Categoria: art

Dedica

Dedica profonda e stonata a tutti gli sballati, i fuori di testa, i fuori luogo, ai balordi e soprattutto a coloro a cui non piaccio. A cui non sono mai piaciuta o che non ho (chissà mai il perché?!) incontrato mai. Si, la dedico anche a loro.

Dedica profonda e falsamente sincera ai dimenticati, a chi non si riconosce nello specchio, a chi non si riconosce specchiandosi negli altri, a chi uno specchio non ce l’ha proprio, a chi lo verrebbe ed a chi no.

Dedica profonda e non per questo sentita a chi ha lavorato troppo, a chi troppo poco, a chi si ritrova perennemente solo e va quindi giù. Ha chi prova a risalire, a chi cerca la maniera, a chi non la trova e scende sempre più giù.

Dedica profonda e solitaria alla mia faccia di questa sera, alla faccia dei cattivi “che poi così cattivi non sono mai” (… e dai che qui è facile…). Cattivi che ti cercano una sola volta, cattivi che sanno quando il gioco finisce, cattivi che non si buttano per questo giù.

Dedica profonda e disperata a me, a come ero solo ieri, a come sarò domani, alle mie emozioni, al mio amore. Dedicato ai miei pensieri che si rincorrono non lasciandomi libera neanche di sapere cosa dedicare, e a chi.

WU

PS. Ovviamente libere (e come sempre discutibili) divagazioni sul tema:

Non è certo la prima volta che la sento, ma forse una delle prime (tanto per non dire la prima) che la ascolto veramente e spendo qualche minuto della mia stupida giornata a rincorrerne testo e significato. Notevole.

PPSS. Prendersi un po’ per i fondelli (“a questo schifo di canzone”!!) è praticamente l’apice dell’intelligenza umana. Sapersi non prendere (e non “non sapersi prendere”) troppo sul serio credo voglia dire saper dare il giusto peso alle cose, contestualizzare, pesare se stessi e , di riflesso, gli altri.

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Il Modulor

Per formulare risposte da dare ai formidabili problemi posti dal nostro tempo e riguardanti l’attrezzatura della nostra società, vi è un unico criterio accettabile, che ricondurrà ogni problema ai suoi veri fondamenti: questo criterio è l’uomo

Crasi di module e or (in riferimento alla section d’or. E’ “solo” l’interpretazione dell’architetto franco-svizzero Le Corbusier di uno dei temi più cari all’uomo: l’armonia delle forme. Dall’uomo Vitruviano di Leonardo, passando per Leon Battista Alberti siamo arrivati all’idea che il centro dell’armonia delle forme è proprio l’uomo.

Si tratta praticamente di una scala di proporzioni basate proprio su misure umane medie da utilizzare come vademecum per un’architettura a misura d’uomo. Questo almeno negli intenti del suo inventore e nell’utilizzo che ne fece. Oggi riceve diverse critiche (come si confà ad una scala che voglia abbracciare tutta la varietà del genere umano) che vanno dall’assenza del sesso femminile (non riconosciuto abbastanza armonioso) all’assenza di parametri di riferimento per elementi architetturali standard (non si può usare il Modulor per disegnare dei comodi scalini) per concludersi con le misure stesse di riferimento considerate (che forse tanto standard non sono…).

Nella sua prima versione (1948) e poi nell’aggiornamento del Modulor 2 (1955) Le Corbusier si disegnò il suo personalissimo metro che poi effettivamente usò nella realizzazione di diverse suo opere architettoniche.

Il Modulor è graficamente rappresentato (e credo che gran parte del successo di una scala forse non perfetta ed incompleta lo abbia fatto proprio una sapiente rappresentazione grafica) con una figura umana stilizzata con un braccio steso sopra il capo che si trova accanto a due misurazioni verticali.

Modulor.png

La serie rossa è basata sull’altezza del plesso solare (108 cm Modulor 1 e 113 cm Modulor 2) poi divisa in segmenti secondo il Phi=1.618 della sezione aurea. La serie blu basata sull’intera altezza della figura che è esattamente il doppio dell’altezza del plesso (216 cm Modulor 1 e 226 cm Modulor 2), a sua volta segmentata nello stesso modo. Fra le due serie si sviluppa una spirale che definisce anche i volumi dei vari segmenti.

In sostanza le due scale sono il legame fra l’elemento umano e quello matematico cercando di rapportare alle misure umane l’armonia (possiamo dire “universalmente riconosciuta”) che hanno edifici e superfici basati sulla sezione aurea. La convinzione alla base dell’idea è che “solo l’utente ha la parola” ovvero che la dimensione umana deve troneggiare. Poi vi era anche la possibilità di modellare un uomo (diciamo pure non un uomo qualunque, ma praticamente solo uno alto 108/113 – 216/226 cm) secondo i numeri della sequenza di Fibonacci (il rapporto fra due numeri consecutivi della sequenza è costante ed è proprio la sezione aurea).

La sequenza si applica sia ad un quadrato di lato 113 (27, 43, 70, 113, 183, etc.), nella “serie rossa”, sia ad un rettangolo di dimensioni 113×226 (53, 86, 140, 226, 366, etc.), nella “serie blu”.

Le due serie potevano (e, con tutti i limiti del caso, lo possono tutt’ora nonostante il progressivo disuso del modello) essere utilizzate per dare quella piacevole regolarità matematica (che limitando un po’ l’estro dell’uomo evita anche di fare qualche obbrobrio di troppo) ed estetica ad un manufatto architettonico (o anche meccanico)…

WU

PS. Se contestualizziamo storicamente il tentativo è quello di recuperare una dimensione umana, fin nelle cose concrete del quotidiano, nel periodo post bellico.

The Euler line

Ortocentro (punto di incontro delle altezze), baricentro (punto di incontro delle mediane) e circocentro (incontro degli assi dei lati) di un triangolo non sono parolacce. Per alcuni sono parole sanscrite, per altri reminiscenze dei tempi della scuola, per pochissimi punti geometrici con un significato. Direi che per nessuno sono punti familiari nel disegno di un cerchio o di un triangolo.

Ad ogni modo, a parte il loro significato geometrico è affascinante (e non lo scopro di certo io) vedere come questi punti, che parrebbero avere un significato abbastanza arbitrario, in realtà si dispongono docilmente su una unica retta: la retta di Eulero:

“Start with any triangle, draw the smallest circle that contains the triangle and find its center. Find the center of mass of the triangle — the point where the triangle, if cut out of a piece of paper, would balance on a pin. Draw the three altitudes of the triangle (the lines from each corner perpendicular to the opposite side), and find the point where they all meet. The theorem is that all three of the points you just found always lie on a single straight line, called the ‘Euler line’ of the triangle.”

EulerLine.png

E non è tutto; il baricentro divide anche il segmento che unisce ortocentro e circocentro in due parti che sono (lo si dimostra, non lo si intuisce) l’una il doppio dell’altra.

Vogliamo continuare? Il centro della circonferenza che passa per i tre punti medi dei lati del triangolo (il così detto cerchio di Feuerbach) indovinate dove si colloca? Giace esattamente sulla solita retta di Eulero, e divide anche a metà il segmento che va dall’ortocentro al circocentro.

E poi venitemi a dire che non c’è una bellezza intrinseca in questa faccenda della matematica (ed in questo caso della geometria) che nasconde sorprese anche in concetti assolutamente astratti ed apparentemente scorrelati. A volte mi viene il dubbio che dobbiamo ancora scoprire bene cosa c’è sotto.

WU

Cecilia Mangini

Due compagni di vita: una fotocamera Zeiss Super Ikonta 6×6 ed il marito Lino Del Fra.

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Regista documentarista, fotografa e (scopriamo con tutta la calma del nostro secolo affrettato solo da internet e notizie social) anche una finissima intellettuale. Una delle prime donne che hanno raccontato la nostra Italia nel dopo guerra con una cinepresa. Ha subito la censura ed ha visto premi; ha vissuto profondamente il nostro paese nell’ultimo secolo ed ha visto e documentato storie, personaggio (fanta)politici della nostra storia contemporanea.

Ha lavorato con Pasolini per documentare periferie degradate e classi subalterne. Ha realizzato lungometraggi, cortometraggi, mostre fotografiche ed oggi la riscopriamo con interviste “alla vecchia nonnina”. Ha documentato il disagio sociale legato al boom economico e la vita delle classi operaie. Ha coperto i temi della sessualità, dell’aborto, dell’inquinamento, del capitalismo ed un po’ tutti gli aspetti che hanno caratterizzato l’Italia del secolo scorso.

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Oggi è colei che bacchetta (e può farlo a bun diritto) i politichelli (pentastellati in questo caso) di sbagliare congiuntivi e condizionali. Oggi è colei che può temporeggiare sul rispondere la propria opinione circa questo o quel politichello (renziani, in questo caso) per poi affondare con frasi tipo “quello che lui vuole si capisca di se stesso non è quello che lui è effettivamente” (notevole, cruda e verissima frase); “l’ambizione non riesce a nasconderla”… E non risparmi ne i piccoli borghesi “che sanno di non valere”, ne coloro che cavalcano quest’onda (leghisti, pour couse) e che “hanno bisogno di qualcuno che sia disprezzabile per sentirsi grandi”.

Ci taccia tutti di essere confusi, di mancare di obiettivo e mancare di guide.
Ho purtroppo l’impressione che la consideriamo (lei, come tante/i come lei) solo una simpatica vecchietta ancora lucida con un po’ di memoria/e storica/che del nostro paese e nulla di più. Personalmente vedo molto più un leader in lei ora che in tanti che si arrogano di esserlo.

Vorrei essere guidato anche da questa gente, che non ne ha, ad assoluta ragione, alcuna voglia. Affianchiamo ai giovani rampanti ed innovativi che cavalcano la nostra indecisione qualcuno che sia un leader e si ricordi da dove veniamo? Per non ripetere gli stessi errori, se volete, o per continuare sulla strade, se preferite, o infine, semplicemente per non cadere.

WU

Frankly, my dear, I don’t give a damn

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[Gone with the wind – 1939]

Rhett Butler che da il suo ultimo saluto alla sua Rossella O’Hara mentre si accinge a lasciarla.

Dove andrai? Cosa farai? In fondo, cara, chi se ne frega.

Una di quelle frasi memorabili per il contesto in cui viene recitata e sufficientemente profonde da trovarne milioni di altri contesti calzanti (anche a distanza di quasi un secolo, dimostrando, se vogliamo, che con il tempo la morale cambia, ma l’animo umano molto meno). Non è un caso che sia praticamente l’epilogo di un rapporto, la dimostrazione che la relazione è finalmente superata e può pertanto esser vissuta (o deliberatamente non vissuta) in maniera più sana.

Purtroppo infischiarsene è anche un ottimo scudo per non fare. Non ci infischiamo di qualcosa solo avendolo superato, ma anche ignorandolo e basta. I problemi sociali, umani, politici, economici, etici, morali, etc. etc. tendono purtroppo a coinvolgerci solo qualora ci toccano da sufficientemente vicino. No, in questi casi non ce ne stiamo infischiando, lo stiamo ignorando.

Caliamo la frase nella giusta prospettiva e non riempiamoci la bocca simulando un’indifferenza che sa di disinteresse solo come paravento. Non è necessario svuotare di significato frasi così profonde solo per infarcire frasi fatte di menefreghismo.

Francamente, mia cara, me ne infischio (o purtroppo no).

WU

PS. Nell’elenco (e non proprio in ultima posizione…) delle 100 battute cinematografiche più memorabili di tutti i tempi secondo l’American Film Institute. Anche se il suo debutto sul grande schermo ha avuto una genesi abbastanza travagliata:

Rhett Butler’s “Frankly my dear, I don’t give a damn” was nearly cut because it didn’t meet the industry’s standards at the time. “It is my contention that this word as used in the picture is not an oath or a curse. The worst that could be said of it is that it’s a vulgarism,” the movie’s producer, David O. Selznick, argued.

E sogno a nord del tempio di Kansua

Solo in mezzo alla gente.

Guardi, vedi, osservi, ma non tocchi nulla, non vuoi toccare nulla. Ti senti strano, invisibile, trasparente ed in fondo vuoi esserlo. Vuoi non essere notato, vuoi muoverti nel tuo sogno, rimanere poco importante.

Resti fermo, la sabbia scende, ti sembra tutto lento, tutto ovattato, hai dei movimenti a rilento come immerso nell’acqua. Ma l’acqua è chiara e si fece nitidamente il fondo.
Sei solo, ti senti solo, ma in fondo non vuoi esserlo. Non vuoi sentirtici, mai.

E sogno.

Gli sei sempre più vicino, segui il tuo istinto che ti fa avvicinare a loro. Sagome dolci lungo il cammino, muri, bandiere, qualche rumore in lontananza, ma tu continui a camminare guidato dal suo senso.

Lei, intanto, china un po’ il capo per colpire tutti coloro che incontra per strada e che sono sbalorditi dallo stupore. Lo stupore di vederla li, di vederla camminare, di vederla riflettersi chiara in una tazza scusa ed in una stanza ancora più scura.

No, non vuoi esser solo mai.

Non lo sei.

WU

PS. Farneticazioni a caso su un testo colossale e su una solitudine dolorosamente tangibile nelle melodie del brano (legata d’altra parte ad un triste aspetto della vita privata dell’autore). Con tanto di scuse in anticipo per la commissione di parole prese in prestito, pensieri e divagazioni personali.

Les Choristes, dove sei stato?

Correva l’anno 2009, il 31 di Dicembre, una notte buia durante la quale l’unico intento era celebrare attorno ad una tavola i le promesse del nuovo anno e dimenticare le confitte del vecchio.Nel silenzio rotto solo dal suono di posate e stoviglie e di un monotono allarme a cui nessuno prestava attenzione, per le vie deserte di Marsiglia scompariva Les Choristes .

Les Choristes.png

Furto un po’ romanzato ( 🙂 ), ed effettivamente io stesso non lo ricordavo (beh, non è una di quelle notizie che rimangono facilmente impresse, a meno che non tu non sia il ladro, il proprietario o uno sfegatato appassionato), il il fatto che l’opera di Edgar Degas in questione sia scomparsa ben 9 anni fa è un dato di fatto. L’opera era sta prestata al muso Cantini di Marsiglia dal museo d’Orsay di Parigi.

Ad ogni modo, più misteriosa della sua scomparsa è stato il suo ritrovamento. Una valigetta abbandonata nel portabagagli di un autobus alla periferia di Parigi. Arrivata chissà da dove, diretta chissà dove e non accompagnata da nessuno. In questa epoca di psicosi da terrorismo la cosa più ovvia era trovarci dentro qualche ordigno; al secondo posto direi una cartella da lavoro di qualche manager troppo indaffarato (per definizione) e di certo in fondo alla classifica delle possibilità l’opera rubata.

Ed invece (ulteriore conferma che la realtà supera la fantasia) all’interno della misteriosa valigetta era contenuta proprio Les Choristes. In buone condizioni, nessuna rivendicazione. Una anonima teletta di circa 30 cm di lato, pastello datato 1877 che ritrae un gruppo di coristi in costume sulla scena dell’opera Don Juan che a piena voce recitano rivolti verso il pubblico (desumo).

La parte incerta e misteriosa sono gli ultimi nove anni di vita dell’opera, mentre più certo e delineato è il suo futuro (chissà se l’opera stessa ne è contenta) dato che il museo d’Orsay aspetta il ritorno a casa del figliol prodigo che difficilmente sarà prestato nuovamente a musei in giro per il mondo.

WU

PS. Non posso non citare il becero aspetto economico: 800.000 euri di valore. Molti di voi (ok ok, noi) avrebbero voluto trovare quella valigetta. Altrettanti, ne sono più che certo, non avrebbero saputo cosa farne se non portarla ai doganieri.