Categoria: daylife

(in)-comprensione da legalese

Ho iniziato la giornata e la settimana con uno shock da legalese e mi è subito tornato alla mente questo Dilbert di qualche giorno fa (beh, abbastanza recente, dai).

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Mi consola sapere che non sono l’unico che desume (non oso dire capisce) una percentuale minima delle cose tipo contratti/atti. Non mi consolerebbe firmare senza aver capito almeno una metà di quello che sto sottoscrivendo (dire 100% sarebbe tanto bello quanto utopico).

Ovviamente molto spesso (praticamente contiamo le eccezioni sulle dita di una mano) NON ho potere di firma per cui il mio approccio è molto Dilbert-style se non che per amore di conoscenza… nonostante scoraggianti risultati nella comprensione.

Trovo tuttavia quasi agghiacciante che chi deve poi effettivamente firmare (che per me “vecchio stampo” è sinonimo di “prendersi la responsabilità”) non abbia chiaro tutto il testo e/o chieda opinioni, pareri, verifiche a terzi, spesso neanche qualificati a tradurre dal legalese.

Potrei dire che “non è affar mio”, ma sono abituato a vedere un po’ tutti gli eventi legati fra loro e mi aspetto ripercussioni personali a cascata, seppur indiretta, da qualunque efficienza dei “firmatari” (specialmente, inutile dirlo, in ambito lavorativo).

Ad ogni modo, la domanda che poi mi faccio sempre a valle di questi miei infruttuosi tentativi in legalese (ma non solo, ammetto) è: ma a che serve un documento che non fa capire ciò che chi l’ha scritto voleva dire? Se solo un super esperto lo può leggere, vale davvero la pena distribuirlo (e chiedere di firmarlo) a comuni mortali? E’ come se Podolsky (e.g.) mi chiedesse di firmare le sue equazioni sulla relatività.

WU

PS. Trovo particolarmente illuminante l’affermazione “my inability to identify a problem is not proof of no problems“. Ah, come vorrei che questo messaggio fosse a calce di qualunque “non lo so”…

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Modalità di default

Devo (e sono certo di non essere l’unico) ringraziare la mia rete celebrale di default. Che cosa è? Diciamo che è quella cosa che noi tutti usiamo ed abusiamo nella nostra realtà di tutti i giorni per sopravvivere, solo non sapevamo che si chiamasse così, anzi non sapevamo neanche che esistesse…

Default mode contributions to automated information processing è l’articolo che riassume la ricerca (che va avanti dal 2001) condotta dall’università di Cambridge che ha identificato questo sistema che noi sfruttiamo da millenni inconsapevolmente (?).

Using a cognitive flexibility task, we show that a set of brain regions collectively known as the default mode network plays a crucial role in such “autopilot” behavior, i.e., when rapidly selecting appropriate responses under predictable behavioral contexts. While applying learned rules, the default mode network shows both greater activity and connectivity.

Praticamente è il nostro autopilota mentale… e di ottimo livello! Ci consente tutte quelle operazioni routinarie anche complesse senza necessità di concentrarsi più di tanto (beh, non possiamo addormentarci quando siamo alla guida su un percorso che conosciamo benissimo, ma questo è un’altro discorso…).

Il cervello, normalmente, si accende in maniera settoriale in base agli stimoli specifici che riceve (area della vista, udito, e via dicendo), ma quando entriamo in modalità autopilota, il nostro cervello è come se già conoscesse le regole dell’ambiente circostante e non richiede l’attivazione di area specifiche. Passa a fare più che altro affidamento sulla memoria invece che “mobilitare” i centri decisionali.

In addition to dealing with variable demands of the environment in everyday life, we are continuously faced with routine, predictable challenges that require fast and effective responses. In an fMRI-based cognitive flexibility task, we show greater activity/connectivity centered on the default mode network during such automated decision-making under predictable environmental demands.

Lo evochiamo per tutte quelle situazioni che non consideriamo più particolarmente problematiche o degne di nota e lasciamo i nostri “gangli decisionali” liberi per l’imprevisto, per l’elucubrazione, o per la distrazione.

Ed ovviamente la scoperta, oltre ad accendere una luce su come facciamo a sopravvivere alla nostra routine getta anche le basi per identificare le basi di varie problematiche neurologiche. Ad esempio un difetto passaggio del pensiero razionale al controllo automatico (o il viceversa) potrebbe essere alla base di problemi di memoria, deficit di attenzione, impulsività, deficit di controllo razionale, o comportamenti compulsivi.

Furthermore, functional interactions between this network and hippocampal and parahippocampal areas as well as primary visual cortex correlate with the speed of accurate responses. These findings indicate a memory-based “autopilot role” for the default mode network, which may have important implications for our current understanding of healthy and adaptive brain processing

Ciao, oh mio autopilota, non ti conoscevo prima d’ora, ma ti sono già profondamente grato, a te ed a chiunque ti abbia installato nel mio pacchetto base.

WU

Problemi formato excel

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L’unico punto fermo è che inizio la giornata “with lots of problems”. Frase che si applica benissimo praticamente a tutte le mie mattine, fine settimana inclusi. Possiamo dire che io mi fascio la testa inutilmente (potenzialmente vero), possiamo dire che è una fase della vita (potenzialmente vero), ma dobbiamo dire che un modo per risolversi, a maggior ragione “in blocco”, non l’ho ancora trovato.

Non mi sto lamentando, sto constatando, grazie a questo XKCD, che non sono un patologico caso isolato.

Che siano problemi logistici, familiari, lavorativi, organizzarli e catalogarli è una cosa che aiuta. Lo capisco, non lo faccio (… men che meno con uno spreadsheet con cui già devo combattere quotidianamente). Diciamo che non so farlo. Non sono in grado di fare una scaletta “di priorità dei problemi”, diciamo che mi limito a (cercare di) risolvere o i più facili o i più urgenti.

Praticamente quando sono di spalle al muro (uno spreadsheet mi aiuterebbe a rendermene conto?) mi rimbocco le maniche; tanto quotidianamente uno scoglio da superare lo trovo (tutto sommato credo mi potrebbe mancare se non lo trovassi), che poi ci riesca o che ci riesca bene è tutto da vedere. Direi che qui è più una questione statistica: dati n problemi, provate n soluzioni, una decente potrebbe anche venir fuori.

Uno spreadsheet te lo farebbe vedere sicuramente meglio…

WU

PS. E notevolissimo anche l’alt-text: “I started off with countless problems. But now I know, thanks to COUNT(), that I have “#REF!ERROR: Circular dependency detected” problem“.

Praticamente l’apoteosi dello strumento sul contenuto.

Il mio autunno

Oggi tutto d’un tratto mi sono accorto che siamo in autunno.

Non lo avevo ancora realizzato (complice anche un clima più che altro primaverile…). Ad ogni modo, siamo in autunno, è un po’ una di quelle cose che ti colpiscono all’improvviso, il tempo di uno sguardo fuori, per poi tornare a nascondersi fra la routine di tutti i giorni.

Mi accorgo ora che i parchi sono pieni di foglie, mi accorgo ora che nelle vie del centro si vedono già le caldarroste e mi accorgo ora che vicino alle radici dei grandi alberi ci sono una pletora di funghi.

Non che sia una stagione che mi piaccia particolarmente, ma vedere le foglie che cadono fa sempre un certo effetto. Chissà che ci aspettiamo d’avvero, chissà se ci trasmette tristezza per la sua ineluttabilità o per il fatto che ci richiama la nostra caducità. Ingialliscono, cadono e, come ci sottolinea qui Snoopy, non ci salutano. Procedono, gialle ed indifferenti, verso il loro destino.

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Ma la cosa su cui forse prima non mi ero soffermato, e qui elegantemente Lloyd ci fa notare è come cambi la prospettiva a vederle cadere “dall’alto”. Nei panni di un albero, che è stato già privato (beh, diciamo che è in procinto di esserlo) del suo caldo sole estivo, il modo migliore per aspettare i nuovi germogli è lasciare libere le stanche foglie.

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Ma tutta questa saggezza è intrinseca nella natura o in noi che vogliamo leggerla in essa? E poi il fatto che vogliamo vedere in una foglia che cade il sole che tornerà non è che solo un modo per consolarci di quanto stiamo/abbiamo perso? Non bruciamo le tappe, gustiamoci, per quanto difficile, anche il momento stesso della caducità.

WU

PS. Ed a corredo di questo vigoroso autunno, un altro paio di scatti che ho rubato per caso nel momento in cui ho realizzato che … siamo in autunno. E c’era davvero scritto da tutte le parti!

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… il genere di cose a cui non penso

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Questa striscia mi fa venire in mente che non sempre paga fasciarsi la testa con tutti i problemi del mondo. Ok, ok è un’iperbole, ma diciamo che anche se vi sono problemi che ci toccano (o, peggio, toccheranno) da vicino non dobbiamo per forza arrovellarci il cervello cercando di risolverli anzi tempo.

Direi che spesso l’idea di affrontare il quotidiano limitando la “pianificazione” e le inevitabili associate preoccupazioni a quelle strettamente necessarie (la cui definizione è il paradiso della soggettività) potrebbe aiutarci a gustarci la nostra colazione.

Altra soluzione è tenere sempre la mente affaccendata, impedendo derive riflessive grazie ad occupazioni continue e, spesso tristemente, ricorrenti. Soluzione che un po’ mi ricorda una fuga da se stessi, non altrettanto sobria e pacata come invece ci vorrebbe insegnare Snoopy.

Non-preoccupazioni da lunedì mattina.

WU

Ru-106: attenzione, attenzione

Dai che qui diamo un po’ di nuova benzina al fuocherello del complottismo…

Il Rutenio-106 è radioattivo. E detta così effettivamente è un problema. A meno di non essere Homer e giocherellarci, magari infilandocelo nella maglietta, non è consigliabile tenerlo in mano, respirarlo, mangiarlo, etc.

Il simpatico elemento in questione è di recente protagonista di una MODESTA, ma rilevabile contaminazione atmosferica (fatemi scrivere “scie chimiche” anche solo per il piacere di farlo) nel nord Italia, in Austria, nella Repubblica Ceca, in Svizzera, Polonia, Norvegia e Svezia.

In Svizzera le concentrazioni nell’aria si sono rivelate più basse rispetto ad altri Paesi colpiti dalla contaminazione. Il valore massimo, misurato tra il 2 e il 3 ottobre in Ticino, è ammontato a 1’900 micro-Becquerel/m3.

Il livelli di concentrazione dell’elemento nell’atmosfera sono saliti in maniera non allarmante (…con poca gioia dei complottisti, che comunque non si sono sottratti a titoli … accattivanti ), ma rilevabile; rilevato dall’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra).

Si conferma che i valori di concentrazione di radioattività misurati non hanno rilevanza dal punto di vista radiologico e sono tali da non costituire alcun rischio di tipo sanitario.

Ad aumentare l’alea di mistero del fenomeno si aggiunge che la fonte e la causa di tale contaminazione non è affatto nota. Si sa solo che la durata è stata limitata alla settimana fra il 29.09 ed il 10.05 di questo anno.
Ci sono tutti gli estremi per parlare di alieni, esperimenti segreti, cospirazioni, ed ovviamente per accendere un dibattito geo-politico almeno europeo.

Altra chicca non trascurabile: il Rutenio-106 NON esiste in natura. E’ solo di origine artificiale ed è, fra i vari isotopi di rutenio, il più stabile (tempo di dimezzamento 373 giorni).

Viene prodotto, principalmente per scopi medici, scientifici e come combustibile nucleare, in diversi paesi dell’est extra-europeo. Il Rutenio-106 è anche uno degli elementi delle scorie radioattive esaurite; serve almeno un trentennio prima di consideralo sicuro.

Il mistero rimane (e meno male), ma l’ “emergenza” è passata. Sicuramente complice anche l’incremento della circolazione delle masse d’aria ed un po’ di pioggia (che pulisce l’aria ed inquina il suolo e le faglie). Sarebbero da escludere (e non stento a crederci) esplosioni nucleari, incidenti e/o test segreti, se non altro per la presenza nell’aria di un solo elemento radioattivo (e non di tutta la pletora di radionuclidi artificiali che di solito accompagna questi eventi). Una probabile fuga dell’elemento da qualche centro (orientativamente nell’est europeo) medico/scientifico potrebbe essere la causa più verosimile, ma decisamente poco interessante per del sano allarmismo.

WU

Polemiche

… ed io ne sono, in fondo (ma poi neanche troppo in fondo), un grande fautore. Non perché mi piacciono, perché mi viene praticamente naturale. Molto più facile essere polemico che obiettivo; molto più facile essere accomodante che polemico.
Ad ogni modo la visione di Lloyd (qui) è come sempre illuminante:

“Ho trovato questo strano oggetto sul fondo dell’animo. Sai cos’è, Lloyd?”
“Sembrerebbe una polemica, sir”
“Una polemica?”
“Esatto, sir. Funziona infiammando uno straccio di argomentazione imbevuto in un po’ di spirito di osservazione”
“Interessante. Ma non mi hai detto a che serve”
“Serve a far luce quanto basta a mettere in mostra chi la accende, sir”
“Insomma è una lampada, Lloyd…“
“Poco illuminante e quasi sempre senza genio, sir”
“Penso che ne potremmo fare a meno, Lloyd”
“Penso anche io, sir. Penso anche io”

Mi piace pensare che in fondo argomentazione ed osservazione della realtà ne sono alla base. E’ come dire che anche dalle migliori intenzioni può nascere una polemica, ovvero che viene quasi naturale rapportandosi con la vita.

Spegnerla sarebbe l’ideale, affievolirla più realistico. Che ci sia il genio o meno (… e vorrei vedere in quale lampada che possiamo accendere ogni giorno lo possiamo trovare…) e che la luce ci scaldi o ci infastidisca, credo che per quanto difficile possa essere una polemica da fare e/o da ricevere rimanga comunque uno degli spunti di cambiamento che ci toccano più nell’intimo.

Altro paradosso della natura umana.

WU

PS. E segnalo questo altrettanto lodevole commento al pezzo di cui sopra:

E se inserita in una bottiglia di discorsi incendiari può creare molti più danni di quanto si creda. Grazie Lloyd e Sir!