Categoria: conventions

MBTI – INFJ

Avete mai pensato se si potesse schematizzare (ed in qualche modo semplificare) l’approccio alla vita di ciascuno di noi? Di tutti noi.

Praticamente qualcosa del tipo: se sei “di classe X” allora ti comporterai cosi nei confronti della diversità, cosi nei confronti della religione, cosi nei confronti dell’amore e via dicendo.

No, non ci ho mai pensato. Ci credo poco, ma due donne, madre e figlia, ricercatrici durante la seconda guerra mondiale hanno effettivamente scelto e portato avanti (notevole soprattutto questa seconda parte) tale approccio.

L’intento era quello di capire in che ruolo ognuno potesse essere più utile a questa o quella mansione (bellicosa dato il periodo), con special attenzione al ruolo delle donne. La ricerca si sostanzio, quindi, nella forma di un questionario che massaggiato e ritoccato vide la sua forma definitiva nel 1962.

L’Indicatore di personalità di Myers-Briggs (l’indicatore di questo tipo più usato nella storia) è, a detta stessa delle due ricercatrici, solo l’implementazione di una teoria psicologica e sociale che si rifà ai tipi psicologici di Jung, opportunamente generalizzati ed attualizzati.

It helps you improve work and personal relationships, increase productivity, and identify leadership and interpersonal communication preferences for your clients.

L’idea alla base è l’esistenza di due coppie dicotomiche di funzioni cognitive (rileggetelo di nuovo, che è un concetto che suona più difficile di quello che è): ragionamento-sentimento; intuizione-sensazione. L’esternazione di queste funzioni può avvenire verso gli altri (estro-versa) o verso se stessi (intro-versa). Si ottengono così gli otto “archetipi” di personalità, secondo Jung.

I came to the conclusion that there must be as many different ways of viewing the world [as there are psychological types]. The aspect of the world is not one, it is many–at least 16, and you can just as well say 360. You can increase the number of principles, but I found the most simple way is the way I told you, the division by four, the simple and natural division of a circle. I didn’t know the symbolism then of this particular classification. Only when I studied the archetypes did I become aware that this is a very important archetypal pattern that plays an enormous role.

MBTI aggiunge un’ulteriore dicotomia che ci dice quel delle due coppie di funzioni cognitive un individuo utilizza preferibilmente nei suoi rapporti con l’esterno.

Ecco quindi quattro dicotomie che generano 16 tipi di personalità (associate entrambe le opzioni delle tre dicotomie restanti a ciascuna voce ed il gioco è fatto; e.g. ESTJ, ESTP, …):

  • Estroversione (E) – (I) Introversione
  • Sensitività (S) – (N) Intuizione
  • Ragionamento (T) – (F) Sentimento
  • Giudizio (J) – (P) Percezione

Ora le combinazioni fatele voi.

In rete è (stra)pieno di siti che vi offrono la possibilità di valutarvi secondo questo test. L’attendibilità dei test, dei risultati e delle risposte che date e da valutare in base a quello che volete leggere nel profilo.

Ovviamente in tutto questo marasma ci deve essere un tipo di personalità più raro ed uno più comune (pura statistica). Pare che INFJ (“il Sostenitore”… con un’alta capacità di organizzarsi e creatività, ed è per questo che molti di loro raggiungono il successo) sia il più raro.

A questo punto è anche semplice capire come mi sono imbattuto in questo indicatore… MBTI dice che appartengo al 1% della popolazione mondiale con tale personalità.
Io?! Onestamente rivedrei il test (…o le mie risposte). Ritento, sarò più fortunato/obiettivo?

WU

PS. Non mi dilungo su questo tipo di personalità, ma none escludo di tornare in futuro su gli altri; mi pare ci sia materiale semi-serio e semi-fuffologico in abbondanza.

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Dicotomia

Che suona già bene come parola; il significato, poi, mi piace ancora di più.

Greca, neanche a dirlo, l’origine: dìcha: in due parti; témno: divido. Praticamente una divisione dell’unità in due, e solo due, parti.

Ma attenzione, dividere in due non significa per forza escluderne una delle due; il doppio (la parte oscura… 😀 ) può, anzi spesso deve, essere complementare.
La cosa fondamentale per la dicotomia è che non c’è spazio per la terza parte. Il terzo (incomodo) resta fuori… E mi viene in mente che “La Trinità” di Cristiana derivazione sia proprio il primo e più importante tentativo di superare una sterile dicotomia… ma questa è un’altra storia.

La dicotomia trova applicazioni nei più disparati campi, dalla matematica alla filosofia, dalla linguistica alla biologia.

Sei un vertebrato o un invertebrato? Sei un essere vivente o inanimato? Sei destro o mancino? Sei un buono o un cattivo (ah ah ah). Sei un sacro o un profano? Ridi o piangi (… magari fosse una vera dicotomia)? Sei di estrazione umanistica o scientifica? Sei lo Yin o lo Yang? … praticamente non saprei rispondere a nessuna di queste domande, collocandomi fuori da qualunque schema dicotomico…

Su questa base Zenone coniò il suo famoso paradosso contro il moto (per percorrere X devi prima percorrere X/2 e via dicendo fino alla suddivisione progressiva ed infinita dello spazio)

Ovviamente il concetto è facilmente (e non sono certo, giustamente) estendibile ad una scissione, frattura, separazione, bipartizione fra due elementi: di un partito, di un consiglio, di una ideologia e via dicendo.

Chiudo con questa notevole citazione in cui sono inciampato bighellonando sul concetto di dicotomia fra genio e stupidità (dicotomia sognata ed intrinseca dell’essere umano):

Lui è un genio, la tua amica è un genio, il tuo ex-marito è un genio… Ma lo sai che conosci un sacco di geni tu? Frequenta qualche cretino, ogni tanto; imparerai qualcosa [W. Allen]

WU

PS. Leggerissimamente più matematicamente: se un dato insieme A può essere diviso in due parti B e non-B, allora ogni elemento di A deve essere incluso o in B o in non-B e la somma degli elementi di B e non-B deve fare esattamente quelli di A.

Accrescitivi d’elezione

Oggi mi sono intrippato sul fatto che portone, minestrone e provolone (così come tanti altri termini) sono oggi parole con dignità di parola, ma a guardarle bene sono derivate (accrescitivo, credo) da altre parole. Provola, minestra, porta hanno un significato, il loro -one un altro.

La cosa (ovviamente inutile) che mi colpisce è perché alcune parole nella loro versione -one hanno lo stesso senso delle parole originarie, anzi, sono spesso usate come peggiorativo: puzza-puzzone, capra-caprone, etc.). Altre parole, invece, si sono nei secoli guadagnate dignità di parole indipendenti rinnegando completamente qualunque accezione peggiorativa rispetto alla parola originaria.

Troviamo sul vocabolario, giustamente, carta e cartone, con due significati diversi; non troviamo furbone…

Mi viene in mente (ma sicuramente è una cazzata) che le “parole elette” si sono andate ad inserire in un contesto di mancanza di un termine specifico (una porta grande suona bene come portone…) e poi l’utilizzo prolungato del termine ha fatto perdere qualunque accezione (eventualmente negativa) legata alla parola originaria. Altri termini, invece, non hanno avuto la fortuna di colmare vuoti lessicali e si sono limitati a far da “eco” alle parole originarie”: ragazzone, stanzone, pigrone, grassone, etc.

Divagazioni linguistiche naturalmente inutili, sconclusionate e senza alcuna base ne pretesa.

WU

PS. E come poi non soffermarsi sui “falsi amici”, che solo apparentemente accrescono un’altra parola? No, mattone non deriva da matto, lampone non deriva da lampo bottone non deriva da botto e cog*##*ne non deriva da coglio…

PPSS: Ah, e per me ciaone non esiste come parola.

Di pungolature e di cavalcate

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Si, possiamo anche fare i conti, ma pungolare un po’ la vita è una di quelle (pochissime) cose che ti consentono di non piangerti addosso quando sei con te stesso a tirare le somme della vita.

Credo che a “cavalcare” si impari solo quando ci si provi e stare sul divano delle nostre certezze di certo non ci porterà a montare in sella.

Credo che, in base al livello “di pungolatura” ci voglia una buona dose di coraggio, irrazionalità, paura, frustrazione, e cose del genere per farlo deliberatamente.
Credo che farlo se non si ha altra scelta o si hanno le spalle coperte non sia sinonimo di “pungolatura”.

Credo che un vero amico, un familiare, chiunque ti voglia veramente bene dovrebbe farlo se ti vede “in difficoltà”, senza paura di metterti in ulteriore difficoltà dato che è il cambiamento che poi porta alla soddisfazione, se non altro per averci provato. Chiunque avalli il tuo/mio/nostro crogiolarsi nello status quo non può definirsi come un vero amico.

Credo che finire a terra faccia parte del gioco. Invoco “l’aiuto da casa” per spingermi a cadere; a rialzarmi ci posso pensare io, a decidere di cadere è molto più difficile.

WU

PS. Detto molto meglio qui da Lloyd

 

Menzione d’onore per le renne di Babbo Natale

Nell’immancabile sproloquio di omaggio al Natale, quest’anno mi sono imbattuto su una di quelle cose che (mi) interessano solo fintanto che hai meno di 10 anni. Poi ti senti troppo grande per “certe sciocchezze”, successivamente entri nella fase “ma chi se ne frega”, poi ripieghi nel “se avessi tempo” ed infine ti trinceri dietro “una volta lo sapevo”.

La domanda è “come si chiamano le renne di Babbo Natale”?

Che siano vere o immaginifere un nome se lo meritano in ogni caso, e dato che fanno gran parte del lavoro sporco, mentre il “padrone” distribuisce regali, viene omaggiato di ogni effige, può approfittare di latte e biscotti e via dicendo, loro sono destinate a correre come matte per tutta la notte, sostando (per qualche millesimo di secondo, ovviamente) su tetti scoscesi e gelati senza alcun conforto.

Ok ok, la sto facendo un po’ troppo romanzata, ma il fatto che non abbiano la stessa “importanza” di Babbo Natale (si, quest’anno me ne accorgo) lo trovo un po’ ingiusto dato che contribuiscono, come tutta la truppa, alla magia del racconto.

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Le infaticabili e mitologiche renne in questione sono nove. In origine otto (almeno secondo la poesia del 1823 “A Visit from St. Nicholas”) a cui si è solo in un secondo momento (nel 1949 a seguito della canzone “Rudolph the Red-Nosed Reindeer”) aggiunta la “renna con il naso rosso” che ha in breve preso il posto di guida del gruppo. Ma procediamo con inutile ordine:

  • Comet (Cometa) è la renna che non dorme mai (come se le altre potrissero tutto il tempo, se poi l’abitudine si estenda anche alle altre notti dell’anno non è dato saperlo) ed è sempre in movimento in cielo per cogliere tutti i desideri espressi e riferirli prontamente a Babbo Natale. Praticamente il responsabile degli studi di mercato.
  • Cupid (Cupido) come il nome tradisce è quella morbida ed affettuosa. Marchiata a vita da una macchia a forma di cuore sul petto. E’ incaricata di leggere tutte le letterine nella casella “posta in arrivo” e selezionare quelle dei “bimbi buoni”. Praticamente è il responsabile della selezione dei clienti.
  • Blitzen (Donato) dal mantello dorato e dal perenne raffreddore è praticamente un crogiolo di dolcezza. Non cola muco dal naso, ma semi per splendidi fiori e trasmette affettuosità da ogni poro. Praticamente la “renna da copertina”
  • Dasher (Fulmine) caratterizzata da due grossi dentoni (che devono averle regalato un’infanzia non facile dato che la mamma, si narra, a causa loro non volle allattarla) è preposta alla difesa dei doni. A suon di morsi tiene lontani i malintenzionati. La guardia giurata, la renna gorilla del team.
  • Prancer (Donnola) piccola e minuta è la renna timida. Quella che sta in disparte ed arrossisce se fissata o nominata. Ultima renna del gruppo ad essere trovata da Babbo Natale per completare il gruppo. Praticamente la stagista (con tutto il rispetto).
  • Donner (Salterello), il contrario di Donnola: pare ami essere la “prima renna”. Cantante, imitatore, istrione e giullare. Sfrutta le sue doti di imitazione per riprendere i bimbi dopo le marachelle imitando la voce dei genitori. Un gran paraculo, insomma.
  • Dancer (Ballerina), come il nome tradisce con una passione per il ritmo ed il ballo. Segue con movimenti leggiadri ogni melodia e rallegra (o prova a farlo) a suon di musica e passi di danza anche i bimbi più tristi. L’animatore, il casinista (quello che fa il secondo lavoro nel villaggio turistico).
  • Vixen (Freccia) è la capostipite del gruppo. La renna anziana, la prima ad esser reclutata da Babbo Natale. E’ la gemella di Blitzen (con il quale condivide un bel mantello dorato, regale) e ben due code. E’ la renna altruista, quella paterna, quella che al cambio di pelo porta in dono ai bimbi poveri tutti i crini dorati del suo manto. Il leader nato, il saggio da imitare (il maestro di Karate Kid).
  • Rudolph (Rodolfo), la renna che si è unita successivamente alle otto originarie. Presa in giro per il suo naso rosso in passato è stata poi messa come prima renna proprio per sfruttare il suo rosso nasone come faro nelle notti buie e nebbiose. Apre la strada e segna la rotta, il timoniere della compagnia (sponsorizzato Tom Tom).

Il gruppo è vario e ben assortito, sono certo che si sentano sotto-dimensionati, che vorrebbero un aumento, che le paghe non sono all’altezza e che i sindacati non aiutano. Una chiosa troppo umana che rovina questo contesto fiabesco.

WU

Albero di Natale… contrariato

Non devo capire tutto. E questo, ho sempre pensato, è un bene. Non sono in grado di capire tutto. E questo, ho sempre pensato, può essere un bene o un male. Non voglio capire alcune cose. A questo non ci ho mai pensato, ma credo che tutto sommato sia un meccanismo di difesa.

Il natale è per me, come per tanti, un evento; il culmine dell’anno, la ritualità, tirare le somme, e tutte quelle altre solite cose. Solite, tipo un albero di natale. Preferisco il presepe, ma faccio anche l’albero. E per me, come mi sento vecchio, un albero ha delle radici, un tronco, dei rami ed una punta. In questo ordine. Sempre, ed in particolare quello natalizio… anche se aborro i puntali.

Ora, mi dovete spiegare, anche se non lo voglio capire, perché dovrei (io?) concepire un albero a testa in giù. Appeso al soffitto con le radici al vento, che mi da un po’ l’idea di guardare sotto le sottane delle signore.

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Eppure è “l’ultima moda” made un US. Pare che sia perfetto (basta con queste parole ad effetto…) per chi ha poco spazio, per chi ha molti doni, per chi ha cani o gatti e per chi vuole valorizzare le sue decorazioni evitando che si nascondano fra il verde dei rami. Come se fosse colpa della gravità se un albero è ben adorno o meno.

E poi almeno, che proprio devo trovare una giustificazione, almeno appendiamoli davvero al soffitto, ma metterci la loro basetta rachitica che sorregge la punta proprio no!

Va bene essere innovativo, anticonformista, bizzarro, originale, ma per toccare le tradizioni che hanno proprio nella loro monotonicità il loro senso di esistere serve almeno un po’ di buon gusto (che io poi possa dire di averlo o meno è un altro discorso).

Ah, e se la cosa non fosse sufficiente, entra in gioco anche il prezzo… fino a 1000$ ! Ovviamente il nostro (almeno il mio) alberello non va bene per questa “applicazione” se non altro per il meccanismo di apertura e montaggio. Inconscio meccanismo difensivo.

WU

Stili architettonici di un’icona

A proposito di icone. Quelle cose che di per se sono oggetti poco più che insignificanti ma che hanno fatto crescere generazioni (almeno la mia, non saprei per le nuove). Dal chiodo di Fonzie alla casa dei Simpson.

E reinterpretare un’icona non è mai cosa facile.

La casetta in questione è una specie di stereotipo della piccola-media borghesia americana: doppio garage, camino, finestrelle sistemate, viottolo d’accesso, giardino sul retro, e via dicendo. Una bella casetta direi.

Ma la domanda (obiettivamente geniale) è come sarebbe quella casetta se le scelte di design fossero state diverse? Il che può voler dire se l’architetto di Homer e Marge fosse stato più estroso o se la famigliola fosse vissuta in un’altra epoca.

Beh, HomeAdvisor ha provato a reinterpretare la dimora della famiglia secondo gli stili architettonici americani più tipici. Ed il risultato è degno di nota.

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Si va dalle travi in legno ed i finestroni stile Tudor alle planimetrie quadrate, file diritte di finestre e colonne doriche all’ingresso dello stile Coloniale. Si reinterpreta la casa con lo stile delle di frontiera fatte di tronchi di legno e con grandi portici e la si immagina con guglie e tetti a punta dello stile Vittoriano. Si prova a disegnarla con tetti moderatamente ripidi e senza troppi fronzoli per gestire le forti nevicate tipiche del New England e la si immagina con stucchi, archi, decori e tegole rosse in pieno stile mediterraneo. Ci si lancia, infine, in bordi arrotondati, dettagli giallini, tetti planari e pareti lisce per omaggiare l’art decò oppure in forme squadrate ed ampie vetrate per immaginarla come se fosse la villetta contemporanea accanto alla nostra.

Chissà se tutte queste interpretazioni possono cambiare il marchio di un’icona e chissà se l’icona sarebbe stata tale indipendentemente dallo stile architettonico. L’unica cosa certa è che io la casa dei Simpson me la immagino proprio come l’ho sempre vista. Affezione da icona, diagnosticherei.

WU