Le mucche, il latte, il foraggio

Due bovari avevano ereditato due pascoli adiacenti. Il primo lo recintò, andò a comprare una magnifica vacca olandese; ve la rinchiuse e si sdraiò sull’erba, aspettando ogni giorno il momento di mungerla. Il secondo invece dissodò il terreno, scavò un pozzo; seminò l’erba e irrigò, finché il suo pascolo somigliò a un campo di calcio. Allora, con i pochi soldi rimastigli, comperò due magre vacchette. Da principio la vacca olandese produceva 50 litri di latte al giorno, mentre le due vacchette meno della metà. Ma, in seguito, il pascolo del primo bovaro si inaridì; la sua vacca iniziò a deperire e a produrre meno latte. Le vacchette del vicino, invece, prosperavano e arrivarono a produrre più di 60 litri di latte al giorno. Il primo bovaro propose al vicino di scambiarsi gli animali. Quello acconsentì; ma, dopo poco tempo, la situazione tornò uguale. Infatti le due vacchette si smagrirono e divennero improduttive; invece la frisona, sempre più florida, vinse addirittura un premio internazionale. A quel punto il primo bovaro vendette per pochi soldi pascolo e bestie al vicino e se ne andò in città, in cerca di fortuna. L’altro, invece, prosperò con i suoi animali per molti anni.

Questa storiella (non chiedetemi citazioni, credo si tratti di saggezza popolare olandese…) si offre a molteplici “morali”, molte scontate, qualcuna banale, tutte parimenti vere (e, IMHO, piuttosto tristi):

  • nessuna vacca è in grado di farci neanche una goccia di latte senza foraggio. Hai voglia tu a prendere le mucche migliori, hai voglia a fargli le coccole, dirgli le parole dolci o fargli sentire musica da camera: per fare il latte (risultato) ci vuole in foraggio (investimento? lavoro?).
  • non saremo mai in grado di distinguere una vacca produttiva da una improduttiva fintantoché queste non mangiano dallo stesso pascolo. In altri termini, per fare un paragone fra il rendimento di soggetti diversi è necessario che le condizioni di partenza siano le stesse (è facile fare più latte se abbiamo più latte se abbiamo più erba a disposizione, anche se valiamo poco).
  • non facciamo i bovari ignoranti: se guardiamo solo alla quantità di latte prodotto facilmente ci troveremo a scartare le vacche migliori! La valutazione di un soggetto è ANCHE il risultato, ovviamente. L’efficienza come unità di misura della meritocrazia è molto rischiosa.

Il foraggio può essere a vostra scelta un investimento, un rischio, dei fondi, la fiducia, ma anche la collaborazione, il supporto e via dicendo.

Il latte può essere un buon voto a scuola, i risultati di una ricerca scientifica, l’acquisizione di un buon contratto, un qualunque risultato atteso (e sudato), il livello di sicurezza di una città e via dicendo.

Le vacche siamo noi.

I bovari no.

WU

Annunci

Joe

Eccoli li che mi fissano. Loro che hanno già preso le distanze da questa gente tutta luccicante che si illude in questa domenica di celebrare qualcosa e di inventarsi la felicità, magari guardano quelle amabili anatre. Li guardo dall’altro, loro e gli altri, capisco chi maledice la mia diversità; io che sono l’oscurità in questa assolata domenica mattina.

Li, nel parco, io ci abito. E’ un po’ la mia vita. Gli alberi mi consolano e mi proteggono. So di essere simbolo di paura, di morte; di certo per via delle tenebre che mi fanno da abiti. Lo capisco, non mi ci rivedo, ma lo capisco. Che tenerezza questi bimbi che, ancora ignari, mi additano come una bestiaccia, ma a loro non faccio paura (ancora), loro mi sorridono. Non le loro mamme.

Apro le ali e resto immobile.

Gli studenti li evito, più che altro per rispetto. Mi fanno gola le vecchie vedove con i loro anelli di platino. Mi definisco un ladro gentiluomo, ma più che altro faccio spavento. E mi crogiolo in questo. State attenti. Lasciatemi stare.

Solo certi Poeti del Male mi sanno cantare.

Continuo ad osservare questa umanità varia nel mio parco. I barboni che aspettano che finisca la messa, i borghesi che non hanno nulla di meglio da fare che leggere il giornale, i ragazzi che passano la loro gioventù fra i primi baci. Li osservo ma mi sento distante; mi avvicino senza grazia, di proposito, gracchiando. Ah, se fossi libero di parlare gli farei capire velocemente chi fa paura a chi.

Solo sassi sapete lanciare. Meritate di andare per me nell’eterno dolore.

Ma vi perdono, non sapete quel che fate. Portate in fondo nel vostro cuore solo un po’ di sangue destinato a seccare. Vivete finché siete vivi.

Io sono il Corvo Joe. Faccio paura

WU

PS. Questa è per me una poesia (come tante di quelle a cui si rifà; il richiamo a l’ albatross di Baudelaire mi pare quasi scontato).

Mio caro pangolino

Ecco a voi un piccolo, dolce, squamoso… pangolino. Sulla scia dell’ennesima notizia di questi giorni circa il bestio di turno minacciato dall’uomo mi sono imbattuto in questo simpatico animaletto. Già il nome lo rende abbastanza simpatico, ma anche guardandolo “in faccia” l’impressione (mia) perdura.

Pangolino.png

Una specie di incrocio fra un armadillo ed un formichiere, il pangolino è l’unico mammifero vivente coperto da scaglie. Una vera e propria corazza degna di un dinosauro: scaglie belle grosse sul dorso che vanno via via assottigliandosi per arti e muso per consentire la mobilità necessaria senza precludere la protezione (beh, l’uomo fa ovviamente eccezione).

Allora, ricapitoliamo: squamosi, piccolini (fra i 30 ed i 100 cm), territoriali, si cibano soprattutto di formiche, solitari, dalle abitudini per lo più notturne, (dell’ordine dei Folidoti, di cui sono anche gli unici rappresentati, se volete saperlo), circa otto specie, diffuso dell’Asia meridionale al Sud Est e dell’Africa subsahariana.

Fra gli animali meno pericolosi al mondo e (poveri loro) oggetti di tanto tanto tanto interesse da parte del predatore uomo. Le sue squame sono usate nella medicina tradizionale cinese e vietnamita (fonti di poteri taumaturgici e magici), la sua carne è ottima (soprattutto se servita in zuppa… pare). Ah, e poi come non mettere a rischio la specie aggiungendo il piacere di adottare un pangolino come animale domestico? Un bel pet-pangolino (da catturare, allevare in cattività, se sopravvive, abbandonare all’uopo e comunque sottrarre al suo ambiente naturale)! Il Pangolin Specialist Group vorrebbe proprio preservare questi animali, anche se le stime di esemplari catturati ed uccisi (1.000.000 !) non è certo confortante… uno stato di conservazione della specie tra vulnerabile e fortemente a rischio di estinzione completa lo scenario.

WU

PS. E due parole sul nome? Da “pang-goling” o “peng-goling” o “peng-gulung“: colui che si arrotola. Soprannominato anche carciofo a quattro zampe, il nome rende subito merito alla strategia difensiva del pangolino: mi arrotolo e lascio che il predatore non veda altro che le mie squame. Non funzione, evidentemente, con l’uomo.

Turritopsis dohrnii, un ossimoro vivente

C’è che dice di voler vivere per sempre, chi non ci pensa neanche (il sottoscritto) e chi lo fa e non lo pubblicizza più di tanto.

Sto farneticando sulla Turritopsis dohrnii, un piccolo bestio marino (Hydrozoa, per i puristi) che non misura più di pochi cm eppure è in grado di fare qualcosa che fa gola a tanti, tantissimi (che di Hydrozoa non hanno nulla): ringiovanire.

Turritopsis dohrnii.png

Sono tecnicamente una sorta di meduse in grado di ringiovanire riportandosi ad uno stato di maturità sessuale antecedente al loro stato attuale. Il che biologicamente vuol dire… ringiovanire. La medusa, inoltre, è anche l’unico essere vivente (noto finora) che è in grado di invertire il proprio sviluppo anche allo stadio maturo adulto… eccezione più unica che rara dato che anche altri medusini sono in grado di invertire la propria maturità sessuale ma solo fintanto che le gonadi non sono pienamente sviluppate (ovvero fintanto che non sono proprio completamente sessualmente maturi).

Alla base del meccanismo di inversione sembra possa esserci quella che si chiama “in gergo” transdifferenziazione cellulare; ovvero un fenomeno in cui le cellule, sottoposte a determinati stimoli ambientali (stress nel caso della Turritopsis dohrnii), riacquistano una sorta di totipotenza (tipo staminali) propria dell’età giovanile. La medusina inizia a non esser più trasparente, a riassorbire i tentacoli e ad assumere una forma a quadrifoglio tornando a sembrare, comportarsi, essere biologicamente in tutto e per tutto simile ad un polipo di quelli presenti in un uovo appena fecondato. Magia.

La storia di questa “scoperta” è un chiaro esempio di serendipity. Un giovane biologo marino in una sorta di routinaria esplorazione (delle acque antistanti Rapallo, per la cronaca) stava catalogando Hydrozoa. La medusa fu trasportata, come tanti altri campioni della sua specie, in un acquario per studiarla. Le condizioni dell’acquario non erano, però, ottimali. La medusina fu sottoposta ad un inaspettato stress che la fece “invecchiare” precocemente, tant’è che il giorno successivo quando il biologo l’andò a prelevare per studiarla vi trovò un piccolo polipo (stadio procedente del suo sviluppo sessuale).

Il ciclo di ringiovanimento potrebbe essere effettivamente infinito (ma davvero allora la morte non tocca a tutti?). Il fatto che le medusa tenda a ringiovanire non significa, ovviamente, che è immortale. In particolare in cattività sopravvive poco e male (il record è qualcosa attorno ai due anni) ed è vittima di parecchi predatori. La troviamo un po’ ovunque, e soprattutto, nel mediterraneo e la ignoriamo regolarmente… almeno in questo la medusa non ci smentisce. Chissà se ci comporteremmo, e come percepiremmo il futuro, se ci fosse data questa possibilità. Questo parallelismo è fin troppo facile…

WU

Carne di unicorno in scatola

Per la serie cazzate clamorose oppure ode all’inventiva umana?

Con tanto di immagine che sembra uno spezzatino e formato della confezione stile scatoletta di latta da legumi da discount, è in vendita (?)… carne di unicorno.

No, non stiamo spezzettando animali mitologici per farne carne da macello (letteralmente), ma ci stiamo un po’ prendendo in giro, un po’ ironizzando sull’esistenza o meno del bestio, un po’ caldeggiando la causa animalista, un po’ sondando il mercato dei prodotti strani ed un po’ semplicemente giocando.

La scatoletta contiene semplicemente pezzi di un peluche di unicorno smembrato da mettere assieme. A parte forse un po’ di pubblicità ingannevole tecnicamente la scatoletta non mente: stiamo veramente acquistando carne di unicorno in scatola… solo che non si mangia ed è una rappresentazione di qualcosa in cui vogliamo credere (che ha anche personalmente un indubbio fascino).

UnicornMeat.png

Chissà se la ha un gusto delicato o molto forte. Oppure chissà se fa effetto multicolor sul nostro apparato digestivo. Oppure se va condita con una grattatina di corno o meno? Beh, domande lecite… qualora prima o poi decidessimo di macellare unicorni e venderli su Amazon

Veniamo un attimo agli aspetti più prosaici dell’idea: lo spezzatino è in vendita su Amazon alla modica cifra di 50€ circa. Non poco considerando che stiamo comprendo un peluche che vale forse un decimo di questo importo, ma d’altra parte bisogna pur riconoscere un valore “materiale” al genio, no?!

WU

PS. Decisamente divertenti le domande-risposte dei clienti

Domanda: Divento immortale come Voldemort?
Risposta: Purtroppo no, c’è la carne ma non il sangue

Domanda: Come digerisco il corno?
Risposta: In effetti non è facile, risulta un po’ indigesto . Prova con le lacrime di coccodrillo, dovrebbero venderne ancora

Domanda: Ma con questo gioco rovino l’infanzia di mia sorella di 7 anni?
Risposta: Credo proprio di si, peendiglielo subito.

Domanda: Contiene olio di palma?
Risposta: No solo olio di elfo

Dickinsonia, cosa sei tu?

Potrebbe trattarsi del primo animale mai comparso sulla terra, ma a parte avergli dato un nome abbastanza poco evocativo ed aver trovato qualche incomprensibile e misterioso fossile non ne sappiamo effettivamente un granché.

Stiamo parlando di qualcosa come 600 milioni di anni fa, quando la terra di certo non si aspettava di vederci passeggiare come ne fossimo i padroni. La Dickinsonia, invece, era già comparsa. In realtà, dato che resti dell’organismo sono stati effettivamente rinvenuti (principalmente in Australia, ma non mancano tracce italiane), il punto non è tanto il quando, ma il cosa.

Stiamo effettivamente parlando di un animale estinto o di qualcos’altro (no, gli alieni non centrano… ancora)? Pare che all’interno dei fossili di Dickinsonia siano state trovate tracce di colesterolo il che lo renderebbe (assieme ad altre prove e tante supposizioni) a tutti gli effetti un membro del regno animale, ma i dati sono ancora pochi e frammentari e molti sono ancora orientati a considerare l’organismo un rappresentate (l’ultimo?) di un regno ormai estinto ben diverso da quello animale.

Un bestio (?) che poteva andare da qualche millimetro ad un metro e quaranta (!). Una specie di vermone piatto composto da una serie di segmenti tipo costole che emanavano da una sorta di cresta centrale. Una membrana univa le costole dando poi la forma all’organismo. Non aveva una chiara distinzione fra testa e coda e molto probabilmente all’interno della membrana si trovava una specie di liquido in pressione che rendeva la Dickinsonia una specie di cuscinetto (organismi “a trapunta”).

Dickinsonia.png

Il regno a cui la Dickinsonia potrebbe appartenere è quello dei Vendozoa (fauna di Ediacara) che sono organismi pluricellulari comparsi prima dei “moderni” phyla da cui poi noi tutti discendiamo. Senza entrare (per ovvia mancanza di competenze e non di interesse) nei dettagli della classificazione, la cosa che mi colpisce è che siamo davanti ad un organismo che potrebbe rappresentare il padre di noi tutti oppure l’ultimo rappresentate di un gruppo estintosi poco prima della fine del Proterozoico (beh, non esattamente ieri…).

Il modello “pneumatico” del Dickinsonia (e di molti Vendozoa) potrebbe essere una specie di prova evolutiva fallita, dato che non sembra molto adeguato ad un mondo in cui avrebbero poi dominato i predatori. Eppure vi sono effettivamente alcune affinità fra questo genere di organismi e gli antenati di molti degli organismi che troviamo dopo nella scala evolutiva; la simmetria bilaterale (che condividiamo anche noi, oggi) potrebbe effettivamente essersi evoluta da primitive simmetrie radiale attraverso forme intermedie come, appunto, la Dickinsonia. Le tracce di colesterolo, inoltre, aprono un’ulteriore spiraglio al fatto di avere davanti un nostro progenitore.

Insomma, più che altro siamo nel campo della ricerca, prove, ritrovamenti e soprattutto supposizioni. Che sia un nostro avo o l’ultimo rappresentate di una prova della natura, siamo davanti ad un organismo che a modo suo a fatto la storia, molto più di tante prove evolutive (mi piace chiamarle così) che vediamo ancora oggi attorno a noi (si, alludo a nostri simili) che lasceranno pure più tracce e meglio documentate, ma in un modo o nell’altro sono meno utili alla nostra evoluzione.

WU

PS. Ammetto, mi piace anche l’idea che ci sia gente che ancora studia questo genere di organismi. Studi e classificazioni che potrebbero sembrare di “lana caprina”, ma che evidentemente sono la motivazione di brillanti menti. Ed il tutto con buona pace del Dickinsonia es assoluta indifferenza di gran parte di noi.

L’attacco sonico (dell’ignaro grillo)

Correva l’anno 2017 ed a Cuba successe una cosa strana. Diciamo pure che secondo me l’evento ha subito assunto le proporzioni di “stranezza” (leggi pure: allarme, attentato!!) perché è successa a Cuba ed ha interessato personale diplomatico americano, ma lasciamo correre…

Metà del personale diplomatico USA all’Havana accusò misteriosi malesseri (… e non volevi gridare all’attentato?!) e sapete in quale circostanza? Beh, dopo aver udito un misterioso (non potevamo certo dire che era chiaramente identificabile, vero?!) ronzio acuto e penetrante.

Una presunta arma sonora è la prima cosa a cui bisogna pensare. Poi magari le possibili alternative vengono in mente (e/o a galla), ma la prima idea deve andare a qualche forma di complotto (ah, teoria ovviamente sapientemente mai smentita, anzi anche ventilata in qualche modo, dal FBI..-)!

Beh, pare che il suono ad alta frequenza, certamente penetrante e fastidioso, fosse udibile in un’ampia zona dell’Havana e sia stato sia di intensità così elevata che di durata così lunga da arrivare a causare nausea, vertigini, giramenti di testa e simili. Il (fantomatico) attacco acustico sarebbe stato messo a segno c on armi soniche (una specie di test, prima di usarle per uccidere, evidentemente…).

Sembra la trama di un film di spionaggio anche e sopratutto perché non vi sono troppe evidenze della capacità del suono di uccidere esseri umani (e comunque si parla di 150-200 decibel che dovrebbero essere puntati direttamente sull’orecchio!). Strumenti in grado di danneggiare l’udito umano, ovviamente esistono e non sono neanche troppo difficili da congegnare. Possono produrre ultrasuoni, onde sonore con frequenze molto alte, al limite dell’udibilità dall’orecchio umano, che provocherebbero un riscaldamento delle strutture interne dell’orecchio con conseguenti danni. Oppure potrebbero sfruttare infrasuoni, onde sonore a frequenza più bassa di quella udibile dall’orecchio umano, in grado di causare perdita dell’udito, stato confusionale, nausea e apatia. Ah, beh, in entrambi i casi il “cannone sonico” per essere efficace dovrebbe essere sparato direttamente contro la testa del malcapitato più che diffuso “a pioggia” (che so, magari via radio?).

Dopo un paio d’anni di complotti, teorie e (ahimè per i compottisti) studi scientifici è venuta fuori una possibile spiegazione… molto meno da spy movie.

L’Anurogryllus celerinictus è un piccolo grillo che come tanti grilli emette un sibilo come richiamo amoroso per il gentil sesso. Nel caso specifico il grillo canticchia a circa 7 kHz ed a tutto volume. Se poi considerate che di solito il periodo dell’accoppiamento coincide per tanti, tantissimi grilli… ecco a voi il vostro suono continuo, penetrate ed ad alta frequenza.

Ovviamente il canto del grillo è stato identificato, isolato e poi sovrapposto alla traccia sonora in mano alle agenzie investigative per certificare l’esatta sovrapponibilità dei due suoni. La coincidenza è stata quasi perfetta con l’unica differenza che il suono registrato all’Havana soffriva di uno strano “effetto eco”, spiegabile (come d’altra parte il fatto che il fastidio non abbia colpito tutta la popolazione cittadina) assumendo che il suono avvertito dai diplomatici provenisse dall’interno delle loro abitazioni e che quindi fossero mobili e pareti a farne “eco”.

Ovviamente il fatto di aver trovato un colpevole non vuol dire che abbiamo trovato il colpevole. Non possiamo escludere che i diplomatici sono stati anche vittima di un qualche attacco sonoro e non è comunque chiaro il perché tale suono abbia causato malessere in alcune persone.

I want to believe è salvo, ma voglio tranquillizzare tutti coloro che verificheranno le “tracce” in rete (abbondano e volutamente le ometto): ascoltare la registrazione non vi ucciderà ed a me non ha neanche causato più fastidio di tante chiacchiere che si sentono nei corridoi.

WU

PS. Mi torna in mente questo.

Pigeon Ranking

… esisteva il PageRank di Google, perché fermarci? Per di più quando la cosa parte da uno scherzo (ebbene si, un pesce d’Aprile…), si trova sotto i nostri occhi tutti i giorni e motiva un bel team di ricerca che fa le cose che gli piacciono e viene anche pagato per farlo?

“When a search query is submitted to Google, it is routed to a data coop where monitors flash result pages at blazing speeds,” the copy said. “When a relevant result is observed by one of the pigeons in the cluster, it strikes a rubber-coated steel bar with its beak, which assigns the page a PigeonRank value of one. For each peck, the PigeonRank increases. Those pages receiving the most pecks, are returned at the top of the user’s results page with the other results displayed in pecking order.”

Correva il primo Aprile 2002 quando Google in una comunicazione “ufficiale” rivelò l’algoritmo alla base del proprio, super-segreto, da tanti emulato, sistema di indicizzazione delle pagine web. Il PageRank non era frutto, si disse, di Intelligenza Artificiale, bensì di Intelligenza Animale (il fatto che l’acronimo sarebbe lo stesso nei due casi quasi mi fa rabbrividire…). In particolare il sistema di ranking era affidato all’innata capacità di identificare la differenza di immagini e nel riconoscere pagine con contenuti più informativi del… piccione domestico. Le pagine con il maggior numero di beccate erano quelle che finivano ai primi posti nei criteri di ricerca, semplice no!?

Ovviamente (ovviamente) la cosa era un pesce d’Aprile ben architettato, ma anche quando si seppe la verità la cosa non morì li. Esperimenti sulle capacità di identificare e distinguere immagini da parte dei piccioni risalgono ai primi del novecento e, già all’epoca i risultati non erano affatto malvagi…

Partendo dallo scherzo per quasi un decennio un team di ricerca ha veramente provato a studiare più in dettaglio le capacità di condizionamento del Columba livia. Le abilità cognitive e visive dei piccioni sono state testate presso l’Università della California Davis nel campo della medicina diagnostica.

Quattro esemplari, in particolare, sono stati addestrati a distinguere fra le immagini di tumori al seno quelle benigne da quelle di tumori maligni. I piccioni dovevano beccare due pulsanti di differente colore in base al tipo di tumore. La ricompensa, nel caso di identificazione corretta, era ovviamente un po’ di cibo.

PigeonRank.png

Beh, già nel giro di un paio di settimane i piccioni categorizzavano correttamente l85-90% delle immagini. E c’è anche di più: sottoposti al test con un differente set di immagini tumorali (non legati al seno) gli uccelli si sono dimostrati in grado di generalizzare quanto appreso arrivando a catalogare correttamente circa 80% dei tumori.

[…] The birds proved to have a remarkable ability to distinguish benign from malignant human breast histopathology after training with differential food reinforcement; even more importantly, the pigeons were able to generalize what they had learned when confronted with novel image sets. The birds’ histological accuracy, like that of humans, was modestly affected by the presence or absence of color as well as by degrees of image compression, but these impacts could be ameliorated with further training. Turning to radiology, the birds proved to be similarly capable of detecting cancer-relevant microcalcifications on mammogram images […]

Si è quindi passati a studiare “l’effetto gruppo”, ovvero capire se ad un maggior numero di beccate di un dato bottone corrispondesse effettivamente una maggiore affidabilità nella catalogazione. La risposta è stata ancora una volta affermativa: la “saggezza dello stormo” nella catalogazione era mediamente superiore a quella dei singoli pennuti arrivando a sfiorare il 93% di accuratezza.

Se non altro è stata la conferma che la regola della “saggezza delle folle” applica benissimo anche agli stormi: ovvero quando una massa di individui (o piccioni) inesperti è capace di fornire comunque una risposta adeguata a un problema (ah, e questa teoria è effettivamente una delle componenti alla base dell’intelligenza artificiale del PageRank di Google che tende a dare più importanza alle pagine “linkate” da più fonti esterne…).

WU

PS. Google Pigeon è un’altra cosa ancora (vera)…

Mola Tecta: grosso grosso, elusivo elusivo

Mi affascina pensare che ancora al giorno d’oggi, in cui crediamo che la razza umana abbia conquistato il globo, si possano continuare a scoprire nuove specie animali. E non sto parlando del mico-ragnetto rinchiuso nella torre più alta del castello più scuro circondato da un fossato di lava, ma di un bestio (per giunta vertebrato…) da migliaia di chili che ha verosimilmente nuotato sotto i nostri piedi e le nostre navi più e più volte.

La Mola Tecta è un parente prossimo del comune pesce luna (dallo stranamente simpatico nome scientifico di mola mola…) che però misura fino a tre metri di lunghezza per più di due tonnellate di peso. Il che lo rende il più grande pesce osseo del pianeta (beh, non è che ci eravamo persi un dettaglio…). Si è nascosto per quasi tre secoli “confondendosi” (neanche lo facesse di proposito) fra i suoi parenti più prossimi… l’ultima volta che si classificò un nuovo pesce luna avvenne ben 125 anni fa.

Il Mola Tecta, proprio come il pesce luna, ha una forma vagamente ovoidale schiacciata sui lati con una bocca allungata in cui i denti sono fusi in un’unica specie di becco (praticamente un “disco nuotante”).

MolaTecta.png

Non è ben chiaro quale sia il suo habitat: sappiamo che vive (e pesca) in acque profonde, ma fin’ora è stato ritrovato un po’ in tutto il globo. Predilige le acque fredda (a differenza del mola mola) e si dovrebbe nutrire di organismi gelatinosi (tipo le meduse).

Il pesciolone è di indubbie dimensioni ed il fatto che sia rimasto celato alle nostre catalogazioni lo avvolge di un’aurea di mistero. Poi ci aggiungiamo che lo abbiamo rinvenuto anche dove non avremmo mai pensato e che poco sappiamo delle sue abitudini ed il risultato è che torniamo a dirci che vi sono ancora molti misteri sotto i nostri piedi e dovremmo forse essere un po’ più umili quando disponiamo delle sorti di questo pianeta.

WU

PS @22.03.19: neanche a farlo apposta pare che il pesciolone abbia nuovamente facco capolino sulle spiagge australiane lasciando, ancora una volta, con gli occhi sgranati coloro che lo hanno rinvenuto. Che i recenti e stranamente frequenti “spiaggiamenti” del mola mola di questi tempi siano veramente indice di qualche cambiamento (climatico anche nelle acque profonde?)?

La zebra ed il tafano

…e non è una favola di Esopo

Bianche a strisce nere o nere a strisce bianche? E’ una di quelle domande che ci facciamo da così tanto tempo che hanno quasi perso di significato. Almeno per me le zebre sono a strisce, semplicemente. Non mi immagino per forza un corpo nero dipinto di bianco ne il viceversa. Evidentemente però non tutti la pensano così e l’idea che ci sia una sorta di colore originario sotto il policromo manto affascina ancora e (motivazione più che sufficiente e legittima) motiva studi e ricerche.

Questa volta pare che la risposta venga da una maniera radicalmente diversa di vedere il problema. Si è detto (senza però rispondere alla domanda delle domande, ovvero se esista un “colore base” ed eventualmente quale sia) che il manto a strisce bianche e nere serva a diverse cose: confondere i predatori creando illusioni ottiche, migliorare la regolazione termica, avere una funzione sociale, avere un’identità personale (lo schema di colorazione è unico per ogni animale) e via dicendo.

Ma cambiare il punto di vista del problema significa mettersi nei panni dei tafani e delle popolazioni indigene. Le zebre vengono punte, come praticamente tutti gli animali e gli equini in particolar modo, dai tafani. Analizzando le traiettorie di questi insetti, tuttavia, è risultato abbastanza ovvio (si, la cosa è stata fatta analizzando immagini acquisite da microcamere montate direttamente sulle spallucce dei “poveri tafani”) che il loro schema di volo è messo a dura prova dalle striature delle zebre. E’ come se questi venissero confusi dall’alternanza cromatica rendendo più difficile la puntura.

In an experiment in which horses sequentially wore cloth coats of different colours, those wearing a striped pattern suffered far lower rates of tabanid touching and landing on coats than the same horses wearing black or white, yet there were no differences in attack rates to their naked heads. In separate, detailed video analyses, tabanids approached zebras faster and failed to decelerate before contacting zebras, and proportionately more tabanids simply touched rather than landed on zebra pelage in comparison to horses.

D’altra parte anche le popolazioni indigene usano come sistema di mimetismo quello di dipingersi strisce bianche sul corpo ed uno dei risultati collaterali, decisamente piacevoli, è proprio quello di avere un ridotto numero di punture durante le battute di caccia.

L’approccio potrebbe spiegare la funzione (l’ennesima?) di queste striature, ma per verificare l’esistenza di un colore base dobbiamo (pare) guardare bene dalle parti del collo e delle spalle. In particolare sulle spalle il colore predominante è il nero… da cui la deduzione che le zebre nascono come animali con un bel manto nero sul quale poi l’evoluzione ha giudicato opportuno (per una marea di motivi) approvi belle striscioline bianche.

Tanto per dire che spesso, ed in questo la natura ne è maestra, si fa prima e meglio a fare le cose per poi lasciare agli altri tempo e spazio per cercarne motivazioni o spiegazioni (si, gli opinionisti non sono fra me mie categorie preferite, ma questa è una storia di un altro colore).

WU