattamente come prima, con la coscienza di dover aspettare (in teoria) almeno 50 millenni. Tornò il silenzio.

Il messaggio era un qualcosa che doveva dire in 23 x 73 (si, so che ve lo state chiedendo e ve lo confermo: sono numeri primi e sono stati scelti per evitare che l’ipotetico ascoltatore erri nell’ordinare il messaggio) cifre chi siamo, dove siamo e come siamo fatti (il cosa vogliamo fare non è ancora noto a noi ed è tutt’oggi altamente improbabile possa essere comunicato a terzi).

Il messaggio contiene:

  • i numeri da 1 a 10 appaiono in formato binario
  • i numeri 1, 6, 7, 8 e 15 che rappresentano rispettivamente il numero atomico dell’idrogeno, del carbonio, dell’azoto, dell’ossigeno e del fosforo; ovvero gli elementi costitutivi del nostro DNA
  • le molecole che compongono il DNA specificandone il numero degli elementi nell’ordine elencato al punto di sopra (Deossiribosio, Adenina, Timina, Fosfato; Deossiribosio, Citosina, Guanina, Fosfato)
  • rappresentazione grafica della struttura a doppia elica del DNA
  • una rappresentazione di un “essere umano medio” (veramente interessante come dicitura…). C’è la forma di un omino con il numero 14 scritto a sinistra (numero che moltiplicato per la lunghezza d’onda del messaggio (126 mm) dà 1764 mm, ovvero un’altezza media; sono l’unico a pensare che non è proprio immediato?) ed il numero 4292853750 (codificato in esadecimale) che è la stima della popolazione mondiale nel 1974 (altra cosa, dal mio punto di vista non proprio comprensibile)
  • rappresentazione dei pianeti del nostro sistema solare con indicazione (un quadratino un po’ rialzato) della nostra Terra
  • rappresentazione grafica del radiotelescopio di Arecibo dal quale il messaggio è partito con sotto riportato il numero 2430 che, ancora moltiplicato per la lunghezza d’onda del messaggio) restituisce 308,14 m ovvero il diametro del radiotelescopio trasmettente.

AreciboMess.png

Che poi questa sequenza di numeri ed immagini sia veramente efficace allo scopo è tutto da vedere; chissà, potremo chiederlo fra poco meno di 50000 di anni al nostro interlocutore (e vi immaginate una risposta tipo “scusa, non ho capito, puoi ripetere?”).

WU

PS. Per dovere di cronaca e con il chiaro intento di tenere le due cose ben separate devo spendere qualche parola anche sul crittogramma di Chilbolton. Si tratta di un posto, evidentemente pieno di campi di grano, nei pressi di un radiotelescopio governativo nell’Hampshire.

Ora, cercando di limitare le derive complottistiche, mi limito al caso di interesse (di cerchi del grano in questi campi se ne sono visti a bizzeffe ed effettivamente di ottima fattura).

Ad un certo punto, dopo una serie di avvisaglie, compare nel 2001 un messaggio che poteva essere interpretato come una specie di risposta al messaggio di Arecibo.

Secondo l’ipotetica risposta extraterrestre, abbiamo lo stesso sistema numerico (il che rende automaticamente le risposte in codice binario universali) e gli stessi atomi base della vita con l’aggiunta, nel loro caso, del silicio. Avrebbero un DNA a tripla elica e vivrebbero in un sistema planetario simile al nostro con nove pianeti, ma nel quale i pianeti dal numero 3 al numero 5 sono spostati (è il nostro sistema solare è c’è vita anche su altri pianeti? si tratta di Giove e delle sue lune?). La figura umana è sostituita da un umanoide macrocefalo ed il telescopio è invece (o almeno sembra) una sonda con tanto di pannelli solari dispiegati (che è, casualmente, uguale ad un altro cerchio nel grano comparso negli stessi campi l’anno precedente).

AreciboReply.png

Allora, qualche mia considerazione:

  • gli alieni hanno ricevuto il segnale radio. Quindi sanno ricevere, ed è lecito assumere anche trasmettere, segnali radio e sanno che noi sappiamo fare lo stesso, ma… ci rispondono con un disegno in u campo di grano
  • gli alieni ci assomigliano sempre. Come nei film. Non importa se sulla terra ci siamo evoluti a fianco di ogni specie di animali, gli essere senzienti degli altri pianeti sono sempre omini con graaandi testoni
  • il messaggio di Arecibo è un segnale molto stretto (circa 1/15 del diametro della luna piena) diretto molto lontano che dovrebbe viaggiare per non meno di 25000 anni. Il fatto che qualcuno lo abbia intercettato ed abbia anche risposto dopo 27 anni limita di molto il range della posizione del possibile ascoltatore. Par quanto è stretto il segnale la probabilità che abbia accidentalmente colpito qualche altro pianeta è assolutamente… nulla
  • il silicio va molto di moda, soprattutto nell’immaginario di forme di vita aliene. Ma benché pare sia parte della loro biochimica non è poi usato in nessuna delle basi di amminoacidi del loro DNA…

Ah, anche l’opinione del SETI (che guarda un po’ di “lavoro” fa proprio questo) è: una ben orchestrata e molto pittorica bufala.

PPSS: Ma lo sapevate che circa il 70% di tutti i cerchi di grano al mondo compaiono in Inghilterra, anche se la nazione di certo non possiede il 70% dei campi di grano mondiali? Chiaro indizio di veridicità…

PPPSSS: Il post non contiene volutamente nessun link per cercare di sembrare il più neutro possibile e lasciare al lettore di scegliere le fonti che gli paiono più consone per giustificare la sua posizione. Auguri.

Mody Dick a 52 Hz

Si può essere soli in tanti modi. Si può essere soli per scelta e per vocazione; soli per mancanza di simili; soli per diversità intrinseca. Le balene non sono certo rinomate per essere individualiste, solipsiste o sociopatiche. Quasi tutte.

Dal 1989, quasi costantemente negli anni successivi fino al 2004, fu udito da istituti e ricevitori oceanografici sparsi un po’ sul globo (ehm… nel Pacifico) un suono molto particolare. 52 Hz, una frequenza non proprio simile, in realtà molto maggiore, di quella di solito usata dalle balene per comunicare.

L’origine del suono rimase a lungo un mistero (d’altronde perché pensare subito ad una balena?) fino alla possibilità di poter utilizzare le ricezioni e le registrazioni del sistema anti-sommergibile (SOSUS) che permise di associare il suono al cetaceo. Direi un’altra di quelle ricadute indirette della ricerca militare (la Guerra Fredda, in questo caso).

Le balene comunicano (…si, sono esseri sociali) con schemi abbastanza ripetibili su frequenze attorno ai 15-20 Hz. Tutte le altre. A parte “la balena più solitaria al mondo” (il che la rende anche unica e “famosa“).

Ora la naturale domanda è: ma stiamo parlando di un esemplare singolo o di una nuova specie di balena? Beh, dal sistema di idrofoni sparsi nel Pacifico (praticamente una schiera di cimici sparse nell’oceano) è stato possibile seguire l’origine del suono 52 Hz che pare provenisse dagli spostamenti di un unico esemplare che si muoveva su percorsi simili a quelli di specie ben note di balene. Ed il “canto” si rendeva ben percepibile soprattutto nel periodo invernale.

Nonostante siamo rimasti con l’orecchio teso per anni non abbiamo sostanzialmente identificato altra sorgente per l’insolito suono il che suffragherebbe ulteriormente che da qualche parte, nascosta nelle profondità dell’oceano deve trovarsi, forse ancora oggi, quella che è una balena solitaria perché inascoltata dai suoi stessi simili (…ma in fondo noi cerchiamo lui/lei e non uno qualunque dei suoi pari; ammesso che gli interessi).

In realtà… forse. Pare infatti che nel 2010 lo stesso suono è stato udito quasi contemporaneamente a molte miglia di distanza, il che porterebbe a pensare che le balene a 52 Hz siano più di una, ma ad ogni modo un piccolo gruppo (una coppia?), parecchio schivo.

Trovarsi ad essere l’unica (?) a poter parlare ad una certa frequenza (lingua, idea, religione, equellochevipare) deve essere frustante. Cionondimeno (mi) pare dimostrare anche una certa costanza nel tentativo: sentire lo stesso singolo suono per anni e non ricevere risposta potrebbe non essere esattamente motivante per continuare a provare. Ah, e se in aggiunta (magari a causa di una malformazione o di una ibridizzazione nel caso del cetaceo) oltre la foce “fuori frequenza” l’esemplare fosse anche sordo alla sua stessa voce? Beh, potrebbe essere una diversa interpretazione del mutismo: non è che non parlo, è che lo faccio su frequenze (sostituire frequenze con la parola che ritenete più opportuna) oltre quelle che io stesso ed i miei simili possono udire…

WU

PS. Almeno chiedersi se fosse un problema di frequenza nei nostri rapporti con i nostri simili potrebbe aiutare.

Juno: valvole ed orbite

Nel Luglio dello scorso anno (2016) è stato annunciato in pompa magna l’arrivo di Juno (la missione, non il film) in orbita attorno a Giove. Ed effettivamente era un momento storico per la missione (si, si, anche per la razza umana…).

Il passo successivo doveva essere quello di avvicinarsi al pianeta per fare foto che più belle non si può (ci fate il poster o le usate per fare studi scientifici a seconda della vostra inclinazione personale).

Ovvero si trattava di spostarsi dall’orbita di arrivo (che compie un giro attorno al pianeta in circa due mesi) su un’orbita di lavoro (che compie un giro in due settimane). Su tale orbita la missione avrebbe dovuto osservare Giove per circa 20 mesi fino al Febbraio 2018 per poi bruciarsi nell’atmosfera del pianeta.

Condizionale.

In realtà è stato diagnosticato (cosa già di per sé un po’ più complessa dello scoprire che i topi vi hanno rosicchiato il cavo dell’antenna) un malfunzionamento di un paio di valvole di elio che servono durante lo sparo dei motori principali della sonda. Malfunzionamento, non rottura.

Infatti per molti mesi il dubbio è stato: rischiare di accendere i motori per portarci sull’orbita obiettivo oppure accontentarsi di un periodo di circa 53 giorni invece che 14? Beh, se avesse fatto anche voi un viaggio di 5 anni per arrivare VICINO alla vostra destinazione ci pensereste bene prima di rischiare di mandare tutto all’aria, spostandovi, magari, su un’orbita ancora peggiore.

Diciamo che è un po’ una scelta di vita, ma io avrei fatto lo stesso.

Juno.png

Qualche giorno fa, infatti, la NASA ha annunciato che Juno rimarrà semplicemente nella sua attuale orbita. Ad ogni modo, la missione promette bene. Già le prime foto, scattate 8 volte più vicino alla superficie del pianeta rispetto alle precedenti missioni, hanno fatto il giro del mondo ed in più con un “reindirizzamento scientifico della missione” è possibile anche trarre qualche beneficio da questa situazione. La nuova orbita offre (anche se non si può dire che sia stata una cosa cercata…) condizioni migliori per lo studio della magnetosfera del pianeta ed inoltre essendo ad una quota maggiore riceve anche minori radiazioni il che può (se tutto va bene 😀 ) anche consentire un’estensione della missione oltre i 20 mesi previsti.

Non tutto è perduto. Anzi…

WU

PS. Mi affascina particolarmente pensare a come una missione come questa (non proprio una cosa amatoriale per intenderci) sia sostanzialmente legata a due valvoline di pochi cm che non ci incastrano nulla con la meccanica orbitale. E come milioni e milioni di dollaroni siano CIRCA dove avremmo voluto e noi da qui non possiamo fare assolutamente nulla per far fare alla sonda gli ultimi km del suo viaggio.

Accontentiamoci di guardare ed accettiamo il risultato raggiunto.

Già Mauritia

Sempre per questa storia che il concetto, e quindi il numero, di continente è un qualcosa di opinabile, mi sono re-imbattuto in questo scoop (!) che sta rimbalzando agli onori della cronaca.

Pare, e dico pare, che al largo delle Mauritius, oltre un mare fantastico ed una natura incontaminata (che stuzzica quanto meno la fantasia di pigri e squattrinati viaggiatori) si possano anche trovare i resti di un antico continente.

La prova, che suffraga tutti i pare che volete, sta in antichi zirconi che datano qualcosa come 3000000000 anni fa. Li, tra Madagascar ed India (come dire fra Loreto e Turro…), ci sono oggi quelle che un tempo furono le terre di Mauritia; parte della disgregazione di Rodinia (no, non è una supercazzola).

Secondo le stime dei ricercatori il frammento di crosta continentale presente sul fondo dell’oceano si estenderebbe per 4000-4500 chilometri quadrati, con uno spessore medio di 33 chilometri.

… e se lo dice Nature Communications un po’ ci si può credere…

Ovviamente non è che ci siamo messi a studiare zirconi a caso (anche se non me ne sarei poi meravigliato tanto); piuttosto siamo andati a cercare una contro-prova ad una teoria già proposta. Al largo delle Mauritius, infatti, il campo gravitazionale terrestre presenta della anomalie che lasciavano supporre che sul fondale vi fosse uno spessore di crosta terreste ben più denso della media dei fondali oceanici. E quindi, tanto che fantasticare poi ci piace tanto, perché non pensare subito ad un antico continente inabissato?

Mauritia.png

E questa volta, diciamolo piano… esatto!

Le rocce del continente scomparso si devono essere formate già nell’Archeano per poi confluire nel corso di centinaia di milioni di anni – e superando indenni molte traversie geologiche – nel supercontinente Rodinia.

Poi successe che terremoti e vulcani separarono Madagascar ed India condannando Mauritia ad inabissarsi. Il tutto circa 80000000 di anni fa, in quello che è oggi l’oceano Indiano.

Un’altra possibile interpretazione e legittimazione del mito di Atlantide era quello che mi ci voleva.

WU