Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

DilbertSalaryTheorem.png

Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Annunci

Millenials, ancora?

XKCD240619.png

Ma esistono ancora? O meglio, è ancora il caso di “catalogarli”? Hanno veramente ancora quei tratti distintivi che gli hanno fatto meritare un epiteto (apprezzativo o dispregiativo molto dipende dalla nostra età… mentale) tutto per loro?

Sono passati quasi venti anni da quando abbiamo scavallato millennio e siamo ancora a credere che chi è nato in questo 2000 è un giovanotto scapestrato, internet-addicted, cresciuto con in mano lo smartphone e che non sa distinguere una pecora da una capra. Forse tutto ciò può (o meglio, poteva) essere anche vero, ma di certo è ormai storia passata.

In un modo o nell’altro quei giovannotti che hanno scavallato il millennio sono cresciuti e sono fra noi. Sono padri, colleghi, amici. O accettiamo che essere circondati da milioni di stupidi millenials oppure accettiamo che loro (come probabilmente noi anni prima) abbiamo contribuito a cambiare la società in cui viviamo.

Chissà come chiameremo i nati del 2100, quelli del 2500 o quelli del 3000. Di certo li vederemo come figure perse che non hanno un futuro. Viviamo (ed IMHO vivremo sempre di più) nell’epoca del semplice, del tutto e subito, del minimo sforzo, dell’indolenza, del frega frega, della bella vita da ostentare su qualche social e così via. Non sono stati i millenials a crearla (anche se di certo gli hanno dato tanta tanta benzina e ci sguazzano benissimo), ma noi (ed hanno anche iniziato quelli prima di noi, ma lungi da me ricordarglielo…).

WU

PS. Ovviamente partendo da questo notevole Randall

Almeno tre quotazioni

Dilbert180619.png

Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

Dilbert31052019.png

La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Collaboratori indispensabili

Dilbert140519.png

Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

Studi mortali

XKCD290419.png

Tanto in un modo o nell’altro deve finire. Certo, finire “per mano” di qualcosa che si è studiato mi ricorda molto il destino di tanti “geni” uccisi dalle loro invenzioni (le impronte che brillano ancora al buio della mano di Marie Curie ve le ricordate?) e comunque meglio di tanti idioti che muoiono per mano delle loro idee (non faccio esempi, ma ovviamente la linea di demarcazione è particolarmente labile).

Ad ogni modo, vi sono certamente campi “più rischiosi” della ricerca (squali e vulcani, come ci ricorda con grand ironia questo Randall sono degni esempi), ma diciamo pure che studiare come sarà la nostra vecchiaia è di certo qualcosa che ci troveremo a vivere (beh, sicuramente non si può dire lo stesso di chi studia neonatologia…).

Credo che dobbiamo aggiungere un aspetto probabilistico della faccenda: chi studia cosmologia e buchi neri ha pochissime (nessuna) chance di entrarvi in contatto, ma se ci riuscisse credo che la letalità dell materia sarebbe decisamente altissima. Per la vecchiaia, ahimè, la certezza dell’incontro è abbastanza certa (ed in molti casi sperata).

Mi rimane solo una domanda, ma chi studia sociologia (e branche derivate) dove si collocherebbe? In base ai casi ed alle situazioni potrebbe essere tutto a destra o tutto a sinistra… Allora la linea (e relativa catalogazione) diventa opinabile? Certo! … e meno male!

WU

The management track

Dilbert230419.png

 

Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

Il lago e la decappottabile

CB110419.png

Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.

 

Maschiegazione

Dilber100419.png

Ammetto la mia ignoranza (…ed anche il fatto che vivevo benissimo in essa), ma il termine mansplain non lo conoscevo.

Pare possa essere brutalmente tradotto in italiano con un goffo maschiegazione che dovrebbe significare l’atto di spiegare con condiscendenza, fare una “lezioncina”, da parte di un uomo-maschio ad una donna-femmina 🙂 .

In primo luogo, la parola non mi piace ne come suono, ne come significato. Poi mi chiedo, se proprio vogliamo definire questo scenario possiamo benissimo attingere a diversi termini che abbiamo già (…che, guarda caso, mi pare non abbiano in femminile)tipo gradasso o smargiasso. Non è proprio la stessa cosa? Ok, può essere, ma il fatto è che non mi è ben chiaro cosa intendiamo per “lezioncina maschile”.

In rete (ed ometto link quasi per pudore) pare che l’esempio classico sia quando un maschio spiega il fuorigioco calcistico ad una donna. Quindi per maschiegazione intendiamo una spiegazione su cui un uomo-maschio è molto ferrato (… io credo di aver imparato il significato del fuorigioco da Topolino…) ad una donna-femmina a cui probabilmente non gliene può fregare di meno?

Oppure vogliamo sottolineare la superficialità con cui la spiegazione viene fatta a qualcuno che si da per scontato “non potrà mai capire”? Forse è questo il caso, ma l’inutilità e l’aberrazione del termine per me rimane. Anzi, assegnare una parola ad-hoc a situazioni tipo queste le elevano, IMHO, ad un grado di dignità che altrimenti non avrebbero. Possiamo anche pensare in maniera ancora più perversa: etichettare mansplaining una certa frase/situazione potrebbe essere il metodo migliore per tagliare, dalla parte femminile, un discorso quando si è a corto di argomentazioni per sostenerlo…

Altro spunto interessante di questo Dilbert è che mi pare che il metodo migliore per affrontare un discorso con qualcuno “immune alla logica” (che calza benissimo a tanti militanti fissati su questa o quella posizione, femministe incluse… ed in buona compagnia maschile) sia semplicemente non provare. Una sorta di resa in partenza dando per scontato che chi si ha di fronte non recepirebbe in ogni caso l’informazione. In questo caso si che una “lezioncina superficiale” potrebbe anche essere calzante, ma dividerei a questo punto la situazione dal sesso dei partecipanti.

In attesa di una femmigazione?

WU

I like to think about what I read

CB270319.png

Ovviamente questa è una estremizzazione (come si confà allo Snoopy che è dentro di noi)… che se non altro serve per ironizzarci su e non piangere. Credo, tuttavia, che sia quanto mai vero ed attuale che la gente (e non intendo affatto escludermi dalla lista) non legga fino in fondo quello che gli scorre davanti agli occhi.

Produciamo spesso e volentieri moli di documenti solo per far contento qualche indice o procedura, per costruire paraventi o pezze d’appoggio nel caso di problemi, per farci pubblicità o per fare pubblicità, ma l’attenzione che viene dedicata alle parole che ci fluiscono dall’iride, dentro la pupilla, su per il nervo ottico e quindi al cervello è mediamente molto molto basso.

Non credo sia una questione di competenze (anche se…), ne di eccesso di informazione (anche se…), ne di facilità nel reperimento delle stesse (anche se…), quanto credo che sia proprio il valore che ormai diamo a questo o quello che è cambiato.

Ormai dobbiamo fare in fretta, dobbiamo cogliere subito il punto, dobbiamo tagliare i fronzoli; non sappiamo il perché di tutto ciò, ma sappiamo che dobbiamo farlo. Viviamo di quanti di informazione, presentazioni, note, memorie, sunti, TED talks, e via dicendo. Già il riassunto che si faceva a squalo è considerato prolisso. Dobbiamo presentare mesi di lavoro di tesi in qualche minuto, dobbiamo sostenere colloqui con chi ha bisogno di pesarci nel giro di mezz’ora, dobbiamo parlare a telefono/skype/qualche-forma-di-video-web in fretta e fra un buco ed un altro dei mille impegni (mediamente inutili ed ai quali dedichiamo la stessa scarsezza di attenzione).

Ricordo che un tempo esistevano le tariffe per cellulari a consumo e quanto più si era in grado di fare telefonate brevi e concise tanto meno si andava a pagare. Oggi abbiamo migliaia di minuti disponibili nei nostri piani tariffari, ma poco tempo per usarli tutti e gente mediamente disinteressata a quello che abbiamo da dire.

Una parola al giorno forse no, ma un concetto al giorno, capito, approfondito, trasmesso sarebbe un miracolo. Aggiungo anche che, se almeno fossimo in grado di discernere a cosa dedicare attenzione e cosa trattare in maniera sommaria, sarebbe un primo passo per tornare a Leggere  (anche se temo per la categoria alla quale verrebbe assegnato Guerra e Pace…).

WU

PS. Post volutamente succinto per non perturbare troppo i nostri impegni (di chi legge e chi scrive), per venire incontro alla nostra fretta, alla nostra abbondanza e ridondanza di informazione e, ultimo ma non ultimo, per non disturbare troppo il nostro disinteresse.