Categoria: conventions

Sberleffo

… a volte mi sento uno degli ultimi romantici (e dato il soggetto vi posso assicurare che mai parola fu meno calzante) o degli ultimi stupidi (mmmhhh, no forse in questo caso, senza ultimi).

Ora ditemi quante volte (… forse sbaglio frequentazioni) avete, diciamo nell’ultimo decennio, sentito/letto la parola sberleffo. Ovviamente fuori da un qualche palco e fuori da una qualche supercazzola d’autore.

Dicesi sberleffo (come mi sento accademico) un gesto di scherno, una linguaccia, una boccaccia, una qualunque smorfia, insomma, volta a prendere un po’ in giro l’interlocutore.

Un’altra di quelle parole ormai fuori dall’utilizzo comune ed in questo caso non solo per ingerenze “barbariche” (in questo caso mi riferisco alla terminologia), ma anche perché viviamo in una società che si prende troppo sul serio.

Il prendersi in giro richiede una leggerezza che può essere solo frutto di una intelligenza profonda, che oggi (mediamente) non esibiamo più. Guai a fare uno sberleffo a qualcuno, non vorrai mica offenderlo?!

Nella mia personale interpretazione del termine ci vedo poco di derisione volta a far male e molto di leggerezza. Come se un bello sberleffo facesse ridere chi lo fa e chi lo riceve, anziché causare “irreversibili traumi” (non dirò che sono facilmente acuiti dai nuovi media).

Prendiamoci di più in giro, con sberleffo.

WU

PS. etimo incerto; forse deriv. dell’antico tedesco “leffur”: labbro.

 

Pareidolia

L’uomo ha una specie di tendenza innata a voler mettere ordine nel caos. Come se le cose disordinate non potessero esistere (… e non avete mai visto i miei cassetti) oppure fossero un errore della natura.

E’ una tendenza istintiva, sicuramente dettata da qualche meccanismo evolutivo (tipo il cacciatore che con la coda dell’occhio coglie pochi segni di una qualche figura ed automaticamente interpola i dati mancanti per figurarsi un grosso predatore da cui scappare… se non era così poco male, è di certo la soluzione più cautelativa).

Esempi classici ce ne sono a bizzeffe: costellazioni, volti umani (e la faccia di Marte?), la faccia delle Luna, le nuvole, gli animali, i test di Rorschach, le emoticons (parentesi e puntini potrebbero essere errori tipografici?) e, dulcis in fundo, fantasmi.

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Lo stesso fenomeno si manifesta, oltre che con la vista anche con l’udito. Quando pensiamo di aver sentito questo o quello (cioè mi volete dire che le canzoni dei Beatles sentite al contrario non vogliono dir nulla?!) ci troviamo spesso preda di questo fenomeno.

Preda di noi stessi. La Pareidolia (che è poi un caso particolare, non proprio patologico, di Apofenia) non fa altro che mettere a nudo le nostre paure ed il nostro bisogno di capire ogni aspetto della realtà, anche quando i dati in nostro possesso sono troppo lacunosi.

Un falso positivo del nostro meccanismo innato di ordine e regolarità.

WU

Il pazzo nella stanza

Un omino alla guida della sua brava utilitaria in una autostrada sente alla radio: “Attenzione, attenzione, c’è un pazzo che sta guidando contromano in autostrada!” e lui, mentre scansa macchina in continuazione, pensa fra se e se “Uno solo? A me paiono tutti!”

Ovviamente la barzelletta non è farina del mio sacco…

A parte convincerci ed ammettere che quell’omino, almeno (e sono buono) una volta nella vita, lo siamo stati tutti è lo spunto per riflettere su come ci vedo gli altri.

Ed il tutto, calato come sempre in un contesto ingegneristico-aziendale-demotivato-rassegnato-cinico-attuale, è qui ribadito in questo fantastico Dilbert.

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Un idiota per team, once evitare che facciano gruppo. Il che assume che vi siano almeno tanti idioti quanti team. E spesso la proporzione è almeno di 5 ad 1 (numeri a caso, ma voglio vedere chi riesce a fare una stima più precisa).

Aggiungiamo un ulteriore nota di pessi-realismo. Capita spesso (e lo dico da idiota del team) che sia proprio l’idiota a pensare che tutti gli altri membri del team siano idioti (e spesso, ahimè, lo sono almeno quanto lui).

If I had an idiot on my team I would know it. Unless…

Il che ci riporta, in una deliziosa ad idiotica circolarità , alla barzelletta iniziale.

WU

6.6.1-7

Elogio al numero 6. E, se vogliamo essere pignoli (ed uno che fa un elogio ad un numero volete che non lo sia?), anche al -6…

Partiamo da un po’ di numerologia spicciola: pari, altamente composto (più divisori di ogni primo minore), semiprimo (prodotto di due numeri primi), numero di Ulam (questa è bella…), numero semiperfetto (uguale alla somma di tutti i suoi divisori), numero oblungo (prodotto di due numeri consecutivi), etc. etc.

Personalmente le due proprietà che mi piacciono di più sono:

  • che 3*2*1=3+2+1=6
  • che, sempre ragionando in base 10, moltiplicando 6 per un qualunque numero pari, l’ultima cifra del prodotto sarà l’ultima cifra del numero pari (eg. 6×8=48 ; 6×10=60 , 6*122=732, etc.)

E’ un numero che in un certo senso getta le basi della nostra esistenza. Da un punto di vista chimico, dato che 6 è il numero atomico del Carbonio, elemento sul quale si base tutta la chimica organica. E da un punto di vista religioso, dato dato che il Signore ha creato il mondo il 6 giorni, per poi riposarsi la Domenica. Insomma è un numero della creazione.

E’ associato alla vita domestica, ai rapporti stabili, alla vita comunitaria; insomma a tutto ciò che ha a che fare con il dare-avere tipico (almeno in linea di principio) dei rapporti umani

E’ associato ad una serie di amenità galattiche (in particolare a Mercurio e l’ammasso della Farfalla) ed ha tentacoli (ovviamente almeno 6) nella cabala/numerologia.

Insomma è un numero tendenzialmente positivo, almeno finché non si presenta ripetuto nella bestiale tripletta assieme ai suoi due fratelli (che è poi abbastanza affine alla data odierna…)

Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della Bestia: infatti è numero d’uomo, e il suo numero è seicentosessantasei [Apocalisse 13,16-18]

WU

PS.

Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte. [Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole]

How’s work?

Altro Dilbert di amara quotidianità (questo) di inascoltati impiegati (particolarmente calzante in un lunedì primaverile).

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Mi ricorda molto quella prassi anglosassone del “How are you?” (che poi sarebbe il nostro “Allora?”). Mi faccio sempre fregare rispondendo alla “provocazione” anche se sono certo (e so per certo) che la risposta è assolutamente inutile. Ed inascoltata. Proprio come quando “il boss” ti chiede “How’s work?”.

E’ semplicemente una questione di etichetta; si chiede tanto per chiedere, tanto per rompere il ghiaccio (e non sono affatto sicuro funzioni), tanto per far vedere di sembrare interessati.

Ragioniamo un momento: se ho qualcosa che non va o lo sai già o non te lo dico di certo come prima risposta dopo 20 secondi che ci siamo visti; se invece non ho punti particolari da sollevare… tanto vale parlare del meteo.

Dovrei impegnarmi a non rispondere a nessuna di queste domande formali (e che faccio… rispondo con imbarazzanti e presumibilmente sprezzanti silenzi?) oppure, forse meglio, ribattere subito con inutili punti generici: (tipo “hai visto che ha fatto ieri la Ferrari?”). Vorrei vedere che faccia fa l’interlocutore, ancora meglio se il “capo”.

WU

La mappa di Gall-Peters

In principio era Mercatore. Ed in realtà lo è tutt’ora (dato che lo è Google Maps), ma ha molti limiti.

E questo lo sappiamo (… e tra l’altro qui un’altro dei miei sproloqui a riguardo). Ci abbiamo convissuto abbastanza bene fin’ora, ma siamo in quella strana situazione in cui non è chiaro se siamo noi ad esserci convinti che le cose siano come ce le rappresentiamo oppure siamo di fronte ad un errore tutto sommato tollerabile. Le mappe non rappresentano il mondo ma plasmano il modo in cui lo vediamo.

Chiariamo meglio. Secondo Mercatore l’Europa è al centro del mondo, e la Germania al centro dell’Europa (ebbene Gerard De Kremer, latinizzato in Gerardus Mercator era, indovinate un po… tedesco). Le Groenlandia è grande quasi come l’Africa e l’Alaska come il Brasile. Tutti i continenti hanno una bella forma proporzionata che ci piace tanto vedere.

La realtà è diversa. Anzi, secondo me la realtà è che stiamo cercando di stuprare un qualcosa che vive su una sfera per metterlo su un piano.

Ad ogni modo esiste un tipo di proiezione che ha diversi vantaggi rispetto a Mercatore e che sta prendendo sempre più piede: la proiezione di Gall-Peters.

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Dal 1973 la proiezione cerca (vanamente) di competere con Mercatore, proprio puntando sul fatto che le distorsioni delle mappe a cui siamo ormai abituati possono essere corrette.

L’idea di base è di tassellare attraverso 100 parti orizzontali e 100 verticali il globo e mantenere sempre ortogonali meridiani e paralleli anche su un piano a due dimensioni. In pratica così facendo sul piano di Gall-Peters ogni elemento è sempre proporzionale alla sua vera collocazione spaziale. Per intenderci Mercatore, invece, “spancia” gli elementi più vicini ai poli (… la Groenlandia appunto), mentre rimpicciolisce quelli più vicini all’equatore.

Ora stiamo un po’ rivalutando tale mappatura, ma la strada è ancora lunga. Vedere i continenti così oblunghi non mi piace particolarmente e, Ça va sans dire (sognavo di usarlo da tanto tempo…), tendo a rifugiarmi sugli errori che già conosco.

Il motivo alla base di questa “contesa” è che mentre la proiezione di Mercatore fu fatta privilegiando gli angoli (e quindi le rotte commerciali) a scapito delle superfici, quella di Peters fu disegnata cercando di essere equi con le superfici di ogni nazione. Il fatto che ancor oggi siamo più abituati a Mercatore ci da già una misura della nostra impossibile equità nei confronti di tutti i popoli del mondo.

WU

L’isola (di plastica) che non c’è

E’ un po’ che vagheggio sul fatto di voler vedere “ad occhio nudo” (o quanto meno in maniera concreta) una (?) di quelle isole artificiali che mi sono (ci hanno) convinto esistano da qualche parte nel pacifico.

Se vi mettete a googlare per “Trash Vortex“, “Great Pacific Garbage Patch” oppure “Isole di plastica” o qualunque combinazione di queste parole chiave troverete miriadi di risultati che pare ci imbocchino il fatto che esistano queste isole. Frutto dell’inquinamento umano, delle correnti marine e dei venti dell’oceano.

Approssimativamente fra il 135º e il 155º meridiano Ovest e fra il 35º e il 42º parallelo Nord dovrebbe trovarsi qualcosa grande come 700.000 – 10 000 000 km2 (e già questa incertezza enorme mi puzza…). Se mi dite che può essere addirittura grande come gli Stati Uniti qualche immagine fantastica me la farò pure, no?

Eppure Google Maps e nessun altro dato satellitare (almeno quelli di libero utilizzo) la mostra sulle mappe. Nessuna delle immagini reperibili in rete pare dare una evidenza concreta. Si vedono chiazze di sporcizia ed immondizia con gente che ci nuota dentro, animali vittime di “incidenti plastici”, ma non ci sono prove di isole (almeno come mi immagino io un’isola, e sarei disposto anche a rinunciare alla palma…).

Investigando (…wow…) con un po’, ma veramente poca, più di attenzione, infatti si arriva a capire che stiamo parlando di una superficie nella quale la concertazione di microplastica è significativamente maggiore della media degli oceani. detriti plastici larghi qualche mm che infestano vaste aree. Non isole, ma addensamenti di pezzetti che di certo inquinano, ma non formano isole. 3.34 × 106 di densità media in superficie (ovvero circa 5 kg di plastica per km2), circa la metà a 10 m di profondità. Di certo non trascurabile!

Ho la strana impressione che sia uno di quei casi in cui pur di mettere la problematica (indiscutibile) sotto gli occhi di tutti, pur di attirare l’attenzione si sia giunti a snaturare la vera natura della questione fino a dipingerci uno scenario che è assolutamente irrealistico. Così tanto irrealistico che quando poi assaggiamo la realtà quasi non ci interessa più di tanto.

Il problema rimane, l’isola no.

WU

PS. L’assenza di immagini nel post è assolutamente deliberata.

PPSS. Qui un articolo che mi pare davvero ben fatto.