Iato

Parola che ho sentito per puro caso (e non sono neanche certo onestamente di aver inteso bene) qualche giorno fa. Mi ha colpito sia per la sua rarità (… e nel caso specifico mi pareva anche usata fuori contesto…), sia per il suo suono.

hiatus = apertura.

Nasce come termine per indicare un fenomeno linguistico in cui due sillabe o due vocali che normalmente sarebbero pronunciate assieme vengono accostate ma pronunciate con due distinte emissioni vocali. Per capirci, provate a pronunciare come dittonghi “ao” in baobab, “ae” in aeroplano, “oe” in coesione o coacervo, “oa” in oasi”, etc… è chiaro che non capiremmo di che parola si tratta. Insomma, il contrario di un dittongo (in cui invece la pronuncia di due vocali attigue viene unificata).

Per estensione lo iato identifica, in maniera aulica probabilmente, tutte quelle aperture spazio/logico/temporali fra due eventi/pensieri/luoghi che dovrebbero essere invece attigui.

Uno iato in un manoscritto, l’interruzione/diminuzione dell’intensità di qualcosa (e.g. un segnale), una perforazione in una struttura cellulare, etc. tutte situazioni in cui l’utilizzo della parola è calzante, anzi auspicabile (sempre nell’ottica di quella vana crociata di salvare alcuni termini dal dimenticatoio della morte certa). Lo iato in una serie televisiva credo sia una crasi delle nostre radici e del nostro presente (è questo il contesto in cui ho sentito recentemente usare il termine…).

Insomma, una interruzione più che la parola fine messa in maniera definitiva.

Lo iato nel mio flusso di pensiero è probabilmente troppo vasto da lasciar entrare un sacco di robaccia inutile.

WU

PS. Forse più comune la sua forma aggettivata: l’ernia iatale (tanto per dirne una) è l’ernia dello stomaco… attraverso lo iato dell’esofago.

La nostra bandiera

Art12

Quello sopra è l’articolo 12 della costituzione italiana (1946).

Ma non illudetevi di prendere dal cestello dei pennarelli un verde, un bianco e un rosso a caso: il verde è “verde felce”, il “bianco acceso” ed il “rosso scarlatto” (colori Pantone).

Con un brevissimo excursus, la scelta dei colori risale ai moti giacobini di fine ’700 e alla campagna italiana di Napoleone. Entrambi eventi che importarono da noi lo stile (ed in parte i colori e gli ideali di libertà, uguaglianza e solidarietà… immagino vadano rivisti…) dei cugini francesi.

Senza troppa fantasia solo il blu fu sostituito dal verde: colore delle uniformi della Guardia civica milanese, volontari che combattevano per l’Italia. Il bianco ed il rosso, invece, furono mantenuti in quanto già presenti nello stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco).

La nostra bandiera fu “varata” nel 1797 come bandiera della Repubblica cispadana, reparti militari (di una Italia in fieri) costituiti per affiancare l’esercito di Bonaparte. Gli stessi colori furono poi adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati Emiliani e Romagnoli. Vi furono dei brevi tentativi (e qualche obiezione in sede di delibera del decreto legislativo) di inserire nella fascia bianca lo stemma dei Savoia, ma si optò (fortunatamente, IMHO) per il tricolore “sincero” che vediamo ancor oggi.

Nel periodo fascista la bandiera era il simbolo della sovranità dello Stato (che si ergeva, sotto questo aspetto giustamente, a depositario dei valori nazionali) e successivamente con la nascita della Repubblica italiana divenne emblema del nostro stato e dei suoi valori (che, ripeto, forse andrebbero rinfrescati oppure rivisti…).

Il vilipendio alla bandiera è ancora un reato (lo vedo come un rispetto dei simboli di uno stato e non come una limitazione della libertà di opinione) così come non è formalmente consentito esporre bandiere di altri stati in luoghi pubblici senza apposita autorizzazione.

WU

PS. Va detto che l’impatto della rivoluzione francese in Europa fu vastissimo e molte delle bandiere che oggi vediamo sono di chiara ispirazione a quella francese (nella quale, fra l’altro, il bianco della monarchia era unito ai colori di Parigi: blu e rosso).

PPSS. Mi è tornato alla mente questo delirio qua… ormai di anni addietro.

Ipotesi di legislazione marziana

Il titolo potrebbe essere, senza troppa fantasia, “Mars 2025 or 2035?”. Quella che ci piace chiamare (forse per ricordare i nostri trascorsi, forse per darci un’area di conquistatori) la “corsa al pianeta rosso” è ormai inequivocabilmente iniziata. E non da poco.

Sono fiducioso che “anno più, anno meno” saremo in breve tempo in grado di metterci in condizione di mettere un piede umano sulla superficie di Marte e riportare quello stesso piede a casa sano e salvo. Tecnologicamente.

Non credo, tuttavia (e come spesso succede) che saremmo in grado di recepire a livello societario, umano, legale, la portata di un passo del genere. E’ stato così per le grandi scoperte (conquiste?) del passato, è stato così per le grandi invenzioni, è stato così per gli enormi progressi tecnologici: noi li costruiamo, li faccio, ma ci colgono puntualmente impreparati. Marte non farà eccezione.

E’ comunque il caso di pensare a come potrebbe esser fatto un sistema governativo e legislativo marziano. Ah, si parte dalle ipotesi sottese che l’umanità sarà comunque più matura di quanto successo con i conquistadores, che su Marte non abbiamo nessun autoctono a cui dar retta (si, ahimè, convincetevi, ma è così) e che le leggi che abbiamo qui sulla Terra non saranno replicabili sul altri pianeti.

L’insediamento marziano dovrà in ogni caso essere indipendente da quello terrestre e non una sua propaggine (è un asserto che condivido profondamente: York e New York, England e New England, etc. sono esempi che evidentemente non hanno retto…). In questo modo si avrebbe sostanzialmente la possibilità di “partire da zero” nell’organizzazione di una società completamente nuova che sperabilmente impara dagli errori che abbiamo già commesso (ed a cui è sempre più difficile rimediare) qui sulla Terra.

Ovviamente questo è terreno fertile per le ipotesi più disparate che, almeno a parole, partono sempre da equilibri razziali, assenza di divisioni, povertà e bla bla bla. Recentemente ha detto (immancabilmente) anche la sua Elon Musk (quello che su Marte ci vuole andare nel 2025, senza aspettare il 2035 pronosticato dalla NASA).

MuskMarsGovernment.png

Mi pare un approccio molto liberale, ugualitario e saggiamente basato sugli errori che abbiamo qui da noi commesso (vogliamo parlare di testi di legge così lunghi che mi perdo già dopo il preambolo?). Un po’ utopico, cero, ma mi pare proprio il contesto giusto per essere utopici.

Il punto che mi lascia più meditabondo è come tale approccio possa concretamente realizzarsi ad una situazione in cui il concetto stesso alla vita sarà in mano a qualche tecnologia. Sulla Terra possiamo essere ricchi o poveri, morire di fame o di sete, ma abbiamo l’aria, il sole che non sono “proprietà” di nessuno. Su Marte anche il respirare sarà grazie ad una qualche macchina (… per non parlare del resto) ed il dubbio profondo che chi avrà in mano “le chiavi della macchina” avrà in mano la “democrazia del pianeta” mi rimane.

Avrò visto troppe volte Atto di Forza? Ah, per chi non lo sapesse, anche questo tratto da “We Can Remember It For You Wholesale” di Philip K. Dick, ovviamente.

WU

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #2

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…

E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. Belluca è semplicemente (più facile a dirsi che a farsi) evaso dalla realtà. Si è reso conto, per poco, certamente, il tempo del fischio di un treno, che esiste anche un altro mondo, oltre al suo (nostro?) fatto da routine, lavoro, famiglia, fretta e vacui impegni. Si, poi Belluca si scusa ed ha anche la sua “ora d’aria”, ma una volta provate certe emozioni non si dimenticano.

Per quest’anno, da parte mia, un augurio di Natale un po’ diverso: che il treno possa fischiare per ciascuno di noi.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #1

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. … e che vuoi aggiungere? La pena del vivere? La rabbia folle nascosta da una coltre di grigiume tipico (un tempo solamente, oggi credo che “la malattia” sia molto più estesa) della piccolissima borghesia, magari impiegatizia? L’alienamento soppresso della quotidianità che prima o poi deve trovare sfogo (… ed è meglio che glielo diamo noi evitando gli eccessi delle esplosioni)? L’evento banale che scatena la ribellione alla realtà? Oppure, semplicemente e senza voler aggiungere troppo ad un brano che ho scoperto forse troppo tardi ed invito tutti a leggere almeno una volta: è la normale quotidianità la vera follia.

Orgoglio di genere

Dibert171219.png

Non sottovaluto le questioni di genere, non le sopravvaluto. Mi pare la classica situazione in cui si sposa una bandiera più per posizione e per ostentazione che per vera sostanza. Magari mi sbaglio (certamente, facendo un discorso di massa), ma il dubbio mi rimane sempre.

Affrontando la spinosa questione da un punto di vista più ironico: lui, lei, la cosa sono un misto fra retaggi sociali/culturali/linguistici, necessità di identificare meglio qualcuno/qualcuna/qualcosa e la necessità innata dell’uomo di distinguersi in qualche modo dalla massa.

Pare che alle origini della storia delle lingue indo-europee non esistesse maschile/femminile/neutro bensì due generi: uno per le cose animate ed uno per quelle inanimate (… e già così non saprei bene che genere assegnare al robot di questo Dilbert a meno di non aprire una mega-parentesi sulla questione di “anima”). Ovviamente con l’affinarsi della lingua e il complicarsi della società abbiamo visto nascere il maschile ed il femminile… ed ora lo stiamo vedendo vacillare o estendersi (gender neutral? genitore 1 e genitore 2? Genere:altri, preferisco non dichiarare. Etc.).

Poi c’è l’aspetto più biologico di questa divisione: maschile e femminile servono (o meglio, hanno una certa rilevanza) solo nelle specie che hanno “inventato” la riproduzione sessuata. In tantissime specie di batteri (se poi da questo si evince che i batteri sono una razza superiore… approvo.), o piante, esistono si maschi e femmine, ma la riproduzione asessuata semplifica la vita sui pronomi e li mette al sicuro da sofismi, correnti, bandiere, ostentazioni, e tutte quelle storture della “questione genere” proprie della razza umana, maschile e femminile (… beh in questa vignetta anche l’orgoglio del robot di sentirsi definire “it” mi pare abbassarlo alla stregua di noi mortali).

WU (con il pronome che preferite… il mio avatar è spesso femminile, ho problemi di genere?)

PS. Da notare l’assoluta inespressività “del boss” per tutta la striscia. Che pensi agli affari suoi? Che non sappia di che si parli? Che tratti la cosa con la consueta superficialità? O semplicemente, una volta tanto (ma magari è una pura mia illusione) che sappia dare alla questione genere, anche riferita ad un robot, il giusto peso?

Tempi duri per Babbo Natale

… senza voler demonizzare le nuove tecnologie, ma se i nostri bambini oggi sono un po’ più tristi di come eravamo noi alla loro età, un po’ di colpa ce l’abbiamo anche noi e quel satanasso di internet (:D).

Il titolo acchiappaclick sarebbe qualcosa tipo “Google sta rovinando il natale”; “Migliaia di bambini tristi per colpa della rete” oppure “Babbo Natale ucciso da internet”. La notizia è che oggi, epoca in cui si cerca di tutto e di più in rete e ci si fida più di qualche post online che di chi si ha difronte, si cercano prove o conferme dell’esistenza di Babbo Natale su internet.

I “richiedenti informazioni” sono ovviamente i nostri bambini (… che, neanche a dirlo, hanno accesso ad internet ed a tutta la mola di informazioni che contiene… se poi sono in grado di discernere o semplicemente di sopportarle tutte è una questione, ahimè, di secondo piano).

Esiste un punto della vita in cui tutti i bambini si chiedono se Banno Natale esiste o meno. E’ un passaggio quasi obbligato per la vita adulta, è il momento in cui forse bisognerebbe dosare la sincerità… E Google non lo sa fare: la sua sincerità distrugge ogni sana illusione infantile.

Le solite statistiche di fine anno riportano che mediamente circa 187000 bambini chiedono a Google se Babbo Natale esiste o meno (seguiti da domande circa l’ubicazione della sua abitazione, la capacità delle renne di volare e l’esistenza degli elfi… tutte domande lecite a cui bisogna saper filtrare la risposta…).

Gli algoritmi che Google usa per ordinare i risultati delle ricerche si basa sull’attendibilità delle fonti ed ovviamente quelle “sincere” in questo caso sono fra i primi risultati, ahimè.

Senza voler demonizzare la tecnologia, ripeto, il punto credo che sia che non tutto va bene per tutto e forse Google non è in questo caso la “persona giusta” a cui chiedere questo genere di cose. Un po’ di sana umanità, almeno a Natale, vale la pena riscoprirla; nel bene e nel male, piccole bugie comprese.

WU

PS. Ho fatto la prova poco fa; ma alla domanda “Babbo Natale esiste o no?” i risultati sono tutti inerenti alla notizia di cui stiamo parlando…

Stamani vs Stamane

Diciamolo subito e senza troppi giri di parole: le due varianti sono entrambe corrette.

Se qualcuno (come è capitato di recente al sottoscritto) vi viene a dire che l’una o l’altra sono dialettali o errate… mandatecelo subito. Vi è una leggerissimissima variazione di forma (una delle due è una versione un po’ più aulica), ma di base NON state sbagliando.

Stiamo tecnicamente parlando di un caso di allotropia morfologica: di due forme diverse dello stesso avverbio (nel caso specifico un avverbio di tempo, tanto per…) che si differenziano unicamente per la forma, mantenendo entrambe il medesimo significato (e la medesima correttezza). Stiamo parlando di situazioni tipo: stamane/stamani, giovane/giovine, vezzo/vizio, malinconia/melanconia, etc.

Entrambe le varianti derivano anche dal medesimo etimo: ista mane. Stamane è la versione da considerarsi leggermente più aulica (essendo più simile alla radice da cui entrambe provengono), mentre stamani la variante “popolare” (benché rimane, IMHO, un avverbio non proprio di comune utilizzo). A conferma della “aulicità” di stamane vi è il fatto che è la forma usata nella letteratura più antica: da Boccaccio a Dante, prima che “il volgare” prendesse il sopravvento.

Stamane mi sento polemico, ma allo stesso tempo stamani sono prono ad imparare cose nuove. Stamattina, per intenderci.

WU

PS. E no, “stamani mattina” (oppure “stamane mattina”) è errato. E’ una forma ridondante originaria del dialetto toscano che tende oggigiorno ad avere una diffusione eccessiva (15.500 risultati su Google…) per dare una parvenza di cultura.

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Ikigai: il motivo per alzarsi al mattino

sono un profondo sostenitore del fatto che la filosofia aiuti a vivere. Non importa quale essa sia nello specifico è una di quelle cose (forse LA cosa) più personali in assoluto. Credere, confidare, illudersi, usate il termine che preferite in qualcosa è quello che ci fa scendere dal letto il mattino senza pentimenti o magoni.

Per i giapponesi la filosofia maestra per affrontare il day-by-day è lo Ikigai: la soluzione a tutti i problemi della vita e ragione per andare avanti. Detto così sembrerebbe la panacea di tutti i mali, ma come sempre succede in questi casi (oltre a capire un po’ meglio di cosa si tratta) è sicuramente il caso di capire come la filosofia in questione si possa applicare al singolo (cosa tutt’altro che facile).

Ikigai: lo stress diminuisce e la vita migliora (e daje con queste dichiarazioni…). Sostanzialmente la filosofia in questione è un costrutto che parte da quattro ipotesi basilari:

  • quello che amiamo
  • quello che gli altri amano di noi
  • quello che sappiamo fare
  • quello che possiamo fare (magari per il mondo)

Trovare un buon equilibrio fra questi quattro aspetti significa aver trovato il nostro, personalissimo Ikigai.

Ikigai.png

Come fare coltivare il nostro Ikigai? Beh, più facile a dirsi che a farsi, anche se ci sono alcune cose che certamente aiutano: avere delle passioni, coltivarle; avere un impegno quotidiano (lavoro?), possibilmente redditizio; avere delle capacità tecniche/pratiche/manuali/mentali, riconosciute. In pratica, partendo dai quattro pilastri di cui sopra, le quattro strade (da percorrere tutte assieme) per raggiungere lo Ikigai sono:

  • Passione
  • Missione
  • Professione
  • Vocazione

Certamente non è come una ricetta di cucina che ci dice cosa dobbiamo mescolare ed in che dosi per scendere motivati dal letto, ma è un ottimo spunto per pensare (al mattino o durante il giorno) se una data azione/comportamento è effettivamente funzionale alla nostra soddisfazione oppure predilige uno specifico pilastro.

Lo vedo come un breviario per avere un obiettivo e conseguentemente stare meglio.

WU

PS. Mi torna in mente questa citazione (non sono riuscito a ripescarne la fonte) che faceva, più o meno, così:

The secret to happiness is freedom. The secret to freedom is courage. The secret of courage is the pursuit of happiness. Repeat.