Categoria: art

Higgs Boson Blues

Nulla, non ricordo nulla. Non ci riesco. Alberi in fiamme costeggiano la strada e mi accompagnano lungo il mio viaggio. Sto andando a Ginevra, guidando la mia auto. Vado a Ginevra, piccola. Stavo seduto nel mio seminterrato, al fresco. Fuori faceva caldo, le rose erano tutte in fiore e le ragazze passano. Un giorno qualunque, un giorno come tanti, in cui a nessuno importa del futuro. Ed io me ne vado a Ginevra.

La stra era lunga, era nera. La notte era calda. Ho guidato e guidato. Ad un bivio ho visto Robert Johnson. Aveva la sua chitarra da 10 dollari legata alla schiena e cercava una tomba. Immancabile arriva Lucifero, con la sua legge: un centinaio di bambini si fiondavano fra le sue mascelle. Genocide. Robert Johnson ed il Diavolo, non so chi riuscirà a fregare chi. Guido, continuo a guidare la mia auto fra alberi infuocati. E canto il mio blues mentre guido.

Ad un tratto ecco che mi sento stanco, cerco un posto dove andare. Non c’è più un orologio che funzioni. A Memphis, nel Lorraine Motel fa caldo. Troppo caldo. Ma mi devo riposare, prenderò una stanzetta con vista. Da li riesco ad ascoltare una predica in una lingua che mi suona completamente nuova. In questo dormitorio mi sento come sanguinare, le donne delle pulizie si lamentano nei loro stracci ed un fattorino salta e salta ancora. Un colpo risuona in un solco spirituale.

Se muoio stanotte seppelliscimi senza scarpe di vernice. Così come sono solo con un gatto mummificato ed un cappello a cono imposto agli Ebrei dal califfato. Riesci ancora a sentire il battito del mio cuore?

Il mio delirio continua. Hannah Montana fa la savana africana, come inizia la stagione delle piogge, simulate anche quelle, maledice la fila allo Zulus. Passa all’Amazzonia e piange con i delfini. Il perché lo trova da se. Mau Mau mangiò il pigmeo che a sua volta mangiò la scimmia che ha (aveva) un dono per te. Arriva, immancabile, il missionario, con il suo carico di influenza e vaiolo. Li sta salvando, questi selvaggi. Devo riprendere a guidare, vado a Ginevra.

Oh, basta. Lascia che il dannato giorno si rompa. I giorni di pioggia mi rendono triste, sempre. Vediamo poi Miley Cyrus galleggiare in una piscina nel lago Toluca. Non posso non dirti che tu sei la migliore ragazza che io abbia mai avuto. Ma nonostante tutto non riesco a ricordare nulla

WU

PS. Come da tradizione liberi sproloqui partendo dal testo di questa canzone (una di quelle che mi prende dentro e mi fa assentare per qualche minuto dal mondo… è un po’ lunga ma ne suggerisco un attento ascolto).

PPSS. La divagazione è pesante, e non solo per colpa (anzi, merito in questo caso) mio. Questo pezzo meriterebbe un’analisi del testo a livello di qualche girone dell’Inferno di Dante. Sconclusionato in apparenza, mi pare (IMHO) affronti temi molto profondi.

La decadenza della nostra società (egregiamente espressa dai personaggi citati…) in un mondo che ha voltato le spalle a Dio? La ricerca di se stesso lungo un viaggio in luoghi e posti diversi?

Si parla di Memphis, dove un tempo il musicisti si recavano per imparare qualcosa, e lo si affianca a Ginevra, oggi simbolo della ricerca; il luogo dove oggi si può imparare qualcosa di importante.

Si affronta il tema del genocidio e dei missionari. Almeno in un caso (il secondo) il vaiolo o l’influenza sono una specie di costo per imparare qualcosa; a meno che non ci fermiamo alla nostra società (ripeto; Miley Cirus aka Hannah Montana è un fulgido emblema) alla nostra superficiale società.

In breve; mi pare che il viaggio affronti un cammino fra la nostra società e la sua evoluzione; la nostra predisposizione ad imparare e fermarci ad un certo punto e l’instabilità (non riesco a ricordare nulla) che tutto ciò ingenera in noi… solo il legame fra noi esseri umani (u sei la migliore ragazza che abbia mai avuto) ci da un po’ di stabilità e rimane la regia dietro tutti questi deliri.

Ah, ed il parallelismo fra Robert Johnson (musicista blues che ha venduto la sua anima al diavolo in cambio della capacità di saper suonare) e la scoperta del Bosone di Higgs? chi dìfrega chi? Non è certo una scoperta che avrà impatto zero. Abbiamo compromesso qualcosa nella nostra società (alberi in fiamme)?

Have you ever heard about the Higgs Boson Blues?

PPPSSS. Sicuramente il testo contiene molti più riferimenti di quanti io sia in grado di coglierne e richiede una cultura decisamente profonda sulla storia, l’attualità, la fisica, la religione, etc. Sarebbero questi i testi che oggi andrebbero suggeriti ai ragazzi nelle nostre classi.

Annunci

Il Quadrato Diabolico

Panmagico
Ultramagico
Diabolico
Pandiagonale

… più che altro mi sono soffermato sul perché diabolico e non divino…

Stiamo parlando di una sorta di “matematica ricreativa” (potrei sproloquiare a iosa su quest’accoppiata ma ve lo risparmio). Giochiamo a mettere una serie di numeri in una matrice.

E già qui qualcuno potrebbe pensare al Sudoku, altri allo psichiatra. Ad ogni modo esistono molti quadrati magici in cui la somma dei numeri che disponiamo sulle righe è uguale alla somma delle colonne o delle diagonali (e varianti sul tema ve ne sono in quantità).

Matematicamente si definisce Quadrato Magico uno schema numerico in forma di matrice NxN, in cui la somma dei numeri su ciascuna riga, colonna ed ogni diagonale dà sempre lo stesso valore. Si dimostra (ve lo risparmio anche se è abbastanza intuitivo) che non esiste un quadrato magico di ordine 2, che ne esiste uno solo di ordine 3 (che può ovviamente essere riflesso e ruotato) mentre ne esistono molteplici (tantissimi) degli ordini successivi.

Tuttavia, a Nasik, in India, è stato scoperto un quadrato magico 4×4 che è qualcosa di più… è diabolico (ma perché?!). Ovvero in questo quadrato non solo tutte le righe e le colonne sommate danno lo stesso numero, ma a che le diagonali e le diagonali ridotte, i quadrati minori, i quattro angoli, i quattro numeri nel centro, i due numeri centrali della prima e dell’ultima riga, i due numeri centrali della prima ed ultima colonna e via dicendo.

In breve, vi sono 86 modi diversi per ottenere lo stesso numero: 34!

MagicSquare.png

WU
PS. Il più piccolo dei quadrati magici è quello di ordine 3×3, detto anche Quadrato Magico di Saturno. La costante è 15! (E’ ovviamente quello a destra nell’immagine sopra)

PPSS. Poi, passando dalla “matematica ricreativa” a matematica leggermente più seria, vi sono teoremi ed algoritmi per costruire quadrati magici quasi di orni ordine, con relative generalizzazioni (quadrato bi-magico, quadrato magico di primi, etc.).

Osso di seppia

Vi racconto questa storia; conosciamo questo signore, nel senso di nobile di animo, anche se forse non lo da bene a vedere. Nato da una scatola di cartone, li in un cantuccio del marciapiede, pare che abbia mosso i primi passi alla stazione. Fra calci e qualche raggio di sole sole è arrivato alla mensa delle suore.

Vive di espedienti, vive di sotterfugi, vive per andare. La vita gli pulsa dentro.

Nel pomeriggio poi, figuriamoci, è stato visto a miracolare le vecchiette in cambio di vino e sigarette. Alla fine la sera, fra bibbia, concertone e lacrime, nella nebbia, ci ha salutato.

E’ partito per non tornare, per cercare il suo posto nel mondo. In quella città in fondo al mare in cui i diamanti non valgono nulla, la doccia è la conseguenza di sogni puliti e le donne sono li per soddisfare i desideri più maschi.

E’ li il suo posto è li che il nostro vagabondo, il nostro eroe-fannullone in cerca della sua dimensione crede, crede, di aver trovato una casa in cui poggiare il suo cappello.

Non era buono per la terra, ha vagato fra strade dritte ed insignificanti e miniere di carbone fino a prendere la strada del mare. Ecco il nostro pirata del nuovo millennio che, inseguito dai pirati della strada, ha nascosto il suo tesoro in un’isola pedonale. Una borsetta con la scritta Prada e un santino con due tette niente male era tutto quello che gli sembrava avere un valore.

Il moderno Ulisse ha sfidato mostri degli abissi nella metro ed è sopravvissuto alle mani dei teppisti neanche fossero sirene metropolitane. Quando si è fermato, la sera, gli è bastato chiudere gli occhi per capire che la sua strada poteva essere solo quella verso la città in fondo al mare.

Aspettaci, osso di seppia.

WU

PS. Ovviamente (forse) liberamente tratto da questo capolavoro. Da cantare rigorosamente stonato ed a squarciagola.

Insensibile, piacevolmente insensibile

C’è qualcuno li?! Suona di vuoto, ma se ci sei batti un colpo, fai un cenno. Cerco qualcuno. Chiunque va bene. C’è nessuno in casa?

Dai, coraggio, rispondi. So che c’è qualcuno in casa. E so anche che ti senti triste. Fidati di me. Non è facile, ma provaci. Posso rimetterti in sesto, posso provare ad aiutarti.

Il primo punto per poterti aiutare è che tu me lo consenta. Devi farti aiutare. E per fare ciò ti devi rilassare, mi devi guardare e, fidandoti di me, dirmi esattamente e senza mentirmi dove ti fa male. Ti rimetterò in piedi se me lo lasci fare.

Il dolore è sparito, stai guarendo. Ma non ne sei ancora cosciente, non ne sei ancora convinto. Parli, provi a parlare, le tue labbra si muovono, ma io non ti sento parlare.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho avuto la febbre ed ero gonfio. Avevo le mani gonfie ed insensibili. E’ stata un’esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

Dai, vieni, una punturina e starai meglio. Non proverai più dolore, promesso. Forse un po’ di nausea; nulla di più.

Ce la fai ancora a stare in piedi; ti sto vendendo la guarigione; ti sto convincendo che sta funzionando; ciò è la base per farla funzionare. Questa punturina ti terrà in piedi ed arzillo per tutto lo spettacolo. Dai, esci di li, ora tocca a te.

Andiamo.

Dai, il dolore è sparito; stai risalendo la china come una nave in lontananza ondeggia onda dopo onda.

Ti racconto la mia esperienza; da bambino ho visto qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. Un pericolo? Una opportunità? Mi sono girato, ma era tutto sparito. Non riuscii a capire cosa fosse. E’ stata una esperienza che ancora ricordo; è una sensazione che avverto di nuovo.

Sto diventando, di nuovo, piacevolmente insensibile.

WU

PS. Nemmeno a dirlo (e quasi mi vergogno ad averla stuprata)

Jackson-patented shoes

 

DeDpS78MuBJZpDzyhxsQrCkh7mg8BT6oaMbz0YdXCJo.gif

Questa rimane per me una delle scene più epiche del mondo dei videoclip. La scena (forse) che ha portato i videoclip al livello di piccoli film (si, forse sto esagerando, ma forse secondo solo a Thriller il videoclip di Smooth Criminal mi pare un vero e proprio corto).

Sicuramente la scena che ha condizionato molto del mio concetto di ballo (tutt’ora completamente assente e più prossimo a scoordinate convulsioni). In particolare la “mossetta” di tutto il gruppo che pende in avanti è veramente mitica.

Può piacervi o meno il soggetto e/o la canzone, ma non potete dire che non vi siete mai chiesti, almeno una volta, come diavolo hanno fatto a realizzarla.

Onestamente pensavo a qualche cavo nascosto o effetti speciali digitali (anche se parliamo forse di anni in cui tale opzione era fra il recondito e l’impossibile). Invece la scarpetta brevettata Jackson pare essere la risposta… almeno secondo questo utente reddit.

Praticamente un tacco rinforzato con attacco a baionetta che si incastra in un perno nel pavimento (che mi auguro esser retrattile) consentiva ai ballerini la mossetta pendente. La cosa interessante è comunque notare la naturalezza con cui i ballerini riescono ad incastrare il piede e pendere riprendendo subito dopo il normale svolgimento del video.

L’idea è geniale, ma la realizzazione e la scioltezza nell’applicazione lo è di più (… e per me denota anche l’innegabile estro del non-citato artista).

WU

PS. Godetevi il video completo… per più di 9 minuti (attorno al minuto 7.10 per la scena pendente)

Raddrizza-banane

Quando mi trovo dinanzi qualcuno che riesce a mettere un eternità per portare a termine i più semplici compiti e contestualmente frustare l’interlocutore per atteggiamento fintamente oberato e le risposte da “muro di gomma”; oppure davanti a richieste continue ed incalzanti anche di mansioni con dubbia priorità, sono solito esordire con “non stiamo mica raddrizzando le banane”.

A parte il plurale utilizzato per ammorbidire l’esternazione, il concetto di avere una banana dritta mi è sempre sembrato una di quelle cose contro natura, inutili ed inutilmente dispendiose qualora qualcuno le avesse volute fare.

Ma mi sono sempre “consolato” all’idea che nessuno avrebbe mai provato a farle. Ovviamente anche gli scenari più truci devono prender forma prima o poi… raddrizzatore di banane incluso.

Karl-Friedrich Lentze è un “artista congetturale” tedesco che fra le varie idee esotiche riesce a far parlare di se (ed è forse questo lo scopo del suo “lavoro”) in quanto propositore di uno splendido sistema di per raddrizzare le banane.

E come sappiamo benissimo quando si ha un’idea in mente, il giustificarla è solo questione di tempo ed inventiva.

This is the biggest thing since sliced bread – the straight banana. Depending on the degree of the curve, chunks will be cut out of the banana, which are then resealed using a biologically safe plaster.”

Il sigaro-banana sarebbe facilmente immagazzinabile, trasportabile e più comodamente maneggiabile ed ovviamente mangiabile. Il sistema geniale richiede di aprire la banana tagliarne le parti ricurve e ri-sigillare dunque il cilindrotto ottenuto. Le parti tagliate sarebbero perfette per macedonia in scatola ed il tutto potrebbe essere splendidamente automatizzato.

Io non mi approccerei ad un sistema di tal sorta neanche per errore (Se non altro per non togliere l’aurea di inutilità nella locuzione del raddrizzamento di banane), ma evidentemente faccio eccezione.

L’artista ha infatti dichiarato di aver avuto numerosissimissime richieste per il sistema sigaro-banana e lo ha prontamente sottoposto all’ufficio brevetti di Berlino.

Dopo uova quadrate, meloni baby e mi fermo per pudore, mi mancava la banana cilindrica. Non si potranno neanche più raddrizzare le banane in pace.

WU

PS. Beh, poteva sempre proporre di rincollare i pezzi tagliati con colla edibile…

l’Angelus e la veglia

C’era una volta un bimbo che guardava, con un misto fra ammirazione e timore un dipinto appeso nel corridoio della sua scuola. Lo guardava tutti i giorni, anzi, lo osservava proprio; non erano sguardi superficiali, era proprio un’osservazione accurata del complesso e dei dettagli di quel dipinto. Ne usciva spesso turbato, ma quasi non poteva farne a meno.

L’immagine di quel dipinto lo accompagnava in classe, a casa e la sera, nel letto, quasi poteva replicare i singoli tratti.

La cosa che lo tormentava di quel quadro era che il ragazzo non era convinto che rappresentasse quello che sembrava. Gli appariva carico di una pesantissima intenzionalità latente, tanto da convincersi che era quasi un modo per nascondere alla luce del sole qualcosa di truce e tremendo. Cos’ calmo e rasserenante in superficie, così ossessivo e tremendo sotto traccia.

Il quadro ritraeva, almeno apparentemente, una fase cruciale della vita agreste: uno dei momenti del riposo. In particolare ritraeva una coppia di contadini che messi da parte gli arnesi del mestiere ed al accompagnati da campane che paiono risuonare da un campanile appena accennato sullo sfondo, annunciano l’Angelus. Questa scena di devozione religiosa li vede semi chini, a testa bassa, all’imbrunire, intendi nella preghiera.

Angelus.png

Ma il quadro non lo convinceva, il bambino sentiva che quei due contadini nascondevano qualcosa, qualcosa di atroce. Sentiva che quel loro gesto poteva voler dire altro. Non gli trasmetteva la calma e la pace che voleva far trasparire.

In realtà maturò dentro se l’idea che il gesto della coppia, a testa china verso il terreno, non fosse il momento dell’Angelus, bensì una veglia. Una veglia funebre sulla bara di un (loro?) bambino. Bara abilmente nascosta dai colori del terreno, ma che al bambino non era necessario vedere per sapere che in realtà era li.

Ci doveva essere, era questa l’interpretazione giusta del quadro. Ed il ragazzo ne rimase convinto tanto da portare avanti la sua interpretazione di quella scena di infanticidio mascherata da Angelus anche crescendo.

Quando crebbe in bambino chiese ed ottenne il permesso di ottenere una scansione ai raggi X del dipinto. Non della copia appesa nella sua scuola, ma proprio dell’originale. Era quello per lui il momento della verità, il momento in cui i suoi incubi infantili potevano finalmente svanire e le sue ossessioni prendere forma (che di solito è il primo passo per sconfiggerle).

Il risultato dell’analisi fu che in mezzo ai due contadini, ad altezza del terreno, coperta con più e più pennellate di colore ed infine dal dipinto di una cesta, sembrava esserci una piccola figura rettangolare.

“Dai! guardate! c’è una piccola bara proprio li in mezzo ai due!” esclamò. Era il momento della vittoria, il momento in cui ritrovare la propria pace interiore. Ed invece no. Il quadro aveva, negli anni, maturato la sua fama ed era ormai per tutti l’Angelus; una scena di intima preghiera, non certo una veglia per un infanticidio. Un piccolo parallelepipedo, benché ambiguo, non era certo sufficiente a scardinarne la personalità.

Ormai il quadro aveva una sua identità molto più forte di quella del bimbo e presto la teoria della bara fu semplicemente etichettata come una delle vivide suggestioni di quel ragazzo. Beffardo destino.

Il quadro è l’Angelus di Millet.

Il ragazzo si chiamava Salvator Dalì.

WU

PS.

Nel giugno 1932 si presenta d’improvviso al mio spirito, senza che alcun ricordo recente né associazione cosciente possa darne un’immediata spiegazione, l’immagine dell’Angelus di Millet. Tale immagine costituisce una rappresentazione visiva nettissima e a colori. È pressoché istantanea e non dà seguito ad altre immagini. Ne sono grandemente impressionato, grandemente turbato, poiché, nonostante che nella mia visione di tale immagine tutto “corrisponda” esattamente alle riproduzioni del quadro da me conosciute, essa “mi appare” nondimeno assolutamente modificata e carica di una tale intenzionalità latente che l”Angelus di Millet diventa “d’improvviso” per me l’opera pittorica più inquietante, più enigmatica, più densa, più ricca di pensieri inconsci che sia mai esistita

[S. Dalì, Il tragico mito dell’Angelus di Millet]