Categoria: economics

Brucia, brucia, brucia

Giacimento di Jharia, in un distretto impronunciabile, India. 260 km2 di carbone che stiamo estraendo dal 1800. Praticamente un’immensa distesa di carbone. E cosa fa il carbone? Beh, brucia.

Il giacimento in questione è infatti lo scenario del più duraturo incendio della storia. Il primo incendio di cui si ha notizia (se ce ne fossero stati altri prima o se quello in questione fosse iniziato anni prima non è dato saperlo) data 1916.

Da allora il focolaio non si è mai spento, anzi, negli anni ’80 si sono documentati più di 70 focolai in tutta la distesa e nessuno poteva essere contenuto ne tanto meno spento. Ed allora l’idea geniale: lasciamolo bruciare, prima o poi si esauriranno da soli. Se non fosse che in presenza di tutto quel carbone questo “prima o poi” è più vicino al poi…

Altra ideona (effettivamente un po’ migliore): vediamo se riusciamo a soffocarli. Togliendo infatti la disponibilità di aria, anche in presenza di carbone, gli incendi sono destinati ad estinguersi. Ma per far ciò l’unica cosa che NON bisogna fare è trasformare la miniera in una miniera a cielo aperto… Ovviamente l’unica cosa che è stata fatta, nel 1973, ad opera della Bharat Coking Coal Ltd, è stata quella di aprire larga parte della miniera per facilitare ed economizzare l’estrazione del carbone. Con grande gioia dei condannati incendi.

Anzi, le cose sono andate ancora meglio (per gli incendi, ovviamente). Dato che la miniera era già un labirinto di gallerie scavate per l’estrazione che consentivano la circolazione dell’aria, una volta aperta anche la superficie si sono create delle belle correnti di aria che hanno dato nuova vita ai focolai creando un mega incendio. Praticamente da braci di carbone siamo arrivati a fiamme fino a 20 metri! Ottimo…

La mente va subito alle due più importanti ricadute di tutta questa mal gestione delle risorse naturali: quella economica e quella ambientale. E siam messi ovviamente malissimo su entrambi gli aspetti.

37 milioni di tonnellate di carbone, miliardi di dollari di valore, andate perse a causa di questi incendi incontrollati ed ormai incontrollabili. Ulteriori 1,4 miliardi di tonnellate di carbone ormai inaccessibili a causa degli stessi incendi. I miliardi di dollari già in fumo o in procinto di diventare tali ormai sono fuori scala.

E l’ambiente certo non ne giova. Tonnellate di anidride carbonica nell’atmosfera e villaggi limitrofi ridotti a spettrali set di film post-nucleari. Aria irrespirabile e terreno a temperature inaccettabili (considerando che la maggior parte degli abitanti commina a piedi nudi…). Il livello di salute della popolazione è bassissimo, ma molti tendono a rimanere per evitare di perdere ciò che gli da da mangiare: lo stesso carbone che li sta uccidendo.

Come uscirne, beh, secondo la Bharat Coking Coal Ltd ed il governo indiano (che partecipa la società mineraria) basta continuare a sfruttare la miniera… per aumentare il profitto, ovviamente.

Angosciante. Un inarrestabile delitto alla luce del sole.

WU

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Lying vs Misleading

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Come spesso accade il confine è labile. In italiano è qualcosa come la differenza fra mentire e non dire la verità. Letteralmente essere bugiardi vs ingannare/sviare (ma detto alla Dilbert, qui, suona decisamente meglio…).

Il fatto cruciale (come sempre IMHO) è che non avendo solide basi uno si aggrappa a quello che può. Ciò vale per il prodotto da vendere, per le proprie doti, per la marachella e via dicendo. Mi disturba (… a dir la verità solo leggermente) che il concetto di marketing sia oggi praticamente un modo di nascondere.

Prima si vendeva la propria merce cercando di sottolineare i punti di forza. Oggi si vende la propria merce cercando di nascondere le debolezze. Ed il fondo si tocca (e si raschia) nei magistrali paragoni con “i competitors”; paragoni che potrebbero anche essere legittimi ed aiutare un interessato compratore (da intendersi in senso molto lato) in buona fede, ma che vengono facilmente strumentalizzati dalle “strategie di marketing”.

Auspicarsi un cambiamento sarebbe tanto utopico quando falso (dato che siamo noi i primi a “venderci selettivamente”), metterci in guardia (anche qui… qualora fosse necessario) nei confronti di ciò e di chi si propone è l’unica arma che abbiamo.

Leggere “il prodotto” fra le righe del marketing è la nuova dote dell’acquirente.

WU

Argyle Everglow

Diamante da 2.11 carati. Non pochi, non tanti, sicuramente non tantissimi, ma tutto sommato non sufficienti a fare notizia.

… se non fosse per il suo colore. Siamo davanti, infatti ad un rarissimissimo diamante rosso, il più raro dei rari. Circa una ventina rinvenuti in più di trenta anni.

The colour of pink and red diamonds is the result of an atomic deformity which affects the way light is refracted through the stone. Just 0.03 per cent of the diamonds mined every year across the globe are pink, and an even tinier proportion of these are red.

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E non è ancora tutto, il primato della rara gemma rossa va al Moussaieff Red. 5.11 carati di puro rossume diamantato rinvenuto in Brasile nel 1990.

The largest known red diamond is the 5.11-carat Moussaieff Red, which was discovered in the 1990s by a Brazilian farmer, cut into a triangular shape and sold to the Moussaieff jewellery house. Another red diamond belonging to Moussaieff, a heart-shaped 2.09-carat stone, sold in 2014 for £3.4 million: over £1.6 million per carat.

Ovviamente a braccetto con la rarità va il prezzo. In questo caso si parla di asta: partenza 10 000 000$.

Ma

The record auction price for a fancy red diamond is $5 million, paid three years ago in Hong Kong, according to materials distributed by Rio Tinto. That transaction also set the record for the per-carat price, $2.4 million.

Ed il prezzo è destinato a salire dato che:

Rio Tinto’s Argyle mine – which produces 90 percent of all naturally colored pink diamonds – is scheduled to close in 2021

WU

PS. Io comunque preferisco decisamente quelli bianchi.

Beviamo tanto che fa caldo

Da sganasciarsi di risate per l’ovvietà e la ripetitività del tutto. Tipo quando al TG ti devono dire che in estate “non bisogna uscire nelle ore calde, bisogna bere molta acqua e consumare molta frutta e verdura”. Perché tanto ce lo dicono ogni anno, e non a Mezzogiorno in Famiglia, ma a quella farsa dell’informazione seria, imparziale, concisa e fondamentale che è il telegiornale.

Come se qualcuno di media razionalità, senza alcun istinto di sopravvivenza si mettesse a fare lo sciopero della sete mentre fa la maratona a mezzogiorno di un giorno di Agosto, magari fra il traffico delle strade di Roma. Si, so che potrei essere smentito, ma diciamo che la mia fiducia nella razza umana non deve per forza esser corrisposta.

Ad ogni modo, tornando a noi. E’ estate ed anticicloni da nomi improbabili si alternano a notizie di incendi, siccità o “bombe d’acqua” anomale. Ed ovviamente (e meno male!) anche il nostro modo di cibarsi cambia. Personalmente non disdegno un bel piatto corposo con annesso vinello strutturato anche con 30 gradi all’ombra, ma diciamo che è più una tantum che una prassi.

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Ok, se la smetto di divagare… Allora, anche la nostra dieta cambia ed in particolare ciò che beviamo. Tralasciamo per un attimo ciò che mangiamo e ciò che ci spalmiamo addosso.

Vincono a man basse le birre. Bionde e poco alcoliche, piacevolmente fresche e frizzanti che quasi ti fanno dimenticare che sono alcoliche. E dato che siamo anche un popolo di sperimentatori (questa frase la vorrei tanto leggere in altri contesti…) cresce anche rispetto allo scorso anno il consumo di birre analcoliche.

Acqua, ovviamente. Non gassata, chissà perché. E rigorosamente quella delle famigerate bottiglie di plastica abbandonate in piazzali assolati. E poi il tè. Personalmente quello in bottiglia super dolce e per nulla dissetante mi fa accapponare la pelle, ma vedo di essere (strano…) una sparuta minoranza.

Due numeri per condire tutto il beveraggio: 156,1 milioni di euro per birrini, 2,3 milioni per la variante analcolica, 145,3 milioni per l’acqua, 43,9 milioni per (bevande a base di) tè freddo. Quindi abbiamo un totale di 347,6 milioni di liquidi (non nel senso di denaro circolante 🙂 ) circolanti nel Giugno di questo anno.

Ed ora un conto che non ha senso: se assumiamo di essere circa 60 milioni di teste (fra pensanti e non) in Italia, abbiamo una spesa procapite di meno di 6 euri a testa. Il conto non ha senso sia perché è una divisione brutale di pazzi adulti e bambini, sia perché l’acqua in effetti ha un peso non trascurabile sul totale del litraggio ed un costo relativamente basso, sia perché non sono inclusi eventuali alcolici diciamo dal vino in su, sia perché non è considerato il consumo in litri delle varie bevande, sia perché vi sono tanti altri liquidi che non sono considerati, sia perché… volevo fare la divisione e basta.

Beoni si, ma tutto sommato moderatamente.

WU

Empowering a new generation. Magari.

Tendo, come ormai saprete a non occuparmi di attualità, men che meno degli aspetti socio-politico-economici. Siamo tutti già sufficientemente bombardati da tali “notizie” che l’ultima cosa che vogliamo (o almeno che io vorrei) è avere un altro posto dove se ne continui a parlare a sproposito.

Ad ogni modo questa volta proprio non posso esimermi. Sono queste le notizie che mi fanno veramente male. Il rapporto PriceWaterhouseCoopers (PWC) 2016, Young workers index, basato sui dati OCSE, era meglio se non lo trovavo.

Come far crescere di colpo il Pil italiano di una quota compresa tra il 7 ed il 9%? Semplice, basta trovare un lavoro a quel giovane su tre che non ce l’ha. Già, perché quel 35% di Neet tra i 20 ed i 24 anni non rappresentano solamente un problema sociale, ma anche un potenziale inespresso. A cominciare dal profilo economico.

All’anima della scoperta, ma se ci metti il mezzo il soldo allora la cosa prende tutta un’altra piega. E non parlo di due lire, di una manovra correttiva, una manovrina o cose simili: un TRILIONE di dollari. Inespresso. Stiamo parlando di una perdita di 1.3 punti del PIL che è quasi, se non di più, di quanto investiamo in ricerca.

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E’ la così detta “garlic belt” a soffrire del fenomeno Neet in Europa. Parliamo di gente (giovani, CA**##*#, il futuro della società!!) che non studia, non lavora, non sta completando un tirocinio.

E si possono anche classificare (figuriamoci): vi sono quelli “esogeni” che sono comunque impegnati in una sfibrante lotta quotidiana per entrare in un mondo del lavoro che li rifiuta e gli “endogeni”, gli scoraggiati che si sentono inadeguati e si sottraggono al confronto.

Gente (tra i 15 ed i 29 anni…) che sta. E costa. Ma poi dove stà? Sul divano? Al bar? Pare anche Onlus, sport, organizzazioni (beh, almeno…).

L’Italia è l’unica tra i principali Paesi Ocse ad avere una percentuale di occupati superiore nella fascia di età 15-64 che in quella 25-29. Segno che, qui più che in altre parti del mondo, il conto della crisi lo stanno pagando i giovani.

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La maglia nera va alla Turchia, ma l’Italia si posiziona con un notabilissimo secondo posto. Una maglia grigia che IMVHO è il dato che fa (dovrebbe fare) più male a questa pletora di politologi (i politici si sono ormai estinti), burocrati e spavaldi scalatori di macerie che infestano i nostri uffici/parlamenti/giornali/enti/tv/etcetc.

Tutta gente che sta a casa, possibilmente con mamma e papà. Quindi niente famiglia, niente lavoro, ma costi si. Gente che si ammala, che utilizza gli uffici pubblici, che produce spazzatura e via dicendo.

Cose normali, evidentemente non come lavorare.

WU

PS. Non credo nei modelli d’oltralpe importati in Italia, ma almeno un occhio a quello Tedesco (3 volte meno Neet che da noi e quarta in Europa dopo nazioni certamente lodevoli, ma decisamente più modeste in termini di PIL e popolazione) va dato.

Volete sapere da dove partono? Dai che ve lo immaginate facilmente.

Alternanza scuola-lavoro.

Di entrambe noi non ne riusiamo a fare una.

Donggaozhuang

… e torniamo a parlare delle magie dell’e-commerce.

Il titolo del post è una semi-sconosciuta, semi-isolata, semi-spopolata e semi-povera cittadina cinese nella provincia di Hebei, a circa 3.5 ore di viaggio da Xingtai. Tutti attributi di certo validi almeno fino a poco tempo fa. 2000 anime in cerca di un modo per arrivare a fine mese.

Ad un certo punto, forse in preda alla mania le-provo-tutte-tanto-che-ho-da-perdere, un abitante del villaggio (pare non sia dato saperne il nome…) ha deciso di aprire un negozio virtuale per vendere il filo che auto-produceva sulla più grande piattaforma di e-commerce cinese: Taobao (ovviamente di proprietà del Alibaba Group…).

Successo insperato e repentino! In tre mesi ha guadagnato circa 10 volte il normale salario di un abitante della cittadina (ok, ok, parliamo comunque di qualche migliaia di dollari, ma paragonate ad un posto dove il costo della vita è poche decine di dollari, è una piccola fortuna…).

La magia, ovviamente, non è passata inosservata ed anche gli anziani del villaggio hanno avvicinato il giovane magnate sperando di carpire i segreti del suo successo. La cosa pian piano si è diffusa ed i negozi virtuali sono proliferati. In pratica è uno dei più grandi centri per acquistare filo (si, comprano la lana e vi vendono il filo!) on line.

Circa 400 negozi virtuali che vendono fili di lana online nella stessa cittadina! Molti di loro sono praticamente milionari, ed un po’ per tutti la qualità della vita è aumentata significativamente.

Ora la cosa di per se sembra anche una bella storia, ma quando sento che gli abitanti hanno venduto i loro terreni agricoli per dedicarsi al nuovo business un po’ raffreddo il mio entusiasmo. Non sono un fautore della fortuna facile e con rapide ascese mi aspetto rapide discese, in fondo tenere un piede nella vecchia, stancante, robusta ed affidabile agricoltura può essere un ottimo ombrello contro i venti della new economy (almeno per chi aveva già questa possibilità!).

Auguri

WU

E-commerce

Il concetto è in fondo abbastanza semplice, e credo che sia proprio in questa sua (apparente?) semplicità il suo punto di forza. Ovvero, se per vendere “via internet” devo aver dietro tutto un carrozzone burocratico-amministrativo paragonabile (il 10% più economico non mi pare un grande vantaggio) a quello della vendita al banco, allora tanto vale aprire un bel punto vendita dove almeno la merce la si tocca con mano…

Ciò detto, Il Sole 24 Ore ci illumina sul fatto che l’e-commerce

Quest’anno dovrebbe riuscire a mettere a segno una crescita intorno al 20%, raggiungendo i 23,4 miliardi di valore. Se questa previsione verrà rispettata, sarà il miglior incremento dal 2010, sfiorando di poco il raddoppio rispetto ai 12,6 miliardi del 2013.

Mica male! Ci si vede facilmente una qualunque possibilità di business (da chi fa siti web ai corrieri) e tutto sommato è un modo per creare valore.

La cosa che mi lascia un po’ dubbioso è il fatto che

L’e-commerce è per sua natura una scelta strategica, quindi parte dalla definizione di una strategia di business. Un errore molto diffuso è credere invece che il termine ‘e-commerce’ significhi ‘sito di e-commerce’: in realtà, quando si parla di ‘e-commerce’ si dovrebbe estendere il significato a ‘progetto di ecommerce’ e includere, sotto questo cappello, una varietà di attività coordinate che vedono nel sito web vero e proprio la sola declinazione finale

Cioè, capisco male o stiamo parlando di una struttura di gestione dell’e-commerce? Siamo sulla via dei far perdere anche a questo potentissimo strumento la sua snellezza fino a rendelo un pachiderma “convenzionale”?

Lo sviluppo di un e-commerce richiede uno studio strategico molto attento che parte dalla stesura di un progetto di business che coinvolge tutte le variabili di marketing: analisi di mercato e della concorrenza, pricing, immagine, pubblicità, target. Il sito ecommerce finale sarà quindi la risultante di una serie di decisioni strategiche, coordinate e integrate in una piattaforma evoluta e facile da utilizzare.

No, no, vi prego no. Di certo il sito di e-commerce è solo il risultato finale del modello di business, ma per favore lasciamolo evolvere naturalmente, così come è arrivato fin qui, senza imbrigliarlo in metodologie, sistemi, procedure solo per riempirci la bossa di sistema/progetto di e-commerce. Ah, già anche per far emergere realtà di digital marketing ed web communication…

WU

PS. Compre spesso on line. Qualche sbavatura, certo, ma in fondo conviene un po’ a tutti accettare un po’ di rischio per mantenere questo canale leggero, veloce ed economico. Se cerco la massima resa o affidabilità (e la cosa, ovviamente, dipende dal bene in questione) utilizzo facilmente canali più convenzionali… sono li appositamente.