Categoria: art

Di calligrammi

I calligrammi (voi lo saprete di certo, la mia ignoranza mi limitava a riguardo) sono una sorta di poesia visuale. Componimenti poetici che appagano sia la mente passando sia per le orecchie ma anche per gli occhi.

Nel calligramma il poeta/pittore disegna un oggetto collegato al tema della poesia disponendo in modo opportuno le lettere che compongono i versi stessi.

Le radici dei calligrammi sono fra l’antico e l’antichissimo. Si parte dalla cultura indù, si passa dalla cultura ellenica, quella latina per arrivare ad avanguardie del nostro secolo.

Ora, benché i calligrammi siano opere ben consolidate e una pletora di famosi autori può annoverare un componimento del genere fra la sua produzione; il nome di Guillaume Apollinaire è storicamente associato a questo tipo di componimenti.

L’autore italo-polacco dei primi del ‘900 ha di certo fama anche per altro genere di componimenti, ma i suoi calligrammi furono effettivamente notevoli. Legato al simbolismo francese ed avvezzo a tematiche oniriche e malinconiche, il poeta praticamente cresce, si evolve attraverso i suoi calligrammi.

Si avvicina a tematiche più terrene legate alle rivoluzione industriale, all’automobile, cinema e cose “dei nostri tempi” adottando forme espressive più sperimentali che trovano nel calligramma il loro apice.

Il calligramma, così come ce lo “insegna” Guillaume libera praticamente la metrica dalla forma convenzionale e riesce ad esprimere con tutti i mezzi possibili il concetto da trasmettere.

Calligrammi.png

L’energia delle parole trasmessa (anche) attraverso gli occhi.

Da provarci.

WU

Annunci

Ormai è tardi

Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi, puoi cambiare o rimanere come sei, non esiste una regola in questo. Possiamo vivere ogni cosa al meglio o al peggio, spero che tu viva tutto al meglio, spero che tu possa vedere cose sorprendenti, spero che tu possa avere emozioni sempre nuove, spero che tu possa incontrare gente con punti di vista diversi, spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita e se ti accorgi di non esserlo, spero che tu trovi la forza di ricominciare da zero.

[Benjamin Button]

In fondo, anche se spesso siamo portati a crederlo, non siamo alberi. Meglio un tentativo, magari un errore che la stasi o il nulla.

Ve lo ricordo, me lo ricordo… sforzandomi di stare alla larga dalle varie quote e frasi motivazionali che vanno ormai di moda solo per mettere uno stato su qualche social e mi lasciano un po’ di amaro in bocca sulla reale comprensione delle stesse da parte dei loro “fruitori”.

WU

PS. E’ un film che, forse immotivatamente, mi mette sempre tanta tristezza.

Le soluzioni della plastica

DSC_0213.JPG

Guardavo un muro a caso, di una stadina laterale a caso, di un centro storico a caso, di una piccola città “storica” italiana a caso. Tutte queste casualità mi hanno portato ad incantarmi dinanzi la foto di cui sopra.

La mia prima reazione è stata un evidente ghigno per poi chiedermi (…ovviamente dopo aver immortalato il graffito con il pronto utilizzo di un oggetto fatto in plastica) il significato che nella mente “dell’autore” avesse dovuto avere la frase.

La mia prima idea è stata, ovviamente (?) l’ironia; l’autore ha voluto sottolineare con un cipiglio ironico il fatto che la plastica NON sarà la soluzione alla fame dal mondo? Ma… fermiamoci un momento; in realtà si stanno mettendo insieme due concetti che se non fosse per il packaging (ve lo ricordate questo?) non vedo che attinenza possano avere. Beh… prendendola alla larga: la plastica uccide, in vario modo, piante ed animali e ciò non fa altro che indebolire le nostre risorse alimentari e quindi non aiuta di certo la fame nel mondo. Si, ok, mi sembra un po’ troppo arzigogolato e perverso… potevamo sempre dire che “La plastica sarà la soluzione alla deforestazione” oppure “La plastica sarà la soluzione all’estinzione”.

Ora inizio con castelli, di quelli seri.

L’autore vuole dirci velatamente che ha trovato un ingegnoso metodo per convertire la plastica in una qualche forma organica alimentare che può davvero essere usata per sfamarci? L’invenzione del secolo rivelata su un muretto a caso?

L’autore vuole dirci che l’indotto economico che ruota attorno alla plastica potrebbe (sarà?) riconvertito a scopi più umanitari tipo risolvere la situazione di fame nel mondo? Buonismo o aggiotaggio (ora vado a vedere il trend delle azioni delle più grandi aziende produttrici di plastica)?

L’autore vuole dirci che in generale il progresso tecnologico, che inevitabilmente porta con se la necessità di alcuni materiali, sta effettivamente aprendo la strada alla soluzione del problema della fame nel mondo? Cioè sarebbe un po’ come scrivere “Il silicio sarà la soluzione alla fame nel mondo”.?

L’autore vuole spingerci, motivarci a legare due concetti diversi e lontani per cercare una soluzione combinata ad entrambi? Stiamo davvero parlando del packaging alimentare? Stiamo parlando della fame causata dalle industrie di estrazione petroliera (o lavorazioni varie durante il ciclo di produzione della plastica) alle popolazioni locali?

La verità è che ho elucubrato un po’ troppo (si, anche per il puro piacere di farlo), ritengo comunque l’ironia lo scopo più probabile del graffito. Altre idee?

WU

PS. Scusate, ma non è che potremmo un giorno anche leggere “La plastica sarà la soluzione alla pace nel mondo”?

Triply Ambiguous Object

Due dimensioni? Tre dimensioni? Dove è l’alto? Dove il basso? Già e facile restare ingannati dalla propria vista dinanzi ad un qualche oggetto ambiguo; ancora più facile dinanzi un oggetto ambiguo ed il suo riflesso; figuriamoci se mettiamo due specchi e vediamo tre “versioni” di una ambiguità.

Decisamente geniale, comunque, il concepire un oggetto che dia impressioni diverse in base alla direzione dal quale lo si guarda.

Ora mi dovete dire se siete in grado di concepire un oggetto bidimensionale che, appoggiato su una superficie piana, possa sembrare tridimensionale. Io, ovviamente, no, ma tutto sommato fin qui non è impossibile. Facciamo un passo oltre; in base al punto di vista da dove lo si osserva l’oggetto deve sembrare differente… e già qui le cose si complicano. Anzi; dati tre punti di vista diversi dobbiamo avere l’illusione di avere davanti tre oggetti diversi. Mi arrendo e mi godo questa illusione.

In generale la percezione della terza dimensione può essere data con un gioco di luci ed ombre e l’inversione di alcune simmetrie può ingenerare l’illusione di avere davanti oggetti diversi guardando un oggetto e la sua immagine riflessa allo specchio. Ma la percezione di tre oggetti diversi tridimensionali, partendo da un singolo oggetto planare richiede effettivamente un po’ di studio (… e mi immagino qualche tentativo) in più.

This class of objects have three different interpretations. There are many ambiguous figures and objects such as the Necker cube, the Schroeder staircase, crater illusion and the Rubin’s base, but they give only two interpretations. We can construct the triply ambiguous objects systematically by drawing a picture of a rectangular surface without occlusion and by inserting small objects such as poles with flags to designate the direction of the gravity.

L’illusione in oggetto non è scelta a caso, ma, ideata della Meiji University in Giappone, è niente-popo’-di-meno che il vincitore del Best Illusion of the Year Contest. 3000 dollaroni suonanti al primo classificato, vale ben farsi spremere un po’ le meningi.

TriplyAmbiguousObjects

WU

PS. Qui una guida su come costruire questi oggetti e sotto un po’ di possibili esempi. Almeno cercando di copiare le immaginette varrebbe la pena provarci.

PPSS. Mi sto trattenendo da derive antropologiche ponendo domande tipo: come apparirebbe un essere umano triplamente ambiguo? Sono io multi-ambiguo? E voi? Serve uno o più specchi e qualche bandierina per vederlo? … lasciamo stare.

Il nostro porto di attracco non dà segno di sé

Non ne posso più. Fra cocktail e pistole, scelte di circostanza, cosa bere e come farsi vedere. Non ne posso più.

Sto attraversando questo canale che sembra non finire mai. Sono circondato da trafficanti e rifugiati, siamo un po’ ai confini del mondo; anzi, dove abbiamo cambiato i confini del mondo. E la cosa si vede anche nell’umanità che vi abbiamo messo dentro.

Vento appena a nove nodi, questa traversata durerà molto. Siamo come un punto fermo nel mare. Odore di nafta da nascondere. Ma su questo siamo preparati, fra odore di tè ed erba (buona da queste parti) da fumare. Inganniamo l’attesa del nostro porto d’attracco che per il momento si nega alla nostra vista; altro tè, signori?

Mi ricordo che tutto iniziò a Londra, la compagnia era contenta di mandare questo giovane comandante per mare. E lo credo bene, mica a tutti conviene mandare esplosivo ai fuoriusciti. Ed ora sono qui, in questa galera, per mare, cercando un porto che si nega alla vista, circondato da trafficanti e rifugiati. Non ne posso più. Signori, ancora del tè?

La francese si sente sola, l’ambasciata portoricana continua a ballare. Non ne posso più. Li vedo agitarsi su questa polveriera; aspettano tutti un porto che si nega ancora in questa eterna traversata. Tè? Pina colada? Coca-cola?

Non ne posso più.

WU

PS. Liberamente stroppiando, come da tradizione, questo capolavoro.

Ma mamaçita, Panama dove è? (girovagando per la rete mi pare di aver capito che “mamaçita” è una sorta di appellativo colloquiale per dire “bella gnocca”… 😀 )

PPSS. Ma voi (che ci capite, non di certo come me…) con che genere musicale etichettereste questa canzone? Prima che me lo chiediate: no, non è necessario assegnargli un’etichetta; è solo per imparare qualcosa.

Carneade di Cirene

… e non dite che non lo conoscete! Anzi, ditelo! Non lo conoscete praticamente per antonomasia. Come dire che non dovete conoscerlo. Ho già fatto casino in meno di tre righe…

Il soggetto in questione è un filosofo scettico vissuto fra il 214 e 129 a.C. E fin qui non credo di aver aggiunto nulla al fatto che non avete (abbiamo) idea di chi sia. Procedendo su qualche (assolutamente inutile in questo caso) dettaglio storico, Carneade di Cirene fu un filosofo abbastanza rinomato, della scuola di Atene, che non ha lasciato opere scritte di suo pugno… ma che è passato alla storia per altro.

Carneade! Chi era costui?” ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. “Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui?” Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo! [A. Manzoni, I Promessi Sposi]

Praticamente è entrato a far parte del nostro vocabolario … e non grazie a lui. Nel capitolo VIII de “I Promessi Sposi”, Don Abbondio è immerso nella lettura di un panegirico. Beh… il celeberrimo incipit del capitolo è: “Carneade! Chi era costui”. Frase che il Don pronuncia fra se e se trovando citato il filosofo di cui evidentemente non sa un granché.

Ora, per una serie di evoluzioni filologiche che trascendono dalla mia comprensione (e che IMHO sono molto figlie del caso e qualunque giustificazione leggessi la troverei più o meno forzata) tale incipit ha avuto un successo inaspettato, forse allo stesso Manzoni. Tanto da consentire a Carneade l’accesso al nostro vocabolario descrivendo, per antonomasia, una persona mai sentita nominare.

In realtà, volendo dare una ulteriore sfumatura all’accezione di “Carneade!”, non stiamo parlando di uno sconosciuto qualsiasi, bensì di un’illustre sconosciuto. Di una sorta di personaggio che potrebbe/dovrebbe/vorrebbe esser famoso di cui ne sappiamo fra il poco e nulla.

WU

PS. In realtà (chissà poi quale sarebbe la realtà della realtà), pare che Carneade non fosse neanche uno dei filosofi meno noti del suo tempo, anzi godeva anche di una certa fama. Manzoni utilizza l’incipit per sottolineare la scarsa cultura di Don Abbondio, ma poi il successo travolgente di “Carneade, chi era costui!” ha ironicamente collocato CArneade dall’essere semi-famoso ad essere sconosciuto per eccellenza. Quando si dice ironia della sorte.

PPSS. Carneade come sinonimo di illustre sconosciuto vale di certo in Italia dove l’influenza manzoniana nella lingua odierna è ancora molto forte. Chissà se all’estero (eg. in Grecia?) Carneade ha conservato parte della sua fama…

PPPSSS. chissà se il nome (ed i testi?) di Carneade fosse stati scritti in Sans Forgetica… 😀

come si chiamava? Sans Forgetica!

Quanto è facile leggere? Quanto è difficile leggere? Diciamo che dipende sostanzialmente da: quanto ci interessa ciò che stiamo leggendo (no, in questo senso, io non credo nell’esistenza degli stupidi, solo dei disinteressati), quanto difficile è ciò che stiamo leggendo (diciamo che se mi date un testo in burocratese, anche se mi interessasse, farei molta fatica a digerirlo…), in che carattere è scritto.

In mancanza di argomentazioni più profonde ( 🙂 ), soffermiamoci un attimo su quest’ultimo aspetto. Sans Forgetica è un carattere tipografico studiato per essere… difficile. Alcuni ricercatori della Royal Melbourne Institute of Technology volevano proprio un carattere difficile.

Ora, la domanda, più che legittima è: ma perché vogliamo un carattere difficile da leggere? Perché l’essere umano ha una solida costante: se non fa fatica non ricorda. Le cose troppo facili tendiamo a cancellarle presto dalla memoria; non hanno richiesto troppo sforzo (e, consentitemi una divagazione, credo sia questo uno dei problemi principali dell’attuale facilità di accesso alle informazioni che ci porta ad essere tutti tuttologhi senza però sapere veramente nulla).

Tornando a noi; un carattere difficile da leggere ci fa fare più sforzo e ci porta a ricordare meglio ciò che leggiamo. Almeno in teoria. Nel senso che uno sforzo maggiore nella lettura ci forza ad un’analisi più approfondita del testo che pertanto ci rimane automaticamente più impresso.

Sans Forgetica is a font designed using the principles of cognitive psychology to help you to better remember your study notes

La base psicologica/comportamentale è quello della “difficoltà desiderabile“; in breve: se ti sfido a fare qualcosa di leggermente al di fuori della tua zona comfort (che si riduce velocemente con la banalità delle mansioni), allora lo sforzo che ci metterai aiuterà le tue prestazioni a lungo termine. In questo caso lo sforzo nella lettura aumenta i risultati cognitivi e mnemonici.

San Forgetica è inclinato dal lato opposto rispetto ad un normale corsivo (il che già lo rende poco familiare per noi) ed alcune sezioni di alcune lettere sono rimosse così che l’occhio richiede qualche istante in più per identificarle (mi viene da dire… finché non impariamo a renderle familiari…). Il font è scaricabile da qui (… che è anche un sito ben fatto per provarlo on line).

Ah, non è la panacea di tutti i mali, ne il sacro Graal dell’apprendimento. Per imparare e ricordare qualcosa bisogna studiarla. Bastasse un carattere per essere tutti geni …

SansForgetica.png

WU

PS. Sono personalmente un fanatico dei caratteri da videoscrittura. Arial NON è Times, innanzitutto. PReferisco quelli senza grazie, ma non disdegno segni “di abbellimento). Ne esistono a paccate, come sapete, secondo me molto più belli, puliti e leggibili e … sconosciuti. Garamond? Bell MT? Più che aperto a suggerimenti :).