Il calciatore e La rovesciata

Probabilmente lo sappiamo già tutti, ma vale la pena ricordarcelo un attimo.

Calciatori o calciofili, piccoli o grandi, millenials o quel che vi pare, almeno una volta nella vita ciascuno di noi un album di figurine di calciatori Panini lo avremo visto. Non dico aver completato la collezione (io mai, personalmente), non dico aver acquistato album e figurine, ma almeno il simbolo di questo album lo conosciamo; è in qualche modo parte della nostra memoria collettiva.

Si tratta di un calciatore colto nell’attimo di una spettacolare rovesciata acrobatica. Ne il nome del calciatore, ne tanto meno la sua squadra, sono riportati sulle figurine in questione.

Basta googlare pochissimo (o chiederlo ai più esperti, meglio) per scoprire che il calciatore.simbolo è Carlo Parola, giocatore della Juventus e della Nazionale negli anni ’50. La rovesciata in questione è colta dal fotografo Corrado Bianchi nel corso di un match Fiorentina-Juventus datato 15 gennaio 1950 (all’ottantesimo minuto, per la precisione).

La foto compare come simbolo della raccolta dei calciatori Panini nel 1955-1956 leggermente rielaborata rimuovendo, in particolare, i colori della squadra di Parola. Da allora l’atleta-simbolo veste una neutrale (credo, ma non ci giurerei) maglietta rossa, calzoncini bianchi e calzettoni giallo-neri. 200 milioni di copie vendute con didascalie in quasi tutte le lingue…

Parola

Come piccola curiosità: Parola non era un attaccante, bensì un difensore e la rovesciata non è colta nell’attimo di segnare un goal, bensì di “spazzare” la palla dalla propria area di rigore. Ah, fu lui uno dei primi (se non il primo) ad utilizzare la rovesciata come gesto tecnico abbastanza ricorrente nelle sue giocate.

Si, ok, oggi avremo i mitici attaccanti strapagati (principalmente non-Italiani) che troneggiano nelle news/rotocalchi/copertine/premiazioni/FIFA/PES/equant’altro, ma il fatto che l’immagine iconica del nostro calcio (quella che per intenderci ispira ancora le nuove leve) sia un italianissimo difensore mi fa in fondo piacere.

WU

Rotazioni cangianti di una curva

Prendete a caso il filosofo che preferite, da Platone a Kant tutti (beh… più o meno) vi diranno che la realtà non è oggettiva, ma è come la percepiamo. E’ filtrata dai nostri sensi e dall’elaborazione che ne facciamo degli stimoli che raccolgono. Le illusioni ottiche sono un ottimo modo per prenderli in giro, e noi con essi (non so se rientrano, formalmente, nell’autoironia).

Esiste un concorso in cui ogni anno ci si sfida “a fare la migliore illusione ottica”; va detto che spesso partecipano ricercatori o scienziati che non le trovano/inventano a caso, ma le propongono proprio a seguito di test circa i limiti della nostra cognizione e della nostra mente.

Dual Axis Illusion è il vincitore 2019 (3000€, circa). L’illusione è fighissima.

Praticamente una sorta di nodo (tecnicamente una curva di Lissajous) sembra ruotare contemporaneamente sia attorno al suo asse verticale che a quello orizzontale. Per i più scettici, lo stesso autore conferma che si tratta di un video continuo in loop senza tagli o variazioni del moto (… anche se a me sembra quasi di percepirne una, proprio da rotazione verticale ad orizzontale…)

Spostare la testa da un lato all’altro oppure inclinarla mi è servito, personalmente a… confondermi ancora meglio le idee. Direi che l’illusione ha colto nel centro.

WU

PS. E prima di “giudicare” (boh, nel caso voleste farlo…) guardate anche quest’altra realizzazione della nostra eclettica curva.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #2

Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.

Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.

Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.

Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.

S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…

E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. Belluca è semplicemente (più facile a dirsi che a farsi) evaso dalla realtà. Si è reso conto, per poco, certamente, il tempo del fischio di un treno, che esiste anche un altro mondo, oltre al suo (nostro?) fatto da routine, lavoro, famiglia, fretta e vacui impegni. Si, poi Belluca si scusa ed ha anche la sua “ora d’aria”, ma una volta provate certe emozioni non si dimenticano.

Per quest’anno, da parte mia, un augurio di Natale un po’ diverso: che il treno possa fischiare per ciascuno di noi.

Il treno di Belluca e la follia di tutti noi #1

Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!

E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.

Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.

Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.

Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.

Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
– Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.

Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.

Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.

Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.

Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima.

[L. Pirandello, Corriere della Sera, 1914]

WU

PS. … e che vuoi aggiungere? La pena del vivere? La rabbia folle nascosta da una coltre di grigiume tipico (un tempo solamente, oggi credo che “la malattia” sia molto più estesa) della piccolissima borghesia, magari impiegatizia? L’alienamento soppresso della quotidianità che prima o poi deve trovare sfogo (… ed è meglio che glielo diamo noi evitando gli eccessi delle esplosioni)? L’evento banale che scatena la ribellione alla realtà? Oppure, semplicemente e senza voler aggiungere troppo ad un brano che ho scoperto forse troppo tardi ed invito tutti a leggere almeno una volta: è la normale quotidianità la vera follia.

Ultimo amore – tristissima e bellissima

Fresca era l’aria di giugno
E la notte sentiva l’estate arrivar
Tequila, Mariachi e Sangria
La fiesta invitava a bere e a ballar
Lui curvo e curioso taceva
Una storia d’amore cercava
Guardava le donne degli altri
Parlare e danzare
E quando la notte è ormai morta
Gli uccelli sono soliti il giorno annunciar
Le coppie abbracciate son prime
A lasciare la fiesta per andarsi ad amar
La pista ormai vuota restava
Lui stanco e sudato aspettava
Lei per scherzo girò la sua gonna
E si mise a danzar
Lei aveva occhi tristi e beveva
Volteggiava e rideva ma pareva soffrir
Lui parlava stringeva ballava
Guardava quegli occhi e provava a capir
E disse son zoppo per amore
La donna mia m’ha spezzato il cuore
Lei disse il cuore del mio amore
Non batterà mai più
E dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Lei raccolse la gonna spaziosa
E ormai persa ogni cosa
Presto lo seguì
Piangendo urlando e godendo
Quella notte lei con lui si unì
Spingendo, temendo e abbracciando quella notte
Lui con lei capì
Che non era avvizzito il suo cuore
E già dolce suonava il suo nome
Sciolse il suo voto d’amore
E a lei si donò
Poi d’estate bevendo e scherzando
Una nuova stagione a lui parve venir
Lui parlava inventava giocava
Lei a volte ascoltava e si pareva divertir
Ma giunta che era la sera
Girata nel letto piangeva
Pregava potere dal suo amore
Riuscire a ritornar
E un giorno al profumo dei fossi
Lui invano aspettò di vederla arrivar
Scendeva ormai il buio e trovava
Soltanto la rabbia e il silenzio di sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
Restava l’angoscia soltanto
E il feroce rimpianto
Per non vederla ritornar
Il treno è un lampo infuocato
Se si guarda impazziti il convoglio venir
Un momento, un pensiero affannato
E la vita è rapita senza altro soffrir
La poteron riconoscere soltanto
Dagli anelli bagnati dal suo pianto
Il pianto di quell’ultimo suo amore
Dovuto abbandonar
Lui non disse una sola parola
No, non dalla sua gola un sospiro fuggì
I gendarmi son bruschi nei modi
Se da questi episodi non han da ricavar
Così resto solo a ricordare
Il liquore pareva mai finire
E dentro quel vetro rivide
Una notte d’amor
Quando dopo al profumo dei fossi
A lui parve in quegli occhi potere veder
Lo stesso dolore che spezza le vene
Che lascia sfiniti la sera
La luna altre stelle pregava
Che l’alba imperiosa cacciava
A lui restò solo il rancore
Per quel breve suo amore
Che mai dimenticò

WU

PS. Ero partito con la solita storpiatura. La bellezza di questa canzone ha prontamente e saggiamente fermato la mia mano. Perfetta così com’è, un vero capolavoro; il mio personale ed inutile tributo a Vinicio.

Non sapevo neanche bene come fare a non metterla tutto in grassetto… Ah, aggiungo anche se è una canzone estremamente triste nel testo, nel significato e nel ritmo… eppure fa sognare come fosse una vera Canzone d’Amore. non saprei bene come “dedicarla”…

Ora la risento.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #2

Il sistema solare è ancora casa, e mentre mi allontano immagino di scorgerli tutti, i pianeti erranti che obbediscono alla gravità del Sole, che se li trascina tutti, in un vortice che viaggia attorno al centro galattico. Vedrò la fascia di asteroidi tra Marte e Giove, e poi la fascia di Kuiper, il ventre gravido da dove provengono le stelle cadenti che uomini e donne imbarazzati cercano nel cielo estivo, senza sapere mai cosa desiderare, e perché.

Scuoto la testa, mi allontano dalla mappa. Esco sul terrazzo, guardo in alto. Ho imparato presto come non sentirmi perduto nel cielo notturno, i segreti che tengono insieme le costellazioni e le vedo, le stelle che sono state le mie prime guide solitarie. Ricordo Arturo, la splendente gigante rossa nella costellazione di Boote, Altair dell’Aquila, Deneb del. Cigno, che se ne stava appesa al centro esatto del mio cielo. La destinazione però deve essere un’altra, molto più lontana di così. Torno dentro, mi siedo al tavolo di nuovo. I confini di questa mappa sono i sono i confini stessi dell’Universo, fino a dove siamo riusciti a pensare.

Martin Amis scriveva che la storia dell’astronomia è la storia di una crescente umiliazione, come la creazione di storie. Dagli dèi all’io, dal geocentrismo all’universo infinito. A mano a mano che la Terra perdeva il suo centro l’uomo sapeva di non essere nemmeno il centro di sé stesso. Ci arriveremo.

La prossima tappa è Proxima Centauri, la stella più vicina al nostro Sole. Le distanze cambiano, le stelle si fanno più rare. I chilometri diventano anni luce: 4,2 per l’esattezza. Per raggiungerla con un vecchio shuttle impiegherei 160 mila anni terrestri. Situata nella costellazione del Centauro, Proxima Centauri fa parte di un sistema stellare triplo, tre stelle che girano una intorno all’altra. E intorno alle stelle più vicine alla Terra che sono stati studiati i primi esopianeti. Forse farò un giro su Proxima B, e mi godrò il freddo inverno eterno di quella prima superterra.

Poi mi verrà voglia di inseguire la grandezza e prima di uscire dalla galassia punterò UY Scuti, la stella più glande che sia mai stata scoperta. Velata di polvere, la vedrò apparire solo all’ultimo e so già che verrò sconvolto dalla sua enormità. Se fosse al posto del Sole arriverebbe a occupare l’intera orbita di Giove, facendo apparire il pianeta più grande del Sistema solare un ragazzino poco cresciuto. Sono mai anche solo riuscito a pensare, a qualcosa di tanto grande? L’universo nasconde la grandezza delle cose, rimette i pensieri al loro posto, un ordine di scala. E a questo che servono viaggi, a ordinare le cose secondo la loro grandezza, la loro importanza. Da qui la Terra è solo un piccolo accidente fortunato, uno dei modi che ha usato l’Universo di percepire sé stesso, si dice. Che cos’è la vita di un uomo al cospetto della grandezza di UY Scuci? A questa distanza perfino le divinità si misurano in chilometri, in raggi solari. Poco più di un miliardo di chilometri: ecco quanto sono grandi gli dèi.

Le altre galassie saranno come sogni di materia luminosa. Andromeda, la galassia a spirale più vicina alla Via Lattea rappresenta il futuro: tra quattro miliardi di anni e mezzo collideranno, dando vita a una grande galassia ellittica. Il suo nome scientifico è M31, un’istituzione nel cielo, visibile anche a occhio nudo nelle notti senza Luna. Poi la Galassia Sombrero e quella del Sigaro e poi Arp 273, due galassie che si danzano intorno, come in un rituale d’accoppiamento. Se mi allontanassi ancora avrei in un colpo d’occhio tutto il Gruppo Locale, come viene chiamato l’ammasso di galassie in cui siamo dentro. Ce ne sono altri, molto più grandi di così. Ammassi e superammassi che si affastellano gli uni sugli altri, come insiemi teorici impossibili anche soltanto da pensare. Sarà difficile andare più in là. Ipoteticamente sarei nello spazio cosmico, pieno di materia oscura, e tutto quello che vedrei sarebbero fasci di luce che mantengono in piedi la struttura cosmica, con il nulla alle spalle.

Tornerei a casa, seguendo una linea dritta; ma prima di prendere la via del ritorno avrei un ultimo desiderio, più intimo, da esaudire. All’interno della Via Lattea, nella direzione della costellazione del Sagittario, andrei alla ricerca di Sagittarius A, il buco nero attorno a cui tutti i nostri mondi ruotano. E’ un buco nero supermassiccio, che non riuscirei a vedere, perché ingloberebbe tutto, anche la luce. Forse, se avrò fortuna, scorgerò il suo disco di accrescimento, ma senza avvicinarmi troppo, perché la sua gravità modellerebbe a suo piacimento il tempo, e lo spazio. Ci sarà una vertigine, pensando che è attorno a quel punto che ruotiamo, mentre viviamo la vita di tutti i giorni.

Respiro forte, davanti alla mappa. Tutte le cose che mi sono immaginato saranno diverse, quando ci sarò vicino. Ci andrò. Domani, ci andrò.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Ora, a parte essermi deliziato con lo stile di scrittura di questa che più che una recensione potrebbe essere il capitolo di un libro, mi sono intrippato su questo brano (tanto da rileggerlo per un paio di sere a ripetizione) più che altro per gli spunti di riflessione “trasversali” che offre. Probabilmente sono temi tipici del viaggio, ma sono espressi in un contesto che di solito non intendiamo come tale (beh, a meno di quel gota ristretto di “turisti spaziali”, ovvio, e che comunque non osano spingersi fino alle destinazioni qui presentate).

Salutare i conoscenti per non esser certi dello stato d’animo in cui si tornerà, esser certi che quello che si immagina sarà diverso quando lo si vedrà da vicino, pensare a Giove o Saturno come fossero Manhattan o Tokyo, dimensionare le divinità (in miliardi di km!), etc. sono tanti pezzetti su cui mi costruisco un bel pensiero. Per non parlare di tutte le metafore che mi immagino esser celate nel testo: il buco nero, sogni di materia luminosa, il sistema solare come casa, e via dicendo.

Un sorriso abbozzato anche in una giornata anonima o quando sono immerso nel traffico quotidiano (fisico e mentale), grazie lettura.

Vado in vacanza, su Proxima Centauri #1

Sono sempre stato abituato a desiderare i luoghi più che le cose. Voglio vedere le città, disegnare i confini, camminare nelle periferie e sulle creste dei monti, immaginare me stesso nell’atto di occupare uno spazio diverso da casa: a lungo è stata la sola ricchezza che ho ricercato, la sola che mi sono augurato.

E per questo che il prossimo viaggio è così importante, così denso di significati, perché nessuno sarà mai arrivato così lontano. Lo spazio cosmico è sempre stato l’allusione più prossima della distanza. La luce tremula degli oggetti del cielo è il controcanto della loro stessa inaccessibilità. Ma solo fino a domani. Sul tavolo del salotto, sulla Terra, ho approntato da mesi una mappa diversa da tutte le altre. E piena di segnalini, di post-it e di appunti che ho ricavato a una guida appena uscita. Questa mappa è qualcosa di simile a un’iniziazione, a un programma di conoscenza: è un itinerario di viaggio.

Uno zaino, piccolo e leggero, è pronto vicino alla porta. Nella tuta pressurizzata ho messo i documenti e i biglietti e ho salutato le persone che amo, perché l’inquietudine prima di ogni partenza riguarda lo stato in cui tornerò. Quello che vedrò mi cambierà? In che modo?

Scegliere l’itinerario è stato difficile, ma il punto di partenza non poteva che essere la Luna. L’ho considerato a lungo il museo più lontano dalla Terra. Atterrerò sul Mare della Tranquillità, dopo un viaggio di tre giorni e 384 mila chilometri, immagino il momento in cui mi chinerò sopra le impronte di Armstrong e di Aldrin come ho fatto per quelle di dinosauri, sulle Alpi francesi, e mi guarderò intorno alla ricerca di una bandiera americana.

Anche se conosco la forza delle radiazioni solari mi stupirò, trovandola bianca. Il simbolo di una resa. Non avrò molto tempo, ma so che aspetterò che la Terra sorga solenne dall’orizzonte lunare, per scattare la replica di una vecchia foto che conosco a memoria, Earthrise, con tutta l’umanità e la sua storia davanti, e il niente dietro. Forse sarà l’unico attimo di commozione che potrò concedermi, perché è da lì che comincerà il vero viaggio.

Con le dita a compasso traccio le distanze sulla mappa, bevo un sorso di tè. Dalla Luna a Marte, che da qui è solo una piccola stella vagamente rossastra. Sorvolerò le sue calotte polari e atterrerò ai piedi del Monte Olimpo, alto venticinque chilometri. Sarà impossibile non pensare a quello terrestre, e pensare a quali dèi abbiano abitato lassù, secondo quale mitologia. Dovremmo costruirne una completamente nuova. Ma il monte Olimpo marziano qui è mi enorme vulcano, con una superficie paragonabile a quella dell’Italia. Mentre ripartirò mi sembrerà un grosso tendone da circo.

Sarà la volta di Saturno, che raggiungerò passando per Giove, con i suoi anelli di polvere. La Grande Macchia Rossa apparirà presto dagli oblò della navicella. E una tempesta che imperversa da secoli, un gigantesco tornado più grande della Terra, l’occhio rosso di un dio che scruta le sue lune. La missione che ha avuto l compito di esplorare Giove ha il nome della dea sua consorte: Juno. lo, Europa e Callisto – tre delle sue molte lune sono altre figure mitologiche. Saluterò di sfuggita Ganimede, il loro coppiere e l’ultimo dei satelliti galileiani e la luna più grande del nostro sistema solare.

Sfrutterò la gravità ciel maggiore dei pianeti e come una fionda mi lancerò all’inseguimento di Saturno, il guardiano della soglia, il pianeta più lontano visibile a occhio nudo. Ci vorranno giorni. Sogno Saturno da sempre. L’immagine dei suoi anelli sospesi nell’oculare del mio pomo telescopio è una visione che è rimasta impressa nel fondo della mia retina, come un marchio di appartenenza a una stirpe che ancora non esiste. Eppure Saturno è un pianeta leggero. Galleggerebbe, se immerso in una vasca grande abbastanza da sostenerlo. Ma so che quando mi tufferò nell’interstizio tra i suoi anelli di ghiaccio, come la sonda Cassini, tutto quello a cui riuscirò a pensare saranno i suoi poli esagonali, e le brillanti aurore create dal suo campo magnetico e dalle particelle espulse dalle sue lune.

[Vado in vacanza su Proxima Centauri, Matteo Trevisani – scienziato che ha provato ad organizzarsi un viaggio con la nuova guida Lonley Planet]

WU

PS. Quando andiamo in vacanza, almeno per sfizio, una guida Lonely Planet l’abbiamo sfogliata. Non dico acquistata, non dico seguita, ma almeno sfogliata distrattamente in libreria si. E’ un marchio che non ha bisogno di presentazione (a ragione, IMHO). Onestamente però non avrei mai pensato si sarebbe messo a fare una sorta di “Guida Galattica per Autostoppisti” versione “consumer” per chi vuole lasciarsi questo pianeta alle spalle.

Universo – Guida di Viaggio è questa specie di guida per sognare (per ora) di andare a spasso per l’universo. Incominciando dal nostro sistema solare, passando in rassegna i nostri fratelli incatenati alla gravità del Sole per poi muoversi sempre più lontano; focalizzandosi sugli oggetti extrasolari che conosciamo un po’ meglio, oggetti stellari, galassie ed ammassi di galassie.

Lo stile è quello alla Lonely Planet: consigli su cosa vedere, come muoversi, indicazioni per arrivare, etc. Una guida al viaggio a tutti gli effetti. Il tutto contornato da storia delle esplorazioni, immagini mozzafiato e tanta tanta benzina per i nostri sogni di viaggiatori.

Alieno altocumulo lenticolare

Oggi mi sono messo a vedere un po’ di foto meteorologiche (sapete, in questi giorni piovosi guardo il cielo più spesso e devo riconoscere che offre spunti molto più interessanti di un “piattume celeste” 😀 ). Esiste, a riguardo, ovviamente, anche un concorso. Praticato da specialisti, cacciatori di tempeste, inseguitori di fulmini, amatori e fissati.

Lungi da me dal voler fare da giuria (ne titoli, ne voglia), mi sono semplicemente fatto conquistare “dall’occhio” per decretare il io vincitore: Bingyin Sun che ha fotografato… una astronave.

Altocumulus_lenticularis.png

Stiamo parlando di una formazione nuvolosa che in gergo si chiama… altocumulo lenticolare (nel caso della foto immortalata sulla laguna di Jökulsárlón, Islanda).

Sono formazioni “a lente” che si generano quando forti venti di quota (fra i 15 ed i 20 km) impattano catene montuose; Si generano vortici e turbolenze (soprattutto nella componente verticale del moto) che si avvolgono in forma lenticolare e che sono non poco pericolosi per il volo. Insomma, nuvole belle, ma da cui stare lontani (soprattutto con alienati, parapendio ed ultraleggeri).

In breve le correnti d’aria, esattamente come quelle di acqua, quando si trovano davanti un ostacolo devono in qualche modo superarlo. I flussi eolici si spostano a quote più alte modificando il moto verticale (generando le così dette “onde orografiche“. Salendo lungo la cresta la massa d’aria tende a dilatarsi e a raffreddarsi facendo così condensare il vapore in minuscole goccioline d’acqua che la gravità tende a spingere verso il basso. Le nube a preso vita oscillando attorno al suo punto di equilibrio.

Si, gli alieni esistono! E se qualcuno non vede un ufo in questa foto ci sta nascondendo la verità! E’ un palese sistema di camuffamento Klingon generato da uno campo magnetico che confina del gas… 😛

WU

PS. Ovviamente facendo seguito a questo e quest’altro sproloquio, oppure questo?

Il pescatore

viene fuori ogni giorno alle 7.30 del mattino
con 3 panini al burro d’arachidi,
e c’è una lattina di birra
che mette a bagno nel secchio delle esche.
pesca per ore con una cannuccia per trote
a tre quarti dalla banchina, lungo il molo.
ha 75 anni e il sole non lo abbronza,
e per quanto faccia caldo
non si toglie mai la giubba verde e marrone.
prende stelle marine, squalotti e maccarelli;
ne prende a dozzine,
non parla con nessuno.
a una certa ora del giorno
beve la sua latta di birra.
alle 6 del pomeriggio raccatta la sua roba e il suo bottino
cammina lungo il molo
attraversa le strade
entra in un appartamentino di Santa Monica
va in camera da letto e apre il giornale della sera
mentre sua moglie getta le stelle marine, gli squali e i maccarelli
nella pattumiera
si accende la pipa
e aspetta la cena

[C. Bukowski, Burning in Water, Drowning in Flame Poems, 1972]

WU

PS. Mi sento un po’ anche io pescatore (e non credo di essere il solo…). Guardare fino nel dettaglio l'(in)utile di ciò che facciamo a volte fa male, ma a volte ci fa anche realizzare che il nostro ruolo è nell’azione in se più che nel risultato.

Questa poesia mi rattrista in prima battuta, poi andando un po’ ad astrarre e guardare con quanta obiettività posso la mia vita da pescatore in fondo mi da una piccola rassicurazione. La pipa, la cena, i pesci, la lattina: ecco la vita del pescatore, la pattumiera diventa un dettaglio (che magari lui può anche non vedere). Non influisce sulle sue abitudini, sui suoi ritmi, sulle sue soddisfazioni di tornare a casa con squalotti e maccarelli e neanche (soprattutto!) sulla sua determinazione a fare esattamente la stessa cosa il mattino dopo.

Alienante immaginarlo in maniera esattamente ciclica, rattristante considerare la fine del suo operato, tranquillizzante sapere che lo scopo della vita di questo pescatore è avulso dalla fine sei suoi pesci ed entusiasmante sapere che le sue (nostre?) soddisfazioni sono esattamente nel suo operato.

La musica del fuoco

… prendete uno scatolozzo di ferro, metteteci dentro del fuoco ed otterrete, in base alle proporzioni, una fornace o un pirofono :D.

Ok, ok, a parte gli scherzi, oggi ho scoperto che esiste uno strumento musicale che ha un nonsocchè di diabolico. Un corpo ferroso messo in vibrazione attraverso il calore del fuoco emette delle tonalità gravi, lunghe, basse.

Pirofono.png

L’organo del fuoco, con tanto di canne e tastiera, ma alimentato a benzina, propano o gas. Ideato nel 1870 da Frédéric Kastner e presentato all’esposizione universale di Vienna del 1873, non solo emette note musicali (spesso modulate per mezzo di una serie di piccoli motorini elettrici), ma anche segnali luminosi (note luminose?).

Non l’ho mai sentito dal viso (confesso) e non ne avevo neanche mai sentito parlare; mi da l’idea di voler trovare un suono in un’epoca post industriale in cui ci si arrangia con quel che si ha (… e non è certo detto che i risultati siano scadenti…). In odore steampunk d’avanguardia

Una nota bassa e prolungata che sembra quasi un filo da seguire per entrare nelle viscere della terra, di un vulcano, in un altoforno, in uno stabilimento industriale.

Strumento si, ma decisamente di forte impatto visivo (credo si dica, in questi casi, una istallazione). Me lo immagino un po’ come il campanello dell’inferno.

WU