Categoria: conventions

La nostra teiera

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che –posto che la mia asserzione non può essere confutata– dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità, ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

If I were to suggest that between the Earth and Mars there is a china teapot revolving about the sun in an elliptical orbit, nobody would be able to disprove my assertion provided I were careful to add that the teapot is too small to be revealed even by our most powerful telescopes. But if I were to go on to say that, since my assertion cannot be disproved, it is an intolerable presumption on the part of human reason to doubt it, I should rightly be thought to be talking nonsense. If, however, the existence of such a teapot were affirmed in ancient books, taught as the sacred truth every Sunday, and instilled into the minds of children at school, hesitation to believe in its existence would become a mark of eccentricity and entitle the doubter to the attentions of the psychiatrist in an enlightened age or of the Inquisitor in an earlier time.

Mi sono imbattuto in questa frase di Russel mente cercavo tutt’altro (precisamente qualche dettaglio sull’organizzazione sociale dei formicai) e mi è rimasta li a gironzolare nella mente. Credo, più che altro per l’utilizzo della teiera.

Continuando a leggerla, comunque, non posso che rimanerne affascinato dalla chiarezza… oltre che dalla verità.

Se vogliamo che una cosa venga etichettata come un’emerita cazzata il modo migliore è proprio quello di venderla come una verità assoluta. Dire che non se ne può dubitare, che è un atto di presunzione, che sarebbe una mancanza di fiducia.

Si, siamo fatti così, le imposizioni mal le digeriamo… soprattutto se sono dei nostri simili, i.e. di coloro a cui non riconosciamo doti che noi non potremmo avere (si, l’umiltà non è elemento fondante della nostra natura).

Tutt’altra storia se queste (che rimangono sempre “imposizioni” di una qualche sorta) vengono da lontano, da molto lontano. Dalla notte dei tempi, da libri autorevoli, da nomi rinomati e via dicendo. Si vestono automaticamente di un’aurea di saggezza e verità che ci porta a non dubitarne, indipendentemente dalla loro realtà (o realisticità).

Beato chi ha una mente tanto ardita da levarsi di dosso gli occhiali dell’imposto. Dubitate/dubitiamo di tutte le verità preconfezionate. O almeno proviamoci.

WU

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Cos’è un sorite?

Voi sapete cosa sia un sorite? Io, ovviamente, no.

La sua accezione etimologica è quella di mucchio, cumulo (di grano); difficilmente, tuttavia, lo troverete usato nel suo senso letterale, dato che è ormai da tradizione associato al paradosso su di esso formulato per primo da Eubulide di Mileto (che bel nome…).

Allora, cambiamo leggermente la domanda: cosa è un mucchio?

Una massa di roba, direi. Un sacco di oggetti. Si, ok, ma numericamente quando si inizia a parlare di cumulo?

Prendiamo, ad esempio, un mucchio di sabbia. E’ chiaro che se dalla massa tolgo un singolo granello quasi (… per usare un eufemismo) non me ne accorgo; il mucchio rimane un mucchio.

Tolgo un altro granello, stesso risultato. Ho sempre dinanzi a me il sorite che mi guarda. E così via, ma ad un certo punto il mucchio non sarà più un mucchio… o no?!

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Dipende dai presupposti dai quali parto.

Assumiamo, ad esempio, che io ammetta che un certo numero di granelli è un mucchio e che tale numero (1 milione? 1 miliardo? poco conta) meno uno è ancora un mucchio. In tal caso mi ritrovo con la sorprendente conclusione che 1 granello è un mucchio (diciamo che la mia personalissima logica non fa particolare reticenza in questo)

Assumiamo invece che fino ad un certo numero di granelli non si parli di mucchio, dal granelli X+1 allora avrò davanti un sorite, e ci sarà proprio un singolo specifico granello che ha trasformato alcuni granelli in un mucchio (… mi convince un po’ meno).

In altri termini:

il primo granello non costituisce mucchio, il secondo neppure ecc.; o il mucchio non si costituisce mai o, se si ammette che si costituisce per l’aggiunta di un dato granello, si deve concludere che è stato quel solo granello a far essere il mucchio.

Non possiamo, con la pura ed in questo caso sterile, logica stabilire se queste affermazioni siano vere o false. Proprio perché vogliamo (è la cosa che ci viene più semplice) usare una logica “a due stadi”: o vero o falso. Il paradosso può essere “risolto” infatti ricorrendo a logiche “fuzzy” o polivalenti che ammettono anche valori intermedi fra 0 ed 1 (per i quali non valgono i principi di non contraddizione e del terzo escluso… appunto.).

Il paradosso nasce dal mettere sullo stesso pia un concetto quantitativo (un granello) con uno qualitativo (un mucchio). Sarà poi Hegel a definire il concetto di misura quale ponte fra il mondo qualitativo e quello quantitativo.

Mutatis mutandis (gongolo): se dalla nostra coscienza tolgo una singola consapevolezza posso ancora reputarmi una persona cosciente? In questo caso, ammetto, ancora più difficile; se non altro identificare il perimetro della singola consapevolezza… figuriamoci un po’ il sorite della coscienza (che mi immagino come un mucchio di consapevolezze, no!?).

WU

PS.
Vogliamo aggiungere una litigata ad un grande amore?
Vogliamo togliere una libertà dalla democrazia?

PPSS. Sulla stessa scia, e dello stesso “autore“:

  • Conosci l’uomo che si avvicina ed è incappucciato? No. Se gli togliamo il cappuccio, lo riconosci? Si. Dunque conosci e non conosci la stessa persona.
  • Un uomo con molti capelli non è certamente calvo. Se a quest’uomo cade un capello, egli non diventa calvo. Tuttavia se, uno dopo l’altro, i capelli continuano a cadere l’uomo diventerà calvo. Ma quindi quand’è che un uomo può essere definito calvo? La differenza tra calvo e non-calvo risiede in un solo capello?
  • Un uomo possiede ciò che non ha perso. Un uomo non ha perso le corna, dunque le ha.

Il Punto Omega

Siamo in continua evoluzione (almeno sulla carta, se poi vogliamo vederla come involuzione non avrei nulla da obiettare). Ci muoviamo, ad ogni modo, verso una direzione di crescente complessità, maturità tecnologica, scoperte scientifiche, invenzioni… anche coscienza ardirei.

Questo processo potrebbe non avere mai fine (ci destabilizza pensarla così), o potrebbe averla. Almeno secondo la teoria di Pierre Teilhard de Chardin; il punto di arrivo di questo processo, il punto supremo di complessità, l’apice della nostra crescente conoscenza (e, ci riprovo, coscienza) è il Punto Omega.

Ma c’è di più, secondo la teoria, il Punto Omega non è solo il punto di arrivo del processo evolutivo dell’intero universo, ma anche la causa della sue evoluzione. Come se fosse una sorta di attrattore che ci traina nella direzione della crescente complessità. Il Punto Omega è il punto massimo dell’evoluzione ed è, indipendentemente dall’universo stesso, anche il punto verso il quale l’universo si evolve.

Ora, se caliamo (come ha fatto d’altra parte anche il suo cristianissimo ideatore) il Punto Omega nell’ortodossia cristiana abbiamo una sua fortissima identificazione con il Logos (Dio da Dio”, “Luce da Luce”, “Dio vero da Dio vero” e “attraverso di Lui tutte le cose furono create”); i.e. Gesù Cristo… A tal proposito credo che il concetto della parola che si incarna sia uno dei temi che mi ha da sempre affascinato, ed al contempo fatto storcere il naso, della religione cristiana… se non altro fertile terreno di riflessioni notturne.

Il nostro punto di arrivo ha, tornando a noi, cinque attributi identificanti:

  • Esiste da sempre: non ha tempo, è fuori dal tempi, altrimenti come faremmo a spiegare l’evoluzione costante dell’universo verso livelli di crescente complessità?
  • E’ trascendente: il Punto esiste prima ed al di fuori del processo evolutivo; è il punto apicale di un processo del quale non fa parte.
  • E’ irreversibile: deve offrirci la possibilità di essere raggiunto (benché moooolto lontano), ma non quella di tornare indietro (e su questo avrei un po’ da ridire).
  • E’ autonomo: il Punto non può essere condizionato dallo spazio o dal tempo; esiste al di fuori dei vincoli della natura.
  • E’ personale: l’incremento della complessità dell’universo e della materia ci ha portati (e continua a portarci) verso livelli sempre più elevati di personalizzazione (e.g. vedi la natura umana); il Punto Omega potrebbe addirittura essere una persona, la super-personalizzazione della materia e degli individui.

Se esiste, ed in fondo mi piace crederci, mi pare siamo ancora molto lontani (e ciò potrebbe anche essere un bene). Ho qualche dubbio sulla teoria, soprattutto sul concetto di irreversibilità del processo evolutivo e sul fatto che l’aumento di complessità e consapevolezza (rieccoci…) equivalga ad una unificazione dell’universo piuttosto che ad una eliminazione dell’individualità (sicuramente un “retaggio” molto cristiano).

WU

De-individualizzazione: The Standford Experiment

Proviamo a ragionare (…o piuttosto dovrei dire sproloquiare) un po’ sul concetto di esistere solo mediante la nostra appartenenza ad un gruppo sociale. Ovvero come ragioneremmo se fossimo solamente considerati come un membro di un gruppo e non anche come individualità singole?

Il terreno è molto pericoloso e le estremizzazioni sono fin troppo facili in questo contesto. Mi sono imbattuto in questo esperimento che forse vale la pena di rispolverare per comprendere i rischi che tutt’oggi si corrono ad aderire al gregge senza cervello(per i complottisti: è in corso una massiccia campagna di deindividualizzazione a mezzo internet e social network che ci vuole tutti automi non pensanti).

1971, Philip Zimbardo, Stanford University: un esperimento carcerario.

Negli scantinati dell’università fu fedelmente riprodotto un ambiente carcerario ed un gruppo di 24 studenti volontari (scelti a caso fra quelli che risposero ad un annuncio sul giornale locale) furono divisi in due gruppi: guardie e detenuti. Gli studenti erano tutti di ceto medio, equilibrati, maturi, grossomodo normali direi.

Ai prigionieri fu fatta indossare una divisa da carcerato e catene, furono numerati e furono inoltre obbligati a seguire una serie di stringenti regole… proprio come se fossero in carcere, insomma. Alle guardie, invece, fu chiesto di indossare divise kaki, occhiali a specchio, fischietto e manganello e non gli furono imposte regole, ma fu data loro ampia discrezionalità sui metodi da utilizzare per mantenere l’ordine “nel penitenziario”.

Sono bastati due giorni prima di assistere alle prime violenze. I primi furono (ovviamente?!) i prigionieri che si strapparono le divise di dosso ed iniziarono ad inveire contro le guardie barricandosi nelle loro celle. Le guardie di tutta risposta iniziarono con umiliazioni e metodi violenti. Si erano a questo punto creati forti rapporti di solidarietà nei due gruppi che avevano creato “il gruppo”, un’entità superiore all’individuo che si muoveva e (s)ragionava autonomamente.

La situazione peggiorò ulteriormente fra tentativi di evasione dei detenuti ed ulteriori umiliazioni corporali e psicologiche inflitte dalle guardie fino al quinto giorno. A questo punto le guardie ormai erano un unico organismo sadico e vessatorio, mentre i prigionieri si erano deindividualizzati e poi disgregati come gruppo, erano ormai allo sbando. Zimbardo ed il suo team dovettero sospendere l’esperimento… con grande piacere dei prigionieri e con grande disappunto dei carcerieri.

La prigione, per entrambi i gruppi era diventata vera. Le regole erano per loro realtà ed i loro comportamenti erano ormai propri di quel mondo. Il tutto in cinque giorni, e praticamente senza accorgersene. La realtà era stata velocemente ridefinita e la “morale” (assieme alla percezione della responsabilità personale) si era adattata di conseguenza; c’era una situazione “critica” ed il gruppo vi rispondeva in una maniera che non era messa in discussione; le azioni del “singolo” erano solo una parte di quelle del gruppo; erano allineate non contava se erano giuste o sbagliate.

In primo luogo l’abbigliamento, poi il posto ed in generale tutto il contesto avevano posto gli studenti in una situazione di forte deindividualizzazione. Ovvero gli studenti non avevano più nome, erano solo parte di un gruppo. E come conseguenza era stata sopita la loro coscienza, consapevolezza e senso di responsabilità; come dire: è il gruppo che fa questo, non certo io!

D’accordo che quella della prigionia è un’esperienza molto più forte di quelle che possiamo vivere quotidianamente e che il senso del gruppo in questi contesti ha una forza molto maggiore di quello della combriccola-del-sabato-sera, ma il rischio della deindividualizzazione rimane e l’incoscienza del singolo delle azioni del gruppo è un dato di fatto della psicologia sociale umana.

Nel processo di deindividualizzazione si perde la percezione delle conseguenze delle proprie azioni; ecco il rischio più grande che stiamo ancora oggi correndo, tutti.

WU

PS. Trasposizioni a recenti e meno recenti fatti di cronaca fin troppo facili.

The Pac Man Theory

E’ fantastica! Assolutamente fantastica.

Per quanto assurda (e poi chi lo dice?) è un’ulteriore prova (se ce ne fosse davvero bisogno) della genialità della mente umana. Una conferma della nostra capacità di dare un senso tutto personale alla realtà “oggettiva” che ci circonda e piegare i fatti alla nostra interpretazione.

La terra è piatta. E di questo i terrapiattisti ci hanno ormai convinto (…), ma ora le teorie si sono evolute. Si è appena conclusa, infatti, la Flat Earth Convention 2018 (tranquilli… è solo la prima), a Birmingham e qui la convinzione sulla forma della nostra Terra si è fusa con il lascito storico di noi giovani degli anni ’80: i videogames 2D. Principe fra questi il mai-dimenticato Pac Man.

Uno degli annosi problemi dei terrapiattisti è il fatto che arrivati ad un bordo della mappa non vi sono modo ovvi per passare all’altro. Ovvero se arrivi in Giappone per tornare agli USA devi riattraversare tutto il globo, anche se sappiamo (e lo sanno anche loro) che non è così. Ed ecco quindi la nuova teoria che viene in soccorso a questo annoso problema, confermando (…) la forma del nostro globo (o lo dovrei forse chiamare quadro di gioco?).

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Esattamente come in Pac Man, arrivati ad un bordo del quadro vi sono delle “porte” che ti riportano direttamente all’estremità opposta senza dover fare nessuna fatica. Beh, per i terrapiattisti queste “porte” sono il nostro oceano pacifico che ci consente appunto di passare dal Giappone agli USA senza dover riattraversare tutto il mondo. Ecco risolto il (loro) rebus.

One logical possibility for those who are truly free thinkers is that space-time wraps around and we get a Pac-Man effect,” he told the convention, suggesting that planets in the sky teleport from one side of the Earth to the other once they reach the horizon, like Pac-Man characters do when they move off the left side of the screen and then appear instantly on the right.

Praticamente la teoria consente di giustificare la realtà “oggettiva” (mi vengono i brividi ad usare questa parola) secondi cui viaggiando sempre nella stessa direzione riusciamo a tornare al punto di partenza. Cosa assolutamente impossibile senza la Pac Man Theory… e senza una terra piatta.

Ovviamente i terrapiattisti “sanno” che la Terra è piatta perché nessuno vive a testa in giù, perché non vedono curvature (dall’altezza dei loro occhi), perché non bisogna credere alle notizie preconfezionate dei media.

E’ chiaramente più facile (anche se sicuramente è più affascinate) credere all’esistenza di queste porte piuttosto che ad una forma sferoidale della nostra Terra. Giustissimo! Inoltre volete mettere il significato allegorico di questa teoria? Viviamo come Pac Man fuggendo fantasmi ed evitando ostacoli nel labirinto (rigorosamente 2D) della vita, e solo i più bravi riescono a procrastinare il solito, immancabile, angosciante game over (ed in fondo immaginarsi queste teorie è il senso del gioco).

WU

PS.

That seems true. The average number of online searches for ‘flat Earth’ has increased by a factor of 10 since 2014, according to Google Trends. Those searches yield a variety of theories about the true shape of the Earth. Some say the flat Earth is surrounded by a giant ice wall. Some argue Earth is a disc that’s protected by an invisible dome called the firmament.

Profezia che si autoadempie

Un mercoledì mattina del 1932, Cartwright Millingville va a lavorare. Il suo posto è alla Last National Bank e il suo ufficio è quello di presidente. Egli osserva che gli sportelli delle casse sono particolarmente affollati per essere di mercoledì; tutte quelle persone che fanno dei depositi sono inconsuete in un giorno della settimana che è lontano da quello in cui si riceve lo stipendio. Millingville spera in cuor suo che tutta quella gente non sia stata licenziata e incomincia il suo compito quotidiano di presidente. La Last National Bank è un istituto solido e garantito. Tutti lo sanno, dal presidente della banca agli azionisti, a noi. Ma quelle persone che fanno la coda davanti agli sportelli delle casse non lo sanno; anzi, credono che la banca stia fallendo, e che se essi non ritirano al più presto i loro depositi, non rimarrà loro più nulla; e così fanno la fila, aspettando di ritirare i loro risparmi. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito in conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e hanno agito in conseguenza, hanno conosciuto una verità ignota a Cartwright Millingville, agli azionisti, a noi. Essi conoscono quella realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa, la loro profezia si è avverata; la banca è fallita.

Fulgido esempio (ovviamente non mio) di una “profezia che si autoavvera“.

E’ una di quelle previsioni che si auto avverano per il sol fatto di essere state espresse. Se ci pensate è una cosa molto più comune di quel che sembra (soprattutto se sostituiamo “situazione” con “profezia”), e che poi è un po’ all’origine delle varie superstizioni di “portarsi jella da soli” o “darsi la zappa sui piedi”. Si tratta di una di quelle situazioni “circolari” nelle quali una predizione genera una situazione che a sua volta realizza la predizione.

Di esempi se ne trovano a bizzeffe nella vita di tutti i giorni, dai mercati finanziari al campo sociologico, dalla politica alla psicologia (d’altra parte l’auto-convincimento è una profezia che si autoavvera, no?!).

Ed è anche terreno molto fertile per trami cinematografiche e fantascientifiche: da Star Wars, Minotiry Report, Kung Fu Panda, Terminator e bla bla bla.

La cosa che mi affascina è che lo facciamo spesso e volentieri del tutto inconsciamente, sia nel bene, sia nel male. Poi la mente umana deve in qualche modo cautelarsi ed auto-giustificarsi per cui parliamo di destino, fato, predeterminazione e cose del genere, ma mai di “colpa” o anche solo “ruolo” nostro.

Ah, la cosa non mi pare un buon alibi per non fare, piuttosto una chiave di lettura del nostro ruolo nella (nostra) storia, nella quale determiniamo (ripeto, spesso involontariamente) il nostro futuro senza per forza dover fare viaggi nel nostro passato.

Diciamo che rendiamo reali le conseguenze delle nostre azioni.

WU

PS. Mi viene subito alla mente

Il Modulor

Per formulare risposte da dare ai formidabili problemi posti dal nostro tempo e riguardanti l’attrezzatura della nostra società, vi è un unico criterio accettabile, che ricondurrà ogni problema ai suoi veri fondamenti: questo criterio è l’uomo

Crasi di module e or (in riferimento alla section d’or. E’ “solo” l’interpretazione dell’architetto franco-svizzero Le Corbusier di uno dei temi più cari all’uomo: l’armonia delle forme. Dall’uomo Vitruviano di Leonardo, passando per Leon Battista Alberti siamo arrivati all’idea che il centro dell’armonia delle forme è proprio l’uomo.

Si tratta praticamente di una scala di proporzioni basate proprio su misure umane medie da utilizzare come vademecum per un’architettura a misura d’uomo. Questo almeno negli intenti del suo inventore e nell’utilizzo che ne fece. Oggi riceve diverse critiche (come si confà ad una scala che voglia abbracciare tutta la varietà del genere umano) che vanno dall’assenza del sesso femminile (non riconosciuto abbastanza armonioso) all’assenza di parametri di riferimento per elementi architetturali standard (non si può usare il Modulor per disegnare dei comodi scalini) per concludersi con le misure stesse di riferimento considerate (che forse tanto standard non sono…).

Nella sua prima versione (1948) e poi nell’aggiornamento del Modulor 2 (1955) Le Corbusier si disegnò il suo personalissimo metro che poi effettivamente usò nella realizzazione di diverse suo opere architettoniche.

Il Modulor è graficamente rappresentato (e credo che gran parte del successo di una scala forse non perfetta ed incompleta lo abbia fatto proprio una sapiente rappresentazione grafica) con una figura umana stilizzata con un braccio steso sopra il capo che si trova accanto a due misurazioni verticali.

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La serie rossa è basata sull’altezza del plesso solare (108 cm Modulor 1 e 113 cm Modulor 2) poi divisa in segmenti secondo il Phi=1.618 della sezione aurea. La serie blu basata sull’intera altezza della figura che è esattamente il doppio dell’altezza del plesso (216 cm Modulor 1 e 226 cm Modulor 2), a sua volta segmentata nello stesso modo. Fra le due serie si sviluppa una spirale che definisce anche i volumi dei vari segmenti.

In sostanza le due scale sono il legame fra l’elemento umano e quello matematico cercando di rapportare alle misure umane l’armonia (possiamo dire “universalmente riconosciuta”) che hanno edifici e superfici basati sulla sezione aurea. La convinzione alla base dell’idea è che “solo l’utente ha la parola” ovvero che la dimensione umana deve troneggiare. Poi vi era anche la possibilità di modellare un uomo (diciamo pure non un uomo qualunque, ma praticamente solo uno alto 108/113 – 216/226 cm) secondo i numeri della sequenza di Fibonacci (il rapporto fra due numeri consecutivi della sequenza è costante ed è proprio la sezione aurea).

La sequenza si applica sia ad un quadrato di lato 113 (27, 43, 70, 113, 183, etc.), nella “serie rossa”, sia ad un rettangolo di dimensioni 113×226 (53, 86, 140, 226, 366, etc.), nella “serie blu”.

Le due serie potevano (e, con tutti i limiti del caso, lo possono tutt’ora nonostante il progressivo disuso del modello) essere utilizzate per dare quella piacevole regolarità matematica (che limitando un po’ l’estro dell’uomo evita anche di fare qualche obbrobrio di troppo) ed estetica ad un manufatto architettonico (o anche meccanico)…

WU

PS. Se contestualizziamo storicamente il tentativo è quello di recuperare una dimensione umana, fin nelle cose concrete del quotidiano, nel periodo post bellico.