Platinum Level Promotions – warning!

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Ma evidentemente non grandi paghe (e d’altra parte ad un supereroe a che servono…).

Il datore di lavoro che non trova dipendenti (spesso per motivi economici, ma questo le notizione spesso lo omettono), head hunter che offre mansioni “di rilevo” (spesso con paghe minori dell’impiego attuale), il responsabile che cerca un malcapitato a cui assegnare una “promozione” (salvo poi verificare nei dettagli che si tratta solo di extra lavoro) sono esempi che ogni dipendente ha vissuto sulla pua pelle di come toccare il discorso dell’inquadramento economico in una azienda è ancora (ahimè) un taboo.

Non lavoriamo (in teoria) solo per soldi, ma sono questi di certo una parte del lavoro. Non continuiamo ad illuderci (ed eventualmente illudere chi di competenza) che siamo degli stacanovisti dediti all’azienda in cambio di nulla. Un progresso di carriera, di mansioni, di responsabilità (o anche semplicemente uno straordinario o un extra-lavoro) sono si fattibili, ma non sistematicamente in maniera gratuita.

Mi ricordano un po’ quelle offerte da supermercato: “prendi due mansioni al prezzo di una”, “nove ore al prezzo di otto” oppure (tanto la direzione è quella…) facciamo direttamente “due dipendenti al prezzo di uno”?

Sentire una cosa propria da certamente una dedizione diversa alla mansione specifica ed anche una “percezione alterata” degli aspetti economici; non è un caso se, almeno agli inizi, i “CEO delle start-up” abbiano remunerazioni miserrime. Ma sono ovviamente sacrifici limitati nel tempo che sono un po’ il seminare per raccogliere risultati in prospettiva. La stessa cosa è, sempre teoricamente (almeno in Italia…), fattibile anche per i dipendenti delle aziende… ma gli incentivi, per far sentire in questo caso il dipendente parte della macchina aziendale, passano anche (inutile e deleterio da nascondere) dagli aspetti economici.

Quante insidie si nascondo oggi sotto la parola “promozione”. Facciamo attenzione, tutti, quando la sentiamo e quando la diciamo.

WU

PS. Il tutto, ovviamente, scatenato da questo notevole Dilbert di qualche giorno fa. Anzi, in relazione alla striscia mi viene da chiedermi se i “platinum level engineers” esistano veramente o siano della categoria degli invisibili unicorni rosa

Il primo passo

Saranno i propositi del nuovo anno, sarà il fatto che dopo le ferie non sono più rilassato ma certamente ho allenato il mio pensiero laterale, sarà che ripetermi che non ne posso più ha smesso (finalmente) di giovarmi, ma sta di fatto che mi trovo a riflettere (e tentare di far riflettere) spesso con un approccio “fa qualcosa che non avresti fatto di solito”.

Fare/dire/vedere ed a monte pensare/interpretare le situazioni, le persone, il passato sempre allo stesso modo (il nostro modo, qualunque esso sia, quello che ci è congeniale, quello che vi viene naturale) ci porta a percorrere sempre la stessa stradina. Ci porta a ripetere i nostri passi (giusti o sbagliati, ma di certo monotoni) e difficilmente ci mette un pochino alla prova.

Crescere non è obbligatorio, è auspicabile e fare “il primo passo” (che intendo, oggi, come semplicemente qualcosa di diverso) è la strada… magari il primo passo, appunto, su quella strada.

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Queste strisce (la prima, ultima in ordine cronologico) lo dicono molto meglio di me. Anzi, con l’aggravante di dover ricostruire qualcosa, situazione in cui fare il primo passo pesa ancora di più; peccherò certamente di ottimismo, ma il resto è discesa 🙂 .

I always trip on that first step (e dopo mi prendo una vacanza).

WU

PS. In realtà le strisce sul tema sono parecchie di più, possiamo dire che ho fatto un riassuntino della situazione?

Orgoglio di genere

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Non sottovaluto le questioni di genere, non le sopravvaluto. Mi pare la classica situazione in cui si sposa una bandiera più per posizione e per ostentazione che per vera sostanza. Magari mi sbaglio (certamente, facendo un discorso di massa), ma il dubbio mi rimane sempre.

Affrontando la spinosa questione da un punto di vista più ironico: lui, lei, la cosa sono un misto fra retaggi sociali/culturali/linguistici, necessità di identificare meglio qualcuno/qualcuna/qualcosa e la necessità innata dell’uomo di distinguersi in qualche modo dalla massa.

Pare che alle origini della storia delle lingue indo-europee non esistesse maschile/femminile/neutro bensì due generi: uno per le cose animate ed uno per quelle inanimate (… e già così non saprei bene che genere assegnare al robot di questo Dilbert a meno di non aprire una mega-parentesi sulla questione di “anima”). Ovviamente con l’affinarsi della lingua e il complicarsi della società abbiamo visto nascere il maschile ed il femminile… ed ora lo stiamo vedendo vacillare o estendersi (gender neutral? genitore 1 e genitore 2? Genere:altri, preferisco non dichiarare. Etc.).

Poi c’è l’aspetto più biologico di questa divisione: maschile e femminile servono (o meglio, hanno una certa rilevanza) solo nelle specie che hanno “inventato” la riproduzione sessuata. In tantissime specie di batteri (se poi da questo si evince che i batteri sono una razza superiore… approvo.), o piante, esistono si maschi e femmine, ma la riproduzione asessuata semplifica la vita sui pronomi e li mette al sicuro da sofismi, correnti, bandiere, ostentazioni, e tutte quelle storture della “questione genere” proprie della razza umana, maschile e femminile (… beh in questa vignetta anche l’orgoglio del robot di sentirsi definire “it” mi pare abbassarlo alla stregua di noi mortali).

WU (con il pronome che preferite… il mio avatar è spesso femminile, ho problemi di genere?)

PS. Da notare l’assoluta inespressività “del boss” per tutta la striscia. Che pensi agli affari suoi? Che non sappia di che si parli? Che tratti la cosa con la consueta superficialità? O semplicemente, una volta tanto (ma magari è una pura mia illusione) che sappia dare alla questione genere, anche riferita ad un robot, il giusto peso?

Pugni dati, presi e ritirati

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Non tutto si può esprimere in parole, non tutte le parole esprimono ciò che proviamo. Certo c’è la comunicazione non verbale, le espressioni, i movimenti, quegli impercettibili gesti che fanno di noi quel che siamo (e danno a ciascuna situazione la propria piega). E poi ci sono i pugni.

Questo e questo Peanuts mi fanno sorridere per la loro semplicità (infantilità mi pare sminuire) e schiettezza. Confesso che mi urtano anche un pochino costatando (da vecchio?) che non posso mettere (facilmente?!) in pratica l’approccio suggerito.

Ne quello di darlo un bel pugno (orientativamente sono un non-violento), ne quello di ritirarlo (orientativamente sono troppo razionale), ne tanto melo quello di farlo ritirare a qualcuno (troppo indurito in una qualche corazza, credo). Certamente si può trasportare la situazione e l’esternazione su un piano figurato, ma si perde tanto del fascino (e dell’utilità!) di questo genere di emozioni.

Si, perché credo che quello che stiamo descrivendo qui è proprio L’Emozione, il non riuscire a frenarla, il non provare a mascherare con la calma e le parole uno scatto d’ira. Dignitoso di esistere come un sorriso spontaneo che ferisce eventualmente esattamente come la sua controparte.

Linus ritorna da Lucy il giorno dopo, sa che lo scatto è uno scatto e come tale lo tollera (ancora?!) senza costruirci attorno più di tanti castelli ne conservando strascichi che portano ad irretirsi su questa o quella posizione o pregiudizio (ora sostituite a Linus e Lucy due razze a caso e ripetete l’esercizio…).

E’ la stessa Lucy che ritira il pugno (ah, magari si potesse veramente fare… anche figurativamente), la stessa persona che lo ha scagliato che non cerca giustificazioni, costrutti, ulteriori liti o sfoghi, non cerca di tergiversare, di scusarsi e neanche di continuare a sostenere la sua posizione. Ritira il pugno, in silenzio, da parte di entrambi.

Nessuno è perfetto, tutti perfettibili (bella scoperta…). L’ira va domata, certo, ma a volte da qualche parte, in un angolino (magari non in faccia a nessuno) deve trovare il proprio sfogo. Ne va della nostra fanciullezza e della nostra umanità.

WU

Una pausa dal mondo

A volte penso che vorrei prendermi una pausa.

Poi inizio a pensare: ma una pausa da cosa? Inizio quindi una lista semi-infinita di luoghi, persone, situazioni ed alla fine (siamo al delirio dei deliri, sia chiaro) mi dico: ma se ora qualcuno veramente mi stesse ascoltando e soddisfacesse il mio desiderio, sono sicuro che non ho dimenticato nulla? Non so quante altre occasioni del genere potrei avere, devo essere ben certo di non dimenticare nulla.

E così prendo la mia matita immaginaria (si, se state pensando che ce la dovrei avere nel cervello avete ragione) e cancello tutta la mia brava lista e riassumo in: vorrei prendermi una pausa dal mondo.

Così, tanto per essere sicuro di non dimenticare nulla. Corro come questo PBS (è un po’ che non ve lo proponevo, vero?) inseguito dal “suo” mondo (beh, forse troppo letterale nella striscia, ma rende l’idea del “mondo” che ciascuno vive).

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Chissà poi che farei durante la tanto agognata pausa. Quando mi convinco che non verrà nessuna divinità ex-machina a fare il miracolo passo a farmi questa domanda. Qui mi calmo, perché effettivamente non ho una risposta (praticamente mando in loop il cervello finché il mondo stesso non mi salva con qualche distrazione).

Per una pausa dal mondo non saprei, ma una pausa dal tram tram quotidiano credo valga la pena sperarla (per ora) e prenderla (a tempo debito… sono stanco, non fermo) solamente quando si ha una passione. Quando si stacca per fare una cosa che ci piace, per quanto breve sia lo stacco o stancante l’attività quella si che è una pausa.

E no, con un cellulare (o equivalente) in mano non è mai una pausa…

WU

Just give me a call

… una di quelle frasi che, a prescindere se sia in italiano, inglese o qualunque altro idioma, benché potenzialmente veritiere sembra sottendere una presa per i fondelli. Almeno per me. Anzi, ultimamente piuttosto che “recitarla” tendo a parafrasarla… impelagandomi spesso in costrutti involuti che lasciano più che altro l’impressione “lascia stare, non mi chiamare”.

Abusata in contesti lavorativi, usata in contesti più o meno formali, ma in ambo i casi, IMHO, vacua. E questo Dilbert la celebra in maniera più ch egregia.

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Se poi vogliamo fare un po’ di (sani) sofismi, Dilbert tecnicamente non dice “chiamami che ti risponderò subito”, quindi anche le caso di morte, peste o delle sette piaghe di Egitto la fanta-frase potrebbe applicare comunque. Il che non diminuisce il senso di presa per i fondelli, ma ci para abbastanza da poter dire “ma io intendevo…”. Richiamami, non è detto che ti rispondo e/o che so che fare per aiutarti.

Facendo finta che si stia parlando di una specie di servizio “post vendita” (e perché lo farebbe Dilbert?), poi, la frase è d’obbligo. Anzi, in questo caso, la rivaluto leggermente, considerando che più della metà delle volte che questo genere di chiamate vengono ricevute non si parla di effettivi problemi, ma di incompetenza o fraintendimenti… “richiamami, che è meglio” starebbe benissimo, ma non credo si addica ad un dipartimento after sales. In ogni caso “just give me a call” spesso viene letto dall’altra parte “si, e così non mi rispondi…”. D’altra parte immagino che la musichetta di attesa il “numero di protocollo” della nostra segnalazione e simili facciano parte del nostro bagaglio “culturale”…

Possiamo leggere la cosa ancora da un’altra prospettiva, che è forse quella che prediligo: quando si ha a che fare con idioti, presuntuosi, incompetenti, arroganti ed in generale soggetti aggressivi e senza basi per una discussione razionale; usa la contraddizione. Se un bugiardo ti chiama stupido, non vuol allora dire che sei intelligente? Perfetto! Non può, neanche l’ultimo degli idioti, non apprezzare il punto a tuo favore.

WU

Smartphone vs tutto

C’è stato un tempo in cui usavamo i gettoni per telefonare (si, ancora prima vi erano addetti che cambiavano manualmente i cavi in base alle connessioni telefoniche da effettuare, ma non mi fate partire troppo addietro…), un tempo in cui i telefoni erano nelle case appesi al muro con una rotellona da girare per comporre il numero, un tempo in cui i primi telefoni portatili erano “solo” cellulari e non smartphone (ed avevano della antenne telescopiche dal gusto estremamente vintage).

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

Un tempo avevamo una torcia, avevamo un browser per andare su internet, compravamo giornali, avevamo una qualche chiavetta che generava un numero per accedere alla banca, avevamo addirittura una macchinetta fotografica o un ricevitore GPS.

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

In un tempo ben più recente stiamo iniziando a sostituire metodi di pagamento, telecomandi per televisione (o per qualche accrocchio domotico), sistemi di videochiamata, canali di acquisto e via dicendo. Indovinate con cosa?

Oggi abbiamo brasato tutto, abbiamo uno smartphone.

Non sono contrario, anzi preferisco perdere (ok, ok, separarmi) da un solo oggetto per liberarmi di tutto un carico di civiltà. Mi spiace un po’ per i tanti progressi morti nel fiore dei loro anni per confluire in mini-mini-mini orpelli per smartphone, ma tutto sommato posso conviverci.

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I prossimi passi? Beh, ovviamente dotare di capacità meccaniche i nostri fedeli compagni (ed in questo caso, a parte titolate eccezioni, non siamo ne fedeli ne monogami). Tutta la riflessione è motivata da questo Randall qua che prevede, in ordine, che il nostro smartphone fagociterà guinzagli per cani, ruote sterzanti, sistemi di primo soccorso, grattugie, spillatrici, tagliaunghie ed infine addirittura trapani elettrici o spazzolini (quest’ultima cosa mi sarebbe sinceramente molto comoda…).

Un po’ in odore di futurologia spinta, ma facciamoci una risata oggi pensando a quante cose un tempo erano una cosa abissalmente distante da uno smartphone. Confesso che è uno dei motivi per cui vorrei veramente vedere cosa ci riserva il futuro.

WU

I solutionist sono fra noi

Nell’epoca delle professioni inutili, delle mansioni che si auto-alimentano dei ruoli che solo capire che fanno ci metti più tempi di quello che serve a loro per farlo (dove il verbo FARE è usato in modo improprio…) questo Dilbert svetta alla grande.

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Mi va venire in mente i famosi “spingitori di spingitori di cavalli” e solo un soggetto che spinge gli spingitori degli spingitori può capirne l’inutilità. Un caso in cui apprezzo molto l’obiettività di Wally (chissà se il destino dei tipi troppo arguti sia quello di ritrovarsi ad essere inutili… oppure è solo un paravento per continuare ad essere considerati arguti).

Poi mi colpisce la presenza stessa di un soggetto del genere all’interno di un’azienda. Qualcuno deve pure averlo fatto entrare, qualcuno deve aver pensato fosse necessario (o addirittura che potesse portare un valore aggiunto), qualcuno deve averlo scelto e, dulcis in fundo, qualcuno deve averlo anche pagato.

Perché non sono neanche capace di dire che sono un Business Agility Influencer and Solutionist? Perché, perché!

WU

PS. Chissà se dopo il corso di laurea per influencer (si, avete letto bene e so che lo sapevate già per cui mi sono astenuto dallo sproloquiarne anche in questo blog) ci sarà anche quello per solutionist.

Il tempo delle preoccupazioni

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Il fatto che passiamo gran parte del nostro tempo in mansioni che si rivelano inutili è cosa nota. Ogni tanto ci penso, spesso mi ci crogiolo, ancora più spesso lo uso come scusa. Quasi sempre se non spreco tempo in azioni lo spreco in pensieri, e praticamente sempre perdo tempo a preoccuparmi o, peggio, ad auto-ossessionarmi.

Prima di partire con un pippone para-filosofico (e ricevere consigli per un bravo psicologo 🙂 ), però, mi sono imbattuto in questo Peanuts che ha in qualche modo catalizzato un po’ meglio la mia riflessione.

Preoccuparsi è spesso tempo perso. Spesso, ma non sempre. Anzi, quelle poche volte in cui non lo è credo sia il vero meccanismo di selezione naturale. Quando la preoccupazione per un evento futuro ci spinge a valutare diversi scenari possibili, ci mette al riparo da mosse azzardate, ci sprona nella preparazione all’evento (come nel caso del test di cui sopra) o ci fa valutare con attenzione (e spesso modificare) le nostre ipotesi/convinzioni di partenza non credo sia veramente tempo perso.

La parte difficile sta nel capire se ci stiamo preoccupando a ragione oppure no. Capire se stiamo semplicemente tenendo la mente impegnata con inutili (e spesso bruttini) pensieri oppure stiamo effettivamente mettendo in atto un processo di “utile-preoccupazione”.

Aggiungerei, sempre in uno slancio di ottimismo, che se poi fossimo in grado di far tesoro delle preoccupazioni passate forse potremmo ambire a non essere schiacciati dalla vita. Un bimbo è preoccupato di tante, tantissime cose, spesso solo perché non le ha mai fatte. Un adulto (da definire a piacere), ahimè, è spesso preoccupato anche di cose già abbondantemente fatte. Un anziano (anche qui da definire a piacere) spesso non è più preoccupato.

WU (preoccupato, inutilmente, coscientemente)

Il fuoco che illumina

“Cosa si fa quando c’è qualcosa che continua a bruciarti dentro dannatamente, Lloyd?”
“Si chiama il giardiniere, sir”
“Che c’entra il giardiniere, Lloyd?”
“Solitamente, sir, ciò che brucia sono i rami secchi”
“Una potatura non spegne il fuoco, Lloyd”
“Ma può trasformare un incendio in un falò per la notte, sir”
“Ciò che brucia non sempre scalda, Lloyd”
“Ma ciò che brucia spesso illumina, sir”

Avrei bisogno, in questo periodo più del solito, di fare una bella potatura. Di far respirare il tronco e di tagliar via tutti quei fronzoli che sono ormai foglie e rami secchi (o comunque non più verdeggianti come un tempo).

Questo Lloyd è saggio e trasmette una luce (è il caso di dirlo) di speranza. La verità però è che decidere di tagliare e cosa tagliare è un momento sempre difficile. Forse in questo l’aiuto di un giardiniere esterno, ignaro, obiettivo aiuterebbe. Trovare soggetti del genere, e per di più disposti ad aiutarci potando i nostri rami, non è cosa semplice.

Ah, beh, il rischio che tagliamo anche polloni o rami verdi c’è, così come quello di bruciarli definitivamente nel fascio. Personalmente è un rischio che sono disposto a correre solo perché lo percepisco come secondario rispetto al rischio di non trovare il coraggio e la forza di tagliare alcunché.

WU

PS. Oggi sono tornato a bazzicare con Lloyd; è un po’ che latitavo (e credo di non essere stato il solo). Sagace come sempre, anzi, dopo un periodo di calo anche in ripresa (IMHO).