Pinocchio a crepapelle

mangiare a crepapelle
ridere a crepapelle
lavorare a crepapelle (beh, questo non l’ho ancora sentito)

Sono detti che ascoltiamo ed usiamo un po’ tutti quotidianamente. Ieri, per puro caso, mi ha colpito la parola crepapelle. Dal suono non particolarmente piacevole (pronunciata poi da chi ha la r moscia suona anche peggio…), un po’ stereotipata, quasi involuta. Parola che difficilmente (mai?) si ascolta isolata, ma praticamente sempre in una locuzione fatta.

L’etimologia è abbastanza semplice; composta da crepare e pelle mette insieme la rottura di un organo a seguito della smodatezza dell’azione. Magiare/ridere/parlare/quellochevolete moltissimo, smodatamente, fino a scoppiarne, fino a rompersi la pelle.

Pare che storicamente fu Collodi (si, quello di Pinocchi, al secolo Carlo Lorenzini) a farla nascere dalla sua penna. Nelle avventure di Pinocchio leggiamo, infatti:

[…] Aveva veduto un grosso serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una cappa di camino.

Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che il serpente se ne andasse [p. 124 modifica]una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il passo della strada.

Aspettò un’ora; due ore: tre ore: ma il serpente era sempre là, e anche di lontano, si vedeva il rosseggiare de’ suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo che gli usciva dalla punta della coda.

Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al serpente:

— Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una parte, tanto da lasciarmi passare? —

Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.

Allora riprese colla solita vocina:

— Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c’è il mio babbo che mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!… Si contenta dunque, che io seguiti per la mia strada? —

Aspettò un segno di risposta a quella domanda: ma la risposta non venne: anzi il serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.

— Che sia morto davvero? — disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani dalla gran contentezza; e senza mettere tempo in mezzo, fece l’atto di scavalcarlo, per passare dall’altra parte della strada. Ma non aveva ancora finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all’improvviso come una molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro spaventato, inciampò e cadde per terra.

E per l’appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della strada e colle gambe ritte su in aria.

Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità incredibile il serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi, ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul petto: e quella volta morì davvero.

[Le avventure di Pinocchio, cap 20]

L’episodio ebbe una diffusione così vasta che in breve “ridere a crepapelle” divenne l’espressione proverbiale di “ridere fino a scoppiarne” definendo la genesi del termine crepapelle.

Un modo come un altro per ricordarmi di ridere più spesso.

WU

PS. Chissà poi perché proprio la pelle (beh, di certo organo coinvolto nelle varie azioni che ne prevedono la cepatura, specialmente per un serpente), ma sarebbe potuto essere crepatesta, crepamani, crepapolmoni, crepacuore (no… questo esiste… anche se con accezione leggermente diversa…).

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