Pinocchio a crepapelle

mangiare a crepapelle
ridere a crepapelle
lavorare a crepapelle (beh, questo non l’ho ancora sentito)

Sono detti che ascoltiamo ed usiamo un po’ tutti quotidianamente. Ieri, per puro caso, mi ha colpito la parola crepapelle. Dal suono non particolarmente piacevole (pronunciata poi da chi ha la r moscia suona anche peggio…), un po’ stereotipata, quasi involuta. Parola che difficilmente (mai?) si ascolta isolata, ma praticamente sempre in una locuzione fatta.

L’etimologia è abbastanza semplice; composta da crepare e pelle mette insieme la rottura di un organo a seguito della smodatezza dell’azione. Magiare/ridere/parlare/quellochevolete moltissimo, smodatamente, fino a scoppiarne, fino a rompersi la pelle.

Pare che storicamente fu Collodi (si, quello di Pinocchi, al secolo Carlo Lorenzini) a farla nascere dalla sua penna. Nelle avventure di Pinocchio leggiamo, infatti:

[…] Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse [p. 124 modifica]una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettò un’ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allora riprese colla solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e colle gambe ritte su in aria.

Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.

[Le avventure di Pinocchio, cap 20]

L’episodio ebbe una diffusione così vasta che in breve “ridere a crepapelle” divenne l’espressione proverbiale di “ridere fino a scoppiarne” definendo la genesi del termine crepapelle.

Un modo come un altro per ricordarmi di ridere più spesso.

WU

PS. Chissà poi perché proprio la pelle (beh, di certo organo coinvolto nelle varie azioni che ne prevedono la cepatura, specialmente per un serpente), ma sarebbe potuto essere crepatesta, crepamani, crepapolmoni, crepacuore (no… questo esiste… anche se con accezione leggermente diversa…).

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The First Machine-Generated Research Book

Ci immaginiamo (sostanzialmente perché ci piace farlo…) il mondo conquistato dalle macchine quando ci mettiamo a fare la guerra a cyborg stile Terminator oppure quando un super-codice alla Matrix ci ha ridotto allo stato vegetativo. Sarebbe anche simpaticamente distopico, ma sostanzialmente prima di arrivare ad essere schiavizzati dai computer e robot credo passerà tanta acqua sotto i ponti; anche che sia fluendo proprio in questo momento.

Non per questo non dobbiamo guardarci attorno ed osservare come oggi codici e macchine ci stanno colonizzando ; non tanto per averne paura (o fare qualche Kolossal…), quanto per capire dove ci siamo spinti e dove possiamo spingerci.

Sul fatto della mia posizione prevenuta nei confronti di pubblicazioni peer-reviewed non ne ho mai fatto mistero, sul fatto che oggi un algoritmo è in grado di pubblicare un libro, confesso, non avevo una posizione, ma tutto sommato inizio a pensare che sarebbe un sistema più obiettivo ed imparziale di tanti “luminari”.

Ad ogni modo, la realtà è che oggi (software alla conquista) si può acquistare, edito dalla Sringer (non esattamente la casa che cura le edizioni del giornaletto dell’oratorio) il primo libro generato da un algoritmo.

Lithium-Ion Batteries – A Machine-Generated Summary of Current Research: non esattamente il genere di libro che leggeremmo la sera a letto, ma sicuramente un ambito in cui la ricerca (ed immancabili pubblicazioni) abbondano. Perché non pensare ad un algoritmo che le selezioni, cataloghi e vi scriva su un libro in cui i capitoli (ovviamente di senso compiuto!) sono estratti degli articoli che sono propriamente citati e linkati?

Springer Nature published its first machine-generated book, compiled using an algorithm developed by researchers from Goethe University. This collaboration broke new ground with the first machine-generated book to be published by a scholarly publisher.

The book offers an overview of new research publications on lithium-ion batteries – a structured, automatically generated summary of a large number of current research articles. It gives researchers an overview of the latest research in this rapidly growing field, allowing them to manage the information efficiently.

Il LIBRO offre una panoramica delle ultime ricerche nel campo (si, in questo caso parliamo di batterie agli ioni di litio, ma cosa ci limita?) ed è rivolto ad una platea che vuole avere un sistema efficiente e completo per capire cosa si sta facendo. Pochi fronzoli, referenze e molta sostanza… perfetto per un algoritmo-editore (… e mi immagino anche economicamente vantaggioso per la casa editrice stessa…).

Non è un manuale, ne una raccolta di articoli, non è un mattone tecnico o una descrizione antologica delle batteria agli ioni di lito, ma si tratta di una pubblicazione a tutti gli effetti esattamente come quelle che abbondano con editor, guest editor, lead editor, bla bla bla… Dalla intro del libro:

Advances in technology around Natural Language Processing and Machine Learning have brought us to the point of being able to publish automatically generated meaningful research text.

We have seen the rise of automated text generation in popular fiction (with quite diverse and fascinating results), automated journalism such as in sports, stock market reports or auto-produced weather forecast (data-to-text), automated medical reviews and not to forget the remarkable progress in dialog systems (chat bots, smart speakers).

As far as it concerns scholarly publishing, many attempts in this area up to now have had a negative perception, and the outcome has fallen short of expectations. Often such texts have been however quite successful in demonstrating flaws in the scientific reviewing processes, clearly serving as an important corrective.

L’algoritmo è il risultato di una stretta collaborazione fra editori scientifici linguisti ed informatici, e già questo potrebbe essere un successo. Ma vedere cosa siamo oggi in grado di fare con un buon software (oltre, ovviamente, a farci accapponare la pelle) non può che aprirci gli occhi su quanto imparziali siamo noi in tante, troppe mansioni.

“While research articles and books written by researchers and authors will continue to play a crucial role in scientific publishing, we foresee many different content types in academic publishing in the future: from yet entirely human-created content creation to a variety of blended man-machine text generation to entirely machine-generated text. This prototype is a first important milestone we reached, and it will hopefully also initiate a public debate on the opportunities, implications, challenges and potential risks of machine-generated content in scholarly publishing.”

WU

PS. Qui il pdf (per vostra goduria). Leggendone pezzi a caso mi pare anche scritto meglio di tanti articoli che mi passano davanti gli occhi…

Il centenario […] e l’idiozia umana

Ma già nei primi giorni del 2005, il responsabile dei servizi sociali Soder trovò una possibile sistemazione per quel simpatico vecchietto che una settimana prima era rimasto all’improvviso senza dimora.

Fu così che Allan finì nella casa di riposo di Malmkoping dove si era liberata la camera numero 1. Venne accolto dall’infermiera Alice, che sorrise in modo apparentemente gentile ma gli smorzò immediatamente la voglia di vivere leggendogli le regole dell’istituto. L’infermiera Alice lo mise al corrente del divieto di fumo, del divieto di bere alcolici e del divieto di vedere la televisione dopo le undici di sera. Gli comunicò quindi che la colazione era servita alla 06.45 nei giorni feriale ed un’ora dopo nel fine settimana. Il pranzo era alla 11.15, la merenda alle 15.15 e la cena alle 18.15. Chi non rispettava gli orari e si presentava tardi rischiava di rimanere senza cibo.

L’infermiera Alice passò in rassegna anche le regole riguardanti l’uso della doccia e la pulizia dei denti, le visite esterne e quelle tra gli ospiti della struttura, l’orario in cui venivano distribuite le medicine ed il lasso di tempo in cui era permesso infastidire l’infermiera Alice o qualcuno dei suoi colleghi a meno che non si trattasse di una situazione d’emergenza, fatto molto raro visto che, aggiunse, gli ospiti non facevano che piagnucolare e lamentarsi tutto il giorno.

“E’ possibile cagare quanto si vuole?” domandò Allan.
Fu così che dopo neanche un quarto d’ora da quando si erano conosciuti, Allan e l’infermiera Alice erano già ai ferri corti.

Allan non era soddisfatto di come era andata la caccia ala volpe (anche se l’aveva vinta). Uscire dai gangheri non era nella sua natura. Aveva usato un linguaggio che probabilmente la direttrice della casa di riposo si meritava, ma che tuttavia non gli apparteneva. Se poi si aggiungeva l’elenco delle regole a cui avrebbe dovuto attenersi…

Sentiva la mancanza del suo gatto. Aveva novantanove anni e otto mesi. Gli sembrava di aver perso il controllo dei suoi nervi e si sentiva offeso dal comportamento dell’infermiera Alice.
Adesso basta.

Allan era arrivato al capolinea, e se la vita sembrava aver chiuso con lui, lui non era certo il tipo da insistere e fare pressioni. Avrebbe preso ufficialmente possesso della camera numero 1, avrebbe cenato alle 18.15 e poi, dopo una bella doccia, si sarebbe infilato in lenzuola e pigiama nuovi, sarebbe morto nel sonno, dopodiché l’avrebbero messo un una cassa, sepolto e dimenticato.

Allan avvertì una contentezza quasi elettrizzante diffondersi in tutto il corpo quando alle otto di sera si sdraiò sul letto della casa di riposo per la prime e ultima volta. Tra meno di quattro mesi la sua età sarebbe diventata a tre cifre. Allan Emmanuel Karlsson chiuse gli occhi con la certezza che quella sarebbe stata l’ultima volta. La sua esistenza era stata eccitante ma niente durava in eterno, a parte l’idiozia umana.

Smise di pensare. Fu assalito dalla stanchezza. Tutto si fece buio.
Finché non ritornò la luce. Uno splendore bianco. Pensò che la morte fosse molto simile al sonno. Si riusciva a pensare anche un attimo prima della fine? A pensare di essere in grado di pensare? Ma un momento: per quanto tempo si riusciva a pensare prima di smettere di farlo?

“Sono le 06.45, Allan, è ora di colazione. Se non mangi portiamo via il porridge e non c’è nient’altro fino a pranzo,” disse l’infermiera Alice.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Riscoprire un po’ di eleganza (educazione sarebbe un’utopia) nelle nostre espressioni e rivederle anche se evidentemente i contesti “se le meritano” è il primo passo verso una società migliore (come possiamo parlare di tolleranza se a mala pena riusciamo a fare un sorpasso senza sfancularci?). Ah, anche il fatto di non essere “insistenti” mi pare un ulteriore elemento di eleganza, nei confronti della vita e del prossimo.

Non posso parlare per esperienza diretta (e dubito di poterlo mai fare), ma credo che uno dei vantaggi della morte sia proprio smettere di pensare… e per quantunque tempo si riesca a farlo prima di smettere mi parrebbe sempre troppo.

Il centenario […] e l’acquavite

Non appena fu chiaro che gli amici erano davvero i benvenuti nella casa di Bosse, Benny tornò a visitare il paziente. Il moribondo dormiva ancora profondamente per via della morfina e Benny decise che avrebbe aspettato a spostarlo.

Quindi si unì al gruppo nella spaziosa cucina di Bosse. Mentre il padrone di casa era intento a preparare la cena a turno gli amici lo informarono delle drammatiche vicende degli ultimi giorni. Cominciò Allan, poi fu la volta di Julius, poi ancora Benny con qualche intervento da parte di Bella, e infine, quando arrivarono alla collisione con la BMW, di nuovo Benny.

Bosse aveva udito come avessero perso la vita due persone e come la situazione fosse tutt’altro che conforme alla legge svedese; c’era solo un punto che voleva gli fosse spiegato:
“Vediamo se ho capito bene… Nel pullman c’è un elefante, giusto?”.
“Si, ma domattina lo faremo scendere,” spiegò Bella

A Bosse non gli sembrò che ci fosse granché da ridire: spesso la legge diceva una cosa e la morale un’altra. Bastava considerare la sua ditta: un chiaro esempio di come fosse possibile accantonare la giustizia finché non si fosse stati in grado di procedere a testa alta.

“Più o meno come hai fatto tu con la nostra eredità,” disse Bosse sarcastico, rivolto a Benny.
“Ah si? E chi è che ha distrutto completamente la mia moto nuova?” replicò Benny.
“E’ successo perché tu hai piantato a metà il corso di saldatore” disse Bosse.
“Io l’ho fatto perché tu mi maltrattavi tutto il tempo.”

Sembrava che Bosse avesse già pronta la replica, ma Allan interruppe i fratelli affermando che aveva girato il mondo e cose ne aveva viste tante, ma una in particolare l’aveva colpito e cioè che i conflitti più grandi e apparentemente irrisolvibili si basavano sempre sullo stesso presupposto: “Tu sei stupido, no sei tu lo stupido, no sei tu lo stupido.” La soluzione, proseguì Allan, il più delle volte consisteva nello scolarsi insieme una bella bottiglia di acquavite intorno ai settantacinque gradi e guardare al futuro. L’unico triste dettaglio era che Benny era astemio. Allan avrebbe assunto volentieri la sua quota alcolica, ma l’effetto sarebbe stato diverso.

“E così un’acquavite intorno ai settantacinque gradi risolverebbe il conflitto fra Israele e Palestina?” chiese stupito Bosse. “Che è ancora più vecchio della Bibbia.”
“Probabilmente in questo caso ci vorrebbe più di una bottiglia,” rispose Allan. “Ma il principio è lo stesso.”
“Può funzionare anche se bevo qualcos’altro, che dite?” s’informò Benny, sentendosi in colpa per via di quel suo assolutismo nei confronti dell’alcol.

Allan era soddisfatto dell’evolversi della situazione: i litigi tra fratelli erano cessati. Se ne compiacque, aggiungendo che l’acquavite veniva usata anche per altri scopi oltre che per risolvere conflitti.
L’acquavite doveva aspettare, comunicò Bosse, perché era pronto da mangiare. Pollo arrosto e patate al forno, con tanto di birra per tutti e succo di frutta per il fratellino.

Mentre la cena stava per iniziare, Per.Gunnar “Capo” Gerdin cominciò a riprendere i sensi. La testa gli martellava, quando respirava gli faceva male tutto, un braccio doveva essersi rotto dato che era avvolto in un fazzoletto, e la ferita che aveva sulla coscia destra prese a sanguinargli non appena scese a fatica dall’abitacolo del pullman. Precedentemente aveva nascosto la pistola nel vano portaoggetti dell’auto: a quanto pareva il mondo era popolato di idioti – tranne lui.

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. Non che mi aspetti che un goccetto risolva i problemi del mondo, ma dalla notte dei tempi mangiare (e soprattutto bere) con qualcuno è un modo per affiatare i rapporti ed appianare le divergenze. Oggi ho l’impressione che il pasteggiare/gozzoviglaire/trinkeggiare assieme sia un po’ passato dall’essere il mezzo ad essere il fine. Intendiamoci, mi fa piacere mangiare (e bere, lo devo dire ogni volta?) bene, ma è la compagnia che fa la differenza ed a fine pasto gli attriti sono certamente minori…

Il centenario […] a duecento metri di profondità

Julij Borisovic e Allan Emmanuel si erano presi reciprocamente in simpatia. Il fatto che Allan avesse accettato di seguirlo senza neanche sapere per dove, per chi e perché aveva impressionato positivamente Julij Borisovic, dato che tale atteggiamento denotava una leggerezza che lui non possedeva. Dal canto sua Allan apprezzo immensamente di poter parlare per una volta con qualcuno che non cercasse di sbandierargli nessun tipo d’ideologia politica o religiosa.

Inoltre fu subito chiaro che entrambi erano inguaribilmente affezionati all’acquavite, anche se uno dei due la chiamava vodka. La sera prima, mentre a essere sinceri teneva d’occhio Allan Emmanuel nella sala da pranzo del Gand Hotel, Julij Borisovic aveva provato per caso la variante svedese. All’inizio gli era sembrata troppo secca, non aveva la morbidezza di quella russa, ma dopo un paio di bicchierini ci aveva fatto l’abitudine. Dopo altri due dalle sua labbra era uscito un “Non male” in segno di apprezzamento.

“Anche se questa è meglio,” sentenziò Julij Borisovic mostrando ad Allan un litro intero di Stolichnaya mentre sedevano tutti soli nella mensa ufficiali. “Adesso è arrivato il momento di farci un bicchierino!”
“Bene,” fu il commento di Allan. “Finché la barca va…”

Già dopo il primo quantitativo d’alcol Allan aveva messa in atto una riforma dei nomi. Dire ogni volta Julij Borisovic a Julij Borisovic quando aveva bisogno di richiamare la sua attenzione alla lunga non poteva funzionare. E personalmente non voleva essere chiamato Allan Emmanuel, dato che la prima e ultima volta che quel nome era stato utilizzato risaliva ai tempi di Yxhult, quando era stato battezzato.
“D’ora in poi tu sei Julij e io Allan,” sentenziò Allan. “Altrimenti lascio l’imbarcazione in quest’istante.”
“Non farlo, caro Allan, ci troviamo a duecento metri di profondità,” spiegò Julij. “Piuttosto beviti un goccetto.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

WU

PS. La leggerezza, ecco una dote troppo spesso sottovalutata. Saper affrontare le cose con il giusto spirito non è sinonimo di non dargli importanza. Un “finché la barca va…” non fa assolutamente male; abusarne, come quasi di qualunque cosa, è certamente deleterio.

Ah, poter parlare con qualcuno che non ti incalzi e non cerchi di convincerti di questo o quello (che sia di politica, religione, musica o quant’altro in questo momento poco conta) è un piacere da riscoprire. Evito, spesso e volentieri, di intavolare discussioni per il timore di dovermi poi trovare ad annuire o controbattere; ma il piacere di “una chiacchiera” (che benissimo si concilia con il principio di leggerezza di cui sopra) che fine ha fatto? Relegato, ingiustamente, al mondo “dei vecchietti” (… me lo immagino così, che ciascuno dia la propria definizione di ciò).

PPSS. Scopro ora che hanno addirittura fatto un film partendo da questo libro. Non che mi aspetti chissà che, ma d’altra parte non sono neanche un purista delle trame che teme ogni adattamento cinematografico. Direi che varrebbe la pena vederlo…

Il centenario […] e la bomba

Ho recentemente letto un libro (un romanzo, stranamente) che merita decisamente. Merita per la sua leggerezza, la sua ironia, la scanzonatezza con cui affronta certi temi e l’educazione che traspare… pur raccontando circa un secolo della nostra storia recente: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve.

Al solito lungi da me fare recensioni, ma mi limiterò ad un (brevissimo dati tutti gli spunti che il libro mi ha offerto) ciclo di post in cui riporto stralci del libro grassettendo quelle che sono gli spunti che ho trovato più saporiti (sperando sia per mia memoria che per vostro diletto di dare un’idea del tono che percorre tutto il libro).

Ultimo ma non ultimo non prometto di non inzaccherare questi estratti con personali divagazioni a vanvera.

[…]. Fatto sta che quell’affare lungo novantasette metri emerse dal ghiaccio in un punto troppo vicino ad Allan ed al signore gentile. Entrambi caddero all’indietro rischiando di finire nelle acque gelide, ma per fortuna la situazione volse al meglio e Allan fu rimesso in piedi ed aiutato a scendere al caldo.

“Questa circostanza conferma come non serva iniziare la giornata cercando di indovinare cosa accadrà”, constatò Allan. “Voglio dire, quanto tempo ci avrei messo ad indovinare tutto questo?”.

Dopo aver dichiarato che adesso non era più necessario essere così misteriosi, il signore gentile si presentò come Julij Borisovic Popov: disse di lavorare per l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, di essere non un politico o un militare ma un fisico , e di essere stato inviato a Stoccolma per convincere il signor Karlsson a seguirlo a Mosca.

L’incarico era stato affidato a Julij Borisovic in vista di una possibile riluttanza del signor Karlsson, oltre al fatto che il background come fisico di Julij Borisovic sarebbe probabilmente risultato un elemento favorevole, dato che lui ed il sognor Karlsson parlavano in un certo senso la stessa lingua.

“Ma io non sono un fisico”, disse Allan.
“Può darsi, ma il mio informatore afferma che lei è a conoscenza di qualcosa che vorrei sapere anche io”.
“Ma guarda. E di cosa si tratta?”
“La bomba, signor Karlsson. La bomba.”

[Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, Jonas Jonasson, 2009]

Direi che il concetto di non spendere tempo ad indovinare cosa succerà oggi è molto affascinante, ma applica benissimo a chi non sta dentro casa, dietro un vetro aspettando il succedersi degli eventi. Allan era decisamente uno che non si tirava indietro dinanzi gli eventi (opportunità?) che la vita gli metteva davanti.

WU

PS. Ebbene si, eviterò accuratamente di parlare del pesce di Aprile, dell’origine, tradizioni, quelli più famosi e bla bla bla… Mi prendo in giro ogni giorno e vedo quelle che sono universalmente conosciute come “fake news” attorno a me anche il 10 di Luglio che proprio non vedo perché celebrare un giorno in cui si può scherzare. Ah, solo oggi si capisce che è uno scherzo? Allora propongo un pesce d’Aprile perenne, magari apriamo tutti un po’ gli occhi ed impariamo la leggerezza dell’ironia!

Il paese dei mostri selvaggi

Qualche giorno fa ho sentito, di sfuggita (rigorosamente), la seguente frase: “Il paese dei mostri selvaggi è il libro illustrato per bambini più bello di tutti i tempi”. Ora, anche se non sono un bambino (anagraficamente), dopo una frase del genere almeno la curiosità di andare a vedere di che libro si tratta mi viene… e Goooogle la soddisfa (wiki nel caso particolare).

(attenzione, segue un leggero spoiler)

Max, pare sia il nome del personaggio della storia che, travestito da lupo (direi che la passione per i travestimenti dei bambini si trasforma con i gusti dell’età più che calare) è intento, con una forchetta in mano ad inseguire il cane. La mamma pare non essere propriamente contenta della situazione e quindi ecco il castigo della cameretta. Le mura, grazie alla fervida fantasia di Max, diventano una sconfinata foresta popolata da selvaggi mostri e da qui… l’avventura vien da se.

Where the wild things are. E’ un posto spaventoso, forse, ma è il nostro posto. I mostri non assumono espressioni terrorizzanti, fanno un po’ di paura ma sorridono sempre… la vera paura Max (e questo lo capirà solo vivendo la sua mostruosa avventura) c’è l’ha solo di se, delle sue malefatte e della paura che la mamma arrabbiata possa negargli una calda cena ed un rassicurante abbraccio.

paesemostriselvaggi.png

Oggi il libro (scopro ora) è una specie di oggetto di culto e non solo per bambini, ma le critiche che lo riguardano si rivolgono soprattutto alla (presunta) mancanza di morale del libro, alla descrizione di una madre che non è in grado di disciplinare il figlio, al fatto che il personaggio sia un discolo che scappa di casa ed in sostanza all’assenza di insegnamenti positivi “facili”. D’altra parte il fatto (ripeto: non ho letto il libro… “non ha mai criticato un film senza prima, prima vederlo”) che un bimbo sia in grado di trasformare la propria rabbia (si, è un sentimento umano, fin da bambini) in fantasia credo sia di per se un messaggio forse un po’ difficile da capire e/o far passare ma forse l’insegnamento più utile “nella giungla” della vita… il vero paese dei mostri selvaggi.

Critiche immancabili, genesi controversa, editori bipolari e cose del genere hanno segnato l’ingresso del libro sul mercato, ma non di certo il suo valore. Ed in fondo, IMHO, il vero artista /scrittore in questo caso) è quello che “lancia la bomba, poi ci sono i critici che danno le interpretazioni (se servono, dato che, almeno nel caso particolare le illustrazioni sono parte integrante dell’opera e per un bimbo sono certamente più importanti di filologia da adulti).

Ah, non trascurabile il fatto che l’autore partorì il libro ispirandosi ai parenti che facevano visita alla sua famiglia la domenica pomeriggio: «Si addossavano a te con il loro respiro affaticato e ti strizzavano e ti pizzicavano e i loro occhi erano iniettati di sangue e i loro denti erano grandi e gialli. È stato orribile, orribile». Più naturale di cosi…

Aggiungo anche che la rabbia, per un bimbo (tanto perché un adulto ha più condizionamenti sociali) non è un demone da nascondere nel profondo dell’anima (con il rischio che poi un giorno ne esca gridando), ma una emozione da imparare a gestire; leggere un libro che ne parla consente ad un bimbo la possibilità di immedesimarsi nel personaggio e provare a vivere le stesse evoluzioni emotive (e voli di fantasia) del “nostro Max”.

WU

PS. Simpatico l’aneddoto:

«All’inizio il libro si doveva intitolare Nel paese dei cavalli selvaggi, ma quando divenne evidente al mio editore che non potevo disegnare dei cavalli, lei cambiò gentilmente il titolo in Wild Things con l’idea che sapessi quanto meno disegnare una Cosa! Così disegnai i miei parenti.»

PPSS. Circa 15 eurini su Amazon, ci faccio una pensata.

Foto di gruppo con signora: Incipit

La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantotto anni, germanica: alta m. 1,71, pesa Kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300– 400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati, che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten, e per trentadue anni, naturalmente con interruzioni varie, ha subito quello strano processo che si chiama processo lavorativo: per cinque anni come impiegata priva di ogni preparazione professionale nell’ufficio del padre; per ventisette come operaia, ugualmente non qualificata, nel ramo della floricultura. Poiché, in un momento inflazionistico, si è disfatta con molta leggerezza di una cospicua proprietà immobiliare, una non disprezzabile casa d’affitto nella città nuova, che oggi varrebbe non meno di centocinquantamila marchi, è piuttosto priva di mezzi, dopo aver lasciato il suo lavoro senza un serio motivo, non essendo né vecchia né malata. Poiché nel 1941 è stata moglie per tre giorni di un ufficiale di professione della Wehrmacht, oggi riscuote una pensione di vedova di guerra, cui non si è ancora aggiunta una pensione dell’assicurazione sociale. Si può dunque dire che Leni, al momento – e non solo dal punto di vista finanziario – fa una vita da cane, specie da quando il suo amato figliuolo sta in galera.

[Foto di gruppo con signora, E. Boll]

Mi sono messo a bighellonare fra incipit di libri “famosi” (non so di preciso neanche io cosa intendo con questa parola) che non avessi letto.

Trovo quello sopra decisamente squisito: ironico, coinvolgente, vago, prodromico ad invitarmi a leggere il libro (che è poi quello che mi aspetto da un incipit).

Di Leni non sappiamo ancora nulla, eppure sappiamo già un sacco di cose; dalla sua vita personale a quella professionale. Dettagli (squisitamente inutili) sul suo stato fisico, età, discendenza, etc.

Abbiamo, inoltre condensato nelle stesse righe anche uno spaccato sociale e storico della Germania pre-bellica (… e soprattutto il contesto lavorativo che si delinea non mi pare affatto non più attuale, quindi ci aggiungerei che abbiamo davanti anche uno scorcio contemporaneo).

Gustoso

WU

PS. Leggere gli incipit a volte mi suona un po’ “sminuire” tutto il resto del libro, e questa è la parte che mi turba un po’ della faccenda, ma non nascondo che mi piace fare un po’ di assaggini letterali qui e li (rigorosamente a caso e specialmente quando sono affogato di doveri quotidiani).

Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

Calligrammi.png

L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

Carneade di Cirene

… e non dite che non lo conoscete! Anzi, ditelo! Non lo conoscete praticamente per antonomasia. Come dire che non dovete conoscerlo. Ho già fatto casino in meno di tre righe…

Il soggetto in questione è un filosofo scettico vissuto fra il 214 e 129 a.C. E fin qui non credo di aver aggiunto nulla al fatto che non avete (abbiamo) idea di chi sia. Procedendo su qualche (assolutamente inutile in questo caso) dettaglio storico, Carneade di Cirene fu un filosofo abbastanza rinomato, della scuola di Atene, che non ha lasciato opere scritte di suo pugno… ma che è passato alla storia per altro.

Carneade! Chi era costui?” ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. “Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?” Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! [A. Manzoni, I Promessi Sposi]

Praticamente è entrato a far parte del nostro vocabolario … e non grazie a lui. Nel capitolo VIII de “I Promessi Sposi”, Don Abbondio è immerso nella lettura di un panegirico. Beh… il celeberrimo incipit del capitolo è: “Carneade! Chi era costui”. Frase che il Don pronuncia fra se e se trovando citato il filosofo di cui evidentemente non sa un granché.

Ora, per una serie di evoluzioni filologiche che trascendono dalla mia comprensione (e che IMHO sono molto figlie del caso e qualunque giustificazione leggessi la troverei più o meno forzata) tale incipit ha avuto un successo inaspettato, forse allo stesso Manzoni. Tanto da consentire a Carneade l’accesso al nostro vocabolario descrivendo, per antonomasia, una persona mai sentita nominare.

In realtà, volendo dare una ulteriore sfumatura all’accezione di “Carneade!”, non stiamo parlando di uno sconosciuto qualsiasi, bensì di un’illustre sconosciuto. Di una sorta di personaggio che potrebbe/dovrebbe/vorrebbe esser famoso di cui ne sappiamo fra il poco e nulla.

WU

PS. In realtà (chissà poi quale sarebbe la realtà della realtà), pare che Carneade non fosse neanche uno dei filosofi meno noti del suo tempo, anzi godeva anche di una certa fama. Manzoni utilizza l’incipit per sottolineare la scarsa cultura di Don Abbondio, ma poi il successo travolgente di “Carneade, chi era costui!” ha ironicamente collocato CArneade dall’essere semi-famoso ad essere sconosciuto per eccellenza. Quando si dice ironia della sorte.

PPSS. Carneade come sinonimo di illustre sconosciuto vale di certo in Italia dove l’influenza manzoniana nella lingua odierna è ancora molto forte. Chissà se all’estero (eg. in Grecia?) Carneade ha conservato parte della sua fama…

PPPSSS. chissà se il nome (ed i testi?) di Carneade fosse stati scritti in Sans Forgetica… 😀