Vado in vacanza, su Proxima Centauri #2

Il sistema solare è ancora casa, e mentre mi allontano immagino di scorgerli tutti, i pianeti erranti che obbediscono alla gravità del Sole, che se li trascina tutti, in un vortice che viaggia attorno al centro galattico. Vedrò la fascia di asteroidi tra Marte e Giove, e poi la fascia di Kuiper, il ventre gravido da dove provengono le stelle cadenti che uomini e donne imbarazzati cercano nel cielo estivo, senza sapere mai cosa desiderare, e perché.

Scuoto la testa, mi allontano dalla mappa. Esco sul terrazzo, guardo in alto. Ho imparato presto come non sentirmi perduto nel cielo notturno, i segreti che tengono insieme le costellazioni e le vedo, le stelle che sono state le mie prime guide solitarie. Ricordo Arturo, la splendente gigante rossa nella costellazione di Boote, Altair dell’Aquila, Deneb del. Cigno, che se ne stava appesa al centro esatto del mio cielo. La destinazione però deve essere un’altra, molto più lontana di così. Torno dentro, mi siedo al tavolo di nuovo. I confini di questa mappa sono i sono i confini stessi dell’Universo, fino a dove siamo riusciti a pensare.

Martin Amis scriveva che la storia dell’astronomia è la storia di una crescente umiliazione, come la creazione di storie. Dagli dèi all’io, dal geocentrismo all’universo infinito. A mano a mano che la Terra perdeva il suo centro l’uomo sapeva di non essere nemmeno il centro di sé stesso. Ci arriveremo.

La prossima tappa è Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole. Le distanze cambiano, le stelle si fanno più rare. I chilometri diventano anni luce: 4,2 per l’esattezza. Per raggiungerla con un vecchio shuttle impiegherei 160 mila anni terrestri. Situata nella costellazione del Centauro, Proxima Centauri fa parte di un sistema stellare triplo, tre stelle che girano una intorno all’altra. E intorno alle stelle più vicine alla Terra che sono stati studiati i primi esopianeti. Forse farò un giro su Proxima B, e mi godrò il freddo inverno eterno di quella prima superterra.

Poi mi verrà voglia di inseguire la grandezza e prima di uscire dalla galassia punterò UY Scuti, la stella più glande che sia mai stata scoperta. Velata di polvere, la vedrò apparire solo all’ultimo e so già che verrò sconvolto dalla sua enormità. Se fosse al posto del Sole arriverebbe a occupare l’intera orbita di Giove, facendo apparire il pianeta più grande del Sistema solare un ragazzino poco cresciuto. Sono mai anche solo riuscito a pensare, a qualcosa di tanto grande? L’universo nasconde la grandezza delle cose, rimette i pensieri al loro posto, un ordine di scala. E a questo che servono viaggi, a ordinare le cose secondo la loro grandezza, la loro importanza. Da qui la Terra è solo un piccolo accidente fortunato, uno dei modi che ha usato l’Universo di percepire sé stesso, si dice. Che cos’è la vita di un uomo al cospetto della grandezza di UY Scuci? A questa distanza perfino le divinità si misurano in chilometri, in raggi solari. Poco più di un miliardo di chilometri: ecco quanto sono grandi gli dèi.

Le altre galassie saranno come sogni di materia luminosa. Andromeda, la galassia a spirale più vicina alla Via Lattea rappresenta il futuro: tra quattro miliardi di anni e mezzo collideranno, dando vita a una grande galassia ellittica. Il suo nome scientifico è M31, un’istituzione nel cielo, visibile anche a occhio nudo nelle notti senza Luna. Poi la Galassia Sombrero e quella del Sigaro e poi Arp 273, due galassie che si danzano intorno, come in un rituale d’accoppiamento. Se mi allontanassi ancora avrei in un colpo d’occhio tutto il Gruppo Locale, come viene chiamato l’ammasso di galassie in cui siamo dentro. Ce ne sono altri, molto più grandi di così. Ammassi e superammassi che si affastellano gli uni sugli altri, come insiemi teorici impossibili anche soltanto da pensare. Sarà difficile andare più in là. Ipoteticamente sarei nello spazio cosmico, pieno di materia oscura, e tutto quello che vedrei sarebbero fasci di luce che mantengono in piedi la struttura cosmica, con il nulla alle spalle.

Tornerei a casa, seguendo una linea dritta; ma prima di prendere la via del ritorno avrei un ultimo desiderio, più intimo, da esaudire. All’interno della Via Lattea, nella direzione della costellazione del Sagittario, andrei alla ricerca di Sagittarius A, il buco nero attorno a cui tutti i nostri mondi ruotano. E’ un buco nero supermassiccio, che non riuscirei a vedere, perché ingloberebbe tutto, anche la luce. Forse, se avrò fortuna, scorgerò il suo disco di accrescimento, ma senza avvicinarmi troppo, perché la sua gravità modellerebbe a suo piacimento il tempo, e lo spazio. Ci sarà una vertigine, pensando che è attorno a quel punto che ruotiamo, mentre viviamo la vita di tutti i giorni.

Respiro forte, davanti alla mappa. Tutte le cose che mi sono immaginato saranno diverse, quando ci sarò vicino. Ci andrò. Domani, ci andrò.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Ora, a parte essermi deliziato con lo stile di scrittura di questa che più che una recensione potrebbe essere il capitolo di un libro, mi sono intrippato su questo brano (tanto da rileggerlo per un paio di sere a ripetizione) più che altro per gli spunti di riflessione “trasversali” che offre. Probabilmente sono temi tipici del viaggio, ma sono espressi in un contesto che di solito non intendiamo come tale (beh, a meno di quel gota ristretto di “turisti spaziali”, ovvio, e che comunque non osano spingersi fino alle destinazioni qui presentate).

Salutare i conoscenti per non esser certi dello stato d’animo in cui si tornerà, esser certi che quello che si immagina sarà diverso quando lo si vedrà da vicino, pensare a Giove o Saturno come fossero Manhattan o Tokyo, dimensionare le divinità (in miliardi di km!), etc. sono tanti pezzetti su cui mi costruisco un bel pensiero. Per non parlare di tutte le metafore che mi immagino esser celate nel testo: il buco nero, sogni di materia luminosa, il sistema solare come casa, e via dicendo.

Un sorriso abbozzato anche in una giornata anonima o quando sono immerso nel traffico quotidiano (fisico e mentale), grazie lettura.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #1

Sono sempre stato abituato a desiderare i luoghi più che le cose. Voglio vedere le città, disegnare i confini, camminare nelle periferie e sulle creste dei monti, immaginare me stesso nell’atto di occupare uno spazio diverso da casa: a lungo è stata la sola ricchezza che ho ricercato, la sola che mi sono augurato.

E per questo che il prossimo viaggio è così importante, così denso di significati, perché nessuno sarà mai arrivato così lontano. Lo spazio cosmico è sempre stato l’allusione più prossima della distanza. La luce tremula degli oggetti del cielo è il controcanto della loro stessa inaccessibilità. Ma solo fino a domani. Sul tavolo del salotto, sulla Terra, ho approntato da mesi una mappa diversa da tutte le altre. E piena di segnalini, di post-it e di appunti che ho ricavato a una guida appena uscita. Questa mappa è qualcosa di simile a un’iniziazione, a un programma di conoscenza: è un itinerario di viaggio.

Uno zaino, piccolo e leggero, è pronto vicino alla porta. Nella tuta pressurizzata ho messo i documenti e i biglietti e ho salutato le persone che amo, perché l’inquietudine prima di ogni partenza riguarda lo stato in cui tornerò. Quello che vedrò mi cambierà? In che modo?

Scegliere l’itinerario è stato difficile, ma il punto di partenza non poteva che essere la Luna. L’ho considerato a lungo il museo più lontano dalla Terra. Atterrerò sul Mare della Tranquillità, dopo un viaggio di tre giorni e 384 mila chilometri, immagino il momento in cui mi chinerò sopra le impronte di Armstrong e di Aldrin come ho fatto per quelle di dinosauri, sulle Alpi francesi, e mi guarderò intorno alla ricerca di una bandiera americana.

Anche se conosco la forza delle radiazioni solari mi stupirò, trovandola bianca. Il simbolo di una resa. Non avrò molto tempo, ma so che aspetterò che la Terra sorga solenne dall’orizzonte lunare, per scattare la replica di una vecchia foto che conosco a memoria, Earthrise, con tutta l’umanità e la sua storia davanti, e il niente dietro. Forse sarà l’unico attimo di commozione che potrò concedermi, perché è da lì che comincerà il vero viaggio.

Con le dita a compasso traccio le distanze sulla mappa, bevo un sorso di tè. Dalla Luna a Marte, che da qui è solo una piccola stella vagamente rossastra. Sorvolerò le sue calotte polari e atterrerò ai piedi del Monte Olimpo, alto venticinque chilometri. Sarà impossibile non pensare a quello terrestre, e pensare a quali dèi abbiano abitato lassù, secondo quale mitologia. Dovremmo costruirne una completamente nuova. Ma il monte Olimpo marziano qui è mi enorme vulcano, con una superficie paragonabile a quella dell’Italia. Mentre ripartirò mi sembrerà un grosso tendone da circo.

Sarà la volta di Saturno, che raggiungerò passando per Giove, con i suoi anelli di polvere. La Grande Macchia Rossa apparirà presto dagli oblò della navicella. E una tempesta che imperversa da secoli, un gigantesco tornado più grande della Terra, l’occhio rosso di un dio che scruta le sue lune. La missione che ha avuto l compito di esplorare Giove ha il nome della dea sua consorte: Juno. lo, Europa e Callisto – tre delle sue molte lune sono altre figure mitologiche. Saluterò di sfuggita Ganimede, il loro coppiere e l’ultimo dei satelliti galileiani e la luna più grande del nostro sistema solare.

Sfrutterò la gravità ciel maggiore dei pianeti e come una fionda mi lancerò all’inseguimento di Saturno, il guardiano della soglia, il pianeta più lontano visibile a occhio nudo. Ci vorranno giorni. Sogno Saturno da sempre. L’immagine dei suoi anelli sospesi nell’oculare del mio pomo telescopio è una visione che è rimasta impressa nel fondo della mia retina, come un marchio di appartenenza a una stirpe che ancora non esiste. Eppure Saturno è un pianeta leggero. Galleggerebbe, se immerso in una vasca grande abbastanza da sostenerlo. Ma so che quando mi tufferò nell’interstizio tra i suoi anelli di ghiaccio, come la sonda Cassini, tutto quello a cui riuscirò a pensare saranno i suoi poli esagonali, e le brillanti aurore create dal suo campo magnetico e dalle particelle espulse dalle sue lune.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Quando andiamo in vacanza, almeno per sfizio, una guida Lonely Planet l’abbiamo sfogliata. Non dico acquistata, non dico seguita, ma almeno sfogliata distrattamente in libreria si. E’ un marchio che non ha bisogno di presentazione (a ragione, IMHO). Onestamente però non avrei mai pensato si sarebbe messo a fare una sorta di “Guida Galattica per Autostoppisti” versione “consumer” per chi vuole lasciarsi questo pianeta alle spalle.

Universo – Guida di Viaggio è questa specie di guida per sognare (per ora) di andare a spasso per l’universo. Incominciando dal nostro sistema solare, passando in rassegna i nostri fratelli incatenati alla gravità del Sole per poi muoversi sempre più lontano; focalizzandosi sugli oggetti extrasolari che conosciamo un po’ meglio, oggetti stellari, galassie ed ammassi di galassie.

Lo stile è quello alla Lonely Planet: consigli su cosa vedere, come muoversi, indicazioni per arrivare, etc. Una guida al viaggio a tutti gli effetti. Il tutto contornato da storia delle esplorazioni, immagini mozzafiato e tanta tanta benzina per i nostri sogni di viaggiatori.

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

Il monachicchio

“…esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono qua e là, e il loro maggiore piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi…danno pizzicotti … e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco… il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercargli di afferrarli per il cappuccio… appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia…”

[Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945]

Sapete di che parliamo? Parliamo del monachicchio.

Dicesi monachicchio (con ingiustificato approccio antologico-descrittivo 🙂 ) lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo. Fin qui la storia non è particolarmente lieta, ma il monachicchio diciamo pure che “la prende bene”. Non è il classico spettro che non vede l’ora di terrorizzarci a morte e con il quale si minacciano i bambini, ma è piuttosto uno spiritello che ama giocare, che ama divertirsi e che difficilmente è cattivo.

Uno spiritello d’aspetto gentile ed animo nobile, che ha evidentemente accettato di buon grado la sua fine ed anche questa non gli ha fatto perdere la sua vena scherzosa ed infantile.
Pare sia solito apparire ad altri bambini come lui, con i quali ama giocare e divertirsi in modo spensierato. Di grandi che vedono il monachicchio ne conosco pochi (nessuno; sottoscritto compreso anche se vorrei tanto incontrarlo), ma sto considerando di assumerlo come metro per misurare quanto del nostro essere infantili abbiamo perso.

Il monachicchio ama giocare ad una sorta di acchiapparello con i suoi coetanei in cui rincorrendosi si cerca di sfilare il cappello ai compagni (cappello che tipicamente il monachicchio indossa). Al vincitore spettano le tantissime monete d’oro che dal suo cappello cadono in terra. Il tintinnio non fa altro che far accorrere altri bambini che lungi dall’essere avidi (evidentemente) si uniscono al gioco.

Il monachicchio rimane comunque un burlone e non risparmia ne bambini ne adulti. E’ lui il colpevole delle coperte che cadono dal letto, delle scarpe che non si trovano, del solletico ai pedi che ci capita di sentire durante la notte, dei peli degli animali aggrovigliati o anche dello stato dei nostri capelli al mattino.

Insomma, uno spiritello burlone, irrequieto, scherzoso ma non cattivo. Si manifesta di giorno e non in luoghi tetri ed isolati. Il suo modo di affrontare la morte è stato evidentemente il sorriso.

WU

PS. Da una leggenda popolare lucana.

Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

UominiDonne_aggettivi.png

Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

Lo spaturno

Si era nella notte dei tempi e Dio era ancora immensamente piccolo. Quella sera i suoi genitori, il Signore e la Signora Padreterno erano stati invitati ad una festa in maschera da Manitù. Per animare un poco la serata si erano vestiti da cowboy, perché a quelle feste ci si annoiava molto: ogni due valzer c’era una danza della pioggia.

Il piccolo Dio doveva restare da solo a casa
<<Ho paura>>aveva detto.
<<Alla tua età?!>>aveva risposto il papà<<Oramai hai quasi un miliardo di anni…Sei un uomo ormai!>>
<<Che cos’è un uomo??>> chiese Dio
Boh?? avevano risposto i genitori ed erano usciti.

Ora il piccolo Dio era nel suo lettino con gli occhi sbarrati. Nel buio perché la luce non c’era, e col triangolo sul comodino, non perché aveva forato, ma perché a dormire col triangolo in testa si bucava tutto il cuscino.
Dopo 3 millenni che tentava di dormire si alzò per andare in cucina, ma la cucina non c’era, il frigo non c’era, la televisione non c’era, il Lego non c’era..non c’era nulla, ma proprio nulla…infatti era il nulla assoluto.

Allora il piccolo Dio prese le formine e andò in giardino a creare. Tutti in famiglia erano molto creativi.Ed ecco che il piccolo Dio creò la luce.La fece dodici ore si..e dodici ore no perché il papà gli aveva detto: Poi la corrente la pago io!!
Poi dopo la luce creò acqua gas e telefono.

Poi creò delle p###e e le appese immobili nel cielo, poi le fece girare e subito fu un gran giramento di p###e. Poi passò agli animali. Col pongo fece il maiale, e non gli avanzò nulla, non dovette buttare neanche un pezzetto di pongo. E allora disse : col maiale non si butta nulla. Poi Dio creò il cane e la sua famiglia…iene coyoti e lupi. E subito il più fetente di questi , lo sciacallo, andò dal maiale e gli disse: Sei un p###o
Eh già, ha parlato l’ermellino! Rispose il maiale.

E Dio li guardò soddisfatti e disse: Ora ho creato cani e porci!
Ma era solo all’inizio.

Allora Dio creò un animale che stava sempre zitto…e disse: QUesto è muto come un pesce…e lo chiamò pesce..poi ci cadde sopra e fece la sogliola. Poi creò il Panda…ma solo per la città..per i viaggi lunghi creò la Stilo diesel!

Poi creò lo spaturno, ma vide che era inutile e lo disintegrò…però ci rimase male per aver creato e distrutto un animale inutile, e di pessimo umore se ne andò in un angolino. E tutti gli dissero…ma dai…non fare l’orso.

Ma lui..per ripicca fece proprio l’orso! Poi creò la cicala e la formica. La formica lavorava lavorava come un asino…e la cicala cantava cantava come un grillo.E la formica s’incazzò come una pecora(a quel tempo le pecore erano incazzose) e disse: Ma come, quello canta sempre e io mi faccio il cu..ore così?? Ma io faccio un macello!!!

Poi creò il coccodrillo, e subito dopo la maglietta. Così mise il coccodrillo sulla maglietta e fu un grande successo. Poi Dio mise un coccodrillo da una parte e una iena dall’altra. E una piangeva..piangeva…come un coccodrillo…e l’altra rideva rideva rideva…come una iena.E allora ci mise di mezzo un gufo che stava serio serio!
Dio poi fece la piovra…che subito gli chiese l’appalto per il dromedario…perché con quelli con la gobba la piovra ci andava d’accordo fin da allora.

Poi fece il toro…ma si sbagliò e gli fece le corna…e disse: p###a v###a!!! Marchiò in questo modo la povera v###a per sempre!

Quando tornarono i genitori dopo un milione di anni Papà padreterno disse:
Mamma mia che finimondo….ma benedetto Dio!! E Dio disse: Oui..c’est moi!!

E la mamma: Vabbè…lasciamo stare e andiamo a dormire..che domani ci penso io a pulire tutto!

E noi siamo ancora qui che aspettiamo che suoni la sveglia!

[La Genesi, Parola di Giobbe, Giobbe Covatta, 1991]

WU

PS. Dubito spesso dell’esistenza di alieni, bigfoot, fate e slenderman a caso, ma lo spaturno, secondo me, non è stato distrutto. Si aggira fra noi nascondendosi sotto forme umane. La sua natura, però viene fuori alla prima occasione… E se fossimo tutti un po’ discendendo di un misto fra esseri umani e spaturni?

James Gatz, ovvero “Il grande Gatsby”

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo. Di conseguenza, tendo a evitare ogni giudizio, un’abitudine che mi ha fatto incontrare molti tipi curiosi e reso vittima di non pochi inveterati scocciatori. La mente anormale è rapida nell’individuare e attaccarsi a questa qualità quando si rivela in una persona normale, e perciò al college sono stato ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero a conoscenza dei dolori segreti di uomini sconosciuti e sfrenati.

Molte confidenze non erano cercate – spesso ho finto di dormire, di essere preoccupato, oppure mostravo un’ostile frivolezza quando mi rendevo conto da qualche segno inconfondibile che si profilava all’orizzonte una rivelazione intima; perché le rivelazioni intime dei giovani, almeno nei termini in cui sono espresse, tendono a plagiare e sono alterate da evidenti omissioni. Astenersi dal giudicare implica un’infinita speranza. Ho ancora paura di perdermi qualcosa se mi dimentico che, come mio padre snobbisticamente suggeriva, e io snobbisticamente ripeto, il senso di un’indispensabile decenza è suddiviso in modo ineguale alla nascita.

E dopo essermi vantato della mia tolleranza, ammetto che ha un limite. La condotta può essere basata su una dura roccia o su un’instabile palude, ma dopo un certo punto non m’importa su cosa è fondata.

[Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925]

WU

PS. Altro notevole passaggio che da voce ad un mio sogno nel cassetto, giustamente irrealizzabile direi.

La sua vita era stata confusa e disordinata… Ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava.

PPSS. Il libro, confesso, non l’ho mai letto integralmente. Ho mangiucchiato pezzetti qui e li (ed anche del film). Ne sono legato da un rapporto che definirei contrastato: mi attira, ma non abbastanza da leggerlo in maniera antologica.

Sono certo che prima o poi lo farò; mi da l’idea di una accurata ed ironica descrizione di un mondo in cui l’indifferenza e la mancanza di autentici affetti la fa da padrona.

Intanto ogni tanto ci ripenso; all’incipit, più che altro.

Pinocchio a crepapelle

mangiare a crepapelle
ridere a crepapelle
lavorare a crepapelle (beh, questo non l’ho ancora sentito)

Sono detti che ascoltiamo ed usiamo un po’ tutti quotidianamente. Ieri, per puro caso, mi ha colpito la parola crepapelle. Dal suono non particolarmente piacevole (pronunciata poi da chi ha la r moscia suona anche peggio…), un po’ stereotipata, quasi involuta. Parola che difficilmente (mai?) si ascolta isolata, ma praticamente sempre in una locuzione fatta.

L’etimologia è abbastanza semplice; composta da crepare e pelle mette insieme la rottura di un organo a seguito della smodatezza dell’azione. Magiare/ridere/parlare/quellochevolete moltissimo, smodatamente, fino a scoppiarne, fino a rompersi la pelle.

Pare che storicamente fu Collodi (si, quello di Pinocchi, al secolo Carlo Lorenzini) a farla nascere dalla sua penna. Nelle avventure di Pinocchio leggiamo, infatti:

[…] Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse [p. 124 modifica]una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettò un’ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allora riprese colla solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e colle gambe ritte su in aria.

Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.

[Le avventure di Pinocchio, cap 20]

L’episodio ebbe una diffusione così vasta che in breve “ridere a crepapelle” divenne l’espressione proverbiale di “ridere fino a scoppiarne” definendo la genesi del termine crepapelle.

Un modo come un altro per ricordarmi di ridere più spesso.

WU

PS. Chissà poi perché proprio la pelle (beh, di certo organo coinvolto nelle varie azioni che ne prevedono la cepatura, specialmente per un serpente), ma sarebbe potuto essere crepatesta, crepamani, crepapolmoni, crepacuore (no… questo esiste… anche se con accezione leggermente diversa…).

The First Machine-Generated Research Book

Ci immaginiamo (sostanzialmente perché ci piace farlo…) il mondo conquistato dalle macchine quando ci mettiamo a fare la guerra a cyborg stile Terminator oppure quando un super-codice alla Matrix ci ha ridotto allo stato vegetativo. Sarebbe anche simpaticamente distopico, ma sostanzialmente prima di arrivare ad essere schiavizzati dai computer e robot credo passerà tanta acqua sotto i ponti; anche che sia fluendo proprio in questo momento.

Non per questo non dobbiamo guardarci attorno ed osservare come oggi codici e macchine ci stanno colonizzando ; non tanto per averne paura (o fare qualche Kolossal…), quanto per capire dove ci siamo spinti e dove possiamo spingerci.

Sul fatto della mia posizione prevenuta nei confronti di pubblicazioni peer-reviewed non ne ho mai fatto mistero, sul fatto che oggi un algoritmo è in grado di pubblicare un libro, confesso, non avevo una posizione, ma tutto sommato inizio a pensare che sarebbe un sistema più obiettivo ed imparziale di tanti “luminari”.

Ad ogni modo, la realtà è che oggi (software alla conquista) si può acquistare, edito dalla Sringer (non esattamente la casa che cura le edizioni del giornaletto dell’oratorio) il primo libro generato da un algoritmo.

Lithium-Ion Batteries – A Machine-Generated Summary of Current Research: non esattamente il genere di libro che leggeremmo la sera a letto, ma sicuramente un ambito in cui la ricerca (ed immancabili pubblicazioni) abbondano. Perché non pensare ad un algoritmo che le selezioni, cataloghi e vi scriva su un libro in cui i capitoli (ovviamente di senso compiuto!) sono estratti degli articoli che sono propriamente citati e linkati?

Springer Nature published its first machine-generated book, compiled using an algorithm developed by researchers from Goethe University. This collaboration broke new ground with the first machine-generated book to be published by a scholarly publisher.

The book offers an overview of new research publications on lithium-ion batteries – a structured, automatically generated summary of a large number of current research articles. It gives researchers an overview of the latest research in this rapidly growing field, allowing them to manage the information efficiently.

Il LIBRO offre una panoramica delle ultime ricerche nel campo (si, in questo caso parliamo di batterie agli ioni di litio, ma cosa ci limita?) ed è rivolto ad una platea che vuole avere un sistema efficiente e completo per capire cosa si sta facendo. Pochi fronzoli, referenze e molta sostanza… perfetto per un algoritmo-editore (… e mi immagino anche economicamente vantaggioso per la casa editrice stessa…).

Non è un manuale, ne una raccolta di articoli, non è un mattone tecnico o una descrizione antologica delle batteria agli ioni di lito, ma si tratta di una pubblicazione a tutti gli effetti esattamente come quelle che abbondano con editor, guest editor, lead editor, bla bla bla… Dalla intro del libro:

Advances in technology around Natural Language Processing and Machine Learning have brought us to the point of being able to publish automatically generated meaningful research text.

We have seen the rise of automated text generation in popular fiction (with quite diverse and fascinating results), automated journalism such as in sports, stock market reports or auto-produced weather forecast (data-to-text), automated medical reviews and not to forget the remarkable progress in dialog systems (chat bots, smart speakers).

As far as it concerns scholarly publishing, many attempts in this area up to now have had a negative perception, and the outcome has fallen short of expectations. Often such texts have been however quite successful in demonstrating flaws in the scientific reviewing processes, clearly serving as an important corrective.

L’algoritmo è il risultato di una stretta collaborazione fra editori scientifici linguisti ed informatici, e già questo potrebbe essere un successo. Ma vedere cosa siamo oggi in grado di fare con un buon software (oltre, ovviamente, a farci accapponare la pelle) non può che aprirci gli occhi su quanto imparziali siamo noi in tante, troppe mansioni.

“While research articles and books written by researchers and authors will continue to play a crucial role in scientific publishing, we foresee many different content types in academic publishing in the future: from yet entirely human-created content creation to a variety of blended man-machine text generation to entirely machine-generated text. This prototype is a first important milestone we reached, and it will hopefully also initiate a public debate on the opportunities, implications, challenges and potential risks of machine-generated content in scholarly publishing.”

WU

PS. Qui il pdf (per vostra goduria). Leggendone pezzi a caso mi pare anche scritto meglio di tanti articoli che mi passano davanti gli occhi…

Il centenario […] e l’idiozia umana

Ma già nei primi giorni del 2005, il responsabile dei servizi sociali Soder trovò una possibile sistemazione per quel simpatico vecchietto che una settimana prima era rimasto all’improvviso senza dimora.

Fu così che Allan finì nella casa di riposo di Malmkoping dove si era liberata la camera numero 1. Venne accolto dall’infermiera Alice, che sorrise in modo apparentemente gentile ma gli smorzò immediatamente la voglia di vivere leggendogli le regole dell’istituto. L’infermiera Alice lo mise al corrente del divieto di fumo, del divieto di bere alcolici e del divieto di vedere la televisione dopo le undici di sera. Gli comunicò quindi che la colazione era servita alla 06.45 nei giorni feriale ed un’ora dopo nel fine settimana. Il pranzo era alla 11.15, la merenda alle 15.15 e la cena alle 18.15. Chi non rispettava gli orari e si presentava tardi rischiava di rimanere senza cibo.

L’infermiera Alice passò in rassegna anche le regole riguardanti l’uso della doccia e la pulizia dei denti, le visite esterne e quelle tra gli ospiti della struttura, l’orario in cui venivano distribuite le medicine ed il lasso di tempo in cui era permesso infastidire l’infermiera Alice o qualcuno dei suoi colleghi a meno che non si trattasse di una situazione d’emergenza, fatto molto raro visto che, aggiunse, gli ospiti non facevano che piagnucolare e lamentarsi tutto il giorno.

“E’ possibile cagare quanto si vuole?” domandò Allan.
Fu così che dopo neanche un quarto d’ora da quando si erano conosciuti, Allan e l’infermiera Alice erano già ai ferri corti.

Allan non era soddisfatto di come era andata la caccia ala volpe (anche se l’aveva vinta). Uscire dai gangheri non era nella sua natura. Aveva usato un linguaggio che probabilmente la direttrice della casa di riposo si meritava, ma che tuttavia non gli apparteneva. Se poi si aggiungeva l’elenco delle regole a cui avrebbe dovuto attenersi…

Sentiva la mancanza del suo gatto. Aveva novantanove anni e otto mesi. Gli sembrava di aver perso il controllo dei suoi nervi e si sentiva offeso dal comportamento dell’infermiera Alice.
Adesso basta.

Allan era arrivato al capolinea, e se la vita sembrava aver chiuso con lui, lui non era certo il tipo da insistere e fare pressioni. Avrebbe preso ufficialmente possesso della camera numero 1, avrebbe cenato alle 18.15 e poi, dopo una bella doccia, si sarebbe infilato in lenzuola e pigiama nuovi, sarebbe morto nel sonno, dopodiché l’avrebbero messo un una cassa, sepolto e dimenticato.

Allan avvertì una contentezza quasi elettrizzante diffondersi in tutto il corpo quando alle otto di sera si sdraiò sul letto della casa di riposo per la prime e ultima volta. Tra meno di quattro mesi la sua età sarebbe diventata a tre cifre. Allan Emmanuel Karlsson chiuse gli occhi con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua esistenza era stata eccitante ma niente durava in eterno, a parte l’idiozia umana.

Smise di pensare. Fu assalito dalla stanchezza. Tutto si fece buio.
Finché non ritornò la luce. Uno splendore bianco. Pensò che la morte fosse molto simile al sonno. Si riusciva a pensare anche un attimo prima della fine? A pensare di essere in grado di pensare? Ma un momento: per quanto tempo si riusciva a pensare prima di smettere di farlo?

“Sono le 06.45, Allan, è ora di colazione. Se non mangi portiamo via il porridge e non c’è nient’altro fino a pranzo,” disse l’infermiera Alice.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Riscoprire un po’ di eleganza (educazione sarebbe un’utopia) nelle nostre espressioni e rivederle anche se evidentemente i contesti “se le meritano” è il primo passo verso una società migliore (come possiamo parlare di tolleranza se a mala pena riusciamo a fare un sorpasso senza sfancularci?). Ah, anche il fatto di non essere “insistenti” mi pare un ulteriore elemento di eleganza, nei confronti della vita e del prossimo.

Non posso parlare per esperienza diretta (e dubito di poterlo mai fare), ma credo che uno dei vantaggi della morte sia proprio smettere di pensare… e per quantunque tempo si riesca a farlo prima di smettere mi parrebbe sempre troppo.