Stamani vs Stamane

Diciamolo subito e senza troppi giri di parole: le due varianti sono entrambe corrette.

Se qualcuno (come è capitato di recente al sottoscritto) vi viene a dire che l’una o l’altra sono dialettali o errate… mandatecelo subito. Vi è una leggerissimissima variazione di forma (una delle due è una versione un po’ più aulica), ma di base NON state sbagliando.

Stiamo tecnicamente parlando di un caso di allotropia morfologica: di due forme diverse dello stesso avverbio (nel caso specifico un avverbio di tempo, tanto per…) che si differenziano unicamente per la forma, mantenendo entrambe il medesimo significato (e la medesima correttezza). Stiamo parlando di situazioni tipo: stamane/stamani, giovane/giovine, vezzo/vizio, malinconia/melanconia, etc.

Entrambe le varianti derivano anche dal medesimo etimo: ista mane. Stamane è la versione da considerarsi leggermente più aulica (essendo più simile alla radice da cui entrambe provengono), mentre stamani la variante “popolare” (benché rimane, IMHO, un avverbio non proprio di comune utilizzo). A conferma della “aulicità” di stamane vi è il fatto che è la forma usata nella letteratura più antica: da Boccaccio a Dante, prima che “il volgare” prendesse il sopravvento.

Stamane mi sento polemico, ma allo stesso tempo stamani sono prono ad imparare cose nuove. Stamattina, per intenderci.

WU

PS. E no, “stamani mattina” (oppure “stamane mattina”) è errato. E’ una forma ridondante originaria del dialetto toscano che tende oggigiorno ad avere una diffusione eccessiva (15.500 risultati su Google…) per dare una parvenza di cultura.

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Ikigai: il motivo per alzarsi al mattino

sono un profondo sostenitore del fatto che la filosofia aiuti a vivere. Non importa quale essa sia nello specifico è una di quelle cose (forse LA cosa) più personali in assoluto. Credere, confidare, illudersi, usate il termine che preferite in qualcosa è quello che ci fa scendere dal letto il mattino senza pentimenti o magoni.

Per i giapponesi la filosofia maestra per affrontare il day-by-day è lo Ikigai: la soluzione a tutti i problemi della vita e ragione per andare avanti. Detto così sembrerebbe la panacea di tutti i mali, ma come sempre succede in questi casi (oltre a capire un po’ meglio di cosa si tratta) è sicuramente il caso di capire come la filosofia in questione si possa applicare al singolo (cosa tutt’altro che facile).

Ikigai: lo stress diminuisce e la vita migliora (e daje con queste dichiarazioni…). Sostanzialmente la filosofia in questione è un costrutto che parte da quattro ipotesi basilari:

  • quello che amiamo
  • quello che gli altri amano di noi
  • quello che sappiamo fare
  • quello che possiamo fare (magari per il mondo)

Trovare un buon equilibrio fra questi quattro aspetti significa aver trovato il nostro, personalissimo Ikigai.

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Come fare coltivare il nostro Ikigai? Beh, più facile a dirsi che a farsi, anche se ci sono alcune cose che certamente aiutano: avere delle passioni, coltivarle; avere un impegno quotidiano (lavoro?), possibilmente redditizio; avere delle capacità tecniche/pratiche/manuali/mentali, riconosciute. In pratica, partendo dai quattro pilastri di cui sopra, le quattro strade (da percorrere tutte assieme) per raggiungere lo Ikigai sono:

  • Passione
  • Missione
  • Professione
  • Vocazione

Certamente non è come una ricetta di cucina che ci dice cosa dobbiamo mescolare ed in che dosi per scendere motivati dal letto, ma è un ottimo spunto per pensare (al mattino o durante il giorno) se una data azione/comportamento è effettivamente funzionale alla nostra soddisfazione oppure predilige uno specifico pilastro.

Lo vedo come un breviario per avere un obiettivo e conseguentemente stare meglio.

WU

PS. Mi torna in mente questa citazione (non sono riuscito a ripescarne la fonte) che faceva, più o meno, così:

The secret to happiness is freedom. The secret to freedom is courage. The secret of courage is the pursuit of happiness. Repeat.

Nudging

Una spintarella, un pungolo, un incitamento gentile. Non un annuncio plateale, non una imposizione, non un divieto. Un modo di invogliare le persone (una folla o un singolo) a fare qualcosa senza essere troppo perentori, ma guidando in qualche modo la scelta, magari semplicemente cambiando il modo in cui una domanda viene posta, una opzione pubblicizzata oppure un divieto espresso. Un prenderci per i fondelli in maniera garbata (ma finché funziona sulla psiche umana non ho da obiettare).

La premessa psicologica è che ogni nostra scelta avviene in un contesto. Il conteso è il contorno, il nostro modo di interpretarlo una bias inconscio. Scegliamo spesso (beh, diciamo quando ci sentiamo veramente liberi di farlo) l’opzione con meno rischi, magari quella scelta dai più, magari quella che rafforza nostre profonde convinzioni. Un canale del genere può essere prontamente sfruttato (marketing, ma a che politica, ahimè)… o utilizzato (economia o psicologia).

Non è un caso se le caramelle stanno alle casse prima di uscire dal supermercato, non è un caso se i prodotti in offerta stanno nella corsia centrale. Non è casuale la disposizione dei libri nelle librerie. Negli orinatoi maschili è stata disegnata una mosca per “invogliare” a centrare il vaso. Questo studio ha provato semplicemente a raddoppiare le opzioni vegetariane in un menù della mensa per verificare come i giovani fossero in qualche modo “invogliati” a consumare meno carne… eppure nessuno glielo aveva detto, nemmeno di esser parte di un esperimento. E la lista potrebbe essere ancora lunga…

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L’approccio del silenzio-assenso è un po’ una estremizzazione del nudging: se non fai/dici nulla assumo che tu sia d’accordo. In molti paesi europei è stata utilizzato questo approccio per la donazione degli organi; “magicamente” la percentuale di donatori è aumentata considerevolmente soprattutto rispetto a quei paesi in cui devi esplicitamente dire se sei donatore. In Italia, abbiamo fatto una via di mezzo, un nudging un po’ più gentile: devi comunque dichiarare esplicitamente il tuo status di donatore, ma gli addetti comunali sono obbligati a ricordartelo in sede di rinnovo della carta di identità. Ti invoglio semplicemente sfruttando l’occasione che tu sia già qui per altro. Risultato: adesioni alla donazione degli organi quasi raddoppiate.

Con un po’ di “sano” (e quale è il confine?) nudging, è possibile alterare il comportamento delle persone per indirizzarle verso una scelta desiderata. Facendo leva su percorsi mentali inconsci e precostituiti, routine, abitudini, andiamo ad influire gentilmente su alcune decisioni “da fuori” impedendo, se possibile, una valutazione accurata ed obiettiva delle alternative a disposizione.

Poi ci sono gli estremi (cosa che guardo sempre con timore): le scelte di proposito controcorrente, magari per sperare di affermare la nostra libertà o individualità oppure le scelte che vediamo come forzate e quindi non vi dedichiamo alcun genere di riflessione.

Aggiungo anche che forse il solo nudging, dato che si basa pesantemente sull’indole e sul “libero arbitrio” (o la cosa ad esso più prossima) dell’individuo, può non essere bastevole a cambiare comportamenti ed abitudini consolidate. Ogni cambiamento richiede sforzo e lavoro, non sono certo che il nudging sia da solo sufficiente a farci vincere la nostra innata pigrizia (e dare il giusto valore alle scelte che stiamo facendo!).

WU

PS. Un approccio che non so fare un granché bene, ma sul quale credo valga decisamente la pena lavorare.

Devo anche confessare che quando ci penso un pochino mi sento osservato, comandato, controllato, quasi usato… un po’ inquietante.

Il monachicchio

“…esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono qua e là, e il loro maggiore piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi…danno pizzicotti … e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco… il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercargli di afferrarli per il cappuccio… appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia…”

[Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945]

Sapete di che parliamo? Parliamo del monachicchio.

Dicesi monachicchio (con ingiustificato approccio antologico-descrittivo 🙂 ) lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo. Fin qui la storia non è particolarmente lieta, ma il monachicchio diciamo pure che “la prende bene”. Non è il classico spettro che non vede l’ora di terrorizzarci a morte e con il quale si minacciano i bambini, ma è piuttosto uno spiritello che ama giocare, che ama divertirsi e che difficilmente è cattivo.

Uno spiritello d’aspetto gentile ed animo nobile, che ha evidentemente accettato di buon grado la sua fine ed anche questa non gli ha fatto perdere la sua vena scherzosa ed infantile.
Pare sia solito apparire ad altri bambini come lui, con i quali ama giocare e divertirsi in modo spensierato. Di grandi che vedono il monachicchio ne conosco pochi (nessuno; sottoscritto compreso anche se vorrei tanto incontrarlo), ma sto considerando di assumerlo come metro per misurare quanto del nostro essere infantili abbiamo perso.

Il monachicchio ama giocare ad una sorta di acchiapparello con i suoi coetanei in cui rincorrendosi si cerca di sfilare il cappello ai compagni (cappello che tipicamente il monachicchio indossa). Al vincitore spettano le tantissime monete d’oro che dal suo cappello cadono in terra. Il tintinnio non fa altro che far accorrere altri bambini che lungi dall’essere avidi (evidentemente) si uniscono al gioco.

Il monachicchio rimane comunque un burlone e non risparmia ne bambini ne adulti. E’ lui il colpevole delle coperte che cadono dal letto, delle scarpe che non si trovano, del solletico ai pedi che ci capita di sentire durante la notte, dei peli degli animali aggrovigliati o anche dello stato dei nostri capelli al mattino.

Insomma, uno spiritello burlone, irrequieto, scherzoso ma non cattivo. Si manifesta di giorno e non in luoghi tetri ed isolati. Il suo modo di affrontare la morte è stato evidentemente il sorriso.

WU

PS. Da una leggenda popolare lucana.

Il tecnorosario

Una crasi, quella di tecnologia e religione, quanto meno inusuale. Ma comunque, nell’epoca delle app e dei tecno-gadget (spessissimo inutili) anche la religione non poteva rimanerne fuori.

Basta fare un lento e sacro segno della croce con la dovuta flemmatica gestualità affinché un aggeggio al vostro polso parli con una app nel vostro cellulare e vi consenta di dire un bel rosario (che evidentemente non potevate dire altrimenti).

Praticamente stiamo parlando di un tecnorosario a forma di braccialetto che si attiva facendo il segno della croce da sincronizzare con una immancabile app da installare nel nostro telefono. Una volta seguita “la procedura di accezione” si accede (pare, parlo senza avere ne il santo bracciale ne l’app) ad una audio guida ed una serie di immagini sacre che ci aiuteranno a concentrarci nella recitazione di un rosario (si, quello che un tempo le nostre nonne facevano con una collanina).

Il gadget è comunque un oggetto che conserva in qualche modo le linee di un rosario classico. E’ infatti realizzato con dieci grani di ematite ed agata. La classica croce è sostituita da una croce intelligente che memorizza tutti i dati trasmettendoli all’applicazione. Immancabile un log dei rosai pregati, tempo medio, etc. Anzi, si può anche scegliere fra rosari classici, contemplativi o addirittura tematici (e mi immagino…).

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Mettiamola così: lo scopo dichiarato dall’applicazione e dal gadget è quello di pregare per la pace nel mondo, se l’utilizzo di una tecnologia per quanto fuori luogo e sovradimensionata per l’utilizzo particolare, può servire ad avvicinare la gente a questo scopo allora vuol dire che il gadget funziona (e che siamo una massa di tecno-dipendenti, ma questa è un’altra storia…).

Sono certo (?!) che il gadget è pensato per i più giovani e che non troverà terreno fertile presso i “rosariatori incalliti”. Se poi non sia al limite dell’abuso di pratiche divine non sarò certo io a dirlo (… ma mi pare onestamente un po’ sulla scia di questo… volendo leggere in questo genere di cose delle impronte di una transizione 2.0 anche della religione per raggiungere un po’ le “periferie” della pletora di credenti).

Ah, ultimo, ma non ultimo, il costo del sacro gadget si aggira attorno ai 100€ (che non mi pare poco per un rosario, ma confesso di non essere un esperto). Non credo che il clero prenda una percentuale.

WU

Non causa pro causa

Non è la causa per la causa; la “falsa causa”, per noi mortali.

Praticamente consiste nell’affermare che una certa cosa è causa di un’altra, ma senza avere sufficienti prove su cui basare tale conclusione. Una causa indicata come tale anche se non lo è o è dubbio che lo sia.

Non causa pro causa, spesso (troppo spesso) usato per dare una consecutio causa-effetto a più eventi solo perché si succedono temporalmente. Ne abusiamo (non della locuzione, ovviamente) quotidianamente per giustificare, per giustificarci, per dare colpe, per attribuire meriti o semplicemente per dare un senso alle coincidenze.

Ci fa comodo, spesso lo facciamo per faciloneria o per ignoranza. Lo facciamo in maniera spesso automatica per supportare bias di conferma di cui siamo affamati. Diamo almeno ai nostri comportamenti i nomi che si meritano, no?

Filosoficamente potrebbe essere ricondotto alla fallacia del ragionamento deduttivo.

The fallacy of Non Causa Pro Causa generally begins with the observation that two events appear to be related by some concomitance or other (usually simultaneity of time). As such, it appears to be a good piece of Retroductive reasoning, since this is how any piece of retroductive reasoning must begin. Unfortunately, concomitance is a symmetrical relation. If A has something in common with B, then B has something in common with A. Hence, even if there is a causal relation between things, it is often hard to tell which is cause and which is effect. Good Retroductive reasoning must also be guided by some common sense regarding how causality works. The Non Causa fallacy is Retroductive reasoning without the common sense. For example, we know that horses are animate, i.e. that they are capable of self-initiated motion. Hence, when we see a horse and cart moving together, we naturally attribute the movement of the cart to the movement of the horse, not the other way around. The Non Causa fallacy puts the cart before the horse. In the above example, lice prefer to feed on healthy people; hence, having lice is the effect, not the cause, of being healthy.
[Aristotle, Sophistical Refutations 5]

E’ praticamente la fallacia logica che sta alla base del proliferare di pseudoscienze, di bufale e superstizioni; correlazioni casuali incorrette sono l’humus su cui deduzioni logicamente errate (ma spesso comode) attecchiscono.

Piove, governo ladro (una non-causa-pro-causa che ci sta’ sempre bene).

WU

PS. Qui un video simpatico ed accattivate (in un frenetico inglese) sulla faccenda.

Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

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Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

Creatable World

Diciamoci la verità: quanti bambini maschi hanno giocato con le Barbie? Tanti. Ed oggi quante bambine si rivedono in quelle Barbie? Poche.

Lo stereotipo-anni-80 della Barbie perfetta, bionda, identica (mi ricorda questa storia qua…) era chiaramente destinato a scemare e le varie operazioni di marketing, restyling, rilancio l’hanno tenuta a galla anche più del dovuto IMHO.

Oggi viviamo in un mondo in cui non è neanche ben chiaro chi sia maschio e chi donna, figuriamoci se possiamo inculcare ai bambini l’idea che le donne devono essere Barbie-style e per di più pretendere che lo accettino di buon grado.

La Mattel (si, quella che commercializzava la Barbie nonché uno dei più grandi produttori di giocattoli al mondo che ha l’accortezza di notare queste tematiche… certo, le vendite e quindi gli utili sono un ottimo suggeritore…) non è certo l’ultima arrivata ed un concetto relativamente semplice lo ha capito ben presto (di certo più velocemente di tanti nostri ministri, e non faccio nomi, che se fanno un cartellone per la famiglia ci mettono il NeGro che fuma le canne…) ed hanno affiancato al loro prodotto storico una nuova linea di giocattoli.

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Creatable World è una linea di bambole… “gender neutral” come si direbbe oggi. Femmine, maschi o entrambi, ma soprattutto bambole che non sono lo stereotipo di un canone di bellezza univoco e che si possono in qualche modo personalizzare (ora spero che dal tipo di aspetto che i nostri piccoli decideranno di dare alla loro bambola non ci mettiamo ad evincere le inclinazioni sessuali che avrà da adulto… I giochi sono giochi e la fantasia va fatta spaziare.)

Gonna, pantaloni, gonna-pantaloni, capelli lunghi, corti, cortissimi, non il colore della pelle (che dipende dalla nuance della bambola comprata, ovviamente). Insomma bambole (un giocattolo di per se indirizzato ad un utente femminile) senza troppe “etichette” ed all’insegna dell’inclusività.

Un progetto che ci piace.

WU

PS. Una trentina di dollari su Amazon; lo sto seriamente valutando (no, non per me, almeno per ora 🙂 ).

Di grande aiuto fu il suo consiglio

Avete presente quando sentite una frase che vi dice, ma vi suona abbastanza strana? Avete presente quando cogliete il senso di una frase, ma c’è qualcosa in quello che avete sentito che disturba il modo solito in cui percepite una data frase?

Beh, è altamente probabile che siate in presenza di una anastrofe (che poi la cosa sia voluta o meno da parte del vostro interlocutore potete approfondirlo…). Si tratta, praticamente, di una figura retorica che consiste nell’inversione dell’ordine abituale di un gruppo di termini.

Inutile dire che è una figura ampiamente usata nella poesia o nella “prosa colta” e che spesso da all’interlocutore di ascoltare chissà quale asserto semplicemente perché suona un po’ diverso dal solito (approccio un po’ ampolloso, forse, ma che non disprezzo… mi da l’idea di un testo di altri tempi, di altri luoghi).

“eccezion fatta”, “cammin facendo”, “divina provvidenza”, “di me più degno”, vi dicono qualcosa?

Chiudo ovviamente con una citazione leggermente più degna:

Sempre caro, mi fu quest’ermo colle” (e non “Questo colle ermo mi fu sempre caro“… meno male che esiste l’anastrofe)

Posso banalizzare con un anastrofe: parole in disordine. Banalizzando un po’ meno: funzionali piccolezze retoriche.

WU

PS. Dal greco (ma va?!) anastrofhe che vuol dire niente meno che “inversione”.

PPSS. Ora devo anche dire, per di completezza amor, che l’anastrofe è una figura retorica simile (ma evidentemente non uguale) all’iperbato. In quest’ultimo caso, infatti, la figura retorica separa due termini che dovrebbero essere vicini… tipicamente per dargli più rilievo.