Ejiao: sulla pelle degli asini

Non sono uno di quelli che tende a credere a tutto quello che legge o che sente. Ed anche con fonti che considero più o meno serie (o autorevoli come si dice in questi casi) ho spesso un approccio, ingiustamente, scettico. Devo però anche ammettere che non sempre approfondisco, verifico, comparo tanto quanto vorrei sia per tempo che per voglia (ora non voglio fare il solito pippone sulla facilità di accesso alle informazioni dei nostri giorni, ma diciamoci la verità, se non fosse così gli sproloqui stessi di questo blog non esisterebbero…).

Ok, ok, dopo il cappellone di cui sopra, mi sono imbattuto nella storia dello ejiao. Una specie di sancta sanctorum contro tutti i mali, la pozione magica. Ottima contro un po’ tutto: dal raffreddore all’invecchiamento, dalla circolazione del sangue al mal di testa, insonnia, vertigini, emorragie, tosse e chi più ne ha più ne metta.

Stiamo, ovviamente, parlando di alchimie non riconosciute dalla “medicina ufficiale”, ma che affondano le loro origini nella medicina tradizionale cinese: gelatina di pelle di asino.

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Fin qui nulla di poi così strano, se non fosse che l’ingrediente base dell’ejiao è… la pelle di asino. I malcapitati quadrupedi hanno così visto crescere la richiesta della loro pellaccia ed ovviamente la cosa non è stata accompagnata ne da alternative “vegetali” ne tanto meno da allevamenti sostenibili allo scopo.

La vera nota dolente è che la richiesta di ejiao è cresciuta di circa il 20% l’anno dal 2013 al 2016 e non accenna a fermarsi (anche se oggi cresce con ratei un po’ più bassi). Pare che la conseguenza sia stata il crollo della popolazione asinina, che in in Cina è calata del 76% dal 1992 (!), e l’incremento dell’importazione di pelle di asino da altri paesi (prevalentemente Sudamerica).

Non sono chiare, invece, significativi miglioramenti nella salute, a tutto tondo, dei cinesi.

Senza voler dare un giudizio di merito sull’intruglio, sulla sua efficacia o su chi vi crede (o non crede), è chiaro che un tempo era un prodotto riservato a pochi (sostanzialmente le famiglie imperiali cinesi e pochi altri), scalarlo in produzione di massa lo rende facilmente non più sostenibile e richiede, anche anche i “santoni locali” si adeguino ai tempi che corrono.

Questa notizia mi ha colpito forse per il folklore (snobbismo? propaganda?) dell’ejiao associato al massacro di un animale “comune” (l’asino, intendiamoci, non è a rischio estinzione… lo stanno solo massacrando, ah, beh…), ma è solo un fulgido esempio di come il concetto di sostenibilità dipende sostanzialmente dal mercato di riferimento, dalla disponibilità di materia prima e soprattutto dalle condizioni (economiche, ambientali, degli allevamenti, etc.) a cui questa viene procurata. Parlare di sostenibilità guardando solo una parte del ciclo di vita di un qualsivoglia prodotto potrebbe non voler dir nulla.

WU

PS. Oggi su Alibaba a circa 200.00 dollari al chilo (per un ordine minimo di 100 kg…).

PPSS. Ero sicuro che prima o poi sarebbe successo. Subito dopo aver completato il delirio di cui sopra mi è sovvenuto un flebilie ricordo. Era il 27/09/2016 quando mi sono imbattuto per la prima volta nella notizia e mi ci sono messo a blaterare su.

 

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

Tecnorosario.png

Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU

Fordlândia

Henry Ford “faceva” macchine… ed a tempo perso fondava città. Riusciva più nelle macchine che come fondatore. Ma evidentemente era uno che non si tirava indietro, ragionava alla grande ed aveva i suoi buoni agganci.

Leggermente (ma non troppo) più in maniera antologica. 1928, piena foresta amazzonica, nel bel mezzo del nulla, ove popolazioni di indigeni vivevano senza problemi, terreno roccioso e collinare… il posto migliore per fondare una “città americana”, no? Ed infatti no…

Ford aveva un cruccio: le “mie” macchine, hanno ed avranno sempre le gomme. Le gomme sono e saranno, ca vas san dire, fatte di gomma. La gomma, gli Stati Uniti, la importavano dall’odiata Inghilterra (che a sua volta la prendeva dalla Malesia, ma questo era il male minore…).

Dato che, appunto, Henry pensava veramente in grande ed aveva i giusti canali, ottenne dal governo brasiliano la concessione per sfruttare 10 000 km2 di foresta, sulle rive del Tapajos. La merce di scambio era (nell’epoca in cui i soldi la facevano da padrona, un epoca ormai lontana… no?!) la cessione del 9% dei profitti generati dallo sfruttamento del terreno.

Ford decise che quello era il posto giusto per metter su una bella città. Stile America, cibo americano, usanze americane, ma abitata da indigeni. Che dovevano lavorare per rendere la Ford indipendente dalla gomma inglese.

Furono infatti impiantati filari e filari di alberi della gomma. Nell’Amazzonia. A Fordlandia.

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I filari furono impiantati molto serrati dato che il fabbisogno di gomma era ingente ed il terreno non era mai abbastanza. La poca distanza fra gli alberi ed il clima tropicale aiutò il proliferare della peronospora e degli insetti. In breve tutta la piantagione fu compromessa.

Già si delineava un fallimento, ma Ford era evidentemente uno che non si arrendeva (e che aveva i mezzi economici per non farlo…). Si spostò più a valle, verso Belterra pronto a rimettere su la sua Fordlandia ed i suoi alberi di gomma. Fordlandia venne abbandonata dal 90% dei suoi abitanti nel 1934 e fino ai primi anni del 2000 contava la bellezza di 90 residenti.

Era testardo, era visionario, non era stupido. Nel 1945 venne sviluppata la gomma sintetica facendo definitivamente naufragare il progetto di Henry Ford e la sua Fordlandia senza mai esser stato capace di esportare una sola goccia di lattice verso gli Stati Uniti.

Cosa ci insegna questa storia non lo (e non lo voglio forse neanche sapere), ma passeggiare oggi nella giungla e vedere resti del sogno americano deve essere certamente suggestivo. Scempi, sfruttamenti, disastri ecologici a parte (come se fosse poco), ho una certa venerazione per chi ragiona in grande, ma veramente in grande (e non è una morale!).

Fordlandia, the place (not) to be.

WU

In un mondo senza elio

L’elio serve per gonfiare i palloncini. L’elio serve per sistemi di propulsione spaziale e come pressurizzante per i serbatoi dei motori a propellente liquido dei razzi. L’elio serve per aiutare pazienti con problemi respiratori (l’Heliox è una miscela di elio ed ossigeno. L’elio serve come base per tantissimi sistemi di refrigerazione (è l’elemento con il punto di ebollizione più basso tra quelli noti: -270 gradi centigradi). L’elio serve per le risonanze magnetiche (le bobine che generano il campo magnetico sono superconduttori, e per esibire tale comportamento sono tenute a temperature molto basse). L’elio serve ad un sacco di cose a cui tipicamente non pensiamo, ma soprattutto (ripeto) a gonfiare i palloncini. Ora, a parte rendere tristi le prossime generazioni di bambini, cosa succederebbe se finissimo l’elio? E perché ce lo chiediamo?

La verità è che siamo alle porte della terza penuria globale di elio negli ultimi 14 anni e la cosa ha ripercussioni molto più ampie di quella (non trascurabile, in base all’età) dei palloncini.

Il 90% dell’elio in commercio deriva da tre nazioni: Stati Uniti, Algeria e Qatar. Dato il mercato molto ristretto ed i fornitori molto limitati un qualunque problema geo-politico in una di queste nazioni mette a serio rischio la disponibilità mondiale di elio. Già nel 2017 gli Emirati Arabi hanno imposto (nell’ambito della crisi diplomatica dei paesi del golfo) un embargo alle esportazioni del Qatar. Il crollo delle esportazioni del secondo produttore mondiale ha ovviamente causato un grave penuria (quella precedente a quella che stiamo per vivere) nella disponibilità del gas.

Per compensare la penuria di elio, gli Stati Uniti (primo produttore mondiale) hanno dovuto incrementare il rateo di esportazione e quindi di produzione. La cosa ha ovviamente un impatto economico sia sui costi di estrazione che sui prezzi di vendita del gas. Le riserve USA, inoltre, sono sicuramente abbondanti, ma non certo infinite.

L’elio è tipicamente un gas “di scarto” delle estrazioni petrolifere che lo raccolgono (in parte) come sottoprodotto dell’estrazione e le riserve americane si concentrano nei paesi più ricchi di petrolio: Texas, Oklahoma e Kansas che hanno visto incrementare (leggi: hanno avuto più spese e quindi chiesto più soldi) le attività legate all’estrazione e l’immagazzinamento di elio. Questa sua caratteristica di essere “legato” alle estrazioni petrolifere è effettivamente un problema per l’approvvigionamento di elio. Non esiste, infatti, praticamente nessuna struttura dedicata unicamente alla sua estrazione.

E la cosa non è certo finita qui. A complicare le cose (ed aumentare i prezzi) vi è una fanta-legge americana del 1996 che prevede di immettere sul mercato (all’asta, per la precisione) tutto l’elio delle riserve USA entro il 2021 (altro motivo per cui ci avviciniamo alla terza crisi globale di elio nel giro di pochi anni). La legge fu varata quando l’elio immagazzinato nelle riserve americane generava più perdite economiche che altro. L’operazione immetterà tantissimo elio sul mercato; la speculazione è dietro l’angolo ed una gestione poco oculata di tutto questo elio porrà di certo problemi di reperibilità del gas negli anni a venire.

In breve: i giacimenti vanno consumandosi e la gestione del gas sembra passare (come di solito accade) più da logiche politiche-commerciali che da reali necessità. L’elio, inoltre, è estratto solo in parte (costa!) dalle compagnie petrolifere e l’attuale sistema produttivo che mira a ridurre il consumo (e quindi l’estrazione) di combustibili fossili per ridurre il riscaldamento globale di certo non aiuta la produzione di elio (sia l’estrazione che la possibilità di individuare nuovi giacimenti).

Anche se queste crisi fossero solamente passeggere e null’altro accadesse, visti gli attuali tassi di consumo dell’elio e la scarsa disponibilità di questo elemento, la stima è che le riserve di elio finiscano entro il 2040. Non sono certo di averne capito la portata, ma mi preparo a vivere in un mondo senza elio.

WU

PS. Se ci pensiamo un momento l’idea che l’elio sulla terra possa scarseggiare suona di paradosso. L’elio è, dopo l’idrogeno (75%), il secondo elemento più abbondante nel cosmo (quasi il 24%… quasi tutto quello che non è idrogeno…). L’elio si è formato nei primissimi istanti di vita del cosmo ed è stata praticamente la prima cosa che “si è creata” non appena la materia è diventata abbastanza fredda da consentire l’unione di un protone ed un neutrone e successivamente due protoni e due neutroni (l’elio, appunto). E come se non bastasse le stelle (quelle tipo sole… da cui, non a caso il nome Helios) producono elio fondendo fra loro atomi di idrogeno.

Tutto questo elio che c’è nel cosmo non arriva sulla terra. Qui giù da noi l’elio ha origine con il decadimento di isotopi radioattivi (e.g. uranio) che nei secoli hanno formato delle sacche intrappolato sotto la crosta terreste.

Mansa Musa, pluri-miliardario sconosciuto

Dimentichiamoci Gates, Bezos, Page, Bloomberg, Zuckerberg, Arnault, Ortega, Musk, Benson e chi più ne ha più ne metta. Gli uomini ricchi di questo/i secolo/i non sono che poveracci (ah ah ah, io allora mi consolo pensando di essere ricco dentro 🙂 , dato che non sono neanche qui…) se paragonati alle ricchezze dell’uomo più ricco della storia.

Ovviamente detto così suona un po’ da fake news, ma vediamo di mettere dei paletti. Vi sono “studi” e “classifichine” (parlo di Forbes, tanto per fare un nome) che non solo fanno una graduatoria degli uomini più ricchi in circolazione, ma si sono addirittura spinti a rivalutare i capitali (stimati) di grandi paperoni nella storia per fare classifiche degli uomini più ricchi di tutti i tempi.

Non vi rovino la sorpresa (e per questo non metto link di sorta), ma è facile indovinare che nella classifica troviamo imperatori, monarchi, despoti e figure del genere (Gengis Khan, Stalin, Cesare Augusto) oltre che imprenditori storici (tipo Carnegie o Rockefeller), ma è difficile che riusciate, magari senza un piccolo aiutino, ad indovinare la prima posizione.

La storia dell’uomo più ricco di tutti i tempi (ripeto, secondo stime, calcoli, rivalutazioni, notizie sommarie e con tutti i se ed i ma del caso… motivo per cui prescindo dal valore effettivo stimato delle sue ricchezze) inizia nel Mali

Era il 1312 quando fu incoronato il nono imperatore del regno, Mansa Musa. Uno dei primi mussulmani alla guida del regno, istituì il ramadan come festa nazionale cercò di diffondere l’Islam nel suo paese, fondò università islamiche ed annesse pacificamente al suo regno città del calibro di Timbuktu, Taghazza e Gao.

Il suo punto di forza, in termini di ricchezza, erano le risorse minerarie del Mali; l’oro, in particolare. Pare ne possedesse risorse quasi incalcolabili (e quindi la stima dell’uomo più ricco della storia va proprio presa come tale) in un periodo in cui la richiesta del metallo prezioso era particolarmente alta.

Si narra che durante un suo pellegrinaggio alla Mecca (oltre a far edificare ogni venerdì una nuova moschea lungo il suo cammino per potervi pregare, ma queste per uno che cammina letteralmente sull’oro dovevano essere inezie) distribuì a vario titolo tanto oro alle popolazioni che incontrava da causa in periodo di inflazione in Egitto che durò per ben 12 anni… non di certo un viaggio che passò inosservato…

Il suo seguito, durante questo viaggio (durato una dozzina d’anni… mica un weekend), si dice fosse composto da 60.000 uomini, araldi, cavalli e cammelli; 12.000 schiavi trasportavano 4 libbre d’oro in barre ciascuno ed 80 cammelli, viaggiavano carichi di 50-300 libbre d’oro in polvere pronto per esser donato a ciascun mendicante (chissà quale era la sua concezione di questa figura) avesse avesse incontrato sul suo cammino.

Questo viaggio non fece che accrescere la fama di Mansa Musa come una specie di Goldfingher ante litteram e tramandare a noi qualche dato sulle enormi ricchezze che indubbiamente l’imperatore doveva possedere (…e come storia vuole, lui e solo lui, dato che il Mali ne allora ne oggi brilla per tenore di vita… vi ricordate questo punto?)

A parte esser o non esser stato l’uomo più ricco di tutti i tempi di questa faccenda mi colpiscono una serie di cose:

  • non avrei mai detto che al primo posto di questa fanta-classifica ci potesse essere … l’imperatore del Mali del 1300 e dispari;
  • un tempo la ricchezza era effettivamente basata su un bene fisico; oggi no, sono al più numeri su uno schermo… non sono certo che le cose siano equivalenti;
  • abbiamo ancora una volta la conferma di come i popoli meno abbienti siano governati dagli imperatori più sfarzosi che ricordiamo… e questa non è solo storia recente;
  • nonostante le sue ricchezze non mi pare fosse uno scellerato imperatore in preda ad uno smisurato ego; forse la storia ne ha attutito i contorni, ma di certo il rischio che Mansa Musa diventasse famoso come il peggior imperatore del Mali (cosa non successa) era molto alto…

WU

Il Lewis Warder ritrovato

… una storia che vale la pena raccontare (almeno per il fortunato protagonista, ovviamente… e per me che apprezzo sempre le evoluzioni del Fato).

Siamo nel 1964 ed un antiquario scozzese acquista per la bellezza di dieci sterline una statuetta. Qui sta, secondo me, il vero “talento” di alcune persone: ovviamente l’antiquario non poteva prevedere il suo futuro, ma fra un misto di fiuto e di culo ha assecondato un suo desiderio ed ha aperto le porte ad Destino.

Comunque sia, l’antiquario in questione ha preso il soldatino (anche un po’ massiccio a dire il vero) e lo ha riposto in una scatola. Chissà, forse fattosi trasportare dall’entusiasmo dell’acquisto non ha valutato fino in fondo la bellezza/bruttezza dell’oggetto (beh, mi sembra un monaco orbo ed obeso…).

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Un giorno, con il soldatino in mano, ha deciso di farlo vedere ad uno specialista (ma lui non era un antiquario?), che gli ha confermato di avere fra le mani un pezzo di una scacchiera; la torre, per l’esattezza. Ma non un pezzo qualunque! La torre sarebbe, infatti uno dei pezzi mancanti della scacchiera di Lewis: antichità vichinga risalente al XII secolo, intagliata in avorio di tricheco che contava, in origine, pezzi sufficienti per tre scacchiere. Della scacchiera e dei suoi pezzi si sa relativamente poco: ritrovata nell’isola di Lewis (Ebridi Esterne, praticamente la periferia del nulla, ma un tempo sulle rotte commerciali europee…), manufatta in Norvegia (forse… c’è chi data l’insolita presenza di alfieri le colloca in Islanda) tra il 1150 e il 1200 è una delle prime testimonianze della diffusione del gioco degli scacchi in Europa (forse commissionata da un vescovo, forse intagliata da una donna, forse…).

Di questi 98 pezzi nel 17831 in Scozia sono stati scoperti (leggenda vuole da una mucca al pascolo) “solo” 93 pezzi: 82 sono custoditi al British Museum di Londra ed 11 al National Museum of Scotland ad Edimburgo. La statuetta in questione sarebbe quindi uno dei cinque pezzi scomparsi da circa due secoli!

Il colpaccio dell’antiquario sta ovviamente nel valore economico dato alla statuetta che dalle dieci sterline originarie che è stata pagata ora sarà battuta all’asta per un valore di milione e centomila sterline! I miei migliori complimenti all’antiquario per aver dato la possibilità al Destino di compiersi e mi chiedo come si deve sentire oggi colui che gliela vendette 55 anni or sono.

WU

PS. Si, sono i pezzi degli scacchi che avete visto in Harry Potter… prima che lo scopriate, anche voi, da Goooogle.

Palladio, cercasi

… un po’ palliduccio, ma decisamente prezioso.

Facciamo una graduatoria di valore economico (sommaria ed ovviamente senza basi economiche/scientifiche): argento, oro, platino e… palladio. Esatto, la vetta del metallo più prezioso (a parte cose rare ed esotiche) è saldamente in mano al Palladio.

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A vederlo non che sia un graché. Del gruppo del Platino, numero atomico 46, bianchiccio che sembra un po’ l’argento. Non si ossida, è duttile dopo ricottura, ma estremamente duro se incrudito, molto permeabile all’idrogeno e bla bla bla.

Ma la cosa decisamente “strana” per questo metallo è che già nel 2017 aveva avuto un balzo nelle sue quotazioni tanto da veder raddoppiato il suo valore ed aver scavalcato il platino. All’epoca il sorpasso era ritenuto temporaneo e già si parlava di una bolla speculativa che poco aveva a che fare con il vero valore e la vera disponibiità del palladio.

Gli anni, invece, sono passati e la vetta dei metalli prezioso è stata saldamente detenuta dal palladio. Anzi, la sua crescita non si è arrestata. Dopo una fase di flessione nel 2018 e dopo aver toccato il minimo verso la fine dello scorso anno il suo prezzo è addirittura raddoppiato e dallo scorso dicembre è diventato definitivamente più caro dell’oro. Nel 2019 ha già guadagnato quasi il 30% (più del petrolio!).

Si, ok, secondo gli esperti di finanza (un po’ rabbrividisco) si tratta solo di una bolla speculativa, ma c’è (forse) anche altro. Da circa otto anni ci sono segnali di scarsità del metallo e le scorte (principalmente quelle segretissime della Russia) dalle quali si attingeva pare siano ai loro minimi. Stime dicono che in tutto il mondo sarebbero rimaste tra 10 e 18 milioni di once di palladio. Il che vorrebbe dire fra 1 e 2 anni di consumi!

Ma a che serve il Palladio? E’ molto usato in gioielleria, in odontoiatria, sistemi di telecomunicazione, candele dei motori a scoppio, ma soprattutto come catalizzatore. Ed il campo principale in cui lo si usa per le sue doti di catalizzatore sono le marmitte delle auto. In questo settore c’è una vera e propria fame di Palladio, tanto che chi ne ha scorte preferisce addirittura venderlo alle aziende automobilistiche piuttosto che farne derivati. E’ uno degli effetti collaterali del “dieselgate”; infatti specifiche e controlli sempre più stringenti sulle emissioni costringono ad usare quantità sempre maggiori di Palladio nei catalizzatori. Almeno finché le auto elettriche non guideranno il mercato…

Ad aggravare ulteriormente la situazione c’è l’aspetto non trascurabile che non c’è mai stata una “corsa al Palladio”. Esistono pochissime miniere di Palladio (e per di più l’80% di tutte le forniture arriva da soli due paesi: Russia e Sudafrica -con ben noti problemi all’industria mineraria-) e più che altro il metallo si estrae assieme a platino o nickel che però guidano le estrazioni. In pratica è stato finora considerato come una sorta di “side benefit” anche se ci stiamo pian piano accorgendo che è forse la cosa più di valore che dovremmo tenere sott’occhio.

Le previsioni dicono che il palladio raggiungerà i 1.600 $/oz, che la domanda aumenterà ancora del 5% nel 2019 arrivando a circa 11,2 milioni di once e che il deficit di scorte toccherà le 800.000 once. In pratica un bene più che di lusso… che tutti abbiamo nelle nostre marmitte.

Lungi da me suggerire investimenti finanziari, ma se avete per puro caso qualche grammo di Palladio in giro mettetelo in cassaforte (come la password dei vostri Bitcoin, ovviamente).

WU

PS. Vuoi vedere che Ironman aveva veramente ragione?

PPSS @ 29.03.2019 Ribadisco che lungi da me fare qualunque previsione dei mercati azionari. E’ comunque notizia di questi giorni che il Palladio ha perso ben il 15% in due soli giorni. Che sia lo scoppio della tanto acclamata bolla oppure un “normale” andamento al ribasso di un bene che aveva sfiorato il record di metallo più prezioso lo lascio ad altri. Fatto sta che il palladio aveva toccato il record storico di 1.620,52 $/oncia la scorsa settimana.

Se avete derivati basati sul Palladio, personalmente, non li venderei, anzi… ora che il prezzo è sceso sotto “soglie tecniche” lo acquisterei… E’ vero che il mercato automotive elettrico è in forte crescita, ma i segnali di scarsità del metallo e l’attuale richiesta per applicazioni catalitiche non mi paiono in diminuzione. Oscillazioni del genere, IMVHO, sono più o meno intrinseche in beni su cui una componente di rally finanziario esiste certamente e portare-tanti-soldi-a-casa-subito, si sa, fa gola a tutti. Chi non risica non rosica, no?!

Shitexpress

Vi ricordate questa storia che la merda potrebbe valere ora (nel senso proprio letterale dei termini)?

Benissimo, ora scopro (in realtà un caldo suggerimento…) che anche la materia prima potrebbe essere reperita in maniera decisamente originale… anche se sono certo non è questo lo scopo primo del servizio in questione.

Shitexpress (startup, devo dirlo?) si propone di essere un corriere espresso di escrementi. Avete presente quelle persone che vi stanno proprio sullo stomaco (per essere eleganti), ma non avete voglia, modo o non siete nella posizione per esplicitare il vostro disappunto? Benissimo, con Shitexpress è tutto risolto.

Basta scegliere il destinatario (che sono certo merita la sorpresa), decidere che genere di feci recapitargli (animali diversi, consistenze ed aromi diversi… ad ognuno il suo… chissà quale tipo di feci farebbe per me?) ed il tipo di incartamento (anonimo? nominativo? elegante?); il resto vien da se.

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Non sono certo che sia un business particolarmente remunerativo, ma d’altra parte a parte un po’ di impacchettamento e qualche costo di spedizione non credo che reperire la materia prima sia un problema e men che meno che sia costoso. In fondo in questo caso direi che è l’idea che vince, indipendentemente dal guadagno che essa porta. Anche se nel 2014 (info più recenti non abbondano e la cosa non depone certo a favore della fiorente startup..) Shitexpress ha guadagnato più di 10.000 dollari in soli 30 giorni!

Il costo non è proibitivo (ed accettano Bitcoin! … il che li rende, forse, il servizio più di punta nel ramo “consegna cacca” fra i vari competitors che si trovano in rete), ma a mio modesto parere manca una parte fondamentale, qualche sistema per vedere (o meglio immortalare) l’espressione sul volto del destinatario. Impagabile.

Ah, per il discorso di estrarne metalli preziosi, c’è solo il piccolo problema che le feci umane non sembrano fare parte del portafoglio di offerta, ma magari una richiesta esplicita…

Non so se sia un business, ripeto, ma è di certo un “marketing experiment”.

WU

PS. Mi chiedo come venga dichiarato in dogana un pacco del genere…

Pregiate feci

Mi sono imbattuto in questo studio. Che sarebbe dovuto essere, nel lontano 2015, in odore (è veramente il caso di dirlo) di IgNobel.

Characterization, Recovery Opportunities, and Valuation of Metals in Municipal Sludges from U.S. Wastewater Treatment Plants Nationwide è un titolo lungo e farraginoso che personalmente riassumerei con “cacca a peso d’oro”.

Lo studio, condotto presso l’Arizona State University (… US, e dove sennò), ha individuato oltre 50 metalli in campioni biologici prelevati da 94 impianti di trattamento delle acque reflue. Fin qui potrebbe essere nulla di strano, ma…

Rare-earth elements and minor metals (Y, La, Ce, Pr, Nd, Sm, Eu, Gd, Tb, Dy, Ho, Er, Tm, Yb, Lu) detected in sludges showed enrichment factors (EFs) near unity, suggesting dust or soils as likely dominant sources. In contrast, most platinum group elements (i.e., Ru, Rh, Pd, Pt) showed high EF and KD values, indicating anthropogenic sources. Numerous metallic and metal oxide colloids (<100–500 nm diameter) were detected; the morphology of abundant aggregates of primary particles measuring <100 nm provided clues to their origin.

MetalsMunicipalSludges.png

Che vuol dire più o meno che i campioni di cacca analizzati risultavano arricchiti da metalli preziosi. Roba tipo argento, oro e platino; che più o meno vuol dire soldi nella cacca. E più ce ne è e meglio è! Lo studio ha infatti estrapolato i dati raccolti arrivando a prevedere che una comunità da un milione di persone può arrivare a produrre fino a 13 milioni di dollari di metalli; tutti contenuti nelle deiezioni. Anzi, i metalli più preziosi nelle feci umane potrebbero avere un impatto di ben 280 dollaroni al kilo!

For a community of 1 million people, metals in biosolids were valued at up to US$13 million annually. A model incorporating a parameter (KD × EF × $Value) to capture the relative potential for economic value from biosolids revealed the identity of the 13 most lucrative elements (Ag, Cu, Au, P, Fe, Pd, Mn, Zn, Ir, Al, Cd, Ti, Ga, and Cr) with a combined value of US $280/ton of sludge.

A parte il fascino che personalmente esercita su di me pensare che buttiamo nel cesso (letteralmente) elementi per i quali ci scanniamo, mi vengono subito alla mente le difficoltà tecniche e logistiche nel filtrare tutte le acque reflue per setacciare i metalli… anche se forse per 13 M$ l’anno si potrebbero pensare sistemi automatici per cui ne vale la pena.

Ancora non è del tutto chiaro come questi metalli preziosi finiscano nelle nostre feci. Probabilmente è quello che il nostro corpo espelle dopo trattamenti con prodotti per capelli, cosmetici, detergenti; oltre, ovviamente, agli “inquinanti” in ciò che mangiamo.

Cacca che vale oro potrebbe essere una delle sfide del nuovo millennio e chissà, potremmo “reinventare” il lavoro dei cercatori d’oro, anche se in chiave decisamente meno romantica.

WU

Ambra di bile

Ma voi sapevate che una delle sostanze più ambite di tutta la filiera (multimilionaria) dell’industria profumiera e niente po’ po’ di meno che … bile di balena?

Che i profumi impieghino sostanze che prese singolarmente sono al limite fra il disgustoso ed il quasi disgustoso è cosa ben nota (no?!), ma che uno degli ingredienti chiave derivi proprio dalla bile dei cetacei io non lo sapevo (il che è abbastanza ovvio, direi) ne tanto meno me lo aspettavo.

La bile di balena è una sostanza cerosa prodotta dai cetacei che si attacca alle pareti intestinali al fine di imprigionare e rendere digeribili oggetti che altrimenti risulterebbero irritanti. Capodogli e balene ingurgitano praticamente di tutto e dover digerire becchi di calamari, pinne varie, artigli ed aculei può veramente far venire l’ulcera.

La bile in questione è spesso espulsa tramite feci, vomito o sperma. Ovviamente il suo odore è nauseabondo… una volta espulsa. A contatto con aria e sale, tuttavia, la bile inizia ad ingiallire ed indurirsi fino a solidificarsi. La massa di bile galleggia sull’acqua ed è sospinta dalle correnti fino a raggiunge le spiagge dove si confonde fra i sassi delle spiagge. Con il sole e l’esposizione all’aria l’acre odore di bile si affievolisce lasciando il posto ad un aroma via via più piacevole e ad una sostanza che ha la pregevole (per l’industria profumiera) capacità di “fissare gli odori”.

La forma solidificata della bile di balena è quella che poi prende i nome (nettamente più piacevole) di ambra grigia. Ed è questo l’ingrediente alla base di tantissimi profumi (e.g. il famoso Chanel No.5 ne fa abbondate uso!). In passato l’ambra grigia era bruciata come incenso ed usata come potente afrodisiaco.

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La ricerca di ambra grigia è quindi un business non da poco. Scovarla fra le pietre delle riva e rivenderla alla filiera dei “grandi marchi” garantisce guadagni da migliaia di dollari per oncia (pare che nel 2016 un sasso di ambra grigia sia stato valutato più di 60 mila euro…). Capodogli e balena abbondano specialmente nelle acque oceaniche e le coste dell’oceano Oceano Indiano e dell’Africa Orientale sono i luoghi migliori dove tentare la fortuna. Ovviamente oggi la materia prima è quanto mai rara ed ambita (anche a causa della caccia ai capodogli) per cui il profumo che indossate ha, molto probabilmete, un bel surrogato sintetico della bile di balena.

Uno di quei rari casi in cui far salire la bile a qualcuno potrebbe essere un bene (anche se non, ovviamente, per il soggetto produttore…). Se la bile umana avesse pari valore saremmo miliardari.

WU