Al nero non c’è mai fine

Vi ricordate quando dicevamo che ci piace, in qualche modo, per qualche motivo, per una combinazione di evoluzione della specie ed ingerenze sociali, il nero (no, non quello da asfaltare…)?. Tipo qui o qui.

Ad un certo punto, non tanto tempo fa, invero, ci eravamo anche convinti di aver trovato il nero più nero (tipo “più profondo del fondo degli occhi della Notte del Pianto”) nel Vantablack. Materiale, artificiale, in grado di assorbite il 99,96% della luce incidente.

Lontani dalla volontà di scoprire qualcosa di ancora più nero, ci siamo (beh, non io direttamente, evidentemente, bensì un team di ricerca del MIT) dedicati a cercare di migliorare le capacità di conduzione termica ed elettrica di vari materiali. Fra questi l’alluminio. Il metodo seguito era quello di provare ad accrescere sulla loro superficie dei nanotubi di carbonio (che continuano ad essere estremamente di moda).

L’allumino ossidandosi perde le sue capacità termiche ed elettriche. Trattandolo con cloruro di sodio si è in grado di eliminare l’ossidazione erodendo un piccolissimo strato superficiale. Un foglio di alluminio così trattato è stato usato come substrato per depositare dei nanotubi di carbonio che avrebbero dovuto restituire ed addirittura migliorare le capacità temo-elettriche del materiale. Cosa che è effettivamente successa, ma il processo ha anche conferito una colorazione estremamente scusa al materiale. Ma così scura che non è passata inosservata (… è proprio il caso di dirlo…).

Da questa ricerca è stato scoperto (sotto il certamente-non-entusiasmante titolo Breakdown of Native Oxide Enables Multifunctional, Free-Form Carbon Nanotube–Metal Hierarchical Architectures), non so se dire “per caso”, un materiale in grado di assorbire addirittura il 99.996% della luce incidente, quindi tecnicamente un nero 10 volte più nero del Vantablack.

SuperNero.png

Il materiale è praticamente un foglio di alluminio con una foresta di nanotubi di carbonio verticali sulla superficie. La colorazione, inoltre, contribuisce alle proprietà termiche del materiale che è in grado di convertire in calore gran parte dell’energia luminosa che riceve. Le applicazioni, concentrandosi sulle proprietà cromatiche del materiale, sono più o meno le stesse del Vantablack: telescopi, fotocamere e soprattutto arte 🙂 .

Ah, non ha ancora un nome; suggerimenti?

WU

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James Gatz, ovvero “Il grande Gatsby”

Quand’ero più giovane e indifeso, mio padre mi ha dato un consiglio che ho fatto mio da allora. «Tutte le volte che ti viene da criticare qualcuno», mi ha detto, «ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu».

Non ha detto nient’altro, ma siamo sempre stati insolitamente comunicativi in modo riservato, e capii che intendeva molto più di questo. Di conseguenza, tendo a evitare ogni giudizio, un’abitudine che mi ha fatto incontrare molti tipi curiosi e reso vittima di non pochi inveterati scocciatori. La mente anormale è rapida nell’individuare e attaccarsi a questa qualità quando si rivela in una persona normale, e perciò al college sono stato ingiustamente accusato di essere un politicante, perché ero a conoscenza dei dolori segreti di uomini sconosciuti e sfrenati.

Molte confidenze non erano cercate – spesso ho finto di dormire, di essere preoccupato, oppure mostravo un’ostile frivolezza quando mi rendevo conto da qualche segno inconfondibile che si profilava all’orizzonte una rivelazione intima; perché le rivelazioni intime dei giovani, almeno nei termini in cui sono espresse, tendono a plagiare e sono alterate da evidenti omissioni. Astenersi dal giudicare implica un’infinita speranza. Ho ancora paura di perdermi qualcosa se mi dimentico che, come mio padre snobbisticamente suggeriva, e io snobbisticamente ripeto, il senso di un’indispensabile decenza è suddiviso in modo ineguale alla nascita.

E dopo essermi vantato della mia tolleranza, ammetto che ha un limite. La condotta può essere basata su una dura roccia o su un’instabile palude, ma dopo un certo punto non m’importa su cosa è fondata.

[Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald, 1925]

WU

PS. Altro notevole passaggio che da voce ad un mio sogno nel cassetto, giustamente irrealizzabile direi.

La sua vita era stata confusa e disordinata… Ma se poteva ritornare a un certo punto di partenza e ricominciare lentamente tutto da capo, sarebbe riuscito a scoprire qual era la cosa che cercava.

PPSS. Il libro, confesso, non l’ho mai letto integralmente. Ho mangiucchiato pezzetti qui e li (ed anche del film). Ne sono legato da un rapporto che definirei contrastato: mi attira, ma non abbastanza da leggerlo in maniera antologica.

Sono certo che prima o poi lo farò; mi da l’idea di una accurata ed ironica descrizione di un mondo in cui l’indifferenza e la mancanza di autentici affetti la fa da padrona.

Intanto ogni tanto ci ripenso; all’incipit, più che altro.

Il cesso trafugato

… ve lo ricordare questo? Uno dei cessi più affascinanti a cui mi capita tutt’ora di pensare. Ovviamente quando ne uso uno “normale” e non di certo quando posso liberamente espletare… ma questa è un’altra storia.

Il cesso in questione è “America”, opera d’arte di Cattelan: 103 chilogrammi di oro per 5 milioni di valore. Ammettiamo che, arte e cesso a parte, almeno economicamente è un oggetto che farebbe gola a parecchi.

Ed infatti il water è stato recentemente rubato!

L’installazione era effettivamente un cesso funzionante installato nella residenza natale di Churchill. Il furto è stato una performance in piena regola: ladri che entrano “di forza” sfondando il cancello, water divelto di forza, lanciato dalla finestra (non deve essere stato leggerissimo…), raccolto di peso dal cortile, caricato nel furgone e fuga. Da manuale e senza troppa fantasia.

CattelanFurto.png

Le indagini, sia quelle ufficiali e certamente anche quelle ufficiose, sono tutt’ora in corso. Un uomo che era stato trattenuto e che era al momento il maggiore indiziato, nonché l’unico, è stato rilasciato. Più di cento chili di oro, 5 milioni di valore (in questo periodo che la quotazione dell’ora sta anche salendo…) letteralmente svaniti nel nulla.

Fra le ipotesi di colpevolezza si è anche puntato il dito sullo stesso Cattelan, non nuovo a bravate del genere. L’artista stesso, tuttavia, smentisce tali voci confermando però la sua stima nei ladri ed invitandoli ad usare, e non fondere, il dorato cesso.

Non posso celare una velata invidia, sia per l’oggetto che per il furto.

WU

Di grande aiuto fu il suo consiglio

Avete presente quando sentite una frase che vi dice, ma vi suona abbastanza strana? Avete presente quando cogliete il senso di una frase, ma c’è qualcosa in quello che avete sentito che disturba il modo solito in cui percepite una data frase?

Beh, è altamente probabile che siate in presenza di una anastrofe (che poi la cosa sia voluta o meno da parte del vostro interlocutore potete approfondirlo…). Si tratta, praticamente, di una figura retorica che consiste nell’inversione dell’ordine abituale di un gruppo di termini.

Inutile dire che è una figura ampiamente usata nella poesia o nella “prosa colta” e che spesso da all’interlocutore di ascoltare chissà quale asserto semplicemente perché suona un po’ diverso dal solito (approccio un po’ ampolloso, forse, ma che non disprezzo… mi da l’idea di un testo di altri tempi, di altri luoghi).

“eccezion fatta”, “cammin facendo”, “divina provvidenza”, “di me più degno”, vi dicono qualcosa?

Chiudo ovviamente con una citazione leggermente più degna:

Sempre caro, mi fu quest’ermo colle” (e non “Questo colle ermo mi fu sempre caro“… meno male che esiste l’anastrofe)

Posso banalizzare con un anastrofe: parole in disordine. Banalizzando un po’ meno: funzionali piccolezze retoriche.

WU

PS. Dal greco (ma va?!) anastrofhe che vuol dire niente meno che “inversione”.

PPSS. Ora devo anche dire, per di completezza amor, che l’anastrofe è una figura retorica simile (ma evidentemente non uguale) all’iperbato. In quest’ultimo caso, infatti, la figura retorica separa due termini che dovrebbero essere vicini… tipicamente per dargli più rilievo.

L’incrocio, la casa, la chiesa, la croce… oppure l’autostrada

Neanche a farlo apposta l’avevano messa proprio la. Al confine fra vento e sete, fra fate ed altre (ir)reali creature. Poche a dire il vero. Eppure la Casa era la. E ci stava bene. Le facevano compagnia un paio di tristi e disperate strade polverose. Non una grande compagnia, ma comunque una volta erano pur piaciute a qualcuno. Qualcuno le aveva fatte, le aveva percorse ed aveva abitato quella casa.

Non quel qualcuno, ma un altro qualcuno, altrettanto (ir)reale passando si fermò all’incrocio. Non aveva motivo, non aveva voglia, ma aveva tempo. Aspettiamo he arrivi l’estate, pensò. Da quelle parti non era certo un periodo felice; il caldo e la sete ti tolgono la pace, ti spezzan la voce. E la polvere, la polvere, copre ogni cosa.

Nell’attesa la ricerca, immobile, di un luogo meno intimo, meno suggestivo, meno “wetern”, ma più innocuo, più convenzionale, che dia una qualche speranza di andarsene. Come se servisse. Di andarsene in una città. Non sono certo starò meglio, senti no, ma ad ogni modo mi porterebbe lontano da qua.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Al bivio solitario ed impolverato, poco distante dalla Casa, la chiesa. La chiesa era uguale alle case. Ma aveva una croce, forse un po’ più di vernice ed una fiaccola a farle luce. Li, in quella chiesa, a braccetto con il prete, vidi lei. C’è sempre una lei. Era il cinque di Aprile.

Non so se era lei oppure io oppure il luogo. Ma sentii una dolce brezza, quasi colorava l’opprimente quiete e soprattutto spargeva un profumo di pane alle olive. Quando mi vide mi sorrise. Credo mi sorrise. Ma all’improvviso, di certo, il profumo di pane alle olive si fece più intenso.

E la gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

Ci sono giorni che ti cambiano la vita. giorni in cui succede qualcosa di fata, qualcosa di dolce e fatale. Trovare la neve, invece della polvere, ad esempio. Oppure come quel giorno che lei mi sorrise; mi sorrise ma senza voltarsi e senza fuggire. Rimase li, immobile ed impassibile come quel luogo. Era come incontrare il destino in quel posto, inatteso. Guardarla fu come morire, ed ovviamente non sapevo che dire. Ci pensò lei, e mi spiazzò. “Mi piace guardare la faccia nascosta del sole, vedere che in fondo si muove dormire distesa su un letto di viole”.

Rimasi impietrito, fissando la croce e l’incrocio. Rimasi fermo, impaurito e continuai a fissarla attonito finché mi chiese “ed a te cosa piace?”. Avrei potuto passar ore a cercare di rispondere a quella domanda. Non mi mancava il tempo, mi mancava l’accesso alla mia anima che mi dicesse cosa rispondere. “Mi piace sentire la forza di un’ala che si apre, volare lontano, sentirmi rapace, capace di dirti ti amo, aspettiamola insieme l’estate”.

Non che pensassi di aver dato una risposta all’altezza della domanda. Mi vergognavo e volevo quasi sparire, ma mi fermai semplicemente a pensare alle cose che avevo da offrirle: l’incrocio, la casa, la chiesa, la croce.

Ah, già avevo anche lo spettacolo atroce di tutta a gente che passa ci guarda e prosegue veloce, ci osserva e prosegue veloce, magari saluta, ma sempre prosegue veloce. Se almeno si vedesse l’autostrada.

WU

PS. Questa è stata veramente una piacevole sorpresa. Rientra di certo nella mia ignoranza musicale, soprattutto del panorama musicale italiano.

Più che di una canzone mi da l’idea di un racconto, mi fa sentire immerso in un mischione di immagini, polvere, silenzio, luoghi remoti ed isolati (a parte l’antitetica autostrada, ovviamente, che si nega, forse saggiamente, per non rovinare quantomeno l’odore di pane ed olive), senza tempo e senza significato, se non per quello che serve per avere accesso alle proprie “verità segrete dell’anima”… e scusate se è poco.

Il solito disarmonico, non richiesto, a-flusso-di-coscienza, contributo a questo pezzone qua.

Lupululà e Castellululì

Che questo film sia un capolavoro non devo certo dirlo io.

Oggi, nello sfogo di una fanta-riunione, mi è tornato in mente questo sketch (e vai a sapere il perché… forse perché avrei di gran lunga preferito sganasciarmi di risate davanti questa scena che farlo davanti a quello che vedevo/sentivo…).

Mi sono messo quindi a gigioneggiare sull’origine di questo dialogo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula…
Igor: There! Là!
Frankenstein: What? Cosa?
Igor: There… wolf… and There… castle! Lupu… ululà e Castellu… ululì!
Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?
Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato.
Frankestein: No, I don’t want to! No, non è vero!
Igor: Suit yourself, I’m easy! Non insisto, è lei il padrone!

Effettivamente mi pare molto più brillante e divertente la versione italiana di quella originale, che pure si basa su un giochetto di parole, ma che mi pare rimanga più letterale e meno estrosa (ecco, sto parlando come un qualche critico di qualche cosa… me ne vergogno già…).

Pare che la traduzione originaria del film (di tutto il film, non solo di questo passaggio) fosse stata affidata ad un tal De Leonerdis che aveva già tradotto diverse opere, anche di grande successo. La sua traduzione, pare a causa del direttore commerciale della Fox Italia che forse non aveva previsto il grande successo che avrebbe avuto la pellicola (…alla faccia del direttore commerciale…), risultava troppo pedissequa e letterale ed il dialogo sopra, in particolare, rendeva male il suo potenziale comico.

Senonché un tal Mario Maldesi, che era stato il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film originale di Mel Brooks, decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura e sul doppiaggio. Maldesi aveva visto il film originale e ne aveva colto il genio e non poteva evidentemente tollerare che (beh, direi che si chiama passione… in fondo era anche un po’ la sua creatura) fosse destinato ad una fine mediocre proprio a causa del doppiaggio… almeno in Italia.

E così si dedicò a rivedere il doppiaggio di De Leonardis, sbizzarrendosi, specialmente nella scena in cui Igor, andato in stazione a prendere il dottor Frankenstein guida il suo carretto verso il castello. Mentre Inga si spaventa all’ululare di alcuni lupi Igor ed il dottore si lanciano in un breve, surreale dialogo che si basa su un gioco di parole che (in inglese: Where wolves e Werewolves) difficilmente traducibile in italiano… a meno di non introdurre un bel “Lupululà e Castellululì”.

Altro che “There Wolves! There Castle!”.

WU

Lo sbiadimento periferico

Continuando con la serie illusioni ottiche (vulg. giochi per flipparsi la mente mentre si cerca di non pensare o si è coscienti che si dovrebbe pensare ad altro).

La nostra mente, e tutte le “periferiche” ad essa connesse funziona in un modo geniale e sopraffino e spesso e volentieri facciamo fatica noi stessi ad accorgercene.

Se fissiamo una scena, ad esempio, la mente è in grado di concentrarsi su ogni minimo dettaglio con dei micro movimenti dell’occhio che, fra una battuta di ciglia e l’altra, ci consentono di percepire l’ambiente circostante in ogni dettaglio. Ma la mente va oltre: i dettagli immutabili vengono “scannerizzati” sono una (o poche) volte. La mente non si concentra più di tanto sulle cose statiche preferendo focalizzare la propria attenzione sulla realtà in movimento.

Benissimo. Cosa succede se forziamo la mente a concentrarsi su una scena assolutamente statica? Beh… proviamo. L’immagine sotto è esattamente questa scena fissa, statica e (diciamoci la verità) neanche troppo entusiasmante.

TroxlerImg
Forzare ma mente significa, nel caso particolare, costringersi a guardare il puntino nero nel centro evitando di sbattere le palpebre. Nel giro di qualche secondo (beh, forse qualche decina si secondi) l’immagine inizierà a dissolversi e le tenui sfumature lasceranno posto ad un bel riquadro, uniformemente ed insipidamente… grigio. Provare per credere.

Era il 1804 quando Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filoso svizzero (l’epoca in cui la commistione delle mansioni scientifiche ed umanistiche era un altro modo per aprire la propria mente), fece notare (peripheral fading) che fissare qualcosa con scarsa attenzione ed intensamente porta a far sparire, dalla nostra mente, l’immagine di ciò che stiamo guardando. Il cervello gestendo migliaia di stimoli contemporaneamente tende infatti a scartare immagini statiche ed insignificanti. Finché anche guardandole non le vediamo più.

I nostri sensi, più in generale, si abituano a sensazioni persistenti nel tempo (da cui: l’omo è quella bestia che si abitua, no?!); non ci accorgiamo del peso dei nostri vestiti, degli occhiali che abbiamo in volto oppure del profumo che ci siamo messi la mattina. Ci abituiamo, ed i sensi prima di noi. Il cervello risparmia risorse sorvolando sulle cose meno interessanti e concentrandosi sugli stimoli più salienti.

Non preoccupiamoci, è difficile che ci metteremo mai, nella vita reale, a fissare una immagine tenua e sfocata con sguardo perso e fisso. I micromovimenti dell’occhio ed il trambusto della quotidianità almeno in questo ci aiutano. Un buon modo, tuttavia, per sondare meccanismi di noi stessi a cui siamo inconsciamente abituati dalla nascita.

WU

PS. Funziona (stranamente) anche con me. Se avete qualche “problema” cambiare angolazione o la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere…

A strange game, by Wargames

Oggi mi hanno fatto tornare in mente questo film. Fa parte dei miei ricordi di infanzia (e già avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava… 😀 ) anche se non mi è mai rimasto impresso più di tanto.

Sto parlando di una specie di tecno-fantasy da guerra fredda in cui l’arsenale nucleare americano si arma quasi fosse un gioco… appunto.

In brevissimo (è un film del 1983 non credo si possa chiamare spolier, ma in case saltate allegramente): Settle, un giovane hacker amante dei videogiochi componendo numeri telefonici a caso riesce a raggiungere il supercomputer che si occupa di difendere la buona America dalla cattiva Russia. Il computer in questione è una sorta di intelligenza artificiale ante litteram che si allena con simulazioni di guerra e giochi di strategia per farsi trovare pronto a fare la contromossa ad un eventuale attacco russo. Vedendo la lista dei giochi su quel pc il nostro amico hacker si convince di esser entrato nell’azienda produttrice di videogiochi che cercava ed inizia a giocare contro il super computer ad una guerra termonucleare in cui, guarda un po’, lui assume il ruolo dei sovietici. Per il ragazzo è solo un gioco, per il computerone una seria minaccia. Le mosse del ragazzo sono scambiate per veri attacchi e tutto lo stato maggiore dell’esercito allertato per l’imminente attacco. La commistione fra “realtà reale” e “realtà virtuale” dilaga: i russi prendono i movimenti delle truppe americane come una dichiarazione di guerra e gli amMericani a loro volta sono insospettiti dalle strategie sovietiche. Il “gioco” si autoalimenta fino a delineare l’inizio di una guerra termonucleare. E’ praticamente tutto in mano al computer con una “sapente” esclusione del fattore umano che continua a decidere la strategia migliore per sterminare il nemico. L’algoritmo inizia a provare tutti i codici di lancio per avviare la sua offensiva.

Viene qui la parte che mi ha più colpito oggi del vecchio film: il modo con cui si cerca di fermare l’intelligenza artificiale ormai convinta di voler sterminare l’umanità: giocare a tris.

Praticamente l’idea del ragazzo per riuscire a fermare il computer è semplicemente quella di sovraccaricarlo. Al computer viene chiesto di giocare a tris contro se stesso: le partite finiscono velocemente in condizioni di stallo una dopo l’altra e lo stesso avviene con le varie simulazioni di guerra. Il pc “tralascia” (con tanto di scintille dai monitor come i fantasy anni ottanta-novanta volevano) le operazioni di lancio fino a convincersi che tutte le varie opzioni di guerra portano allo stesso risultato:

A strange game. The only winning move is not to play.

Il computer interrompe qualunque simulazione e chiede al suo creatore se non sia meglio giocare a scacchi.

Beh, diciamo che a parte un po’ l’effetto amarcord mi ha colpito molto l’approccio del “tris contro se stessi”. Praticamente un egregio modo per distogliere l’attenzione da compiti più seri è quello di focalizzare l’attenzione su processi abbastanza inutili, ripetitivi e senza speranza di vittoria. La condizione di stallo che si ripete ad ogni partita mi ricorda tanto le molteplici discussioni con i muri di gomma che trovo (troviamo, ne sono certo) qui e li.

WU

PS. Sotto la “scena madre” (nell’opinione di questo fesso) del film.

RGB 255,188,144

Secondo voi che colore è? Basta andare su un programma di disegno (o al limite anche su Office…) per scoprirlo. Stiamo parlando di una specie di beigino smorto tendente al salmone che vedrei bene come colore per una casa in un porticciolo in riva al mare.

Ora vediamo l’immagine sotto. La domanda “di rito” è di che colore sono le sfere? Beh, piuttosto semplice (e quindi piuttosto sbagliato, altrimenti di che stiamo parlando?): rosse, verdi, viola (o forse blu?).

SfereIllusione

Come “prevedibile” le sfere sono tutte dello stesso RGB 255, 188, 144 e sono poi le linee orizzontali a darci l’illusione che siano di colori diversi. In particolare ogni sfera ci appare del colore delle linee che gli passano sopra, le altre tonalità fanno da sfondo (per confonderci un po’ meglio…).

E’ l’ennesima illusione ottica del genere (credo solo la più recente in ordine temporale, ma in questo Google è certamente più affidabile di me) che si basa sul fatto che noi non percepiamo “colori assoluti”, ma li paragoniamo con l’ambiente circostante (avete mai provato a guardare una foto e giudicare i bianchi salvo poi accorgervi che erano tonalità gialline se messe accanto a qualcosa di veramente bianco?).

Così, passatempo da ombrellone (sotto il quale non sono).

WU

PS. Per i più scettici potete semplicemente usare MS Paint: strumento “preleva colore” su ciascuna sfera e tracciate delle linee accanto al disegno. Magia delle magie… tutte del solito RGB 255, 188, 144.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).