Categoria: comics

Il mattino ha l’oro in bocca

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Si dice che quello che non uccide fortifica. Si dice.

Fatto sta che in queste fredde mattine invernali, quando la sveglia suona prima che sia il sole a disturbare il sonno ci vuole una bella dose di volontà per buttarsi giù dal letto.

Non che sia il caso di lamentarsi (anzi, non lo faccio mai, ma credo sarebbe addirittura il caso di ringraziare per aver aperto nuovamente gli occhi), ma di certo quello che non voglio è la “paternale” alla Lucy.

Diciamocelo; non ho filosofia in abbondanza (come evidentemente Snoopy) per assorbire, sveglio a malapena, la prima ramanzina della giornata di qualcuno che mi ricorda l’ovvio. La cosa può declinarsi in vacui discorsi da macchinetta del caffè, screzi domestici mattutini, improperi da giungla urbana e fesserie del genere.

L’idea che mi sono fatto è che per far partire la giornata non serva “la colazione dei campioni” (anche se a stomaco pieno si ragiona meglio per definizione), non sia sufficiente ripetersi stile mantra che fa bene svegliarsi presto (qualunque sia l’orario della vostra sveglia, sono certo che in questi giorni è sempre troppo presto… e non sono ne veggente ne meteoropatico), ma bisognerebbe focalizzarsi sull’obiettivo della giornata… l’allenamento per il saggio natalizio è decisamente sufficiente (per diverse giornate direi… anche se il suo mordente ho l’impressione cali abbastanza velocemente).

Possibilmente qualcosa di realizzabile, non troppo difficile, leggermente al di la di quello che abbiamo fatto ieri (si si, obiettivi SMART e bla bla bla…), ma soprattutto che sia sufficiente (e qui entra in gioco “il gusto” di ciascuno) per essere la nostra molla della giornata. Prefiggersi uno scopo suona un po’ di frase motivazionale fatta (nella vita), ma credo applichi egregiamente soprattutto nel piccolo, dove per scendere dal letto e salutare il tepore delle coperte cerchiamo solo qualcosa che renda il dovere (ovvero qualcosa che comunque dobbiamo fare) un po’ più dolce e non cerchiamo mica la soddisfazione della nostra esistenza.

Aggiungo anche che, se proprio lo scopo non riusciamo a trovarlo ogni giorno (consiglio vivamente di tenercene qualcuno di scorta per le mattine più dure), anche se più difficile, rimango dell’idea che la ricerca stessa del nostro quotidiano obiettivo sia di per se’ un obiettivo. Un saggio non ce lo avremo all’orizzonte tutti i giorni, ma per allenarci ci basta (o meglio, spesso ci dobbiamo far bastare) il fatto che dobbiamo cercarci un saggio in cui confermare (e non sfoggiare) il nostro allenamento.

WU (stanco)

PS. Mi viene spontanea la citazione (volutamente lasciata nell’anonimato): “[…] solo i cinici ed i codardi non si svegliano all’aurora. Per i primi indifferenza e disprezzo dei valori e per gli altri riluttanza nei confronti dei doveri […]“.

PPSS. @13.12.18. Beh, si, poi ovviamente può succedere questo il giorno in cui siamo vicini a raggiungere il nostro traguardo… direi che in questo caso l’ansia da prestazione diventa la motivazione (e non sono certo faccia sempre scendere dal letto… 🙂 ).

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Bugie da odorare

“Lloyd, come si riconosce un bugiardo?”
“Stando attenti a quello che lo circonda, sir”
“In che senso, Lloyd?”
“Attorno ai venditori di fumo, c’è sempre puzza di bruciato, sir”
“Bisogna avere naso, Lloyd”
“Basta non passare la vita a turarselo, sir”
“Una vera boccata d’ossigeno, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Ci sono quelle a fin di bene, le omissioni, quelle fatte di proposito, quelle che sono (finte? parziali?) dimenticanze; ci sono quelle innocenti, quelle enormi, quelle fatte di proposito, quelle riservate a confessioni e quelle rivolte a tutti; ci sono quelle che confidano nelle sabbie del tempo, quelle che aspettano vendetta, quelle che pensiamo esserlo e quelle che lo sono e non ce ne accorgiamo. E di sicuro milioni di altri tipi.

Fatto sta che le bugie sono fra noi, quotidianamente. Da quelle piccole a quelle enormi. Quelle dei media, quelle mascherate da un banale “non ricordo”. I bugiardi, i loro portatori sani, siamo noi, un po’ tutti. Ed è una invenzione tutta umana e (forse) inconscia: un bambino inizia a dire piccole bugie anche senza essere mai entrato in contatto con esse (… o meglio, senza sapere di averlo fatto, dato che volenti o nolenti i genitori fanno parte del club…).

Non sono certo il santo che vuole scagliare la prima pietra. Non sto giudicando e non mi interessano i risvolti morali della faccenda (dato che ogni uomo li affronta a modo suo ed in fondo addormentarsi in pace con se stessi la sera è un lusso che ogni uomo potrebbe concedersi), quanto al fatto che bisogna avere sempre orecchie (e naso, come ci ricorda questo Lloyd) per riconoscerle.

Spesso, molto spesso, soprassediamo se percepiamo che l’interlocutore ci sta nascondendo (non per forza mentendo con malignità) qualcosa. Spesso facciamo bene (non vorremmo mica risolvere tutti i problemi del mondo, o no?); spesso non vi prestiamo sufficiente tempo o attenzione. Ma quel che sia la nostra reazione credo che la palestra per odorare la bugia debba essere quotidiana e costante. E’ forse una di quelle cose su cui lavorare sulle “nuove generazioni”, non mentirgli dicendo che il mondo è bellissimo e tutti sono sinceri (ma chi lo dice più? Neanche le nuove interpretazioni delle letture dei potei romantici…), quanto educarli a riconoscere il “grado di sincerità” dell’interlocutore. E da questo la fiducia nell’altro ed in se stessi.

Ci troviamo, quindi, nella spiacevole situazione (a tratti paradossale) in cui per imparare a riconoscere una bugia dobbiamo avere a che fare con un mentitore (beh, non ditemi che a priori non preferireste parlare con Sincero de’ Sinceri…). Non è il demonio a patto che noi siamo in grado di riconoscerne i limiti. Mi rendo conto che è più facile a dirsi che a farsi, ma è inevitabile. Almeno proviamoci: mentendoci nel piccolo e lasciando un po’ trasparire quando lo facciamo… proprio come ci hanno insegnato il fuco accendendolo, facendoci odorare il fumo e facendoci bruciacchiare i polpastrelli. Una inevitabile palestra di vita.

WU

Dare consiglio

“Perché gli amici ti chiedono un consiglio se poi fanno quello che vogliono, Lloyd?”
“Quando scende la notte nella mente, non serve qualcuno che ci illumini ma qualcuno che attenda l’alba con noi, sir”
“Un buon amico non porta la sua luce, Lloyd?”
“Un buon amico non ha paura del nostro buio, sir”
“Grazie, Lloyd”
“Prego, sir”

Questo Lloyd anche a distanza di settimane, era li, sopito nelle pieghe della mia memoria, ed al momento giusto ha battuto i piedi fer farsi sentire.

Oggi mi sono trovato a più riprese, ed effettivamente abbastanza stanamene, a dare consiglio, vedendo puntualmente il diretto interessato agire diversamente. Essendo consigli (e, ad essere proprio sincero, anche su situazioni solo parzialmente di mio interesse) non mi aspettavo certo di vedere “eseguito” il mio suggerimento. Anzi, continuo a pensare che o si è veramente indecisi fra due/tre/poche alternative oppure chiedere consiglio funziona solo per confermare quello che si ha già in mente o che si vorrebbe fare. Una sorta di nulla osta.

Non che sia un male, intendiamoci. Chiedere consiglio è anche un modo per confessarsi, per parlare, aprirsi, vedere il punto di vista di un altro, etc. etc. Anzi, il consiglio è proprio questo, non di certo il vate che ti dice cosa fare avendo letto nel futuro ogni possibile implicazione. Motivo per cui odio la classica frase “… ma alla fine la scelta è tua.” … neanche non lo sapessi; o meglio ancora, proprio perché è mia ti chiedo un consiglio e non di scegliere per me.

Inizio a pensare che è il termine stesso di “consiglio” un po’ fuorviante per chi li chiedere e, soprattutto, per chi li da. Sapere ascoltare e stimolare l’altro a parlare ed aprirsi è forse il consiglio più utile. In due parole (in una non ci sono riuscito senza il rischio -la certezza- di essere frainteso) il miglior consiglio è un “proattivo silenzio”.

Diamoli e chiediamoli; attendere l’alba in compagnia è molto utile.

WU

Prova e riprova

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Come non soffermarmi su questa striscia.

Descrive con egregia ironia la mia sensazione dinanzi a quelle stupide, immancabili, ricorrenti e persistenti difficoltà quotidiane.

Non le vediamo (ok, ok, vedo) insormontabili, proprio come Woodstock (confesso, non fra i miei personaggi preferiti) non vede impossibile calciare il pallone; ma quando poi mi ci cimento (quando devo metterci le mani, intendo), nonostante i diversi tentativi ed i diversi punti di vista per affrontare le questione vedo miseramente naufragare i miei sforzi.

Non so se la fine del quarter (declinatela come vi pare: la campanella a scuola, il riposo notturno, l’orario di uscita da lavoro, etc.) sia un bene o un male. Da una parte conferma la sconfitta, dall’altra solleva dal perpetrare negli sforzi. Direi che è una specie di eutanasia del problema.

Diciamo pure che il tutto suona un po’ di resa, ma il fatto di provarci fino al “BANG” definitivo non è una resa a priori e senza condizioni, ma è più che altro il caduto sul campo di battaglia.

Il risultato non cambia, l’ottimismo ne esce intaccato, ma inevitabilmente (a parte evidenti casi d’eccezione) il prossimo quarter arriverà.

WU

La scala e la produttività

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La premessa è che continuo ad essere ossessionato dall’idea che Dilbert mi spii e/o sia un mio collega.

Detto ciò, questo Dilbert è di certo illuminante (o comunque esprime molto meglio di come potrei farlo io) su come si sta evolvendo l’organizzazione aziendale. L’idea di base rimane quella di fare il massimo con il minimo. E di per se non è un principio malvagio; ma poi vogliamo anche la qualità e magari nel minimo ci mettiamo anche il minimo di risorse, di sforzo, di qualifiche, di formazione… fermatemi.

La produttività è una specie di divinità a cui ormai le aziende, più o meno grandi, sono votate. Dal lato “degli operativi”, però la cosa si declina in corse, sforzi, procedure, etc. vedendo poi che “chi decide” (potremmo definirli una specie di sacerdoti della divina produttività) fa poco più che osservare le mattonelle del soffitto.

Ovviamente può essere una questione di percezione, ma la situazione è oggettivamente percepita anche da chi spinge (… non devo mica pensare che le loro retribuzioni siano in gran parte legate ad obiettivi che raggiungono attraverso il Dilbert di turno?) nella ricerca della produttività? Ovvero, se i sacerdoti fossero coscienti del rischio di essere percepiti come “improduttivi” qualche barlume potrebbero anche darlo…

Diciamo che ho l’impressione che “la scala” di turno sia sicuramente prioritaria anche (e soprattutto) se serve per soddisfare curiosità (ambizioni) personali, ma guai ad intaccare qualche indice di produttività aziendale! Ci sarebbero procedure e portafogli che se la prenderebbero molto a male.

WU

Il silenzio degli intelligenti

Tacere è spesso una dote, a volte una necessità. Tacere è spesso difficile, ma “invecchiando” (almeno per me) sempre più spesso impossibile. Eppure è in molte più situazioni di quelle in cui lo mettiamo in pratica, la scelta migliore. Quando poi il tema del silenzio si intreccia con quello della convinzione che la gente ha di se (effettivamente indipendentemente dall’essere stupidi o intelligenti).

La mia personale premessa (che sono certo aver già blaterato in qualche altro post) è che non credo più nell’esistenza degli stupidi. Certamente credo che esistano persone che si chiedono molto poco, che dubitano molto poco, che non sanno fare autocritica, che non sono ironici; insomma che hanno una concezione di se che con l’umiltà non ha nulla a che vedere.

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Tanto per prendere spunto da questo Dilbert, di certo la descrizione sopra calza benissimo ai cari capi/responsabili/superiori che siamo obbligati a digerire. Questi trovano spesso l’affermazione di se nella vanagloria della propria intelligenza (chiedendo effettivamente uno sforzo di silenzio che non tutti siamo in grado di garantire); soprattutto nella convinzione di aver a che fare con “intelligenze minori” (tanto per non dire stupidi). Applicato all’ambito aziendale è (l’ennesima… vi ricordate questo post?) conferma dell’effetto Dunning Kruger. A tal proposito suggerisco caldamente la visione del TED qui sotto (… a proposito del TED di Dilbert 🙂 ). Fantastico.

Ah, ovviamente la percezione della propria intelligenza è inversamente proporzionale alle nostre reali capacità (… almeno in quell’ambito). Persone molto incompetenti difficilmente riescono a vedere le proprie lacune; come dire che la propria convinzione di se ottenebra l’oggettività della valutazione. Avere l’umiltà di confrontarsi, chiedere pare/conferme è chiaro barlume di intelligenza, ovviamente troppo spesso associato a debolezza e/o mancanza di leadership.

A parte aver ormai deciso che c’è un limite oltre il quale la mia limitata intelligenza non mi supporta nel garantire i silenzi a cui forse dovrei attenermi, la ripercussione che vedo più dannosa di questa consuetudine è quella di creare delle barriere a giovani volenterosi e preparati che si devono arrendere dinanzi alla boria dei superiori (indipendentemente se preparati o meno). Praticamente l’esternazione del pieno compiacimento della propria intelligenza (in ambito lavorativo, ma non solo) delle “prime linee” (quante risate!… e faccio notare il punto esclamativo e non quello interrogativo) taglia un po’ le gambe alle nuove leve (che scelgono, intelligentemente, la via del silenzio). Un po’ di ammissione delle proprie “arie di incompetenza” sarebbe per tutti un valido sprone.

Aggiungo (e chiudo) che il silenzio resta, per me, comunque una dote che trascende dalle capacità intellettive (e non intellettuali) di chicchessia. Tant’è vero che non perdo occasione di stare zitto scrivendo questi post 🙂 .

WU

PS. Mi viene in mente la seguente citazione (me la ripeto spesso, ma credo ormai quasi come mantra di speranza…):

Il problema dell’umanità è che gli stupidi sono sempre sicurissimi, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi. [B. Russell]

I’m human

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quando si dice “dopo tutto sono umano” (ed ogni riferimento a fatti, persone o canzoni è puramente casuale).

Fatto sta che io ci credo e sono assolutamente d’accordo. Le cose attorno a noi ci possono piacere o non piacere, ma già il fatto di darne un giudizio equivale ad ammettere la nostra natura umana ed il fatto che cerchiamo (che quantomeno cerchiamo) ciò che ci può piacere in questa vita.

Non abbiamo certo scelto noi di essere qui, ma visto che dobbiamo sporcare un po’ la faccia di questa terra ci viene istintivo farlo cercando (ripeto, almeno cercando) ciò che può farci sentire bene.

Non credo sia una questione di uomo o di donna (certo, le donne forse curano più il loro lato umano… o forse no?!), ma proprio di essere umano. Prendersela con l’altro (… maschio?) è per noi una valvola di sfogo, in alcuni casi ci alleggerisce, ma di certo non cambia la nostra natura.

Evolutivamente dobbiamo ringraziare che non ricerchiamo il brutto e ciò che ci fa stare male.

WU

PS. Facendo un piccolo passo di fantasia ulteriore mi viene anche da dire che non mi sembra un comportamento troppo difficile da replicare in un automa o in una intelligenza artificiale. Fatto salvo la definizione di bello/piacere/bene che questa potrebbe avere.