Categoria: comics

Blockchain paper review

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Fatemi sproloquiare nuovamente, sulla scia di questo XKCD, sull’impeto delle pubblicazioni “scientifiche” e sul publication bias.

Oltre gli evidenti paradossi al quale un sistema di peer-review delle pubblicazioni ci ha portato (che non ripeto per dignità e per mia salvaguardia mentale), oggi stiamo facendo un’ulteriore evoluzione.

Ovvero stiamo (tutti, sia ben chiaro) progressivamente riducendo l’attenzione che dedichiamo alle revisioni (per giocare a Zelda o andare al mare poco importa) tanto da arrivare a non avere prove sufficienti ne per accettare ne per rigettare un articolo. Detto in altri termini, non siamo in grado di approfondire più nulla, ma soltanto di passeggiare su cose che già sappiamo, prossime al nostro seminato, oppure chiedere ad Internet.

Oggi che viviamo nell’epoca delle cryptovalute e stiamo imparando ad esportare il concetto di blockchain ad altri campi, perché non proviamo ad abbandonare l’attuale sistema di revisione per appoggiarci ad un sistema pubblico, immodificabile e distribuito?

La butto li. Qualcosa tipo una serie di “nodi di review” nei quali diversi soggetti contribuiscono alla review in una specie di registro pubblico, in cui ogni contributo sia tracciabile e che non sia modificabile in base … alle occupazioni del weekend?

Sicuramente la cosa va declinata meglio, ma almeno potrebbe essere un’idea…

WU

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Ode all’ozio

Facciamo che sto un po’ esagerando (dato che il passo fra la nullafacenza più assoluta e del meritato riposo è brevissimo), ma in questo lunedì che odora di vacanze che tarderanno ad arrivare mi viene da pensare che in qualche modo “oziamo poco”.

Non intendo che stiamo poco sul divano, davanti alla tv, con il nostro amo-diato smartphone in mano; intendo proprio che nella frenesia della nostra quotidianeità ci ritagliamo poco (se non nullo) tempo semplicemente per oziare.

Stare fermi in una posizione, non dormire, non leggere, non distrarci con questo o con quello; semplicemente dei preziosi minuti per… stare. L’ozio in fondo è questo, non è il riposo o il diletto (ammesso che siamo ancora in grado di fare anche queste due attività…).

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E come dice più che giustamente Snoopy qui, l’ozio è spesso la madre di molte idee. Tempo per riflettere non lo troveremo chiedendo a Google, ma lo troviamo chiedendo a noi stessi. Non avremo (forse) l’idea che cambierà il mondo, ma la nostra piccola illuminazione, la nostra piccolissima risposta ai nostri insignificanti problemi, la nostra riflessione sulle nostre azioni e la nostra rotta per il futuro vengono soprattutto (fortunatamente non solo data l’elasticità cella nostra mente) dai momenti di ozio.

Mettiamola così, prendiamoci un po’ di intimità con noi stessi, senza dar agio ai nostri sensi di disturbare le elucubrazioni della nostra mente. Che piova o ci sia il sole se ci fermiamo un attimo ad oziare anche le successive attività ci appariranno fluire con una velocità diversa.

E fatemi chiudere con una citazione di chi sapeva dire le cose molto meglio di me, e soprattutto riconosceva nell’ozio anche un’arte troppo spesso sottovalutata; l’osservare. Stare a guardare significa per l’osservatore attento rubare con gli occhi maestranze. Oziamo anche per chiarirci le idee.

Stare a guardare è un’arte, e anche molto difficile, ed è bene farlo anziché partire in tromba in una direzione o nell’altra. Ma non è meglio fare qualcosa? Nossignore, se non hai le idee chiare è meglio stare a guardare. [R. Feymann]

WU

Strategia aziendale

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… e già, perché noi siamo sempre i più furbi. Abbiamo una mente oltre la media (ovviamente senza bisogno di dover studiare o arrovellarci più di tanto) e le idee che ci vengono in mente sono innovative e ci garantiscono un successo che gli altri se lo sognano!

Non ho mai sentito una di quelle dichiarazioni da top manager che dicessero qualcosa che non fosse ribadire l’ovvio. Vogliamo parlare delle mission e/o delle vision aziendali? In realtà ero partito dal fare un brevissimo sondaggio di quelle che trovavo più o meno in rete quando mi è rimbalzato in mente questo Dilbert di ieri.

Se un’idea mi è venuta in mente è geniale è un presupposto che (soprattutto, ma non solo) ai livelli apicali di un’azienda non dovrebbe essere applicabile.

Si, sto facendo un po’ di tutta l’erba un fascio; di certo ci sono anche dirigenti illuminati e con menti fuori dal comune, ma nella gran parte dei casi (100% ahimè nella mia piccola esperienza) si tratta solo di pronunciare buzz words tanto per tenere alta l’attenzione dei propri collaboratori.

Ho seri dubbi che la cosa funzioni.

Ovviamente la cosa è estendibile anche a contesti non lavorativi (e dai… non mi fate esagerare…). L’unica cosa che credo possa in qualche modo aiutare (o almeno essere affiancata) a quelle che crediamo intuizioni geniali ed uniche è una solida base di studio/ricerca/documentazione. Se quanto meno sapessimo bene ciò che gli altri pensano e/o fanno l’idea geniale verrebbe se non altro per differenza. Come dire se riesco ad imparare dagli errori, miei e di altri, sarebbe già una strategia vincente.

WU

PS. @ 04.07.18

Ma facciamo un esercizio su una “vera” mission aziendale… senza fare nomi.

Obiettivo principale del consorzio è promuovere l’innovazione e lo sviluppo delle piccole e medie imprese del comparto di riferimento.

E, debitamente parafrasato come mi farebbe quasi piacere leggerlo, se non altro per vedere qualcosa di diverso… tanto non significa nulla in ogni caso:

Obiettivo principale del consorzio è rallentare, se non bloccare, l’innovazione ed evitare lo sviluppo delle piccole e medie imprese in un qualunque comparto di riferimento.

Parole a caso… ma almeno nel secondo caso ti strappa un sorriso.

Tristezza e malinconia

“Lloyd, non so perché ma ogni tanto mi sento triste”
“Questo perché sta confondendo tristezza e malinconia, sir”
“A me paiono identiche…”
“Anche al tramonto e all’alba il sole è alla stessa altezza, sir”
“E infatti le ombre sono uguali, Lloyd”
“Ma non lo è la luce che dopo arriverà, sir”
“Illuminante, Lloyd”
“Buona settimana, sir”

Facciamo troppa confusione. Troppo spesso. Sia nel senso che facciamo troppo baccano ed andiamo troppo di corsa per fermarci a leggere ed intendere le nostre emozioni, sia nel senso che al primo barlume di malinconia tendiamo ad etichettarlo come tristezza e “curarci”…

Non possiamo essere tristi, è un male! Mah… spesso si, spesso no. La tristezza è l’ombra che esalta la luce, la sfumatura che da i colori, e potrei sbrodolare a raffica. La malinconia, poi… non ne parliamo. Uno stato d’animo malinconico ci etichetta subito come non grati alla vita, ci mette in una posizione di poco rispetto nei confronti delle nostre fortune e darebbe ragione alla sorte se volesse punirci.

Perché (IMHO) malinconia non è sinonimo di lamentela e tristezza non è sinonimo di resa.

A volte un bel acquazzone estivo pulisce l’aria; a volte una bella tranche di malinconia ci fa riflettere un po. In fondo è un modo per crearci dei “piccoli” (sperabilmente) grattacapi che quanto meno rallentano il nostro corri corri e ci permettono di prendere coscienza della nostre emozioni.

Compresa la differenza fra tristezza e malinconia… che è poi in fondo soggettiva più che oggettiva.

WU

PS. Qui da Lloyd

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Tempeste

Quando si dice che partiamo, o che il viaggio è il senso della vita, o che siamo in balia delle onde del destino, o che viaggiamo per non morire, il viaggio della vita, e tutte le frasi fatte che hanno a che fare con il mare, il viaggio, la vita e l’avventura.

Lloyd, qui, da la sua interpretazione. Notevole.

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Se non altro per il fatto che il mare di guai nel quale ci avventuriamo pare essere (ed in realtà vivendo impariamo presto che lo è effettivamente) inevitabile. Possiamo far finta di non vederle, ma le tempeste ti vengono a cercare e temerle non le fa certo placare.

Certo, lo scopo è uscirne rafforzati… beh, diciamo almeno uscirne indenni. Ma il punto è che non dobbiamo (e per me sostanzialmente perché non possiamo) chiuderci nel nostro porto ad aspettare che passi la tempesta.

Indipendentemente se siamo più o meno propensi ad una nuova avventura, se abbiamo voglia di scoprire cosa c’è oltre le nostre Colonne d’Ercole, se possiamo permetterci il lusso (si, immagino c’è chi possa permetterselo) di rimanere attraccati, temere le tempeste è inutile.

Ed è una cosa ben diversa dal “non bisogna temere le tempeste”; la paura è una sensazione inconscia, l’utilità è tristemente razionale.

Auguri a tutti i viaggiatori (e viaggianti)

WU

PS. E fatemi sproloquiare ancora un po’ con un latinismo a chiosa: Caelum, non animum mutant qui trans mare currunt.

Some bugs never smile

Oggi, nel solito percorso cittadino con l’auto, ho fatto attraversare nell’ordine: un ragazzino con un bello zaino colorato, una signora intacchettata di mezza età, una coppietta (non so se italiani o stranieri, ma vedendo la loro tenuta il dubbio mi viene) ed un incanutito signore con un cane al guinzaglio.

Nessuno mi ha ringraziato (non che fosse dovuto), uno ha alzato una mano in cenno di ringraziamento (o per sincerarsi che non lo buttassi giù), ma di certo non ho visto nessuno sorridere. Neanche un’abbozzo; che so’, una smorfia della bocca.

Mi sono effettivamente sentito come Snoopy qui, anche se non con la sua stessa, immancabile verve.

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Non dico ridere (d’altra parte perché avrebbero dovuto?), ma almeno uno di quei sorrisini di cortesia che si fanno anche agli sconosciuti.

Vuoi che siamo oberati, spesso sovra pensiero (ah, quasi dimenticavo di aggiungere un particolare impostante alla statistica odierna: a parte il tizio con il cane ed il lui della coppietta erano tutti con il cellulare in mano…), ma ho un po’ l’impressione che stiamo perdendo la nostra capacità di ridere.

Non intendo ridere in un contesto che lo richiede(rebbe), e lascio a ciascuno la sua personale definizione di ciò, ma ridere/sorridere estemporaneamente, all’improvviso, all’impronta. Anche senza motivo se volete; “il riso abbonda sulla faccia degli stolti” rimane vero ed applicabile, ma non esageriamo con l’applicazione dell’ “abbonda”.

Un sorriso significa tipicamente più per chi lo riceve che per chi lo fa, ma farlo fa bene alla salute ed allo spirito.

E facciamocela una risata (noi, che rimaniamo un ottimo esempio di bugs…).

WU

PS. Mi richiama alla mente questo vecchio post

Ok

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Dopo una giornata delirante (sotto tanti, tantissimi punti di vista, ma in questo momento facciamo che mi focalizzo un attimo sul contesto lavorativo) ho cercato un po’ di rifugio in questo Dilbert.

Stress è una specie di parola d’ordine, una di quegli stati d’animo che ormai non sappiamo neanche più cosa rappresentano, una specie di light motive della nostra società. Non ne possiamo fare a meno, ma ce ne lamentiamo.

Wally (scaltrissimo scansafatiche) va facilmente oltre. Somatizza il suo stress (e chi sono io per negarglielo?) dando ragione agli idioti.

E’ successo a tutti (no?!… è questione di tempo), ma diciamoci la verità non possiamo sempre farci il sangue amaro cercando di convincere le pietre, di aprire la testa ai caproni oppure di redarguire i recidivi.

Ad un certo punto bisogna pur arrendersi. Certo lottare da un po’ il senso anche alla monotonia più sfrenata, ma è una questione di mordente ed anche questo (ahimè) dopo un po’ si perde.

Vaffanculo non lo posso (possiamo?) gridare nei corridoi, ma un bel OK a volte ci salva dalla gastrite. “I agree” è, in molti casi ed in moltissimi contesti, un’ottima abbreviazione di un vaffa.

Confido nel fine settimana per ridurre un po’ il livello dis tress (no, no, no, è mio!) e riportare il numero di asserzioni veritiere a livelli più piacevolmente umani.

WU