Lo sbiadimento periferico

Continuando con la serie illusioni ottiche (vulg. giochi per flipparsi la mente mentre si cerca di non pensare o si è coscienti che si dovrebbe pensare ad altro).

La nostra mente, e tutte le “periferiche” ad essa connesse funziona in un modo geniale e sopraffino e spesso e volentieri facciamo fatica noi stessi ad accorgercene.

Se fissiamo una scena, ad esempio, la mente è in grado di concentrarsi su ogni minimo dettaglio con dei micro movimenti dell’occhio che, fra una battuta di ciglia e l’altra, ci consentono di percepire l’ambiente circostante in ogni dettaglio. Ma la mente va oltre: i dettagli immutabili vengono “scannerizzati” sono una (o poche) volte. La mente non si concentra più di tanto sulle cose statiche preferendo focalizzare la propria attenzione sulla realtà in movimento.

Benissimo. Cosa succede se forziamo la mente a concentrarsi su una scena assolutamente statica? Beh… proviamo. L’immagine sotto è esattamente questa scena fissa, statica e (diciamoci la verità) neanche troppo entusiasmante.

TroxlerImg
Forzare ma mente significa, nel caso particolare, costringersi a guardare il puntino nero nel centro evitando di sbattere le palpebre. Nel giro di qualche secondo (beh, forse qualche decina si secondi) l’immagine inizierà a dissolversi e le tenui sfumature lasceranno posto ad un bel riquadro, uniformemente ed insipidamente… grigio. Provare per credere.

Era il 1804 quando Ignaz Paul Vital Troxler, medico e filoso svizzero (l’epoca in cui la commistione delle mansioni scientifiche ed umanistiche era un altro modo per aprire la propria mente), fece notare (peripheral fading) che fissare qualcosa con scarsa attenzione ed intensamente porta a far sparire, dalla nostra mente, l’immagine di ciò che stiamo guardando. Il cervello gestendo migliaia di stimoli contemporaneamente tende infatti a scartare immagini statiche ed insignificanti. Finché anche guardandole non le vediamo più.

I nostri sensi, più in generale, si abituano a sensazioni persistenti nel tempo (da cui: l’omo è quella bestia che si abitua, no?!); non ci accorgiamo del peso dei nostri vestiti, degli occhiali che abbiamo in volto oppure del profumo che ci siamo messi la mattina. Ci abituiamo, ed i sensi prima di noi. Il cervello risparmia risorse sorvolando sulle cose meno interessanti e concentrandosi sugli stimoli più salienti.

Non preoccupiamoci, è difficile che ci metteremo mai, nella vita reale, a fissare una immagine tenua e sfocata con sguardo perso e fisso. I micromovimenti dell’occhio ed il trambusto della quotidianità almeno in questo ci aiutano. Un buon modo, tuttavia, per sondare meccanismi di noi stessi a cui siamo inconsciamente abituati dalla nascita.

WU

PS. Funziona (stranamente) anche con me. Se avete qualche “problema” cambiare angolazione o la luminosità dello schermo dovrebbe risolvere…

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A strange game, by Wargames

Oggi mi hanno fatto tornare in mente questo film. Fa parte dei miei ricordi di infanzia (e già avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava… 😀 ) anche se non mi è mai rimasto impresso più di tanto.

Sto parlando di una specie di tecno-fantasy da guerra fredda in cui l’arsenale nucleare americano si arma quasi fosse un gioco… appunto.

In brevissimo (è un film del 1983 non credo si possa chiamare spolier, ma in case saltate allegramente): Settle, un giovane hacker amante dei videogiochi componendo numeri telefonici a caso riesce a raggiungere il supercomputer che si occupa di difendere la buona America dalla cattiva Russia. Il computer in questione è una sorta di intelligenza artificiale ante litteram che si allena con simulazioni di guerra e giochi di strategia per farsi trovare pronto a fare la contromossa ad un eventuale attacco russo. Vedendo la lista dei giochi su quel pc il nostro amico hacker si convince di esser entrato nell’azienda produttrice di videogiochi che cercava ed inizia a giocare contro il super computer ad una guerra termonucleare in cui, guarda un po’, lui assume il ruolo dei sovietici. Per il ragazzo è solo un gioco, per il computerone una seria minaccia. Le mosse del ragazzo sono scambiate per veri attacchi e tutto lo stato maggiore dell’esercito allertato per l’imminente attacco. La commistione fra “realtà reale” e “realtà virtuale” dilaga: i russi prendono i movimenti delle truppe americane come una dichiarazione di guerra e gli amMericani a loro volta sono insospettiti dalle strategie sovietiche. Il “gioco” si autoalimenta fino a delineare l’inizio di una guerra termonucleare. E’ praticamente tutto in mano al computer con una “sapente” esclusione del fattore umano che continua a decidere la strategia migliore per sterminare il nemico. L’algoritmo inizia a provare tutti i codici di lancio per avviare la sua offensiva.

Viene qui la parte che mi ha più colpito oggi del vecchio film: il modo con cui si cerca di fermare l’intelligenza artificiale ormai convinta di voler sterminare l’umanità: giocare a tris.

Praticamente l’idea del ragazzo per riuscire a fermare il computer è semplicemente quella di sovraccaricarlo. Al computer viene chiesto di giocare a tris contro se stesso: le partite finiscono velocemente in condizioni di stallo una dopo l’altra e lo stesso avviene con le varie simulazioni di guerra. Il pc “tralascia” (con tanto di scintille dai monitor come i fantasy anni ottanta-novanta volevano) le operazioni di lancio fino a convincersi che tutte le varie opzioni di guerra portano allo stesso risultato:

A strange game. The only winning move is not to play.

Il computer interrompe qualunque simulazione e chiede al suo creatore se non sia meglio giocare a scacchi.

Beh, diciamo che a parte un po’ l’effetto amarcord mi ha colpito molto l’approccio del “tris contro se stessi”. Praticamente un egregio modo per distogliere l’attenzione da compiti più seri è quello di focalizzare l’attenzione su processi abbastanza inutili, ripetitivi e senza speranza di vittoria. La condizione di stallo che si ripete ad ogni partita mi ricorda tanto le molteplici discussioni con i muri di gomma che trovo (troviamo, ne sono certo) qui e li.

WU

PS. Sotto la “scena madre” (nell’opinione di questo fesso) del film.

RGB 255,188,144

Secondo voi che colore è? Basta andare su un programma di disegno (o al limite anche su Office…) per scoprirlo. Stiamo parlando di una specie di beigino smorto tendente al salmone che vedrei bene come colore per una casa in un porticciolo in riva al mare.

Ora vediamo l’immagine sotto. La domanda “di rito” è di che colore sono le sfere? Beh, piuttosto semplice (e quindi piuttosto sbagliato, altrimenti di che stiamo parlando?): rosse, verdi, viola (o forse blu?).

SfereIllusione

Come “prevedibile” le sfere sono tutte dello stesso RGB 255, 188, 144 e sono poi le linee orizzontali a darci l’illusione che siano di colori diversi. In particolare ogni sfera ci appare del colore delle linee che gli passano sopra, le altre tonalità fanno da sfondo (per confonderci un po’ meglio…).

E’ l’ennesima illusione ottica del genere (credo solo la più recente in ordine temporale, ma in questo Google è certamente più affidabile di me) che si basa sul fatto che noi non percepiamo “colori assoluti”, ma li paragoniamo con l’ambiente circostante (avete mai provato a guardare una foto e giudicare i bianchi salvo poi accorgervi che erano tonalità gialline se messe accanto a qualcosa di veramente bianco?).

Così, passatempo da ombrellone (sotto il quale non sono).

WU

PS. Per i più scettici potete semplicemente usare MS Paint: strumento “preleva colore” su ciascuna sfera e tracciate delle linee accanto al disegno. Magia delle magie… tutte del solito RGB 255, 188, 144.

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

La currea

La cintura, in genere di cuoio (ricavata da pelle e scarti di lavorazione), quella che regge i calzoni, ma che all’uopo può esser usata per minacciare (più che colpire) i figli monelli o disobbedienti: la correa.

Curreja, o correja, nelle lingue latine ed in spagnolo: lo correa.

I lavoranti dei pellami per conto terzi son soliti usare gli scarti delle lavorazioni per fabbricarsi piccoli oggetti, come la cintura. Il proverbio sottolinea che ad amministrare il patrimonio degli altri, prima o poi qualcosa si guadagna

La currèa, curreja, o correja, cintura, deriva da latino corrigĕre, molto simile (direi la stessa radice…) a correggere e non è appunto un caso che la curreia fosse adoperata come strumento (più che altro deterrente) per correggere i figli disobbediente.

Un paio di detti (napoletani, neanche ci fosse il bisogno di dirlo) che la vedono protagonista:

  • Nun saccio chi è cchiu scemo, se a volpe o chi a currèa. (Non so se è più stupida la volpe o chi la rincorre). Currea in accezione di rincorrere. E’ più stupida l’utopia o chi la rincorre? A volte affrontare situazioni troppo al di là delle nostre possibilità, ci rende agli occhi degli altri dei perfetti imbecilli.
  • A copp’ ô ccuorio, esce ‘a currea. (La cintura si ricava dalla pelle). I lavoranti di pellami usavano riutilizzare gli scarti di lavorazione (materia prima non loro, ovviamente) per fabbricarsi piccoli oggetti per uso personale, come ad esempio la cintura. Ad amministrare il patrimonio degli altri prima o poi qualcosa si guadagna.

WU

PS. La genesi, quasi ovvia, dello spettacolo odierno è da ricercarsi nei seguenti versi che mi canticchio in mente in questi giorni in cui la mia soglia di pazienza si mostra irrispettosamente (nei miei confronti, intendiamoci) bassa.

Siente fa’ accussì nun da’ retta a nisciuno
fatte ‘e fatte tuoie
ma si haje suffri’ caccia ‘a currea
siente fa’ accussì
miette ‘e creature ‘o sole
pecché hanno sape’ addo’ fa friddo
e addo’ fa cchiù calore.

Vecchio, Bifronte Pescatore

VecchioPescatore1.png

Uno di quei quadri che varrebbe la pena vedere almeno una volta nella vita (ah, per informazione il dipinto è oggi visitabile al Museo Ottó Herman di Miskolc) se non altro per l’alea di mistero che, giustamente, si porta dietro.

A prima vista il Vecchio Pescatore, di Tivadar Kosztka Csontváry, datato 1902 è il ritratto, appunto, di un pesatore. Vecchio, in una strana posa e, personalmente, neanche particolarmente bello (beh, io che non sono e non voglio essere un critico d’arte trovo molto più belli altri suoi dipinti).

Kosztka fu un pittore (per vocazione, dato che, farmacista per occupazione, pare avesse udito una voce comunicargli che sarebbe stato IL pittore… e già si intuisce il soggetto) espressionista ceco. Abbastanza eccentrico, vegetariano, anti-alcolista, anti-tabagista, visionario e schizofrenico, non fu particolarmente apprezzato in vita e men che meno in patria (come storia vuole).

Diciamo che a primo acchito il vecchio pescatore è un quadro, forse come tanti. E fino alla morte dell’artista in effetti il quadro fu considerato un anonimo ritratto. Fu però dopo qualche anno che qualcuno si prese la briga di fare uno strano esperimento.

Osservando meglio il quadro si nota una certa asimmetria fra la parte destra e quella sinistra. Lo sfondo, il volto del pescatore, le ombre, le mani, tutti particolari che sono in qualche modo diversi fa il lato destro e quello sinistro del dipinto.

L’esperimento fu, infatti, proprio quello di prendere uno specchio e piazzarlo al centro del dipinto in maniera da raddoppiare prima il lato destro del quadro e poi quello sinistro. Il mistero (ed in questo caso sono portato a crederci affettivamente dato che mi pare troppo strana come coincidenza per non esser stata pensata e realizzata di proposito) fu svelato.

Il vecchio pescatore si trasforma in due personaggi, antitetici. Il lato destro sembra un anziano in posizione di preghiera, su uno sfondo luminoso e con un mare calmo. Il lato destro, invece, è esattamente l’opposto; una figura inquietante, scura, minacciosa.

VecchioPescatore2.png

L’interpretazione (una delle possibili, effettivamente) del doppio ritratto in un singolo personaggio può essere quella della doppia natura, sempre co-presente e mai scindibile, dell’animo umano: il bene ed il male. Il lato divino e quello diabolico. Il Dio ed il diavolo che ciascuno cela (è il caso di dirlo) dentro di se.

Interpretazione a parte, ritengo notevole la realizzazione ed il modo di celare il messaggio da parte dell’artista. Una vera chicca.

WU

Il Lewis Warder ritrovato

… una storia che vale la pena raccontare (almeno per il fortunato protagonista, ovviamente… e per me che apprezzo sempre le evoluzioni del Fato).

Siamo nel 1964 ed un antiquario scozzese acquista per la bellezza di dieci sterline una statuetta. Qui sta, secondo me, il vero “talento” di alcune persone: ovviamente l’antiquario non poteva prevedere il suo futuro, ma fra un misto di fiuto e di culo ha assecondato un suo desiderio ed ha aperto le porte ad Destino.

Comunque sia, l’antiquario in questione ha preso il soldatino (anche un po’ massiccio a dire il vero) e lo ha riposto in una scatola. Chissà, forse fattosi trasportare dall’entusiasmo dell’acquisto non ha valutato fino in fondo la bellezza/bruttezza dell’oggetto (beh, mi sembra un monaco orbo ed obeso…).

TorrediLewis.png

Un giorno, con il soldatino in mano, ha deciso di farlo vedere ad uno specialista (ma lui non era un antiquario?), che gli ha confermato di avere fra le mani un pezzo di una scacchiera; la torre, per l’esattezza. Ma non un pezzo qualunque! La torre sarebbe, infatti uno dei pezzi mancanti della scacchiera di Lewis: antichità vichinga risalente al XII secolo, intagliata in avorio di tricheco che contava, in origine, pezzi sufficienti per tre scacchiere. Della scacchiera e dei suoi pezzi si sa relativamente poco: ritrovata nell’isola di Lewis (Ebridi Esterne, praticamente la periferia del nulla, ma un tempo sulle rotte commerciali europee…), manufatta in Norvegia (forse… c’è chi data l’insolita presenza di alfieri le colloca in Islanda) tra il 1150 e il 1200 è una delle prime testimonianze della diffusione del gioco degli scacchi in Europa (forse commissionata da un vescovo, forse intagliata da una donna, forse…).

Di questi 98 pezzi nel 17831 in Scozia sono stati scoperti (leggenda vuole da una mucca al pascolo) “solo” 93 pezzi: 82 sono custoditi al British Museum di Londra ed 11 al National Museum of Scotland ad Edimburgo. La statuetta in questione sarebbe quindi uno dei cinque pezzi scomparsi da circa due secoli!

Il colpaccio dell’antiquario sta ovviamente nel valore economico dato alla statuetta che dalle dieci sterline originarie che è stata pagata ora sarà battuta all’asta per un valore di milione e centomila sterline! I miei migliori complimenti all’antiquario per aver dato la possibilità al Destino di compiersi e mi chiedo come si deve sentire oggi colui che gliela vendette 55 anni or sono.

WU

PS. Si, sono i pezzi degli scacchi che avete visto in Harry Potter… prima che lo scopriate, anche voi, da Goooogle.

More news from nowhere

Cammino, cammino, vago, vado verso un angolo della mia stanza e guardo i miei amici; quelli ricchi. Spesso non riesco a distinguerli, sembra quasi si siano rubati i volti di qualcun altro. Meno male che c’è Janet, testa alta, capelli piumati. Lei è Janet, la mia stella, io il suo pianeta. Sappiamo tutti che risveglia anche i morti, in tutte le stagioni. Janet non si lascia impressionare da tutte le stronzate che dico, sa già che i ricchi tendono a mascherarsi, magari sa anche il perché. Mi dice semplicemente: “si, hai ragione”.

Poi arriva Betty X, è li accanto alla porta (Betty X sarebbe come Betty Y, se non fosse per quel dannato cromosoma…). Comunque, i suoi capelli sembrano un mare scarlatto in cui navigare e dinanzi al quale inchinarmi. Notizie, notizie, altre notizie. Dal nulla. Qui dentro io sto diventando sempre più strano. Sto cambiando. Ogni anno si diventa tanto più sconosciuti a noi stessi ed agli altri anche e soprattutto quando siamo sommersi di notizie, altre notizie, dal nulla. “Hey, Betty X”, le dico, “questa luce che trasporti è come una lampada, una lampada che pende da una lontana barca sulla quale navigano i marinai smarriti sui tuoi scarlatti capelli”. Betty X mi risponde subito: “Questa luce non è tua.”. Mi gela, rotolo in fondo alla sala. Il vento soffia attraverso le sua parole. Anche queste suonano come ulteriori notizie, notizie dal nulla. E’ strano qui dentro, ogni anno sempre più. Sto diventando strano anche io, sentendo notizie e notizie, dal nulla.

A questo punto esco, cerco di sfuggire alle notizie ed alle parole di Betty X. Giro dietro un altro angolo, vado in fondo ad un corridoio e li trovo il mio gigante di 100 piedi ed un solo occhio. E’ lui a chiedermi l’autografo; io lo firmo semplicemente con “Nessuno”, poi lo acceco con la mia penna e cerco rifugio nel mio cappotto di lana. Sto delirando, lo so, ne sono cosciente, forse non era neanche colpa sua. Ma di sicuro non è colpa mia, è quello che hanno messo nel mio bicchiere. Tutto ha assunto uno strano aspetto e metà della gente si è trasformata in maiali urlanti. L’altra metà sta cucinando. A questo punto non ne posso più. Sbotto, ho gridato “Lasciatemi andare via! Lasciatemi ad un palo!”, spingo con prepotenza. Comunque notizie, notizie, altre notizie dal nulla. Tutto sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Altre notizie, altre notizie dal nulla.

Arriva una ragazza di colore, è svestita, incomincia liberamente (è questa forse la vera libertà) a danzare nella stanza mentre noi sembriamo dei pianeti che seguono traiettorie attorno a questo boogie-woogie lunare. L’ho subito battezzata la mia principessa della Nubia ed ho passato con lei i seguenti sette anni, desiderando sempre mia moglie. Ma prima o poi va tutto per il verso sbagliato, mi sono sentito come fossi arenato. Lei mi fissava nella tempesta, io giacevo sul pavimento. Le notizie continuano ad arrivare dal nulla. Notizie e notizie per non farti sentire solo e non verti venire voglia di andare dritto a casa. Per le altre notizie dal nulla lasciate semplicemente che io le ascolti.

E’ il momento di Elena, due enormi occhi neri, si è fatta una trasfusione di sangue di panda per evitare troppa confusione. Vorrei dirgli parole dolci ed amorevoli, ma una incontrollabile violenza mi scoppia dentro e si rifiuta di farlo; come se mi tagliasse tutti i circuiti. Elena si mette a urlare, si sta per estinguere come fosse un panda prima di voltarmi le spalle. Ed anche dopo di lei continuano ad arrivare notizie, notizie ed altre notizie dal nulla. Sta diventando strano qui, ogni anno più strano. Dai, arrivano altre notizie dal nulla, bene, benissimo!

Contro Denna ci sbatto proprio, quando appare bella cornice della porta. Do a lei, istintivamente, la colpa di tutti gli orrori successi a me. “Ogni volta che ti vedo, bambina, mi fai sentire completamente solo”, le dico ed inizio a piangere con la faccia sul suo vestito. Continuo a piangere anche dopo che lei se n’era andata a casa. Altre notizie dal nulla per non farti sentire solo, altre notizie dal nulla per non farti venire voglia di andare dritto a casa, altre notizie dal nulla per cercare di non pensare.

Le notizie che arrivano dal nulla sono un ottimo palliativo, un oppio necessario. Molto bene, non ti fanno sentire triste quando il sangue ti scorre fino ai piedi, quando pensi a tutto quello che fai oggi. Il domani è già obsoleto, colpa delle donne, della tecnologia, dei bambini. Tutto per non pensare e non farti sentire triste. Aspettate, arrivano altre notizie dal nulla, vado a sentirle, ciao.

WU

PS. Il mio solito, discutibile, contributo a questo pezzone (e questo altro delirio ve lo ricordate?).

PPSS. Come ormai sapete non amo parlare di politica, soprattutto della situazione attuale, per cercare di non contribuire a dargli spropositata importanza, ma un motivetto che mi risuona in mente vedendo il telegiornale è proprio questo; in particolare nella parte:

[…] it gets stranger every year
More news from nowhere […]

Lo reputo più che mai calzante…

Tanti auguri, Miss Eiffel

Oggi è il compleanno della Torre Eiffel. Una “signora” temporanea da 130 anni…

La struttura fu completata il 15 maggio del 1889 in occasione dell’Esposizione Universale e fu una specie di “grattacielo ante litteram”, dato che fu per l’epoca una impressionante impresa ingegneristica (beh, Mr Eiffel era stato, non a caso, “reclutato” in seguito al suo contributo alla struttura portante della Statua della Libertà…).

Più di 300 metri… “battuti” solo nel 1930 (dal Chrysler Building a Manhattan). Quattro pilastri arcuati che vanno unendosi verso l’alto, intramezzati da tre piattaforme/belvederi; 1665 scalini (solo per i più temerari) e due ascensori, per i turisti ovviamente.

Non si può dire che fu subito accolta a braccia aperte dai parigini, dato che sembrava (e forse lo è) esteticamente più brutta delle altre bellezze della città. La sua natura “temporanea” comunque la salvava dato che era considerata intrinsecamente di passaggio e facilmente smontabile… opzione che evidentemente non è mai stata messa in atto (nonostante le pressioni dell’élite intellettuale parigina), e meno male. Anzi, la struttura fu in qualche modo “salvata” rendendola un’antenna per telecomunicazioni (il che ne aumentò anche ulteriormente l’altezza).

Il regalo odierno all’anziana signora (si può dire?) è una specie di lifting da 40 milioni… oltre che uno spettacolo, immancabile, di luci e suoni al suo cospetto.

Tutto intorno alla torre, infatti, si stanno tirando su mega-cantieri ed impalcature per dare una bella svecchiata alla torre. Un po’ di manutenzione ed una bella riverniciata (ah, lo sapevate che la Torre “detiene” anche un proprio colore? colore bruno-Torre Eiffel) per non dare troppa evidenza del segno dei tempi e svecchiare quello che è un emblema a tutti gli effetti, l’icona per antonomasia. Le operazioni straordinarie (le travi principali vengono “rinfrescate” ogni sette anni) dovrebbero durare ben tre anni. Visto che si metteva mano a Miss Eiffel, si sta anche edificando una sorta di muro antiproiettile (trasparente) ai suoi piedi… un fulgido segno (che sono certo costituirà a sua volta un emblema per i posteri) dei tempi che stiamo vivendo.

Beh, diciamo pure che essendo un po’ l’icona di Parigi (dell’altra, dal triste recente destino, cerco di non fare cenno…) ed attirando qualcosa come 7 milioni di visitatori l’anno (la stima è che circa 250 milioni di persone vi sono saliti da quando è stata aperta… direi che la struttura può vantare una comprovata stabilità…) forse un po’ se lo merita anche.

WU

PS. Non metto immagini, dato che sarebbero inutili e confesso che è una di quelle cose che visito a Parigi più per il nome, per il simbolo che perché mi piaccia esteticamente; ma forse sta proprio in questo la sua grande fortuna.

Speedgate

Questo lo vedo bene per la serie: chissà come sarebbe se fosse fatto da un’Intelligenza Artificiale? (ve lo ricordate questo?).

In genere uno sport con le sue regole (ed i suoi sponsor…) per come lo conosciamo oggi è più che altro il frutto di una lenta e continua evoluzione partendo da tradizioni locali e giochi festosi o goliardici. Ovviamente non è che possiamo (perché?) attendere qualche altro secolo per vedere un nuovo sport (ma poi, ne sentiamo veramente il bisogno? Non mi ci sono mai soffermato, ma forse la risposta è si…) affacciarsi all’orizzonte. Quindi quale metodo migliore se non che chiedere ad un qualche software: “ma tu, che gioco faresti?”.

Diciamo che questa è più o meno la domanda fatta dall’agenzia AKQA che ci ha recentemente presentato Speedgate, il primo gioco “pensato” da una intelligenza artificiale (affascinante). Il processo è partito dando in pasta ad una rete neurale (la smetto con i paroloni, ma non è nulla di trascendente) circa 400 sport esistenti e chiedendogli di “migliorarli” (concetto molto lato) in un’unico sport, con tanto di regole e punteggi.

La gran parte degli sport concepiti da questo codice sono sostanzialmente irrealistici (tipo frisbee che esplodono…), ma con un po’ di iterazioni (che durano nettamente meno di secoli!) sono stati identificati tre possibili candidati dai quali Speedgate è emerso vincitore a seguito di un “play testing” reale (che lavoro figo…).

In soldoni il gioco (mi pare personalmente un gran mischione fra rugby, basket, calcio e pallamano) prevede due squadre di sei atleti (tre attaccanti, due difensori e un “portiere”) che si fronteggiano su un campo composto da tre cerchi uguali posti uno accanto all’altro. Al centro di ciascuna circonferenza si trova una porta senza rete composta due pali. Lo strumento di gioco è una palla ovale stile rugby (da calciare o prendere con le mani). Per fare un punto bisogna calciare la palla attraverso la porta centrale (che però non può però essere attraversata dai giocatori) ed a quel punto la squadra ha diritto a tirare verso una delle porte esterne. PEr ogni “attraversamento” di palla si ottengono due punti, ma visto che non c’è una rete nelle porte, si può guadagnare un punto extra se la palla passata attraverso la porta, un compagno di squadra la raccoglie e la fa passare nuovamente attraverso il portiere. Il tutto considerando che i giocatori non possono stare fermi e la palla non può essere trattenuta per più di tre secondi…

Mi pare più facile a farsi (forse) che a dirsi…

The event has six-player teams competing on a field with three open-ended gates. Once you’ve kicked the ball through a center gate (which you can’t step through), your team can score on one of the end gates — complete with an extra point if you ricochet the ball through the gate. You can’t stay still, either, as the ball has to move every three seconds.

Da cui il motto, anch’esso rigorosamente scritto dalla solita intelligente intelligenza: Speedgate: “face the ball to be the ball to be above the ball”.

Speedgate.png

Il gioco è stato “inventato” quasi per gioco dall’agenzia, ma AKQA sta discutendo con l’Oregon Sports Authority al fine di farlo ufficialmente riconoscere… e promette addirittura la possibilità di fare un torneo questa estate!

Diciamo che non mi aspetto (ed in fondo neanche gli stessi “ideatori”) che il gioco diventi la nuova fissa dell’umanità, ma di certo è un’altra fulgida dimostrazione di come oggi un codice è in grado di prendere “decisioni” o fare “scelte” anche in campi molto umani, come quello dello sport.

Le regole di Speedgate, in fondo, non sono particolarmente complesse e ci le poteva concepire anche una “vecchia intelligenza umana” (quindi non è che avevamo assolutamente bisogno di un codice per integrare equazioni differenziali altrimenti irrisolvibili…), ,a dubito che qualcuno ci avrebbe mai pensato. Ora il gioco può piacere o meno (io personalmente almeno lo vorrei provare), ma sicuramente è un’opzione in più sul tavolo che non avremmo avuto altrimenti. Lascio a voi elucubrazioni e divagazioni sul futuro che potrebbe attenderci.

WU