Intelligenza intuitiva

Oggi, onestamente, ho avuto un po’ di difficoltà ad astrarmi dalle mia quotidiana lotta per focalizzare la mia attenzione su qualcosa di totalmente inutile che fosse solo un po’ di allenamento ed alienamento per la mente. Mi sono reso conto che la difficoltà deriva (non so perché questa cosa mi abbia colpito solo oggi) dalla mole di informazioni, dati, notizie, etc. che processo. Ormai in gran parte (e forse come tutti) in maniera quasi automatica, incosciente e quindi sommaria.

Mi sono quindi ravveduto del fatto che (come tutti, ma ora la smetto di ripeterlo) spesso il primissimo filtro a tutto quello che mi passa davanti gli occhi e mi stuzzica la mente lo faccio in maniera istintiva, ad intuito. Aspetti della nostra mente che forse un tempo ci salvavano la vita mettendoci al riparo da qualche predatore e che oggi si sono con noi evoluti per salvarci la pelle, e la mente, dalla pletora di informazioni cui siamo esposti.

L’intuizione opera praticamente in maniera inconscia come meccanismo di sopravvivenza, oggi come un tempo (questo titolo lo leggo o no? questa news è affidabile? questo soggetto lo posso conoscere? etc.). Ravando un po’ in rete (fra siti che la mia intuizione ha classificato come para-affidabili, olistici, fancazzisti, click-biting, parolai, etc. etc.) ho scoperto che l’intuizione rientra nel concetto di intelligenza intuitiva la quale a sua volta si articola in quattro sottolivelli. Per come li ho capiti io:

  • Istinto animale – intelligenza istintiva di primo livello, quella che ci garantisce sicurezza e sopravvivenza. Tutti lo abbiamo intrinsecamente adottato, spesso inconsciamente. L’istinto come versione base dell’intuizione, quella che ci faceva scappare dai predatori e ci faceva “sentire” i pericoli senza averli per forza visti, ma semplicemente percepiti. E’ il livello più semplice dell’intuizione anche se non sempre sufficiente ad esprimerci al meglio e tanto meno elevarci.
  • Intelligenza emotiva – intelligenza istintiva di secondo livello, quella che ci garantisce capacità di comunicazione ed empatia (o almeno il tentativo di quest’ultima). E’ il livello di intuizione che ci mette in grado di relazionarsi con gli altri, che ci da coraggio, che ci fa andare oltre il mero istinto animale. L’intuizione che ci guida su cosa è appropriato dire o fare in certi contesti (si, a livello intuitivo prima che di educazione o condizionamenti sociali). E’ il livello della comunicazione non verbale (livello messo a dura prova dal contingente social distancing)
  • Potere visionario – intelligenza emotiva di terzo livello, più raffinata. La madre della capacità creative e visionarie, ed estremizzando anche delle nostre (e qui mi sono un po’ insospettito sulle mie “fonti”) eventuali capacità di percezione extrasensoriale o in generale altri eventi psichici (si sprecano…). Il livello della capacità straordinarie di fare o vedere le cose, di far scaturire idee nuove, di pensare in maniera trasversale.
  • Saggezza universale – intelligenza emotiva di quarto livello, quella che ci avvicina alla consapevolezza universale, all’unità del tutto (si, faccio un po’ di fatica…). Vi si accede spesso dopo profonda meditazione o pratiche dedicate (beh, si, da qualche parte si parla anche di esperienze pre-morte… anche se non so quanto siano classificabili come intuizioni…). Il livello più elevato di intuizione che ci permette di raggiungere il livello più profondo della realtà. Il livello che ci permette di poter realizzare i nostri obiettivi più intimi (che evidentemente abbiamo definito grazie ai livelli precedente… ed io sono ancora indietro) e soprattutto ci danno il potere di cambiare, ed in qualche modo “guarire” la nostra vita.

Sono fermo al primo livello con qualche capatina al secondo. Il terzo solo come frutto di impegno estremamente razionale (e quindi non intuitivo), mentre al quarto livello credo di accedere solo mediante la trama di qualche film 🙂 . Nonostante questo mi piace scavare in questi anfratti, al limite del razionale, al limite della fuffa, solo per cercare di spingermi un po’ più in la del mio “istinto animale”. Stasera medito; cioè, ci provo.

WU

La coprolaia e l’ecolaia

Come sempre metto un po’ le mani avanti: non mi piace sparlottare (e spesso ironizzare) di malattie e disagi (se qualcuno la fa dei miei, cmq, fa bene…). Esistono, tuttavia, alcuni “problemi” che attirano in maniera viscerale la mia attenzione e mi ritrovo con una parte del cervello (consumando già limitate risorse 🙂 ) che ci continua incessantemente a pesare almeno finché non gli do’ parola (e spesso anche dopo). Chissà se anche questo rientra fa un qualche disturbo.

Vi siete mai trovati in presenza di qualcuno che improvvisamente, inaspettatamente, spesso fuori contesto butta giù qualche parolaccia o frase oscena/volgare? Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta solo di persone scostumate (e non maleducate) (e forse è un altro disturbo), mentre in rari casi si tratta di persone affette da coprolaia.

Dal greco sterco+chiacchierata, la coprolaia identifica un disturbo psichico spesso associato alla Sindorme di Tourette (anche se non proprio comune anche in chi affetto da questa sindrome). Tipicamente si tratta di un linguaggio scurrile, richiami sessuali o razzisti che il soggetto non riesce a controllare e che vengono irrefrenabilmente sciorinati anche quando il contesto non lo consentirebbe (come se ci fossero contesti idonei…). I “tic vocali” di questo tipo sono spesso riconoscibili in quanto emessi anche con cadenza, tono, volume diverso dal normale modo di discorrere del soggetto.

Altro disagio simile, anch’esso spesso presente nei soggetti affetti dalla Sindorme di Tourette, è l’ecolaia.

Come il termine suggerisce si tratta nella ripetizione involontaria (a mo’ di eco, appunto…) delle parole e delle frasi dell’interlocutore. Problematica spesso associata, oltre che alla suddetta sindrome, anche a diagnosi di autismo.

Attenzione a non confonderlo con l’approccio “infantile” (per alcuni termini, specialmente non italiani, lo faccio ancora…) di ripetere le parole per apprendimento. Può essere ecolaia immediata o differita, ma il senso è immutato: tu dici, io ripeto altrimenti una parte del mio cervello non si tranquillizza.

Entrambe sindromi con cui non deve essere facile convivere, entrambe sindromi che potrebbero strappare qualche sorriso (in chi non è affetto, ovvio), entrambe sindromi per le quali l’ambiente in cui si cresce e si vive gioca un ruolo fondamentale, entrambe sindromi per le quali non esiste una vera e propria cura, entrambe sindromi che tendono a confondersi con cattiva educazione o simili. A

Attenzione a chi abbiamo davanti, molto spesso NON è malato, negli altri casi apprezza molto la gentilezza.

WU

PS. Mi ci sono imbattuto avendo di recente visto Motherless Brooklyn; forse non il film dell’anno, ma lo consiglio decisamente.

How old are you?

Premesso che è meglio non pensarci, tanto la risposta non ci piacerebbe comunque. Ribadita la premessa.

C’è un momento in cui qualcuno ci vede “vecchi”. Si, è uno stato della mente; si, si è giovani dentro; si, non è l’età anagrafica che conta; si quello che vi pare, ma esiste un momento (tipicamente ben più tardi di quanto è effettivamente accaduto) che la gente ci guarda con occhi diversi.

Da quando ci danno del “lei” in ascensore, quando il “ciao” diventa “buongiorno”, quando le spiegazioni non le riceviamo più, ma dobbiamo darle, et similia. Tutte piccole tappe che ci portano ad “invecchiare” inteso come un cambiamento della percezione che gli altri hanno di noi.

Da cui la “domanda”, ma quando si è effettivamente definibili come “vecchi”? Di risposte ce ne sono a iosa, nessuna giusta, nessuna sbagliata. Questa di PBS mi piace particolarmente (e con l’emergenza COVID fresca fresca mi fa anche un po’ accapponare la pelle).

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La mia risposta sarebbe abbastanza simile a questa, anche senza richiamare, almeno in prima battuta, il concetto di morte. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti arrendi; noi stessi, non lo ammetteremo mai, ci meraviglieremo e biasimeremo sempre per esserci arresi. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti lasci andare a sproloqui, invettive, tristezze, ricordi in maniera improvvisa, automatica, noncurante del contesto. Si è vecchi (o diciamo che è legittimo esser considerati tali) quando gli altri non si meravigliano se ti concentri su qualcosa di irrilevante (o anche su nulla) nel bel mezzo di altro. E via dicendo.

Evidentemente il significato di vecchio è oggettivo, ed ha anche senso associarlo all’idea della morte. Se non alla nostra idea quella che “il senso comune” (espressione che ho sempre visceralmente odiato) ha. Un pensiero “diverso” per i “giovani” e per i “vecchi” portati via da questa pandemia.

WU

PS. Fanno bene gli inglesi che tagliano corto: “quanto vecchio sei tu?”, partendo dalla nascita e non se ne parla più.

E per gli animali (ergendoci a giudici della loro età), come la mettiamo?

Com’è l’acqua?

“Ci sono due giovani pesci che nuotano ed a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua? –
[D. F. Wallace, 2005]

Il succo è chiaro quanto triste: le realtà più ovvie, importanti e spesso presenti ovunque tutto intorno a noi sono le più difficili da capire, sono i tempi più spinosi da approfondire e spesso conduciamo una vita intera immersi (letteralmente) in esse senza rendercene neanche conto o, nel migliore dei casi, scalfendone solo la superficie.

Noi (ed io di certo) viviamo nella nostra acqua senza renderci non solo conto di “come essa sia” (dalla domanda del pesce anziano), ma senza neanche avere contezza della sua esistenza. Un po’ come il feto che vive nel suo liquido amniotico, il suo tutto.

Ora, il modo per declinare il significato di questa “acqua” è abbastanza soggettivo (e credo dipenda anche dalle stagioni della vita di ciascuno), certo è che ci sono alcuni valori che dati troppo per scontati finiscono per passare sottotraccia facendoci perdere proprio la possibilità di comprendere il contesto in cui ci muoviamo. Libertà, giustizia, democrazia, uguaglianza, solidarietà, etc. sono parole che scrivo con l’impressione di star ribadendo dei cliché o di dar “fiato” a scheletri vuoti di significato, pura retorica. Ci stiamo dimenticando quale sia la nostra acqua (… e nel dubbio ce l’avveleniamo anche).

Mi sento un po’ “annegato” in schemi vacui in cui l’apparenza (evidentemente eretta ad un certo punto alla stregua di un valore) sta cercando di prendere il posto dell’acqua e “vecchi valori” sono massi da spostare, problemi da risolvere (quantomeno per mettersi la coscienza a posto) o parole vuote e non concetti da approfondire. Sto diventando sempre più cieco ed imprigionato (questa la vera prigionia, non tutte le moine che abbiamo fatto per questo lockdown…) nelle mie quattro idee, scarne e discutibili, da far fatica a rendermi conto della realtà che mi circonda e, soprattutto, quella che lasceremo ai nostri posteri.

Aspetto il mio prossimo incontro con qualche anziano (e non per forza anagraficamente) pesce che mi faccia un po’ rinsavire.

WU

PS. Usare la domanda “Com’è l’acqua?” come mantra per cercare di far cadere qualche preconcetto o abitudine – qualora abbia la prontezza di accorgermene – mi pare un primo passo

Zelota

Dall’evidente radice di zelo, zelante. A sua volta di origine greca dal significato di ammiratore, seguace. Con una accezione nella direzione di emulazione, fanatismo.
Lo zelota è colui che segue scrupolosamente (ed a tratti bovinamente) un precetto o un’istruzione. Un passo prima del fanatico radicale, un attimo dopo il fedele ed il praticante (non solo con accezioni religiose).

Il termine nasce all’inizio del I secolo d.c. per identificare i membri di una associazione politico-religiosa (binomio particolarmente interlacciato sin dalla notte dei tempi, evidentemente) costituita da elementi che seguivano la legge ebraica in maniera particolarmente zelante e che erano pronti a conseguire l’indipendenza della Giudea con ogni mezzo (i.e. armi alla mano).

Gli zeloti (quelli originali) erano i difensori dell’ortodossia ebraica, quelli che chiameremmo oggi integralisti. Gli “invasori” da combattere erano i romani. Una specie di terroristi-sovranisti ante litteram (tanto per il ciclo “corsi e ricorsi storici”) che partono da locali violenze (tipicamente nei ceti meno abbienti) per arrivare a vere e proprie rivolte.

Oggi gli zeloti mi pare si mascherino bene, ma non siano meno presenti. Mi pare si camuffino, neghino, dissimulino (non vedremo uno zelota sulla croce, al più lo vedremo suicida dopo questo o quel massacro), ma abbiano sempre un invasore da combattere (“neGro, eBBreo, Comunista!”) concentrandosi più sui “maneschi” mezzi che sulle motivazioni che li spingono al gesto. Diciamo che li vedo un po’ come una sorta di automi che imparato un dettame lo portano avanti staccando il cervello.

L’unico (beh, forse il principale) dubbio che mi resta è come si identifica il limite fra zelante e zelota. Come si capisce quando si è fatto il passaggio? Come si diventa uno zelota in qualcosa? è colpa di un leader errato? di convinzioni superficiali? di fanatismo che nasconde povertà di idee?

WU

PS. La bibbia è piena di richiami a Zeloti (Giuda Iscariota, Simone il Carnaneo, Simone detto Pietro, etc.), anche se il termine in se compare solo due volte.

All’indomani della Fase 2

Oggi sono un po’ in modalità “e se non ce la facessi”. Nel senso che si parla tanto di “Fase 2” come una specie di traguardo per riacquistare quella libertà (negataci finora?) e tornare vicini ad una sorta di normalità.

Il punto è che in fondo l’uomo è quella bestia che si abitua ed ogni cambiamento, nel bene e nel male, è un po’ un piccolo terremoto alle sue abitudini, alle sue certezze. Dando per scontato che non torneremo a fare “il concertone del Primo Maggio” a breve (ed almeno non come lo abbiamo dipinto nel nostro immaginario finora) mi chiedo se sono veramente pronto al prossimo “cambio di restrizioni” (o direi dire “cambio di libertà”?). Si, si parla di un “allentamento”, qualunque cosa questo significhi, ma lo scenario che si dipinge è un ibrido fra cose che non potevamo fare prima e che ora in forma edulcorata ci sarà concesso rifare (no, io a correre con la mascherina non ci vado!) e fra quel mondo “tutto aperto” a cui eravamo abituati prima che tutta la pandemia iniziasse.

Sono (siamo?) veramente pronti? Accetterò (di buon grado lo escludo) di fare qualcosa “un po’ meglio”, o diversamente, di come ero abituato a farlo sono per darmi una parvenza di “libertà” riacquistata? E poi, anche se lo accettassi, sarò veramente in grado di intendere/tollerare i limiti che “la Fase “” impone (a parte i meme sul “congiunto” il vero limite di cosa ci si sta chiedendo di fare mi pare abbastanza fumoso con il concreto rischio di lasciarlo all’interpretazione personale che sappiamo bene cosa significa).

Mi rendo conto che sono un po’ di deliri e molte infondate “paure” dovute al cambiamento alle porte. E sono cosciente che molte delle risposte a questi quesiti (che aleggiano nella mia mente in maniera solo leggermente più chiara di come le ho scritte) verranno più o meno naturali vivendo il periodo che ci aspetta (beh, vivendo ed interpretando), ma ad oggi mi dipingo scenari in cui faccio cose in maniera più o meno goffa in uno stato d’animo in bilico fra colui che sta facendo la marachella e colui che le fa solo per una ventata di “libertà”.

Facciamo un passo oltre (tanto per usare le attuali idee ben confuse come trampolino di lancio): non è che fra qualche anno avremmo reso “il social distancing” parte integrante del nostro modo di vivere? Non so se mi piacerebbe o meno, di certo la reputo una sconfitta, non per il gesto in se quanto per il motivo (antropico) che lo scatenò e per il fatto che vi ci siamo poi abituati.

WU

PS. Un paio di Dilbert (qui e qui) sul tema mi hanno tirato su il morale e probabilmente senza spostare neanche più di tanto il tema delle mie elucubrazioni. Credo possa a buon titolo essere definito un effetto curativo dell’arte.

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PPSS. Non chiedetemi perché, ma ci metterei questa colonna sonora qua.

L’albero delle oche

In questi giorni di Pasqua-nonPasqua mi sono impelagato in una serie di “miti” riguardanti questa ricorrenza per il semplice gusto di elucubrare su cosa diranno fra cent’anni della Pasqua 2020 e quale “mito” potrebbe essere ad essa associato.

Ovviamente, partendo a questo (di certo non nobile) scopo mi sono perso su questo o quel mito che mi hanno particolarmente colpito. Ed ho eletto il mio personalissimo vincitore con “l’albero delle oche”.

Le oche non sono animali, bensì i frutti di un albero. E si possono dunque mangiare durante il periodo quaresimale. O almeno lo si poteva fare nel tardo Medioevo (o forse anche oggi… ammesso che vi sia ancora chi rispetta in maniera ferrea l’astensione dalla carne – e dalle tentazioni?- durante la quaresima).

Dai, non possiamo dargli tutti i torti… l’europa conosceva sostanzialmente solo “l’oca facciabianca” (o barnache) che è un uccello migratore. Non si riproduce alle nostre latitudini, bensì solo nel nord Europa ed anche in luoghi parecchio impervi. I nostri avi si vedevano quindi arrivare stormi e stormi di oche, specialmente nel periodo marzo-aprile, senza aver visto ne un pulcino ne un uovo. Se poi ci aggiungi che nel’ottocento non sapevano neanche cosa fosse la migrazione degli uccelli… viene abbastanza naturale pensare che “le oche crescessero sugli alberi” ed in quanto vegetali fosse consentito mangiarli durante la quaresima.

Certo l’albero delle oche non fu mai individuato, ma possiamo anche dire che era un dettaglio… anzi, in parte la prova necessaria fu costruita ad-hoc. Sulle spiagge, infatti, si trovavano di frequente resti di legname ricoperto da cerripedi (crostacei filtratori che si aggrappano un po’ dove capita). Beh, l’aspetto di tali “relitti” assomigliava nella forma e nel colore a resti di “legno d’oca” con i cerripedi che, ad un occhio che vede ciò che cerca, sembrano piccolissime ochette attaccata al legno. Da qualche parte dovevano quindi esistere piantagioni di alberi -o una serie di pezzi di legno alla deriva nell’oceano- da cui pendevano oche perfettamente formate e che una volta matura si sganciavano dai loro rami per volare sui nostri cieli (e sulle nostre tavole).

Permutando (assolutamente fuori contesto) una grande citazione “un volta escluso l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, non può che essere la verità” e per i nostri predecessori l’albero delle oche era abbastanza improbabile quanto veritiero.

WU

PS. Si dovette aspettare Papa Innocenzo III che nel 1215 emise una bolla contro questa pratica… anche senza essere profondamente convinto della natura animale delle oche. E soltanto nel 1751 un botanico inglese, John Hill, scrisse un articolo scientifico che smentiva la credenza. D’altra parte anche di recente tronchi carichi di cerripedi sono stati facilmente etichettati come “alieni”…

PPSS. L’eco di questa credenza sopravvive ancora in un paio di nomi scientifici di due specie di cirripedi, entrambe descritte da Linneo nel 1758: la “Lepas anatifera” e la “Lepas anserifera” che suonano più o meno come “patella portatrice di anatre” e “patella portatrice di oche”.

Intemerata

in-temeratus, ovvero non-violato. Latinus, ça vas sans dire.

Termine che odora di aulico, di ricercato. L’intemerato è l’onesto l’integro, colui che si è conservato puro, scevro da ogni forma di corruzione.

Il termine era in origine usato come incipt di un’antica lunga orazione alla Vergine Maria e come tale il suo etimo conferisce un colore sacro a questo termine. L’intemerato non è solo l’onesto, è qualcosa di più: è il puro, il probo.

Termine raro forse perché da usarsi con particolare proprietà e rivolto a situazioni e persone sempre più rare al giorno d’oggi. Certamente sbaglio, ma lo vedo molto bene associato alla figura del nonno/a. Ah, ovviamente, in questo contesto il termine trova certamente maggiori applicazioni nella sua forma ironica: l’intemerata lealtà di questo o quel politico, l’intemerata castità del libertino, l’intemerato senso civico (di noi tutti).

Intemerata, nella sua versione femminile, trova utilizzo anche in altri contesti ben più quotidiani (anche se rimane una parola che suona, IMHO, aulica, ancor prima di pronunciarla). Dicesi di discorso lungo e noioso (beh, direi come molti dovevano percepire l’ovazione alla Vergine Maria…), di una tiritera (altro termine bellissimo!) o di un insieme di frasi fatte, insipide e monotone.

Ancora più comunemente (se di utilizzo comune del termine si può parlare), fare una intemerata a qualcuno si applica benissimo a fargli un violento rimprovero, una sgridata, un lungo discorso d’ammonimento.

Due soltanto i criteri ai quali possono ispirarsi i votanti: l’intemerato patriottismo che sia arra dell’italianità dell’eletto e la cospicuità sociale che gli permetta di svolgere la propria missione con l’indipendenza che dà guanto di disinteresse e di sincerità.
[I Vicerè, F. De Roberto, 1894]

WU

PS. Se volete proprio sapere come sono incappato nel termine (nella sua versione femminile, ad essere onesti): leggendo uno di quegli articoli polemico-nazionalisti (anche se in questo caso non mi sento di esser completamente contrario) che commentavano/maciullavano l’ultimo discorso della Lagarde. Uscite infelici di chi è profumatamente pagato sostanzialmente per pesare bene le parole.

Hang the Goat!

Non che non lo pensassi anche prima, ma in questo periodo di “quarantena” (si, anche di quaresima ma è passato in secondo piano) l’assalto ai social è quasi estremo. Dal mio piccolo (non essendo fruitore di Facebook o simili) basta vedere il proliferare infinito di meme su WA…

Come sempre: non è un male. Purché si cerchi di mantenere un po’ di granu salis nel loro utilizzo. Facendo un po’ da confessionale con alcuni amici (si, esiste ancora il telefono per chiamare! E mai come in questo periodo mi tornano in mente le vecchine della mia infanzia che si sedevano con uno sgabellino vicino al telefono -quello con la ruota- e potevano passare ore ed ore in quelle fredde e buie giornate invernali) mi è parso di percepire l’utilizzo, forse ormai consolidato, dei social come tribunale (gogna mediatica per fare i fighissimi).

Mi è quindi tornato alla mente questo PBS che avevo visto qualche tempo fa.

PBS050320

L’impressione è sempre che la “risposta” su pubblica piazza sia sempre meno fondata su solide basi e sempre più sproporzionata rispetto a cosa la “richiede”. Utilizzo le virgolette solo per prendere distanze dal fatto che sui social si cerchino risposte… e spesso anche a domande che sono di per se discutibili.

Aggiungo anche che, con la sicurezza di un monitor, tutti ci sentiamo giudici, tutti siamo bravissimi (anche epidemiologi dato il periodo) e soprattutto tutti non vogliamo essere contraddetti.

Si, ottimo modo per passare il tempo, ma la vita vera li fuori ci aspetta ed i rapporti umani, quando li recupereremo -sigh-, secondo me più di prima, ci ricorderanno un po’ di sana umiltà.

WU

Pandemonium

Ieri “finalmente” il famigerato amichetto ha avuto il suo titolo nobiliare: siamo, lo dice l’OMS, di fronte ad una Pandemia. Amen.

A me, istintivamente e di certo per assonanza, sentire pandemia mi richiama alla mente pandemonio. E quindi, con blande speranze di sdrammatizzare la situazione, sproloquiamo un po’ su questo termine.

Scopro che fu coniato da J. Milton nel suo masterpiece “paradaise lost”.

Of Sovran power, with awful Ceremony
And Trumpets sound throughout the Host proclaim
A solemn Councel forthwith to be held
At Pandæmonium, the high Capital

[J. Milton, Paradise Lost, I, 753-756]

Pandemonio era la capitale dell’inferno (che potrebbe essere alternativamente Whuan o tutta l’Italia in questo corona-periodo) ove i demoni, o meglio gli angeli caduti del romanzo, trovano concilio. Insomma, una specie di rifugium peccatorum per peccatori di un certo calibro.

La genesi suona fin troppo semplice: pan (tutto) demonion (demoni)

Oggi il termine ha assunto il significato di gran confusione, gran baccano, disordine, rumore assordante, putiferio (altra parola dal suono intrigante); una specie di inferno in terra. Appunto. Per ulteriore estensione affibbiamo l’etichetta pandemonio a tutte le reazioni rumorose, sopra le righe, molto vivaci o addirittura irose (e.g. “nelle carceri italiane è successo un pandemonio durante la pandemia”… si, tipo le frasi che mi facevano fare a scuola)

La cosa che mi lascia un po’ sorpreso, da una sommaria analisi scrivendo il termine su Goooogle, è il numero di attività -tipicamente pizzerie, bar,pub, enoteche, che portano questo nome. Neanche un panettiere (sempre per assonanze di basso livello).

WU