Categoria: animals

Chimere

Era il mostro di origine divina,
leone la testa, il petto capra, e drago
la coda; e dalla bocca orrende vampe
vomitava di foco: e nondimeno,
col favor degli Dei, l’eroe la spense
[Iliade]

Prendiamo un collage di bestie e mettiamolo nella mitologia greca. Praticamente un corpo composto da parti di leone, capra, drago ed animali di tal sorta. Aggiungiamoci un cotesto di miticologicità, un po’ di veleno e qualche vampa di fuoco che non fa mai male… ed abbiamo una chimera perfetta. A volte raffigurata come una testa di leone con una seconda testa sulla schiena ed una coda, con tanto di testa anche lei, di serpente; a volte raffigurata come un corpo di leone con tre teste: leone, capra e drago (che è quello che sputa fuoco); a volte raffigurata come un essere umano con sguardo affabile e braccia tese verso il prossimo (… no, questo me lo sono inventato in un’irrefrenabile slancio di buonismo, sorry).

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Nasce con l’Iliade ed in essa muore (ad opera di Bellerofonte), anche se l’idea di chimera era destinata a sopravvivere. Oggi, ancora oggi, noi tutti, inseguiamo le nostre chimere. Non cerchiamo più teste di leone, capra, drago o serpente, ma cerchiamo (o meglio, inseguiamo) i nostri sogni.

Idee senza fondamento, sogni vani, fantasticherie, utopie, ecco cosa sono le nostre chimere.

E’ un raro caso in cui una parola abbastanza inusitata; in altri contesti, per arcani motivi, condannata all’oblio, si è invece sedimentata nell’utilizzo quotidiano. Anche per chi non conoscesse (e giustamente non volesse conoscere) il suo legame con la mitologia, la parola ha un senso. E’ un’illusione, una fantasia senza legami con la realtà e senza possibilità di concretizzarsi.

Ora, inseguire una chimera è spesso sinonimo di perdere tempo; coltivare un sogno e magari incappare in un parente della nostra chimera è una di quelle cose che un po’ di sale alla vita lo da. E poi mi chiedo, ma dato che le tre teste della chimera hanno una qualche chance di essere reali; il tempo che perdiamo è “solo” quello in cui cerchiamo di trovarle tutte assieme?

WU

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Granciporro

Oggi ho preso un granciporro. Ma uno proprio colossale. Eppure ero convinto, ed invece…

Già se qualcuno da una qualche interpretazione ad una frase del genere premierei la volontà. Aggiungo poi che accetterei come “vincitore” anche chi ne da una interpretazione lessicale e non figurata all’asserto. Riassumendo, avrei un moto di ammirazione per chi, su due piedi, non spalanca la bocca sentendo… Granciporro

Granciporro è letteralmente il nome di alcuni grossi granchi marini appartenenti a questa o quella famiglia ed il sott’ordine vattelappesca. Un pagurone praticamente. Ovviamente oggi li chiamiamo “brutalmente” granchi (a meno di raffinamenti di ordini superiori)… perchè granciporro mal si scrive su whatsapp?

Questa intro zoologica ci porta mano per la mano all’interpretazione figurata dell’asserto. Oggi ho preso un granchio. Non so perché, ma lo si dice di una cantonata, un errore, una svista. Prendere una cosa per un’altra. Mi pare addirittura di capire che prendere un granchio significa fare un errore; prendere un granciporro significa fare un errore colossale.

Beh… oggi ho preso un granciporro. Sto cercando di capire come uscirne e l’aver riscoperto (se girate in rete trovate più che altro ricette per la pulizia e preparazione dei poveri crostacei) questo termine non mi aiuterà di certo, ma confido nel mio pensiero laterale che potrebbe nascere da questa distrazione.

WU

PS. Ora ditemi se non è una di quelle parole che dobbiamo “salvare”. Salvare non dal cattivone che le vuole distruggere (e quindi addio trama per il prossimo action movie), ma semplicemente dal suo inutilizzo. Questo per il ciclo “parole condannate all’oblio” con il solito tarlo di come e quali siano le parole a cui tocca questa sorte.

Peryton: bestie e microonde

Uccelloni con uno sgargiante verde piumaggio ed una predominante testa… da cervo. Con tanto di corna e muso oblungo. Se la crasi bestiale non vi sembra abbastanza, aggiungono una dote non da poco: esposti alla luce del sole proiettano un’ombra… umana.

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Anime (forse) di uomini morti senza la protezione di qualche divinità. Per riacquistare il favore dei cieli, e quindi salire nei luoghi a loro più consoni, sono costretti ad uccidere un uomo acquistando così la loro vera ombra e sfruttando il sangue della vittima per salire in cielo.

Forse, stando ad un prezioso oracolo della sibilla eritrea, sconfissero i romani.

Forse, stando ai testi andati distrutti nella biblioteca di Alessandria ed a quelli distrutti dai bombardamenti nazisti, furono creature descritte fin dalla notte dei tempi.

Forse, stando ai sogni ad occhi aperti che ci piace fare, sono ancora fra noi.

Qualunque cosa siano i Peryton sono una di quelle cose che in un modo o in un altro ricorre nelle nostre più sfrenate fantasie. Anche in contesti che paiono molto lontani dalla fanta-zoologia.

Peryton è anche il termine usato per indicare brevissimi segnali radio di origine incerta. Una sorta di UFO delle onde radio.

Peryton sono spesso catturati da radio telescopi di tutto il mondo e la ricerca delle loro cause è una di quelle attività che mette a dura prova la fede e la pazienza degli scienziati.

Sono per molte caratteristiche (sostanzialmente perché durano poco e non se ne sa bene l’origine) simili ai Fast Radio Burst (vedi qualche divagazione a riguardo qui)

Raccontiamo la storia di questo Peryton e la curiosa scoperta della sua fonte.

Siamo all’osservatorio di Parkes, in Australia, ove Peryton di qualche millisecondo erano regolarmente ricevuti un paio di volte l’anno. Per diciassette anni.

Dopo le immancabili ipotesi sui tentativi di comunicazione verso di noi da parte di qualche avanzatissima civiltà aliena, gli scienziati si sono risolti ad istallare (quando si dice investire nella ricerca) un rilevatore di interferenze radio.

Il passo successivo fu l’attesa. Lunga ed estenuante, come quella di Tom che ha teso la sua trappola a Jerry. In un giorno di Gennaio uno di questi Peryton si fece vivo, seguito nei giorni seguenti da due fratellini.

I segnali anomali furono rilevati contemporaneamente sia dal telescopio che dal rilevatore di interferenza, ma qui viene il bello. I rilevatori di interferenze radio sono in grado di rilevare segnali che provengono dalle vicinanze dello strumento stesso; la natura aliena dei segnali era quindi automaticamente sconfessata.

Gli scienziati, sempre più in odore di scoperta si misero alla ricerca di ogni potenziale sorgente di segnale radio nelle vicinanze.

La risposta era li accanto a loro, precisamente nella sala relax. Li infatti era istallato un fornetto a microonde e quando in funzione, o meglio quando si apriva lo sportello con il forno non completamente spento, veniva rilasciata per una frazione di secondo un’onda radio che era la vera causa dei Peryton rilevati dal telescopio.

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Comparando la forma del Peryton associato al forno a microonde con quella degli eventi passati si trovarono così tante similitudini da desumere che effettivamente tutti i segnali anomali erano stati generati da quel piccolo ed ignaro fornetto.

Ora, se non vogliamo proprio smettere di sognare, possiamo sempre pensare che quelle brevi onde radio, benché generate da una sorgente così umana, erano comunque dettate da una qualche intelligenza aliena che cercava di metterci alla prova con segnali in codice, ma ora mi fermo.

… e dopo tanto vagare, quello che cercavo era proprio qui…

WU

PS. Fingendo (aiutandomi con questo post) il ritorno ad una consolidata routine. Il prossimo che mi parla di stress post-ferie lo stendo.

Niata cattle

Un misto fra un bovino ed un bulldog. Dalle fattezze di una mucca con il muso di un cane. Animale che di erto non poteva passare inosservato… e che non ha di certo vissuto solo nel mondo della fantasia.

Siamo nella Pampa Argentina, attorno al 1840 quando Darwin (si, quello che abbiamo tutti almeno sentito nominare) si imbatteva nello strano incrocio. Anzi, nella strana specie!

Il punto era effettivamente questo: eravamo dinnanzi ad uno scherzo della natura in cui un canide ed un bovinide avevano generato “qualcosa” o era una specie a se stante con strane fattezze? Beh (fortunatamente direi), eravamo nel secondo caso.

Our results show that the Niata was a viable variety of cattle and exhibited anatomical differences to known chondrodysplastic forms. In cranial shape and genetic analysis, the Niata occupies an isolated position clearly separated from other cattle. Computational biomechanical model comparison reveals that the shorter face of the Niata resulted in a restricted distribution and lower magnitude of stress during biting. Morphological and genetic data illustrate the acquisition of novelty in the domestication process and confirm the distinct nature of the Niata cattle, validating Darwin’s view that it was a true breed.

La razza Niata era effettivamente un a razza di bovini molto rara… ed oggi estinta. La cosa più strana e triste è che l’estinzione della rara specie non è affatto legato al suo raro aspetto quanto al suo massivo sfruttamento ad opera dell’uomo (… non ve lo aspettavate, eh?!). In un paese dove l’allevamento fattura miliardi non si può perdere tempo con razze che non siano idonee allo sfruttamento intensivo, indipendentemente dal loro aspetto (… ed il risultato è che oggi vi sono pochissime razze di bovini argentini anche partendo da diverse decine).

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Tornando alla particolare conformazione del cow-dog, comunque, benché avesse i tratti del muso decisamente simili a quelli di un bulldog, non soffriva (per loro inutile fortuna) di tutti i problemi di alimentazione e respirazione di cui sono vittima questi cani a causa della loro particolare conformazione del volto e del cranio.

But when the scientists examined Niata skeletons, they found that the cows’ legs were not short relative to their body size. Genetic evidence told the researchers that Niata cows were a “true breed”; their shortened skulls were not the result of disease, but a persistent trait that distinguished them from other breeds. And this trait would be retained in a lineage, even if the cows interbred with other types of cattle, according to the study.

Praticamente nonostante madre natura avesse trovato ingegnose soluzioni ad annosi problemi di conformazione, a nulla è servito dinanzi alla arbitraria selezione delle specie dominante (che non ha certo l’estro e la sensibilità di madre natura).

WU

Pania

Molliccia, vischiosa, amalgama di vischio e bacche. I tutto cotto a puntino fino a fare una matassa vischiosa e tenace.

E la pania (ode alla mente dell’uomo geniale che ha iniziato ad industriarsi quando la natura gli ha messo dinanzi le prime sfide) non è una specie di colla vegetale inventata per diletto.

Opportunamente cosparsa su fuscelli o bastoncini, la pania realizza trappole perfette per piccoli volatili che, una volta posate le delicate zampette sull’appiccicosa rametto, hanno ben poca speranza di svolazzare ulteriormente.

Materia tenace, prodotta da bacche di vischio frutice, che nasce sopra i rami d’alcuni alberi, e per lo più sulle querce, e su’ peri, e su’ castagni, colla quale impiastrando verghe, o fuscelletti, si pigliano gli uccelli, che vi si posano sopra; e le verghe così impaniate si dicono Paniuzze

L’estensione alle vicende umane è d’obbligo (oltre che storicamente già sottolineata). La pania identifica per estensione anche quel tipo di attrazione amorosa che attrae così profondamente da legare indissolubilmente, quasi imprigionare, i due amanti.

Estendiamo ancora oltre; un rapporto così vischioso ha molti punti in comune con una trappola, con un raggiro. In un atteggiamento incantatore l’insidia è dietro l’angolo.

Chi mette il piè sull’amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non ‘inveschi l’ale: ché non è in somma amor, se non insania, a giudizio de’ savi universale; e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch’altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso? [L. Ariosto]

Schivando le panie della vita.

WU

Elysia chlorotica – solar powered

E’ tutto un frega frega. E non mi riferisco, in questo momento, alla nostra società, bensì all’impostazione che ha dato madre natura agli essere viventi. Si potrebbe parlare del ciclo della vita, del ruolo di alcuni organismi oppure delle abitudini cleptomani di alcuni animali, ma concentriamoci un momento su questa notizia.

Ebbene, “abbiamo appena scoperto” (FISH Labeling Reveals a Horizontally Transferred Algal (Vaucheria litorea) Nuclear Gene on a Sea Slug (Elysia chlorotica) Chromosome) che esiste la Elysia chlorotica, una piccola, a tratti anche adorabile, lumachina di mare. che ha, ovviamente, un comportamento molto particolare. Il vermicello in questione, infatti, è capace di rubare alle alghe non solo nutrimento, ma i mezzi per produrselo (altro che “sostenibile”…)!

Ovvero, la Elysia è capace di sottrarre alle alghe su cui vive i materiali necessari alla fotosintesi, diventando così di fatto indipendente dall’alga stessa. La lumaca sottrae pian piano alle alghe milioni di “plastidi” che sono una sorta di pannelli solari in miniatura che le alghe (e non solo) usano per produrre energia dalla luce. Praticamente l’alga si attrezza con le competenze per farsi la fotosintesi in casa, anche se madre natura ha dato in origine disposizioni diverse sulla sua nutrizione.

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Così facendo la Elysia chlorotica, golosona dell’alga Vaucheria litorea, è in grado di non cibarsi per anni dopo una serie di spuntini a base di plastidi. Dopo il furto di plastidi, infatti, l’alga li immagazzina nel suo intestino (ed infatti la sua stessa colorazione passa dal bruno scuro al verdastro… come natura vuole) e pian piano li usa per prodursi l’energia di cui necessita in autonomia direttamente dalla luce del sole. In origine si pensava che i plastidi fossero ingeriti come scorta di cibo per i periodi di magra, ma la scoperta ha verificato che tali organelli, dopo il furto, sono attivamente protetti dalla digestione attiva del resto del materiale ingerito ed inoltre la lumaca attiva nel suo DNA dei geni particolari preposti a sfruttare i plastidi per ottenere energia tramite la fotosintesi.

Simbiosi? Mimetismo? Ibrido animale-vegetale? Sfruttamento? Chiamatelo come vi pare e contestualizzatelo di conseguenza; personalmente mi pare che funzioni e che sia una soluzione energetica geniale.

Ovviamente le ricadute che ci vengono in mente sono molteplici, prima fra tutte: se capiamo bene come fa la lumaca a rubare e trattenere i plastidi potremmo riproporre un approccio simile in laboratorio per crearci la nostra “fotosintesi artificiale” ed avere (finalmente?) la fonte di energia green ed infinita che sta per ora resistendo a tutti gli attacchi “umani”, ma che ha evidentemente dovuto cedere davanti l’ingegno (… ed i millenni di laboratorio evolutivo…) di madre natura.

WU

Antico ed enorme

Il più grande che è anche uno dei più vecchi. Connubio comune per gli organismi viventi, anche se l’uomo spesso fa eccezione; o meglio, in base a come si intende “grande” può fare eccezione.

In questo caso per grande intendo proprio grande… circa 1.665 campi da calcio. Un record assoluto per l’organismo vivente più grande del mondo (conosciuto finora, ma come ormai sapete sono praticamente certo del potere di sorpresa della natura).

La bellezza di 8.900.000 metri quadrati per un gigante che ha ben 2.400 anni di età (stimati).

Antico, enorme, pesantissimo (almeno 7.500 tonnellate), strano, misterioso, ma di che stiamo parlando? Un fungo.

Esatto. Un Armillaria Ostoyae più precisamente. Praticamente un’unico sistema di radici che si estende nelle foreste delle Blue Mountains nell’Oregon.

Back in 1988, Greg Whipple was the first forest service employee to realize they had “something different” on their hands. Back then, it seemed to cover 400 acres. Today, it’s footprint covers more than 3 square miles.

Ed, ovviamente, letale (anche perché per sopravvivere così a lungo…). Uccide lentamente quasi tutto ciò che trova sul suo cammino.

Il fungo si estende per la maggior parte sotto terra come uno sconfinato intreccio di miceli, bianchi e tentacolati. Si conforma come un sottile stato biancastro che ricopre il terreno e si insinua nelle radici e sotto le cortecce degli alberi facendoli marcire dall’interno (e cibandosi anche dei loro resti), mentre per pochi mesi all’anno esplode in una serie di funghetti giallastri difficilmente riconducibili ad un unico organismo.

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“It’s girdled by the fungus,” Filip said. “The fungus will grow all the way around the base of the tree and then kills all the tissues. […] It could be 20, 30, 50 years maybe before it finally dies,”

La ragione del gigantismo di questo fungo potrebbe essere (ma siamo assolutamente nel campo delle ipotesi nel laboratorio che madre natura porta avanti da millenni) il clima secco dell’Oregon. Tale clima non è esattamente l’ideale per la riproduzione del fungo (che di solito lo fa per via sporigena) che ha cercato partner per mezzo dei suoi miceli. Inoltre il clima (e di certo il fungo stesso) non ha di certo favorito la nascita di organismi concorrenti.

Ed ovviamente un “bestio” del genere da non poco fastidio alla locale industria del legno. Sono stati fatti, infatti, vari tentativi di debellarlo: tagliare tutti gli alberi in una certa zona, scavare profondi fossi, rimuovere ogni singolo filamento che si trovava in una certa zona. Si è dimostrato tutto inutile, oltre che enormemente dispendioso. Tentativi “più green”, ma comunque di distruzione, stanno provando a piantare diversi tipi di alberi nella zona infestata per vedere se qualcuno sviluppa capacità di resistere all’invasore.

Per ora il vecchietto ha avuto la meglio.

WU

PS. E la specie in questione è un campione in termini di estensione e longevità. Il secondo organismo più grande al mondo è ancora un fungo, ed è ancora un Armillaria Ostoyae… Luogo: Svizzera; età: 1.000 anni (stimati). Non male.