Intelligenza intuitiva

Oggi, onestamente, ho avuto un po’ di difficoltà ad astrarmi dalle mia quotidiana lotta per focalizzare la mia attenzione su qualcosa di totalmente inutile che fosse solo un po’ di allenamento ed alienamento per la mente. Mi sono reso conto che la difficoltà deriva (non so perché questa cosa mi abbia colpito solo oggi) dalla mole di informazioni, dati, notizie, etc. che processo. Ormai in gran parte (e forse come tutti) in maniera quasi automatica, incosciente e quindi sommaria.

Mi sono quindi ravveduto del fatto che (come tutti, ma ora la smetto di ripeterlo) spesso il primissimo filtro a tutto quello che mi passa davanti gli occhi e mi stuzzica la mente lo faccio in maniera istintiva, ad intuito. Aspetti della nostra mente che forse un tempo ci salvavano la vita mettendoci al riparo da qualche predatore e che oggi si sono con noi evoluti per salvarci la pelle, e la mente, dalla pletora di informazioni cui siamo esposti.

L’intuizione opera praticamente in maniera inconscia come meccanismo di sopravvivenza, oggi come un tempo (questo titolo lo leggo o no? questa news è affidabile? questo soggetto lo posso conoscere? etc.). Ravando un po’ in rete (fra siti che la mia intuizione ha classificato come para-affidabili, olistici, fancazzisti, click-biting, parolai, etc. etc.) ho scoperto che l’intuizione rientra nel concetto di intelligenza intuitiva la quale a sua volta si articola in quattro sottolivelli. Per come li ho capiti io:

  • Istinto animale – intelligenza istintiva di primo livello, quella che ci garantisce sicurezza e sopravvivenza. Tutti lo abbiamo intrinsecamente adottato, spesso inconsciamente. L’istinto come versione base dell’intuizione, quella che ci faceva scappare dai predatori e ci faceva “sentire” i pericoli senza averli per forza visti, ma semplicemente percepiti. E’ il livello più semplice dell’intuizione anche se non sempre sufficiente ad esprimerci al meglio e tanto meno elevarci.
  • Intelligenza emotiva – intelligenza istintiva di secondo livello, quella che ci garantisce capacità di comunicazione ed empatia (o almeno il tentativo di quest’ultima). E’ il livello di intuizione che ci mette in grado di relazionarsi con gli altri, che ci da coraggio, che ci fa andare oltre il mero istinto animale. L’intuizione che ci guida su cosa è appropriato dire o fare in certi contesti (si, a livello intuitivo prima che di educazione o condizionamenti sociali). E’ il livello della comunicazione non verbale (livello messo a dura prova dal contingente social distancing)
  • Potere visionario – intelligenza emotiva di terzo livello, più raffinata. La madre della capacità creative e visionarie, ed estremizzando anche delle nostre (e qui mi sono un po’ insospettito sulle mie “fonti”) eventuali capacità di percezione extrasensoriale o in generale altri eventi psichici (si sprecano…). Il livello della capacità straordinarie di fare o vedere le cose, di far scaturire idee nuove, di pensare in maniera trasversale.
  • Saggezza universale – intelligenza emotiva di quarto livello, quella che ci avvicina alla consapevolezza universale, all’unità del tutto (si, faccio un po’ di fatica…). Vi si accede spesso dopo profonda meditazione o pratiche dedicate (beh, si, da qualche parte si parla anche di esperienze pre-morte… anche se non so quanto siano classificabili come intuizioni…). Il livello più elevato di intuizione che ci permette di raggiungere il livello più profondo della realtà. Il livello che ci permette di poter realizzare i nostri obiettivi più intimi (che evidentemente abbiamo definito grazie ai livelli precedente… ed io sono ancora indietro) e soprattutto ci danno il potere di cambiare, ed in qualche modo “guarire” la nostra vita.

Sono fermo al primo livello con qualche capatina al secondo. Il terzo solo come frutto di impegno estremamente razionale (e quindi non intuitivo), mentre al quarto livello credo di accedere solo mediante la trama di qualche film 🙂 . Nonostante questo mi piace scavare in questi anfratti, al limite del razionale, al limite della fuffa, solo per cercare di spingermi un po’ più in la del mio “istinto animale”. Stasera medito; cioè, ci provo.

WU

Com’è l’acqua?

“Ci sono due giovani pesci che nuotano ed a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua? –
[D. F. Wallace, 2005]

Il succo è chiaro quanto triste: le realtà più ovvie, importanti e spesso presenti ovunque tutto intorno a noi sono le più difficili da capire, sono i tempi più spinosi da approfondire e spesso conduciamo una vita intera immersi (letteralmente) in esse senza rendercene neanche conto o, nel migliore dei casi, scalfendone solo la superficie.

Noi (ed io di certo) viviamo nella nostra acqua senza renderci non solo conto di “come essa sia” (dalla domanda del pesce anziano), ma senza neanche avere contezza della sua esistenza. Un po’ come il feto che vive nel suo liquido amniotico, il suo tutto.

Ora, il modo per declinare il significato di questa “acqua” è abbastanza soggettivo (e credo dipenda anche dalle stagioni della vita di ciascuno), certo è che ci sono alcuni valori che dati troppo per scontati finiscono per passare sottotraccia facendoci perdere proprio la possibilità di comprendere il contesto in cui ci muoviamo. Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza, solidarietà, etc. sono parole che scrivo con l’impressione di star ribadendo dei cliché o di dar “fiato” a scheletri vuoti di significato, pura retorica. Ci stiamo dimenticando quale sia la nostra acqua (… e nel dubbio ce l’avveleniamo anche).

Mi sento un po’ “annegato” in schemi vacui in cui l’apparenza (evidentemente eretta ad un certo punto alla stregua di un valore) sta cercando di prendere il posto dell’acqua e “vecchi valori” sono massi da spostare, problemi da risolvere (quantomeno per mettersi la coscienza a posto) o parole vuote e non concetti da approfondire. Sto diventando sempre più cieco ed imprigionato (questa la vera prigionia, non tutte le moine che abbiamo fatto per questo lockdown…) nelle mie quattro idee, scarne e discutibili, da far fatica a rendermi conto della realtà che mi circonda e, soprattutto, quella che lasceremo ai nostri posteri.

Aspetto il mio prossimo incontro con qualche anziano (e non per forza anagraficamente) pesce che mi faccia un po’ rinsavire.

WU

PS. Usare la domanda “Com’è l’acqua?” come mantra per cercare di far cadere qualche preconcetto o abitudine – qualora abbia la prontezza di accorgermene – mi pare un primo passo

All’indomani della Fase 2

Oggi sono un po’ in modalità “e se non ce la facessi”. Nel senso che si parla tanto di “Fase 2” come una specie di traguardo per riacquistare quella libertà (negataci finora?) e tornare vicini ad una sorta di normalità.

Il punto è che in fondo l’uomo è quella bestia che si abitua ed ogni cambiamento, nel bene e nel male, è un po’ un piccolo terremoto alle sue abitudini, alle sue certezze. Dando per scontato che non torneremo a fare “il concertone del Primo Maggio” a breve (ed almeno non come lo abbiamo dipinto nel nostro immaginario finora) mi chiedo se sono veramente pronto al prossimo “cambio di restrizioni” (o direi dire “cambio di libertà”?). Si, si parla di un “allentamento”, qualunque cosa questo significhi, ma lo scenario che si dipinge è un ibrido fra cose che non potevamo fare prima e che ora in forma edulcorata ci sarà concesso rifare (no, io a correre con la mascherina non ci vado!) e fra quel mondo “tutto aperto” a cui eravamo abituati prima che tutta la pandemia iniziasse.

Sono (siamo?) veramente pronti? Accetterò (di buon grado lo escludo) di fare qualcosa “un po’ meglio”, o diversamente, di come ero abituato a farlo sono per darmi una parvenza di “libertà” riacquistata? E poi, anche se lo accettassi, sarò veramente in grado di intendere/tollerare i limiti che “la Fase “” impone (a parte i meme sul “congiunto” il vero limite di cosa ci si sta chiedendo di fare mi pare abbastanza fumoso con il concreto rischio di lasciarlo all’interpretazione personale che sappiamo bene cosa significa).

Mi rendo conto che sono un po’ di deliri e molte infondate “paure” dovute al cambiamento alle porte. E sono cosciente che molte delle risposte a questi quesiti (che aleggiano nella mia mente in maniera solo leggermente più chiara di come le ho scritte) verranno più o meno naturali vivendo il periodo che ci aspetta (beh, vivendo ed interpretando), ma ad oggi mi dipingo scenari in cui faccio cose in maniera più o meno goffa in uno stato d’animo in bilico fra colui che sta facendo la marachella e colui che le fa solo per una ventata di “libertà”.

Facciamo un passo oltre (tanto per usare le attuali idee ben confuse come trampolino di lancio): non è che fra qualche anno avremmo reso “il social distancing” parte integrante del nostro modo di vivere? Non so se mi piacerebbe o meno, di certo la reputo una sconfitta, non per il gesto in se quanto per il motivo (antropico) che lo scatenò e per il fatto che vi ci siamo poi abituati.

WU

PS. Un paio di Dilbert (qui e qui) sul tema mi hanno tirato su il morale e probabilmente senza spostare neanche più di tanto il tema delle mie elucubrazioni. Credo possa a buon titolo essere definito un effetto curativo dell’arte.

Dilbert280420

PPSS. Non chiedetemi perché, ma ci metterei questa colonna sonora qua.

Ucronia

Dicesi ucornia (adoro questo tipo ti incipit didascalico che poi sfuma in una supercazzola) una sorta di teoria alternativa in cui la reale storia del nostro mondo è rivisitata (per non dire reinventata) assumendo che alcuni eventi non siano mai accaduti o siano andati diversamente.

L’etimo è greco e deriva dalla fascinosa crasi delle parole “non” e “tempo” (sulla scia di utopia che è “non” e “luogo”), ucronia si colloca quindi in “nessun tempo”. Appunto.

Una fantastoria storica la definirei. Cosa ci sarebbe accaduto se questo o quell’evento storico fossero andati diversamente? Se l’impero romano non fosse mai caduto? Se la WWII fosse stata vinta dai nazisti (beh… questo è facile)? Se questo o se quello… anche se il punto è che noi siamo qui a domandarcelo esattamente perché non è successo. E se lo fosse non sarebbe, per definizione, un’ucronia.

L’uconia è un terreno molto fertile per poeti, scrittori, sceneggiatori, etc. Lo è sempre stato. Abbiamo una pletora di film “ucronici” e, tanto per fare un esempio, 1984 di Orwell (scitto nel 1948) non è altro che la descrizione di un’uconia. Non sono bravissimo (e neanche bravo) con le serie televisive, ma mi ci gioco la mano di Scevola che ne esiste almeno una descrivente un’uconia.

Fantasticare mi (ci) piace, la storia come la conosciamo ci sta a tratti stretta, essere in un certo stato ci spinge quanto meno a porci domande su cosa sarebbe stato se…, tutto ciò mi porta a considerare l’uconia come un interessante banco di prova per la nostra fantasia e le nostre frustrazioni (ciò che ci sta stretto in questa realtà è qualcosa vorremmo vedere almeno diverso se la storia avesse preso un altro corso). Si, un vezzo da fumettista incallito, ma con una base di verità che mi strappa una riflessione oltre che un sorriso.

Tanto per farvi due “risate” e due “riflessioni” ecco cosa sarebbe successo (…beh, almeno secondo qualcuno che sta vivendo in un’altra storia…) se Cristoforo Colombo non avesse mai scoperto l’America, anzi se non avesse trovato assolutamente nulla.

Le uconie sono ovviamente non univoche, ma mi chiedo se poi tutte le “linee temporali” (e mi sento Doctor Strange…) siano veramente diverse a seconda di singoli eventi andati diversamente o se poi “il destino” “Dio” “i casi della vita”, qualcosa insomma, non tenda a far riconfluire alcune evoluzioni temporali lungo evoluzioni storiche affini se non proprio uguali.

WU

PS. Ovviamente il passaggio ad un qualche distopico futuro è piuttosto che semplice, a tratti anche banalizzante.

La giornata della Terra 2020

Ieri (si, sempre con i miei tempi e devo dire che in questo caso ne sono un po’ fiero, per il sol fatto che non vorrei fosse uno di quei casi “se ne parla oggi e festa finita” ed essere un po’ in ritardo è quanto meno una coda per la memoria di qualcuno, fosse anche di un solo giorno), era la “giornata della Terra”.

Non sono un fan delle ricorrenze, e questa entra nel mucchio, ma mi rendo conto che sono pretesti (e basta) per portare l’attenzione dei più su temi specifici (da San Valentino a Dante, dal Pi Greco alle Giraffe, per intenderci). E l’attenzione sullo stato di salute di questo nostro pianeta (come se ne avessimo uno di scorta…) vale la pena esser tenuta ben alta.

In genera penso alla giornata della terra fra i 10 ed i 30 secondi (chessò, spegnendo l’interruttore e la sera o fissando uno schermo nero di un pc), ma quella del 2020 effettivamente è stata una giornata un po’ particolare. Uno dei pochi risvolti positivi di questa pandemia è infatti stato proprio il miglioramento di salute di diverse aree del globo (da New Delhi a Monza).

Potrebbe essere l’occasione giusta per fare da volano ad un cambiamento radicale delle nostre abitudini. Non lo sarà, lo sappiamo tutti. Tutti vorremmo lo fosse. Il divario fra le nostre volizioni sono i soldi, la produttività, l’affermazione, gli svaghi, gli status sociali, etc. etc. Insomma un po’ tutto il modo di vivere che abbiamo messo in piedi (si, un passaggio “vero” dalla gery-economy alla green-economy, magari traghettato da qualche aiuto fiscale “vero” sarebbe una possibile strada per colmare questo divario; strada che onestamente vedo decisamente in salita).

Ok, forse (spero di sbagliarmi, ma “il pancino” mi dice di no…) non cambierà nulla e fra un anno o anche meno saremmo nuovamente a leccarci le ferite su come abbiamo ridotto il globo, ma almeno ci ricorderemo (e di questo sono più sicuro) di questa pandemia come del periodo in cui gli animali sono tornati nelle città, del periodo in cui la qualità dell’aria è aumentata a dismisura, del periodo in cui si sono riviste cose (dall’Himalaya a 200 km di distanza alle meduse a Venezia, alle rilevazioni del rumore sismico di base) che pensavamo di non rivedere più. Prendiamolo, sotto questo aspetto, come un promemoria della nostra vulnerabilità.

… è solo che mi spiace serva una pandemia per ricordarci di tutto questo. Che devo dire: alla prossima?

WU

PS. Ho trovato, in particolare, notevole questo video (beh, forse un po’ troppo “romantico”, ma credo dipenda più che altro dalla voce narrante…).

Covid-19: interpretato (?) in grafici

Vivo da ormai tanto, troppo tempo in una specie di routine fuori dal tempo (ebbene si, il giochetto di parole è proprio voluto 🙂 ). Queste infinite giornate praticamente domestiche fra “smartworking” e “domusduties” sembrano sovrapporsi esattamente l’una sull’altra e lavoro su lavoro.

Fino a qualche tempo fa cercavo anche di star dietro la causa che ci ha portato a questo. Fino a qualche tempo fa seguivo il mamma-mia-che-ansia bollettino serale della protezione civile. Fino a qualche tempo fa elucubravo (qui giusto la punta dell’icesberg…) su possibili modelli di evoluzione del contagio. Ho praticamente smesso di fare tutte queste cose, soccombendo alla routine di cui sopra, quando mi sono accorto che i “risultati” o “i numeri” mi rattristavano molto più di quel barlume di distrazione che mi dava sentire il bollettino o modellare la pandemia.

XKCD210420

Si, l’ho presa un po’ alla larga, ma questo Randall mi ha effettivamente (ri)aperto gli occhi su come siamo sommersi di strani grafici, stranissime stime, particolari previsioni e se cerchiamo un numero (anche se mi chiedo chi lo cerchi effettivamente e se non sia diventato per i più una specie di “rumore bianco”) dobbiamo prima destreggiarci fra fonti contraddittorie e visualizzazioni abbastanza “sfidanti” (inutili?).

Oggi non so bene quale numero sia in calo per la prima volta (quello dei nuovi contagi totali in qualche regione oppure il rapporto fra contagiati e guariti, o qualcosa del genere o una combinazione di qualcosa del genere), ma il punto è che ora più di prima esser sommersi da questi numeri/stime/statistiche che abbracciano dati (discutibili) su scala planetaria ci disorienta più che informarci.

Mi spingo anche oltre e non so se la cosa sia limitata a questa emergenza sanitaria o siamo oramai assuefatti ad avere davanti curve “non tecniche” e digerirle tirando fuori l’informazione che ci serve. Un po’ vanificando tutta la base teorico-scientifica che ha generato tali curve (…anche se forse dato un enorme database a disposizione qualcosa ne dobbiamo pur fare…). Forse ci bastano pochi (pochissimi) numeri nella maniera più asettica possibile, per definirla informazione e poi lascerei al singolo la voglia e la capacità di tirar fuori trend, previsioni (gioie o tristezze). Si richiede un po’ di lavoro in più, ma per quanto sia un approccio più soggettivo inizia ad apparirmi più oggettivo delle varie curve che ci propinano.

WU

PS. Poi l’alt-text del XKCD in questione è ancora meglio “adding data from South Korea but when their cases scaled to match the population of Japan and the land area of Australia, and vice-versa“: una supercazzola degna di qualche bollettino covid-status-update.

Reportistica di alto livello

Siamo, un po’ tutti (o almeno quelli più fortunati, checchè se ne dica) nell’epoca dello smartworking. Credo voglia dire lavorare in maniera snella, intelligente, efficace. Ed in parte forse è vero, ma in parte il periodo impone estenuanti sessioni di telefonate/videocall per fare le stesse cose che “in tempi non sospetti” si sarebbero fatte alla macchinetta del caffè o con un passaggio alla scrivania giusta.

Non mi manca il lavoro da ufficio (anzi…), intendiamoci, ma credo che per essere effettivamente “smart” in questo periodo sia necessario abbandonare un po’ di vecchie abitudini. La prima fra tutte, IMHO, quella di divagare: se ti chiamo per una cosa dobbiamo parlare solo di quella altrimenti il discorso diverge. Poi ci metti che i sistemi informatici non sono sempre di supporto. E poi ci aggiungi che non siamo coadiuvati dalla comunicazione non verbale (aspetto troppo spesso sottovalutato). E poi ci metti che siamo tutti iperconessi e mentre faccio la videocall con te chatto con altre quatto persone e gioco con il cellulare. E poi ci aggiungi che la concentrazione calava fisiologicamente in ufficio, figuriamoci a casa di venerdì santo… ed ecco che non ce la farò mai a farti “un report” (minuta? sunto? chiamatelo come vi pare) degno di questo nome.

Ammesso che questo “report” serva veramente poi. Se andiamo al cuore dei problemi, delle questioni, se (mai con in questo periodo) chi deve prendere le decisioni le prendesse effettivamente “il report” sarebbe una decina di righe, la durata delle “call” sarebbe drasticamente ridotta ed effettivamente il lavoro sarebbe catalogabile come “smart”.

Io lo dico così. Dilbert, qui, lo dice in maniera leggermente diversa, più generale, non legata allo “smartworking” (credo), ma con una dose di realismo agghiacciante.

Dilbert100420

WU (auguri)

PS. Certo, a meno che la durata di una riunione non voglia essere per qualcuno un indice di efficienza (anche in questo periodo) e quindi reputare “smart” semplicemente le cose “boring” e “confusing”. Impastando inglesismi come nella “call” a cui ho appena finito di partecipare.

Il COVID-19 ed il 5G

Non voglio, come sempre, fare l’ennesimo smascheratore di “bufale”, sia per vocazione, sia per competenze, sia perché credo che scrivere di certe cazzate serva solo per darli ulteriore risonanza.

Tuttavia questa notizia mi ha fatto praticamente sbellicare dalle risate ed anche se è palesemente una “fake news” non posso far a meno di scriverci due righe.

Le reti 5G sono la causa del COVID-19. Ed ho detto tutto (beh, magari potrei aggiungere che i due termini condividono solo un numero e null’altro).

Pare che in questi giorni le infrastrutture di telecomunicazione del Regno Unito si siano trovate bersaglio di una serie di atti vandalici volti a sabotare le torri di comunicazione 5G dato che sarebbero queste a “diffondere il COVID-19”. Tant’è che i principali operatori telefonici inglesi si sono trovati a dover diffondere un comunicato formale che dice sostanzialmente: lasciate in pace le nostre torri per telecomunicazione.5G-COVIDIl giorno 03 Aprile la Vodafone ha dichiarato di aver registrato atti vandalici verso quattro delle sue torri di telecomunicazione nell’area di Birmingham. Ee ha riferito che nella stessa area e nello stesso giorno una sua torre, non ancora operativa sul segnale 5G, è stata data alle fiamme. Inoltre sono state raccolte diverse dichiarazioni di molestie ed intimidazioni a personale coinvolto nella costruzione delle infrastrutture per il segnale 5G.

Il tutto ovviamente si innesta (oltre che sulla ingenuità ed ignoranza -nel senso di mancata volontà di informarsi- delle persone) sulla guerra che si sta facendo al segnale 5G in Europa (mentre la Cina a riguardo galoppa) e sul periodo di congestione della rete: smart working e rapporti ormai solo social-telematici stanno già mettendo a dura prova le infrastrutture telecom anche senza necessità di atti vandalici.

Come faremmo a sopravvivere a queste quarantena senza queste “pericolose sciocchezze”. O no?

WU

L’uomo, il virus, la pasta

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Diciamo che è un punto di vista un po’ diverso dal solito. Non che mi voglia mettere ad ironizzare sulla faccenda (io? caso mai ne riconosco i meriti a questo Randall…), ma a volte “mettersi nei panni dell’altro” è un toccasana, anche per rivedere le proprie posizioni.

E’ vero che in questo caso “l’altra parte” è un invisibile, contagiosissimo, pandemico esserino, ma tutto sommato far finta di vedere come la pensano non allevierà di certo le nostre sofferenze, ma un sorriso ce lo strappa di sicuro.

E poi, siamo veramente sicuri non stia messo peggio di noi? Non che mi interessi particolarmente in effetti, ma almeno a livello di domanda vale la pena porsela, se non altro per uscire dal nostro guscio di commiserazione e tristezza (sono l’unico a cui il bollettino della protezione civile dell 18:00 ricorda una specie di bollettino di guerra? Ascolto i numeri dandogli sempre minor peso, ormai assuefatto a curve, trend, statistiche che mi dicono e non-dicono).

Ad ogni modo trovo questo XKCD veramente diverso dal solito e se non altro un po’ di riflessioni “diverse” in questo livello me le sollecita: non siamo noi ad essere intrappolati con il Covid, è lui ad esserlo con noi.

Ah, aggiungo anche che l’idea che “they seem determined to protect each other”, benché lodevolissima, temo che si infrangerà presto contro una voglia di “normalità” (qualunque cosa questo significherà in futuro) che spero non ci faccia vanificare i tanti sforzi che stiamo facendo (con evidente grade soddisfazione dell’amico Covid) e facendo percepire all’amico virus che il vero limite del suo ospite nel “brain” più che nel “immune system”.

E poi noi abbiamo la pasta (e grazie per tutto il pesce, direbbe qualcuno 🙂 ).

WU

April’s fool, nonostante tutto

In questo periodo di atmosfera surreale sembra uno scherzo solo pronunciare la parola “pesce d’Aprile”. Eppure oggi, formalmente, è il primo di Aprile. Non che mi sia una ricorrenza particolarmente cara, ne piacevole, ne tanto meno ci avrei pensato se non fossimo in questa situazione di “riflessione prolungata”, ma la verità è che questo Peanuts me lo ha fatto venire in mente.

CB01042020

In condizioni normali, ripeto, non mi sarebbe neanche venuto in mente e neanche avrei provato a fare “scherzi da prete” (chissà perché si dice cosi…) a qualcuno. In questo periodo di “state a casa!” qualche minuto in più di riflessione ce l’ho speso. Qualche idea di scherzo stupido mi è venuta, poche le ho anche messe in atto.

Certo, mi sento spesso (e non solo nella giornata odierna) come Lucy con Charlie. A volte gli avvisi, gli avvertimenti, “mettere le mani avanti” non serve a nulla. Diciamo che dipende da chi si ha davanti. Fate uno “scherzetto” a qualcuno che ha una vera passione/idea/obiettivo/ragazza-dai-capelli-rossi non solo non da soddisfazioni, ma non credo sia neanche giustificabile, neanche oggi.

Passare più tempo a stretto contatto con qualcuno è forse qualcosa a cui non eravamo abituati (io non di certo…) ed un modo per approfondire rapporti che crediamo profondi, ma sono quanto mai superficiali. Spesso, però, la buona conoscenza di qualcuno è il prodromo della maleducazione oppure, in questo caso, di qualche libertà in più che ci si crede di poter prende.

Lucy, ha veramente il diritto per “perculare” Charlie su questa cosa? Beh, diciamo di si, ma allora la reazione di ingenuo trasporto di Charlie è perfetta. Vorrei fosse la mia o quella che vedo quando faccio il Lucy della situazione!

WU

PS. Poche idee e ben confuse, mi rendo conto, ma non è un pesce d’Aprile questo, almeno nelle intenzioni 🙂 .