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Il paese dei mostri selvaggi

Qualche giorno fa ho sentito, di sfuggita (rigorosamente), la seguente frase: “Il paese dei mostri selvaggi è il libro illustrato per bambini più bello di tutti i tempi”. Ora, anche se non sono un bambino (anagraficamente), dopo una frase del genere almeno la curiosità di andare a vedere di che libro si tratta mi viene… e Goooogle la soddisfa (wiki nel caso particolare).

(attenzione, segue un leggero spoiler)

Max, pare sia il nome del personaggio della storia che, travestito da lupo (direi che la passione per i travestimenti dei bambini si trasforma con i gusti dell’età più che calare) è intento, con una forchetta in mano ad inseguire il cane. La mamma pare non essere propriamente contenta della situazione e quindi ecco il castigo della cameretta. Le mura, grazie alla fervida fantasia di Max, diventano una sconfinata foresta popolata da selvaggi mostri e da qui… l’avventura vien da se.

Where the wild things are. E’ un posto spaventoso, forse, ma è il nostro posto. I mostri non assumono espressioni terrorizzanti, fanno un po’ di paura ma sorridono sempre… la vera paura Max (e questo lo capirà solo vivendo la sua mostruosa avventura) c’è l’ha solo di se, delle sue malefatte e della paura che la mamma arrabbiata possa negargli una calda cena ed un rassicurante abbraccio.

paesemostriselvaggi.png

Oggi il libro (scopro ora) è una specie di oggetto di culto e non solo per bambini, ma le critiche che lo riguardano si rivolgono soprattutto alla (presunta) mancanza di morale del libro, alla descrizione di una madre che non è in grado di disciplinare il figlio, al fatto che il personaggio sia un discolo che scappa di casa ed in sostanza all’assenza di insegnamenti positivi “facili”. D’altra parte il fatto (ripeto: non ho letto il libro… “non ha mai criticato un film senza prima, prima vederlo”) che un bimbo sia in grado di trasformare la propria rabbia (si, è un sentimento umano, fin da bambini) in fantasia credo sia di per se un messaggio forse un po’ difficile da capire e/o far passare ma forse l’insegnamento più utile “nella giungla” della vita… il vero paese dei mostri selvaggi.

Critiche immancabili, genesi controversa, editori bipolari e cose del genere hanno segnato l’ingresso del libro sul mercato, ma non di certo il suo valore. Ed in fondo, IMHO, il vero artista /scrittore in questo caso) è quello che “lancia la bomba, poi ci sono i critici che danno le interpretazioni (se servono, dato che, almeno nel caso particolare le illustrazioni sono parte integrante dell’opera e per un bimbo sono certamente più importanti di filologia da adulti).

Ah, non trascurabile il fatto che l’autore partorì il libro ispirandosi ai parenti che facevano visita alla sua famiglia la domenica pomeriggio: «Si addossavano a te con il loro respiro affaticato e ti strizzavano e ti pizzicavano e i loro occhi erano iniettati di sangue e i loro denti erano grandi e gialli. È stato orribile, orribile». Più naturale di cosi…

Aggiungo anche che la rabbia, per un bimbo (tanto perché un adulto ha più condizionamenti sociali) non è un demone da nascondere nel profondo dell’anima (con il rischio che poi un giorno ne esca gridando), ma una emozione da imparare a gestire; leggere un libro che ne parla consente ad un bimbo la possibilità di immedesimarsi nel personaggio e provare a vivere le stesse evoluzioni emotive (e voli di fantasia) del “nostro Max”.

WU

PS. Simpatico l’aneddoto:

«All’inizio il libro si doveva intitolare Nel paese dei cavalli selvaggi, ma quando divenne evidente al mio editore che non potevo disegnare dei cavalli, lei cambiò gentilmente il titolo in Wild Things con l’idea che sapessi quanto meno disegnare una Cosa! Così disegnai i miei parenti.»

PPSS. Circa 15 eurini su Amazon, ci faccio una pensata.

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Foto di gruppo con signora: Incipit

La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantotto anni, germanica: alta m. 1,71, pesa Kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300– 400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati, che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten, e per trentadue anni, naturalmente con interruzioni varie, ha subito quello strano processo che si chiama processo lavorativo: per cinque anni come impiegata priva di ogni preparazione professionale nell’ufficio del padre; per ventisette come operaia, ugualmente non qualificata, nel ramo della floricultura. Poiché, in un momento inflazionistico, si è disfatta con molta leggerezza di una cospicua proprietà immobiliare, una non disprezzabile casa d’affitto nella città nuova, che oggi varrebbe non meno di centocinquantamila marchi, è piuttosto priva di mezzi, dopo aver lasciato il suo lavoro senza un serio motivo, non essendo né vecchia né malata. Poiché nel 1941 è stata moglie per tre giorni di un ufficiale di professione della Wehrmacht, oggi riscuote una pensione di vedova di guerra, cui non si è ancora aggiunta una pensione dell’assicurazione sociale. Si può dunque dire che Leni, al momento – e non solo dal punto di vista finanziario – fa una vita da cane, specie da quando il suo amato figliuolo sta in galera.

[Foto di gruppo con signora, E. Boll]

Mi sono messo a bighellonare fra incipit di libri “famosi” (non so di preciso neanche io cosa intendo con questa parola) che non avessi letto.

Trovo quello sopra decisamente squisito: ironico, coinvolgente, vago, prodromico ad invitarmi a leggere il libro (che è poi quello che mi aspetto da un incipit).

Di Leni non sappiamo ancora nulla, eppure sappiamo già un sacco di cose; dalla sua vita personale a quella professionale. Dettagli (squisitamente inutili) sul suo stato fisico, età, discendenza, etc.

Abbiamo, inoltre condensato nelle stesse righe anche uno spaccato sociale e storico della Germania pre-bellica (… e soprattutto il contesto lavorativo che si delinea non mi pare affatto non più attuale, quindi ci aggiungerei che abbiamo davanti anche uno scorcio contemporaneo).

Gustoso

WU

PS. Leggere gli incipit a volte mi suona un po’ “sminuire” tutto il resto del libro, e questa è la parte che mi turba un po’ della faccenda, ma non nascondo che mi piace fare un po’ di assaggini letterali qui e li (rigorosamente a caso e specialmente quando sono affogato di doveri quotidiani).

Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

Calligrammi.png

L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

Carneade di Cirene

… e non dite che non lo conoscete! Anzi, ditelo! Non lo conoscete praticamente per antonomasia. Come dire che non dovete conoscerlo. Ho già fatto casino in meno di tre righe…

Il soggetto in questione è un filosofo scettico vissuto fra il 214 e 129 a.C. E fin qui non credo di aver aggiunto nulla al fatto che non avete (abbiamo) idea di chi sia. Procedendo su qualche (assolutamente inutile in questo caso) dettaglio storico, Carneade di Cirene fu un filosofo abbastanza rinomato, della scuola di Atene, che non ha lasciato opere scritte di suo pugno… ma che è passato alla storia per altro.

Carneade! Chi era costui?” ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. “Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?” Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! [A. Manzoni, I Promessi Sposi]

Praticamente è entrato a far parte del nostro vocabolario … e non grazie a lui. Nel capitolo VIII de “I Promessi Sposi”, Don Abbondio è immerso nella lettura di un panegirico. Beh… il celeberrimo incipit del capitolo è: “Carneade! Chi era costui”. Frase che il Don pronuncia fra se e se trovando citato il filosofo di cui evidentemente non sa un granché.

Ora, per una serie di evoluzioni filologiche che trascendono dalla mia comprensione (e che IMHO sono molto figlie del caso e qualunque giustificazione leggessi la troverei più o meno forzata) tale incipit ha avuto un successo inaspettato, forse allo stesso Manzoni. Tanto da consentire a Carneade l’accesso al nostro vocabolario descrivendo, per antonomasia, una persona mai sentita nominare.

In realtà, volendo dare una ulteriore sfumatura all’accezione di “Carneade!”, non stiamo parlando di uno sconosciuto qualsiasi, bensì di un’illustre sconosciuto. Di una sorta di personaggio che potrebbe/dovrebbe/vorrebbe esser famoso di cui ne sappiamo fra il poco e nulla.

WU

PS. In realtà (chissà poi quale sarebbe la realtà della realtà), pare che Carneade non fosse neanche uno dei filosofi meno noti del suo tempo, anzi godeva anche di una certa fama. Manzoni utilizza l’incipit per sottolineare la scarsa cultura di Don Abbondio, ma poi il successo travolgente di “Carneade, chi era costui!” ha ironicamente collocato CArneade dall’essere semi-famoso ad essere sconosciuto per eccellenza. Quando si dice ironia della sorte.

PPSS. Carneade come sinonimo di illustre sconosciuto vale di certo in Italia dove l’influenza manzoniana nella lingua odierna è ancora molto forte. Chissà se all’estero (eg. in Grecia?) Carneade ha conservato parte della sua fama…

PPPSSS. chissà se il nome (ed i testi?) di Carneade fosse stati scritti in Sans Forgetica… 😀

Micromega part#5

«O atomi intelligenti, nei quali l’Eterno ha voluto rivelare la Sua abilità e la Sua potenza, voi godrete certamente gioie purissime sul vostro globo, perché avendo così poca materia e sembrando tutto pensiero, dovete passare la vita ad amare e a pensare: è la vera vita dello spirito. Da nessuna parte ho trovato la vera felicità: senza dubbio essa è quaggiù.»

A questo discorso tutti gli scienziati si misero a scuoter la testa, e uno di essi, più sincero degli altri, confessò in buona fede che eccettuati pochi abitanti ben poco rispettati, tutto il resto è una congrega di pazzi, di malvagi e di sventurati.

«Noi abbiamo più materia che non occorra,» disse, «per far molto male, se il male proviene dalla materia, e troppo spirito se il male viene dallo spirito. […]

Il Siriano fremette e domandò quale fosse la ragione di queste liti orribili fra animali così miserabili.

«Si tratta,» disse lo scienziato, «di qualche mucchio di fango grande come il vostro calcagno. Non che qualcuno di quei milioni d’uomini che si fanno sgozzare voglia aver diritto a un solo filo della paglia che cresce su uno di quei mucchi. Si tratta soltanto di sapere se ne sarà proprietario un certo uomo che si chiama Sultano o un altro che si chiama, non so perché, Cesare. Nessuno dei due ha mai visto, né vedrà mai, quel cantuccio di terra di cui si tratta, e quasi nessuno di quegli animali che si sgozzano l’un l’altro ha mai visto l’animale per il quale si fa sgozzare.»

[…]

E poi, non sono loro che devon esser puniti: sono quei barbari sedentari che dal fondo del loro studio ordinano, mentre stanno digerendo, il massacro d’un milione di uomini, e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente

[…]

«Dato che conoscete così bene quello che è fuori di voi, conoscete certo ancor meglio quello che avete dentro. Ditemi dunque cos’è la vostra anima e come fate a formare le idee

Gli scienziati si misero a parlare tutti in una volta come prima, ma tutti avevano opinioni diverse […]

Un piccolo seguace di Locke era là vicino, e quando finalmente gli rivolsero la parola:

«Non so,» cominciò a dire, «come faccio a pensare, ma so che non ho mai pensato se non quando i miei sensi mettevano in azione il pensiero. Che esistano sostanze immateriali e intelligenti, non ne dubito affatto: ma dubito molto che sia impossibile a Dio dotare di pensiero la materia. Venero la potenza dell’Eterno: non sta a me limitarla. Non affermo nulla: mi accontento di credere che sono possibili più cose di quante non si pensi.»

L’animale di Sirio sorrise: gli pareva che costui non fosse il meno sapiente, e il nano di Saturno, se non fosse stata l’immensa sproporzione, avrebbe abbracciato il seguace di Locke.

[…]

Siriano riprese in mano i piccoli vermiciattoli, e parlò ad essi ancora con molta gentilezza, benché, in fondo al cuore, fosse un po’ irritato nel vedere che gli infinitamente piccoli avevano un orgoglio infinitamente grande. Promise di scriver per loro un bel libro di filosofia, scritto in caratteri molto minuti perché potessero leggerlo, e che nel libro avrebbero trovato la spiegazione di tutto. E davvero, prima di partire, diede a loro questo volume, che venne portato a Parigi all’Accademia delle Scienze; ma quando il segretario l’aprì, trovò le pagine tutte bianche:

«Me l’immaginavo!» disse.

Atomi, null’altro che atomi. Costituenti fondamentali della materia, ma più che altro della materia pensante. Con ovvie pecche di egocentrismo e poca umiltà (anche se è il nostro orgoglio che ci aiuta a parare i colpi della vita e nel caso dei due viaggiatori colpisce menti più eccelse) nei confronti del dono ricevuto dall’Eterno. “Condannati” a pensare ed amare (neanche fossero sinonimi…) e che hanno quindi tutti i presupposti per la “vera felicità”.

Tutto vero in principio ed agli occhi di Micromega e del suo compare, niente più lontano dalla realtà nella declinazioni che noi uomini abbiamo voluto dare. E tutt’altro che facile da spiegare…

Eccettuati pochissimi, siamo tutti una congrega di matti, malvagi ed infondo sventurati (e se fosse questo il nostro modo di esorcizzare quella che noi vediamo come nostra sventura?). Usiamo la materia che ci è stata messa a disposizione per fare male, un male insensato, che neanche sa a cosa sta mirando. Milioni di uomini che si fanno sgozzare per comando di pochissimi che non sanno neanche esattamente per quale filo d’erba stanno facendo combattere.

Quante poche cose mi paiono esser cambiate e quanta amara ironia nel “e poi ne fanno ringraziare Iddio solennemente”.

Siamo forse in grado di convincere qualcuno, anche nettamente superiore di noi, che abbiamo una fervida ed ingegnosa mente, che abbiamo (anche se non sappiamo bene cosa sia) un’anima, ma non siamo in grado di convincere noi prima he altri che abbiamo tutte le carte in regola per vivere e regalare la felicità (parole certamente più facili a scriversi che a mettere in pratica).

Bianco, bianco. La chiosa di tutto il libercolo non poteva essere che questa (… una antesignana spiegazione alla vita l’universo e tutto quanto… con mancanza di 42…).

Non sta certo ad un Siriano ed un Saturniano insegnarci a vivere, sta a noi imparare da queste (e tutte le altre che non vediamo… e chissà se solo per dimensione) visite.

WU (che chiude qui il suo sproloquio su Micromega)

PS. Facendo seguito a part#1part#2, part#3. e part#4.

PPSS. Fuori contesto, ma decisamente da citare (e da tenere a mente nel rispondere a tutti coloro che ci infarciscono cazzate con barbarisimi):

«è davvero necessario citare quello che non si capisce affatto nella lingua che si capisce meno di tutte le altre.»

 

 

 

Micromega part#4

Micromega, osservatore ben più abile del nano, vide chiaramente che quegli atomi parlavan fra loro, e lo fece notare al suo compagno il quale, vergognandosi di essersi sbagliato sulla generazione, non volle credere che simili esseri potessero comunicarsi idee.
[…]
«Ma voi,» disse il Siriano, «credevate poco fa che facessero all’amore: credete dunque che si possa fare all’amore senza pensare e senza pronunciar parola, o almeno senza farsi capire? E poi, credete che sia più difficile fare un ragionamento che un bambino?» […] «A me, l’uno e l’altro sembrano due grandi misteri.
[…]
«Insetti invisibili che la mano del Creatore ha voluto far nascere negli abissi dell’infinitamente piccolo, Lo ringrazio perché si è degnato rivelarmi segreti che sembravano impenetrabili. Forse, alla mia corte non sareste degnati nemmeno d’uno sguardo, ma io non disprezzo nessuno e vi offro la mia protezione
[…] e dopo averli compianti d’esser così piccoli, domandò se fossero sempre stati in quella condizione miserabile così vicina all’annientamento, che cosa facessero su una palla che sembrava proprietà di balene, se erano felici, se si riproducevano, se avevano un’anima, e mille altre questioni di questo genere.
[…]
«Vedo sempre meglio che non bisogna giudicare nulla dalla sua grandezza apparente. O Dio, che hai dato intelligenza a esseri che sembrano così disprezzabili, l’infinitamente piccolo non ti costa più dell’infinitamente grande; e se potessero esistere esseri ancora più piccoli di questi, essi potrebbero anche avere una mente superiore a quella dei superbi animali che ho visto nel cielo e che con un piede solo coprirebbero il globo sul quale sono disceso.»
[…]

Atomi che parlano fra loro?! Una magia agli occhi dei due osservatori (mi verrebbe da dire alla stregua dell’entaglement quantistico ai nostri occhi!).

E poi… comunicarsi idee?! In esseri così minuti qualcuno ha voluto instillare sia la capacità di generare idee che addirittura quella di comunicarle! Veramente affascinante, e la cosa invece che renderci orgogliosi della nostra natura ci rende arroganti? Questo mi suona un po’ strano.

Far l’amore solo per far l’amore? Neanche una parola? Ah, quanta verità in queste parole del siriano. Ad ogni modo due grandi misteri lo sono davvero, se dar priorità al ragionamento o alla continuazione della specie lo lascio a voi.

Vorrei infine sapere se noi siamo altrettanto grati al creatore per ammetterci a conoscere i misteri dell’infinitamente piccolo (o infinitamente grande) o se pensiamo che sia solo (di certo lo è anche) merito nostro e del sudore della nostra fronte. Noi, proprio noi che siamo in “quella condizione miserabile così vicina all’annientamento” (si, Micromega, lo siamo sempre stati).

Ah, si, direi che in fondo, anche se con le dovute eccezioni di genere, sesso, epoca, età, periodo e via dicendo, si, direi che (anche noi) siamo felici.

WU

PS. Facendo seguito a part#1, part#2 e part#3.

Micromega part#3

Eccoli così tornati al punto da cui erano partiti, dopo aver visto quella pozza, quasi impercettibile per loro, che chiamiamo Mediterraneo, e quell’altro piccolo stagno che col nome di Grande Oceano circonda questa tana. Al nano l’acqua non era mai arrivata più che a mezza gamba e l’altro si era appena bagnato i calcagni. Fecero il possibile, andando avanti e indietro, da una parte e dall’altra, per vedere se questa palla era abitata o no. Si chinarono, si sdraiarono per terra, tastarono dappertutto, ma siccome avevano occhi e mani sproporzionati a quegli esserucci che formicolano quaggiù, non riuscirono a sentir nulla che potesse farli sospettare che noi e i nostri confratelli, gli altri abitanti di questa palla, abbiamo l’onore di esistere.
[…]
Il Saturniano, convinto che il nostro mondo sia abitato, immaginò subito che non lo fosse che da balene, e siccome era un gran ragionatore, volle scoprire da che cosa un così piccolo atomo venisse mosso, se avesse idee, una volontà, la libertà d’arbitrio. Micromega rimase molto incerto: esaminò l’animale con molta pazienza, e dall’esame risultò che non era possibile credere che là dentro ci fosse un’anima. I due viaggiatori erano così disposti a credere che non esistessero anime nel nostro domicilio
[…]
Non voglio qui offendere la vanità di nessuno, ma sono costretto a pregare la gente che si dà aria d’importanza, di riflettere per un momento che, calcolando la statura dell’uomo a circa cinque piedi, rispetto alla Terra non siamo più grandi di un animale alto circa un seicentomillesimo di pollice su una palla di dieci piedi di circonferenza. Immaginate un essere che possa tener in mano la terra e che abbia organi proporzionati ai nostri: e può darsi benissimo che esista un gran numero di questi esseri. Pensate un po’, vi prego, che cosa penserebbero di quelle battaglie che ci han servito a conquistare due villaggi, che dopo abbiamo dovuto restituire.
[…]
«Li vedo!» dicevano tutti e due insieme: «non vedete che portano pesi, che si chinano, che si rialzano?» E nel dir così, tremavan loro le mani, per il piacere di vedere oggetti così nuovi e per la paura di perderli. L’abitante di Saturno, passando dalla troppa diffidenza a una troppa credulità, credette di vederli lavorare alla propagazione della specie: «Ah!» diceva, «ho colto sul fatto la natura.» Ma le apparenze lo ingannavano: cosa che purtroppo avviene spesso, che ci si serva o no di microscopi.

Il “nostro” mare, la culla della civiltà, equiparato, a ragione, a poco più di una pozza. Quasi impercettibile, a sottolineare, ancora una volta, come le dimensioni ingannano e come l’uso dei microscopi non migliora in alcun modo la nostra capacità di giudizio.. ne tanto meno l’importanza che diamo alle nostre battaglie.

E poi questa ricerca spasmodica per la vita (non vi ricorda nulla nelle nostre esplorazioni ancora attuali?) senza saper bene in che forma cercarla e senza neanche sapere di preciso cosa significhi vita… Noi, esserucci che formicoliamo quaggiù pensiamo di essere grandi ed importanti, di plasmare la natura a nostro piacimento e di poter disporre della vita dell’altro. Esseri come Micomega ed il “nanerottolo” di Saturno, infinitamente più grandi e più saggi di noi hanno un rispetto nei confronti del diverso e della vita in generale che non deriva dalle loro dimensioni, ma dalla loro conoscenza (ed umiltà… parola tabù nel nostro formicaio pieno di “gente che si da aria di importanza”).

Ah, se in un essere “piccolo come una balena” non ci può essere un’anima figuriamoci se ci può essere in esseruncoli ancora più piccoli. Idee, volontà, libero arbitrio in atomi così minuti?! Si, ce li abbiamo (o almeno così può sembrare a noi ed ai nostri amici viaggiatori) anche se non sappiamo bene che farne.

Non dimentichiamo: le apparenze ingannano!

WU

PS. Facendo seguito a part#1 e part#2.