Categoria: daylife

Il silenzio al 38° parallelo

Dovete e dobbiamo immaginarci un posto che è un non-posto. Una terra di confine, demilitarizzata, area cuscinetto, arido nulla senza padrone. Un posto che ha un solo scopo (il che è già un lusso se confrontato con i tanti posti senza alcun significato): dividere altri territori.

Al 38° parallelo giace il confine fra le due Coree. E Seul, se non può essere presente li fisicamente, ne militarmente, non ha di certo rinunciato ad esserci vocalmente. La terra di nessuno è infatti quotidianamente, interrottamente, rumorosamente sferzata dalla propaganda di confine. Megafoni perennemente accesi che ci raccontano da che parte stare in una “guerra” che non ha ormai origine ne futuro.

I 4 km di questa zona cuscinetto sono infatti delimitati da un lato e dall’altro da solide ed impenetrabili recinzioni di filo spinato corredate da centinaia di altoparlanti che trasmettono musichette e slogan politici ostili all’altra metà.

Ma ora, da qualche giorno, un po’ di silenzio. Seul ha infatti deciso di zittire per un po’ i suoi megafoni per ridurre le tensioni alla vigilia del vertice tra Seul e Pyongyang previsto in questi giorni in un altro villaggio limitrofo a questa terra senza padrone, ove forse legalmente esiste un’autorità la cui percezione deve essere per forza di cose molto blanda.

Gli altoparlanti sono stati messi a tacere per la prima volta da tre anni a questa parte, a sottolineare come il clima di colloqui pacifici che si dice di voler instaurare questa volta forse potrebbe essere reale. A supporto di questa “distensione” vi è anche la non trascurabile notizia della sospensione dei test missilistici e nucleari e lo smantellamento del sito nucleare di Punggye-ri della corea del Nord (anche se la notizia non vuol dire dimenticarsi in un sol corpo di questo armamento…). Addirittura qualche mese fa Pyongyang aveva abbassato (… beh, ora non esageriamo…) il volume dei suoi slogan di confine in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Questo sarebbe il terzo vertice fra le due coree dal 2000 e ci si aspetta sia preparatorio a quello tanto atteso (e giustamente ancora misterioso) tra Kim e Donald.

Chissà se questo “silenzio stampa” in questa terra di mezzo ha in qualche modo alleviato realmente il peso delle giornate di chi ascolta(va) questa propaganda ogni giorno o se è solo la “notizia da pubblicizzare”, l’emblema (e ritorna il concetto di propaganda politica…) di un disgelo cercato, per ovvia comodità del frangente, dai vertici in uno (anzi due) paese martoriato nello spirito.

Guardo sempre con scetticismo la pubblicizzazione dell’anti-propaganda; mi ricorda la propaganda stessa… in stile orwelliano 1984…

WU

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Scarnificare

Essenziale, nudo, senza ornamenti.

Portare le cose, la realtà, i concetti, i rapporti all’osso, privarli di tutti gli impedimenti che ne possano far capire il reale spessore (o la sua assenza). Togliergli di torno tutte quelle carni di troppo che li rendono incomprensibili o che comunque mascherano il vero significato della nostra esistenza.

Scarnificare; provare delle carni, spolpare, lacerare le carni, scoprire le ossa. Dal latino dilaniare, a sua volta derivazione di “carnefice”. Eppure l’atto dello scarnificare non è (sempre; omettendo quei casi in cui il contesto del termine è letterale o sottende una magrezza di contenuti… divagazioni perverse) un male, non è sempre una carneficina; anzi, è molto più spesso di quel che si pensi (o delle remore che ci facciamo più o meno inconsciamente) un vero atto d’amore (oltre che, ovviamente, di coraggio).

Il rivelare il cuore nascosto delle cose senza aver paura di scoprire e scoprirci.
Addobbi ed ornamenti sono si belli ed importanti, ma solo se le ossa che ci sono sotto sono solide e degne di essere abbellite, se viceversa travestiamo il marcio (o se il marcio è così ben travestito che i nostri occhi non lo riconoscono) allora il vero amore è togliere tutta la carne per cercare, capire, trovare, vedere, ammettere e cercare di risolvere il problema.

Leggo queste dodici lettere come un specchio meccanico, concreto, raggiungibile, che in qualche modo mi dice cosa devo fare, delle (per me ormai vuote) parole: “mettere a nudo la verità”.

Inutile sottolineare il fatto che, avuto il coraggio, scarnificare la nostra quotidianità sia difficile ed estenuante. Concetto detto molto meglio in questa quote.

Si stancava presto di quelle tensioni della volontà, e restava lì spossato, come se lo scarnificare ogni concetto per ridurlo a pura essenza lo lasciasse in balia d’ombre dissolte ed impalpabili
[Il barone rampante, Italo Calvino]

L’essenza (nascosta, ben nascosta) delle cose

WU

ok@+6&kPsN&>!?^% – La password perfetta?!

Vi sfido a trovarne di sempre più complicate (ovviamente quella nel titolo è puro massacro casuale da tastiera), come se non bastasse la sfida che vi lanciano i vari siti di sottoscrizione con i vari vincoli che ci mettono:

  • almeno 8 caratteri
  • almeno maiuscole e minuscole
  • almeno 1 carattere numerico
  • almeno un carattere speciale
  • almeno me la riuscissi a ricordare…

Il punto, infatti, non è tanto creare password complesse a caso, ma ricordarsele senza dover fare ad ogni accesso la procedura di recupero password (che è in molti casi il io personale metodo di accesso che trovo più veloce ed efficiente che lambiccarmi il cervello cercando di ricordare l’alternanza di caratteri a caso che posso aver inventato).

Ovviamente la password sono tanto più sicure ed in-decodificabili quanto più complesse, lunghe, alfanumeriche ed immemorabili sono.

Password.png

Ad ogni modo un metodo (che meno male che me lo ha confermato questa ricerca altrimenti non avrei davvero saputo a che santo votarmi…) per ricordare password anche mediamente complesse esiste. Anche se devo ammettere che l’articolo è assolutamente ben fatto e piacevole da leggere, anche per chi parte con ampi pregiudizi a riguardo.

As of 2011, available commercial products claim the ability to test up to 2,800,000,000 passwords a second on a standard desktop computer using a highend graphics processor. If this is correct, a 44-bit password would take one hour to crack, while a 60-bit password would take 11.3 years

4 parole a caso sono mediamente sufficienti per rendere una password virtualmente indecifrabile da hacher, computer o intelligenze artificiali in un tempo ragionevole. E come faccio a memorizzare quatto parole a caso che forse fr loro non centrano assolutamente nulla? Semplicissimo (e vecchio come il mondo): mi creo una bella filastrocca mnemonica, una piccola poesia, due versi in rima, un mantra ripetitivo o quello che vi pare.

Ovviamente alla ricerca fa seguito un bel web-based tool che genera versetti a caso (rigorosamente senza senso, altrimenti la nostra memoria non funziona!) per aiutare anche le menti più pigre.

Mi vengono in mente due considerazioni, relativamente banali:

  • – chi mi garantisce che il tool stesso non si conservi una copia del versetto e provi la risultante password a caso (o la usi come base di partenza) negli account degli utenti che hanno utilizzato il tool stesso?
  • anche ammesso che mi inventi un poemetto fighissimo in cui troneggia l’assenza di senso compiuto, come diavolo faccio a convincere i vari siti di sottoscrizione che la mi password è abbastanza sicura anche senza mettere, numeri, maiuscole, caratteri speciali etc, che rendono di certo la filastrocca non sufficiente alla memorizzazione della password?

Fantasmagoriche (e per questo facili da memorizzare) filastrocche sonno dietro l’angolo nascondendo in realtà stringhe di 60 bit assolutamente indecifrabili. :

  • Fox news networks are seeking views from downtown streets.
  • Diversity inside replied, Soprano finally reside.
  • Sophisticated potentates misrepresenting Emirates.
  • The shirley emmy plebiscite complaint suppressed unlike invite

Diciamo che considero a priori alcune password da associare a cose per le quali richiedo questo livello di sicurezza (molto poche a dir la verità) mentre per tante, tantissime altre mi basta una stupida password per soddisfare i vari vincoli dati (per poi affidarmi al sistema di recupero password 🙂 ).

WU

Detto, ovviamente benissimo in questo Randall

XKCD_password.png

Partiamo partiamo, non vedi che siamo…

In realtà mi torna alla mente anche “non sarà un’avventura…” (ed un’altra sfilza di confusi pensieri che vi risparmi per pudore), ma ad ogni modo il concetto espresso qui da Lloyd è innegabilmente un leitmotiv della nostra esistenza: viviamo con un’eterna propensione ed una eterna paura nei confronti delle avventure.

“Lloyd, mi sono imbarcato in una nuova avventura”
“Noto, sir”
“Potrei finire in un mare di guai…”
“Probabile, sir”
“Ma allora perché non mi hai fermato?”
“Perché i buoni marinai sanno affrontare le tempeste, ma i grandi comandanti non le temono, sir”
“E noi cosa siamo, Lloyd?”
“In viaggio, sir. In viaggio…”

Il nostro rapporto con l’incognito è tanto peggiore quanto più vaste sono le nostre esperienze e tanto più effimero quanto più paura di sbagliare abbiamo.

Non abbiamo una rotta tracciata; questo è un dato di fatto. Si sta facendo un po’ di tutto per darci un’impresisone diversa: dalla politica, alle necessità etero-indotte, alle paure auto-prodotte e via dicendo, ma, signori e signori: noi possiao sbagliare. E se non usciamo di strada non sbagliamo, non impariamo, non andoamo avanti.

Alla De Gregori siamo bufali e non locomotive e come tali possiamo “sbandare di lato e cadere…”. C’è chi lo trova affascinante, chi totipotente, chi pauroso, chi inutile, diciamo che poco importa: è così. Piuttosto, la strade segnata è quella di dover salpare.

Ah, “il mare di guai” è uno dei pochi modi per rimboccarci le maniche e trovare soluzioni che una comoda e serena routine non richiede; anche in questo il nostro cervello, degno pigro muscolo della nostra carne mortale, richiede un costante allenamento per non ridursi ad una amorfa poltiglia. Tanto per completare il quadro…

In viaggio, Lloyd, in viaggio.

WU

Effetto Flynn

Pare, anche se non me ne accorgo affatto, che stiamo diventando sempre più intelligenti.
E non lo dico (me ne guardo bene) perché l’ho rilevato personalmente (anzi…), ma perché pare che sia un vero e proprio effetto interculturale mondiale, l’effetto Flynn.

Il nostro QI sta aumentando ed è un trend che è stato rilevato in vari paesi, in maniera progressiva, di circa 3 punti per decennio. La “scoperta” (ad opera di J.R. Flynn professore di studi politici neozelandese) data all’incirca gli anni ’80 del 1900; gli USA hanno “guadagnato” 13 preziosi punti dal 1938 al 1984.

Migliore alimentazione (mens sana in corpore sano), migliore scolarizzazione, migliore sanità, migliore ambiente sociale, migliore ambiente culturale, migliore familiarità con strumenti tecnologici, e cose del genere sono sicuramente alla base di questa nostra progressiva “intelligenza”.

Ma ovviamente rimaniamo nel campo dello speculativo, rimaniamo con in mano una serie di dati che possono far gridare al “fenomeno” se letti in un certo modo (tanto il fatto che in base allo scopo della ricerca i dati, soprattutto quelli raccolti da vasti campioni sperimentali, possano essere utilizzati alla bisogna è cosa ben nota), ma che comunque non ci forniscono una prova scientifica dell’ “effetto”. Anzi, si è addirittura rivelata una inversione di questa tendenza all’intelligenza nei paesi più sviluppati (che mostrano ira valori medi del QI uguali, se non inferiori, a quelli di molti anni fa), mentre la tendenza continua imperterrita nei paesi in via di sviluppo dove il QI medio è ancora basso.

FlynnEffect.png

Che il troppo stroppi? Che il benessere abbia come conseguenza un peggioramento del nostro livello intellettivo? Che l’iperconessione dei paesi più sviluppati abbia effetti negativi misurabili anche da questo? Lasciamo per il momento perdere la coerenze e la completezza dei dati sperimentali raccolti e la loro valutazione…

Mi pare di aver letto di recente (e se mi volete correggere nella paternità della citazione, sono abbastanza confidente che non lo farete nel senso della frase) che S. Hawking ha “candidamente” affermato qualcosa del tipo

” chi si basa/vanta del suo QI è un perdente in partenza”

Assolutamente d’accordo

WU (dal QI inenarrabilmente basso)

PS. Ovviamente l’ “effetto” non fa il paio con nessun amento/miglioramento di nessun altro test di materie scolastiche che non dimostrano un effettimo aumento di intelligenza delle nuove generazione rispetto alle vecchie.

Forse la corretta lettura di tale “fenomeno” è solo che fattori ambientali possano influenzare il QI medio di una popolazione.

Autostima femminile

L’autostima, l’autostima, sempre l’autostima, non se ne può più di questa maledetta autostima, diceva mio marito (ex) Jacopo. Gli dava sui nervi la parola, quella velleità psico-scientifica. Ma voi (io e le mie amiche), voi lo direste che Giovanna D’Arco si autostimava? E Giuditta mentre tagliava la testa di quello là? E Lucrezia Borgia mentre faceva fuori i suoi amanti?

C’era una parola che definiva benissimo la cosa: orgoglio. La storia era piena di donne orgogliose, Cleopatra, Caterina di Russia, matrone romane, poetesse, che ne so. Pieno. Autostima era una parola da poveracce, da casalinghe: autopulente, autofriggente, autosmacchiante…

[Carlo Fruttero, Donne informate sui fatti]

Sono inciampato su questo pezzo e ne sono rimasto affascinato. In questa epoca in cui il femminismo è una moda ed il femminicidio una notizia ci siamo forse dimenticati che la responsabilità delle ancora esistenti (ahimè) differenze di genere (e se volete possiamo generalizzare, ma cerchiamo di finire un sentiero prima di intraprendere un altro).

Non illudiamoci che serva sentirsi migliori per esserlo, non illudiamoci che basti alzare la voce per essere ascoltati o sensibilizzare per essere protetti. Serve essere coscienti dei propri limiti e delle proprie differenze e serve sapere a cosa si va incontro. Con orgoglio.

Uomini e donne sono diversi e devono sentirsi diversi, non migliori/peggiori dell’altro, ma ciascuno peculiare e caratteristico e non farlo per “stimarsi” agli occhi dell’altro, portando avanti una bandiera inesistente, bensì perchè effettivamente credono (da cui l’orgoglio di dimostrarlo) di essere speciali.

WU

PS. Ad essere onesto avevo elucubrato su questo pezzo per l’amata/odiata festa della donna, ma proprio per evitare di suonare routinario, uguale, convenzionale, ho preferito aspettare qualche giorno per mettere queste considerazioni fuori dai panieri della ricorrenza.

Dis-uguali

Le masse saranno sempre al di sotto della media.

La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci.

Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo ed il delinquente di correggersi.

Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento.

L’adorazione delle apparenze si paga.

[Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo, 1871]

WU

PS. Per il ciclo “profezie distopiche non difficili da realizzarsi”, anzi, per molti aspetti le stiamo già vivendo. Si, si può calare il concetto nella sfera della politica (fin troppo facile in questi giorni), del femminicidio, dei finti percorsi di carriera, degli scolari irrispettosi dei docenti, del tranto/troppo arrivismo lavorativo, della ormai consolidata assenza di gavetta e dell’ignoranza nel senso più lato del termine; ma la verità è che non abbiamo davvero più rispetto per la dis-uguaglianza.

Essere diversi non è un male (senza che ciò sfoci nel classismo), è la fonte da cui possiamo imparare e crescere. No, forse non sempre siamo tutti uguali. Ricordiamocene.

PPSS. Ed è agghiacciante il fatto che il trafiletto sopra dati 1871!