Il fuoco che illumina

“Cosa si fa quando c’è qualcosa che continua a bruciarti dentro dannatamente, Lloyd?”
“Si chiama il giardiniere, sir”
“Che c’entra il giardiniere, Lloyd?”
“Solitamente, sir, ciò che brucia sono i rami secchi”
“Una potatura non spegne il fuoco, Lloyd”
“Ma può trasformare un incendio in un falò per la notte, sir”
“Ciò che brucia non sempre scalda, Lloyd”
“Ma ciò che brucia spesso illumina, sir”

Avrei bisogno, in questo periodo più del solito, di fare una bella potatura. Di far respirare il tronco e di tagliar via tutti quei fronzoli che sono ormai foglie e rami secchi (o comunque non più verdeggianti come un tempo).

Questo Lloyd è saggio e trasmette una luce (è il caso di dirlo) di speranza. La verità però è che decidere di tagliare e cosa tagliare è un momento sempre difficile. Forse in questo l’aiuto di un giardiniere esterno, ignaro, obiettivo aiuterebbe. Trovare soggetti del genere, e per di più disposti ad aiutarci potando i nostri rami, non è cosa semplice.

Ah, beh, il rischio che tagliamo anche polloni o rami verdi c’è, così come quello di bruciarli definitivamente nel fascio. Personalmente è un rischio che sono disposto a correre solo perché lo percepisco come secondario rispetto al rischio di non trovare il coraggio e la forza di tagliare alcunché.

WU

PS. Oggi sono tornato a bazzicare con Lloyd; è un po’ che latitavo (e credo di non essere stato il solo). Sagace come sempre, anzi, dopo un periodo di calo anche in ripresa (IMHO).

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Lupululà e Castellululì

Che questo film sia un capolavoro non devo certo dirlo io.

Oggi, nello sfogo di una fanta-riunione, mi è tornato in mente questo sketch (e vai a sapere il perché… forse perché avrei di gran lunga preferito sganasciarmi di risate davanti questa scena che farlo davanti a quello che vedevo/sentivo…).

Mi sono messo quindi a gigioneggiare sull’origine di questo dialogo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula…
Igor: There! Là!
Frankenstein: What? Cosa?
Igor: There… wolf… and There… castle! Lupu… ululà e Castellu… ululì!
Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?
Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato.
Frankestein: No, I don’t want to! No, non è vero!
Igor: Suit yourself, I’m easy! Non insisto, è lei il padrone!

Effettivamente mi pare molto più brillante e divertente la versione italiana di quella originale, che pure si basa su un giochetto di parole, ma che mi pare rimanga più letterale e meno estrosa (ecco, sto parlando come un qualche critico di qualche cosa… me ne vergogno già…).

Pare che la traduzione originaria del film (di tutto il film, non solo di questo passaggio) fosse stata affidata ad un tal De Leonerdis che aveva già tradotto diverse opere, anche di grande successo. La sua traduzione, pare a causa del direttore commerciale della Fox Italia che forse non aveva previsto il grande successo che avrebbe avuto la pellicola (…alla faccia del direttore commerciale…), risultava troppo pedissequa e letterale ed il dialogo sopra, in particolare, rendeva male il suo potenziale comico.

Senonché un tal Mario Maldesi, che era stato il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film originale di Mel Brooks, decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura e sul doppiaggio. Maldesi aveva visto il film originale e ne aveva colto il genio e non poteva evidentemente tollerare che (beh, direi che si chiama passione… in fondo era anche un po’ la sua creatura) fosse destinato ad una fine mediocre proprio a causa del doppiaggio… almeno in Italia.

E così si dedicò a rivedere il doppiaggio di De Leonardis, sbizzarrendosi, specialmente nella scena in cui Igor, andato in stazione a prendere il dottor Frankenstein guida il suo carretto verso il castello. Mentre Inga si spaventa all’ululare di alcuni lupi Igor ed il dottore si lanciano in un breve, surreale dialogo che si basa su un gioco di parole che (in inglese: Where wolves e Werewolves) difficilmente traducibile in italiano… a meno di non introdurre un bel “Lupululà e Castellululì”.

Altro che “There Wolves! There Castle!”.

WU

Salary Theorem by Dilbert

“Dimostrare”, mediante quella che arbitrariamente definisco matematica-sociale, qualcosa che già tutti sappiamo da un intrinseca soddisfazione… almeno per un ingegnere (magari anche qualche sfumatura un po’ nerd). Poi, farlo anche in maniera ironica e corroborato dal solito faccione di Dilbert completa l’opera.

Oggi sono incappato nel teorema di Dilbert circa i salari. Sappiamo tutti che le retribuzioni medie dei “business man” o dei markettari sono più alte (e non a buon diritto) di quelle di un ingegnere, un tecnico o uno scienziato.

Beh, grazie al succitato teorema la cosa è oggi dimostrabile! I due postulati sono (anche questi ben noti a tutti) che la conoscenza è potere ed il tempo sono soldi.

Dato che la potenza (si, si gioca un po’ sul doppio senso potere-potenza, ma volete impuntarvi su questo?) è lavoro diviso tempo (come ogni buon ingegnere sa, non sono certo circa i C-level qualcosa…), sostituendo potenza con conoscenza e tempo con soldi si ottiene velocemente che maggiore è la tua conoscenza e minora è la tua prospettiva economica!

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Non è una frase fatta, sono le equazioni che lo dicono! Si, ok, ci stiamo ridendo un po’ su, ma la consueta prassi secondo cui i lavori tecnici non sono opportunamente incentivati, anche (ma, purtroppo, non solo) da un punto di vista economico è troppo diffusa. Ingiustamente, IMHO. Hanno voglia i Commerciali a vendere un prodotto che non c’è. Per un po’ funziona anche, con opportuna bravura anche per un bel po’, con degno supporto governativo/politico anche per tanto, ma sono sempre del parere che i nodi vengono al pettine.

Saper fare qualcosa vale tanto quanto saper coordinare chi la fa o saper vendere quello che si fa.

WU

PS. Mi tona in mente la frase di un mio professore che diceva sempre “chi sa fa, chi non sa insegna”. Professore, ripeto.

Millenials, ancora?

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Ma esistono ancora? O meglio, è ancora il caso di “catalogarli”? Hanno veramente ancora quei tratti distintivi che gli hanno fatto meritare un epiteto (apprezzativo o dispregiativo molto dipende dalla nostra età… mentale) tutto per loro?

Sono passati quasi venti anni da quando abbiamo scavallato millennio e siamo ancora a credere che chi è nato in questo 2000 è un giovanotto scapestrato, internet-addicted, cresciuto con in mano lo smartphone e che non sa distinguere una pecora da una capra. Forse tutto ciò può (o meglio, poteva) essere anche vero, ma di certo è ormai storia passata.

In un modo o nell’altro quei giovannotti che hanno scavallato il millennio sono cresciuti e sono fra noi. Sono padri, colleghi, amici. O accettiamo che essere circondati da milioni di stupidi millenials oppure accettiamo che loro (come probabilmente noi anni prima) abbiamo contribuito a cambiare la società in cui viviamo.

Chissà come chiameremo i nati del 2100, quelli del 2500 o quelli del 3000. Di certo li vederemo come figure perse che non hanno un futuro. Viviamo (ed IMHO vivremo sempre di più) nell’epoca del semplice, del tutto e subito, del minimo sforzo, dell’indolenza, del frega frega, della bella vita da ostentare su qualche social e così via. Non sono stati i millenials a crearla (anche se di certo gli hanno dato tanta tanta benzina e ci sguazzano benissimo), ma noi (ed hanno anche iniziato quelli prima di noi, ma lungi da me ricordarglielo…).

WU

PS. Ovviamente partendo da questo notevole Randall

Almeno tre quotazioni

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Mi capita spesso di pensare che Dilbert in qualche modo mi osservi (questa, in particolare, potrebbe essere un passaggio di una mia giornata…). Il passo successivo, un po’ meno egocentrico, è che la condizione del lavoro “da ingegnere dipendete” è oggi abbastanza standard un po’ ovunque (… e non parlo di salari, ovviamente 🙂 ).

L’acquisto di un bene è di per se un lavoro (come se il bene in oggetto servisse per scopi personali)… Ho di recente letto da qualche parte che ci sono quaranta passaggi nella pubblica amministrazione prima che un dipendente possa finalizzare un acquisto. Nel privato, almeno nella media (o ancora più specificatamente almeno per me e Dilbert…) le cose non vanno meglio.

Esiste una diffusa prassi di avere un certo numero di quotazione in mano prima di procedere con questo o quell’acquisto. Cosa di per se lecita… ammesso che esista un numero sufficiente di fornitori di un dato bene (e che chi le chiede sappia effettivamente di cosa sta parlando… altrimenti non è che un ulteriore aggravio di lavoro “sul tecnico”…). Non sto parlando di acquistare un chilogrammo di banane, ma strumenti e/o servizi che tipicamente fanno in un paio di soggetti (o comunque spesso almeno uno in meno del numero minimo di quotazioni richieste dalla Procedura…) in tutto il mondo.

Aggiungo anche che “il tecnico” (in senso molto lato) che richiede l’acquisto (oltre, ripeto, a non farlo per scopi ludici personali… di solito) è già in contatto con uno specifico fornitore, magari conosce meglio quel tipo di oggetto e sicuramente, rispetto a burocrati vari, conosce benissimo le caratteristiche tecniche, magari anche delle altre opzioni, di quello che va ad acquistare. Fidarsi un po’ di più (che non vuol dire che poi non possa esser svolta una trattativa sul lato economico/commerciale con il fornitore) avrebbe il doppio vantaggio di far muovere anche situazioni che paiono in assoluto stallo e dar valore alle proposte ed al ruolo “del richiedente”.

Questo trincerarsi dietro regole e procedure (oltre e far venire veramente il dubbio che si stia cercando di prendersi rivincite da traumi giovanili) non fa alto che rallentare tutto il flusso… che poi la perdita di entusiasmi interesse sia una conseguenza è troppo indiretto per esser notato.

Non unico di certo, ma il ruolo di “portare qualcosa in casa” (buyer? sourcing? supply chain? declinatelo come vi pare) è un anello critico di una organizzazione e forse (eufemismo) lo si considera troppo spesso marginale, opportunamente trincerato dietro qualche fanta-procedura inapplicabile. Ma lo scopo è avere enne quotazioni o una burocrazia o fare/comprare effettivamente qualcosa?

WU

Motivazione Motivazionale

Oggi mettiamola sul piano motivazionale… nel senso di dubbi “consigli” motivazionali (che, lungi dal me dare, sia chiaro!). Di certo non è la prima volta che uso questo blog per questo scopo (e non mi sono messo a spulciare nei vecchi post per verificarlo).

Lo spunto sarà stata la primavera, sarà stata quest’altra settimana che volge al termine, sarà stata la stanchezza, la mia indisposizione o qualche solito delirio, ma è molto più probabile che sia stato questo Dilbert (in realtà è una storia che va avanti da qualche striscia, ne metto tre nell’immagine) ad aprirmi gli occhi, oggi (bhe diciamo che me lo ha riportato alla mente).

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La verità è che spesso questi slogan (e peggio ancora, corsi!) motivazionali non hanno assolutamente nessun effetto se non quello contrario di demotivare. Il punto è che (mi) sembrano cose affettate, fatte perché scritte in qualche manuale (o peggio, per pagare profumatamente qualche consulente super-esperto), fatte per corroborare l’ego o il senso del dovere di chi le “elargisce”.

Sarò io, ma slogan/riunioni/massime/lezioni motivazionali NON mi lasciano indifferente, mi indispongono proprio. Non che mi senta superiore è che mi pare una di quelle cose che se instradata, se inculcata, se forzata perde istantaneamente tutto il suo valore.

Una delle poche frasi che rileggo di tanto in tanto quando “cerco motivazione” è quella che cito sotto (e, confesso, non sempre funziona allo scopo, ma è in fondo una frase che mi piace molto… e questo mi basta e forse conta più di tante pretese motivazionali…).

“Tra vent’anni sarai più dispiaciuto per le cose che non hai fatto che per quelle che hai fatto. Quindi sciogli gli ormeggi, naviga lontano dal porto sicuro. Cattura i venti dell’opportunità nelle tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.”
[Mark Twain]

Aggiungo anche che la motivazione non è qualcosa che va “cercata”, o meglio la si può anche cercare, ma se non apriamo la mente non la troveremo mai e la ricerca della stessa non mi pare aiuti ad aprirla… ed a me personalmente la prossima “sessione motivazionale” me la chiude definitivamente.

WU

Collaboratori indispensabili

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Procediamo con ordine. Chi non risponde ai “messaggi del capo” (sia quelli in chiaro che quelli criptati) è già da mettere sotto la lente di ingrandimento. Una volta sotto la lente di ingrandimento, ovviamente, il primo pensiero va a “buttarlo fuori”. Come se la merce di scambio fosse la presenza. Il fatto che poi “il boss” sappia a mala pena con chi ha a che fare (intendo anche proprio in termini numerici) è un problema che mi tange abbastanza poco, anzi che potrebbe anche essere sfruttato a proprio vantaggio.

Ad ogni modo, guardiamo la cosa dal punto di vista dei “dipendenti” e facciamo finta che qualcuno sia veramente indispensabile nel contesto di una ditta (dubito, in linea generale, di questa “indispensabilità” dato che raramente abbiamo a che fare con un Da Vinci fra i nostri colleghi e forse il contesto aziendale non lo richiede neanche…) se non altro perché ha avuto la dote, il talento di lasciare che gli altri lo credessero.

Il genio di queste persone, che hanno capito sicuramente meglio del sottoscritto come muoversi nel mondo lavorativo in questi tempi che cambiano (giro di parole per dire “bravo chi riesce non solo a destreggiarsi fra gli squali, ma addirittura a trarne vantaggio) sta nel fatto di risultare indispensabili indipendentemente dal lavoro che poi svolgono e dall’impegno che ci mettono.

Non sto parlando di fancazzisti e neanche di malati di lavoro con la necessità (che di solito non corrisponde alla capacità) di primeggiare, ma sto parlando di gente “normale” che si è saputa ricavare una sua nicchia facendo bene alcune cose e lasciando dietro di se una scia di stima (lavorativa) e la convinzione dell’impegno (sempre lavorativo).

Anche nel momento in cui queste persone cambiano approccio (beh, senza arrivare alle dimissioni di Ned, date da tempo quasi immemore) l’idea che ci siamo fatti di loro ha un’inerzia al cambiamento decisamente più lenta. Ned, ad un certo punto e per qualche sistema, sarà stato davvero indispensabile (si, qui c’è tanto lavoro da fare per poi vivere “di rendita”… ammesso che lo sia); il fatto che ora non lo è più lo realizziamo abbastanza tardi. Se poi siamo capi/direttori/dirigenti/superioriperconvizione potremmo anche non realizzarlo mai se non quando decidiamo che “il collaboratore” non corrobora il nostro ego.

Il tutto per dire, certamente peggio di questo Dilbert, che l’evoluzione da ufficio ci sta (ahimè) portando dalle competenze, alle conoscenze, alle impressioni. Non che le une o le altre siano più o meno importanti, ma eccedere nel coltivare solo una di queste è quello che aborro: dare di noi una buona (efficiente? indispensabile? quello che volete) impressione deve procedere in parallelo con il coltivare le nostre competenze ed i nostri contatti. Essere indispensabile senza prima essere potrà pure sembrare una affermazione (solo lavorativa?), ma credo non lo sia da un punto di vista umano e personale: davvero questi Ned si sentono indispensabili guardandosi allo specchio?

WU

Studi mortali

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Tanto in un modo o nell’altro deve finire. Certo, finire “per mano” di qualcosa che si è studiato mi ricorda molto il destino di tanti “geni” uccisi dalle loro invenzioni (le impronte che brillano ancora al buio della mano di Marie Curie ve le ricordate?) e comunque meglio di tanti idioti che muoiono per mano delle loro idee (non faccio esempi, ma ovviamente la linea di demarcazione è particolarmente labile).

Ad ogni modo, vi sono certamente campi “più rischiosi” della ricerca (squali e vulcani, come ci ricorda con grand ironia questo Randall sono degni esempi), ma diciamo pure che studiare come sarà la nostra vecchiaia è di certo qualcosa che ci troveremo a vivere (beh, sicuramente non si può dire lo stesso di chi studia neonatologia…).

Credo che dobbiamo aggiungere un aspetto probabilistico della faccenda: chi studia cosmologia e buchi neri ha pochissime (nessuna) chance di entrarvi in contatto, ma se ci riuscisse credo che la letalità dell materia sarebbe decisamente altissima. Per la vecchiaia, ahimè, la certezza dell’incontro è abbastanza certa (ed in molti casi sperata).

Mi rimane solo una domanda, ma chi studia sociologia (e branche derivate) dove si collocherebbe? In base ai casi ed alle situazioni potrebbe essere tutto a destra o tutto a sinistra… Allora la linea (e relativa catalogazione) diventa opinabile? Certo! … e meno male!

WU

The management track

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Una citazione (che ovviamente non ricordo di preciso, ma che credo sia attribuibile a qualcuno tipo Bruce Lee e che quindi -purtroppo- è oggi citata alla “baci perugina”) diceva che l’unica cosa da non fare nella vita, soprattutto per non minare già precarie autostime, è cercare una qualche personalità da duplicare.

Beh, la mia visione di chi “approda nel management” è esattamente questa. Come se fosse una specie di sbocco per chi le ha provate tutte, ma si è poi arenato per questo o per quello (non voglio dire la parola capacità…).

Ovviamente sto facendo un discorso generale per cui esisteranno (esistono!) sicuramente i manager capaci e competenti che mettono le p#**#e sul tavolo e da soli sono in grado di portare il carretto, ma, lo sapete meglio di me, parliamo di una sparuta minoranza rispetto a chi dice di essere manager o vuole diventare un manager.

Non si nasce imparati, diceva qualcuno, ma di certo fra le cose più difficili da fare realmente c’è una qualunque funzione manageriale, mentre fra le cose più semplici c’è l’illudersi (ed illudere) di starla svolgendo.

Sulla scia di questo Dilbert non posso non mettermi sul volto un sorrisino sardonico e sfoggiarlo ad ogni buona occasione in cui la “carriera manageriale” viene paventata come via maestra per la realizzazione personale. Non

A questo punto tanto vale passeggiare ad annoiare chi cerca di lavorare solo per il gusto di farlo e non per dire che si è il loro “manager”. Un peccato; una parola (ed una concetto) che se non abusato può essere veramente quello che fa la differenza fra una formica che si agita senza testa ed un organismo (organizzazione) pensante.

WU

Il lago e la decappottabile

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Questa è veramente MITICA!

Uno dei modi più ironici (che per me è spesso sinonimo di intelligenza) per dirci che ci complichiamo spesso, troppo spesso, la vita.

Non che le argomentazioni di Chuck siano errate, sono semplicemente (?) troppo di dettaglio per legarle alle radici della felicità. Il segreto della vita? Beh, un (e l’articolo indeterminativo è d’obbligo) bacio e testa leggera è certamente più reale, di impatto, alla nostra portata, è praticamente già una dimostrazione del fatto che la stiamo prendendo bene. Pensare ad un lago, una decappottabile, condizioni meteo da convertibile o da lago è semplicemente… troppo.

Inoltre, nelle vane elucubrazioni di Chuck anche il fatto di aver identificato un paio di “oggetti” che riescono a compensarsi a vicenda, a ben vedere, è una specie di ombrello nei confronti delle avversità della vita (… o del meteo che ne è spesso un’egregia approssimazione). Chuck, mi sa, che ci ha visto giusto, forse davvero una decappottabile ed un laghetto ci darebbero giorni felici… 🙂 .

Ci arrovelliamo (ma forse già il fatto di chiederselo in fondo diminuisce la leggerezza di trovare una risposta, ammesso che sia, al “segreto della vita”) troppo nel cercare risposte, mentre queste si celano in qualche azione momentanea, qualche divagazione, un bacio o poco più. Lo dico, ma dubito di impararlo; mi sento assurdamente e testardamente affine a Chuck (anche nel suo continuare ad elucubrare solitario).

WU

PS. Forse 42 è veramente la risposta giusta.

PPSS. Io ci vedrei bene (ed il fatto di non sapere il perché mi fa sentire per un attimo Snoopy) questa canzone qua.