Non causa pro causa

Non è la causa per la causa; la “falsa causa”, per noi mortali.

Praticamente consiste nell’affermare che una certa cosa è causa di un’altra, ma senza avere sufficienti prove su cui basare tale conclusione. Una causa indicata come tale anche se non lo è o è dubbio che lo sia.

Non causa pro causa, spesso (troppo spesso) usato per dare una consecutio causa-effetto a più eventi solo perché si succedono temporalmente. Ne abusiamo (non della locuzione, ovviamente) quotidianamente per giustificare, per giustificarci, per dare colpe, per attribuire meriti o semplicemente per dare un senso alle coincidenze.

Ci fa comodo, spesso lo facciamo per faciloneria o per ignoranza. Lo facciamo in maniera spesso automatica per supportare bias di conferma di cui siamo affamati. Diamo almeno ai nostri comportamenti i nomi che si meritano, no?

Filosoficamente potrebbe essere ricondotto alla fallacia del ragionamento deduttivo.

The fallacy of Non Causa Pro Causa generally begins with the observation that two events appear to be related by some concomitance or other (usually simultaneity of time). As such, it appears to be a good piece of Retroductive reasoning, since this is how any piece of retroductive reasoning must begin. Unfortunately, concomitance is a symmetrical relation. If A has something in common with B, then B has something in common with A. Hence, even if there is a causal relation between things, it is often hard to tell which is cause and which is effect. Good Retroductive reasoning must also be guided by some common sense regarding how causality works. The Non Causa fallacy is Retroductive reasoning without the common sense. For example, we know that horses are animate, i.e. that they are capable of self-initiated motion. Hence, when we see a horse and cart moving together, we naturally attribute the movement of the cart to the movement of the horse, not the other way around. The Non Causa fallacy puts the cart before the horse. In the above example, lice prefer to feed on healthy people; hence, having lice is the effect, not the cause, of being healthy.
[Aristotle, Sophistical Refutations 5]

E’ praticamente la fallacia logica che sta alla base del proliferare di pseudoscienze, di bufale e superstizioni; correlazioni casuali incorrette sono l’humus su cui deduzioni logicamente errate (ma spesso comode) attecchiscono.

Piove, governo ladro (una non-causa-pro-causa che ci sta’ sempre bene).

WU

PS. Qui un video simpatico ed accattivate (in un frenetico inglese) sulla faccenda.

Annunci

Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

UominiDonne_aggettivi.png

Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

Creatable World

Diciamoci la verità: quanti bambini maschi hanno giocato con le Barbie? Tanti. Ed oggi quante bambine si rivedono in quelle Barbie? Poche.

Lo stereotipo-anni-80 della Barbie perfetta, bionda, identica (mi ricorda questa storia qua…) era chiaramente destinato a scemare e le varie operazioni di marketing, restyling, rilancio l’hanno tenuta a galla anche più del dovuto IMHO.

Oggi viviamo in un mondo in cui non è neanche ben chiaro chi sia maschio e chi donna, figuriamoci se possiamo inculcare ai bambini l’idea che le donne devono essere Barbie-style e per di più pretendere che lo accettino di buon grado.

La Mattel (si, quella che commercializzava la Barbie nonché uno dei più grandi produttori di giocattoli al mondo che ha l’accortezza di notare queste tematiche… certo, le vendite e quindi gli utili sono un ottimo suggeritore…) non è certo l’ultima arrivata ed un concetto relativamente semplice lo ha capito ben presto (di certo più velocemente di tanti nostri ministri, e non faccio nomi, che se fanno un cartellone per la famiglia ci mettono il NeGro che fuma le canne…) ed hanno affiancato al loro prodotto storico una nuova linea di giocattoli.

CreatableWorld.png

Creatable World è una linea di bambole… “gender neutral” come si direbbe oggi. Femmine, maschi o entrambi, ma soprattutto bambole che non sono lo stereotipo di un canone di bellezza univoco e che si possono in qualche modo personalizzare (ora spero che dal tipo di aspetto che i nostri piccoli decideranno di dare alla loro bambola non ci mettiamo ad evincere le inclinazioni sessuali che avrà da adulto… I giochi sono giochi e la fantasia va fatta spaziare.)

Gonna, pantaloni, gonna-pantaloni, capelli lunghi, corti, cortissimi, non il colore della pelle (che dipende dalla nuance della bambola comprata, ovviamente). Insomma bambole (un giocattolo di per se indirizzato ad un utente femminile) senza troppe “etichette” ed all’insegna dell’inclusività.

Un progetto che ci piace.

WU

PS. Una trentina di dollari su Amazon; lo sto seriamente valutando (no, non per me, almeno per ora 🙂 ).

Di grande aiuto fu il suo consiglio

Avete presente quando sentite una frase che vi dice, ma vi suona abbastanza strana? Avete presente quando cogliete il senso di una frase, ma c’è qualcosa in quello che avete sentito che disturba il modo solito in cui percepite una data frase?

Beh, è altamente probabile che siate in presenza di una anastrofe (che poi la cosa sia voluta o meno da parte del vostro interlocutore potete approfondirlo…). Si tratta, praticamente, di una figura retorica che consiste nell’inversione dell’ordine abituale di un gruppo di termini.

Inutile dire che è una figura ampiamente usata nella poesia o nella “prosa colta” e che spesso da all’interlocutore di ascoltare chissà quale asserto semplicemente perché suona un po’ diverso dal solito (approccio un po’ ampolloso, forse, ma che non disprezzo… mi da l’idea di un testo di altri tempi, di altri luoghi).

“eccezion fatta”, “cammin facendo”, “divina provvidenza”, “di me più degno”, vi dicono qualcosa?

Chiudo ovviamente con una citazione leggermente più degna:

Sempre caro, mi fu quest’ermo colle” (e non “Questo colle ermo mi fu sempre caro“… meno male che esiste l’anastrofe)

Posso banalizzare con un anastrofe: parole in disordine. Banalizzando un po’ meno: funzionali piccolezze retoriche.

WU

PS. Dal greco (ma va?!) anastrofhe che vuol dire niente meno che “inversione”.

PPSS. Ora devo anche dire, per di completezza amor, che l’anastrofe è una figura retorica simile (ma evidentemente non uguale) all’iperbato. In quest’ultimo caso, infatti, la figura retorica separa due termini che dovrebbero essere vicini… tipicamente per dargli più rilievo.

Cesso

… e non nel senso di “smetto”. Proprio nel senso di… “cesso”.

cesso.png

Dal latino “secessus”, traducibile come appartato, deriva la parola italiana “cesso”. Ora ditemi perché da un’origine tutto sommato neutra il termine ha vinto un’accezione così negativa e volgare. Gabinetto suona meglio, è più fine (?). Ma cesso, che ci ha fatto?

E le cose sono simili (o forse leggerissimamente meglio) per “latrina“. Altro termine dall’accezione negativa nel linguaggio parlato, ma che trae la sua origine da un neutro “lavatrina” che identificava qualsivoglia luogo utile a lavarsi… il bagno, o cesso, ad esempio,

Senza voler fare, inoltre, il paladino della patria: cesso e WC (qualcosa tipo “ripostiglio dell’acqua” si?). O meglio un francesismo tipo toilette (ammetto, ha un suono molto più tenue ed elegante di cesso…)? E va bene che si vive di convenzioni e molto della storia della lingua mi sfugge (e credo sia affidato al caso), ma un bel “vado al cesso” non ci è ingiustamente consentito dire. Mentre abbinare cesso ad un qualcosa (o qualcuno) di brutto, malcurato, sporco o di nessun valore ha ancora un senso… che però contribuisce ulteriormente all’accezione negativa della parola.

Sarà per il suono della parola, sarà per i casi della vita, ma in fondo andare al cesso è del tutto naturale anche se suona malissimo.

WU

PS. Esiste (lo sapevate?) una giornata mondiale del gabinetto (non del cesso), ufficiale. Il 19 Novembre. Prepariamoci ai festeggiamenti.

PPSS. Ve lo ricordavate questo?

Feriae Augusti

Il giorno della gita fuori porta, del mare/montagna, del pranzo a sacco. Il giorno scacciapensieri, il giorno della catarsi, il giorno dell’ozio. Oggigiorno.

Nella Roma imperiale, Augusto (a cui, non a caso, è dedicato il mese di Agosto) si riposava a corte e celebrava la fine dei lavori agricoli e nei campi in generale. Il riposo di Augusto, istituito dall’imperatore nel 18 secolo a.c., si aggiungeva ad altre feste (pagane, neanche a dirsi) già pre-esistenti e dedicate al dio della terra e della natura (bisognava pur ingraziarsi qualcuno in vista dell’imminente autunno-inverno…). Era il momento del riposo (non dell’ozio). Un tempo.

Il ferragosto ha comunque mantenuto una caratteristica chiave nel tempo, quella di essere un po’ il giorno cardine del periodo di pausa dal lavoro. Ha sempre avuto un ruolo un po’ da collante per garantire un numero sufficiente di giorni consecutivi in cui staccare mente e braccia dal lavoro. Il giorno che teneva assieme gli Augustali, il periodo di riposo dalle fatiche estive.

I festeggiamenti, ovviamente, si svolgevano a base di giostre di cavalli, corse di animali da tiro e battute di caccia (un tempo, ma molto è rimasto ancor oggi: il palio, rievocazioni storiche sparse, fuochi artificiali e roba simile…).

Ah, questa è la festa, ma il giorno non è stato sempre il 15 di Agosto. In origine le “ferie di Augusto” erano il primo del mese, ma nei secoli, e sotto l’indubbia pressione della chiesa cattolica, la festività è stata spostata al quindici del mese per farla coincidere con la festa, cristiana, dell’assunzione di Maria.

Mi ricorda un po’ una specie di “festa del dopolavoro” e quasi tutti i miei ricordi giovanili di questo giorno sono legati al pic-nic nel bosco con tutta l’immancabile logistica: sveglie antidiluviane per accaparrarsi il tavolo migliore (vhe immancabilmente poi rilevava qualche pecca: troppo assolato, lontano dall’acqua, affumicato, etc.), cocomeri enormi da far entrare in sempre-troppo-strette fontane già affollate da quintali di anguria (con la naturale conseguenza di urgenti ed abbondanti urinate), ore ed ore di code in macchina, barbecue mai troppo riusciti e, soprattutto, tante risate.

WU (just back)

PS. In giusto e voluto ritardo, per celebrare la ricorrenza ormai passata senza tediarvi dal meritato riposo :).

Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

DilbertSalaryTheorem.png

Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Cancella il tempo!

Sommarøy è li da sempre, anche se “sempre” è un concetto che potrebbe non più applicarsi all’isola stessa, ed ai suoi abitanti. Beh, forse così è un po’ eccessivo, ma l’idea degli isolani (non ho idea di come si chiamino gli abitanti di Sommarøy) stuzzica la fantasia.

Siamo in Norvegia, a nord della Norvegia, vicino il circolo polare artico dove lo scandire delle giornate in base alle fasi del sole e quanto meno discutibile. L’isola, e con essa i suoi residenti, trascorre circa due mesi l’anno (69 giorni, per la precisione) nell’oscurità più totale, mentre in estate c’è luce 24 ore al giorno per altri due mesi. Nel 2019 il sole non tramonta dal 18 maggio al 26 luglio…

Si può tranquillamente prendere un caffè alle 4 di notte, andare a dormire verso le 13 oppure portare i bimbi al parco verso le 5 del mattino. Il concetto di orari, intesi come consuetudini e riti che, ciascuno a modo suo, compie, perde sicuramente di significato. Libera l’orario!

Sommaroy.png

Da qui la petizione (perché per il momento è di questo che si parla) certamente singolare presentata dagli abitanti dell’isola al governo: essere la prima time-free-zone al mondo. Un posto non fuori dal tempo, non con fusi orari pedonalizzati, ma proprio senza tempo. Al bando gli orologi!

I dubbi (ovviamente e meno male) non mancano; anche se la petizione è stata sottoscritta dalla maggior parte degli abitanti dell’isola (che ammontano alla bellezza di 350 unità) vi è una minoranza ancora dubbiosa. Non che anche loro non vadano a fare la spesa alle due di notte, ma il dubbio è che “rimuovendo il tempo” si potrebbero compromettere le attività produttive e commerciali dell’isola. Come si regolerebbe l’apertura e chiusura dei locali e delle strutture ricettive? Ah, va detto che il turismo è una delle principali fonti di reddito dell’isola… fuori dal tempo (forse), ma non fuori dal mondo.

Personalmente vedo la parte pratica della questione abbastanza fattibile e per certi versi anche interessante (sono certo richiamerà ancora più turisti), mentre vedo un po’ più complesso affrontare tutti gli aspetti filosofici (e potenzialmente emulativi) di una decisione del genere. Siamo veramente pronti o è questione di tempo?

WU

PS. La petizione è già diventata una “trovata” infatti diversi turisti si sono già spinti ad “abbandonare” i propri orologi sulla passerella di sbarco all’isola… alla stregua dei lucchetti di ponte Milvio, giusto?

Paradiso ed Inferno: comportamenti, non luoghi

Un Sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese: «Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» Dio condusse il sant’uomo verso due porte.

Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno. C’era una grandissima tavola rotonda. Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso. Il sant’uomo sentì l’acquolina in bocca Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato. Avevano tutti l’aria affamata. Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia. Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca. Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze. Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.

Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta. Dio l’aprì. La scena che l’uomo vide era identica alla precedente. C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina. Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici. Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra loro sorridendo. Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!» – E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire se’ stessi.. ma permette di nutrire il proprio vicino. Percio’ hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri! Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a se stessi.

Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.

Mi sono imbattuto in questa storiella (che mi da certamente da riflettere soprattutto nell’attualità che sentiamo tutti quotidianamente) mentre ripensavo ad una frase che ho sentito qualche giorno fa: “non può esserci felicità senza riconoscenza”.

La riconoscenza si impara, non c’è che dire; un po’ come imparare a sfamare il prossimo per non morire di fare. Sulla felicità, poi, si può lavorare; che la si raggiunga o meno imparare la riconoscenza quanto meno non ci fa rimanere emaciati e tristi.

WU

Astenersi dalle fave!

Questo lo metterei nella sezione “curiosità”, “lo sapevate?”, oppure “si narra che…”, è uno di quegli aneddoti che nella vita non ci fai nulla (tutt’al più bella figura con la ganza di turno… ammesso che la inviti a mangiare fave) eppure fa parte di quella forma di “cultura curiosa” che (almeno per me) da aneddoti tipo questo ti spinge a ricordare diversi eventi ad esso collegati di certo più interessanti (beh, diciamo almeno storicamente più rilevanti).

Venendo a noi, i pitagorici erano una specie di “setta”: in un misto fra fede e matematica, avevano regole, avevano dettami, avevano divieti. Fra questi uno mi ha particolarmente colpito (e come sempre non chiedetemi come vi sono inciampato anche perché non saperei dirvelo… anche se sono certo che è il caldo che patisco in queste notti ad esserne complice…): il rapporto con le fave.

E anche il precetto “astieniti dalle fave” aveva molte ragioni di ordine religioso e fisico e psicologico.

PitagoraFave.png

Mangiarle assolutamente vietato, ma anche il sol toccarle era considerato contro le regole. Anzi, leggenda vuole (una delle, ad essere onesti, circa la morte di Pitagora) che fu proprio questo divieto a causare la morte dello stesso Pitagora. Il “maestro” inseguito da dei nemici per ragioni politiche, dalle parti di Metaponto, si trovò dinanzi un campo di fave. Piuttosto che attraversarlo si fermò, si fece raggiungere dai nemici e perì.

Le motivazioni erano svariate (e variopinte) tutte più o meno documentate da questo o quello:

  • alle fave veniva assegnata una qualche capacità allucinogena e l’abilità di intorpidire i sensi (Plino il Vecchio)
  • alle fave veniva assegnata la capacità di provocare un forte gonfiore di stomaco, ovviamente nocivo alla tranquillità spirituale. Non andavano dunque mangiate e men che meno prima di dormire onde evitare di addormentarsi con il corpo in condizioni “turbate” che era uno stato molto simile alla morte (Cicerone)
  • le fave erano state mescolate assieme a materiale in decomposizione nel caos originario dell’universo. Pertanto oggi queste erano fatte dello stesso materiale putrefatto di cui erano composti gli esseri umani (Porfirio)
  • “perché assomigliano alle porte dell’Ade; […] perché è la sola pianta senza articolazioni; o perché nociva; o perché è simile alla natura dell’universo; o perché ha significato oligarchico” (Aristotele)

Vi sono almeno un paio di interpretazioni che vale la pena menzionare per collocare questo strambo divieto in una prospettiva storica. Il favismo era una malattia abbastanza diffusa nel sud Italia all’epoca di Pitagora (anche se va detto non vi è traccia di documenti medici che collegassero la malattia alle fave…), il divieto era pertanto una specie di profilassi che veniva fatta passare da “fede” (e non sarebbe questo il primo caso…). Una diversa interpretazione parte da una base più religiosa dato che le fave erano considerate (forse come lascito pagano) connesse al mondo dei morti, al mondo dell’impurità, della materia in decomposizione e quindi il precetto era un vero comandamento di fede.

Insomma, quel che fosse la motivazione il dato di fatto era che dalle fave bisognava stare lontani, e non poco! La proibizione conferma la natura magico/superstiziosa della scuola Pitagorica ed affonda le sue radici in qualche arcaica credenza che Pitagora aveva poi rielaborato ed eletto a precetto. Il timore del soprannaturale (incarnato in questo caso nelle ignare fave) è stata una delle linee guida della nostra storia; precetti tipo questo erano (e sono) una sorta di impegno di purificazione quotidiano che ci illude di perfezionarci nel corpo e nello spirito per avvicinarci alla natura divina.

WU

PS. Tanto per completezza altre regole “peculiari” (i.e. più simili a superstizione che altro) della scuola Pitagorica (ognuna, sono certo, con una sua ratio) sono:

  • non raccogliere ciò che è caduto
  • non toccare un gallo bianco
  • non spezzare il pane
  • non scavalcare le travi
  • non attizzare il fuoco con il ferro
  • non addentare una pagnotta intera
  • non strappare le ghirlande