Categoria: daylife

Blue Monday

E’ inequivocabilmente una cazzata.

Oggi è il giorno più triste dell’anno (e già il fatto che io ne parli per tempo da una misura della stupidità della cosa)… ma non secondo il mio umore, bensì in base ad una sofisticatissima, accuratissima a fumosissima formula matematica.

Benissimo!

Allora, dati i dediti di ciascuno (parametro facilmente generalizzabile, no?), i giorni che separano dal Natale (… fondamentale per me che sono induista 😀 ), il salario mensile (sempre troppo basso per definizione), il meteo (di una regione a caso da scegliere in base alle correnti dell’est), la scarsa motivazione (che oggi secondo una congiunzione astrale che dura da millenni raggiunge il suo apice) e la consapevolezza che bisogna rimboccarsi le maniche, otteniamo che il terzo lunedì di Gennaio è il giorno più triste di tutto l’anno.

Per l’equazione (che mi vedo bene dal riportare) basta chiedere a Google (ed evito anche ogni link), ma a parte la difficile quantificazione di uno qualunque dei parametri soggettivi sopra, non riuscirei neanche ad identificare unità di misura quanto meno comparabile per le grandezze in oggetto!

Razionalizziamo che abbiamo speso troppi soldi (…) durante le feste ormai alle spalle, che ci aspetta un anno lungo e faticoso, che non prevediamo ponti e ferie a breve, che non è periodo di viaggi (attenzione…) e quindi ci facciamo opprimere dalla tristezza. Detto così ha quasi più senso di una qualunque equazione matematica.

L’origine “dell’equazione” e da essa tra tradizione anti-scientifica che ne deriva, è di uno psicologo inglese (nome volutamente omissis), data 2005, è stato divulgato e se ne è fatta assumere la paternità, a suo tempo, dietro compenso ed è, sostanzialmente, una grandissima trovata pubblicitaria (ed il mio parlarne contribuisce a tutta l’operazione)… o una grandissima cazzata.

Che tristezza (parola quanto mail calzante).

WU

PS. E come non citare, almeno, l’alter ego della data odierna? Il Mr Hide del Blue Monday è il giorno più felice dell’anno: data prevista (dalla solita mitica equazione) fra il 21 ed il 24 Giugno… il solo saperlo mi ha già fatto passare un po’ di tristezza.

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La nostra lotta quotidiana

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Questa per la serie “la vita è una lotta” o per quella “bisogna arrendesi all’evidenza”? Fatto sta che il conflitto, dalla mattina quando ci alziamo alla sera quandoci abbandoniamo a Morfeo, c’è. Ce lo creiamo noi stessi con la realtà che ci circonda e con le nostre aspettative.

Lo combattiamo (non tutti, fortunatamente, con baionetta ed elmetto) con i nostri gesti, le nostre azioni, i nostri contatti, il nostro lavoro, la nostra routine e via dicendo.

C’è chi si arrende prima, chi più tardi. Quasi nessuno molla a priori. Mollare, in qualunque senso questo termine lo vogliamo intendere, non è una sconfitta. Il “limitare le perdite” di questo Lloyd altro non è che accettare il punto in cui siamo arrivati.

In base all’interesse di una data situazione ai nostri occhi tale “resa” potrebbe non essere affatto facile e ci verrebbe molto più naturale continuare strenuamente a perseguire un’obiettivo palesamene irrealizzabile.

Non voglio (io?!) inneggiare alla resa (… ma neanche alla cieca speranza e lungi da me usare la parola “realismo”… praticamente oscillo a caso fra i vari estremismi) e confesso che sulle prime il Lloyd in questione mi ha quasi urtato, ma pensandoci con un po’ (quel po’ di cui sono capace) di razionalità in fondo ci sta dicendo: combatti finché puoi la tua lotta, la vittoria finale passa anche della resa in qualche battaglia.

WU

PS. E come non pensare (praticamente inevitabile) a:

“o forse non c’incontreremo mai
ognuno a rincorrere i suoi guai
ognuno col suo viaggio
ognuno diverso
e ognuno in fondo perso
dentro i fatti suoi”

[Vita Spericolata, V. Rossi]

Gli immancabili auguri

Quest’anno mi sono deliberatamente astenuto dal disturbare pigre e sonnolente digerite con discutibili post di auguri (come se gli anni scorsi lo avessi fatto… anche se qualche vezzo confesso di essermelo tolto). Ad ogni modo, in questa ripresa di attiva routine (che almeno il primo lunedì lavorativo dell’anno non vorrei definire tale e pertanto la affianco ad uno speranzoso “attiva”) non mi posso (no, proprio non ce la faccio… come non ce la faccio a non fare parentesi, neanche mentre penso) astenere almeno da un generico augurio di buon anno. Soprattutto considerando che il 100% della telefonate/mail/chiacchiere di stamane sono iniziate con queste due parole (non sempre sentite, confesso, ma spesso solo di circostanza).
Per limitare l’aria che circola nella mia bocca, sperabilmente dare il buon esempio e non dare neanche adito a fraintendimenti di auguri non sentiti lascio la parola ad una cinica, tagliente, razionalmente obiettiva Lucy (ed al suo doppio, immancabile Charlie).
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Se qualcuno stamane avesse risposto cosi ai miei auguri di certo sarei rimasto come uno stoccafisso, ma lo avrei veramente apprezzato come il più vero e sentito degli auguri.
Felice buon anno, tardivo, come da WU consuetudine.
WU
PS. E come non far presente il fascino della data palindroma odierna: 8.1.18; qualcosa deve succedere…

Life is very hard

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Un bel casco, nella vita, non farebbe male. Non è detto che se ne trovino, non è detto che siano sufficienti, non è detto praticamente nulla. Con tutti questi dubbi potrebbe essere anche meglio non trovarne.

Tanto un casco ti mette al riparo per quel che può, non risolve di certo i problemi. Credo sia l’antitesi della strategia “la miglior difesa è l’attacco” (a meno di non pensare di usarlo come oggetto contundente per l’aggressione delle problematiche).

E l’idea di Lucy (o meglio, del Dottore) non è poi così balzana. Il casco è uno di quei suggerimenti che ti vengono dati de default; una semplificazione di tutte quelle cautele che siamo portati (e ci viene caldamente suggerito) a prenderci quando abbiamo a che fare con … la vita.

Non ci aiuta più di tanto, non abbiamo niente di meglio. Anzi, per avere qualcosa di meglio dobbiamo essere molto più lungimiranti di quanto sia facile fare oppure rischiare molto di più. Teniamoci il nostro casco.

WU

The wall… of Super Mario

Come già sapete è questo il genere di cose che mi motiverebbe ogni mattina a svegliarmi per andare a lavoro. Non che pensi che sia utile passare tutto il tempo attaccando foglietti al muro per fare disegni, ma se nella frase precedente togliete il “sempre” allora togliete anche il “non”. Sempre di certo no, ma farlo per un paio di giorni e “goderne il risultato” per qualche mese di certo aiuta. Aiuta nella motivazione personale, aiuta a non alienarsi nella routine che anche il lavoro più bello del mondo nasconde, aiuta a fare gruppo, aiuta a concentrarsi, aiuta a creare, aiuta un po’ quello che vi pare, ma male non credo faccia. Sarà per questo che “non potrò mai diventare direttore generale…”.

Ad ogni modo, quelli della Viking Italia ci sono riusciti. Tanto di cappello. Sono riusciti non solo nella realizzazione, ma soprattutto nell’ideazione e nell’esecuzione (beh, un minimo di progetto e di squadra deve esser pur servito per rispettare sequenza e proporzioni, no?).

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L’obiettivo mi suona tanto assurdo/inutile quanto motivante. Ricreare il mondo 1-1 di Super Mario in “scala gigante” sul muro del loro ufficio. E per farlo nulla di più utile che ben 6223 (?) post-it, ed un po’ di pareti spoglie dell’ufficio.

Il primo mondo è praticamente una leggenda nella leggenda dell’idraulico. Quello che tutti (almeno noi figli degli anni ottanta) hanno visto almeno una volta. Dove ci si faceva le ossa. Potevi non sapere come continuavano i vari livelli, poteva (no… non poteva) non piacerti il gioco, ma almeno il mondo 1-1 lo dovevi fare. Per molti (per me, che tra l’altro NON avevo ne la console ne il giochino) è stata una scuola per non arrendersi (come si massaggia il passato ed i ricordi in base a ciò che si vuol trasmettere e trasmetterci) più di tante “ramanzine”.

Assurdamente geniale (ed un raro caso in cui apprezzo anche il potere dei social, … senza parlare del marketing “gratuito che ne consegue).

WU

Il mantra della lettura

“Bisogna leggere, bisogna leggere…”

E se invece di esigere la lettura il professore decidesse improvvisamente di condividere il suo personale piacere di leggere?

Il piacere di leggere? Che roba è questa, il piacere di leggere? Domande che infatti presuppongono un gran bell’esame di coscienza!

E per cominciare l’ammissione di una verità che si oppone radicalmente al dogma: la maggior parte delle letture che ci hanno modellati non le abbiamo fatte per, ma contro. Abbiamo letto (e leggiamo) per proteggerci, per rifiutare o per opporci. Se questo ci dà un’aria di fuggiaschi, se la realtà dispera di raggiungerci oltre l’ “incantesimo” della nostra lettura, siamo però dei fuggiaschi impegnati a costruirci, degli evasi intenti a nascere.

Ogni lettura è un atto di resistenza. Di resistenza a cosa? A tutte le contingenze. Tutte:
Sociali,
Professionali,
Psicologiche,
Affettive,
Climatiche,
Familiari,
Domestiche,
Gregarie,
Patologiche,
Pecuniarie,
Ideologiche,
Culturali,
O Narcisistiche.
Una lettura ben fatta salva da tutto, compreso da sé stessi.
E, soprattutto, leggiamo contro la morte.

[D. Pennac, Come un Romanzo]

PS. Aggiungere anche una sola parola a questo passo (sono un grande fan dell’autore, ma questo più che un libro lo considero una sapiente raccolta si passi da leggere all’uopo, anche e soprattutto in maniera disorganica) mi pare quasi un delitto. Come costringere il lettore ad affiancare queste a quelle parole. Invoco il diritto del lettore a non finire un libro (o un post).

PPSS. Leggo, leggo. Per il piacere (quando ce l’ho) di leggere, se poi combatto anche la morte, tanto meglio.

Scadenze

In questo rush di fine anno (partito con indegno anticipo) mi viene in mente questo Lloyd datato (come da tradizione).

“Lloyd, allora per l’appuntamento con le scadenze…”
“Sì, sir?”
“Io mi farei venire a prendere dal panico come al solito”
“Sir, le ricordo che tutte le volte il panico arriva sempre all’ultimo minuto”
“Dici che mi conviene partire prima con l’ansia da prestazione?”
“Buona scelta, sir”
“Ma non è che il panico poi si offende?”
“Non si preoccupi, sir. Sono sicuro farete l’ultimo tratto di viaggio insieme”
“Grazie del consiglio, Lloyd”
“Non c’è di che, sir”

Di scadenze sono (e siamo) oberato, non solo in chiusura d’anno. Molte sono scadenze perché ce le auto-imponiamo, molte perché non vediamo l’ora di togliercele d’avanti, altre ancora sono solo doveri o promesse, poche sono obiettivi ed ancor meno sono soddisfazioni.

Ciò nonostante con la scadenza ci dobbiamo convivere (e tanta invidia per chi può non essere a conoscenza di questa parola): dalla bolletta, all’appuntamento con il dentista.
Che l’ansia non aiuti non sarò certo il primo a dirlo e che una buona dose di organizzazione (quella sana, non usiamo parole tipo “management” per favore) sia pura utopia è altra cosa ben nota.

Un approccio “alla giornata” ha i suoi pro (soprattutto nel breve periodo), ma porta altri grattacapi. Fulgido esempio di come una via di mezzo gioverebbe ad evitare inutili panici ed inutili affanni. Arrivare in ritardo è un’altra lecita (e spesso non completamente deliberata) soluzione; personalmente mi da solo l’idea di spostare una scadenza, così da una te ne ritrovi due.

WU (fuori tempo massimo)

PS. Non è che se le chiamiamo deadline la pillola mi pare troppo addolcita…