Pandemonium

Ieri “finalmente” il famigerato amichetto ha avuto il suo titolo nobiliare: siamo, lo dice l’OMS, di fronte ad una Pandemia. Amen.

A me, istintivamente e di certo per assonanza, sentire pandemia mi richiama alla mente pandemonio. E quindi, con blande speranze di sdrammatizzare la situazione, sproloquiamo un po’ su questo termine.

Scopro che fu coniato da J. Milton nel suo masterpiece “paradaise lost”.

Of Sovran power, with awful Ceremony
And Trumpets sound throughout the Host proclaim
A solemn Councel forthwith to be held
At Pandæmonium, the high Capital

[J. Milton, Paradise Lost, I, 753-756]

Pandemonio era la capitale dell’inferno (che potrebbe essere alternativamente Whuan o tutta l’Italia in questo corona-periodo) ove i demoni, o meglio gli angeli caduti del romanzo, trovano concilio. Insomma, una specie di rifugium peccatorum per peccatori di un certo calibro.

La genesi suona fin troppo semplice: pan (tutto) demonion (demoni)

Oggi il termine ha assunto il significato di gran confusione, gran baccano, disordine, rumore assordante, putiferio (altra parola dal suono intrigante); una specie di inferno in terra. Appunto. Per ulteriore estensione affibbiamo l’etichetta pandemonio a tutte le reazioni rumorose, sopra le righe, molto vivaci o addirittura irose (e.g. “nelle carceri italiane è successo un pandemonio durante la pandemia”… si, tipo le frasi che mi facevano fare a scuola)

La cosa che mi lascia un po’ sorpreso, da una sommaria analisi scrivendo il termine su Goooogle, è il numero di attività -tipicamente pizzerie, bar,pub, enoteche, che portano questo nome. Neanche un panettiere (sempre per assonanze di basso livello).

WU

Ma sei forte abbastanza, adesso, per un pesce proprio grosso?

Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio ormai era decisamente e definitivamente salao, che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo li aveva ubbiditi andando in un’altra barca che prese tre bei pesci nella prima settimana.

Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all’albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand’era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne.

Il vecchio era magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle, provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale. Le chiazze scendevano lungo i due lati del viso e le mani avevano cicatrici profonde che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti. Ma nessuna di queste cicatrici era fresca. Erano tutte antiche come erosioni di un deserto senza pesci.

Tutto in lui era vecchio tranne gli occhi che avevano lo stesso colore del mare ed erano allegri e indomiti.

“Santiago” gli disse il ragazzo mentre risalivano la riva dal punto sul quale era stata sistemata la barca. “Potrei ritornare con te. Abbiamo guadagnato un po’ di quattrini.”

Il vecchio aveva insegnato a pescare al ragazzo e il ragazzo gli voleva bene.
“No” disse il vecchio. “Sei su una barca che ha fortuna. Resta con loro.”
“Ma ricordati quella volta che sei rimasto ottantasette giorni senza prendere pesci e poi ne abbiamo presi di enormi tutti i giorni per tre settimane di seguito.”
“Ricordo” disse il vecchio. “Lo so che non è perché dubitavi di me, che mi hai lasciato.”
“È stato papà, che mi ha costretto a lasciarti. Sono un ragazzo e devo ubbidire.”
“Lo so” disse il vecchio. “È assolutamente normale.”
“Lui non ha molta fiducia.”
“No” disse il vecchio. “Ma noi sì. Vero?”
“Sì” disse il ragazzo. “Posso offrirti una birra alla Terrazza? e poi portiamo la roba a casa.”
“Perché no?” disse il vecchio. “Tra pescatori.”

Sedettero sulla terrazza e parecchi pescatori canzonarono il vecchio e lui non si offese. Altri, pescatori più vecchi, lo guardarono e si sentirono tristi. Ma non lo mostrarono e parlarono con garbo della corrente e a che profondità avevano gettato le lenze e del bel tempo stazionario e di ciò che avevano visto.

I pescatori fortunati di quel giorno erano già rientrati e avevano già squartato i loro marlin; e li avevano trasportati distesi su due assi, con due uomini barcollanti all’estremità di ogni asse, al magazzino dei pesci dove aspettavano l’autocarro frigorifero che li portasse al mercato all’Avana. Coloro che avevano preso pescecani li avevano portati allo stabilimento sull’altra riva della baia dove li avevano issati alle carrucole per togliere il fegato, tagliare le pinne e scuoiare le pelli e ridurre la carne a strisce per metterla sotto sale.

Quando il vento veniva da est, dallo stabilimento giungeva l’odore attraverso il porto; ma oggi lo si sentiva soltanto vagamente perché il vento era indietreggiato a nord e poi si era smorzato e sulla terrazza si stava bene e c’era il sole.

“Santiago” disse il ragazzo.
“Sì” disse il vecchio. Stava stringendo il bicchiere fra le mani e pensava a tanti anni fa.
“Posso andare a cercarti le sardine per domani?”
“No. Va a giocare al baseball. Sono ancora in grado di remare e Rogelio getterà la rete.”
“Andrei volentieri. Se non posso pescare con te vorrei almeno esserti utile in qualche modo.”
“Mi hai comprato una birra” disse il vecchio. “Sei già un uomo.”
“Quanti anni avevo la prima volta che mi hai preso sulla barca?”
“Cinque, e a momenti venivi ucciso perché ho issato il pesce troppo presto e lui ha quasi fatto a pezzi la barca. Ricordi?”
“Ricordo la coda che sbatteva e rintronava e il banco che si è spaccato e il frastuono delle mazzate. Ricordo che mi hai gettato a prua tra le lenze addugliate fradicie e ho sentito tutta la barca rabbrividire e il frastuono che facevi mentre lo prendevi a mazzate come quando si abbatte un albero, e l’odore dolce del sangue che avevo addosso.”
“Te lo ricordi davvero o è perché te l’ho raccontato?”
“Ricordo tutto, dalla prima volta che siamo andati insieme.”

Il vecchio lo guardò con gli occhi bruciati dal sole, pieni di fiducia e di affetto.
“Se tu fossi mio figlio ti porterei fuori a tentare” disse. “Ma sei figlio di tuo padre e di tua madre e hai trovato una barca fortunata.”
“Posso procurarti le sardine? So anche dove potrei procurarti quattro esche.”
“Mi sono avanzate quelle di oggi. Le metterò nel sale nella scatola.”
“Lascia che te ne dia quattro fresche.”
“Una” disse il vecchio. La speranza e la fiducia non l’avevano mai lasciato. Ma ora si rafforzavano come quando sorge il vento.
“Due” disse il ragazzo.
“Due” acconsentì il vecchio. “Non le hai rubate, vero?”
“Avevo voglia di farlo” disse il ragazzo. “Ma queste le ho comprate.”
“Grazie” disse il vecchio. Era troppo semplice per chiedersi quando avesse raggiunto l’umiltà. Ma sapeva di averla raggiunta e sapeva che questo non era indecoroso e non comportava la perdita del vero orgoglio.
“Domani sarà una giornata buona, con questa corrente” disse.
“Dove andrai?” chiese il ragazzo.
“Al largo, per rientrare quando cambia il vento. Voglio esser fuori prima di giorno.”
“Cercherò di far venire anche lui al largo” disse il ragazzo. “Così, se prendi qualcosa di molto grosso possiamo venire ad aiutarti.”
“Non gli piace lavorare troppo al largo.”
“No” disse il ragazzo. “Ma vedrò qualcosa che lui non riesce a vedere, magari un gabbiano al lavoro, e lo farò venir fuori dietro a un delfino.”
“Ha gli occhi così mal ridotti?”
“È quasi cieco.”
“Strano” disse il vecchio. “Non è mai andato a caccia di tartarughe. È questo che uccide gli occhi.”
“Ma tu sei andato a caccia di tartarughe per anni e anni, lungo la Mosquito Coast, eppure hai gli occhi buoni.”
“Io sono un vecchio strano.”
“Ma sei forte abbastanza, adesso, per un pesce proprio grosso?”
“Credo di sì. E ci sono molti trucchi.

[H. Emingway, Il vecchio ed il mare, 1952]

WU

PS. Ovviamente la mia firma in calce è assolutamente fuori luogo (così come le grassettature di rito). Ed aggiungerei anche il ciclo “ti piace vincere facile”… Mi vien comunque da dire che anche quello che si sa (o si è certi di sapere) va periodicamente rispolverato.-

Oggi mi sono svegliato ripensando a questo libro (boh… sarà stata una nottataccia). Mi sono accorto che fa effettivamente parte della mia (e di certo non solo) memoria storica, ma che non avrei saputo dire come iniziasse. Mi sono quindi abbandonato a rileggere (in realtà non solo l’incipit, ma pezzi qua e la).

Chissà se qualcuno direbbe che i miei occhi sono o non sono vecchi. Chissà se porterei mio figlio fuori a tentare la sorte a largo. Chissà se sarei abbastanza forte (oggi come un tempo) per un perse grosso. Chissà se conosco i trucchi per affrontarlo. Chissà se ho fiducia (o chissà se conosco qualcuno in cui aver fiducia). Chissà chi mi prende in giro palesemente e chi non lo da a vedere. Chissà a quanta gente faccio tristezza.

Calandomi nel ruolo del pescatore mi sorgono solo domande (inutilmente esistenziali). Non mi viene naturale per ora calarmi nel ruolo del ragazzo… anche se forse sarebbe proprio in lui che dovrei cercare di rivedermi.

Spunti (beh, si, un po’ tristi…) per le pause riflessive odierne e non solo.

PPSS. Lo assocerei a questo.

 

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #2

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…

E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. Belluca è semplicemente (più facile a dirsi che a farsi) evaso dalla realtà. Si è reso conto, per poco, certamente, il tempo del fischio di un treno, che esiste anche un altro mondo, oltre al suo (nostro?) fatto da routine, lavoro, famiglia, fretta e vacui impegni. Si, poi Belluca si scusa ed ha anche la sua “ora d’aria”, ma una volta provate certe emozioni non si dimenticano.

Per quest’anno, da parte mia, un augurio di Natale un po’ diverso: che il treno possa fischiare per ciascuno di noi.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #1

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. … e che vuoi aggiungere? La pena del vivere? La rabbia folle nascosta da una coltre di grigiume tipico (un tempo solamente, oggi credo che “la malattia” sia molto più estesa) della piccolissima borghesia, magari impiegatizia? L’alienamento soppresso della quotidianità che prima o poi deve trovare sfogo (… ed è meglio che glielo diamo noi evitando gli eccessi delle esplosioni)? L’evento banale che scatena la ribellione alla realtà? Oppure, semplicemente e senza voler aggiungere troppo ad un brano che ho scoperto forse troppo tardi ed invito tutti a leggere almeno una volta: è la normale quotidianità la vera follia.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #2

Il sistema solare è ancora casa, e mentre mi allontano immagino di scorgerli tutti, i pianeti erranti che obbediscono alla gravità del Sole, che se li trascina tutti, in un vortice che viaggia attorno al centro galattico. Vedrò la fascia di asteroidi tra Marte e Giove, e poi la fascia di Kuiper, il ventre gravido da dove provengono le stelle cadenti che uomini e donne imbarazzati cercano nel cielo estivo, senza sapere mai cosa desiderare, e perché.

Scuoto la testa, mi allontano dalla mappa. Esco sul terrazzo, guardo in alto. Ho imparato presto come non sentirmi perduto nel cielo notturno, i segreti che tengono insieme le costellazioni e le vedo, le stelle che sono state le mie prime guide solitarie. Ricordo Arturo, la splendente gigante rossa nella costellazione di Boote, Altair dell’Aquila, Deneb del. Cigno, che se ne stava appesa al centro esatto del mio cielo. La destinazione però deve essere un’altra, molto più lontana di così. Torno dentro, mi siedo al tavolo di nuovo. I confini di questa mappa sono i sono i confini stessi dell’Universo, fino a dove siamo riusciti a pensare.

Martin Amis scriveva che la storia dell’astronomia è la storia di una crescente umiliazione, come la creazione di storie. Dagli dèi all’io, dal geocentrismo all’universo infinito. A mano a mano che la Terra perdeva il suo centro l’uomo sapeva di non essere nemmeno il centro di sé stesso. Ci arriveremo.

La prossima tappa è Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole. Le distanze cambiano, le stelle si fanno più rare. I chilometri diventano anni luce: 4,2 per l’esattezza. Per raggiungerla con un vecchio shuttle impiegherei 160 mila anni terrestri. Situata nella costellazione del Centauro, Proxima Centauri fa parte di un sistema stellare triplo, tre stelle che girano una intorno all’altra. E intorno alle stelle più vicine alla Terra che sono stati studiati i primi esopianeti. Forse farò un giro su Proxima B, e mi godrò il freddo inverno eterno di quella prima superterra.

Poi mi verrà voglia di inseguire la grandezza e prima di uscire dalla galassia punterò UY Scuti, la stella più glande che sia mai stata scoperta. Velata di polvere, la vedrò apparire solo all’ultimo e so già che verrò sconvolto dalla sua enormità. Se fosse al posto del Sole arriverebbe a occupare l’intera orbita di Giove, facendo apparire il pianeta più grande del Sistema solare un ragazzino poco cresciuto. Sono mai anche solo riuscito a pensare, a qualcosa di tanto grande? L’universo nasconde la grandezza delle cose, rimette i pensieri al loro posto, un ordine di scala. E a questo che servono viaggi, a ordinare le cose secondo la loro grandezza, la loro importanza. Da qui la Terra è solo un piccolo accidente fortunato, uno dei modi che ha usato l’Universo di percepire sé stesso, si dice. Che cos’è la vita di un uomo al cospetto della grandezza di UY Scuci? A questa distanza perfino le divinità si misurano in chilometri, in raggi solari. Poco più di un miliardo di chilometri: ecco quanto sono grandi gli dèi.

Le altre galassie saranno come sogni di materia luminosa. Andromeda, la galassia a spirale più vicina alla Via Lattea rappresenta il futuro: tra quattro miliardi di anni e mezzo collideranno, dando vita a una grande galassia ellittica. Il suo nome scientifico è M31, un’istituzione nel cielo, visibile anche a occhio nudo nelle notti senza Luna. Poi la Galassia Sombrero e quella del Sigaro e poi Arp 273, due galassie che si danzano intorno, come in un rituale d’accoppiamento. Se mi allontanassi ancora avrei in un colpo d’occhio tutto il Gruppo Locale, come viene chiamato l’ammasso di galassie in cui siamo dentro. Ce ne sono altri, molto più grandi di così. Ammassi e superammassi che si affastellano gli uni sugli altri, come insiemi teorici impossibili anche soltanto da pensare. Sarà difficile andare più in là. Ipoteticamente sarei nello spazio cosmico, pieno di materia oscura, e tutto quello che vedrei sarebbero fasci di luce che mantengono in piedi la struttura cosmica, con il nulla alle spalle.

Tornerei a casa, seguendo una linea dritta; ma prima di prendere la via del ritorno avrei un ultimo desiderio, più intimo, da esaudire. All’interno della Via Lattea, nella direzione della costellazione del Sagittario, andrei alla ricerca di Sagittarius A, il buco nero attorno a cui tutti i nostri mondi ruotano. E’ un buco nero supermassiccio, che non riuscirei a vedere, perché ingloberebbe tutto, anche la luce. Forse, se avrò fortuna, scorgerò il suo disco di accrescimento, ma senza avvicinarmi troppo, perché la sua gravità modellerebbe a suo piacimento il tempo, e lo spazio. Ci sarà una vertigine, pensando che è attorno a quel punto che ruotiamo, mentre viviamo la vita di tutti i giorni.

Respiro forte, davanti alla mappa. Tutte le cose che mi sono immaginato saranno diverse, quando ci sarò vicino. Ci andrò. Domani, ci andrò.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Ora, a parte essermi deliziato con lo stile di scrittura di questa che più che una recensione potrebbe essere il capitolo di un libro, mi sono intrippato su questo brano (tanto da rileggerlo per un paio di sere a ripetizione) più che altro per gli spunti di riflessione “trasversali” che offre. Probabilmente sono temi tipici del viaggio, ma sono espressi in un contesto che di solito non intendiamo come tale (beh, a meno di quel gota ristretto di “turisti spaziali”, ovvio, e che comunque non osano spingersi fino alle destinazioni qui presentate).

Salutare i conoscenti per non esser certi dello stato d’animo in cui si tornerà, esser certi che quello che si immagina sarà diverso quando lo si vedrà da vicino, pensare a Giove o Saturno come fossero Manhattan o Tokyo, dimensionare le divinità (in miliardi di km!), etc. sono tanti pezzetti su cui mi costruisco un bel pensiero. Per non parlare di tutte le metafore che mi immagino esser celate nel testo: il buco nero, sogni di materia luminosa, il sistema solare come casa, e via dicendo.

Un sorriso abbozzato anche in una giornata anonima o quando sono immerso nel traffico quotidiano (fisico e mentale), grazie lettura.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #1

Sono sempre stato abituato a desiderare i luoghi più che le cose. Voglio vedere le città, disegnare i confini, camminare nelle periferie e sulle creste dei monti, immaginare me stesso nell’atto di occupare uno spazio diverso da casa: a lungo è stata la sola ricchezza che ho ricercato, la sola che mi sono augurato.

E per questo che il prossimo viaggio è così importante, così denso di significati, perché nessuno sarà mai arrivato così lontano. Lo spazio cosmico è sempre stato l’allusione più prossima della distanza. La luce tremula degli oggetti del cielo è il controcanto della loro stessa inaccessibilità. Ma solo fino a domani. Sul tavolo del salotto, sulla Terra, ho approntato da mesi una mappa diversa da tutte le altre. E piena di segnalini, di post-it e di appunti che ho ricavato a una guida appena uscita. Questa mappa è qualcosa di simile a un’iniziazione, a un programma di conoscenza: è un itinerario di viaggio.

Uno zaino, piccolo e leggero, è pronto vicino alla porta. Nella tuta pressurizzata ho messo i documenti e i biglietti e ho salutato le persone che amo, perché l’inquietudine prima di ogni partenza riguarda lo stato in cui tornerò. Quello che vedrò mi cambierà? In che modo?

Scegliere l’itinerario è stato difficile, ma il punto di partenza non poteva che essere la Luna. L’ho considerato a lungo il museo più lontano dalla Terra. Atterrerò sul Mare della Tranquillità, dopo un viaggio di tre giorni e 384 mila chilometri, immagino il momento in cui mi chinerò sopra le impronte di Armstrong e di Aldrin come ho fatto per quelle di dinosauri, sulle Alpi francesi, e mi guarderò intorno alla ricerca di una bandiera americana.

Anche se conosco la forza delle radiazioni solari mi stupirò, trovandola bianca. Il simbolo di una resa. Non avrò molto tempo, ma so che aspetterò che la Terra sorga solenne dall’orizzonte lunare, per scattare la replica di una vecchia foto che conosco a memoria, Earthrise, con tutta l’umanità e la sua storia davanti, e il niente dietro. Forse sarà l’unico attimo di commozione che potrò concedermi, perché è da lì che comincerà il vero viaggio.

Con le dita a compasso traccio le distanze sulla mappa, bevo un sorso di tè. Dalla Luna a Marte, che da qui è solo una piccola stella vagamente rossastra. Sorvolerò le sue calotte polari e atterrerò ai piedi del Monte Olimpo, alto venticinque chilometri. Sarà impossibile non pensare a quello terrestre, e pensare a quali dèi abbiano abitato lassù, secondo quale mitologia. Dovremmo costruirne una completamente nuova. Ma il monte Olimpo marziano qui è mi enorme vulcano, con una superficie paragonabile a quella dell’Italia. Mentre ripartirò mi sembrerà un grosso tendone da circo.

Sarà la volta di Saturno, che raggiungerò passando per Giove, con i suoi anelli di polvere. La Grande Macchia Rossa apparirà presto dagli oblò della navicella. E una tempesta che imperversa da secoli, un gigantesco tornado più grande della Terra, l’occhio rosso di un dio che scruta le sue lune. La missione che ha avuto l compito di esplorare Giove ha il nome della dea sua consorte: Juno. lo, Europa e Callisto – tre delle sue molte lune sono altre figure mitologiche. Saluterò di sfuggita Ganimede, il loro coppiere e l’ultimo dei satelliti galileiani e la luna più grande del nostro sistema solare.

Sfrutterò la gravità ciel maggiore dei pianeti e come una fionda mi lancerò all’inseguimento di Saturno, il guardiano della soglia, il pianeta più lontano visibile a occhio nudo. Ci vorranno giorni. Sogno Saturno da sempre. L’immagine dei suoi anelli sospesi nell’oculare del mio pomo telescopio è una visione che è rimasta impressa nel fondo della mia retina, come un marchio di appartenenza a una stirpe che ancora non esiste. Eppure Saturno è un pianeta leggero. Galleggerebbe, se immerso in una vasca grande abbastanza da sostenerlo. Ma so che quando mi tufferò nell’interstizio tra i suoi anelli di ghiaccio, come la sonda Cassini, tutto quello a cui riuscirò a pensare saranno i suoi poli esagonali, e le brillanti aurore create dal suo campo magnetico e dalle particelle espulse dalle sue lune.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Quando andiamo in vacanza, almeno per sfizio, una guida Lonely Planet l’abbiamo sfogliata. Non dico acquistata, non dico seguita, ma almeno sfogliata distrattamente in libreria si. E’ un marchio che non ha bisogno di presentazione (a ragione, IMHO). Onestamente però non avrei mai pensato si sarebbe messo a fare una sorta di “Guida Galattica per Autostoppisti” versione “consumer” per chi vuole lasciarsi questo pianeta alle spalle.

Universo – Guida di Viaggio è questa specie di guida per sognare (per ora) di andare a spasso per l’universo. Incominciando dal nostro sistema solare, passando in rassegna i nostri fratelli incatenati alla gravità del Sole per poi muoversi sempre più lontano; focalizzandosi sugli oggetti extrasolari che conosciamo un po’ meglio, oggetti stellari, galassie ed ammassi di galassie.

Lo stile è quello alla Lonely Planet: consigli su cosa vedere, come muoversi, indicazioni per arrivare, etc. Una guida al viaggio a tutti gli effetti. Il tutto contornato da storia delle esplorazioni, immagini mozzafiato e tanta tanta benzina per i nostri sogni di viaggiatori.

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

Il monachicchio

“…esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono qua e là, e il loro maggiore piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi…danno pizzicotti … e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco… il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercargli di afferrarli per il cappuccio… appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia…”

[Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945]

Sapete di che parliamo? Parliamo del monachicchio.

Dicesi monachicchio (con ingiustificato approccio antologico-descrittivo 🙂 ) lo spirito di un bambino morto prima di ricevere il battesimo. Fin qui la storia non è particolarmente lieta, ma il monachicchio diciamo pure che “la prende bene”. Non è il classico spettro che non vede l’ora di terrorizzarci a morte e con il quale si minacciano i bambini, ma è piuttosto uno spiritello che ama giocare, che ama divertirsi e che difficilmente è cattivo.

Uno spiritello d’aspetto gentile ed animo nobile, che ha evidentemente accettato di buon grado la sua fine ed anche questa non gli ha fatto perdere la sua vena scherzosa ed infantile.
Pare sia solito apparire ad altri bambini come lui, con i quali ama giocare e divertirsi in modo spensierato. Di grandi che vedono il monachicchio ne conosco pochi (nessuno; sottoscritto compreso anche se vorrei tanto incontrarlo), ma sto considerando di assumerlo come metro per misurare quanto del nostro essere infantili abbiamo perso.

Il monachicchio ama giocare ad una sorta di acchiapparello con i suoi coetanei in cui rincorrendosi si cerca di sfilare il cappello ai compagni (cappello che tipicamente il monachicchio indossa). Al vincitore spettano le tantissime monete d’oro che dal suo cappello cadono in terra. Il tintinnio non fa altro che far accorrere altri bambini che lungi dall’essere avidi (evidentemente) si uniscono al gioco.

Il monachicchio rimane comunque un burlone e non risparmia ne bambini ne adulti. E’ lui il colpevole delle coperte che cadono dal letto, delle scarpe che non si trovano, del solletico ai pedi che ci capita di sentire durante la notte, dei peli degli animali aggrovigliati o anche dello stato dei nostri capelli al mattino.

Insomma, uno spiritello burlone, irrequieto, scherzoso ma non cattivo. Si manifesta di giorno e non in luoghi tetri ed isolati. Il suo modo di affrontare la morte è stato evidentemente il sorriso.

WU

PS. Da una leggenda popolare lucana.

Lettura artificiale

Siamo nell’era in cui la locuzione “intelligenza artificiale” sembra riassumere il futuro. In realtà è una cosa solo parzialmente nuova (e non solo per B-movies catastrofici) che come tutto sta velocemente progredendo. Parliamo di algoritmi che imparano da se stessi. Che “studiano” quello che gli diamo da studiare e raggiungono (affinando una serie di parametri su un codice scritto, finora, da mano umana) una livello di “conoscenza” nella loro mansione da far impallidire i Leonardo-Da-Vinci-che-non-ci-sono-più.

Una volta che il giochino funziona lo si mette alla prova negli ambiti più disparati. Lungi da me una lezione sul machine learning e sui campi di applicazione, mi ha incuriosito questo “esperimento“.

Sono stati fatti leggere ad una intelligenza artificiale (paziente, che non fa i capricci, ma che non ne trae neanche piacere) 3.5 milioni di libri (!). Tutti questi testi e tutte queste informazioni sono state fatte processare all’intelligenza con uno scopo ben preciso: scoprire se c’è una differenza tra i tipi di parole usati per descrivere uomini e donne. Avrei da ridire sullo scopo “riduttivo” dopo tutte le info (parliamo di qualcosa come più di 11.000.000.000 di parole…) che l’intelligenza ha evidentemente acquisito.

Il risultato che definirei inatteso, grottesco, un luogo comune, e-c’era-bisogno-di-un-computer, frutto non solo dei nostri tempi, un retaggio dei nostri tempi è più o meno che le parole usate per le donne si riferiscono molto più alla loro apparenza rispetto alle parole usate per descrivere gli uomini.

UominiDonne_aggettivi.png

Abbiamo dato valenza statistica ad un sentimento (maschilista!) abbastanza diffuso. Abbiamo “confermato” una sorta di pregiudizi di genere anche nel linguaggio letterario. Devo però dire che la cosa mi puzza un po’ di “bias di conferma”; in fondo descrivere una donna anche per il suo aspetto estetico non vuol dire per forza sessismo… Ma la statistica questo aspetto non lo coglie (e non deve!). Gli algoritmi sono un insieme di istruzioni fisse che identificano, in questo caso, aggettivi maschili o femminili; se la fonte utilizza questi termini in maniera corretta o distorta l’algoritmo non lo coglie; i sistemi di intelligenza artificiale di adattano alle info date loro in pasto, non vanno oltre.

Ad oggi l’algoritmo (i ricercatori sono al lavoro per un upgrade) non distingue di certo i vari generi letterari, gli autori e le loro inclinazioni personali ed artistiche, non tiene conto del periodo storico in cui è stato scritto il libro ed in generale non contestualizza nulla dei milioni di libri che “legge”.

Per ottenere analisi più raffinate (come quelle che necessarie quando si chiede ad una macchina di entrare “nelle faccende umane”) bisogna sviluppare algoritmi più raffinati in grado di interpretare o ignorare il contesto delle parole ed allora si che si potrà avere conferma dei nostri stereotipi di genere e pregiudizi… che sono pronto a scommettere emergeranno.

WU

PS. Non so se in odore di ignobel.

Lo spaturno

Si era nella notte dei tempi e Dio era ancora immensamente piccolo. Quella sera i suoi genitori, il Signore e la Signora Padreterno erano stati invitati ad una festa in maschera da Manitù. Per animare un poco la serata si erano vestiti da cowboy, perché a quelle feste ci si annoiava molto: ogni due valzer c’era una danza della pioggia.

Il piccolo Dio doveva restare da solo a casa
<<Ho paura>>aveva detto.
<<Alla tua età?!>>aveva risposto il papà<<Oramai hai quasi un miliardo di anni…Sei un uomo ormai!>>
<<Che cos’è un uomo??>> chiese Dio
Boh?? avevano risposto i genitori ed erano usciti.

Ora il piccolo Dio era nel suo lettino con gli occhi sbarrati. Nel buio perché la luce non c’era, e col triangolo sul comodino, non perché aveva forato, ma perché a dormire col triangolo in testa si bucava tutto il cuscino.
Dopo 3 millenni che tentava di dormire si alzò per andare in cucina, ma la cucina non c’era, il frigo non c’era, la televisione non c’era, il Lego non c’era..non c’era nulla, ma proprio nulla…infatti era il nulla assoluto.

Allora il piccolo Dio prese le formine e andò in giardino a creare. Tutti in famiglia erano molto creativi.Ed ecco che il piccolo Dio creò la luce.La fece dodici ore si..e dodici ore no perché il papà gli aveva detto: Poi la corrente la pago io!!
Poi dopo la luce creò acqua gas e telefono.

Poi creò delle p###e e le appese immobili nel cielo, poi le fece girare e subito fu un gran giramento di p###e. Poi passò agli animali. Col pongo fece il maiale, e non gli avanzò nulla, non dovette buttare neanche un pezzetto di pongo. E allora disse : col maiale non si butta nulla. Poi Dio creò il cane e la sua famiglia…iene coyoti e lupi. E subito il più fetente di questi , lo sciacallo, andò dal maiale e gli disse: Sei un p###o
Eh già, ha parlato l’ermellino! Rispose il maiale.

E Dio li guardò soddisfatti e disse: Ora ho creato cani e porci!
Ma era solo all’inizio.

Allora Dio creò un animale che stava sempre zitto…e disse: QUesto è muto come un pesce…e lo chiamò pesce..poi ci cadde sopra e fece la sogliola. Poi creò il Panda…ma solo per la città..per i viaggi lunghi creò la Stilo diesel!

Poi creò lo spaturno, ma vide che era inutile e lo disintegrò…però ci rimase male per aver creato e distrutto un animale inutile, e di pessimo umore se ne andò in un angolino. E tutti gli dissero…ma dai…non fare l’orso.

Ma lui..per ripicca fece proprio l’orso! Poi creò la cicala e la formica. La formica lavorava lavorava come un asino…e la cicala cantava cantava come un grillo.E la formica s’incazzò come una pecora(a quel tempo le pecore erano incazzose) e disse: Ma come, quello canta sempre e io mi faccio il cu..ore così?? Ma io faccio un macello!!!

Poi creò il coccodrillo, e subito dopo la maglietta. Così mise il coccodrillo sulla maglietta e fu un grande successo. Poi Dio mise un coccodrillo da una parte e una iena dall’altra. E una piangeva..piangeva…come un coccodrillo…e l’altra rideva rideva rideva…come una iena.E allora ci mise di mezzo un gufo che stava serio serio!
Dio poi fece la piovra…che subito gli chiese l’appalto per il dromedario…perché con quelli con la gobba la piovra ci andava d’accordo fin da allora.

Poi fece il toro…ma si sbagliò e gli fece le corna…e disse: p###a v###a!!! Marchiò in questo modo la povera v###a per sempre!

Quando tornarono i genitori dopo un milione di anni Papà padreterno disse:
Mamma mia che finimondo….ma benedetto Dio!! E Dio disse: Oui..c’est moi!!

E la mamma: Vabbè…lasciamo stare e andiamo a dormire..che domani ci penso io a pulire tutto!

E noi siamo ancora qui che aspettiamo che suoni la sveglia!

[La Genesi, Parola di Giobbe, Giobbe Covatta, 1991]

WU

PS. Dubito spesso dell’esistenza di alieni, bigfoot, fate e slenderman a caso, ma lo spaturno, secondo me, non è stato distrutto. Si aggira fra noi nascondendosi sotto forme umane. La sua natura, però viene fuori alla prima occasione… E se fossimo tutti un po’ discendendo di un misto fra esseri umani e spaturni?